ANGIOLO FANICCHI deluso dal diritto dei potenti avendo creduto nella giustizia

postato in: Senza categoria | 1

In una delle ultime note scritte sul suo profilo Facebook, Angiolo evidenziava la data di collocamento a riposo: il primo settembre di quest’anno. Nonostante la coscienza che non se la sarebbe goduta a lungo, già provato dalla malattia che da lì a due mesi l’avrebbe sopraffatto. Gli ultimi anni spesso ci siamo incontrati alla stazione di Terontola all’alba, l’ora in cui prendeva il treno per recarsi al lavoro in Valdarno e, tra le battute consentite negli attimi di attesa, ripeteva la sua indignazione per la legge che gli aveva allungato oltremisura la data di pensionamento: la Fornero. Da dirigente amministrativo scolastico, esperto di diritto, non si capacitava sulla ingiustizia di esser trattenuto al lavoro ben oltre i quaranta anni di servizio, mentre, come sappiamo, i legislatori per sé largheggiano in fatto di benefici pensionistici e su un sacco di altri privilegi, nonostante continue spudorate richieste ai cittadini di sacrifici. L’idea di giustizia, in Angiolo, era in rivolta non solo per fatto personale, da uno che aveva speso parte importante della sua vita nel perseguire il cosiddetto bene comune (sul cui destino, in Italia, c’è incertezza e divergenze di opinioni profonde). A causa di quella sorta di combutta istituzionale (non dimentichiamola) per la quale i “diritti acquisiti” dei politici e degli alti papaveri statali erano definiti “intangibili”, mentre quelli della massa erano carta straccia. Fino a non molto tempo addietro, Angiolo s’era dedicato all’impegno civile in incarichi pubblici: in Circoscrizione a Terontola e in Comune, da assessore e presidente del Consiglio comunale. Stimato per diligenza nello svolgere gli incarichi avuti, pacato, sobrio, attento alle sollecitazioni e al senso di giustizia. Fino a chiudere quell’esperienza forzatamente. Angiolo, nel suo partito, subì gli effetti di quell’ “arroganza e subalternità” (resa visibilmente plastica pure da Bersani dirigente nazionale!) verso militanti non allineati col capobastone di turno…
Coetanei, ci conoscemmo frequentando il ginnasio-liceo di Cortona, pendolari nei bus che salivano da valle in città, e, soprattutto, godendoci magnifici pomeriggi insieme sulla spiaggetta del lido Rigutini in riva al Trasimeno. Dove lui giungeva, prima in bicicletta poi in motorino, insieme a un gruppetto affiatato di compagni di giochi (il Boscherini, il Cottini, …) provenienti da Pietraia, suo paese di origine. Il divertimento consisteva in quattro calci al pallone sulla sabbia, le prime gare di nuoto sulla fanghiglia lacustre, e mangiate di cocomeri procurati dai Pietraiesi.
Poco più che adolescenti ci ritrovammo nell’attivismo politico, come i quattro amici al bar di Gino Paoli che “volevano cambiare il mondo”…e, forse, qualcosa di buono siamo riusciti a fare. Ma non è di questo che mi vien di parlare in questo momento. Bensì riflettere sulla durezza della vita, che molto dà, però è spietata nel togliere… come nel caso di Angiolo, che, placate le tensioni del lavoro e degli impegni sociali, avrebbe desiderato donare infinite coccole al nipotino… Pochi mesi fa ci sentimmo al telefono, e tra le righe capii che gli incombeva un’angosciosa ansia sul suo stato di salute. Capito quello stato d’animo, la conversazione si chiuse presto. Il nostro legame seguitava sulla piattaforma virtuale dei social, dove tra tante banalità ognuno svela sentimenti, stati d’animo, interessi… tra questi, notai l’attenzione di Angiolo su un libro di Don Gallo, il cui titolo grosso modo dice che: al Padreterno non interessa se sei stato un credente, quanto se sei stato un uomo giusto. Esprimeva, non v’è dubbio, la sua convinzione riguardo la sfera religiosa.
Per quanto le amicizie siano profonde, ho sempre evitato, se non richiesto, di far visita a persone in lotta coi propri mali. Men che meno seguo i feretri, preferendo coltivare i ricordi di persone care non in luoghi convenzionalmente deputati, bensì in momenti intimi del pensiero. Fatalità ha voluto che un paio di settimane fa, durante un servizio notturno da volontario della Croce Rossa, ci incontrammo al Pronto soccorso dell’Ospedale s. Donato. Lui in barella in attesa di cure mediche, per complicazioni che, all’occhio di chi ha frequentato corsie ospedaliere, non danno speranze di vita. Ci abbracciammo e salutammo, parole e gesti affettuosi necessari anche a toglierci l’un l’altro d’imbarazzo. Era il pacato Angiolino di sempre, se pure in estrema sofferenza, avendo già affrontato prove molto dolorose, e trascorsi mesi tremendi nella consapevolezza della ineluttabilità della sorte capitatagli…
E così un altro pezzetto della nostra generazione se n’è andato precocemente. Non so se è giusto definirla generazione del “sogno italiano”, e se questo “sogno italiano” sia effettivamente esistito. Figli di operai e contadini, nei confronti dei nostri genitori abbiamo svoltato verso una vita più agiata, il posto fisso, nuovi diritti… tra noi però, concluso il ciclo lavorativo, è insorta la consapevolezza che i nostri figli saranno alle prese con un mondo più incerto e tribolato… Di sicuro, tra la nostra generazione e i figli una diversità c’è: nelle distanze dal potere. A noi pareva in qualche misura condizionabile, con l’impegno individuale nello studio e nel lavoro e con le lotte politiche e sindacali. Quasi scritte a carta carbone, le vite di Angelo e di migliaia di altri nati nel dopoguerra hanno percorsi simili… così come unanime è l’amarezza di quella generazione nel vedere una “declino” inarrestabile del Paese. Il Moloc del potere s’è rafforzato e reso più distante, mascherandosi da potere finanziario che ha il sopravvento sulla politica condizionandone l’azione, disponendo della potenza dei media che professano quasi all’unisono le stesse “verità” – il pensiero unico insediato al comando -: è il denaro a dominare il mondo! I figli del boom economico italiano, come Angiolo, pur tra mille contraddizioni, han cercato di migliorare le condizioni umane con qualche innegabile successo, lasciando ai figli un mondo in cui le inquietudini paiono prevalere sull’ottimismo…
www.ferrucciofabilli.it

