Vero Mearini barista d’una gioventù bruciata, da passioni politiche e sessuali, in ozio burlesco

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Qualcuno indica nei bar del dopoguerra l’equivalente odierno dei social network, con più tempo a disposizione per i maschietti; le donne vi apparivano più volentieri in orario diurno, fino agli anni Sessanta. Soprattutto in certi bar e in ore serali, ritrovi di chiassose combriccole di giocatori a carte e biliardo, in ambienti fumosi e un tantino etilisti. L’emancipazione femminile è passata pure dal bar, insomma. I bar degli anni Sessanta e Settanta erano meno numerosi d’oggi nel nostro Comune. In seguito aumentati, specie nelle frazioni maggiori. Ma, in rapporto alla popolazione residente, a Cortona l’incremento è stato assai più vistoso, in funzione turistica.
I bar cittadini, all’incirca, avevano il loro pubblico particolare, a partire dai vicini residenti. Il bar dello Sport, la Posta Vecchia, il Signorelli, frequentati da dipendenti pubblici, bancari, postali, ospedalieri, e da cricche cementate dalla simpatia coi titolari, e dal turismo in crescita. Poi venne la moda della terrazza di Tonino, luogo di “acchiappi” estivi, vicino al bar di Enrico, sulla scesa di via Severini.
Il Circolo Operaio e il Benedetti avevano orari e pubblici propri di affezionati biscazzieri. All’Operaio, ritrovo frequentato e popolare, si giocava a carte e biliardo e si masticavano opinioni politiche e sindacali in prevalenza orientate a sinistra. Al Benedetti, più elitario e politicamente con simpatie più orientate al centro e a destra, le poste in gioco a carte erano a volte piuttosto alte, finanche case e terreni! – dai racconti frammentari del prof. Oreste Cozzi Lepri assiduo del Circolo. Il cui pubblico salace, è bene abbozzato da un episodio che pare attinto da Boccaccio: un giovane socio si presentò raggiante al Circolo annunciando le nozze imminenti. Dopo aver risposto alla domanda: “Con chi ti sposi?” i presenti, fregandosi le mani, esultarono: “Ah bene!… Così non andremo più al casino!” L’ignaro sventurato non aveva scelto una moglie dalle virtù specchiate…
In Ruga Piana c’erano gli specialisti pasticceri: il bar del maestro Emilio Banchelli a cui poi si aggiunse quello del Marconi.
Pur non vivendo in città, capitavo al bar di Vero, sulla ripida via Guelfa a poche decine di metri da piazza del Comune, ritrovo di alcuni compagni di liceo, Augusto Cauchi in testa, tra i più folcloristici e inquieti avventori.
Con la moglie Settimia (se non ricordo male il nome) e il figlio Marcello, Vero Mearini era il simpatico titolare del bar. Un po’ angusto. Due localini, in cui si giocava a carte e boccette e si tenevano accese dispute politiche tra appartenenti a opposte fazioni, che non di rado degeneravano in risse verbali, ma con soddisfazione dei contendenti che non aspettavano altro che ripetere quegli scazzi verbali. Un modo estroverso per carpirsi opinioni e mosse politiche tra fazioni in lizza.
Vero, magrolino, spiritoso padrone di casa, volentieri s’intrometteva nelle discussioni che si protraevano fino a notte fonda, tra un pubblico, spesso il solito, in cui a ognuno erano note le idee altrui. Perciò bastava un nonnulla per accendere la miccia di accese dispute polemiche, traendo spunto da fatti e vicende capitate a questo o a quell’avventore, o avendo a pretesto recenti prese di posizioni politiche di questo o quel partito. Le più infuocate e divertenti polemiche scoppiavano tra coloriture politiche avverse: simpatizzanti comunisti e fascisti, all’epoca numerosi e agguerriti; anche per il solo gusto di metter taluno in minoranza o in difficoltà dialettiche. Litiganti che, nel passare del tempo, hanno pure tessuto solide amicizie durature.
Il bar di Vero, palestra di dispute, era una specie di brutta copia del Giardino epicureo: giardino, significando in senso etimologico recinto murato, avrebbe retto la somiglianza fisica, sul versante filosofico non c’era perfetta affinità, nello stile e nella mescolanza degli adepti. A suo modo però luogo di formazione, strampalato quanto vuoi, dove i più sfacciati trovavano libertà d’espressione senza remore… al massimo si beccavano un vaffanculo o un’offesa! Che non ferivano più di tanto, se, l’indomani, era facile ricominciasse daccapo la medesima tiritera tra gli stessi.
E, come in ogni bar più o meno malfamato, tra gli argomenti in voga c’era pure la “topa”, nelle sue ricche varianti lessicali. Giudizi liberi su bellezze e virtù femminili, e su chi tra gli astanti fosse più abile nell’arte amatoria; venendo fuori una specie di tacita classifica tra volponi, mezze volpi, e chi non acchiappava neanche una passera da ferma! Insomma, a puntate, un visitatore di quel bar avrebbe potuto capire la storia la geografia e la filosofia dell’acchiappo femminile di quella gioventù bruciata (a parole) da passioni amatorie. Senza escludere l’esercizio più facile dell’ars amandi in alcove prezzolate, disseminate tra case private di hobbiste concupiscenti, alberghetti compiacenti, o nei pressi di raccordi stradali siti di notturni puttantour.
Quegli avventori zuzzurelloni erano capaci pure di scherzi più o meno tremendi. Di cui fu vittima lo stesso Vero. Una volta scoperto il portone dove spesso finiva la notte, che non era casa sua, dunque era chiara la scappatella, in qualche modo gli fu bloccata l’uscita dal portone. Dietro il quale, rinserrato, fu lasciato penare il povero smoccolante Vero. Non so quanto a lungo, ma tanto da montar una bella incazzatura.
Poi venne la moda dell’aiutino alla vigoria maschile, ma i più si vergognavano di andare in farmacia a ritirare personalmente il farmaco portentoso, con prescrizione medica a proprio nome e cognome. Allora, che si studiò? Complice Marcello, che nel frattempo si era impiegato come infermiere all’ospedale, iniziò un’impressionante serie di prescrizioni mediche del farmaco portentoso intestate a Vero. Così, in quel periodo, Vero divenne il maggiore consumatore (sulla carta) di Viagra, e, dunque, tra i maggiori sessuomani cortonesi… a sua insaputa.
www.ferrucciofabilli.it

