Vergogna e impotenza di fronte al dramma dei terremotati

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Seduti al caldo davanti alla televisione, non c’è accusa di sciacallaggio che tenga a impedirci di esprimere il disagio che ci pervade, da cittadini della stesso paese, vedendo quanto è accaduto e accade nel centro Italia devastato dal terremoto e dalle bufere di neve. E’ da agosto che, noi che siamo fuori dal sisma, trepidiamo – non è retorica – nella speranza che il sistema Italia soccorra, nel miglior modo possibile, le migliaia di cittadini che di punto in bianco si sono trovati letteralmente sul lastrico, senza più casa né lavoro né certezze sul futuro.
A monte di tutto c’è la devastazione sismica. Per quanto prevedibile in molte aeree del paese, ma a più alto rischio sulla dorsale appenninica, ha comunque colpito duro e con insistenza, trovando impreparato quel territorio, e anche dove era meglio attrezzato come a Norcia, già colpita, la reiterazione delle scosse ha distrutto o gravemente lesionato altri edifici, compresa la cattedrale della città benedettina.
Quel che abbiamo visto da lontano dopo il sisma, tramite stampa e televisione, solo in parte ci aveva convinto che si stava facendo tutto il necessario per aiutare quelle popolazioni, volenterose nel restare in quei luoghi: belli quanto insicuri dal punto di vista della stabilità tettonica. Poteva convincere la dislocazione delle persone in strutture stabili, come residence e alberghi, così come la riapertura delle scuole anche in strutture temporanee, ma alcuni segnali erano poco rassicuranti. Erano state scelte le casette di legno come ricovero temporaneo in attesa dei tempi lunghi della ricostruzione. Ebbene, quando a Natale sono state assegnate, con sorpresa, abbiamo visto – nel caso di Norcia, ma pensiamo sia successa la stessa cosa in altre località del cratere sismico – che a fronte di un fabbisogno di una ottantina di famiglie ne sono state soddisfatte solo trenta! Lasciando migliaia di persone in camper roulotte o in prefabbricati da cantiere, la cui scarsa resistenza al freddo è ben nota. Per non parlare degli allevatori che, con disperata insistenza, hanno invocato ricoveri per i loro animali che sembravano lì lì per essere portati e invece non sono arrivati.
Non è concepibile aver assistito, da agosto a Natale, a tanto lassismo. Come sia stato possibile, a fronte di dichiarate ampie disponibilità finanziarie, che non si sia provveduto a dotare di casette di legno tutti i richiedenti e di ricoveri per gli animali? Che in uno dei paesi più industrializzati al mondo, dove certo non mancano industrie di prefabbricati, siano state fornite casette col contagocce trascurando del tutto gli allevatori, è ammissibile?
La tormenta di neve ha amplificato all’ennesima potenza i disagi, ma soprattutto ha messo a nudo l’estemporaneità e il lassismo con cui si era approntato il sistema di difesa da un inverno prevedibilmente rigido, da parte della Protezione civile, sul cui conto corrente si invita a ogni piè sospinto a inviare donazioni volontarie. E’ caduto sotto il peso della neve pure un tendone che fungeva da poliambulatorio…(Qualcuno malignamente ha scritto che i 20 miliardi stanziati in 48 ore per le banche andavano destinati alle vittime del terremoto, mentre il conto aperto per la sottoscrizione volontaria andava destinato alle banche: è un’amara spiritosaggine, però il sentimento popolare non può essere altro che di scoramento e indignazione). Tra i tanti interrogativi da porsi c’è anche questo: ma i soldi dichiarati stanziati ci sono o è tutto un bluff? E sapendo da tempo i disagi, che sarebbero arrivati dalle precipitazioni nevose, non era possibile prevedere una maggiore efficienza nel sistema di spalamento della neve e maggiore tempestività nel ripristino dell’elettricità?
Sì, tanti sono gli interrogativi a cui non avremo risposte, lasciandoci nella vergogna e nell’impotenza come cittadini più fortunati. Ai primi accenni del dramma di questi giorni, tutti abbiamo pensato all’esercito che sarebbe dovuto intervenire in forze con il genio… certo è intervenuto, ma con una incidenza sui disagi quasi irrilevante. Forse perché i loro mezzi sono più adatti alla guerra che al soccorso di popolazioni in difficoltà? Ci può stare, visto che mezzi e personale sono dati col contagocce agli stessi pompieri: unico serio presidio contro ogni calamità.
Certo il nostro paese difetta di piani e programmi di prevenzione (da sismi, frane, inondazioni,…) perciò è facile incappare in catastrofi naturali, ma l’indignazione nasce nel momento del bisogno, quando è necessario essere tempestivi e non trascurare nessuno, persone e animali, avendo a disposizione uno degli apparati statali e industriali tra i più attrezzati al mondo…che tutto dipenda dal capo o dai capi…?
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Luigi Lamentini e Alfonso Sciarri (Gigi e Fonzio) paparazzi nella “dolce vita” cortonese

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cortona-immagini-di-ieri Avevo tracciato Lineamenti di storia fotografica cortonese in Cortona Immagini di Ieri (1857-1930), Grafica “L’Etruria”, 1990. Libro remainder. Dei contemporanei, a Cortona, accennavo a Luigi Lamentini, Gigi, e Alfonso Sciarri, Fonzio. Fotografi capaci, personalità spiccate e concorrenti, gelosi del mestiere. Prima che la diffusione di fotocamere e cineprese maneggevoli e a buon mercato e l’avvento dell’elettronica favorisse la crescita di stuoli di fotoamatori, ci fu, nel secondo dopoguerra, un lungo periodo di richieste di foto-prestazioni per cerimonie, fototessere, foto da studio, che pochi erano in grado di fornire, insieme ai prodotti e servizi ad uso e consumo del crescente dilettantismo. Dal primo dagherrotipo cortonese del 1857 (che rappresenta la facciata della Chiesa di S. Margherita di Giovanni Pisano, col portico del XVI secolo) al 1990, la fotografia, da costoso hobby elitario, era evoluta in passione di massa. Col cellulare oggi è possibile a chiunque far belle foto, però resta la differenza tra dilettanti e maestri fotografi, e tra i maestri del passato (in cui le differenze erano più marcate) ricordiamo Gigi e Fonzio, dai cui archivi sarebbe possibile trarre una fantastica cronistoria del loro tempo. Gigi morettino tracagnotto, passo felpato e vivaci occhi scuri, stava a metà Rugapiana; Fonzio capelli e occhi più chiari, diritto ed elegante portamento da lord inglese, aveva il negozio al principio della Ruga, a fianco del biciclettaio Giusti. All’apparenza non facili alla confidenza, in realtà gioviali e spiritosi depositari di segreti personali scovati sviluppando pellicole e trasformati in pettegolezzi da condividere in pochi; scrupolosi nel preservare la loro immagine di persone affidabili. Gigi, ad esempio, raccontava d’aver distrutto molte foto e negativi di concittadini in divisa fascista passati ad altra sponda, o nudi “artistici” di vanitose ragazze poi pentitesi dello… sbracamento. Gigi e Fonzio, quasi coetanei, si rispettavano ma competevano in ogni occasione adatta a dimostrare la propria bravura: in manifestazioni, o all’arrivo in città di personaggi famosi. E, l’indomani, esponevano orgogliosi i loro scatti in vetrina, disposti a farne commercio. Usavano Hasselblad, se non ricordo male, ma di gran lunga la più usata in studio e in campo aperto era stata la Rolleiflex. Non l’attuale automatica elettronica dalle performanti ottiche intercambiabili Zeiss, bensì la bi ottica dall’esposimetro a lancetta e il flash non incorporato a forma d’uovo affrittellato con la vistosa batteria a tracolla, i cui scatti risuonavano solenni nei silenzi cerimoniali: ciak!