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IVAN ACCORDI con “l’antipastissimo” del Ritorante Tonino creò il mito di Cortona nella ristorazione
Cortona, già conosciuta per la buona cucina nelle trattorie e nei ristoranti, fece un balzo prodigioso in avanti in notorietà, quando fu costruito negli anni Settanta, in piazza Carbonaia, l’immobile che ospita il Ristorante Tonino, e l’Hotel san Luca. Protagonista fu Ivan Accordi, che dedicò la nuova impresa gastronomica al padre e maestro Tonino (Antonio), già sapiente gestore del ristorante Il Cacciatore e capace di metter giudizio al giovane figlio scavezzacollo.
I nuovi ampi spazi consentirono l’avvio della più importante impresa ristoratrice cortonese. In cucina la moglie Adriana – con cuochi capaci, tra cui Santino e Pietro – si sbizzarriva in creazioni, curando in particolare la specialità della casa: “l’antipastissimo”; serie infinita e fantasiosa di assaggini caldi e freddi, da soli in grado di saziare gli stomaci più esigenti e ingordi.
Ivan s’incaricava dell’accoglienza. Signorile e allegro, assieme ai veterani Benito e Mauro, dirigeva un notevole stuolo di camerieri, tra fissi e avventizi. In città, quanto a occupazione, dopo il Comune i giovani cercavano lavoro da “Tonino”. Non si diceva più neanche “Ristorante Tonino”. Bastava il nome. (Ivan, da alcuni confuso pure per Tonino, aveva realizzato il più bel “monumento” alla memoria del padre).
Per festeggiare ricorrenze o solo per una pappata tra amici o coi familiari, invalse la moda di andare da “Tonino”, quello dell’ “antipastissimo”, da un giro di persone sempre più vasto e proveniente dai luoghi più disparati… Era il frutto delle curiose e allettanti specialità culinarie, e d’un’intensa attività di catering svolta in tutta Italia. “Tonino” aveva raggiunto tale capacità operativa ch’era in grado di offrire banchetti a domicilio a distanza di decine o centinaia di kilometri, senza scapito per la qualità. S’era creato il mito di “Tonino” e dell’ “antipastissimo”, di cui gente della mia età ne serba ancora il ricordo, in giro per l’Italia.
La figlia Antonella e il genero Paolo furono anch’essi inseriti nell’impegnativa trama organizzativa. A Ivan piacevano occasionali rimpatriate, nel suo regno gastronomico, con altri familiari: suo fratello e sua sorella; lei residente a Montalcino e coniugata col simpatico carabiniere in pensione, chiamato con affetto, “Zio Brunello”. Per il luogo di residenza, oltre ché campione di tolleranza alcolica… in proposito, divagherò un attimo ricordando le gesta di “Zio Brunello” in gita collettiva, negli anni Ottanta, ospite dell’Università di Athens, in Georgia, che ogni anno inviava (e invia) a Cortona un nutrito gruppo di studenti e professori per corsi stagionali. (Allora ospitati nella struttura alberghiera gestita da Ivan stesso, l’Albergo Athens).
La delegazione, accolta negli USA con ogni premura, era composta da Ivan e Adriana, Antonella e Paolo, mia moglie Carla e il sottoscritto, la sorella di Ivan e il marito “Zio Brunello”, il quale fu memorabile protagonista d’una sfida alcolica all’ultimo bicchiere coi professori di Athens. Tra costoro, forti bevitori vollero cimentarsi con “Zio Brunello” pensando di stenderlo facile. Invece, uno alla volta, professori barcollanti dovettero arrendersi, scostandosi mesti dal tavolo dove imperava lo “Zio”!… finché non intervenne Ivan a sospendere la gara, temendo un incidente diplomatico in casa altrui.
Concentrato e puntiglioso nel lavoro, tant’era gioviale e socievole, Ivan, smesse le vesti da boss. Non a caso gli è stato dedicato un campo di calcio a Camucia, per i buoni ricordi lasciati da presidente della società sportiva Cortona-Camucia. Immagino, pure, per avervi impegnato bei denari.
Com’era prodigo di attenzioni verso ospiti speciali – n’ebbe numerosi tra politici, militari, poliziotti, finanzieri, alti prelati, imprenditori, ecc. -, altrettanto lo era con gli amici. Suggerendo il menù più appropriato ai gusti dell’ospite, e spesso aggregandosi al loro tavolo degli amici per far due chiacchiere… In quel turbine di assaggi usciti dalla cucina, la sua pietanza preferita era la pappa col pomodoro! Cotta a modo suo.
Seguiva con passione le vicende della Città. Per quanto di idee politiche diverse dagli amministratori locali del tempo, le sue critiche o proposte erano ritenute preziose. Mosso dalla responsabilità di dirigere una grande azienda, le cui fortune erano legate al buon andamento dello sviluppo turistico, e dal sentirsi parte della più estesa famiglia cittadina, società che condivide un cammino.
Senza indugiarvi troppo, a Ivan piaceva sedurre… cherchez la femme! D’altronde era un bell’uomo, distinto, elegante nel vestire e nel conversare. E la posizione sociale e professionale gli offriva svariate occasioni di incontri galanti… a cui non si sottraeva. Finchè il potere seduttivo non s’era trasformato, con l’età, in ricordo dei bei tempi andati, suggerendogli comprensione e complicità verso le tresche amorose giovanili della sua numerosa ciurma di collaboratori e dei tantissimi giovani che si davano appuntamento sulla “terrazza di Tonino”, da cui si gode una splendida veduta della Valdichiana e del Trasimeno… quale luogo migliore per intrecciare storie d’amore sorseggiando una bevanda o addentando uno stuzzichino?
Oltre al ricordo affettuoso di Ivan Accordi – imprenditore dinamico con la passione per la società di calcio, innamorato di Cortona quanto del genere femminile – gli sopravvive l’eccellente eredità professionale nella somministrazione di alimenti e bevande. Suoi ex dipendenti, anche in proprio, gestiscono brillantemente bar e ristoranti, contribuendo alla diversificazione dell’offerta gastronomica: dalla cucina tradizionale a quella più inventiva al semplice piatto caldo, come richiede il mercato e come s’insegnava alla scuola del “Ristorante Tonino”. Lo stesso è capitato alla figlia Antonella che gestisce un agriturismo, e al figlio Antonio che, negli stessi locali e con la stessa denominazione, continua l’attività del padre Ivan.
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San Pietroburgo straordinaria finestra sulla Russia (note di viaggio)
Le notti bianche, al loro apice intorno al 21 di giugno, sono un’attrazione intrigante per il noto fenomeno del giorno che non si fa mai notte.
Dinanzi al Palazzo d’Inverno è allestita una macchina mastodontica per spettacoli musicali e giochi di luce fantastici, dando luogo in queste “notti” a interminabili feste nella piazza stracolma di gente. Sempre in questi giorni clou delle notti bianche, coincidendo con la fine dell’anno scolastico, viene allestito uno spettacolo poderoso sulla Neva, illuminata a giorno, dedicato ai giovani maturandi. Un veliero entra nella Neva a vele rosse spiegate. Si tratta di una specie di rito d’iniziazione per i giovani, derivato da una storia popolare, secondo la quale un giovane per convincere una ragazza ad amarlo dovette procurarsi un veliero armato con vele rosse. Difficili da procurarsi, in quanto le vele in passato erano tutte chiare. Ma l’innamorato vinse la sfida riuscendo a trovare quel che gli era stato chiesto. Perciò, alla rievocazione, oltre gli effetti spettacolari che richiamano ogni anno frotte di curiosi in riva al fiume, viene attribuita una morale: i giovani di fronte ad ogni difficile impresa fino all’inverosimile non devono mollare mai; con l’impegno, alla fine, la soluzione può arrivare.
Bene. Quest’anno siamo arrivati giusto in tempo per assistere a questi intriganti festeggiamenti. Però, con mia figlia, non abbiamo partecipato né allo spettacolo musicale, né all’arrivo della nave. La nostra guida locale, vedendo la fragilità del gruppo di due, ci ha dissuasi. Memore della sua esperienza. La folla in certi momenti si sposta con tale intensità che è in grado di travolgere la persona distratta o incapace di sostenere urti decisi. E così abbiamo privilegiato sfruttare le lunghe giornate per visitare la città in lungo e in largo. Durante la notte, invece, abbiamo approfittato della luce scendendo dall’albergo nell’adiacente piccolo parco a fumare, dopo aver assistito alle partite dell’Europeo di calcio…
Cosa m’ha spinto a San Pietroburgo?
Una sommatoria di curiosità cresciute nel tempo: visitare l’Ermitage
; respirare le atmosfere letterarie di due tra gli scrittori che più amo, Alexander Puskin e Fëdor Dostoevskij (molti altri autori russi sono entrati in contatto con la città); passeggiare nel prodigio urbanistico ideato da Pietro Romanov sulla taiga, in isolette acquitrinose sul delta della Neva; partecipare allo spettacolo naturale – e a quelli inventati dall’uomo – in occasione delle notti bianche estive;…e, perché no? rivolgere uno sguardo riflessivo sulle tracce residue della rivoluzione Leniniana, nel luogo dell’insurrezione; coincidente col luogo natio di Putin, protagonista contemporaneo del riscatto russo. Temuto, nonché osteggiato dalle potenze atlantiche, fino a tensioni tali da spingere persone autorevoli a paventare un possibile conflitto nucleare…
Insomma, avevo uno zibaldone di curiosità nell’angolo dei desideri, finché sono entrato in comunione di intenti con Brunella, mia figlia, con la quale ogni anno ci regaliamo una gita in una città europea.
Avevo visitato Mosca l’odierna capitale, in anni successivi alla perestrojka, e m’ero fatto una idea sulla Russia, arricchita molto visitando San Pietroburgo, capitale della Russia dei Romanov. Città cresciuta a dismisura in soli tre secoli di vita, ma basterebbero le costruzioni dei primi due secoli per farne comunque una tra le città più affascinanti al mondo. Mutando, in questo breve – storicamente – lasso di tempo, ben tre denominazioni: sorta dal nulla ai primi del ‘700 come San Pietroburgo, rimase tale per due secoli; poi, agli inizi del XX secolo, divenne Pietrogrado in ossequio alla maniera tedesca di denominare le città, ma per pochi anni, a causa della guerra contro i tedeschi, nella prima guerra mondiale, e a causa della rivoluzione bolscevica del 1917, morto Lenin nel ’24, fu denominata Leningrado per circa un settantennio; finché, a fine ‘900, a seguito di referendum, fu ripristinato San Pietroburgo.
Così, in soli tre secoli di vita, ha vissuto una storia straordinaria a partire dal suo stesso nome. Basti solo ricordare il famoso libro I dieci giorni che sconvolsero il mondo di John Reed, ambientato sullo sfondo dell’allora Pietrogrado. Senza dimenticare le epiche imprese della marineria russa (col vessillo della croce di Sant’Andrea) fondata e con base a San Pietroburgo, capitale sfavillante della Russia zarista. Furono i bolscevichi a trasportare la capitale a Mosca. Con la conseguente marginalizzazione e decadenza di Leningrado.
Il primo contributo allo splendore della capitale baltica è giustamente attribuito al Romanov più famoso, Pietro I il Grande (per i risultati ottenuti da imperatore e per il suo gigantesco fisico). Pietro I scelse il nome del luogo – in cui fece costruire una cittadella fortificata sull’estuario del fiume Neva – dal suo protettore omonimo San Pietro (che, nella chiesa a lui dedicata nella piazzaforte, è associato a San Paolo).
Lo zar partendo da quest’isola strappata agli Svedesi – detta “delle lepri” uniche precedenti abitatrici – ne previde subito il futuro assetto urbanistico, disegnandone una trama urbana straordinaria per quei tempi, in cui le città europee erano caratterizzate da strette strade medievali. Organizzandola in perfette geometrie con ampi viali e riempita in pochi decenni di spettacolari architetture, nell’intento riuscito di realizzare un “paradiso” estetico, soprannominato anche la “Roma del Nord”.