Le corna nella letteratura e nella storia – di Rolando Bietolini e Carlo Roccanti

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Il testo che segue è la traduzione in commedia di una accurata ricerca storico-letteraria in tema di CORNA svolta con ammirevole cura da due letterati contemporanei: Rolando Bietolini appassionato di letteratura erotica (avendo già prodotto una gustosa trilogia “La cosa” “Il coso” e “L’arte del pompino”) e Carlo Roccanti poeta vernacolare in chianaiolo. A loro si è aggiunto, nella recitazione dal vivo, Sergio Angori, già docente universitario di Pedagogia, cui corrisponde la S dei dialoghi. Ovvio R  è Rolando e C Carlo. Questo testo definitivo è stato recitato presso la Università della Terza Età di Terontola. Buon divertimento! -. Ferruccio Fabilli

Saluto dell’Organizzazione

Attimi di silenzio con Carlo e Rolando che si massaggiano la fronte, poi:

R.
Cara, ho paura che mio marito sia molto malato.
C.
Per carità, fai le corna.
R.
Oh! Fosse per quello, non avrebbe neanche un raffreddore.
C.
Da una statistica risulta che il 50% degli italiani ha una relazione extraconiugale.
R.
Sai cosa significa?
C.
Che, se non ce l’hai tu, allora ce l’ha tua moglie, la… relazione. È la statistica!
R.
Mio marito è un buono a nulla. Se non ci fossi io non sarebbe neanche capace a essere cornuto.
C.
Se uno ti porta via la moglie, non c’è miglior vendetta che… lasciargliela.
R.
Ma ora, basta; a te, Sergio, l’onore dell’introduzione.
C.
Oh, oh…Non cominciamo con i doppi sensi, io direi di definirla Premessa, sarà meglio.
S.
Sarà una breve… Premessa. Ridere – è cosa risaputa – fa bene alla salute, aiuta a vivere sereni, solleva l’umore, allontana l’ansia e lo stress.
La questione che tratteremo nella nostra “dissertazione semiseria”, in verità molto poco seria, come accennato è tutt’altro che da considerare una cosuccia: è un fatto incontrovertibile che, a cominciare dalla mitologia greca, la nostra storia brulichi di tradimenti coniugali.
Al di là del desiderio di condividere con voi il piacere di trascorrere un’ora dimenticando i tanti affanni che ci assillano, preme sottolineare che la preparazione di questa “dissertazione” è stata preceduta da un lungo lavoro, serio – questo sì -, approfondito, documentato scientificamente, condotto con grande scrupolo in larghissima misura dal prof. Rolando Bietolini, bibliofilo di vaglia, apprezzato studioso ed esperto del settore, che ha setacciato la letteratura di tutti i tempi e anche di diverse culture alla ricerca di opere dedicate all’argomento.