… quell’apparecchio, che dopo ogni scatto obbligava a girare la manovella del rullino, in mano a Gigi e Fonzio rendeva immagini luminose e nitide. Negli eventi pubblici sfruttavano esperienza e colpo d’occhio, appostandosi nei migliori angoli visuali, ma in feste private (matrimoni, comunioni, ecc.) prendevano il comando da protagonisti: ordinando il fermo azione e persino la ripetizione di gesti cruciali, scegliendo chi far stare in scena e chi scansare… ne dipendeva il gradimento del cliente, perciò si mutavano in accigliati registi. Gigi aveva una lunga storia professionale, iniziata da commesso del tabaccaio Giovanni Polvani, con cui condivise la passione fotografica in uno studiolo nel quale sviluppavano proprie fotografie e di altri fotoamatori, ai quali fornivano il materiale di consumo. Era la stagione delle lastre di vetro e dei pesanti apparecchi di legno, dagli chassis poggiati sul treppiedi, fino all’avvento della celluloide. Gigi, dispiaciuto, raccontava d’un gran numero di lastre di vetro martellate con le sue mani, troppo ingombranti, per recuperare spazi e poca polvere d’argento; consapevole d’aver distrutto parti di storia locale. Degli svariati professionisti antecedenti a Gigi e Fonzio, per brevità, ne riporto un elenco succinto. Girolamo Mancini, in una delle prime guide di Cortona, usò fotografie dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche, della Regia Galleria Uffizi, degli Alinari, dei Brogi, Domini, Rivani, Felice Fierli, Cané, Luci; ancor’oggi, documenti eccellenti. Degli altri, rammentavo nel libro citato, i fotoamatori evoluti: Carlo Lovari, Giovanni Carloni, Felice Fierli, Cristoforo Marri; senza dimenticare gli editori ch’emisero serie di cartoline, riproduzioni di paesaggi e opere d’arte d’ambito locale: Annunziata Polvani, Abaco Ristori, Maria Tavanti Lorenzini. Altri ancora, da considerare bordeggianti tra professione e dilettantismo: Umberto Fieri Fierli, Felice Fierli e il figlio Lorenzo (“possidenti” dediti al costoso hobby, come Carlo Lovari rimproverato in famiglia d’aver speso per apparecchi fotografici l’equivalente costo d’un podere!), insieme a professionisti quali: Francesco Pais, Nino Rebizi, Alfredo Bracali (all’anagrafe, segnatosi modestamente “bracciante”), Aladino Crocioni, Virgilio Fedi, Lino Carrara, Rinaldo Ricci, Giuseppe Tribbioli, Angiolo Tariffi. Qualcuno sfuggì senz’altro a quella lista, come quel Quintiglio Del Buttigli che faceva “arsumgli” alla Pietraia, ricordato da don Sante Felici. Tutti quanti documentatori di storie personali, familiari e collettive, e loro stessi protagonisti di spiritose scenette. Nel primo Novecento prese piede la moda di mettere una foto del defunto sulla lapide cimiteriale, e quando il morto non aveva ritratti da vivo glielo si faceva sul letto di morte. Si racconta che, in una di tali circostanze, il fotografo Giuseppe Tribbioli, convocato al capezzale, riprodusse non l’immagine del morto bensì le palle della lettiera!…alle rimostranze dei parenti, si disse che il Tribbioli avesse risposto: “Il morto… s’è mosso!” Questa e altre storie spassose raccontavano Gigi e Fonzio, senza cattiveria, semplicemente per il gusto della facezia arguta. Testimoni disincantati del loro tempo, avevano scelto un mestiere che consentiva loro d’intromettersi nell’intimità dei cortonesi – per la durata d’una cerimonia o d’un ritratto in studio o d’un nudo “artistico”,…- conquistandone l’affetto, e condividendo il piacere di lasciare ricordi perenni di sé e dei concittadini, superando per immagini la caducità della vita. www.ferrucciofabilli.it

Far la balia, babysitter del passato, o andar per serva: destino di molte ragazze rurali

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Nelle famiglie numerose, bracciantili e mezzadrili, quando le bocche da sfamare erano tante e non si trovava lavoro sufficiente nel vicinato, le giovani donne avevano poca scelta sul proprio futuro,  condizionate dalla famiglia e dal padrone, se di famiglie mezzadrili. C’era il matrimonio che, però, di rado garantiva alla donna la possibilità di scegliersi un lavoro, in genere finivano ancora tra braccianti e mezzadri; oppure – fino al decennio successivo al secondo dopoguerra – le ragazze, per scelta o per obbligo, erano destinate a far le balie o le donne di servizio di gente agiata, persino a centinaia di chilometri di distanza, nelle grandi città del centro nord Italia; oppure, come usava dire onestamente, andavano per serva. Che significava essere nella totale disponibilità di un padrone e della rispettiva famiglia, per lavori domestici o rurali ventiquattro ore al giorno, senza escludere, tra gente senza scrupoli, d’essere pure sessualmente abusate da una o più persone. Con l’obbligo “d’obbedir tacendo”. Ignoro l’esistenza di studi psicologici sulla miserabile condizione delle donne rese in quella schiavitù, per scelta propria o più facilmente per scelta della famiglia naturale, anche se c’è da dire che tale occupazione poteva essere più o meno odiosa o sopportabile o finanche gradita (viste le situazioni di partenza) secondo il livello di civiltà con cui erano accolte e trattate. Tra le donne di servizio meglio considerate dalle famiglie adottive, presumo fossero le balie. Delle quali ho posto in calce a questa nota un ritratto a mezzo busto e uno intero, della stessa donna col solito bambino in braccio, ambedue negli stessi abiti. Dunque si tratta di due scatti contemporanei. Se non ricordo male, la balia era originaria della Valdesse, nei pressi di Montanare, la cui foto mi fu gentilmente prestata per la riproduzione da un parente rimasto nei luoghi d’origine. E il motivo per cui sostengo che le balie fossero ben tenute è, seppure superficiale, nell’abito elegante molto curato, con trine, veletta in testa, e l’ampio grembiale candido su cui poggia il paffuto pupo; altrettanto elegantemente vestito e con ampio copricapo. Ricordo la fierezza del mio prestatore di foto, nel mostrarmi la sua lontana parente in quella posa ben riuscita somigliante a una figura aristocratica, che trasmetteva impegno e soddisfazione al suo lavoro, meno faticoso di quello contadino da cui era fuggita. Le balie, si sa, erano di due tipi: le balie asciutte, che non allattavano, e le balie allattatrici che invece davano latte dal proprio seno. Non necessariamente le donne che prestavano ai figli di altre il proprio latte erano balie, ma, a volte, coincidevano. E qui potremmo divagare da chi le balie fossero messe incinte. In genere le donne di servizio giovani erano preferite nubili, alle quali, di norma, era impedito sposarsi presto, e non uno della famiglia datrice di lavoro; se pure, sui rapporti sessuali tra padrone di casa (o altro di famiglia) e la serva, non si menava scandalo. Poteva capitare, meglio lei che, invece, rimanesse incinta una figlia nubile della famiglia benestante…

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I “piedi neri” italiani estinti pochi decenni fa

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ABITANTI DELLA PIANAConosciamo dai fumetti i Piedi neri nativi americani, più di quanto non sia raccontato da una storiografia reticente sulla loro decimazione avvenuta per mano dei bianchi; conosciamo i Pieds noirs, ex coloni francesi espulsi dall’Algeria; ma anche in Italia abbiamo avuto i piedi neri, con la “p” minuscola, specie rurale estinta presente in vaste zone italiane: contadini, che viaggiavano scalzi durante un paio di stagioni ogni anno (primavera estate), in vaste aeree del centro-sud, a causa di misere condizioni economiche e del clima favorevole a camminare senza calzature.