Pietro il Grande riuscì ad eguagliare, e superare, il modello di città scelta, l’olandese Anversa. Disegno completato dai successori che si avvalsero di valenti architetti provenienti da tutta Europa, in un insieme armonioso di stili, principalmente il neoclassico e il barocco, in parte minore il liberty e il più recente stile bolscevico…
Piazze ed edifici per qualità, quantità, dimensioni, concentrazione in un’unica città, e i rapidi tempi di realizzazione, rappresentano un insieme fuori dal comune, già tra il Sette e l’Ottocento. Per avere una idea di ciò, basta passeggiare nella lunga prospettiva Nevskij che taglia in due una delle isole maggiori; visitare il Palazzo d’Inverno; l’Accademia della marina – edificio lungo oltre quattrocento metri –
; teatri; università; palazzi nobiliari; ricche chiese per materiali e fogge; cittadelle religiose comprensive di cimiteri, come il complesso Alexandra Nevkogo – a un’estremità della prospettiva Nevskij – dove riposano i più noti artisti e scienziati dell’800 pietroburghese; i numerosi ponti mobili che, illuminati e rialzati di notte, sono uno spettacolo raro a vedersi; …
Un recente viaggiatore, Sergio Romano, sul Corriere della Sera ha apprezzato il rispetto della storia praticato in questa città: avendo mantenuto tutti i monumenti del passato. Nonostante le turbolenze politiche che ne hanno contraddistinto i tre secoli di storia: dalle lotte intestine per il potere; alla mancata invasione napoleonica fermata, dopo Borodino, dal “generale inverno”; alla rivolta decabrista; alla rivoluzione bolscevica; al lungo assedio tedesco nella seconda guerra mondiale; … la città conserva integra la sua architettura: edifici, piazze, monumenti,…. rispettati pure in epoca bolscevica – sopraggiunta anche come reazione agli eccessivi sfarzi cittadini a fronte delle misere condizioni del popolo – salvo la distruzione della cattedrale – come avvenne pure a Mosca, mentre lì è stata ricostruita, qui no, forse perché di chiese cattedrali grandi e belle ve ne sono una discreta quantità. Del periodo bolscevico sono rimaste al loro posto costruzioni tipiche: come il palazzo dei soviet (oggi destinato al governo della regione) carico di retorici rimandi, un’enorme statua di Lenin, e il monumento alla resistenza antinazista, collocati nel quartiere dove s’era sviluppata la Leningrado comunista – intorno alla stazione ferroviaria Moskovskaia – dalla architettura squadrata e “funzionale”. In quel periodo storico, le chiese furono mantenute e pure restaurate a partire dal secondo dopoguerra, salvo modificarne l’uso: in magazzini o musei antireligiosi… tornate oggi agli originari splendori, meta di attrazione turistica e luoghi di culto.
La religione cristiana ortodossa e i suoi santuari
Né l’illuminismo – giunto in Russia particolarmente pervasivo dopo il contatto con l’esercito napoleonico – né il comunismo sono riusciti a distruggere l’influenza della chiesa cristiana ortodossa nella coscienza popolare e nella vita pubblica. Tra Stato e Religione, ancor oggi, v’è un legame stretto, come agli albori di San Pietroburgo. D’altronde il primo Romanov al potere nel Seicento, nipote di Ivan il Terribile, era figlio del patriarca di Mosca Filarete… La Chiesa, tutt’uno col potere politico, n’ha tratto vantaggi leggibili visitando i numerosi monumenti religiosi: dal pregevole disegno architettonico in stile neoclassico o barocco, carichi di ori e preziosi arredi, con marmi a profusione provenienti dalle cave più pregiate d’Europa e d’Asia… nella stessa vistosa esibizione del lusso presente nei palazzi nobiliari. Saliti al potere i bolscevichi, la Chiesa ha subìto il tentativo di ridimensionamento se non di cancellazione.
Tuttavia, a partire dal secondo dopoguerra, il ruolo della chiesa ortodossa riprese campo – ho letto da qualche parte la reazione scandalizzata d’un viaggiatore in una chiesa di Mosca, avendo visto ancor oggi affisso un ritratto di Stalin tra le icone prossime all’altare! Lo stesso Stato comunista, come accennato, aveva già avviato ripristino e conservazione strutturale dell’edilizia religiosa. I cui modelli, a San Pietroburgo, sono in parte tipici della tradizione Russa, e in parte di ispirazione o imitazione di chiese europee, rappresentando, oggi, luoghi di maggiore attrazione turistica. Di fronte ai quali, un laico è combattuto tra il godimento estetico e l’interrogativo che ci si pone davanti ad ogni sfarzo esagerato: quanto di questa ricchezza abbia sottratto benessere ai poveri cristi che hanno versato i loro oboli, pur essendo in miseria? e quanti sacrifici umani – anche in termini di vite perse – sono costate? Dico ciò senza pregiudizio, avendo sentito il racconto dei “costi” dalla voce della guida locale, in visita alla cattedrale di Sant’Isacco, costruzione davvero faraonica.
Diversa è la sensazione visitando la chiesa eretta nel luogo in cui la zarina fu informata della vittoria Russa sui Turchia a Chesmea. Sito all’epoca sperduto nella taiga, oggi circondato dall’espansione urbana d’epoca bolscevica. Semplice costruzione a righe verticali bianche e rosate che, nello slancio verso l’alto, somiglia a un dolce di pan di zucchero. Un miraggio circondato da palazzi residenziali popolari novecenteschi. E, mi son pure detto, che stesse cercando la zarina in quel luogo sperduto? Forse era a caccia?…
A poca distanza l’una dall’altra – lungo il canale Griboedov che interseca la prospettiva Nevskij – troviamo altre due chiese in cui si riversano frotte di turisti: la cattedrale della Madonna di Kazan (costruita per conservare un’icona mariana ritenuta miracolosa e per celebrare la vittoria su Napoleone con le statue bronzee di due generali),
volutamente, appare come miniatura della chiesa vaticana di San Pietro; mentre la chiesa della “Salvazione sul Sangue versato” è la tipica costruzione barocca Russa coi sui cipolloni multiformi e colorati, simili al San Basilio nella Piazza Rossa di Mosca
. La chiesa, nel nome stesso, ricorda il luogo in cui fu assassinato lo zar Alessandro II nel marzo del 1881, per mano di un terrorista appartenente alla organizzazione “Volontà del popolo”. D’altronde la storia degli zar, nel periodo sanpietroburghese, è costellata da morti cruente, anche per mani sovversive, o avvelenamenti a causa di congiure di palazzo. La cui narrazione s’inserisce perfettamente non solo nella logica del potere d’ogni tempo e d’ogni luogo, ma si carica di specifica drammaticità nella città del Dostoevskij di “Delitto e castigo”. Così come, parlando di edilizia nobiliare, la storia dell’Ermitage rimanda alla passione della corte imperiale per i piaceri dell’arte e della lussuria, in questo caso d’una zarina, che volle costruirsi un romitorio dove intessere le sue numerose passioni carnali lontana dagli sguardi del popolo – da qui il nome Ermitage, sembra avesse una trentina di giovani amanti! – e passioni artistiche, avendo acquisito una ricca collezione d’arte da un mercante che la cedette allo Stato in sconto tributi. E’ evidente, qui, il racconto d’una città invasa da mercanti e avventurieri, persone anche colte, vittime di costose passioni, come il gioco o il corteggiamento femminile in grado di determinare la rovina d’un uomo…
Tornando alle due chiese, sul canale Griboedov, tra di esse, incontriamo un’insolita costruzione in vetro e metallo stile liberty, il palazzo Singer.
Fatto costruire dall’industriale americano produttore delle omonime macchine da cucire Singer, appunto. Oggi sede della più importante libreria cittadina. Sta a significare come la città racconti la sua storia attraverso gli edifici: in mezzo alle due chiese che rappresentano lo splendore e le tragedie della famiglia imperiale, troviamo anch’essa nella mole imponente – culminante in una specie di enorme ditale metallico rovesciato – il nuovo che avanzava, il capitalismo, basato sull’espansione di produzioni seriali di beni d’uso e consumo.
L’identità culturale e politica russa è anche europea?
Certamente sì. Oggetto ricorrente di discussione nella stessa Russia, fin dall’Ottocento, protagonisti intellettuali e uomini politici.
In un libro recente, Vladimir Sorokin allude a La tormenta – Bompiani editore – come “allegoria di una Russia davvero eterna, dove lo spazio è incommensurabile, tale da annullare la volontà degli umani; e in cui i rapporti tra le persone sono improntati alla relazione servo-padrone; anche quando il padrone è un illuminato idealista che vorrebbe salvare l’umanità. Sorokin stesso è un avversario di Putin, un uomo cresciuto nell’ambiente del dissenso degli anni Ottanta” (scrive Wlodek Goldkorn, ne La Repubblica). L’allegoria della tormenta – condivisibile o meno – focalizza un tema centrale riferito a quell’immenso paese. Volutamente ho citato lo scrittore contemporaneo, tra i più pessimisti sul rapporto tra l’uomo russo e il potere, tanto duro – sempre citando il critico letterario Goldkorn ch’ha recensito La tormenta – che “oltrepassa il sociale e approda a una visione apocalittica, senza possibilità di redenzione, dove il Male prevale sempre”, come condizione costante nel tempo, tantoché il cammino raccontato nel libro è verso la catastrofe, lasciando incerta l’ambientazione temporale tra elementi dell’Ottocento e la visione di un futuro di regressione tecnologica.
Ripeto, non sto sposando questa tesi, ma è uno spunto per chi volesse capir meglio l’intreccio russo tra popolo, politici e intellettuali; che a Sorokin, da duecento anni a questa parte, pare immutato: “L’intelligenza russa contemporanea imita quella dell’Ottocento, con la sua fede nell’istruzione del popolo e in un futuro luminoso, anche se nella Russia post sovietica non esiste più il popolo, ma solo una popolazione. E per quanto riguarda l’avvenire luminoso, abbiamo problemi grandissimi” arrivando alla sua conclusione: “Credo nella democrazia in generale, ma, ahimè, non credo in una democrazia russa”.
Affermazione che echeggia la stampa occidentale e in particolare i pregiudizi anglosassoni: “La Russia aggressiva, l’assolutismo di una ‘democrazia controllata’, il riarmo poderoso, un leader che viene dal Kgb, il ritorno all’espansionismo imperiale” così riassunti da Gennaro Sangiuliano in un articolo su Il Sole 24 Ore, recensendo il saggio Russofobia. Mille anni di diffidenza – Teti editore – del giornalista e storico svizzero Guy Mettan.
A questo autore, secondo me, va il merito d’aver indagato sul perché oggi la Russia sia ritenuta un “mix pericoloso”, dei “semieuropei che per un verso o per l’altro appartengono al mondo dell’alterità rispetto all’Europa”, come scrive Cardini nella prefazione al libro. Eppure, un sicuro statista come De Gaulle diceva: “L’Europa va dall’Atlantico agli Urali”. Non dimentichiamo che quella russa è la cultura che ha generato una delle più straordinarie letterature al mondo, capace delle profondità di pensiero di Dostoevskij, Cechov, Tolstoj, Gogol, una cultura fertile in ambito scientifico con grandi fisici e matematici, e grandi sensibilità musicali.
Non solo, lo stesso Alexandr Solzenicyn, ringraziò l’America per avergli offerto asilo e protezione, ma chiarì che la Russia che usciva dalle macerie del comunismo non sarebbe mai potuta diventare una democrazia di tipo occidentale, ma che le soluzioni del dopo Urss andavano trovate nel solco della tradizione del suo grande paese, a partire dal millenario spirito religioso ortodosso. “Infatti – chiosa ancora l’articolista Sangiuliano -, l’esperimento della stagione eltsiniana di trasformare la Russia in una sorta di nuova America finì nel disastro sociale e soprattutto nel saccheggio mafioso delle risorse energetiche”.