Il lavoro di selezione e di analisi da lui svolto si è arricchito del prezioso contributo del dott. Carlo Roccanti – ringrazio entrambi, fin d’ora, con riconoscenza e con molto affetto – per la “messa in scena” di questa “cosa” che vogliamo proporvi.
Gli ingredienti di cui essa è fatta sono pochi ma, vi assicuro, di… qualità: storia, letteratura, costume, arte, corna di ieri e corna di oggi, cornuti di paesi lontani e, naturalmente, anche di Cortona, ma… ma… della Cortona del tempo che fu.
Ed allora partiamo da un fatto di corna accaduto proprio nella nostra città nel lontano luglio 1766 che Bernardino Cecchetti (un prete pettegolo, con la lingua di Perpetua, come ha detto qualcuno) racconta nelle sue “Cronache cortonesi”, una specie di diario in cui egli annota, per circa cinquant’anni, tutto quello che quotidianamente accade in Cortona, ove vive (viveva) una donna sposata, una certa Mencacchiona, piuttosto chiacchierata a motivo della sua condotta non proprio irreprensibile
R.
La nostra Mencacchiona, portata via dal famoso Gioacchini era stata denunciata dal marito al tribunale (per abbandono del tetto coniugale, si direbbe oggi) e lui era stato denunciato per ratto. Il di lei marito, sapendo che essa era alla osteria di Monte Calandro con il suo Gioacchini,
C.
Ma questa, allora, è roba di Terontola…Oh, non c’è niente da fare… per certe cose si va a finire sempre tra le frasche, da quelle parti!!
R.
(il marito della Mencacchiona dunque) se ne andò lesto lesto a vederla e appena arrivato (i due amanti) gli si presentarono con garbo dicendogli che scusasse di tale affronto ma non vi era stato nulla di male, anzi tutto era riuscito in bene per l’anime loro perché lui l’aveva condotta alla Madonna del Loreto e avevano pregato anco per la salute del di lei marito.
C.
Il buono uomo (il marito) non solo gli perdonò, ma restò loro obbligato e intanto ricondusse la moglie in Cortona. Il Tribunale, però, non intese storie e fece carcerare la detta Mencacchiona. Il giorno dopo il predetto Gioacchini, forse per spiegare i buoni propositi fatti nello spirituale viaggio della Santa Casa di Loreto, venne a Cortona ma sentendo che la donna era stata carcerata si ritirò, per paura, in casa del marito di lei in S. Sebastiano, ed ivi mangiarono insieme, essendo ormai fatti amici sviscerati.
R.
Esempio perfetto di “becco e contento”!!
S.
Le corna, si sa, hanno sempre suscitato ilarità ma non se ne comprende il vero motivo, essendo – almeno per sentito dire – una delle cose più fastidiose e “pesanti” che un uomo o una donna debbano portare. Ovviamente per rientrare nella “Corporazione dei Cornuti” bisogna per prima cosa aver contratto matrimonio. Fatto ciò, non resta che attendere: la sorte prima o poi è generalmente benigna.
C.
Questa strana “malattia coniugale” che colpisce gli adulti di sesso maschile, ma non solo loro, non ha purtroppo alcun antidoto: nemmeno un grande e saggio imperatore filosofo, come Marco Aurelio, fu in grado di esserne immune (altri imperatori notoriamente “cornuti”, come risulta dall’opera di Svetonio (70-140 d. C.) De vita Caesarum, furono Adriano, a causa di Sabina, e Claudio, marito di Messalina, considerata ancor oggi, e son passati 2000 anni, una poco di buono).
A chi lo spingeva a punire severamente l’infedeltà della moglie Faustina, Marco Aurelio rispose, con stoica saggezza, non esservi alcuna medicina per questo “male”.
R.
Dovete sapere, in proposito, che Faustina aveva seguito il marito imperatore in ben due spedizioni di guerra, ricevendo il titolo di “mater castrorum”, ossia di “madre degli accampamenti militari”, meglio si sarebbe però dovuto dire: “di amante di tutti i soldati degli accampamenti romani”. Edward Gibbon, storico inglese, nel suo testo “Storia e decadenza dell’impero romano”, dà credito a tali maldicenze e scrive: “Faustina non è meno famosa per le sue disonestà che per la sua bellezza”.
S.
Della donna della Roma antica – della matrona come si chiamava allora – si è a lungo celebrata la dedizione alla casa e alla cura dei figli (diversamente dalle donne etrusche, considerate più frivole), ma nella società romana dell’età imperiale le cose cambiano: le donne sono ormai più colte, più intraprendenti, possono disporre del proprio patrimonio avuto in dote, dispongono di maggiore libertà e così arrivano i vizi, tra cui l’infedeltà.
E di questo decadimento dei costumi, in tono comico-satirico, si dolgono, nei loro versi, sia Giovenale che Marziale, entrambi vissuti tra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C.
Giovenale, nella sesta Satira, che si intitola Contro le donne, mette in allerta tutti gli uomini che intendano sposarsi sulle conseguenze del matrimonio e scrive:
R.
Valle a capire le donne!
Se per caso si trovano in pericolo
per un motivo serio, eccole lì
gelide di paura, con le gambe
che non le reggono, pronte a svenire;
ma con quale coraggio invece affrontano
i rischi nelle più turpi avventure!
Se l’ordina il marito, ahi che fatica
imbarcarsi: la stiva come puzza,
il cielo come gira sulla testa…
Se sono invece con l’amante,
tutto funziona a meraviglia, testa e stomaco.
Col marito rigettano, con l’altro
mangiano allegre insieme ai marinai,
corrono per il ponte, si divertono
a maneggiare…quei duri cordami.
S.
E più oltre:

C.
Vi sento, vecchi amici miei, da un pezzo
predicarmi: “Chiudila a catenaccio,
non falla uscire!”. Ma chi guarderà poi
le guardie? E’ a loro che una moglie furba
in primo luogo penserà.
S.
E Marziale così denuncia i vizi del tempo, tra cui l’infedeltà coniugale. Tra i suoi pochi epigrammi leggibili in questa sala, ascoltiamo quello scritto in onore del ricco Candido:

R.
Soltanto tuoi sono i poderi, o Candido, soltanto tuoi i denari,
soltanto tuoi i vasi d’oro e di mirra,
soltanto tue le anfore di vino massico,
e soltanto tuo il senno, e soltanto tuo l’ingegno.
Soltanto tue sono tutte queste cose: né credere ch’io voglia negarlo!
ma la moglie, Candido mio, l’hai in comune con tutti.

S.
Nonché l’epigramma dedicato ad un cornuto pacifico
C.
Chi è, Mariano, cotesto ricciutello,
che sempre alla tua sposa sta attaccato?
Chi è cotesto ricciutello,
che sussurra all’orecchio delicato
di tua moglie non so che parole
e appoggia sulla sedia
il suo gomito destro?
Non mi rispondi nulla?

R.
– Egli sbriga gli affari di mia moglie! Eh sì, davvero è un uomo di fiducia.
C.
Sbriga gli affari di tua moglie?
Proprio quel ricciutello buono a nulla?
Costui non di tua moglie, o Mariano,
gli affari fa, ma fa gli affari tuoi.
S.
Ancora dalla letteratura latina vi proponiamo una pagina del IX libro delle Metamorfosi di Apuleio (scrittore del II sec. d.C.). L’opera, conosciuta anche come L’asino d’oro, è un romanzo in cui Lucio, il protagonista, è stato trasformato in asino e vive diverse peripezie prima di poter tornare ad essere un uomo. Quest’asino, che mantiene il raziocinio umano, nel suo peregrinare assiste a diversi fatti, compreso vari tradimenti coniugali.
Dopo aver toccati parecchi cascinali e villaggi – dice l’asino – ci fermammo a un paese e nella locanda dove prendemmo alloggio, ci fu riferita la storiella spassosa di un poveruomo, fatto cornuto, che ora voglio raccontare anche a voi.