Lo spettacolo triste dei politici per il Ni al Referendum costituzionale

postato in: Senza categoria | 0

Quando parlo di spettacolo triste certo non incolpo gli elettori indecisi (ancora tantissimi) che non sanno se votare SI o No e, forse, neppure andranno a votare. Anzi. Direi quasi che li capisco. Tanto son frastornati nelle loro pur flebili residuali convinzioni politiche, e presi da argomenti molto più prossimi alle loro esigenze: il lavoro precario quando c’è, lo stipendio e la pensione che non arriva a fine mese, una casa il cui mutuo in banca non ce la fanno più a pagarlo, quando addirittura non sono stati derubati dei loro risparmi dalla banca stessa!,…Cioè, la gente ha in testa problemi veri e seri, trascurati se non sbeffeggiati dall’ottimismo di facciata di chi parla ogni giorno della rimessa in cammino dell’Italia verso splendide mete che esistono solo nella fantasia di certi imbonitori di Palazzo. Ma veniamo più concretamente alla materia oggetto del referendum. Mi ci metto anche io tra questi cittadini disorientati e scoraggiati. Perché è finito il tempo della credulità alle favole e alle magnifiche sorti progressive. Pur avendo partecipato attivamente per un ventennio alla vita politica e studiato diritto pubblico nelle migliori scuole di specializzazione universitarie, sono a dir poco allibito per il modo con cui si è giunti a “mandare in vacca” la Carta costituzionale (l’espressione icastica è di Camilleri, ma, tra le tante chiacchiere sentite o lette, mi pare la più efficace nella sua essenzialità). Inutile ricordare lo scandalo di tale riforma approvata da un parlamento delegittimato dalla stessa Corte Costituzionale, perché eletto con una legge elettorale ultraillegittima e proposta da una maggioranza – costituitasi dopo la non vittoria del PD di Bersani – accozzo di eletti, presi dal miraggio di conservare la poltrona, dal centro dalla destra e dalla sinistra, tenuti coesi dall’unico cemento: il potere! Diciamolo francamente: la foglia di fico di questo sedicente “riformismo” necessario per far ripartire l’economia è una barzelletta a cui non credono neppure i suoi protagonisti. N’è testimone lo stesso Bersani che ha portato il suo PD a un passo della vittoria, e che, se non avesse dimostrato a Napolitano di voler far maggioranze di testa sua, forse oggi sarebbe lui al posto di un Renzi, che, al contrario, s’è dimostrato entusiasta nel seguire il cammino prospettatogli dall’allora capo dello Stato.
Ecco che il misto di pena e indignazione nasce vedendo ancora incerti politici di professione che stanno ai piani alti della politica fin dentro il parlamento. Ma come? La riforma costituzionale è arrivata al Referendum perché approvata con maggioranza semplice e non dei 2 terzi del parlamento dopo almeno 4 passaggi parlamentari. Dico, ben 4 passaggi! E ancora, tra deputati e senatori del PD, ci sono quelli che tutt’oggi pensano possibile votare a favore della nuova carta costituzionale Napolitano-Boschi-Verdini alla sola condizione che si modifichi la legge elettorale? (Sarebbe interessante trattare l’argomento dei numerosi contorti Ni nella storia del PD, da quando si trasformò da PCI a PDS, ma il ragionamento attualizzato in un partito di governo è ben più grave – perché coinvolge i destini di un intero Paese! – più di quanto lo fosse all’interno di un partito di sinistra che si avviava a trascurare la sua base elettorale di riferimento per farsi interclassista e post ideologico). Per favore, ditelo francamente che con questo giochino si pensa solo a una cosa: mantenersi in sella il più a lungo possibile! Sperando in un popolo bue che non abbia capito il loro declino morale, innanzi tutto, a cui aggiungere insipienza politica nel pieno di una crisi economica sconvolgente. Nella quale i temi centrali, per chiunque voglia interessarsi di politica seriamente, sono quelli connessi alla globalizzazione (i ricchi sfacciatamente ricchi e le classi medie e salariate abbandonate alla lotta per la sopravvivenza) e a flussi migratori incontrollati che, non sarà lontano il tempo, faranno esplodere contraddizioni sociali drammatiche. Basti pensare alla inversione ad U dello stesso Papa Bergoglio, che pareva il più disponibile all’accoglienza. Ultimamente è giunto a dire che una regolazione di flussi migratori si rende necessaria se non si vuol riempire l’Europa di ghetti! E, aggiungo io, l’esplosione di massa di sentimenti xenofobi il cui esito è quanto mai imprevedibile, questo sì, per la conservazione della convivenza civile pure nel contesto culturale millenario europeo.

www.ferrucciofabilli.it

ANGELO VITI scienziato distolto dalla politica

postato in: Senza categoria | 0

tutti-dormono-sulla-collina-di-dardano-di-ferruccio-fabilli
Primi anni Settanta. Nella colonia cortonese presso la Casa dello studente di Perugia. In prevalenza aspiranti medici (dirò solo i cognomi in quanto noti e apprezzati professionisti: Bigazzi, Milli, Lovari, Calzolari, Ruggiu, Nicoletti) che, per gioco, chiamavano Angelo: lo “Scienziato”… titolo non azzardato. In quanto aspirante biologo, quella materia lo stregava, facendogli trascorrere giorni felici nello studio e nelle pratiche di laboratorio, tra cavie, siringhe, provette, pipette, alambicchi… e apparecchi vari. Affascinato dall’insegnante di Fisiologia, il prof. Dolcini, di cui era l’allievo prediletto, e che volentieri avrebbe aperto ad Angelo la strada del dottorato di ricerca. Dolcini era l’iconica rappresentazione dello scienziato da fumetto, anche negli eccessi caricaturali: alto secco allampanato, sigaretta sempre accesa, capelli lunghi radi arruffati, occhi spiritati da amante del “cicchetto”, procedeva in ricerche d’avanguardia determinato come schiacciasassi. (Nell’occasione in cui Angelo m’invitò nel loro laboratorio “Bio-alchemico”, Dolcini stava raccogliendo una discreta quantità di pipistrelli, per studiarne, tra le altre qualità, la tipica sensibilità da radar notturno nelle strutture anatomiche e nei meccanismi fisiologici). Tra Angelo e Dolcini c’era empatia e qualche somiglianza, come la caduta e il diradamento dei capelli che, giorno dopo giorno, ogni ciocca caduta mortificava il giovane… E, su quel difetto, gli amici non persero l’occasione di mettere il dito nella piaga.
Di prima mattina, puntuale come una sveglia, dalla stanza di Angelo risuonava forte in tutta l’ala del collegio la pubblicità: “oh oh oh Orzoro!” era il segnale della prossimità del giornale radio, svelando rumorosamente la curiosità con cui lui seguisse l’attualità, in particolare la politica. Gli studenti burloni non tardarono ad affibbiargli anche quest’altro epiteto: “Orzoro!” che incassava sornione, paziente e un po’ombroso. Da tipo accigliato qual’ era, al primo impatto suscitava un certo timore reverenziale, però, tra amici, era una pasta d’uomo e giocherellone, per quanto lui stesso si divertisse a ribattere agli sfottò, botta su botta, con la stessa moneta ironica.
Durante gli studi liceali, Angelo fu segretario comunale dei giovani comunisti, i figgicciotti e, in quell’ambito, era conosciuto pure col soprannome del “Gamba”, di cui mi sfugge il motivo. Era l’epoca della fioritura di numerosi gruppi politici a destra e a sinistra del suo partito, il PCI. Resa drammatica da eventi terroristici di varia e, in tanti casi, oscura matrice: da destra a sinistra, e dai servizi segreti italiani a quelli stranieri… Anche nella quieta Cortona giunse qualche effetto di quelle vicende torbide: un attentato ferroviario a Terontola, la rocambolesca fuga del neofascista Augusto Cauchi, e l’uccisione del giovane universitario comunista Donello Gorgai. Donello era uscito dalla FGCI durante la segreteria politica del “Gamba”, per aderire al gruppo dei Bordighiani; fioriti (e presto sfioriti) quasi unicamente nel Cortonese. Vicende, di natura diversa tra loro, che riuscirono a turbare l’esuberanza spontanea di certa parte della gioventù, non solo locale, a causa del lungo perdurare di interrogativi irrisolti sulle cause e le responsabilità di numerosi drammatici accadimenti.
Laureato con merito in Biologia, per un attimo, Angelo fu incerto tra due scelte: proseguire la carriera accademica, avendone qualità e opportunità, o impiegarsi presso il Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi. Preferì quest’ultima chance, che gli consentiva di combinare lavoro e militanza politica. Potendo anche ricoprire cariche amministrative importanti: Assessore alla Sanità in Comune, e Presidente e Consigliere in una delle neonate Unità Sanitarie Locali, la n. 21, Valdichiana Est. Gli impegni politici in quegli anni erano intensi, seguiti alla Riforma Sanitaria che, la prima volta in Italia, rese gratuito e universale l’accesso alle prestazioni sanitarie. E, a seguito della costituzione delle Regioni delegate a queste materie, fu avviato un vasto decentramento amministrativo. Fino a ridursi nel giro di poco tempo – come se si fosse trattato d’un elastico. Angelo era capace di elaborare programmi e strategie sanitarie, sia di adottare provvedimenti innovativi. Rispettoso degli interlocutori, però era uno deciso e schietto. Peculiarità che ripagano solo a lungo andare, visto che al primo impatto son preferiti politici condiscendenti (piacioni) anche se insinceri e incapaci. Tra le numerose iniziative di Angelo, ricordo la diretta assunzione dal Comune della Casa di Riposo Sernini, sottratta a una gestione poco dignitosa verso gli ospiti, e il Regolamento comunale sugli allevamenti suini, per mettere uno stop alla loro proliferazione caotica, e allo sversamento dei liquami animali ovunque capitasse; avviando un processo, non facile, di risanamento ambientale ancor oggi da completare. L’elenco degli interventi di Angelo – determinanti e validi nel tempo – in materia ambientale e sanitaria richiederebbe spazi qui non disponibili. Allo stesso modo ne fu apprezzato il ruolo dirigenziale presso il Laboratorio Provinciale di Igiene e Profilassi, che ebbe il tempo di veder trasformato in ARPAT: agenzia toscana di prevenzione ambientale. Preceduto nei ruoli dirigenziali del Laboratorio Provinciale da un altrettanto valoroso cortonese il dottor Emilio Farina, Angelo forse aspirava e meritava maggiori responsabilità, nell’ambito della neonata ARPAT, che non gli furono concesse dalla politica. Fattasi acchiappa tutto. Meno attenta ai meriti professionali e dirigenziali, quanto invece all’appartenenza partitica e alla prossimità ai “cerchi magici” del potere. Anche spinto da tali amarezze, scelse di ritirarsi in pensione, dando spazio alle sue passioni: la bicicletta, i viaggi, le letture, le passeggiate nei boschi sopra i Cappuccini dove c’incontravamo spesso. Poco dopo la pensione, un male terribile l’ha sottratto agli affetti: due figli impegnati con successo negli studi, la bella moglie, gli amici e gli amati cagnoloni; che, scesi dal fuoristrada, scorrazzavano pacifici nei prati rispondendo solleciti al fischio risoluto di Angelo. E’ l’ultima sua immagine che mi resta.
www.ferrucciofabilli.it