“La società occidentale quando la si mette sotto accusa”, scrive ancora Solzenicyn, “essa è univocamente improntata a un rigido sistema di idee convenzionali”. Più che un buffetto mi pare uno schiaffo alla sicumera di tanti mass media che presuppongono la superiorità del sistema democratico occidentale su altre forme di organizzazione politica. Stessa parzialità la troviamo in Occidente a proposito dei giudizi dati sull’intervento russo in Cecenia, ora chi i Ceceni si sono dimostrati i più feroci tagliagole operanti in Siria e in Iraq, in molti oggi riconoscono che Putin ha evitato l’insorgere d’un pericoloso califfato nel Caucaso. Allo stesso modo, va riconsiderata la posizione di Putin che, nel 2003, non volle aderire all’operazione per spodestare Saddam Hussein, giudicandola avventata. Così abbiamo urlato per la distruzione di Palmira, ma poi è toccato ai russi liberarla, come già fecero con il grande tributo di sangue nella lotta al nazismo. Son sempre considerazioni di Gennaro Sangiuliano a proposito del libro dello svizzero Guy Mettan. Il quale, sul referendum in Crimea, scrive: “il fatto che il 95% degli abitanti si sia pronunciato a favore dell’Unione con la Russia non ha avuto alcuna importanza”. I politici occidentali, insomma, stentano a capire che la vecchia dicotomia Est Ovest non esiste più, mentre la vera sfida per la libertà non viene da Est ma forse da Sud.
Il mondo anglosassone è convinto che il perfezionamento dell’umanità debba coincidere con la sua nozione di società, che negli ultimi decenni presenta criticità enormi, con uno svuotamento di valori e l’esaltazione degli eccessi finanziari a danno della produzione dei beni. La Russia ha peculiarità storiche che si perdono nei secoli, a cominciare dalle sue dimensioni, e da ciò bisogna far partire ogni discorso, cercando di capire.
Tornando alla gita a San Pietroburgo, voglio accennare a due personaggi la cui memoria ho incontrato sulle sue strade: Puskin scrittore tra i miei preferiti e Kropotkin del cui pensiero anarchico m’ero innamorato in letture giovanili, oltre che della sua frase famosa a proposito di come deve essere consumato il caffè: “caldo come l’inferno e dolce come l’amore”.
Dostoevskij, in un discorso del 1880, cita Puskin nell’analisi del rapporto tra élite oligarchica e popolo, con quest’ultimo che identifica quello che chiama ceto dell’intelligencjia, che “crede di stare di gran lunga al di sopra del popolo”, responsabile di aver alimentato una “società sradicata, senza terreno” e ne censura il comportamento “svincolato dalla terra del nostro popolo”, affermazioni che, oltre ad essere di stringente attualità, nella difesa di alcuni valori, fa della Russia, con la sua cultura, non solo parte integrante dell’Europa, ma ne rappresenta meglio le radici. Scrive l’autore di Russofobia: “Senza Bisanzio non ci sarebbe stato nessun rinascimento italiano; ma senza Bisanzio e senza la Russia non ci sarebbero state né l’Europa cristiana né la civiltà europea”.
A proposito di Kropotkin, ciabattando per San Pietroburgo, mi sono meravigliato d’aver trovato una via dedicata all’illustre filosofo anarchico, considerando le divergenze tra il suo pensiero e quello marxista che ha caratterizzato la politica russa del Novecento, divergenze sfociate non di rado in veri e propri scontri fisici tra comunisti ed anarchici. Evidentemente, in questa città, si è guardato al contributo politico e filosofico d’un figlio della madre Russia. Sul quale non voglio dilungarmi, tradendo le mie simpatie, ma invito i più curiosi a ricercarne la profondità di pensiero anche solo cliccando il suo nome su internet.
Mi aggiungo alla schiera degli ammiratori di San Pietroburgo
Sia attraverso le sommarie immagini postate su Facebook sia di ritorno a casa, ho incontrato tanti amici anch’essi visitatori entusiasti di questa città. M’è venuto da pensare che il visitatore italiano di San Pietroburgo si lasci andare più volentieri nel raccontare la sua esperienza di viaggio con chi c’è già stato, come fosse una sorta di segreto da conservare con pudore, o, forse, come scappatoia da eventuali discussioni con gente inesperta di questa città, onde evitare la fatica di riferire le impressioni ricevute (non certo semplici da sintetizzare), oppure non volendo perdersi in giustificazioni sul perché e percome uno abbia scelto questa meta.
Superato il primo impatto di mia figlia con questa città, pessimista di trascorrervi una bella vacanza se non altro per le indicazioni stradali scritte in cirillico, il soggiorno, invece, oltre che piacevole s’è rivelato facile.
Come nella metropolitana anche nelle targhette stradali, sotto i nomi in cirillico c’è la versione scritta in caratteri latini, perciò ogni itinerario è fattibile dal centro alla periferia, in ogni ora del giorno, agevolata da una fitta rete di trasporti, oltretutto poco costosa. Come non mancano servizi al turista d’ogni tipo, dalle guide parlanti italiano, ai bancomat, al cibo somministrato nelle versioni culinarie più diverse, da quella locale, alla cucina internazionale, alle etniche… Con qualche titubanza a farlo, per le frequenti delusioni incontrate girando il mondo, se non nella qualità del cibo spesso nei prezzi esosi, ho frequentato il ristorante Mama Roma di gestione italiana, con grande piacere. Di buon gusto sia nell’arredamento, nell’allestimento dei tavoli e con il menù ben eseguito adatto a un pubblico eterogeneo. Anche in questo San Pietroburgo si rivela una città internazionale. In grado di soddisfare infinite curiosità, specialmente nel periodo delle notti bianche, in cui allo spettacolo naturale si aggiungono eventi che si adattano ad ogni gusto…e il clima non è male, come sarebbe da temere a quelle latitudini nordiche. Penso che, nel tempo, questa città guadagnerà sempre più ammiratori che la troveranno accogliente, bella e duratura, non a caso la pietra su cui poggia è il granito.
Gli isolotti su cui è nata San Pietroburgo, detta anche “Venezia del nord”,
avevano la stessa fragile consistenza della più famosa città lagunare. Perciò si rese necessario, specie nei perimetri spondali, usare le stesse tecniche di infissione dei pali alle fondamenta degli edifici, dal momento che la loro struttura era quasi sempre poderosa. Ma ben presto ci si rese conto che era necessario rafforzarne anche i margini, e, quand’era necessario, pure rialzali col granito per impedire l’esondazione del corso della Neva e delle sue diramazioni. Il granito, tra le pietre più resistenti all’erosione del tempo e degli agenti atmosferici, è usato anche nei colonnati, nei monumenti, compresi quelli funebri,… insieme ad altre pregiate pietre dure disseminate nei palazzi nelle chiese e negli spazi urbani, che la impreziosiscono e, al tempo stesso, la rendono stabile.
Giuseppe Franciolini, vescovo di Cortona
La Chiesa offre variegate figure di sacerdoti, vescovi e cardinali. Papa Bergoglio – preferendoli di moralità specchiata, usi al contatto con la gente comune – fronteggia curiali resistenti alla sua visione evangelica pauperista, presi da privilegi e mondanità, se non lussuriosi malversatori di beni destinati al culto e alla carità.
Franciolini, ultimo vescovo cortonese residente nella diocesi, apparteneva ai prelati dal pensiero aristocratico, in graduale riduzione con la fine della monarchia in Italia, e la rinuncia al triregno da parte dei Papi.
Se pure le sue mani robuste rivelassero che, forse, da giovane le usò in lavori faticosi regalandogli una robusta fibra fisica, con cui superò novant’anni con pochi acciacchi.
Dagli anni Trenta agli Ottanta del secolo passato, resse la diocesi distinguendosi per moralità, senso civico, cultura raffinata, vita sobria, destinando propri averi all’incremento del patrimonio artistico cittadino. Il più prestigioso, commissionato a Gino Severini, fu il mosaico sulla facciata a valle della chiesa di san Marco, dedicato all’evangelista – dal leone simbolico, simile a quello dello stemma cittadino -, e le edicole musive della Via crucis che, da via delle Santucce, finiscono nel piazzale di Santa Margherita. Santa a cui fu molto devoto. Raffigurata sullo sfondo del ritratto giovanile di Franciolini. Vescovo arrivato a Cortona da Nocera Umbra, dov’era stato Rettore del seminario. Altro lavoro artistico finanziato dallo stesso è il portale bronzeo sul pavimento della Cattedrale: copertura della cripta dov’è sepolto.
Indole aristocratica – si sosteneva nutrisse simpatie monarchiche – non si distaccò dagli eventi contemporanei: il passaggio del fronte di guerra e il Concilio Vaticano secondo, a cui partecipò in qualità assistente al soglio pontificio.
Al passaggio del fronte, aveva invitato i curati a tenere il diario degli eventi nelle loro parrocchie, e molte di quelle vicende confluirono nella raccolta intitolata Piccola Patria, curata da Pietro Pancrazi. E, da dietro le quinte, autorizzò il giovane don Giovanni Materazzi a partecipare al locale Comitato di Liberazione, in quota Democristiana, e a impegnarsi con altri partiti al riassetto del Comune disastrato.
Franciolini, consapevole della frattura che divise il popolo cristiano per la scomunica dei comunisti (componente massiccia tra i fedeli), dopo rigidità iniziali, negando loro i sacramenti, ammorbidì la linea, consentendo nuovamente l’accesso in chiesa a tutti, comprese le giovani coppie di sposi. (Anche se i fedeli non torneranno in chiesa nella consistenza ante scomunica). Così come introdusse innovazioni suggerite dal Concilio: gli altari rivolti al popolo e la liturgia, canti compresi, in lingua italiana. Invitò alcuni vescovi conciliari a Cortona, favorendo il confronto su quella vicenda storica in corso, come fu col vescovo Pollio, ex missionario in Cina, al quale, durante la prigionia, si disse ch’era stata mozzata la lingua, perciò parlava stentatamente.
Sul pronunciato naso rosso (couperose?) di Franciolini, si mormorava indulgesse in alcoliche libagioni; ma la diceria gli portò bene: visse molto più a lungo di tanti astemi. Altra caratteristica era il suo lento incedere (camminando e parlando) che si tramutava in riti dalla lunghezza esasperante. I fedeli dovettero farsene rassegnata ragione. Specie d’inverno, senza riscaldamento in Duomo, al freddo fino alla fine di cerimonie interminabili. Tempi dilatati negli spostamenti da passi lenti e complessi protocolli, indossando vesti pesanti e preziose che gli donavano un’aura maestosa e surreale. Il suo incedere era complicato dalla vista difettosa. Operato alle cataratte, fu costretto a indossare occhiali dalle spesse lenti che gli ingigantivano i bulbi oculari, sbrigliando fantasie giovanili sul personaggio regale, quanto buffo a vedersi.
Al rigore del Vescovo nel seguire pontificali tradizionali, corrispondeva altrettanto scrupolo nell’interpretazione dottrinale. Ne fui testimone in Cattedrale, genuflesso in fila con altri in attesa della cresima: segno della croce con olio sulla fronte, fasciato da un laccetto bianco, e un buffetto dato nella guancia al neosoldatino della fede. Franciolini stava negando la cresima a un bambino il cui nome non appariva nel martirologio cattolico. Mi pare che il vicino si chiamasse Renzo, privo di santo corrispettivo. Gli assistenti si affannavano a far considerare Renzo diminutivo di Lorenzo, ma il Vescovo insisteva: quel ragazzo era da ribattezzare… Non ricordo l’esito della disputa, preoccupato per quel che mi stava capitando. Gli adulti s’erano divertiti a intimorirmi con la storia della fascia in fronte, che avrebbe coperto la ferita inflitta dal Vescovo con un chiodo! Ne dubitavo… però avevo la strizza.