L’immagine in calce – degli anni Trenta del Novecento, gentilmente prestatami da Vinicio Sonnati e inserita nel libro Chj lavora fa la gobba chj ‘n lavora fa la robba – n’è un’evidente testimonianza. Nel paese della Piana (comune di Castiglione del Lago), in occasione della visita di amici e parenti fiorentini, fu scattata questa foto in cui i residenti sono distinguibili dagli ospiti, perché tutti scalzi… non certo per snobismo. E’ probabile che il piacere di un ricordo fotografico sia sorto improvviso e spontaneo, cosicché le persone furono colte nella loro quotidianità.
Adulti, vecchi, bambini e donne sicuramente avranno posseduto calzari, ma, di norma, nelle campagne del centro sud Italia nelle stagioni miti o calde si stava scalzi, per non sciupare la modesta dotazione di scarpe. Che ovviamente era diversa: in qualità e quantità variabili secondo le condizioni economiche familiari. Nelle famiglie più misere, il lusso era rappresentato dagli zoccoli, che ciabattini ambulanti producevano al domicilio dei clienti in cambio di modeste quantità di prodotti dell’orto del pollaio della cantina…Su un plantare di legno veniva inchiodata a bollette o chiodini una striscia di cuoio o di pelle in grado di avvolgere il piede; e sotto la pianta lignea, come antiscivolo, s’usava infiggere file di bollette (sul terreno il passo risultava quasi felpato, ma, in un qualsiasi pavimento, la camminata dello zoccolo produceva un gran fracasso che gridava a ogni vento la miseria del suo portatore) o, se disponibile, gomma recuperata da copertoni dismessi. Salendo sulla scala della povertà e della propensione al risparmio (mentalità contadina diffusa dalla necessità: disponendo le famiglie di pochi soldi, erano destinati a esigenze vitali, quali magiare, vestire, spese mediche, …) ai bambini, oltre gli zoccoletti, si comprava un calzare per mandarlo a scuola (nel mio caso, furono stivaletti di gomma) e un calzare più elegante come i sandolini per la prima comunione o per cerimonie familiari importanti come il matrimonio d’un parente. Anche le donne, oltre agli zoccoli, avevano un par di scarpe buone per andare a messa o alle funzioni religiose o partecipare a cerimonie familiari. Erano uno o due paia, non tante di più. Adulti e anziani, solo nel secondo dopoguerra iniziarono ad acquistare scarpe della domenica, quelle cromate marroni o nere, altrimenti si facevano fare dal calzolaio scarponcini di cuoio da usare nelle occasioni in cui si teneva a essere “in ordine”, ad esempio andando al mercato, in visita al padrone, in fattoria, … Nelle famiglie un tantino più agiate, gli uomini acquistavano o si facevano fare solidi sandali da lavoro, usati in alternativa agli zoccoli, specie in estate, dal momento che uomini donne e bambini avevano una suola naturale indotta andando scalzi (“s’è fatto il callo!” non era solo un modo di dire), tanto da non temere suoli sassosi, brozzolosi o le stecce da sfalci, ma c’erano lavorazioni in cui era necessario proteggere meglio la pianta del piede: come nel pigiare per ore e ore il vangiglio della vanga nell’affondarla sul terreno. Nei lavori sudici, quali accudire stalle di animali o lavorare sul letame delle concimaie, gradualmente nel Novecento, invalse l’uso degli stivali di gomma, ma non c’era da meravigliarsi di vedere contadini scalzi intenti a tali incombenze. E’ perciò intuitivo figurarsi – nella scarsa se non assoluta mancanza di igiene e prevenzione infortunistica, tra i lavoratori della terra, dovute a ristrettezze economiche – come saranno stati i piedi in una famiglia contadina? Neri! Senza dubbio.
A proposito di piedi neri, mi fu raccontata la storia di Giovanni delle Capanne. Le Capanne era uno sperduto casolare (uno dei tanti oggi diroccati) quasi in vetta alla montagna del sant’Egidio, in cui Giovanni conduceva un podere poverissimo – in proprio o a mezzadria non ricordo – la cui la terra avara per produrre qualche ortaggio richiedeva tanta fatica di braccia sulla zappa. In una di quelle giornate a zappare dure zolle erbose, quando Giovanni notò qualcosa di nero che si muoveva confuso tra la terra smossa, gridando: “Porca paletta… è un topo!”, menò un gran fendente di zappa…era l’alluce che gli si staccò definitivamente da un piede!
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John Keoe, protagonista a Cortona d’una start up straordinaria: culturale economica e di costume

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jack 1La morte del prof. John Kehoe, Jack per gli amici, è occasione di ricordi carichi di gratitudine (non retorica) per un caro amico cortonese-statunitense: a Cortona ebbe la cittadinanza onoraria e vi acquistò un’abitazione. Grazie a Jack, come direttore, al suo staff e alla prof.ssa Aurelia Ghezzi, dal ’69 fu scelta Cortona a sede dei corsi estivi d’arte dalla prestigiosa UGA di Athens in Georgia. Università pubblica, per qualità di insegnamenti (artistici, architettonici, letterari, medico-veterinari, ecc.,) competitiva con l’altrettanto prestigiosa e vicina Università di Atlanta. L’arrivo, in estate, di consistenti allegre brigate studentesche statunitensi suscitò un processo economico nuovo e importante: il turismo culturale dalle caratteristiche stanziali, diverso dal mordi e fuggi, rappresentando anche una ‘rivoluzione’ culturale e di costume per Cortona e il circondario tra Arezzo, Siena e Perugia. Senza dimenticare che Kehoe fu precursore per altre università nordamericane, insediatesi in città vicine, e che, nella sua lungimiranza, Jack donò al Comune uno studio per la realizzazione di scale mobili… Il successo della summer school fu tale che, poco dopo, l’Università di Athens acquistò una sede permanente, allargando l’accoglienza a docenti e studenti, realizzando a Cortona una sua prestigiosa succursale. Finestra aperta sull’arte, l’architettura, la storia, in definitiva, sulla cultura italiana. Jack, insegnante, artista plastico (una sua opera bronzea donata a Cortona fu collocata nella Rotonda del Parterre) e d’indubbie qualità manageriali, dal nulla riuscì allestire un’efficiente sede formativa nella città ben disposta a collaborare, se pur limitata nelle disponibilità finanziarie e priva di strutture adeguate alla bisogna. Eppure, l’amalgama tra il pragmatismo americano di Kehoe e il suo staff e la generosa improvvisazione cortonese, superarono le difficoltà iniziali, complici insegnanti e studenti che trovarono gradevole la calorosa accoglienza, come fu benaccetta la location in una Città storica straordinaria. Nel frattempo, tra gli effetti benefici secondari, insieme all’economia cittadina crebbe un diffuso interesse per la lingua inglese tra i giovani residenti…e non nacquero solo episodiche relazioni tra giovani del Vecchio e del Nuovo mondo, ma anche durature amicizie tra persone d’ogni età. Di amicizie Jack fu generosissimo, ricevendo molti concittadini persino a casa sua, come n’ebbi occasione negli anni Ottanta. Jack, nella sua ampia residenza tipica del sud statunitense, accoglieva gli amici con calore, oserei dire all’italiana, mettendo a suo agio l’ospite, non abbandonandolo mai un attimo, anzi, creando nella giornata visite e incontri sempre interessanti. Persona stimata e dalle buone relazioni, che condivideva volentieri, ricordo la visita in Comune dove ricevetti la cittadinanza onoraria di Athens (e conobbi la vigenza di soli due mandati del sindaco, che da noi venne dopo), stesso onore attribuito al mio predecessore, Tito Barbini, che per giunta, grazie a Jack, dalla UGA fu nominato dottore honoris causa, titolo che, mio malgrado, ho dovuto guadagnare studiando… Incontrai con Jack, al ricevimento ufficiale, tutta la poderosa organizzazione della UGA, in testa il Preside e la sua predecessora, Miss Trotter, che aveva assecondato Kehoe nella scelta di Cortona. Visitammo il grande stadio di football americano (da circa ottantamila posti), proprietà universitaria, dove giocano i Bulldogs, squadra studentesca d’alta classifica. Jack organizzò pure un party privato, presente la delegazione cortonese (mia moglie Carla, Ivan Accordi, sua moglie Adriana, la figlia Antonella e il marito Paolo Spiganti, la sorella di Ivan e suo marito Zio Brunello) e una rappresentanza di docenti colleghi di Jack e Aurelia Ghezzi, accompagnata dal marito Bob, chimico simpaticissimo, ch’ebbe tanti amici cortonesi nel gioco delle bocce a Porta Colonia, e gran bevitore. In realtà, quella sera furono molti i bevitori, trascinati in interminabili gare di resistenza dal nostro campione, Zio Brunello, che uno ad uno costrinse alla resa ogni volenteroso concorrente… Ci mascherammo, alla loro moda, nella notte di Hallowin, mescolati a studenti e familiari di Jack, la moglie Marilyn e quei loro figli che ancora non avevano preso il volo da casa (già a diciotto anni negli USA, i figli, per studio o lavoro, si spostavano da un capo all’altro dell’immenso paese). Fu, in breve, un’immersione totale nella vita e nelle abitudini americane, per quanto concentrata in pochi giorni, della quale ho ricordi nitidi d’aver assistito in anticipo a fenomeni che, in seguito, avremmo visti insorgere anche qui da noi. Perciò, per un’infinità di aspetti, resto grato dell’ospitalità a Jack, con Aurelia Ghezzi impegnata a farci da interprete, avendo noi cortonesi poca dimestichezza d’inglese. Grazie alla duttile praticità di Jack e a un’esperta organizzatrice di viaggi, sua moglie Marilyn, avemmo tempo di visitare pure la capitale georgiana, l’iper-tecnologica Atlanta, e in Florida la città di Orlando e lo strambo mondo di Disneyworld, e la metropoli per eccellenza, New York, sentendoci sicuri per la vigile assistenza, pur remota, dei coniugi Kehoe. Anche in Italia, Jack, Marilyn e i loro figli han dimostrato amicizie generose e allegre. Ho avuto modo di raccontare l’episodio di Jack insignito d’una medaglia del Pci, durante una sera alla Festa dell’Unità. Complice un fresco bianchetto, ci volle del buono per convincere l’entusiasta Jack a non fregiarsi in America di quella ‘pericolosa’ medaglia…Come c’è da dire che, grazie alla UGA, due sindaci comunisti dal consolato di Firenze ebbero sul passaporto il nulla osta d’ingresso negli USA, quando di norma era proibito. La storia delle relazioni umane a volte è capace di aggirare certi tabù di Stato, grazie alla fiducia tra le persone e amicizie sincere. E con Jack e la sua famiglia, la nostra pur breve frequentazione personale è stata di tale intensità ch’è perdurata fino a ieri, con messaggi augurali di Buone Feste che ogni anno Jack m’inviava, e, purtroppo, d’ora in poi non riavrò. www.ferrucciofabilli.it jack 3jack 2

ILIO STANGANINI, politico di razza scelse d’esser primo in Selva che secondo in Città

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Bruno Borgogni – tra i maggiori dirigenti sindacali e politici provinciali aretini del Pci e della Cgil – sosteneva che, se Ilio Stanganini fosse vissuto in una grande città, sarebbe salito ad alti livelli, ritenendolo politico di razza intelligente e capace. Ma Ilio è vissuto sempre nei luoghi natii, dove non ha mancato di mostrar talento pur senza aver seguito scuole alte e svolgendo il mestiere di pollaiolo. Scherzosamente, lo chiamavano “sindaco” di Montecchio. Titolo che non sdegnava, né era campato in aria. Per anni, Presidente di Circoscrizione che, oltre Montecchio, raccoglieva buona fetta del Chiuso cortonese: San Lorenzo, Farneta, Chianacce, Cignano,…In quella carica, Ilio ebbe il merito di risolvere problemi con equanimità, lungimiranza e tempismo, dal più sperduto casolare alle frazioni maggiori. Agli inizi dell’esperienza circoscrizionale, non mancò la diffidenza dei vari campanili verso un montecchiese, dubitando che si sarebbe comportato equanimemente, anche a causa del mito dell’epoca sullo strapotere montecchiese, persino si diceva che i montecchiesi comandassero l’amministrazione comunale. In effetti Montecchio, detta la Piccola Russia per la forte organizzazione comunista, fu crogiolo di politici che coprirono rilevanti incarichi amministrativi e sindacali a vario livello. Tra loro emerse anche Ilio, organizzatore capace e dalle qualità di leader. Eletto segretario comunale dei giovani comunisti, raccolse oltre 1100 iscritti. L’elevata incidenza tra popolazione giovanile e iscritti alla Fgci e il dinamismo impresso da Stanganini, portò a Cortona Enrico Berlinguer (segretario nazionale dei giovani comunisti) a conoscere quella esperienza. L’incontro tra Ilio ed Enrico rimase nella memoria dei due. Tanto che Berlinguer, divenuto segretario nazionale del PCI, in visita a Cortona nei primi anni ottanta, chiedendo notizie su Ilio, raccontò un divertente aneddoto al loro primo incontro. Dopo pranzo, Ilio prese la parola per il discorso di circostanza, e nell’enfasi oratoria gli piacque inserire senza carestia la parola “purtroppo”, ritenendola assertiva di cose positive: “Cari compagni purtroppo abbiamo ospite il segretario nazionale… Caro compagno Berlinguer, purtroppo siamo una forte organizzazione…” e così via discorrendo, co sto “purtroppo” messo in mezzo come il cavolo a merenda. Berlinguer, presa la parola, non volle esser da meno, palleggiando anch’egli quel curioso intercalare: “Cari compagni, e caro Ilio, purtroppo la pastasciutta era buona!…” (Agli interessati alle vicende di Ilio, protagonista indiscusso in battaglie di emancipazione contadina nelle campagne cortonesi, rimando alla lettura d’un suo ampio racconto contenuto nel mio libro “I Mezzadri”, tuttora reperibile presso la Cgil o la libreria Le Storie di Camucia). Per la stima acquisita, Ilio avrebbe potuto ambire a incarichi rilevanti e remunerati, politici e sindacali, e svolgerli con tenacia e competenza, mentre invece seguitò a svolgere la laboriosa attività di pollaiolo, conquistando clienti anche in città grandi come Firenze. Dove il ceto medio apprezzava gli animali da cortile ruspanti portati dai pollaioli cortonesi, agli esordi in valigie di cartone, già spennati o pelati. Ilio si motorizzò con un furgoncino, per consolidare la rete commerciale, mantenendo una dimensione aziendale familiare. Anche perché seguitò a destinare copioso tempo alla politica e all’amministrazione della cosa pubblica, in Circoscrizione. A chi gli chiedeva perché non ambisse a incarichi di assessore comunale, ammoniva: “Meglio esser primo in Selva che secondo in Città!…”. Ricordare in poche parole iniziative e opere realizzate, sotto l’impulso di Ilio, dal consiglio circoscrizionale sarebbe lungo e fuori luogo. Basti dire che in quel periodo tutte le frazioni concordarono efficaci programmi di edilizia mense e trasporti scolastici, migliorò lo stato della viabilità anche secondaria, fu estesa la rete degli acquedotti, dell’illuminazione pubblica e degli impianti sportivi… Ilio, pur temperato da saggio realismo politico, era come un mastino che s’attacca agli stinchi finchè non gli si molla l’osso!.. In un caso, ebbe la sfortuna di sposare una causa perdente: la realizzazione delle Terme di Manzano, nel momento in cui il termalismo entrò in crisi e lo Stato non l’incentivò più sotto forma di permessi retribuiti ai dipendenti. A onor di Ilio, però, gli va riconosciuta una fede incrollabile sull’acqua di Manzano, avendo in testa anche uno slogan, chiosando “Chianciano fegato sano” in “ Manzano c…o sano”, avendone riscontrate – lui diceva – proprietà afrodisiache. Un’altra vicenda, invece, testimonia la prontezza e lucidità di Ilio. In occasione del pronunciamento del PCI cortonese per dar il via al progetto del nuovo ospedale della Fratta. Di fronte alla spaccatura del partito, tra chi riteneva prematura tale decisione e chi invece era per iniziarne subito l’iter, Ilio pose il suo indubbio prestigio a favore dell’avvio immediato delle procedure, finchè non la si spuntò sui resistenti. Bell’uomo, dal carattere forte e deciso, s’imponeva sulla scena in qualsiasi discussione per eloquio spigliato ed essenziale, dotato pure di una struttura fisica massiccia che sicuramente non dispiaceva al gentil sesso, dando origine al mito di Ilio gran seduttore, su cui si è molto favoleggiato.