Priamo Bigiandi, minatore e deputato, storia irripetibile del Novecento, di Giorgio Sacchetti

postato in: Senza categoria | 0

copertina Vite di partito

Per i curiosi di storia aretina – nel breve spazio di tempo l’uno dall’altro, nella sala provinciale dei Grandi concessa dal presidente Roberto Vasai – sono stati presentati due libri sul disciolto PCI tra loro collegati: l’autobiografia politica di Tito Barbini, e Vite di Partito – Traiettorie esistenziali nel PCI togliattiano – Primo Bigiandi (1900-1961) di Giorgio Sacchetti, Edizioni Scientifiche Italiane. A prescindere dalla volontà degli autori, sono molti i legami tra i due libri, pure scritti con finalità e in tempi diversi. Innanzi tutto nella sequenza temporale. Quest’ultimo saggio, scritto da uno storico estraneo alla vita di quel partito, racconta le vicende del minatore-deputato Priamo Bigiandi dagli anni Venti al PCI togliattiano, mentre l’autobiografia di Barbini chiude il cerchio sui comunisti aretini nel periodo berlingueriano. Inoltre, le storie, collocate in periodi diversi, rivelano una serie di continuità ideali insieme ai criteri selettivi per i dirigenti politici e per gli eletti a cariche pubbliche.
Priamo Bigiandi entra nell’agone politico da giovane minatore, partecipando a lotte sindacali in difesa dei lavoratori e a vicende antifasciste negli anni Venti, a Cavriglia. (Centro minerario valdarnese, riferimento dell’antifascismo aretino insieme a Renzino, per gli scontri violenti fisici e ideali di cui furono teatro, e i conseguenti riflessi sull’immaginario collettivo associato ai due paesi). In un crescendo di esperienze, compreso il carcere, Bigiandi diviene leader nel centro minerario di lotte sindacali e nella resistenza al regime; finita la guerra, si prodiga nella ricostruzione democratica degli enti locali (da sindaco di Cavriglia e amministratore provinciale) fino a giungere al parlamento. Parlamentare formatosi “all’università” della miniera, del carcere e dell’attivismo sindacale e politico. Un “sovversivo” che con le sue idee e le sue battaglie raggiunge apici istituzionali.
Nell’enunciare i capitoli del libro, Sacchetti scandisce le tappe di una vita per alcuni versi singolare, ma, per altri, comune a generazioni di militanti politici del tempo. La sovversione sociale come scuola di vita; Per Stalin e per la democrazia: la ricostruzione dal basso; Nel nome della classe operaia: dalla parte dei minatori; Deputati di Togliatti: il partito-apparato nella guerra fredda; Ideologia del progresso e questione mineraria; Federazioni di provincia: un partito-sagrestia.
Il taglio storico – nel ricostruire fatti e personaggi – inserisce la vicenda provinciale nel più vasto contesto nazionale. Senza trascurare i caratteri emotivi propri di un Priamo combattivo fino alla fine dei suoi giorni, che ritenne la ragione di partito insopportabile ingiusta e irrispettosa verso la sua persona. Come ha testimoniato la figlia Alba – durante la presentazione del libro -: il babbo non soffrì tanto lo sgarbo di non essere rieletto deputato, quanto la freddezza e l’indifferenza personale e collettiva degli uomini di partito nel non ricandidarlo. Come si sa, la scelta o meno di ricandidare al parlamento non era sancita da regole certe, se non che per alcuni non c’erano impedimenti a rinnovarne la candidatura più e più volte, mentre per altri vigeva il limite dei due mandati. Evidentemente, valutazioni di merito o demerito erano piuttosto aleatorie. Cosicché le carriere erano la risultante di ambizioni personali, capacità di stare nell’agone politico e di aggregare consensi, partendo dalla più sperduta sezione fino ai massimi vertici di partito. Un’alchimia persino difficile da raccontare, ma, grosso modo, era questa.
Come spettatore – alla presentazione dei libri di Barbini e Sacchetti – ho notato il diverso spirito nei partecipanti. Nel caso di Barbini, gran parte dell’uditorio condivideva ansiosamente lo stesso spaesamento politico seguito alla trasformazione del PCI in altri soggetti politici. Fino a giungere alla radicale diluizione dei principi basilari di quel “vecchio” partito. Se non addirittura al disconoscimento di ogni eredità politica ascrivibile all’area comunista – pur confluita in massa nel nuovo soggetto partitico – all’interno del PD. Partito erede anche del PCI, almeno in linea evolutiva e nell’immaginario collettivo, in quanto il PD è l’esito della “fusione a freddo” tra componenti politiche diverse.
Ma tornando ai sentimenti scaturiti alla presentazione e l’interesse suscitato all’uscita del libro hanno sorpreso l’autore stesso, Tito Barbini, che l’aveva stimato più che altro espressione d’un bisogno intimo di fare il punto su esperienze vissute, sottovalutandone l’impatto pubblico. Anche se conclude il libro con un interrogativo non solo suo: quanto e cosa si potrebbe/dovrebbe preservare della esperienza politica sua, e di quanti l’avevano preceduto in battaglie simili di emancipazione popolare e di giustizia sociale? Quesito presente nella coscienza di milioni di italiani di “sinistra”, che stentano a ritrovarsi non solo in una classe politica squalificata ma anche nella generalizzata tendenza all’ammucchiarsi al centro politico.
Mentre alla presentazione del libro di Sacchetti – anch’esso impregnato di conflitti a favore di quelle che un tempo si definivano classi subalterne in nome di principi perenni: egualitari e libertari – l’interesse del pubblico si è incentrato sulla presa d’atto di vicende storiche concluse insieme alla condivisione, tra autore e presenti, del resoconto su dinamiche interne al PCI nei rapporti personali e sui metodi organizzativi invalsi, ivi compresa la progressione o l’interruzione delle “carriere”. (Aspetti ricostruiti da Sacchetti in modo convincente, per l’approccio da storico estraneo, non certo indifferente, alle vicende narrate). Stesse fredde e imponderabili dinamiche selettive nelle loro molteplici varianti, applicate, credo, nella maggior parte dei partiti di massa italiani nel periodo post-bellico. E, sempre a mio avviso, criteri perduranti fino alle più recenti relazioni intrapartitiche – caratterizzate da vincoli di subalternità degli eletti ai leaders – dovute al fenomeno dei nominati, frutto di leggi elettorali ritenute illegittime dalla stessa Corte costituzionale.

www.ferrucciofabilli.it

Ada Negri e Ettore Patrizi, una storia d’amore intrecciata con pagine di storia italiana