Anche in cerimonie laiche, si temeva la lunghezza della chiacchiera del Vescovo, che, però, non era banale né fuori tema, ricca di spunti culturali ed esperienza. Mecenate, umanista, spiccata sensibilità artistica e poetica, espressa pure nella sua “Ghirlandetta Cortonese”: elegia d’un mondo religioso giocondo, d’una innocenza quasi infantile.
L’ultimo incontro con Franciolini a pranzo, in occasione dei suoi novant’anni. Finito il desinare, chiesi il permesso d’accendere il sigaro. Che il buon Vescovo accordò, verseggiando: “Io non fumo, ma volentieri sumo l’altrui fumo!” Gli piacevano giochi di parole. Come quella mattina – in visita alle aule scolastiche del seminario – udito un “Bischero!” urlato tra ragazzi, lemme lemme, s’avvicinò loro dicendo: “Bischero è una parola che, derivando dal latino, possiamo scomporre in bis carus due volte caro. Di per sé affettuosa. Però con quel tono v’invito a non usarla!”. Il monito pedagogico, mite e raffinato, cadde presto nel dimenticatoio, anche se i discoli non scordarono quella ed altre lezioni di calembour, impartite dal vescovo e dagli insegnati preti. Saranno state pure arguzie pretesche, ma c’è un detto: dalla scuola dei preti non escono bischeri! Appunto.
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IL RUOLO DELLE DONNE nell’attuale cambiamento politico
Non è certo soltanto questione di genere a determinare cambi di marcia in politica, specie quando i compiti assegnati son di perseguire danni al paese, e, aggiungiamo pure, al proprio partito, com’è stato ad esempio il caso della ministra Boschi, sulla vicenda della banche o sulla riforma costituzionale nell’asse Napolitano – Verdini. Qui infatti alla base dei compiti assegnati c’erano disegni politici ben precisi: l’obiettivo del Partito della Nazione e fregarsene dei risparmiatori a vantaggio delle banche… Però nei casi in cui si tratta di realizzare idee e investire proprie energie intellettuali e fisiche, le donne stanno dimostrando una marcia in più, anche di fronte a missioni all’apparenza impossibili, come governare città dai bilanci, e non solo, disastrati, come nel caso di Roma e Torino. Gli elettori più facilmente accordano la fiducia alle donne. Che non si presentano come salvatrici della patria o persone sole al comando, ma capaci di innescare circuiti virtuosi di partecipazione e di discussioni nel merito dei problemi, ottenendo la fiducia degli elettori sempre meno portati alla credulità partigiana, mentre invece son convinti più dalle qualità umane.
Bisogna pur aggiungere che alle donne che arrivano a ruoli di leadership senza particolari “protezioni” vengono richiesti impegno e qualità di gran lunga superiori a quelli dei maschi. Così in politica come nel lavoro. Senza dimenticare la positiva esperienza da tanto tempo in essere nei paesi del nord Europa, dove si trova una gran quantità di positive esperienze femminili a capo dei Comuni, delle Regioni, o degli Stati.
Aggiungerei pure un’altra differenza, nell’attuale agone politico, tra chi vuol raggiungere i propri obiettivi attraverso prove muscolari (Renzi e Salvini, pur nelle loro diversità) tipica di atteggiamenti maschili, e chi invece si spende nell’uso del convincimento e delle buone relazioni coi cittadini e, in questo, mi pare che le donne si siano dimostrate molto più capaci, pensiamo, a Roma, alla Raggi in un campo e alla Meloni in campo avverso.
Non sta a me riconoscerlo che traversiamo un momento difficile, di grandi problemi occupazionali, migratori, economici (aumento delle povertà), finanziari (il dubbio che i soldi in banca possano d’improvviso volatilizzare), mundialismi (qui l’elenco sarebbe lunghissimo: dalle guerre con le bombe, alle guerre commerciali, alle dislocazioni produttive, agli inquinamenti d’ogni genere: alimentari, atmosferici, terrestri…; alla depredazione di territori e materie prime da parte delle multinazionali e via discorrendo). In tal contesto, le elezioni comunali, pur nella sua contenuta rilevanza, hanno dato anch’esse segnali della inquietudine che pervade i cittadini italiani, alla ricerca di nuovo personale politico, più concreto, meno avulso dai problemi reali di una comunità, piccola o grande che sia. Spero che di tutto ciò la politica qualcosa abbia capito, anche se non ne son tanto convinto, perché, dalle prime reazioni, mi pare si seguiti la solita solfa. Invece sarebbe proprio il caso di “ridare un’anima” alla politica d’ogni parte, sull’esempio che ho portato delle donne. Scomparse o quasi le identità “ideologiche”, si dia mano a un nuovo modo di cercare il consenso politico: su obiettivi chiari e comprensibili alla gente, avvalendosi di analisi serie sui contesti e sugli interessi in ballo da difendere e perseguire. Se poi saranno ricette di destra, sinistra, centro, non mi pare più tanto il caso di accapigliarsi, mentre è fondamentale far chiarezza sugli interessi che stiano realmente a cuore a questa o quella forza politica. Questo mi pare il miglior modo con cui rispettare un mandato politico e i cittadini che lo sostengono. Oggi non mi pare che sia così. Vedo una gran confusione. Nata col primo governo Letta, proseguita e accentuata da Renzi, dando luogo a un minestrone politico in cui non si capisce più niente. Il PD, andato alle elezioni con un’alleanza di sinistra, fa il governo con il centrodestra, che a sua volta si spacca…poi si ricompone qua e là alle elezioni regionali…fino al “trapianto” di Verdini in maggioranza…ma non era il Tigellino di Berlusconi? Bah.
Certi militanti di sinistra – oltre a sentirsi messi con le spalle al muro dalle politiche di Renzi antipopolari e “riformatrici” di dubbia natura di sinistra, su cui però son sempre pronti a sospendere il giudizio in attesa di tempi più opportuni (quali?) – pretendono, con accanimento, di far le bucce al Movimento 5 stelle, aggregandosi al coro mediatico pressoché unanime che non aspetta che i loro scivoloni, che ci sono, ma d’una rilevanza oserei dire simili alla parabola di chi vede la pagliuzza degli altri e non la propria trave sull’occhio…e, comunque sia, si tratta di un esperimento politico che non può che far migliore un’aria politica piuttosto ammorbata da scandali, malgoverni, ecc. ecc.
Quando studiavo scienze organizzative, veniva insegnato che ogni azienda dovrebbe pagare bene il problematico, che è una risorsa positiva per l’azienda. Traslitterando l’esempio in politica, quante cose proposte dal M5s sarebbero utili al paese? e non si fanno con le scuse più varie, contrastando le proposte non nel merito ma sbeffeggiandole come folcloristiche o insostenibili… Dalla legge sulla prescrizione, al taglio delle indennità parlamentari e dirigenziali, alla riduzione delle pensioni d’oro, al credito per le piccole imprese, alla riduzione del numero dei parlamentari…in tutto ciò non vedo richieste di sangue, caso mai un processo di ottimizzazione delle risorse disponibili, facendo un po’ di giustizia tra i pensionati al minimo e i disoccupati, avviando buone pratiche amministrative contro sprechi e malversazioni… Insomma, che il sistema politico così com’è stato fino ad oggi non è più sostenibile, mi pare sia riconosciuto da tutti. E non bastano più i pannicelli caldi del taglio delle Province, creando non risparmi ma confusione e accumulo nelle Regioni di competenze gestite da Nord a Sud del paese in pochi casi virtuosamente, ma nella gran parte in modo dispersivo di risorse e soprattutto inefficaci…di sicuro in contrato col principio costituzionale della sussidiarietà. Che prevede l’attribuzione delle competenze statali sul territorio all’ente più vicino ai cittadini, che non è certo la Regione.
Perciò faccio, prima di tutti a me stesso, un invito a dar fiducia anche in politica alle donne. Qui non si tratta di quote rosa, dentro cui entrerebbero di sicuro persone allineate e coperte, ma di premiare finalmente capacità e merito, merce rara e preziosa.
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ANTONIO DI MAIO, camorrista al “soggiorno obbligato” nel territorio cortonese
Da sindaco di Cortona, ogni giorno si presentavano vari problemi. Magari simili tra loro, ma spesso in nuove varianti e imprevisti. Dopo un po’, acquisivi la bussola per trovare una soluzione anche a questioni insolite. Come fu affrontare la decisione di un organo giudiziario napoletano che obbligava “al confino” a Mercatale (questa era esattamente la località scelta) del camorrista Antonio Di Maio.
La macchina comunale, all’arrivo dell’ordinanza, entrò in fibrillazione, ma la responsabilità maggiore cadde sul sindaco, il sottoscritto. Che avrebbe dovuto, in quattro e quattr’otto, procurargli una dimora, per un lungo periodo. Se ben ricordo, per circa tre anni. La prima reazione fu politica: com’era stato possibile individuare la pacifica comunità mercatalese a luogo di confino? Ponemmo il quesito a parlamentari, al prefetto e ad ogni altra autorità alla nostra portata. Oltretutto, le norme in materia stabilivano che i luoghi deputati al confino dovevano essere piccoli comuni, mi pare, inferiori a tremila abitanti. Ma anche questo motivo, che ci pareva decisivo per smontare quella decisione, fu respinto al mittente.
Finché – nel bel mezzo dell’arzigogolarci su questioni giuridiche e sulla inopportunità sociale nel turbare una collettività con tale intrusione – un pomeriggio fummo chiamati d’urgenza dal Maresciallo di Mercatale: il Di Maio era già in caserma. Il Comune dove aveva deciso di allocarlo?
La piazza antistante la caserma brulicava di gente, in gran parte curiosi frementi di indignazione, sollecitati alla rivolta da capipopolo locali; schiera rafforzata nella circostanza anche da personaggi sopraggiunti dal vicino comune di Lisciano Niccone. Tra cui ne ricordo uno, noto imprenditore, tra i più sguaiati e indignati nel lanciare invettive contro tutti. (Anni dopo, misteriosamente assassinato nelle sperdute isole Vanuatu in Oceano Pacifico. Ci sarà stata qualche attinenza tra quell’omicidio e il “nostro” camorrista? Non si sa. Qui non è il caso di dilungarsi, ma nel seguito del racconto si capirà il senso del mio interrogativo. Da lacunose notizie, lo sfortunato, laggiù, si occupava di costruzioni edilizie, mentre a Lisciano si occupava d’altro).
Al sopraggiungere del tramonto fu trovata la soluzione che, pur nello scontento generale, fu accettata come la meno peggio: entro pochi giorni il Comune avrebbe destinato a Di Maio un ex edificio scolastico, fuori dal paese; nel frattempo, un ristorante e una pensione l’avrebbero “parcheggiato”.
La trattativa fu pittoresca, e, per fortuna, proficua. Infatti, nella confusione generale della piazza, intervennero: il Camorrista e i suoi Compari – che l’avevano accompagnato in automobile -, il Maresciallo, i Consiglieri di Circoscrizione, i Titolari della pensione e del ristorante, il Prete, i Capipopolo,… Sindaco e Assessore .
Di Maio fece la sua parte conciliante. Convinto che da quella destinazione nessuna autorità l’avrebbe sottratto, fece del suo meglio nel palesare qualità umane.
Moretto, statura bassa, faccia serena, con un rotolo di bigliettoni che ogni tanto toglieva di tasca, a dimostrare ch’era in grado di sostenersi, non dico che alla fine si era conquistata la simpatia della piazza, comunque ne aveva sopite le asprezze.
Senza dubbio, fu lo spettacolo teatrale en plain aire tra i più intriganti a cui abbia mai partecipato bassa. Senza regia, numerosi personaggi, con l’unico canovaccio: trovare casa al camorrista confinato in un angolo di Toscana incuneato nel territorio umbro.