C.
Dunque, quest’uomo che lavorava da fabbro faceva la miseria nera e, con quel che guadagnava, appena appena riusciva a vivere. Anche sua moglie, come lui, non aveva il becco d’un quattrino ma, in compenso, era libidinosa al massimo, e tutti lo sapevano.
Un giorno, di buon’ora, appena il marito se ne uscì per andare al lavoro, subito un amante, con estrema sfacciataggine, s’infilò in casa. Ma ecco che mentre i due s’azzuffavano alla bell’e meglio sul letto, l’ignaro marito, senza sospettare di nulla, tornò sui suoi passi e, trovando la porta chiusa e sprangata, fra sé compiacendosi dell’onestà della moglie, picchiò all’uscio e le dette anche un fischio per farsi riconoscere.
La moglie, furba e pratica in imbrogli di questo genere, si staccò dall’uomo che teneva stretto fra le braccia e, come se niente fosse, lo nascose in una botte vuota, seminterrata in un angolo; poi, aperta la porta, aggredì il marito che ancora nemmeno era entrato:
R.
«Ah, è così? Ora mi vai anche a spasso, con le mani in tasca, come uno sfaccendato buono a nulla. Perché non sei andato a lavorare? Alla famiglia non ci pensi, no? Cos’è che mangeremo oggi? E io, disgraziata, che me ne sto notte e giorno a rompermi le braccia filando lana perché in questa stanzetta almeno ci sia accesa la lampada. Guarda Dafne, quella qui vicino invece, com’è più fortunata di me: mangia e beve da prima mattina e si rivoltola nel letto ora con uno ora con un altro».
S.
E il marito, dopo una simile strapazzata:
C.
«Ma che ti prende? Il padrone aveva una causa in tribunale e ci ha fatto far festa. Però io ci ho pensato lo stesso alla nostra cenetta. La vedi quella botte? Sempre vuota, occupa tanto spazio per nulla, anzi sempre lì tra i piedi è più un impiccio che altro. Ebbene, l’ho venduta a un tale per sei denari; tra poco sarà qui con i quattrini e se la porterà via. Perciò dammi una mano a tirarla fuori».
R.
(risata) «Ma che gran d’uomo che è mio marito; ha proprio il bernoccolo degli affari: mi va a vendere a un prezzo inferiore della roba che io, povera donna, sempre chiusa in casa, ho già venduto per sette denari».
C.
«E chi te l’ha comprata a così tanto?»
R.
«Ah scemo! È già da un po’ ch’è lì dentro, per vedere se è sana!»
C.
Dal canto suo l’amante non fu da meno della donna e, spuntando fuori:
S.
«Vuoi sapere la verità, buona donna? Questa tua botte è troppo vecchia e sgangherata. Ha certe crepe che paion fessure. E tu buon uomo, chiunque sia, fammi il favore di darmi una lanterna; voglio toglierci tutto lo sporco per vedere se può ancora servire. Non crederai mica che io li vada a rubare i miei soldi!»
C.
«Tirati sù di lì, amico mio, e stattene quieto e comodo, disse il marito. Ci penserò io a farlo e te la mostrerò quand’è pulita».
S.
E così dicendo, toltisi gli abiti, il marito si calò dentro con il lume e cominciò a raschiare tutte le incrostazioni che con il tempo s’erano formate in quella vecchia giara.
Dal canto suo l’amante, un pezzo di ragazzo, si lavorava di gusto la moglie del fabbro che se ne stava appoggiata e curva sulla giara e che anzi, sporgendo il capo all’interno, si prendeva gioco del marito dicendogli:
R.
«Pulisci qui, c’è ancora sporco lì…, e qua…, e là».
S.
Portato a termine ciascuno il suo lavoro, e avuti i suoi sette denari, quel disgraziato fabbro fu costretto a caricarsi in spalla la giara e a portarla fino a casa del suo rivale.
C.
Altro tipico esempio di “cornuto e contento”!.
S.
Ma, fermiamoci un attimo sul termine “cornuto”, sulla cui origine circolano diverse versioni. E’ doveroso partire dalla Mitologia dell’antica Grecia. Siamo a Creta: Minosse, figlio di Giove, per legittimare il suo diritto di successione al trono dell’isola, chiese al dio del mare Poseidone una degna vittima da sacrificare durante la cerimonia.

R.
Dalle onde del mare apparve un toro tutto bianco, bellissimo. Talmente bello che Minosse pensò di tenerlo per sé sacrificando al suo posto un altro toro. Brutto affare offendere la suscettibilità di una divinità di quei tempi: Posidone se la legò al dito e, visto che la moglie di Minosse, tale Pasife, godeva di un’accertata fama di ninfomane mangiauomini, scatenò in lei una passione contro natura per lo splendido animale. Ma come fare per soddisfare l’insano desiderio ?
C.
Ci pensò un geniale Architetto, ospite del re che deliziava spesso la corte con i suoi giocattoli meccanici: il famoso Dedalo. Questi costruì una realistica sagoma di una mucca, entro la quale sistemò a dovere la vogliosa Pasifae, e la posizionò strategicamente in bella vista sul prato ove beatamente pascolava cotanto toro. Non entro nei particolari su quello che successe: solo che dopo nove mesi nacque un frugoletto, purtroppo con la testa di toro, il mitico Minotauro al quale venne imposto il nome di Asterione.
R.
Minosse, pur già ampiamente “cornificato”, non ne fu molto contento: con un toro era troppo….! Fece costruire il notissimo Labirinto dove fece rinchiudere il Minotauro, la madre Pasifae ed anche l’ Ing. Dedalo che poi se ne sarebbe scappato assieme al figlio Icaro volando con ali posticce appiccicate con la cera, ma questa è un’altra storia….
S.
Questa è la leggenda nuda e cruda: sembra in realtà che Asterione (meglio noto come il Minotauro) fosse nato in realtà da una relazione della vispa Pasife con un aitante Generale di Minosse, tale Taurus appunto, notissimo atleta nei giochi di Tauromachia. Il fatto è che, da quando venne alla luce Asterione-Minotauro, i pettegoli abitanti di Creta cominciarono a salutare a mo’ di scherno il loro Re Minosse facendo appunto il gesto delle corna per ricordargli la “scappatella” della moglie Pasifae.
Un’altra ben accreditata ipotesi sostiene che il termine è nato da un racconto sulle “imprese” dell’imperatore bizantino Andronìco (vissuto tra il 1118 – 1185). Un personaggio di pochi scrupoli che, dopo una serie interminabile di intrighi e nefandezze, riuscì ad impossessarsi del trono.
Andronìco, specialmente nei confronti di quei nobili che lo avevano avversato durante la conquista del potere, escogitò un modo tutto suo di vendetta: prima faceva arrestare per futili motivi il nobile preso di mira, poi giaceva con la moglie dell’arrestato e, beffa finale, ordinava di appendere sulla facciata dell’abitazione del malcapitato una testa di cervo o di altro animale cornuto. Nasce così il modo di dire in greco: chèrata poièin ovvero “mettere le corna”.