In questi giorni, Ilio se n’è andato. Lasciando un vuoto a Montecchio e tra i tanti che l’hanno conosciuto e apprezzato per vitalità, un tempo prorompente, lealtà e franchezza, che, se aveva qualcosa da dire, non la mandava a dire, così com’era fedele alla parola data… appartenuto a una generazione che s’è battuta per ideali essenziali: quali la partecipazione alla vita collettiva e l’attenzione ai bisogni delle persone, non aspettandosi in cambio alcun utile personale.
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Brani del libro della cortonese Fiorella Casucci Camerini citati da Pierre Carniti in un discorso davanti al Presidente della Repubblica

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Importanti e solidi sono i legami tra Cortona e Pierre Carniti, che nell’autunno 2015 ha donato il suo archivio personale all’Accademia Etrusca, tramite il prof. Ivo Camerini collaboratore di Carniti negli anni ottanta del novecento. Il 6 dicembre, alla grande festa organizzata in Roma dalla Cisl nazionale per omaggiare gli ottant’anni di questo amato e stimato sindacalista, presenti il Presidente della Repubblica e una piccola delegazione cortonese ch’ha portato a Carniti un libro su Cortona, dono del sindaco Francesca Basanieri. La gremita assise romana ha visto intervenire i professori universitari Leonardo Becchetti, Romano Prodi, Raffaele Morese e la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan.
Il discorso di Carniti è stato molto interessante, echeggiante la sua lunga militanza di sindacalista cattolico sempre in prima linea in difesa del lavoro e dei lavoratori. Nonostante l’età, lucido e appassionato, ha tenuto una “lezione” di stringente attualità ai suoi successori nel sindacato. Nell’epoca della globalizzazione, ha ammonito di tener fede alla missione in difesa della dignità dei lavoratori. Senza tregua, di fronte allo strapotere e all’arroganza d’un capitalismo che pretende per sé il massimo profitto, erodendo diritti e salari, se non addirittura tagliando posti di lavoro o delocalizzando in aree a minori costi salariali e fiscalità compiacenti. Nell’impeto oratorio e nello svolgimento delle argomentazioni forse a qualche presente sarà parso un discorso datato, da “vecchio”, come un’aneddotica politica recente usa liquidare chi non la pensa allo stesso modo dei sedicenti innovatori, ma, invito ad ascoltarlo su YuoTube, è di notevole spessore.
Agli argomenti appassionanti di Carniti aggiungiamo – pur assenti all’assemblea, ma in coerenza con lo spirito del festeggiato – che ci sono pure imprenditori che, per lealtà verso i propri dipendenti, si sono sacrificati persino indebitandosi fino al suicidio, esempi estremi d’una Italia in gran sofferenza. La cui condizione è sotto gli occhi di tutti. Le statistiche dicono che ogni famiglia italiana ha un problema di lavoro: licenziamenti, disoccupazione giovanile, salari ridotti, voucher usati impropriamente, precarietà,… per non dire dell’insalubrità nei luoghi di lavoro e la scarsa cura nelle misure di sicurezza che produce ogni anno tanti morti e infortunati.
Carniti, nella sua conclusione, ha invitato a una nuova stagione unitaria della politica sindacale italiana che sia guida di cambiamento, di futuro positivo, di concreta speranza d’una nuova Italia che esca velocemente dalla crisi materiale e culturale odierna, dando lavoro a tutti. Nel far quest’invito, ha citato una frase: “nessun uomo è un isola… ogni uomo è un pezzo di continente, è una parte del tutto…. io sono parte della comunità… e quindi non chiedere mai per chi suona la campana…la campana suona per te” del poeta inglese seicentesco Donne, ripresa – ha voluto sottolinearlo con scrupolo – dalle pagine conclusive del libro “ Il futuro è nel nostro passato” dell’autrice cortonese Fiorella Casucci; richiamando anche le parole della stessa autrice nella parte conclusiva: “e oggi in questo tempo di individualismo sfrenato, di odio, di violenza, del sonno della ragione, in cui il suono della campana per ciascuno di noi è sommerso da un frastuono assordante, è essenziale recuperare il senso di solidarietà e di fraternità, di unione pena la dissoluzione della comunità alle quale apparteniamo”.
Come cortonesi apprezziamo molto Carniti che ha concluso il discorso, davanti a una platea qualificata e istituzionalmente importante col presidente Mattarella, citando brani dal libro della nostra concittadina, che poco tempo fa ho recensito con piacere e ammirazione. Ricordo a tutti che il libro sarà presentato al pubblico il 16 dicembre alle ore 18 presso la libreria Le Storie di Camucia.
Al Teatro Antonianum di Roma è stato distribuito ai presenti il libro di Edizioni Lavoro: “Pensiero, azione, autonomia. Saggi e testimonianze per pierre Carniti”, che contiene un contributo di ricerca storica ed iconografica dell’amico Ivo Ulisse Camerini, dedicatosi con passione per tanti anni alla ricerca e conservazione del patrimonio storico e culturale del sindacato Cisl.