postato in: Senza categoria | 0

patriziIl libro “Ettore Patrizi. Da Montecastrilli a San Francisco” di Giacomo Pellicanò, Intermedia Edizioni, racconta un Ulisse contemporaneo – nel libro denso di testo, note, fotografie, documenti, esito d’una ricerca accurata in Italia e negli Stati Uniti.
Quell’Ulisse, senza legami matrimoniali in Italia, tornerà occasionalmente nella sua Itaca, avendo spostato altrove il baricentro della propria vita.
Intellettuale curioso, attratto dalle novità prodigate dal suo tempo, vi si getta con passione. Eravamo in piena esplosione dell’epoca contemporanea, dal dinamismo globale mai visto prima. Per un giovane portato alla politica, al giornalismo, amante della bella musica, a fine Ottocento, quale meta migliore di Milano? Città guida, nel bene e nel male, del progresso economico, politico e culturale italiano.
Nella formazione del giovane Ettore Patrizi, laureando in ingegneria, furono essenziali le eccezionali opportunità d’incontri eminenti con politici, giornalisti, musicisti, artisti, letterati e, non ultimo per importanza, l’incontro con Ada Negri grande amore della sua vita. (Non sta a noi dire se per lui fu il più grande amore, per lei lo fu quasi per certo). Quel tenero legame sentimentale, capace nei giovani in molti casi di sviarli da aspirazioni avventurose, non riuscì a distogliere Ettore dallo spingersi da solo fino alle frontiere più remote del Nuovo Mondo, nell’estremo west di San Francisco. Senza, però, tagliare il cordone ombelicale con la madre patria, sempre presente nel suo attivismo giornalistico e di operatore culturale. Infatti, pur saltuariamente, fece la spola tra America e Italia per tutta la vita (morto ottantenne) per coltivare interessi, passioni, legami familiari e sentimentali, descritti nel libro di Pellicanò con meticolosa abbondanza di particolari.
Nato in una famiglia istruita e benestante, già a Montecastrilli, Ettore s’appassiona alle sofferenze dei più deboli, ed è protagonista della nascita d’una Società Operaia (1883). A Milano, grazie all’attivismo politico e all’esperienza giornalistica presso importanti testate cittadine, intreccia relazioni con personaggi famosi vicini ai suoi ideali democratici radicali, socialisti e repubblicani. Ettore era un idealista vero. Basti considerare gli svantaggi conseguenti a essere repubblicano in epoca monarchica, per di più radicale e socialista, cioè coinvolto negli ideali sociali e istituzionali più “rivoluzionari” del tempo: a fianco delle classi subalterne, a favore di una prospettiva laica e repubblicana dello Stato, indipendente dall’influenza della Chiesa cattolica.
Zelante collaboratore di Ernesto Moneta – unico Nobel italiano per la pace -, quale segretario dell’Associazione Lombarda per la Pace, per Ettore quell’esperienza fu altrettanto “sovversiva”, rivelatrice dei suoi radicali sentimenti filantropici – a fine Ottocento -, in piena espansione imperialistica dei maggiori stati europei, e nella sorda incubazione di nazionalismi che di lì a poco avrebbe portato l’Europa alla micidiale carneficina, mai vista prima d’allora, della Grande guerra.
Durante lo svolgimento di lavori ingegneristici – prima ancora della laurea – incontrò Ada Negri, una “nuova Fata uscita dalle boscaglie del Ticino, dalle quali trabocca tanta passione d’amore e di bontà per l’umanità intera, per i miseri tutti e per i militi e le vittime del lavoro in modo particolare”, scrisse, Ettore, raccontando il primo incontro con la poetessa. Nella quale trovò subito una comune sensibilità umanitaria, che, aggiunta a “due occhi grandi, neri, incantevoli e pieni di pensiero”, fece scattare quella scintilla d’amore capace di legare due persone per la vita intera. Anche se un’altra passione irresistibile fremeva in animo a Ettore: visitare gli Stati Uniti; che poi, quella visita, si trasformò in scelta definitiva. Ada capì la forza attrattiva esercitata da quel lontano Stato nel giovane democratico, per le sue istituzioni repubblicane e per l’anelito di libertà che si era radicato nel nostro paese, invitandolo lei stessa ad “arrischiarsi”. “Gli dico sempre: il mondo è di chi lo piglia. Ci vuol coraggio e slancio per dominare l’avvenire”. Coraggio e slancio non mancarono a Ettore, che partì (nel 1893) lasciando la fidanzata implorante di portarla con sé, “ma con dolcezza, le feci capire che sarei ritornato presto. Andavo a vedere paesi nuovi e meravigliosi, di cui si esaltavano la libertà, la civiltà, le imprese virili e gigantesche ed i progressi parabolici e fantastici”. Gli innamorati mantennero un’affettuosa corrispondenza, sebbene Ada già presagisse quel distacco definitivo; a cui lei, almeno nelle intenzioni, non avrebbe voluto rinunciare: “sempre, dovunque, fra grandezze ed onte,/ anche lungi da me, tu resterai mio”, scriveva nella lirica inedita Mio.
Giacomo Pellicanò – riportando in questo libro brani di quella corrispondenza e delle liriche di Ada Negri, alcune appena abbozzate nell’impeto sentimentale -, fa capire di avere attinto a fonti riservate e inedite, delle quali forse più avanti ne farà una più estesa presentazione in un altro libro. Il materiale che già offre, però, è sufficiente a stimare il grado di coinvolgimento amoroso tra Ettore e Ada, le cui vite, infine, si separarono. Salvo brevi parentesi di nuovi incontri favoriti da situazioni fortuite, che riaccesero una fiamma diversa da quella giovanile, ma che non si spegnerà più, con pieghe emotive più partecipate e dolenti in Ada, perlomeno stando agli scritti.
Ettore, nel Nuovo Mondo, dirigendo “L’Italia – La voce del Popolo” realizza con successo le sue aspirazioni. Giornalista, fonde l’amor patrio con la difesa dei diritti e della dignità degli emigrati italiani. Di una Nazione che gli occhi del mondo vedono piccola, mentre per lui è grande per cultura e valori del suo popolo. Temi sui quali spende colonne infinite di piombo, riscattando gli emigranti spesso discriminati, mentre lui ne dimostra operosità, ingegno e onestà nel lavoro. Battaglie di lunga durata che mai lo scoraggiarono, sospinto nelle sue convinzioni sociali e patriottiche anche da eventi che lo colpirono particolarmente: l’Italia vittoriosa nella prima guerra mondiale, e l’avvento del fascismo. Che gli parve il provvidenziale elemento propulsore d’una Italia turbolenta e incerta nel destino. D’altronde simpatie fasciste, negli Stati Uniti, furono condivise anche dai vertici governativi: ricordiamo l’accoglienza trionfale dei trasvolatori italiani guidati da Balbo, accolti con ogni onore per le strade americane; ma, durante la seconda guerra mondiale, le stesse simpatie costarono a Ettore l’allontanamento da San Francisco e dal giornale, in seguito a maldicenze messe in giro artatamente da certi nemici personali. Per quanto, nel 1943, avesse ottenuto la riabilitazione, quell’allontanamento con infamia non giovò certo alla salute e al morale di Ettore, oramai quasi ottantenne.
Oltre la passione politica e giornalistica, lui s’era portato dall’Italia l’amore per la musica lirica; dispiegato anche in America da cronista e promotore infaticabile di eventi musicali. Ospitò nell’adottiva città di San Francisco, musici, cantanti, direttori di orchestra, sconosciuti e famosi. Tra i numerosi ospiti ebbe Mascagni e Caruso.
Colto, idealista, impegnato, generoso e onesto coi collaboratori come coi musicisti che accolse e favorì loro stagioni di successi e guadagni insperati. Sempre nel sottofondo patriottico e democratico, dedicato ai connazionali esuli che trovavano nel suo giornale il fulcro del riscatto e del rispetto. Egli stesso, in difficoltà finanziarie, colse, nel miglior modo, le opportunità offerte dal paese adottivo, dove, dopo grandi cadute, ai singoli e alla collettività, veniva dato modo di risorgere dalle macerie. (Ricordiamo il terremoto che devastò San Francisco e il crollo di Wall Street del ’29).
La vita di Ettore, non scevra da delusioni e dolori personali e familiari, fu caratterizzata dallo stesso ottimismo del giovane partito da Montecastrilli, attratto dal dinamismo economico e delle idee, dapprima in una Milano faro culturale politico e imprenditoriale di un’Italietta che ambiva star al pari dei grandi, e, infine, a San Francisco, la più occidentale delle città statunitensi, altrettanto dinamica in imprese culturali e ricca di un’economia derivante da generose risorse naturali e ambientali. Dov’egli fu capace di fondersi con passione nello spirito dei compatrioti emigrati, occupati nei lavori più disparati, eccellendo in attività come l’agricoltura e l’edilizia.
Più tormentata, almeno spiritualmente, fu la vita di Ada Negri, che dalle sofferenze – e la rottura del legame con Ettore fu senz’altro tra le più dolorose – trasse ispirazione poetica, rendendo dignità letteraria a visioni e sentimenti al femminile che finalmente s’imposero prepotenti nell’arte, nella cultura, nella politica. Visioni e sentimenti per lo più immutati nel tempo, ma repressi e di rado emersi in forme artistiche, per quanto intensamente vissuti dalle donne, come loro son capaci di esprimere e perseguire. Perciò, trasportati nelle avvincenti pagine di storia recente, un’idea esce rafforzata dal libro di Giacomo Pellicanò: i nuovi interpreti (giornalisti, letterati, artisti,…), che irrompono nella storia civile recente, portano pure una loro peculiarità di genere. Così, mentre in Ada Negri prevale la sfera affettiva in Ettore Patrizi l’azione e, può darsi anche, che tale diversità spieghi la loro duratura relazione.
www.ferrucciofabilli.it