Un’altra versione ci racconta invece che Andronìco, essendo un gran donnaiolo cercava in ogni modo di insidiare le mogli altrui. Aveva perciò inventato un espediente tale che mentre l’ignaro marito era intento a “cacciare” in una riserva, il Sovrano andava anch’egli a “cacciare”, ma in un’altra “riserva”, spassandosela con la di lui sposa. E quando il cortigiano, tutto contento, ritornava a casa carico di trofei venatori, Andronìco non solo gli conferiva il titolo onorifico di “Gran Cacciatore” ma anche di “Gran..…
C.
Dunque facciano attenzione i cacciatori veri a non tornare a casa con molti trofei. Sarebbe una curiosa vendetta del destino se accadesse che mentre il marito sta cacciando gli uccelletti, la moglie facesse altrettanto.
S.
Probabilmente però questa storia è frutto di inventiva popolare, che sfruttava questa antica usanza per deridere i costumi nobiliari. Quello che è certo è che presso i Greci e presso i Romani le corna non avevano un significato disonorevole.
La donna infedele pagava personalmente la sua colpa senza per questo infangare il marito e renderlo oggetto di derisione. Anzi ,le corna erano attributi con cui spesso si manifestavano talune divinità: Giove Ammone, Bacco, Pan…
E giustamente il poeta livornese Giovanni De Gamerra, a fine Settecento, così canta:
R.
“Fra gli antichi non fu mai disonore
l’ esser cornuto da qualcun chiamato,
ma sempre dinotò gloria ed onore
e gloria e onore è suo significato”.
S.
Presso i barbari le corna erano addirittura un vanto di cui amavano adornarsi e di cui erano estremamente fieri. Inoltre le corna venivano usate nei banchetti, per bere, e nei sacrifici come coppe. Infine, come trombe, per annunciare o segnalare qualcosa.
Nel mondo antico non esiste la figura del “cornuto”; né l’uso specifico delle corna per indicare il tradimento e l’adulterio.
Esiste invece un aspetto delle corna che ritroveremo poi nel periodo medievale. Le corna hanno la pro¬prietà di allontanare i malefici ed impedire il diffondersi del malocchio. Portare le corna, cioè un oggetto fatto a forma di corna, è un modo sicuro di tutelarsi dalle disgrazie (Tirare fuori il cornetto)
C.
Mi sembra che alcuni abbiano supposto che derivi dall’uso delle donne romane di mettere un amuleto a forma di anello nell’indice e nel mignolo. (gesto delle corna) E infatti per scongiurare la iettatura si distendono queste due dita e si chiudono le altre.
S.
Più probabilmente è in ambiente cristiano che si afferma l’ idea di un legame tra corna e adulterio. Già per i primi cristiani era un peccato gravissimo il tra¬dimento del “sacro” vincolo coniugale: la donna che lo commetteva si diceva che facesse indossare al suo sposo le corna stesse del Diavolo. E c’è una tradizione medievale che fa riferimento a ciò: le corna erano il giusto premio che Satana tentatore aveva dato ad Eva per la sua compiacenza, e che quest’ultima aveva regalato ad Adamo co¬me risarcimento dell’infedeltà subita. Per gli antichi, come si è visto, le corna rappresentavano la forza.
R.
Perso il significato originario di forza, le corna prendono vie diverse, rappresentando – da un lato – il simbolo del Demonio, e – dall’altro – una difesa contro le forze del male.
Pan, i Satiri e tutte le divinità caprine si trasformano in diavoli cornuti. Anzi, Satana stesso viene rappresentato con gli attributi di Pan: le corna, gli zoccoli caprini, la barba del becco, il maschio della capra. E infatti nelle iconografie medievali il diavolo appare sotto forma di un caprone.
C.
Si vengono pertanto a contrapporre due figure: la prima, la strega, sposa infedele di Satana-becco, la seconda, la vergine, sposa fedele di Cristo-agnello. Non è però ancora comprensibile come da una situazione tragica – quella di scoprire l’infedeltà della persona che si ama – si sia giunti alla comica rappresentazione dì chi è stato tradito. C’è, forse, un bisogno intrinseco dell’uomo di sdrammatizzare situazioni di tensione o di paura, di esorcizzarle, trasformandole in situazioni comiche, dalle quali egli stesso può uscire rinfrancato. Le corna – ci piace pensare – sono sempre gli altri ad averle e, se così è, ci si può anche ridere sopra!.
S.
Ovviamente, in tema di corna, dominando la mentalità maschile, la più colpevole è stata sempre considerata la donna. L’uomo infatti ha preteso da lei un contegno irreprensibile, in netto contrasto con il diritto che si è auto-attribuito di violare tale retto comportamento. In particolare, abbiamo visto che nella severa Roma repubblicana la donna doveva essere assolutamente pudica e fedele.
C.
“Casta fuit, domum servavit, lanam fecit”.(si mantenne casta, curò la casa e, traducendo alla buona, fece la calza)
Ma Catone sentenzia anche:”…se sorprendi tua moglie in atto di adulterio puoi ucciderla senza processo e impunemente”. Che bei tempi…..!