Ci congedammo lasciando acque forse torbide, per lo meno non più agitate, nel timore di qualche sorpresa. Avevamo dato la parola: in tempi rapidi l’edificio scolastico sarebbe stato reso disponibile, e così fu; come fu efficace l’Assessore ai servizi sociali che si offrì di intervenire per ogni evenienza … Le questioni si stavano appianando, asseriva l’Assessore, che trovavo sempre ottimista. Di Maio si dimostrava socievole. Specie gli arringa popolo, erano i suoi abituali compagni di interminabili partite a carte e bisbocce. Anche se coi locandieri non era stato tanto di manica larga, com’era lecito supporre, invece tra i “compagni di merende” conquistava amicizie. Stanco della vita di paese, lo stesso Assessore s’incaricava di portarlo a Cortona per qualche ora, col permesso del Maresciallo. Il Di Maio s’era sdebitato con l’Assessore invitandolo nella scuola-casa (sia pure coi servizi igienici adatti ai bambini, su cui Di Maio rideva divertito) per un pranzo luculliano. Un cuoco campano era giunto a cucinare una discreta quantità di pesce fresco del Tirreno.
Di Maio, dalla vita intrecciata con la criminalità organizzata, preoccupato per il futuro dei figli, immaginava per loro una vita svincolata dal malaffare. Al piccolo, insegnava la risposta alla domanda: che mestiere fa tuo padre? “O ferraro” Il fabbro.
Visto suo padre vivacchiare stentatamente, avendo da mantenere uno stuolo di figli, Di Maio un giorno era salito nell’ufficio del sindaco del suo paese e, pistola in mano, aveva chiesto la concessione del servizio di nettezza urbana. Senza fiatare, gli fu subito assegnato. Da lì iniziò il suo percorso da camorrista. Finito tragicamente, poco dopo il soggiorno a Mercatale. Convocato in tribunale come testimone, sapendo d’essere nel mirino d’una cosca, invece di usare la propria vettura chiese un passaggio ad un giovane studente. Furono ambedue abbattuti a colpi d’arma da fuoco.
Di Maio capiva presto tra i suoi interlocutori quali fossero le persone aliene al suo mondo e chi, al contrario, sarebbe stato un potenziale camorrista o persona disposta ad entrare in affari con la criminalità. Tanto che, conversando con una persona perbene, gli offrì un suggerimento: non accettare mai l’aiuto di una organizzazione criminale, perché i soldi non ti mancheranno, ma arriverà un giorno in cui qualcuno ti dirà: questa roba non è più tua, ma nostra!… Lasciando immaginare la fine di chi si fosse rifiutato a cedere…
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PIETRO ZUCCHINI, “PIETRONE”, sanguigno costruttore dal lessico fantasioso
Le strette di mano di Pietro erano inquietanti morse, possenti e callose. Lo sguardo diritto, impiantato nel suo massiccio sanguigno capoccione (con cui, per scommessa, ci spaccava un mattone!) poggiava sul collo tozzo d’un fisico tarchiato. Allenato fin da piccolo a carichi pesanti, prima in lavori rurali e poi in edilizia, sollevando pietre, ferro, cemento, mattoni, tavelle, sanitari, piastrelle,…, tutto in fretta e con destrezza. Quella forza fisica esplosiva sorreggeva pari cocciutaggine nel cimare le costruzioni. Esempio classico di persona che sprizza energia da ogni poro.
Nel dopoguerra cortonese, molti s’impegnarono in edilizia. Sospinta da un boom epocale, raccoglieva manodopera proveniente in gran parte dai lavori agricoli. Muratori si diventava facendo la gavetta partendo da manovali, a forza di braccia badile piccone e martello… mescolando rena e cemento, tirando corde appese alla carrucola con cui si spostavano in alto i carichi di materiali. Esposti al vento, al freddo, al sole,…, indifferentemente, il lavoro doveva essere ultimato.
I ragazzi più svegli, rubando cogli occhi e seguendo i consigli di maestri muratori, salivano nella gerarchia professionale. Alcuni, come Pietro, divennero imprenditori, formandosi a una scuola faticosa e spesso inclemente, estrema, a cielo aperto.
La ditta di Pietro crebbe al punto d’impegnarsi con successo pure in opere pubbliche, come la costruzione di nuove scuole a Camucia. E non c’era da meravigliarsi se alcuni capomastri come lui, raggiunto il ruolo da titolari d’impresa, mantennero la passione politica nel PCI. Il partito era come una fede cementante, derivata anche dall’avversione al padronato e al fascismo, in certe zone rurali. Un fratello di Pietro, per contrasti simili, dové emigrare in Argentina.
Fede politica tradotta in attivismo, fino all’impegno in Consiglio comunale. Gli eletti in Comune – attore principale nella pianificazione urbanistica – svolgevano perciò ruoli decisionali nello sviluppo edilizio, materia viva per Pietro che seguiva con passione, specie se riferita a Terontola o a frazioni viciniori, di cui era tra i portavoce.
Altra caratteristica di Pietro era l’uso d’un linguaggio che a lui appariva forbito, però, involontariamente in più circostanze, l’avrebbe esposto a espressioni colorite e comiche. Come accadde nella riunione in cui il Sindaco fu invitato a Terontola per promuovere una nuova area di insediamenti produttivi, prossima all’uscita della superstrada Bettolle-Perugia. Ovvio, tra i presenti, i più interessati erano i proprietari terrieri. Quando l’architetto Danilo Grifoni, consulente comunale, intuì che tra costoro figurava anche Pietro, pensò di avviare un sondaggio, per farsi un’idea sulle potenzialità dell’area, porgendo la domanda: “Pietro, se il Comune rendesse il tuo terreno edificabile, che ci faresti?” Senz’esitazione, Pietro rispose: “Le orge!”
Dopo uno scoppio generalizzato di risa, fu chiarito che Pietro aveva intenzione di costruire un capannone per deposito materiali della sua impresa, restando negli astanti il mistero di come fosse sfuggita quella fantasiosa associazione tra le orge e un deposito di attrezzi… ma, conoscendolo, non sorprendeva, casomai, divertiva.
Infatti, a Terontola, erano memorabili altre sue uscite spassose.
Durante una riunione di partito, Pietro, incaricato di giustificare l’assenza d’un fedele compagno del Farinaio, esordì: “Il compagno R…. è assente! perché caduto di bicicletta, causa cane, e ne avrà di gran lunga e sostanziale!…” Nell’altra occasione, in cui si valutava l’efficacia del Sindaco e della Giunta Comunale in carica, Pietro ebbe a dire: “Il Sindaco è una donnicciola!… Molto promettevole, ma poco realizzabile!” Non, certo, un giudizio lusinghiero.
Personaggi come Pietro furono protagonisti della nuova Cortona, l’attuale. Anche se poco scolarizzati e con esperienze limitate al lavoro nei campi, si adattarono al nuovo contesto economico molto più dinamico del passato, dando contributi di sagacia e determinazione, lasciandosi dietro scie di simpatici ricordi. Fu questo sostrato ex mezzadrile, studiato da sociologi ed economisti, tra i fondamenti del prodigioso sviluppo economico italiano postbellico, nel Centro e Nord Italia.
La mentalità familiare positiva, frugale, cooperativa e la determinazione tipica contadina nel raggiungere obiettivi produttivi, riversandosi nelle molteplici attività manifatturiere, fecero sorgere quel “miracolo economico” di imprese che vennero a studiare da più parti del mondo, per capirne i meccanismi sottesi. Senza indulgere in banalità, potremmo dire che tra i tanti motti popolari che spiegano la mentalità contadina, c’era: “ Chi non ha testa, ha gambe!” Di riffe o di raffe, l’obiettivo andava raggiunto a qualsiasi prezzo, anche di sacrifici. A tal proposito, l’architetto Grifoni – incaricato dal Comune di seguire i lavori del nuovo plesso scolastico di Camucia – durante un sopraluogo in cantiere, raccontava l’impressione ch’ebbe dello straordinario spirito combattivo visto in faccia a Pietro Zucchini, allorché, lavorando alle fondazioni, impantanato da capo a piedi nel fango dell’area in quel momento molto umida, egli s’ergeva erculeo nel groviglio di avversità senza scoramento…i lavori sarebbero proceduti ad ogni costo!
Per la cronaca, la costruzione che Pietro intendeva destinare alle “orge”, attualmente, ospita un importante centro diagnostico medico. Ma fu chiaro fin dall’inizio che intendesse realizzare un immobile industriale, facendoci divertire un sacco. Mentre, paradossalmente, quel che ai tempi di Pietro fu costruito come edificio di culto religioso – alla Cima Gosparini, non lontano da Terontola -, che molti scherzosamente definirono il “lancia cristi”, per la presenza d’un fabbricato simile a un razzo in posizione di decollo (sarà stato una specie di campanile?), oggi pare accolga scambi di coppie, qualcosa molto simile alle orge.
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Il commento di Claudio Santori al libro “Tutti dormono sulla collina di Dardano”
Innanzi tutto lasciatemi dire che sono sempre felice di trovarmi a Cortona dove mi sento a casa perché qui ho tanti amici e perché qui, proprio all’inizio della mia carriera, ho trascorso un periodo indimenticabile della mia vita insegnando latino e greco nel Liceo Classico che, già Benedetti, era appena passato fra le braccia del Petrarca di Arezzo. Qui mi sono barcamenato fra due personaggi ormai appartenenti alla leggenda: ad Arezzo don Martini e qui il suo vicario Oreste Cozzi Lepri dal quale ho imparato moltissime cose che si devono fare quando si dirige una scuola e anche qualcuna che non si dovrebbe fare per regolamento, ma che è imposta dal buon senso e dalle regole non scritte del saper stare al mondo!| E lasciatemi subito ringraziare Giuseppe Calosci, il più antico ed inossidabile degli amici cortonesi, col quale ho l’onore di collaborare ormai da una vita.
Quanto tenesse a questa manifestazione è dimostrato dalla locandina che ha stampato e mi ha inviato per corriere: c’è il mio nome a caratteri di scatola e sotto, molto più in piccolo ci sono i nomi degli autori. Un po’ come succede in certe locandine di spettacoli operistici: c’è scritto La Traviata di Giuseppe Verdi, piccolo piccolo, e sotto il nome del Pinco pallino direttore d’orchestra grosso come una casa. Ma così va il mondo.
Ed eccomi dunque a presentare due libri che, peraltro, stanno bene insieme perché sono due facce della stessa medaglia, e la medaglia in questione è Cortona con tutti i cortonesi, doc e meno doc, dentro. Ne è garante, fra le altre cose il giornale L’Etruria -un foglio che più cortonese non potrebbe essere- col quale entrambi gli autori hanno in comune la pubblicazione a puntate. Due libri che scopertamente si rifanno a precedenti letterari mitici: il libro di Fabilli, Tutti dormono nella collina di Dardano all’Antologia di Spoon River e quello di Brini, con richiamo più sottile e meno individuabile a prima vista a James Joyce: Gente di Cortona che fa venire subito in mente il celeberrimo Gente di Dublino!
Del libro di Fabilli ho avuto l’onore di essere espressamente richiesto della prefazione, inoltre con l’Autore ho un consolidato feeling fin da quando lessi con interesse il suo affresco parietale Chi lavora fa la gobba e chi ‘n lavora fa la robba e lo presentai con entusiasmo nella Sala dei Grandi in Provincia. Allora mi ritrovai in piena sintonia perché lui parlava di contadini che conosceva bene dalla parte dei contadini, mentre io leggendo quelle pagine ritrovavo me stesso ragazzino e conoscitore io pure della vita dei contadini, ma stando dall’altra parte, da quella del padrone. Perché i mei avevano delle terre e il mio babbo una volta in pensione come maresciallo dei Carabinieri era divenuto a tutti gli effetti fattore: ricordo un nostro contadino, persona di animo gentile che mi coccolava sempre e mi chiamava “signorino”, cosa che mi mandava in bestia, ma non potevo farci niente. Meno male che a un certo momento il babbo vendette tutto e così non fui più signorino! Proprio aprendo il suo libro sui cortonesi dormienti il Fabilli rammenta i suoi trascorsi:
“Dopo aver indugiato sulla storia Cortonese novecentesca, parteggiando per contadini e mezzadri, ho tentato l’azzardo di tratteggiare personaggi del passato in forma narrativa. All’apparenza, compito più semplice passando dall’oggettività storica – quantomeno nelle intenzioni e nel metodo – alla libertà soggettiva del racconto”.