UMBERTO MORRA aristocratico gentile dalla vita “ribelle”

postato in: Senza categoria | 0

tutti-dormono-sulla-collina-di-dardano-di-ferruccio-fabilliIl conte Umberto Morra di Lavriano e della Montà si rese popolare a Cortona per due gesti clamorosi: quando, nel plebiscito del 1934, deposta nell’urna la scheda contraria al regime, apostrofato dal segretario del fascio: “Conte, ha sbagliato scheda!” rispose deciso: “E’ lei a sbagliare!…” scampando olio di ricino e manganello, perché ritenuto vicino alla casa reale: al battesimo ebbe padrini re Umberto I e regina Margherita. L’altro fatto, non meno singolare per generosità, fu alla morte, allorché lasciò ogni avere in dono: ai domestici la villa di Metelliano e i poderi ai contadini che ci vivevano. Anziano, in condizioni finanziarie ristrette, non si disfece di quei beni – che gli avrebbe consentito miglior agio – quale segno estremo d’altruismo.
Riservato, generoso, gentile, cultura vasta in un’intelligenza sopraffina, poliglotta,… visse intensamente (pur affetto da fastidiosa zoppia causata da tubercolosi ossea) e viaggiò molto: in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, seguendo le sue passioni. Trovar fondi per alleviare la miseria delle popolazioni vittime della guerra; assistere militari feriti e badare al rispetto delle condizioni dei prigionieri di guerra; coltivare la sete di conoscenza intrattenendo infinite amicizie con persone di cultura, artisti, politici,… aiutandoli se in difficoltà e condividendone insaziabili aneliti libertari e avversione alle ingiustizie, senza distinzioni tra cattolici, liberali, socialisti, marxisti, anarchici,… E’ opinione comune che Umberto Morra acquisì quel suo stile particolare di vita grazie all’amicizia fraterna con Piero Gobetti.
Cattolico (tutta la vita), allo scoppio della prima guerra mondiale – vicino ai nazionalisti de La Voce – vi partecipò volontario nonostante la zoppia; assegnato alla Casa del soldato come assistente ai feriti, si rese conto dell’immane offesa al genere umano causata dalla guerra; e da quell’esperienza uscì disgustato dalla politica, in toto, disilluso anche dal colpo di stato fascista, ideologia che gli era parsa espressione d’un rinnovato liberalismo, fino alla Marcia su Roma. Collaboratore della rivista “La Rivoluzione Liberale”, l’incontro con Gobetti fu decisivo nel fargli assumere come proprie categorie ideali – mai più abbandonate – trasmesse da Piero: “una concezione volontaristica della vita che accettasse il proprio tempo abbandonando pessimismo e nostalgia reazionaria; che si impegnasse anche in condizioni avverse e senza certezza di vittoria con un progetto mirato a un esito rivoluzionario; che concepisse la rivoluzione liberale come rivoluzione essenzialmente morale interiore, e il liberalismo come metodo, processo e aspirazione piuttosto che come teoria e sistema” (in Dizionario biografico degli italiani, Enciclopedia Treccani). In tal liberalismo non sistematico, Morra fece convivere liberalismo e cattolicesimo con simpatie azioniste, socialiste, comuniste, anarchiche, … sviluppate nel tempo su aspetti utili a risolvere problemi contingenti. Distanza abissale da opportunismi politici, non avendo, lui, perseguito mai tornaconti personali. Anzi, sostenne materialmente persone in difficoltà, ospitandole o nascondendole in villa a Metelliano; buen retiro e porto franco a cui attinsero tanti senza distinzione di credo, che, ricordarli tutti, sarebbe un ampio viaggio nella cultura italiana del ‘900.
Pubblicista e conferenziere a sostegno dei diritti umani e dell’equità sociale, scrittore raffinato (pubblicò un bel libro di viaggi, Inghilterra, e i non meno famosi Colloqui con Barenson – eccellente esperto d’arte, riservato, che l’elesse a suo memorialista – iniziò, senza concluderla, una Biografia di Piero Gobetti pubblicata postuma,…); per breve periodo fu capo gabinetto del ministro Cianca, azionista; nell’immediato secondo dopoguerra, a Cortona, svolse attività politica d’intesa con Pietro Pancrazi, sostenendo tra l’altro la marcia della pace Camucia-Cortona promossa dall’amico Aldo Capitini, contro la minaccia della guerra atomica… Parrebbe incredibile tanto dinamismo col suo handicap. Così come, vivendo in agiate condizioni economiche, avrebbe potuto optare per ozi tranquilli e dedicarsi ai piaceri. Mentre invece, nell’apparente mitezza, visse “La vita da ribelle”, com’indica il titolo del libro dedicatogli da G. Benzoni. Spirito ribelle in netto contrasto con la vita del padre, fedele e intransigente servitore dello Regno: il generale Roberto Morra – brutale e spietato – represse nel sangue, con centinaia di morti e prigionieri, i moti dei Fasci siciliani, finendo ambasciatore d’Italia a San Pietroburgo, dove il piccolo Umberto contrasse la tubercolosi ossea. A fine anni Settanta, fu conferita a Umberto Morra la cittadinanza onoraria di Cortona, nato a Firenze (1897) ma vissuto a lungo a Cortona.
Lo conobbi di persona l’anno prima della sua morte (1981): affabile e intelligenza straordinaria. Ricordo il mio imbarazzo al primo incontro. A Follonica. Con Alfredo Gnerucci, lì per iniziare la collaborazione, a tutt’oggi duratura, con la Fondazione Feltrinelli che in quella città organizzava un convegno internazionale di studi su Trotskij. Vicini alla sede del convegno incontrammo Umberto Morra, sorretto da stampelle, nella stessa direzione. Pronti, gli offrimmo un passaggio in macchina…ma forse era meglio non averlo disturbato per quel breve tratto, vedendone le difficoltà con cui salì e scese dall’auto… Con Giustino Gabrielli fui ospite a pranzo del “Conte” o “Professore”, come rispettosamente lo chiamavano. E lo ricordo presente nella sala del Consiglio Comunale, a salutare un amico di lunga data: il prof. Alessandro Passerin d’Entrèves, filosofo e storico del diritto tra i più noti. In altra occasione, Morra ci favorì l’incontro col filosofo Norberto Bobbio e lo storico Massimo L. Salvatori. (L’amicizia tra Bobbio e Morra è fissata nel disegno – anni Trenta – del giovane Renato Guttuso, ospite a Metelliano con Guido Calogero e Aldo Capitini, antifascisti del movimento Giustizia e Libertà).
Assillati da vortici oscuri (guerre, crisi economiche, disoccupazione, immigrazione, …) orfani di spiriti liberi e “ribelli” alla Umberto Morra, scorgiamo con maggiore difficoltà cosa oggi corrisponda davvero agli universali valori di giustizia e libertà.
www.ferrucciofabilli.it