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Alcune parole sull’esito del referendum costituzionale

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Prima di tutto lo faccio per me, cercar di capire l’essenza del momento politico caratterizzato dalla bocciatura d’una riforma costituzionale improntata al più sfrenato neoliberismo. Queste prime due cose sono certe. E sono convinto che il Rignanese si stia proiettando alla rivincita: avrà ancora i mezzi per farlo (ergo poteri nazionali e internazionali che contano su lui), e una base elettorale che gli darà ancora fiducia, e, in base all’Italicum, potrebbe risalire al Governo immediatamente. Il PD gli ha aperto l’autostrada per il potere a cui non rinuncerà, né accetterà dal partito adeguamenti di linea: quel riallineamento politico che la parte del NO al referendum vorrebbe più spostato a “sinistra”. Tardivamente, nel partito si sono accorti che qualcuno ha usurpato il nido del cuculo (il partito più organizzato e fidelizzato d’Italia) da cui non intende scansarsi. So vaghe nozioni di alchimie di partito, che leggo anche in questi giorni, ma i segnali vanno in direzione di un braccio di ferro all’interno del PD nel quale, al momento, non vedo compromessi, mentre i rapporti di forza sono chiaramente a favore di Renzi. Altra cosa m’è chiara, il vantaggio politico di quest’ultimo è notevole, Renzi è avviato senza alcuna remora verso un modello di società neoliberista con piccoli correttivi tipo mancette da 80 euro ai più svantaggiati, giusto per tenersi margini di consenso, mentre è disinteressato alla forbice tra ricchezza e povertà e soprattutto sul lavoro subordinato e la disoccupazione adotta la politica più cinica: la cancellazione di diritti e aspettative. Per la sinistra interna al PD e in generale per quel che resta della sinistra in Italia e in Europa, non c’è speranza di riaversi né d’una ripartenza, dopo i segnali forti d’aver perso consensi nella sua tradizionale base elettorale, dagli USA al Regno Unito all’Italia,… serie di debacle che non finiranno qui. Perché la sinistra possa mai tornare a sviluppare politiche sociali efficaci ci vogliono almeno due severe condizioni: una seria considerazione sui bisogni a cui intende dar voce e un rapporto col potere che vada oltre il Franza e Spagna purché se magna… dando un colpo di reni politico, attingendo a prospettive socio-economiche messe a disposizione dalle scienze sociali più favorevoli alla tutela di un welfare inclusivo verso milioni di vittime della globalizzazione.
Se ciò corrisponde alla realtà, risulta chiaro il martellamento politico e mediatico sull’uso spregiativo del termine populismo, rivolto a movimenti che, anche quel fantasma di sinistra sopravvissuta insieme all’establishment mondiale sedicente democratico, intende forzatamente collocare a destra. Per definizione, sarebbero tutti xenofobi, parafascisti, antidemocratici, ecc. ecc.. mentre è respinto o sottaciuto che politiche “democratiche” sarebbero al servizio delle banche e delle multinazionali, seminando nel mondo povertà e guerre senza fine. Salvo alcuni opinionisti, mosche bianche, alla Cacciari che cercano di distinguere il grano dal loglio. Vedendo come parti consistenti delle società occidentali si siano organizzate andando oltre i partiti, nell’intento per lo meno di correggere macroscopiche disfunzioni nel funzionamento dello Stato, cercando di liberarlo dalle ruberie, dai privilegi sfacciati e dare segnali di speranza a quella parte di società (giovani, disoccupati, poveri, …) ad oggi esclusa da ogni disegno politico, a partire dalla Comunità europea in giù.
Non dimentico d’esser cresciuto all’interno d’una cultura di sinistra, sono meravigliato dal pregiudizio verso nuove aggregazioni come il movimento cinque stelle, in particolare da chi milita nel PD o in formazioni di sinistra minori. Pregiudizi puntati sull’estemporaneità di un capo, che, vedi caso, è un comico che invoca a ogni piè sospinto un’etica politica e regole che dovrebbero costringere chiunque impegnato in politica a seguirle. Un lascito, quello dell’onestà politica, che trova le sue origini repubblicane in esponenti passati del calibro di De Gasperi, Berlinguer, non a caso, tanto per ricordarne due rappresentanti di partiti popolari, purtroppo inascoltati allora come ora. E ci si scandalizza quando il M5S seleziona i suoi candidati attraverso i (pochi?) militanti in rete, dando per scontato che siano migliori le procedure di altri partiti basati sulla nomina dei più fedeli ai leaders, non esistendo più una vita di partito e una naturale selezione delle classi diligenti a stretto contatto cogli elettori. Ciò, è innegabile, ha dato luogo a fenomeni inquietanti di trasformismo non solo nel passaggio da un partito a un altro, ma a spostamenti in corso di legislatura da una corrente di partito a un’altra al cambio di segretario. Legislatura per tanti versi bislacca pendendo su essa l’invalidità costituzionale di una legge che premia oltre ogni limite di decenza il partito uscito primo alle elezioni con uno scarto di voti modesto, e, nella quale, a gran parte degli eletti è stato chiesto un contributo finanziario importante, nonostante fosse in vigore il finanziamento pubblico ai partiti: come in antico si comprava il titolo di conte o marchese… A chi saranno fedeli questi eletti? Alla Nazione? Non credo. Bene. A questa e tante altre anomalie istituzionali si è pensato di porre rimedio accentuando ancor più l’elemento fidelizzazione dell’eletto ai leaders, a cui per fortuna hanno detto No i cittadini.
Concludendo, voglio dire che c’è ancora tanto da riflettere per modificare le strategie politiche dei partiti, che dovrebbero fin dalla campagna elettorale annunciare i punti del loro impegno, e non scoprire le carte a legislatura avviata, com’è capitato nell’intesa tra Napolitano e Renzi, paralizzando di fatto la legislatura su una riforma costituzionale la cui bocciatura giusta grava più dei costi che, nelle intenzioni, si sarebbero dovuti risparmiare. Senza dire poi che politica dovrebbe significare confronto e mediazione per lo meno nel decidere le regole del gioco. Ma, che questo metodo sarà d’ora in poi seguito, dubito molto. Prevarranno ancora prove muscolari, in cui gli elettori seguiranno da spettatori sperando che dal caos attuale escano fuori anche idee utili a salvare la traballante barca del paese.