“Il ventaglio umano del passato impresso nel mio immaginario, sottoposto a un’operazione affettiva e liberatoria ha provocato il riaffiorare, allo stesso tempo, tipi “anonimi” insieme a quanti appartennero alla “mitologia” popolare, nel territorio dell’antica cittadina. Espressioni degli infiniti percorsi di vita: nobili, popolani, artisti, intellettuali, perdigiorno, artigiani, ubriaconi, preti,…iscritti nel mosaico antropologico della Città e del suo vasto territorio, finché non si son dispersi nel nulla, accomunati dallo stesso destino”.
Ed ecco infatti che il libro, mettendo da parte ogni velleità storico-sociale, vira verso il bozzetto intinto di amarcord mescolando biografie e storie vere spesso ai limiti del grottesco e divertenti sempre, quanto lo possono essere vizi, vizietti, tic e manie, ma anche buone azioni e sacrifici afferenti alla gente comune, quella con cui -nella seconda metà del secolo scorso molto più di oggi- si veniva a contatto al bar, dal barbiere, al mercato e per la strada. A parte i soggetti, di cui dirò subito, il libro si legge tutto d’un fiato per lo stile, semplice, ma non semplicistico, a volte quasi telegrafico, asciutto, essenziale che a me -classicista per vocazione e per mestiere- ha ricordato la maniera degli antichi prosatori atticisti: frasi brevi, con punti fermi continui che riproducono efficacemente il ritmo, il colore e la spontaneità del parlato: notavo nella prefazione che, anche se opportunamente addomesticato, perfino un “moccolo”, che tratteggia il colore locale con un’efficacia impossibile a raggiungersi con gli strumenti del linguaggi letterario!
Ferruccio ne ha naturalmente piena consapevolezza, tanto è vero che scrive:
“Non è una rassegna di eroi, né di figure tragiche, ma di gente comune di cui racconto fatti ordinari, nel breve spazio di due cartelle dattiloscritte…La compressione in due cartelle per scelta editoriale (concordata col periodico L’Etruria intenzionato a pubblicare una figura al mese) m’ha obbligato all’esercizio di sintesi estrema”.
E aggiunge, a ribadire il concetto, in caso qualcuno non l’avesse capito:
“In questi frammenti esistenziali, condivisi in parte dall’umanità, il difetto dell’estrema sintesi è compensato da ciò che Hamlin Garland definì “veritismo”[1]. Un vero che auspico non generi ostilità a causa dell’intromissione nella vita di congiunti defunti, avvenuta – lo sottolineo – sempre con affetto”.
Non mi risulta che abbia ricevuto minacce o querele, a testimonianza del ben noto senso dell’umorismo tanto diffuso nelle Chiane, come dimostra un detto ricorrente dal Tegoleto al Chiucio: è meglio perdere un amico che una battuta!
L’amico Ferruccio, con questa sua ultima fatica, passa disinvoltamente dall’affresco parietale degli intriganti saggi a sfondo economico-sociale e storico al quadro a olio, anzi all’acquerello del bozzetto, come dicevo appunto proprio in apertura di questa chiacchierata, venendo così a far parte, sia pure col cappello in mano e a capo basso, della schiera ove sono, fra gli altri, il Fucini, il Panzacchi e perfino il più illustre dei suoi conterranei: Corrado Pavolini. Non si commetta l’errore di credere che scrivere bozzetti sia più facile che scriver saggi e romanzi perché il bozzetto esige la sintesi, la capacità di condensare un messaggio in poche righe che mantengano desto l’interesse: il Fabilli ha superato la prova alla grande partendo proprio dall’idea geniale: dare un contraltare -casereccio e in sedicesimo, ma non per questo meno intrigante- all’Antologia di Spoon River, uno dei libri che abbiamo tutti più letto e mitizzato fin dall’adolescenza!
Alla collina d’oltre oceano si sostituisce, con spiritosa ironia, la collina … di Dardano. Ora voi sapete tutti chi è Dardano: il mitico fondatore di Cortona. E il bello è che costui, dopo aver fondato Cortona, si recò sulla costa dell’Asia Minor e fondò un’altra città: nientemeno che Ilio, o Troia che dir si voglia, per cui a Cortona è venuto e rimasto l’altisonante titolo di “Mamma di Troia e nonna di Roma”! Mettere sotto la tutela di due mitologie, una classica e una moderna, il vissuto casereccio di tutti i giorni è un’idea assolutamente geniale che dà una pennellata di grottesco al ribobolo di personaggi dalle grandi mangiate e dalle grandi bevute, personaggi lavoratori e nulla facenti, innocui chiacchieroni e all’occorrenza bestemmiatori.
Scrivevo nella prefazione al libro -e non saprei dir meglio qui ora- che nei camei di Fabilli il divertissement assoluto si mescola inestricabilmente alla vita vissuta con il suo intreccio di drammi e di farse nello sfondo di un mito incombente ed onnipresente: il vecchio P.C.I., icona, vademecum e terra promessa di tutti, ivi compreso lo scafato e disincantato Autore (che, non dimentichiamolo, di Cortona è stato sindaco).
E il bello è che i personaggi sono tutti (o quasi) assolutamente veri, annidati nella memoria dell’Autore con i loro gesti, tic, manie e frasario caratteristico. E non solo in quella dell’Autore, e qui viene il bello perché i lettori cortonesi troveranno nel libro un valore aggiunto quando vedranno uscire icasticamente dalle pagine personaggi che hanno conosciuto e che avevano archiviato; quando rivivranno sensazioni, pensieri e giudizi. Ma il divertimento è garantito anche per i non cortonesi perché i personaggi e le vicende di questa straordinaria “corte dei miracoli” sono di tutti i tempi e di tutti i luoghi.
In quale città o paese non c’è -e non c’è stato- un boss sui generis della cultura come l’ineffabile Oreste Cozzi Lepri che ebbi, come ripeto, insieme con il non meno ineffabile don Nicola Fruscoloni (che, sia detto en passant, mi attaccò il vizio mai più dismesso del mezzo toscano!) fra i primi maestri di vita al tempo del mio apprendistato scolastico cortonese? E che dire di Alessandro, conte, sindaco e contadino?
“Schierato tra laici e progressisti, se pure temuto e rispettato, non era visto di buon occhio dagli altri agrari, in prevalenza, divisi tra nostalgici postfascisti, simpatizzanti democristiani o liberali. Quella scelta di campo indispettiva molti benpensanti, che la consideravano incongrua rispetto al blasone raccontato dalla lapide affissa nello splendido palazzo in Città, di proprietà familiare. Il suo casato risultava dalla fusione tra due rami nobiliari storicamente in contrasto: i Mastai Ferretti, parenti di papa Pio IX – quello della Legge delle guarentigie (1871), duro a cedere il potere temporale su Roma al nascente Stato Italiano – , e i Colonnesi, tra i quali l’avo Sciarra Colonna passò alla storia per lo “schiaffo di Anagni”, dato a un Papa”.
“Per Alessandro, anticlericale, la simpatia dichiarata era a favore del ramo Colonna. Tanto convinto che divenne di dominio pubblico il suo gesto clamoroso, in occasione dell’agonia di papa Giovanni XXIII. Erano i giorni in cui la televisione trasmetteva senza tregua notizie sulle condizioni del popolare Papa morente, e inevitabilmente, accendendo il televisore, ogni giorno, capitava al Conte di assistere alle solite scene trasmesse dal Vaticano. Finché, spazientito, prese la pistola e sparò al televisore mandandolo in mille pezzi! Non si trattò d’intolleranza verso l’uomo sofferente, bensì di ripulsa verso l’insistito spettacolo d’un evento comune a ogni mortale”.
E degli altri suoi involontari compagni di cordata? Un campionario di varia umanità, tanto varia da ingenerare qualche volta il maligno sospetto che ci sia stata qua e là l’inserzione di zeppe e ornamenti di fantasia, ma è cosa che l’Autore negherebbe anche con la pistola alla tempia! Che dire per esempio del caso del prete talmente rubizzo, diciamo così, da meritare il soprannome di don Biétela?
“Com’è naturale, l’efficienza sessuale provoca quotidiane “tentazioni”… Forse certi eroici prelati saranno riusciti a mortificare la carne, ma circolano un sacco di storie boccaccesche sulle incontinenze sessuali dei parroci passati e presenti, come non son da meno, del resto, le scappatelle delle monache. Se ai bene pendentes aggiungiamo dimensioni dell’attrezzo correlato tali da far appellare il portatore: Don Biétela (da bietola: fittone brozzoloso), la miscela è sessualmente esplosiva. Don Biétela, bell’uomo, robusto, sportivo, appassionato di motociclette veloci tanto da esserci caduto, sbattendo il cranio su un colonnino di pietra. Rimasto in pericolo di vita, si salvò – si disse – grazie alla zucca d’acciaio. Il suo “sventra papere” era così famoso e ricercato tra le donne da indurre in tentazione persino una zitellona in odore di castità la quale, non avvezza a certe dimensioni del pene, ne rimase ferita in uno spicciativo intervento emorroidario praticatole da don Biétela. (Il fatto scandaloso destò le ire dello zio prete della vittima, decano del Capitolo diocesano). Quando l’infortunata giunse al pronto soccorso a riparare lo sbrego, i maligni misero in giro lo sberleffo: “Don Biétela s’è messo a fa’ concorrenza al professor Baldelli!”. Pure lui rettificava sfinteri anali, ma col bisturi e in anestesia.
L’incidente ampliò la fama di don Biétela, mentre l’infortunata perpetua, seguitò a servirlo… in perpetuo”.
E non poteva mancare Farfallino, di cui naturalmente si è occupato anche il Brini, un mito in terra di Cortona, il gazzettiere che riversò ne L’Etruria oltre mezzo secolo di cronache e saghe:
“Entrava in scena quasi in punta di piedi, dardeggiando uno sguardo inconfondibile. Occhi vispi e intelligenti, dal taglio simile a un orientale. Abbracciava l’insieme, cercava i dettagli, si soffermava sul focus, quasi simultaneamente. La prima volta, lo vidi entrare nel presbiterio del Duomo di Cortona a cerimonia avviata. (Ragazzino partecipavo alle Messe solenni nel coro delle voci bianche). Qualcuno più grande disse che anche lui era stato seminarista. Si soffermò giusto il tempo per mandare a mente quel che gli interessava, dileguandosi poi furtivo com’era entrato. Era Raimondo Bistacci, cronista cittadino.
Piccolo di statura, calvo, elegante, mezzo sigaro Toscano tra le dita, indossava il farfallino. Da qui il soprannome. A cui teneva talmente da intitolarci una rubrica: “Farfallino in giro per il territorio cortonese”, e usarlo come firma sotto certi articoli.