Il dialetto di Tuoro sul Trasimeno entra nel Vocabolario di Giuseppe Zucchini

postato in: Senza categoria | 0

L’impiego per tanti anni in uffici pubblici a Machiavelli ispirò Il Principe, classico della scienza politica, a Dante Alighieri la Divina Commedia, così come sarebbe lunga la lista di autori che, approfittando di quel particolare osservatorio, han raccontato la propria gente e il proprio territorio nelle espressioni e nei modi del tempo. Sebbene nel trasformare l’esperienza in narrazione compiuta e significante – e non chiacchiere dozzinali – è necessario talento, dimostrato da Giuseppe Zucchini (quasi quarant’anni impiegato nel Comune di nascita) scrivendo il Vocabolario del dialetto di Tuoro sul Trasimeno, Lombardi Editori. Che si aggiunge al migliaio di certosini lavori simili svolti nel nostro stivale, nell’intento meritevole di fissare su carta forme lessicali tipiche d’un luogo e d’un tempo storico, prima che scompaiano o evolvano (oggi in fretta) in altri linguaggi omologanti grazie ai computer, smartfone e televisione. Del migliaio di autori benemeriti ricordiamo don Sante Felici per il Vocabolario cortonese (1985) probabile spunto per Giuseppe Zucchini.
Diversamente dai dizionari della lingua nazionale, consultabili a scopo istruttivo e/o per l’uso corretto delle parole in un testo o discorso, il vocabolario dialettale è l’esplorazione nella vita, nelle relazioni umane, nella storia e tradizioni d’una porzione di territorio in cui le persone hanno un loro tipico modo di esprimersi, usando parole, gesti e mimica. Modi espressivi dei quali però possiamo trascrivere solo le parole. Delle quali sappiamo la forza: le parole sono più taglienti d’una spada! Pronunciate anche nel lessico dialettale, anzi, capita frequente attingere al dialetto quando si vuol metter enfasi su certi sentimenti: scherzosi, affettuosi, spregiativi…
Nel libro di Zucchini diverte scorrere, anche a casaccio, le centinaia di lemmi codificati ed esemplificati, trasformati in un’infinita narrazione in vernacolo di vissuto quotidiano. Prendiamo ad esempio: “Badarellàsse,- v. rifless: divertirsi, trastullarsi; movete, n te badarellè ‘muoviti, non ti trastullare’” sembra quasi che l’amico Beppe mi stia spiando, vedendomi preso dal suo spassoso e intelligente lavoro, e cerchi di darmi una pénta per completare questa recensione. “Pénta – peténza (arcaico) s.f.: spinta; con na pénta l ha fatto scollè ‘con una spinta lo ha fatto cadere’ m ha dèto na peténza ‘mi ha dato uno spintone’”. Tante voci del Vocabolario di Zucchini a un cortonese non sono estranee. Anzi, in gran parte sono le stesse usate in territorio cortonese che condivide con Tuoro un lungo confine geografico permeabile a scambi e condivisioni – insieme ai lemmi – di amicizie, affari, e legami parentali. La spiegazione dei processi culturali sottesi al dialetto sono approfonditi nel libro in testi aggiunti a corredo da Antonio Batinti, Ermanno Gambini, Antonello Lamanna, in veste di collaboratori con l’Autore, che qualificano il libro rendendolo strumento scientifico e divulgativo al tempo stesso. Opera aperta a futuri sviluppi, perché – come scrivono – sul linguaggio (di per sé in perpetua mutazione) si fanno continue scoperte che si aggiungono a quanto già si sa, grazie anche a contributi multidisciplinari che arricchiscono gli studi linguistici su quest’area. “Questa zona umbro-toscana ha svolto, durante i diversi periodi storici, un ruolo importante nell’attraversamento bidirezionale da nord a sud e da ovest ad est della penisola, e, come punto di incontro di influenze diverse, ha avuto vicende linguistiche, condizionate da quelle politiche, assai complesse”, scrive Antonio Batinti (docente di Fonetica e Fonologia e di Dialettologia italiana) nel saggio introduttivo. Zona in cui si sono incrociati linguisticamente il perugino, il cortonese, l’aretino, l’alto val tiberino. Così scopro da Batinti che lo “scempiamento pretonico” (non si tratta di azione cruenta su preti grassi) accomuna il toreggiano al cortonese quando le consonanti si scempiano prima dell’accento di parola: acattone per accattone, arosto per arrosto, capèllo per cappèllo,.. e scopro tante altre comuni espressioni dialettali che rendono popolare l’interesse per il Vocabolario del dialetto di Tuoro sul Trasimeno, in quanto travalica l’area geografica indicata nel titolo e ben s’integra col Vocabolario Cortonese di don Sante Felici.
Altre somiglianze, tra cortonese e toreggiano, riguardano la stratificazione sociale, i mestieri praticati e la presenza di cognomi ai primi dell’Ottocento (di cui tratta Ermanno Gambini) per le loro caratteristiche: perduranti a lungo negli stessi luoghi, in cui le persone si conoscevano più per soprannome che per cognome e nome. Zucchini dedica un capitolo all’inventario dei soprannomi (definendolo in corso d’opera) espressioni d’ironia popolare fino al cinismo (“La miglior filosofia consiste nel giudicare il mondo conciliando un gaio sarcasmo con un disprezzo indulgente” – scriveva N. de Chamfort). Zucchini non fa sconti neppure a sé stesso – al quale è stato appioppato il nomignolo di Zeppone – mettendosi in ordine alfabetico con altre decine di paesani che rispondono ai soprannomi di: Bàcama, Bàcara, Bacco, Bachiòrre, Bacìllino, Badièle, Baffìno, Baràcca, Batòcchio, Bélvo, Beppélla, Beppone, Bòmber, Bomba, Bombo, Bringuellone, Brunchìno, Bubi, Buccìno,…
Studi recenti sul lessico linguistico (Alinei, Benozzo, Galloni), nella sua millenaria continuità e variazione, tendono a spostare le origini della lingua a 2 milioni e mezzo fa (epoca dell’Australopiteco) anziché ai 50 mila dell’epoca in cui l’Homo sapiens sapiens colonizzò l’attuale Eurasia, confermandosi fin dal paleolitico, la parola, formidabile strumento fondante della civiltà umana. Parola della cui vitalità Giuseppe Zucchini ne ha fatto rappresentazione puntuale e preziosa, nell’epoca e nel paese in cui è vissuto, codificando e anatomizzando il proprio dialetto a imperitura memoria. Suscitando curiosità nei suoi compaesani intervenuti in massa alla presentazione del Vocabolario riempiendo all’inverosimile il Teatro dell’Accademia, sabato 13 agosto.
www.ferrucciofabilli.it

Il libro “Eravamo un paese per giovani – Un selfie per il Risorgimento italiano” è come un romanzo di storie giovanili di “eroi” ed “eroine” risorgimentali