S.
Solo in un caso fu permesso alle donne , e non fu senza ragione, di eludere questi “sani” principi: quando Annibale giunse alle porte della città sguarnita e ormai allo stremo: in quell’occasione le donne romane si concessero ai pochi romani sopravvissuti per assicurare comunque la discendenza di Roma.
R.
Corna in questo caso altamente patriottiche! La guerra è guerra….
S.
A partire dal Medioevo le corna cominciano ad essere oggetto di beffa e tra i primi a darne questa interpretazione è Giovanni Boccaccio, che dedica più d’una “novella” del “Decamerone” a ragionare, appunto, “delle beffe le quali o per amore o per salvamento di loro le donne hanno già fatte a’ lor mariti, senza esserne essi avveduti o no”.
Vi proponiamo uno stralcio della novella VII della VI giornata che ha per titolo:
Madonna Filippa dal marito con un suo amante trovata, chiamata in giudicio, con una pronta e piacevol risposta se libera e fa lo statuto modificare.
Nella terra di Prato fu già uno statuto che comandava che fosse arsa viva quella donna che dal marito fosse con alcuno suo amante trovata in adulterio.
Avvenne che una gentil donna e bella e oltre ad ogn’ altra innamorata, il cui nome fu madonna Filippa, fu trovata nella sua propria camera una notte da Rinaldo de’ Pugliesi suo marito nelle braccia di Lazzarino de’ Guazzagliotri, nobile giovane e bello di quella terra, il quale ella quanto se medesima amava. La qual cosa Rinaldo vedendo, turbato forte, appena del correr loro addosso e di uccidergli si ritenne.
Calmato il desiderio di farsi giustizia sul momento Rinaldo pensò bene di denunciarla al podestà chiamandola in giudizio.
C.
II podestà, riguardando costei e veggendola bellissima e di maniere laudevoli molto e di grande animo, cominciò ad aver di lei compassione, sperando che Filippa non arrivasse a confessare il fatto, e perciò le disse:- Madonna, come voi vedete, qui è Rinaldo vostro marito, e duolsi di voi, dicendo che vi ha trovata in adulterio con un altro uomo; e per ciò domanda che io vi punisca con la morte come richiede lo statuto, ma ciò far non posso, se voi nol confessate, e per ciò guardate bene quello che voi rispondete e ditemi se vero è quello di che vostro marito v’ accusa.
R .
La donna, senza sbigottire punto, con voce assai piacevole rispuose: – Messere, egli è vero che Rinaldo è mio marito e che egli questa notte passata mi trovò nelle braccia di Lazzarino, nelle quali molte volte sono stata; né questo negherei mai; ma come io son certa che voi sapete, le leggi deono esser comuni e fatte con consentimento di coloro a
cui toccano. Ma, avanti che ad alcuna co¬sa giudicar procediate, vi prego che una piccola grazia mi facciate cioè che voi il mio marito domandiate se io ogni volta, e quante volte a lui piaceva, senza dir mai di no, io di me stessa gli concedeva intera copia o no.
C.
A che Rinaldo, senza aspettare che il podestà il domandasse, prestamente rispuose che senza alcun dubbio la donna ad ogni sua richiesta gli aveva di sé ogni suo piacere conceduto.
R.
Adunque domando io, messer podestà, se egli ha sempre di me preso quello che gli è bisognato e piaciuto, io che doveva fare o debbo di quel che gli avanza? Debbolo io gittare ai cani? Non è egli molto meglio servirne un gentile uomo che m’ ama, che lasciarlo perdere o guastare?
C.
Da qui il detto delle sagge donne chianine, peraltro mai contraddetto, che “È meglio fassela becchè da l’ucelli che fassela cunsumè dai bèchi!”
S.
Con il Boccaccio, nel racconto, viene introdotto anche il motivo della “gelosia”. E la donna è “maliziosa in beffare suo marito” quanto più costui è geloso. Così il marito, roso dalla gelosia, si trasforma gradatamente ed irreversibilmente nel “Cornuto” per eccellenza. Un altro tema su cui il letterati hanno giocato è quello della dabbenaggine di certi mariti poco versati alla bisogna. Un letterato, nostro conterraneo, Poggio Bracciolini da Terranova (1380-1459), ce ne porta un gustoso esempio nel racconto CL delle sue Facezie dal titolo: Un giovane inesperto che non si fece la moglie la prima notte
R.
Un ragazzo di Bologna, certo più che sciocco, prese per mo¬glie una splendida fanciul-
la; e la prima notte, digiuno al completo delle faccende che s’ usano (non avendo mai prima d’allora avuto una donna), non consumò il matrimonio. Al mattino un amico gli chiese come fossero andate le “cose notturne”. «Male» rispose. «Ho cercato a lungo di unirmi a mia moglie, ma l’ho trovata senza quel taglio che mi dicevano essere proprio alle femmine.” Si accorse l’altro dell’imbecillità di lui, e allora: «Taci, ti scongiuro, non farne parola: è una faccenda gravissima e assai pericolosa se la si viene a sapere in giro».
C.
II marito chiese subito aiuti e consigli. «Mi incaricherò io della fatica di praticare questo benedetto taglio; sempre che tu voglia offrirmi una lauta cena. Però ho bisogno di otto giorni di tempo per condurre a termine un’impresa come questa, tutt’altro che facile.» ./.
Fu d’accordo lo stupido, che pose di nascosto l’ amico nel letto della moglie, co-ricandosi lui stesso in un altro giaciglio. Trascorso il periodo indicato, quando ormai l’opera del benefattore aveva ben allargata la via (in modo che non ci fosse più timore d’ alcunché), l’amico chiamò il marito per dirgli che aveva assai faticato per lui: ora finalmente era pronto il taglio tanto desiderato. La fanciulla, pur essa ben istruita, si compiacque col marito per il buon lavoro dell’uomo. E lo scemo, trovata la moglie forata, lo ringraziò tutto contento, pagandogli poi la cena pattuita.
S.
Abbiamo detto che fin dall’antichità l’adulterio è oggetto di condanna e di pene severe e che la causa della “infedeltà” coniugale è ritenuta principalmente la donna.
Gustosa, a questo proposito, la ribellione a tale convincimento e la requisitoria contro l’ipocrisia maschile che De Gamerra mette in bocca ad alcune donne.
De Gamerra è un poeta livornese della seconda metà del ‘700, famoso per aver scritto la Corneide, un poema in cui immagina di essere in un paese presso il quale approdano grandi torme di cornuti da tutta la terra: ricchi, poveri, giovani, vecchi, tutti accomunati dallo stesso destino: avere le corna.
Così canta il De Gamerra:
R.
Ergo se l’abbracciare un fido amante
È delitto, secondo il parer Vostro,
Quando l’uomo ne abbraccia tante e tante,
E perché sol sarà delitto il nostro?
A una sposa che cede al supplicante,
Morte disdoro insulti esilio e chiostro
E intanto il lascivissimo marito
Della moglie più reo, resta impunito.
S.
In effetti, la donna, più dell’uomo, ha sofferto, a torto o a ragione, le pene dei tradimenti. L’uomo è invece sempre (quasi sempre) riuscito a giustificare le sue scappatelle.
Questo modo di pensare è continuato fino a pochi decenni fa.
L’art. 559 del Codice Penale Rocco stabiliva :
La moglie adultera è punita con la reclusione fino a un anno. Con la stessa pena è punito il correo dell’adultera. Il delitto è punibile a querela del marito.
E il marito adultero? Per lui non erano previste pene, salvo che il suo contegno costituisse ingiuria grave per la moglie.
Dello stesso Codice Penale, l’ art. 587, rimasto in vigore fino al 1981, riguardava il cosiddetto “delitto d’onore” e diceva:
Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni.