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IL FUTURO E’ NEL NOSTRO PASSATO – Frammenti di saggezza antica per un nuovo umanesimo, di Fiorella Casucci Camerini

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casucci fiorePer paradosso, definirei il libro di Fiorella un testo preparatorio alla vita. Pur nella necessaria genericità, titolo e sottotitolo ne svelano i contenuti: una rilettura di frammenti scelti (un centinaio) tra i migliori autori dell’antichità greco-romana, rilettura svolta però in maniera originale rispetto ad altre antologie. Innanzi tutto é di facile lettura: a ogni frammento (parola o frase) è anteposto uno slogan, sintesi papale papale d’un concetto (moda invalsa anche nei social network), trattato in meno d’una cartella dattiloscritta; il che consente al lettore di mantenersi concentrato, apprezzando rinvii letterari (pregevoli, raffinati ed efficaci) e digressioni dell’Autrice. Testo concepito per provocare il piacere della lettura e una sorta di intimo dialogo-meditazione sul vissuto o sulle idee del lettore riguardo gli argomenti trattati. Inoltre, è da sottolinearne l’attualità, o meglio l’utilità pratica d’un libro che mette di fronte a temi fondamentali: l’amore, la morte, gli affetti, i sogni, l’amicizia, la poesia, la natura, la sofferenza, la cattiveria e la bontà, l’universo, la natura umana, la politica, il tempo della vita, la conoscenza, la guerra, l’onore, l’odio, il divino, il corpo, la sorte, la noia, la democrazia, i miti, la scrittura, la parola, le lettere dell’alfabeto, la responsabilità, ecc. ecc.; l’elenco è lungo, ma incompleto, tuttavia sufficiente a dimostrare il coraggio dell’Autrice che non scansa temi anche spinosi. Altra peculiarità di Fiorella è come affronta gli argomenti. Da docente di materie classiche, com’è stata per quaranta anni? Anche. Se pure non di quelle palloccolose, a cui interessa solo fissare nozioni, categorie, date, autori, … Fiorella va al nocciolo delle questioni, usando un enorme sapere con leggerezza, donando al lettore anche sue personali riflessioni e persino esprimendo sentimenti. Operazione culturale non fine a se stessa, ma coerente con l’obiettivo dichiarato nel titolo del libro: dimostrare che il nostro futuro è (gran parte) iscritto nel nostro passato. Quindi, Fiorella è innanzi tutto una lettrice, dotata d’una invidiabile vastità di conoscenze classiche, in grado di esporre le sue idee in un confronto alla pari con autori del passato. Così come collega tra loro, sullo stesso argomento, autorevoli personaggi del pensiero umano. Un po’ come l’ape che cerca il nettare migliore volando di fiore in fiore, ci consegna una sorta di breviario laico utile a farci compagnia, a consolarci, a stimolarci a viver meglio, ad approfondire… e pure a rassegnarci al destino quando sia inevitabile. Le 140 pagine del libro si possono leggere in tre/quattro pomeriggi, ma non per forza richiedono d’esser bevute d’un fiato, né obbligano a una lettura sistematica. Volendo, si può scorrere il libro scegliendo a piacere gli argomenti dall’indice. E, giunti al termine della lettura, avremo la prova concreta “che ogni progresso della conoscenza è debitore del passato”; come affermava Bernardo di Chartres: “Tutti noi siamo nani sulle spalle dei giganti”. Fiorella non è una classicista parruccona, ma donna che vive intensamente e laicamente usando filtri culturali per star meglio. A dimostrarlo, bastano pochi esempi tratti dal libro. Come il confronto tra gli splendidi versi di Alcmane e di Lucio Battisti, ambedue impegnati in un volo immaginario. Notturno di Alcmane: “Dormono le cime dei monti e le valli,/ le balze e i burroni/ e le selve e gli animali, quanti ne nutre la nera terra/ le fiere montane e la stirpe delle api/ e i mostri negli abissi del mare purpureo;/ dormono le schiere degli uccelli dalle ali spiegate”. A cui fa eco Battisti: “ Come può uno scoglio/ arginare il mare/ anche se non voglio/ torno già a volare./ Le distese azzurre/ e le verdi terre/ le discese ardite/ e le risalite/ su nel cielo aperto/ e poi giù il deserto/ e poi ancora in alto/ con un grande salto./ Dove vai quando poi resti sola/ senza ali tu lo sai non si vola…(Io vorrei…non vorrei…ma se vuoi…)” Fiorella spiega i motivi di tale accostamento, che invito a leggere nel coinvolgente libro (forse l’autore del testo non è Battisti, ma Mogol… ciò è ininfluente sul nostro ragionamento). Sempre riferita ai poeti, Fiorella mette, sotto il titolo Un rivoluzionario programma di vita, la poesia La cosa più bella di Saffo: “Alcuni una schiera di cavalieri, altri di fanti, / altri di navi dicono che sulla nera terra/ sia la cosa più bella, io ciò che/ uno ama…” a cui segue un commento non paludato, accentuando l’impronta rivoluzionaria della poetessa in un mondo fermamente maschilista: “Programma di vita e di poesia è per Saffo l’amore. L’ode inizia in modo deciso, contrapponendo la concezione di vita degli altri alla sua. Questi altri, ben individuati, sono gli uomini, perché il maschilismo già dominava nella vita pubblica e sociale, oltre che nella poesia, che era fino ad allora sostanzialmente omerica”. Stessa discriminazione di genere, Fiorella, l’imputa alla democrazia ateniese. Pur nata sotto buone intenzioni (…è chiamata democrazia perché amministrata non per pochi, ma per la maggioranza…, scriveva Tucidide nelle Storie ), ma ancor oggi incerta nel suo inverarsi, dopo venticinque secoli dalla sua teorizzazione, e, fin dagli inizi, ricettacolo di corruzione, demagogia, cattivo governo, descritti da Luciano Canfora ne Il mondo di Atene. A quei vizi, della imperfetta democrazia ateniese, Fiorella aggiunge: “la schiavitù, la condizione della donna e, non ultimo, l’imperialismo ateniese esercitato nei confronti degli alleati della lega delio-attica, collegato con la necessità storico-politica di esportare la libertà e la democrazia all’esterno!” Perbacco! certi corsi e ricorsi storici sono impressionanti se accostati anche ad altre riflessioni sulla democrazia, l’imperialismo, il potere dei tiranni,… gli effetti del Potere nei destini di una comunità, o in una persona singola… argomenti trattati da Fiorella con chiarezza, avendo attinto a sorgenti preziose – nella loro perenne scansione di fonti rare a noi pervenute – in Erodoto, Tucidide, Sofocle, Euripide, Seneca, Marco Aurelio, Livio, Polibio, Plutarco, Tacito,…
Tra le epigrafi memorabili scelte, vado a segnalarne alcune allusive della condizione umana, prese da Fiorella a sostegno del suo obiettivo: “il futuro è nel nostro passato”, quando ci propone: “La vita degli uomini mi sembra simile ad un lungo corteo e la Fortuna guida la processione e dispone ogni cosa, applicando le maschere, diverse e varie, ai partecipanti…” e come alla fine di ogni rappresentazione teatrale “ciascuno si toglie la veste, depone la maschera insieme al corpo, e torna ad essere com’era prima, non differendo per nulla dal vicino” (Luciano, Menippo, 16). Finchè si è in marcia, grazie alla mutevole Fortuna, i ruoli possono invertirsi da re a schiavo e viceversa, sotto quel non so che di grottesco e bizzarro datoci dalla maschera di cui ci copriamo, ma finito lo spettacolo della vita la morte livella, riconducendo “tutto a uno stato di pre-esistenza: come se la vita fosse un puntino insignificante schiacciato tra il prima e il dopo, entrambi immersi nella loro eternità” spiega Fiorella, ai duri di comprendonio. E, in virtù del suo elegante sapere, ci regala pure un proverbio aborigeno australiano: “Siamo tutti dei visitatori di questo tempo e di questo luogo. Noi non facciamo altro che attraversarli. Il nostro compito qui è di osservare, imparare, crescere e amare. Dopo di che torneremo a casa”, intendendo qui la morte come ritorno a casa. Meglio sarebbe senza ritorno indietro, come, invece, in antico si riteneva possibile nel mito di Er – descritto nella Repubblica di Platone – in cui gli “esseri, destinati alla trasmigrazione, paragonati a stelle cadenti, che cadono in su, invece che in giù da questo non luogo, dove giungono le anime dei defunti per essere giudicate. E la speranza della rinascita, di una prova d’appello, di più vite da vivere finisce, al contrario, per diventare angoscia: la paura di morire che si trasforma in paura di non morire mai”. Il mito di Er è meraviglioso, scrive Fiorella, aggiungendo però il suo interrogativo, ma “Chi vuol vivere per sempre? Wo Wants to Live Forever?” come secoli più tardi canteranno i Qeens. A superare la paura dell’eterno ritorno ci sovviene Lucrezio, nel De Rerum Natura: “Nulla, dunque, per noi è la morte e non ci riguarda affatto, dal momento che la natura dell’anima è ritenuta mortale”, cioè: “quando ci siamo noi, non c’è la morte, quando c’è la morte, allora non ci siamo più noi”. Non ci resta perciò che seguire il consiglio: “il sommo bene consiste nel vivere secondo natura”, sostiene Fiorella parafrasando Seneca (De otio): “La natura ci ha dato un ingegno desideroso di conoscenza e conscia della propria abilità e bellezza, ci ha generato spettatori di tante meraviglie, perché perderebbe il frutto del suo operato, se mostrasse opere così grandi e splendide…al deserto.” E così via procedendo… la lettura del libro di Fiorella Casucci Camerini, trasportandoci nel pensiero del passato, è capace di soddisfare gran parte degli interrogativi postici dal nostro presente. Risposta implicita a quanti, dubitando sull’utilità del sapere classico nelle scuole, vorrebbero togliergli spazio!