postato in: Senza categoria | 0

ISBN (1)
Anche il miglior saggio storico stenterebbe a invitare alla lettura giovani liceali o universitari, al di fuori dei libri curricolari. Inutile sdegnarsi, è la realtà. Per quanto i preliminari Risorgimentali furono intriganti: dagli iniziali generosi tentativi nei vari staterelli italiani di ottenere Statuti liberali, ai moti carbonari, agli esordi di battaglie nazionaliste indipendentiste coniugate o meno con le prime lotte sociali. Molti protagonisti finirono tragicamente: uccisi, prigionieri, in miseria anche se d’elevata estrazione sociale. Rimasti impressi nelle nostre memorie adolescenziali – Silvio Pellico, Fedele Confalonieri, Ciro Menotti, Carlo Pisacane, i martiri di Belfiore, i fratelli Bandiera,…- come “eroi”, lontani nel tempo, ma capaci di suscitare simpatie.
La premessa piuttosto sconsolante sul versante lettori non ha intimorito due Autori intenzionati a rinverdire memorie scolastiche nel libro “Eravamo un paese per giovani – Un selfie per il Risorgimento italiano”(Intermedia Edizioni). Determinati a cogliere particolarmente l’attenzione giovanile, hanno escogitato una formula narrativa singolare: unendo, a mo’ di selfie, miniautobiografie in punta di penna di giovani patrioti della prima metà dell’Ottocento – come dice il sottotitolo – raccolte e commentate ciascuna nientemeno che da Alexandre Dumas, celebre autore dei Tre moschettieri e L’isola di Montecristo. Altro artificio letterario – usato dagli autori, i giornalisti Valeria Iacovino e Marcello Giannotti – non azzardato: Dumas seguì la spedizione dei Mille nella Battaglia di Calatafimi e raccolse nel libro I Garibaldini ricordi del periodo trascorso a fianco dell’Eroe dei due mondi fino all’entrata da dittatore in Napoli. Di più. Pur senza seguire canoni accademici, il libro fornisce strumenti da saggio storico: schede biografiche riassuntive sui personaggi, cenni bibliografici e documenti allegati, pochi ma significativi, come il Testamento del socialista e patriota Carlo Pisacane che concludeva così: “se il nostro sacrificio non porterà alcun vantaggio all’Italia, sarà per essa almeno una gloria l’aver generato figli, che volenterosi s’immolarono pel suo avvenire”.
Impegno non da poco: far parlare in prima persona i/le protagonisti/e, anche dei loro stati d’animo, relazioni, azioni, affetti, … attingendo, nella ricostruzione, a materiali eterogenei: carte processuali e poliziesche, corrispondenze personali, libri e giornali d’epoca,… Protagonisti che condivisero situazioni comuni: giovani uomini e donne, e – salvo un ragazzino trovatello – in condizioni economiche agiate se non nobiliari, animati da sentimenti libertari, nazionalisti indipendentisti, anticonformisti, coinvolti in conflitti familiari o con autorità statali e religiose; cresciuti e vissuti in diverse regioni italiane, alcuni furono pure viaggiatori per necessità in Francia e Inghilterra (ospitali coi fuoriusciti politici) e persino in Turchia.
Il ventaglio dei protagonisti non è ampio ma significativo.
Il primo eroe” che racconta sé stesso è Michele Morelli, giustiziato a ventiquattro anni. Militare, sedicenne iniziò la carriera nell’esercito di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. Tornati i Borboni, seguitò nel loro esercito la carriera militare covando idee rivoltose. Fino a farsi capo d’un’insurrezione ch’ebbe successo per un anno e, infine, fu sconfitta dalle truppe della Santa Alleanza (Austriache); molti antiborbonici furono giustiziati insieme a Michele Morelli.
Accennavo al ragazzino trovatello, eroe cult nella sua città di Roma, a cui sono dedicate indicazioni stradali, ritratti bronzei e persino l’associazione Gli amici di Righetto, di cui è incerto pure il nome. Nella sua mente infantile affascinato dal nobile patriota Federico Torre, Righetto fu tra le vittime della repressione francese invocata in soccorso da papa Pio IX, provvisoriamente messo in scacco dalla Repubblica Romana. Il protettore Federico Torre, dopo varie peregrinazioni perché perseguitato dal Papa, sopravvisse addolorato alla morte di Righetto (squarciato da una bomba), divenendo fine letterato e ricollocato da Cavour nell’impiego militare.
C’è “il Moro in camicia rossa” (Andrea Aguyar), anch’egli d’origini incerte (schiavo?), giunto dal sud America con Garibaldi, che seguì nelle battaglie fino a perdere la vita. L’uomo di colore in camicia rossa non passava inosservato, però forse sarebbe finito nel dimenticatoio senza il ritratto proposto in questo libro. Altrettanto esemplare è la storia del prete Enrico Tazzoli, tra i martiri di Belfiore, religioso costretto allo stato laicale per i sentimenti antiaustriaci e per aver associato nella predicazione la passione indipendentista alla questione sociale, rappresentata dalle insopportabili diseguaglianze tra ricchi e poveri. Pari simpatia raccoglie il selfie di Ciro Menotti, indimenticabile eroe dei nostri studi giovanili, capace di sacrificare sentimenti amorosi verso moglie e figli sull’altare della lotta alla tirannide antiliberale dell’ambiguo duca di Modena, “costretto” dall’Austria a rinnegare lo Statuto (emanato e ritrattato) e condannare a morte i cittadini ribelli come Ciro.
Altrettanto avvincenti sono le pagine dedicate a eroine risorgimentali, divenute tali non tanto e non sempre per la volontà d’esserlo, bensì per fedeltà agli ideali e agli uomini di cui erano innamorate. Travolgenti amori che esposero quelle donne a vite travagliate, prigionie, separazioni dolorose dai figli, esili, dissipazioni di beni familiari,… Bianca Milesi Mojon, Maria Gambarana, Metilda Viscontini (Le tre giardiniere di Milano), Rosa Testi Rangoni (Mamma Rosa), Cristina Trivulzio Barbiana di Belgiojoso (La Principessa), Enrichetta di Lorenzo (Frammenti di un amore scandaloso), Jessie Jane Meriton White (La giornalista inglese), sono le protagoniste di capitoli a loro dedicati – sotto i titoli messi da me tra parentesi.
Vien da chiedersi se gli Autori raggiungeranno l’obiettivo prefissato: “far scoprire e riscoprire ai nativi digitali di oggi il coraggio e l’orgoglio della loro età” giovanile. Glielo auguriamo. Riconoscendone l’impegno compiuto nel raccogliere in un libro snello, essenziale, di facile lettura, esemplari storie risorgimentali in cui fatti, idee, vittorie, sconfitte, amori, tradimenti,… son chiamati col loro nome senza retorica – depositata in certi libri scolastici – nel trattare quel periodo, denso di fermenti ideali che riverberarono nelle coscienze e nella storia italiana dei decenni successivi.
  www.ferrucciofabilli.it

Le buche sull’asfalto, l’erba sulle banchine e la Riforma costituzionale

postato in: Senza categoria | 0

Fino a uno due anni fa, viaggiando, la differenza tra una strada comunale e una provinciale era subito evidente: le provinciali avevano ottimi fondi stradali; banchine rasate; paracarri, colonnini, segnaletica verticale e orizzontale in ordine; mentre le comunali somigliavano all’inferno italiano delle barzellette: dove c’erano buche sull’asfalto, dove mancavano paracarri o colonnini o segnaletica a terra o verticale, dove le strade, non più degne di questo nome, s’erano trasformate in tratturi. Insomma, le vie comunali avevano (ed hanno) quasi sempre qualche stigma a contraddistirle dalle sorelle provinciali, quasi sempre in ordine.
Da un par d’anni la situazione è lentamente evoluta, al basso! anche nelle provinciali non c’è più la solita tempestività nel riparare buche o ragnatele sugli asfalti e l’erba cresce indisturbata nelle banchine e nei fossi. Sarà l’effetto temporaneo di assestamento nel passaggio di competenze tra le soppresse Provincie alle Regioni? Il timore è che sia un effetto irreversibile. Ho condiviso queste considerazioni con ex colleghi ancora in servizio in Comune e in Provincia, i quali, invece di giustificare come temporaneo il disservizio (o disastro), per risposta m’hanno travolto di altri ulteriori disservizi per gli utenti nei loro uffici: commercio, turismo, scuole, ecc. dichiarando la frustrazione di dipendenti pubblici a fronte d’un inarrestabile decadimento d’efficienza a svantaggio dei cittadini. Senza sapere a quale santo rivolgere le loro perplessità: dirigenti o assessori regionali? A trovarli! Navigano (male) a vista.
La soppressione delle Provincie era la riforma pilota tra i tagli nella spesa pubblica. Però, a conti fatti, quel che s’è tagliato è stata la l’efficienza, senza risparmi apprezzabili. Certo tagli ne hanno subiti nei trasferimenti finanziari ma nella stessa misura che sta gambizzando l’efficienza e l’autonomia dei Comuni. Arrivati anch’essi ai minimi termini di funzionalità. Un amico sindaco d’un Comune vicino – incontrato a donare sangue – mi raccontava il paradosso in cui si trova: “Ogni cinque dipendenti pensionati ne posso sostituire uno, è impossibile utilizzare personale volontario pur avendolo disponibile, le scarse risorse finanziarie sono insufficienti a mantenere un esteso patrimonio pubblico, senza dire dei servizi scolastici…mi capita sempre più spesso che qualche cittadino dopo avermi esposto il problema si da la risposta da solo: ma lo so che mancano soldi!…” Anche i più digiuni di Pubblica Amministrazione l’han capito: seguitando di questo passo i Sindaci finiranno per sentirsi impotenti se non inutili. Se, infatti, un Sindaco non è più in grado di aprire un asilo nido, fornire mense e trasporti scolastici, sostenere gli indigenti, tenere in ordine parchi, vie, piazze, beni comunali,… a che servirebbe?
Il governo ha posto a cardine della sua azione in direzione d’uno Stato più efficiente e meno costoso la propria Riforma costituzionale. Chiave di volta del sistema Italia. Da mesi è aperta la campagna elettorale sulla Riforma costituzionale e ne avremo ancora fino a novembre, tra chi che tenta di spiegare le ragioni del Si e del No usando argomenti attinenti la materia (i più corretti), insieme a un bailamme di pronunciamenti sgangherati che tramutano la commedia in farsa. Fino alla ridicola discussione sulla vignetta delle cosce cicciottelle della Boschi, tramutata da certi tromboni politici in offesa antifemminista, o la promessa di Renzi d’un risparmio di 500 milioni che destinerebbe ai poveri. Solo che organi contabili dello Stato han valutato il risparmio dalla trasformazione del Senato, se andasse bene, solo in 50 milioni! Ma non mi interessa ripetere le già abbondanti argomentazioni a favore dei Si e dei No alla suddetta riforma, che abbondano nei social e nei mass media… oddio stando ai mass media quasi all’unisono la miglior decisione per i cittadini sarebbe senz’altro il Si. Strano ma vero questo unisono… Io sono per il NO. Posso argomentarlo in breve: sui risparmi da questa riforma si è già detto. E la sbandierata semplificazione legislativa? Confrontando il testo Costituzionale originale con quello riformato all’art. 70, sulla produzione legislativa, nell’ordinamento “vecchio” è prevista il classico doppio passaggio tra le due Camere del medesimo testo. S’è detto macchinoso, ma per approvare leggi che stavano a cuore al potere in certe circostanze sono bastate 24/48 ore! (ricordiamo il decreto sulle banche). Il “nuovo” ordinamento, invece, prevede 10/12 procedure diverse con cui il Senato (non di eletti, ma nominati) approverebbe le leggi. E, in caso discorde tra le due Camere, il tutto è rinviato alla Corte costituzionale. Alla faccia della semplificazione! Ma mi fermo qui, rispettando l’intelligenza dell’elettore che cercherà dovunque vorrà le risposte a lui più gradite.
Vorrei però condividere alcune considerazioni del cardinale Bagnasco, sul Corriere della Sera, che mi paiono, se pur da laico, una risposta appropriata a quanti motivano il Si alla Riforma costituzionale perché ce la chiede l’Unione Europea. “Se guardiamo i risultati dobbiamo concludere che si è partiti con buone intenzioni ma con decisioni sbagliate. La volontà prepotente di omologare, di voler condizionare le visioni profonde della vita e del comportamento, il sistematico azzeramento delle identità culturali, assomigliano non ad un cammino rispettoso verso un’Ue armonica e solidale, certamente necessaria, ma piuttosto verso una dannosa rifondazione che i popoli sentono pesante e arrogante”. Inoltre, ha aggiunto Bagnasco, “ la storia attesta che quando i potenti si concentrano sulla propria sopravvivenza per ambizioni personali e rinunciano alla res publica, è l’ora della decadenza”. Chiarissimo.
Le premesse condivise dai partiti sulla Riforma costituzionale erano: taglio netto dei Deputati e Senatori, riduzione dei relativi privilegi e indennità, semplificazione dei processi normativi. A quali obiettivi risponderebbe la Riforma Boschi-Verdini?
      www.ferrucciofabilli.it