C.
Insomma se la cavava con poco. Ma, visto che abbiamo l’onore di avere tra noi il sommo poeta di Salcotto, (indica Rolando)ecco come commenta una sentenza:
R.
Becco e mazzièto
(Suprema Corte di Cassazione. Sentenza n. 10/1977)

Leggo che la Cassazione,
si ‘l marito è al lavoro:
“E’ vietèto – fa’ attenzione –
de tradillo de straforo!”

E cusì, si a la consorte
c’è chj fa girè la testa,
glie nòn pu’ accettè la corte,
anze deve restè onesta.

La morèle dice alora
che ‘n se pole fè curnuto
el marito che lavora.

Cusì père autorizzèto,
anze, sembra ch’è duvuto
fallo si è disoccupèto.
S.
Ma non era sempre stato così: dall’Antico Testamento si evince che un tempo l’adulterio era considerato, in realtà, un peccato gravissimo, punito altrettanto gravemente: con la morte e, per la donna, anche con la lapidazione.
R.
“Se un uomo commette adulterio con la moglie del suo prossimo, entrambi, sia l’adultero che l’adultera, saranno messi a morte”, si legge nella Sacra Scrittura. Se però l’uomo aveva una relazione con una donna non sposata era invece “punito” con lo sposarla.
C.
Il che è la dimostrazione palese che il matrimonio costituisce di per sé una punizione.
R.
Sì, però, come dice S. Paolo: “meglio sposarsi che ardere all’Inferno”.
S. Contro la lapidazione si pronuncia nettamente Gesù e visto che abbiamo tra noi il celebre poeta dialettale Carlo dottor Roccanti ne approfittiamo per ascoltare una sua reinterpretazione, in versi chianini, della famosa pagina del Vangelo relativa, appunto, alla adultera perdonata.

R.
E ce credo che Gesù perdonò l’adultera: che fatiga no, ‘nn era mica la su’ moglie.
C.
E’ una mia composizione di oltre 20 anni or sono che si adatta….a fagiolo e che si intitola

OCCHJO A LE SASSÈTE

A la Messa siguìo piéno de zelo
e pròpio co’ la massema attenzione
el préte che leggéa prima ‘l Vangelo
e doppo, quande dèa la spiegazione,
de comme che ‘l Signore, ‘l sapparéte,
una donna salvò da le sassète.

Enfatti succedéa lì ‘n Palistina
(sintite béne quelo che ve dico):
si ‘na moglie facéa ‘na scappatina
(comme che pu’ succéde) co’ ‘n amico,
si ‘ntul fattaccio ce la ‘ntoppèno…
co’ le sassète la lapidèno!