Ancor giovane, aveva ereditato il periodico L’Etruria, unico superstite cortonese di “altri 16 giornali che oggi dormono il sonno della morte”, scrisse spegnendo le 78 candeline di compleanno del “suo giornale”, nell’aprile del 1970. Mentre lui ne compiva 81. Mirabile a dirsi, anche quel numero celebrativo aveva lo stesso slancio degli anni migliori. Senza eredi, era preoccupato per il futuro della sua creatura a stampa, della quale era stato: Gerente, Direttore, Amministratore e Redattore. Sorta di missionario laico, a tempo pieno, dell’informazione. Avendole dedicato tutto quanto era nelle sue disponibilità: soldi, tempo, affetti,… Una vita – all’apparenza – grama, passata dietro al vecchio torchio, usando caratteri di piombo sciolti (i Bodoni) elegantissimi ma consunti, e a racimolar soldi (spesso scarsi) per l’acquisto della carta. Impegno che gli aveva reso popolarità e simpatie anche fuori dal cortonese, pure in ambienti colti. Gli avevano fatto visita Benedetto Croce, Curzio Malaparte, Enzo Tortora”.
Può aver enfatizzato qualcosa, ma a tutti i suoi tipi, tipetti e tipacci egli guarda con ironia, ma senza sarcasmo: anzi, direi, con affettuosa partecipazione. Ma anche commovendosi, e costringendo alla commozione anche il lettore più scaltrito e prevenuto, quando entra nel profondo dell’animo di personaggi umili, ma capaci di grandi sacrifici; coloriti nell’espressione, ma orgogliosi della dignità loro conferita dal lavoro e dalla coerenza degli ideali morali e politici!
Qui mi fermo, ma vi assicuro che la lettura del libro vi apporterà non solo divertimento del più schietto, ma anche motivo di riflessione sulla natura degli uomini che passano, come rammentano Omero e Mimnermo, come le foglie!
[1] Le frasi di Cesare Pavese, la definizione “veritismo” e i passaggi virgolettati sono tratti dalla prefazione di Fernanda Pivano all’ Antologia di Spoon River, edizioni Einaudi, 1971.
RINO SCORCUCCHI, “Il POLLO”, dette da bere vino agli assetati
In una passeggiata domenicale, all’altezza di Bramasole, guardando in basso ci ho rivisto con la fantasia i “Polli” nella loro casa: Marsilio Scorcucchi, detto Rino, e il figlio Sergio. Dove, generosi e spontanei, m’avevano invitato a un pranzo allegro.
Quel soprannome “Pollo”, portato con nonchalance, fu trasmesso dal babbo di Rino.
Rubati in un pollaio sette polli, gli stessi amici-ladri decisero di banchettarci. Mentre gli altri giocavano, il babbo di Rino s’incaricò di cucinarli. Ultimata la cottura, invitò i compari a tavola. Che, presi dal gioco, tergiversarono. Finiti i loro comodi, pronti a consumare il pasto, con grande sorpresa trovarono solo ossa spolpate! Così il babbo si guadagnò il soprannome “Pollo”, che trasmise agli eredi senza tassa successoria.
La qualità che colpiva subito di Rino era la giovialità, anche se avrebbe preferito indicare la sua migliore qualità nell’esser considerato un ‘compagno comunista’. Della specie rara sopravvissuta al crollo del Muro di Berlino. D’altronde, sentirsi questo o quello è la maschera che ognuno preferisce indossare; e va rispettata.
Da giovane attivista politico, aveva pure pagato con un processo. Durante un affollato comizio post-bellico, di quelli che calamitavano l’intero popolo (cortonese e italiano), da sotto il palco d’un avversario politico lo disturbò (non ricordo di preciso) se con fischi o lanciando improperi, tipo: “vaffanculo” “buffone!” “vigliacco!” “sta’ zitto scemo!”… allora considerate offese gravi, che, oggi, farebbero ridere anche le forze dell’ordine. Venne fermato, e passò il classico brutto quarto d’ora. Rino era un passionale. Amava la vita, la graziosa sposa e i figli, a cui aggiungeva l’altra famiglia politica: il Partito.
Di rado l’incontravi in abiti da festa, più spesso con quelli da lavoro.Artigiano edile e contadino nel podere di famiglia a Bramasole, piccola proprietà di mezza costa, dai terreni avari, ma coltivati con passione, specie la vigna e gli ulivi. L’abito da lavoro, normalmente, lo portava anche dopo cena, con gli amici alla partita a carte, o a prendere un caffè a…Terontola. Come quella volta che, insieme al solito ristretto giro di amici di zingarate, scesero in macchina (un’utilitaria, tipo la vecchia FIAT 600) alla stazione di Terontola. I bar di Cortona, a una certa ora, saranno stati chiusi? Ma, anche a Terontola, il bar era chiuso!
Anziché arrendersi, decisero di trasformare l’insuccesso temporaneo in una botta di vita: “Perché non andiamo a Roma a prendere il caffè?…” E così fecero.
A Roma, sembrò loro poca cosa accontentarsi d’un caffè; qualcuno buttò là: “Che ne dite, andiamo a farci una mangiata di pesce a Napoli, dalla Zi’ Teresa?”. C’erano già stati, o circolava tra loro il mito di quel ristorante famoso ed elegante?
C’era un problema: Rino era vestito da lavoro. Non era il caso di rischiare tutti quei kilometri per esser cacciati fuori dalla porta per colpa d’un abito. La soluzione giunse da un parente romano di Rino, pure lui gioviale e appassionato di zingarate.
Rimediati abiti acconci, ebbero tutto il tempo di giungere a Napoli all’ora di pranzo per l’ambita pappata di pesce. Probabilmente la storia sarebbe rimasta nota alla stretta cerchia familiare, se non che, sulla via del ritorno, la vetturetta s’impuntò, costringendo l’allegra brigata a chiedere a buonanime cortonesi d’essere rimorchiati.
Produttore di buon vino, Rino non lo dispensava solo in famiglia. Spontaneo e generoso com’era, se c’era sentore di festa o sagra (d’estate, i quartieri cortonesi organizzano più d’una sagra: dalla bistecca al porcino, dalla lumaca alla ranocchia…) si presentava con una damigiana da cinque litri sottobraccio, offrendo vino senza spilorceria. Chiunque poteva berne a volontà. Generosità ripetuta spesso, incomprensibile per chi non fosse vissuto nella Cortona post-bellica di Rino, allorché fame e miseria dilagavano. E la carestia colpiva duro su quanti potremmo definire sbevazzoni, disposti a ogni sorta di sacrificio per un bicchier di vino. Come chi, per il mezzo litro, si faceva svenare donando sangue in ospedale, anche oltre i limiti temporali prescritti dai medici tra una donazione all’altra.
Memorabile fu l’episodio dell’urgente bisogno di sangue in sala operatoria, diretta all’epoca dal prof. Baldelli, che di corsa sguinzagliò il personale dovunque fosse possibile trovare sangue compatibile per una trasfusione diretta da donatore a paziente. In una bettola di via Dardano fu trovato un “volontario”, già alticcio. Ma la priorità era soccorrere l’esangue, che risvegliato cominciò a dare i numeri, peggio del donatore! Al contrario, Rino distribuiva gratis l’ambrosia dei poveri per il semplice gusto di star insieme in allegria. Stesso spirito con cui prendeva parte ai periodici scambi gemellari con la città di Chateau-Chinon. Dalla partenza in pullman al ritorno era un susseguirsi di battute, scherzi, gare a chi reggeva di più l’alcol. Ricordo alcuni del meraviglioso manipolo che ogni quattro anni tentavano di prosciugare le cantine della cittadina del Morvan, portando un uragano di simpatia… Da soli, Nando e Tenebrone, un pomeriggio al Torreone, “seccarono” una damigiana di vino! (Non saprei quanti litri fossero, basterebbe chiederlo a Elsa, figlia di Nando, che ancora ne ride divertita). L’ultima volta incontrai Rino, prima della sua ultima dipartita, sulle scale di casa d’un “compagno”, mentre usciva portando sottobraccio la solita damigianetta sgocciolata. Era accompagnato dal Vacca (Alfiero Palazzoli), che si mise in spalla a mo’ di violino il prosciutto che aveva in mano, dicendo: “Abbiamo fatto un piccolo concerto!…”, per palati fini, pensai. I prosciutti del Vacca abbinati al vino del “Pollo” erano musica celestiale. Laborioso e allegro, Rino, avendo onorato nel miglior modo il precetto : “Dar da bere agli assetati” ed avendo afferrato le cose fondamentali della vita, di certo, se c’è, è in Paradiso
ITALO PETRUCCI, ufficiale, sindacalista, sindaco,… gentiluomo
Non è superfluo ricordare che qui non descrivo biografie, ma sprazzi di ricordi.
Italo Petrucci si diplomò Perito Agrario presso il Vegni di Capezzine. Rinomato per formazione di fattori e sottofattori al servizio dei latifondisti, tra i cui allievi prevalevano idee politiche destrorse e moderate. Salvo rare eccezioni, come quella di Italo e dell’altro comunista e confinato dai fascisti Santi Bistarelli (nel dopoguerra sindaco di Tuoro sul Trasimeno). Italo fu sindaco di Cortona, per un decennio, negli anni Sessanta. Successione “scomoda” al popolare Gino Morelli, scomparso prima del tempo, stimato amministratore pur dal moderato Farfallino, direttore dell’Etruria. (Di Morelli si diceva fosse così avveduto da controllare, sul far del giorno, il lavoro degli spazzini nei vicoli cortonesi. Circostanza – secondo i maligni – motivata da giri clandestini per avventure galanti).
Le competenze professionali su questioni agricole favorirono la carriera di Italo, impegnato in difesa dei mezzadri, da dirigente di partito e sindacalista. Incarichi non nettamente distinguibili, allora, non incompatibili. Negli aspri contrasti del dopoguerra, fu prezioso sostenitore delle cause dei più deboli, mezzadri e braccianti, aggiungendo alle competenze professionali il prestigio d’essere stato un ex ufficiale dell’esercito. Di fronte a lui, le forze dell’ordine incaricate di reprimere le proteste avevano occhi di riguardo, persuase dalle sue maniere garbate e dagli argomenti; determinato ma rispettoso verso gli interlocutori. Italo, in più occasioni, fu decisivo durante scioperi e manifestazioni di protesta a tutela dei contestatori, riuscendo a rabbonire la piazza e ottenere concessioni a favore della stessa. Esiti che raccontava fiero. Come rinverdiva le peripezie da ufficiale gentiluomo, sballottato in situazioni tristi o galanti. Bell’uomo, longilineo, elegante, dai baffetti malandrini, capace di fare il baciamano alle signore in perfetto stile, ricordava divertito le pozioni miracolose somministrategli da una dottoressa rumena(?) che l’avrebbe rimesso in sesto dopo un deperimento fisico grave con terapie portentose, superiori al mitico Gerovital…
Bontà, intelligenza ed eleganza di Italo a contatto con certe rudezze, degli scherzi di compagni burloni, dettero luogo a divertenti storie da lui sopportate con bonomia.
Da sindaco comunista, certi bricconi gli insinuarono il dubbio che per la sua carriera sarebbe stato deleterio offrire smancerie ai regnati del Belgio, in visita in città. Ma come avrebbe potuto negarsi alla regina Fabiola, devota di Santa Margherita, in pellegrinaggio per ricevere la grazia di avere un figlio? (Grazia che non ottenne). A causa di quelle dicerie ricattatorie, in quei giorni Italo si destreggiò, da slalomista in mezzo ai paletti, seguendo quanto l’etichetta gli suggeriva, dispensando ossequi e baciamani alla regina, deludendo gli anticomunisti pronti a criticare eventuali gesti del sindaco irriguardosi versi i reali belgi, che non ci furono.
Un altro scherzo attendeva il buon Italo, ordito da compagni cazzari.