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FULVIO CASTELLANI, “PUNZINO”, ciabattino cortese e longevo

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tutti-dormono-sulla-collina-di-dardano-di-ferruccio-fabilliIntravidi Fulvio, la prima volta, nella penombra – illuminato solo il desco da lavoro – nella botteguccia da ciabattino, odorosa di vernici e mastice, attigua alla bibliotechina pubblica, dove prendevo a prestito ingiallite letture per ragazzi. I due locali erano sul lato posteriore di villa Sandrelli a Camucia – lungo la trafficata strada nazionale, dirimpetto all’allora caserma dei carabinieri. Poco a che vedere col fronte elegante della dimora nobiliare – affacciata sull’ampio e curato parco – che ospitò pure un papa in transito: Pio VII. Il retro-villa ha l’aspetto lineare delle residenze popolari. Dove, in un locale seminterrato e angusto, il ciabattino trascorse i giorni d’una lunga vita. Visse 97 anni. E finchè fu sorretto dalle forze, anche per far quattro chiacchiere con gli amici, scendeva in bottega. Fulvio era stato apprendista da Orlando Ciculi – che, a due passi da lì, aprì un fortunato negozio di scarpe. Morto il babbo si caricò sulle spalle la famiglia, con due sorelle da crescere, nello storico rione popolare camuciese della Bicheca. Per tutti, Fulvio era Punzino. Come il nonno e il babbo, fino al più giovane maschio di famiglia Massimo, si sono tramandati quell’appellativo: Punzino. Mentre le sorelle di Fulvio, maritate, presero altri soprannomi: Margherita era la Bambara, e Augusta la Bigheri. (Superfluo ricordare che i soprannomi, una volta appioppati, si ereditassero per linea retta padre/figlio, e le mogli si chiamassero come i mariti). Il mestiere di ciabattino, umile e gravoso, aveva un vantaggio: di non far mai la fame. Specie se svolto con diligenza e laboriosità, come Fulvio. Che, nei momenti di calma in bottega, saliva in bicicletta girando nelle campagne a far zoccoli ai contadini; usando anche materiali di recupero come i vecchi copertoni, sottratti a relitti bellici, trasformati in sopratacchi e soprasuole resistenti e antiscivolo. La penuria di soldi costringeva intere famiglie contadine a usare zoccoli come calzari, poco costosi e molto resistenti. In cambio, essi davano al ciabattino prodotti della terra, del pollaio, vino e olio, che certo non l’arricchivano ma tanto bastava per non far la fame. A proposito di fame, Massimo ricorda un episodio drammatico capitato al babbo, durante la ritirata tedesca in quel di San Lorenzo, mentre trasportava farina in compagnia del coetaneo Mèchena (Primo Capoduri), mugnaio di professione. I militari tedeschi arrestarono i due compari, minacciando di fucilarli per contrabbando di farina! Fattosi buio, i familiari erano preoccupati sulla sorte dei due giovani. Ma, grazie alle doti affabulatorie del Mèchena, finì che i tedeschi offrirono loro una cena a base di carne di pecora. Tornato a casa a notte fonda, meravigliò i familiari un Fulvio ubriaco… mai capitato!… però lo spavento di quella notte si risolse con un’orticaria, diffusa sul corpo, da carne di pecora… Punzino ne era allergico.
Socievole, umile, cortese, rispettoso e gran lavoratore dalle sette di mattina, quando scendeva in bottega, fino a tarda sera, allorché la moglie andava in ansia per i ritardi del marito. Il lavoro metodico e paziente richiedeva tempo per contentare la crescente clientela e metter da parte soldi per farsi una casa, che realizzò negli anni Sessanta. Di Punzino, cinquantenne, il figlio, decenne, ricorda quel momento di grande soddisfazione: l’obbiettivo d’una casa propria! seppure a costo di sacrifici. E per Massimo era giunto il momento di avere qualche soldino in tasca, e, per procurarseli, s’ingegnò come lustrascarpe, in cambio di mancette. Al babbo sarebbe piaciuto che avesse seguitato il suo mestiere, invece Massimo, alla prima occasione che gli si presentò di squagliarsela, scappò via a Firenze, Milano, …verso altri interessi. Chissà se, da quella fuga, Cortona perse un impresario calzaturiero pari ai Della Valle?…
L’angusta bottega di Fulvio, stracolma di attrezzi, tomaie, sopratacchi, scarpe riparate e da riparare,…era un simpatico luogo di ritrovo. Dove, come dal barbiere, si andava a pettegolare, parlare di politica, di attualità (con la presenza anche di gente colta come il farmacista Edo Bianchi), o a sbirciare riviste osè, tra lo scollacciato e il politico, come ABC. Magari accostando l’unica imposta: la porta finestra che dava sulla statale rumorosa e puzzolente. Il pacato Punzino era stato attivista politico, compagno di idee di Ricciotti Valdarnini: primo sindaco comunista di Cortona, antifascista schedato e perseguitato dall’OVRA. E, nel dopoguerra, candidato senza successo al parlamento e dirigente cortonese del PCI finchè non cadde in disgrazia, accusato di titoismo. I titoisti furono espulsi dal partito, dopo che Togliatti li ebbe definiti i pidocchi sulla nobile criniera del cavallo. Il cavallo, inutile dirlo, era il partito. Espulso Valdarnini – deliberandone l’emarginazione e l’oblio di ogni merito, che da dirigente politico e sindaco non erano stati pochi -, anche Fulvio lo seguì (con pochi altri compagni: Crivelli, Rinaldi, Luciano Bambara, …) pur mantenendo convinzioni egualitarie e anticlericali. Punzino non partecipò più ai riti della chiesa comunista, né alla diffusione dell’Unità e del Pioniere, sui quali aveva letto nuove visioni del mondo. Legato com’era a Valdarnini da amicizia e riconoscenza, avendo pure ricevuto soldi in prestito per costruirsi casa. (Tempi in cui si poteva prestare soldi e riottenerli indietro senza rischi, anche solo sulla parola!). Punzino, comunista, che litigava di politica col Ghioghiolo, cugino fascista, era parte del folklore del rione popolare della Bicheca, quartiere che da solo meriterebbe un lungo racconto.
Per le abitudini del tempo – risuolare e fare sopratacchi rovinati finchè le scarpe non fossero da buttare – Punzino teneva il libretto dei debiti che la gente onorava entro un mese, se gli andava bene… anche se era un altruista generoso. Basti ricordare la sera che portò uno zingaro affamato a cena a casa, sconvolgendo i suoi familiari… così come riparava i palloni di calcio del Camucia portati da Codenna, magazziniere della squadra. Il fragile dei vecchi palloni di calcio era nel pellame e nella cucitura, dalla quale, per gonfiarli, ogni volta si estraeva il picciolo di gomma della camera d’aria.
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