TITO BARBINI,nell’autobiografia da comunista a post, auspica nuove strade per sé e il suo partito, il PD

postato in: Senza categoria | 0

Nelle trecento avvincenti pagine autobiografiche di “Quell’idea che ci era sembrata così bella”, Tito argomenta l’orgoglio di appartenere a una generazione tanto impegnata d’aver esordito definendosi (se pure nell’improntitudine giovanile): “rivoluzionario di professione!”. La sua storia, a uno sguardo superficiale, potrebbe dirsi condivisa da strette elites dirigenziali del PCI, di cui è stato parte – frequentando scuole di partito e coprendo ruoli politici e amministrativi apicali: provinciali, regionali, nazionali – invece – da indagatore innanzi tutto di sé stesso sulla girandola di incarichi ricoperti, e sugli eventi che hanno caratterizzato il lungo periodo trascorso – ricostruisce un’avventura in cui migliaia di (ex) comunisti italiani potrebbero in larga parte riconoscersi. (Quanto avviene durante le numerose presentazioni del libro: occasioni di autoanalisi collettiva). Disilluso dall’ideologia comunista, soprattutto nell’attuazione pratica, alla ricerca di nuovi percorsi politici, Tito rifiuta l’abiura, rifacendosi anche allo scritto di Lucio Magri: “Il sarto di Ulm”, che ricorda la storia d’un tizio che nel ‘500 volle dimostrare d’esser capace di volare, schiantandosi a terra. Ma, a distanza di tempo, l’uomo vola facilmente… come potrebbe accadere di tornare utili a rinnovate idee comuniste.
La solida “fede” politica, impressagli dal padre e dal norcino Spinaldo, tradotta in adesione prima all’organizzazione giovanile, poi al PCI – raccontata nelle prime righe del libro – fecero di lui un politico professionale simile a una locomotiva. Nel senso che Tito contava su “ ‘una strada segnata’, su un futuro ragionevolmente sicuro”; finché non s’è tramutato nel bufalo che scarta di lato – come nella canzone “Buffalo Bill” di Francesco De Gregori. Strada segnata, ma interrotta volontariamente per gravi divergenze, nel 2003, con la dirigenza cittadina del partito, ad Arezzo. (Ricordiamo le metamorfosi del suo partito: da PCI a PDS, DS, PD). Dopo lo scarto di lato, ha continuato a viaggiare, leggere, interrogarsi su quanto era capitato a lui e al partito, pur smesse le vesti dirigenziali, avendo più tempo disponibile senza ansie performative. Fin’allora la “locomotiva” Tito aveva corso senza risparmio di energie; ambizioso, dinamico, intelligente in ogni ruolo ricoperto: dirigente giovanile, segretario cittadino e provinciale del PCI, sindaco di Cortona, presidente della Provincia e della USL, assessore regionale…Già durante la corsa s’era posto interrogativi sul comunismo realizzato, e sulla compatibilità tra ideologia e sistema democratico pluralista, e su come continuare l’infinita battaglia, intrapresa fin da ragazzo, per una giustizia sociale coniugata alla libertà … Interrogativi ingigantiti dalla caduta del Muro di Berlino. A cui dedicò un libro di viaggi e riflessioni: “Caduti dal Muro” che, già nel titolo tragicomico, tradisce i tormenti dello scrittore, fino a sentirsi in colpa per non aver compreso prima i risvolti drammatici del “socialismo reale” nei paesi dell’Est europeo – pur avendoli frequentai – e finanche in Cina e Cambogia. Tanto che sovrapponendo la lettura dei due libri citati, notiamo il ripetersi ossessivo degli stessi interrogativi: in cui si rimprovera avvedutezza tardiva, aggiungendo altri dilemmi politici che lo tormentano… Mosso da tanto auto accanimento, provo a consolarlo: anche fosse stato più tempestivo nell’acquisire consapevolezza, cosa avrebbe potuto fare? Gran parte della storia è fuori dalla portata individuale. E poi, forse che avresti negato al giovane Tito incontri amorosi con splendide ragazze dell’Est?!… Cose che non si scrivono in autobiografie politiche, ma tali pensieri umani potrebbero esser stati loro a distoglierlo dalla realtà, passando il checkpoint Charlie… mi permetto questa facezia per la nostra lunga amicizia da porcospini (quelli di Carlo Verdone: né troppo vicini né troppo lontani, per non pungersi). Mentre ricorda con nostalgia l’esperienza formativa e gratificante da sindaco di Cortona, carica in cui ebbi il piacere di subentrargli come in una staffetta.
Ricordo la basilare riunione da lui indetta: tra Giunta comunale uscente e quella entrante da me diretta. Bastò poco tempo per trasmetterci idee e illustrarci i progetti utili al futuro di Cortona. Tito lasciò anche un bel debito – di cui si ricorda nel libro – frutto d’una svolta nella politica comunale: mense e trasporti scolatici gratuiti, welfare che seguitammo, ripianando i debiti ed avendo la fortuna di tramutare i suoi e i nostri progetti da libro dei sogni in realtà. In cinque anni, da successori di Tito, realizzammo progetti e ottenemmo finanziamenti in tal quantità e qualità mai più ripetute. (Edilizia popolare pure in Cortona, allestimento del PIP al Vallone, potenziamento dell’acquedotto comunale, metanizzazione, piscina coperta, ponte sull’Esse, centro convegni S. Agostino, nuove aree di espansione edilizia in molte frazioni, PIP d’iniziativa privata a Terontola, depuratore, nuovi impianti sportivi … per ora , basta). Tanto che qualche compagno cortonese ha rimproverato Tito, politico di rilievo provinciale, di non aver spinto la successiva dirigenza cortonese, ambiziosa ma di scarso costrutto.
Anche Tito era ambizioso, ego evoluto in forte passione, consentendogli una carriera politica rilevante, all’altezza degli incarichi ricoperti, con frutti riconosciuti validi nel tempo, menzionati nel libro. Quell’amor proprio – gli ho detto scherzando -, rispettoso di regole pubbliche e di partito, gli ha consentito di navigare a lungo senza incappare in vizi aborriti: corruzione e opacità del potere, che, coniugati alla scarsa partecipazione alla gestione della cosa pubblica, han portato i cittadini al distacco dalla politica; senza più “quell’idea che ci era sembrata bella” s’è pure ingigantita nel tempo la questione morale denunciata da Enrico Berlinguer e Sandro Pertini, principio a cui siamo ancorati, insieme a Tito. Che chiude il libro a Cortona, dove, a mo di metafora politica, si domanda: cosa o chi potrebbe essere il Godot da attendere? insoddisfatto della direzione e delle condizioni in cui versa il suo partito, il PD. Il quale, trascurando “idee di sinistra”, di cui son portatori individui alla Barbini, sta scavando un fosso tra i problemi reali del paese e le “riforme” di cui si vanta: sul lavoro, sulla Costituzione, sulle regole della democrazia… ma questo è un altro discorso, che trova spazio nel libro d’un Tito amareggiato e poco ottimista.
                                                                                                                                    www.ferrucciofabilli.it