Era l’epoca dei golpe, veri o presunti, che tenevano in allarme i partiti, specie di estrema sinistra. Durante l’allerta, s’invitavano gli attivisti a non dormire in casa, onde evitare facili catture poliziesche, nell’eventualità d’un golpe. Nottetempo, un gruppo sparuto si presentò al domicilio di Italo, invitandolo a dileguarsi subito! L’ordine veniva dal Centro. I dirigenti di spicco come lui avrebbero dovuto in fretta e furia scappar di casa, e rifugiarsi in montagna. Ma il mite sindaco, contrario a lasciare il tepore domestico, argutamente rispose: “Che fretta c’è?!… ho un’uscita secondaria, caso mai, scapperò da lì…” Lo stesso perentorio invito burlesco fu rivolto a un dirigente politico della Valdesse, che rispose: “La mamma non sta bene!… devo accudirla, verrò domani in montagna!”. Invece abboccò un Assessore, ligio ai diktat del Partito, dando luogo a una scena pre-Fantozziana: in fretta, saturò la piccola Bianchina con un grosso materasso arrotolato, una doppietta (avendo occhiali simili a culi di bicchiere, cosa avrebbe centrato?!) e una grossa radio a valvole (dove avrebbe attinto la corrente elettrica?!) pronto alla fuga!… finchè gli fu svelata la burla.
Fuor di facezie, riassumere le situazioni affrontate dal sindaco Petrucci sarebbe interessante, ma vasto. Limitiamoci ad alcuni titoli. Favorì il gemellaggio con la città di François Mitterrand. Mentre la crisi mezzadrile – conclusa in un mare di vertenze aziendali, fino alla soppressione di quel contratto – provocava rivolgimenti sociali epocali a Cortona. Oltre diecimila abitanti emigrarono nei poli industriali toscani. In loco, ebbero vita breve esperienze imprenditoriali d’una qualche consistenza, durando solo la rete artigianale di microimprese diffuse nel territorio. Ex mezzadri si aggiunsero al novero dei coltivatori diretti, agevolati nell’acquisto di fondi, mezzi, sementi, carburanti,.. A seguito del boom di nascite negli anni Cinquanta, fu necessario costruire nuove scuole elementari. Il Comune, anche assumendo direttamente, fronteggiò per quanto possibile una crisi occupazionale devastante. In Città fu rafforzata l’Azienda di Soggiorno nell’intento di sviluppare il turismo, dopo che il Comune aveva posto il vincolo di inedificabilità sul cono collinare… Senza dimenticare le tensioni politiche da guerra fredda, per cui, attraverso il controllo sugli atti da parte della Prefettura, si rendeva difficile la vita al Comune rosso limitandone l’autonomia di spesa. In tal contesto, non mancò a livello locale la partecipazione al dibattito sui temi di politica nazionale e internazionale. Basti ricordare, a favore del disarmo nucleare, l’imponente marcia della pace da Camucia a Cortona (sul modello della Perugia – Assisi) promossa da Petrucci, sospinto da Aldo Capitini e da numerosi intellettuali giunti a Cortona in quella circostanza.
Pure impegnato nel PCI, Italo fu accolto tra i membri dell’Accademia Etrusca.
Del sindaco gentiluomo rimasero, tra i dipendenti comunali, certi pettegolezzi sulle sue vere o presunte manie. Italo teneva alla privacy negli incontri in ufficio, perciò aveva installato una serratura apribile solo dall’interno, intesa a bloccare gli intrusi in caso di ricevimenti particolari… Amava il suo cane, al punto che telefonando a casa non mancava di farselo passare per vezzeggiarlo un po’… Fu anche candidato al parlamento, avendo come competitore il sindacalista CGIL Bitossi. I compagni lo convinsero del successo, argomentando che: “Bitossi è gobbo e malfermo di salute! Anche se vincesse lui, gli subentreresti subito!… presto andrà al Creatore!” frasi che Italo ripeteva a chi gli avesse chiesto previsioni sull’esito del voto. Ottimista, pare si fosse premunito pure rinnovando il guardaroba, adatto al parlamento. Se nonché fu “trombato” a vantaggio di Bitossi. Costui – sapute le chiacchiere sparse sulla sua salute – si vendicò, durante un incontro occasionale, apostrofandolo: “Italo, tie’!…” unito al gesto teatrale dell’ombrello. Ma il flemmatico Italo incassava il buono e il cattivo con spirito sportivo.
Concluso il mandato di sindaco, seguitò con passione l’impegno politico dedicandosi all’Alleanza Contadina, sindacato che raccoglieva ex mezzadri schierati a sinistra, e riservando più tempo agli affetti della sua vita: la moglie Giuliana e la figlia Fabrizia. www.ferrucciofabilli.it
I dolori dei “giovani” Bassolino, Cofferati, D’Alema… interessano ancora la sinistra?
Avendo rinunciato all’impegno politico, da una decina d’anni, m’ero proposto di parlare di politica in presenza di vere “novità” o in situazioni dannose per il “popolo”, da romantico d’una sinistra che non c’è più. Astenendomi dal giudicare dibattiti interni ai partiti residuali che in qualche maniera si richiamano alla sinistra, autoreferenziandosi, perché magari eredi di elettorati, sedi, soldi, quadri dirigenti, simboli, ecc. ecc..
Quando, però, come oggi, sentendo assurgere certa gente a interpreti d’un pensiero politico che sono stati loro stessi ad affossare, ti senti quasi costretto a dir loro: basta! Avete preso, e seguitate a prendere in giro…di quale sinistra parlate?
Non sono Renziano. Conosco un certo modo di comportarsi dei politici alla fiorentina, conosco la loro boria, per non dire altro: più intelligenti, più capaci, ecc. ecc.; oltretutto Renzi è un democristiano di quelli che non mi piacciono, mentre ce n’erano davvero in gamba. Ma, considerando che certi miei amici, compagni di base di lungo corso, ebbero subito simpatia per Renzi, intenzionato a rottamare i soliti noti, volli vedere se fosse riuscito nell’intento; sperando pure che, agendo,facesse pure qualcosa di sinistra.(Non ci credevo tanto, ma ridotti alla canna del gas ci si attacca ad ogni flebile speranza).
Cosa hanno rappresentato i vari Bassolino, Cofferati, D’Alema, Bersani e giù giù tanti altri ex PCI, PDS, DS, PD? Mi limiterò a poche cose, per non annoiare. Innanzi tutto, scomparso Berlinguer, han fatto fuori brutalmente il successore Alessandro Natta, con il classico colpo di palazzo: era “la vecchia politica”, sostituendolo con Achille Occhetto. Al quale fu consentito di cambiare nome al PCI, ma – arrivato in questi giorni ai suoi ottanta anni – ha dichiarato la sua delusione di non aver fatto uscire il nuovo partito a “sinistra”, bensì, conviene lui stesso, fece nascere un’altra cosa… Tuttavia, considerandolo inaffidabile, capace cioè di tentare di riportare a sinistra il neonato PDS, fecero un altro colpo di palazzo, estromettendolo. E, da lì, uscì allo scoperto un duopolio che sarebbe durato diversi anni: D’Alema e Veltroni, benedetti dal grande vecchio Napolitano, vero ideatore e vincitore della partita del “cambiamento”: avendo favorito, con i “miglioristi”, la trasformazione del partito comunista in qualcosa di nuovo e diverso anche dai socialisti, da partito anticapitalista, o comunque critico verso il liberismo, a partito filoamericano, e filo liberista, nel senso più stretto possibile. Dopo aver lui stesso criticato (quanto convinto, non si sa?) sia come si stava affrontando la moneta unica, sia il trattato di Maastricht, che, ieri come oggi, fu ben chiaro: si trattò della capitolazione comunista e socialista europea al neoliberismo, sortendo quegli effetti che oggi sono sotto gli occhi di tutti: milioni di disoccupati in più, riduzione dei diritti nel lavoro, nell’accesso agli studi, alla sicurezza sociale, alla cura della salute, e ingaggiando la lotta ai “privilegi”… dei poveri! In favore della finanza e delle multinazionali e di una burocrazia ottusa che si è dedicata in larga parte a regolamentare come deve essere fatto il formaggio o la cioccolata, non più seguendo tradizioni o inventive artigianali, ma standard industriali (le multinazionali – Nestlé Monsanto ecc. ecc. – ringraziano). Tanto per esemplificarne lungimiranza e vantaggi per consumatori e produttori.
Da Maastricht in poi, chi ha notato la differenza tra sinistra e destra, in Italia ed in Europa? Tanto ché il quesito, s’era ancora possibile parlare di quelle categorie politiche, nei mass media fu trattata come roba non da Novecento, ma come disputa addirittura da Ottocento, da primordi delle ideologie e della industrializzazione.
Bene. Sugli svantaggi per i cittadini europei non è il caso di soffermarsi, insieme, ovvio, ad alcuni vantaggi che, però, messi sui piatti della bilancia non vedono proprio un equilibrio, ma, come molti economisti ammettono, la comunità europea, così come s’è organizzata, non avrà vita lunga potendo implodere da un momento all’altro (anche per cause esterne, come gli attuali enormi flussi migratori) e avendo fatto tali e tanti danni, tra cui mettere la Germania al timone…quel che non le era riuscito con ben due guerre mondiali!
Ma torniamo a bomba, sui nostri fenomeni politici che si lagnano di Renzi. Il quale, per loro disgrazia, ne ha presto imparato i trucchi per l’ascesa e il consolidamento al potere. Gli stessi trucchi usati in passato dai sedicenti portatori dei veri ideali di sinistra; ideali dei quali, come dimostrato, non si sono fatti certo paladini, se, pure un commediografo come Nanni Moretti, ebbe a dire: “D’Alema, dì qualcosa di sinistra!” Che gli scappi detta ora, che sente il potere sfuggirgli di mano, mi sembra un po’ tardi, ma, soprattutto ha dell’incredibile. Oggi, infatti, sul Corriere della Sera ha sostenuto che l’elettorato di sinistra si asterrebbe dal voto perché non si riconosce nel neonato partito della Nazione, e altre affermazioni riguardanti l’arroganza tenuta dai Renziani verso i vecchi dirigenti riconducibili al PCI. Ma non era stato D’Alema stesso, nella famosa commissione Bicamerale, ad avviare con la destra quel che il magistrato milanese Colombo ha definito la realizzazione del progetto della P2 per l’Italia? I suoi successori, nel PD, sembrerebbe non stiano facendo altro che quello…ma di questo lui non parla. Così come, purtroppo, non affronta i nodi che hanno allontanato, da anni, gli elettori dalla politica.
Un tempo, la sinistra, era abituata ad analizzare certi fenomeni, siccome sta lì il tema dei temi: forse che i motivi principali del disamore verso la politica non andrebbero ricercati nel non aver risolto la questione morale di Berlingueriana memoria? Anzi, la sinistra ha messo tasselli importanti perché la degenerazione politica franasse ancor più, avendo stabilito per i dirigenti pubblici la fedeltà non alla Nazione, come stabilito nella Costituzione, ma la fedeltà a chi in quel momento amministra, con tutto quel che comporta di bieco opportunismo ed inefficienza. Ed è sotto gli occhi di tutti, come l’obiettivo della conquista del potere sia così spesso ridotto a connubi di questioni personali, di affari, di lobbies,… quando il potere non è addirittura obiettivo del malaffare, che, anch’esso, con le piccole o con le grandi organizzazioni criminali, s’intromette nella politica senza pudore. Ecco dove è finita l’eredità Berlingueriana, nel perseguire il suo contrario: la questione immorale.
Perciò, penso, solo quando sentiranno qualcuno dire cose veramente di “sinistra” (cioè al centro di tutto gli interessi popolari veri, delle persone, possibilmente mirati ad alleviare le sofferenze degli ultimi, sforbiciando privilegi assurdi, non consentiti neppure nei paesi dei nostri partners “occidentali”) gli elettori, forse, potrebbero tornare a interessarsi di politica. Stando così le cose, invece, quei pochi ancora che seguono la politica saranno unicamente attratti dalle idee di qualcosa di nuovo (senza badare troppo ai contenuti) e, solo ad esso, si attaccheranno. Dunque, addio ai vecchi tromboni della politica. Non hanno più chance. Come usava dire un tempo: si sono dati da soli la zappa sui piedi! O anche: chiudono la stalla quando i buoi sono scappati.