Mettésson qui ‘sta legge… se sta belli:
non bastarìa… la chèva del Donzelli!!
S.
Ma torniamo al tema. Nell’antica Grecia sebbene entrambi gli adulteri fossero puniti con severità c’era comunque un certo riguardo per la donna, considerata per lo più come una creatura “sedotta”. Per cui le leggi sull’adulterio colpivano drasticamente soprattutto il “maschio” traditore, mentre la donna riceveva biasimo ma non la morte.
Il grande legislatore spartano Dracone (fine VII sec. a.C.) affermava che non doveva es¬sere punito chi avesse ucciso l’adultero in casa propria. Il troppo è troppo! C’era in ogni caso, anche allora, una possibilità per l’amante (uomo) di sfuggire alla punizione pagando al marito, ma solo con il suo consenso, una pena pecuniaria.
C.
Era forse l’origine del mari¬to “cornuto e contento” di cui abbiamo visto qualche esempio?
S.
Ad Atene tra le varie pene infamanti, se scoperto, l’amante doveva subire la rasatura del pube, che lo rendeva simile ad una donna.

C.
Sergio, ma forse tu non sai che per l’adultero era prevista, a quell’epoca, anche la vio¬lenza anale mediante l’immissione di un rafano, una radice commestibile ma piuttosto acre e presumo … anche dolorosa.
S.
Invece nella severa Roma gli amanti erano puniti entrambi. Inizialmente, sia il marito che il padre della sposa avevano il “diritto di uccidere” (jus occidendi). L’adultero, come in Grecia, poteva essere ucciso oppure, a scelta degli offesi, preso a frustate o a pugni. Poteva essere anche mutilato, tagliandogli di netto il naso. Talvolta veniva anche privato dei suoi attributi maschili o persino sodomizzato collettivamente dai servi.

R.
Sappiate che c’era anche l’uso di ficcare un “muggine” nel sedere del malcapitato: e sappiate che il muggine è un pesce dalla testa molto, ma molto grossa, con molte scaglie!
C.
Rolando, ho l’impressione che bisognerà stare in guardia: con questo continuo cambiare di governi… avessero a reintrodurre questa legge!
S.
Sotto Augusto, la “Lex Julia de adulteriis” stabilì che nessun marito avrebbe potuto più uccidere la moglie colta in adulterio: gli era consentito solo di ripudiarla. Invece il disgraziatissimo amante poteva naturalmente essere ucciso.
R.
Una punizione classica della donna era, poi, quella dell’Ordalia dell’Acqua: la colpevole di adulterio veniva gettata con mani e piedi legati nell’acqua. Se sopravviveva voleva dire che era innocente.
C.
Nei secoli successivi la stessa punizione era riservata alle donne accusate di stregoneria ma, in questo caso, senza alcuna pos¬sibilità di salvarsi. Infatti, se per caso le presunte streghe fossero riuscite a riemergere, vole¬va dire che il Diavolo le aveva aiutate; pertanto dovevano nuovamente essere messe a morte.
S.
Per restare in epoca medievale lo Statuto di Cortona del 1325 regolamenta anche questa materia e prevede dettagliatamente le pene da infliggere. Cortona – va detto – era una Comunità molto civile anche allora. Per fatti di corna non si ammazzava nessuno! Lo Statuto stabiliva:

R.
“Chiunque sia trovato in atto sessuale con la moglie d’altri, paghi una multa di 50 lire”. Insomma: se scoperto, vada dal gabelliere, paghi e .. chi ha avuto ha avuto!
La Statuto stabiliva altresì: “Se qualcuno dovesse tenere un’amante in casa con la propria moglie (perché magari, da solo, non ce la fa), allora il podestà, il vicario o il rettore, a richiesta di un fratello e di un religioso, di un sacerdote o di chiunque altro, è tenuto a punirlo e a farlo espellere da Cortona”. Si trattava di evitare che dessero pubblico scandalo! Inoltre: “Chiunque abbia commesso adulterio con la moglie d’altri non può essere accusato o denunciato, né si può procedere in alcun modo contro tale adultero, se non dietro denuncia di un familiare. E tale denuncia e accusa sia fatta pubblicamente e platealmente, e che non si possa condannare tale adultero per adulterio reiterato o più volte commesso fino al giorno dell’accusa. Solo allora debba essere condannato con la sanzione di 50 lire da versare al comune di Cortona per l’adulterio in qualsiasi numero commesso.”
C.
Vediamo di non dare troppi suggerimenti come questi al nostro Sindaco o a qualche Assessore. Se dovessero riproporre questa legge, in un anno sistemano il Bilancio: altro che l’Autovelox….!
S.
Norme tutt’altro che vessatorie, dunque, ma con un limite:
C.
“Chiunque alla vigilia della festa di S. Margherita e il giorno della festa predetta e un giorno dopo tale festa commetta adulterio o altro delitto personale o un furto o altro delitto in Cortona e nel suo distretto, paghi il doppio della pena indicata nello Statuto”. (breve sosta) Dallo Statuto apocrifo da me rivisto scaturisce un opportuno suggerimento: Se vogliono risparmiare è bene che gli interessati controllino attentamente il calendario!
S.
Siamo agli inizio del Trecento: è quello il momento in cui si afferma il Dolce stil novo: un movimento poetico che vede nella figura femminile la “donna-angelo”, una donna da contemplare. Ma gli uomini e le donne, a dispetto del Dolce stil novo, sono anche passione, che talvolta diviene incontenibile, impetuosa, travolgente. E vittima di passioni travolgenti sono i personaggi magistralmente descritti nel canto V dell’Inferno: il canto dei lussuriosi, le cui anime sono trascinate qua e là da una bufera incessante che simboleggia la forza, appunto, della passione carnale. Dante chiede a Virgilio di parlare con le due anime che se ne stanno avvinghiate l’una all’altra, sbattute dalla “bufera infernal che mai non resta” e che incessantemente le tormenta: sono le anime di Paolo e Francesca

R.
“O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”.

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.
S.
Mentre Paolo rimane in silenzio e piange, Francesca racconta la sua relazione amorosa.
C.
Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.
S.
E Dante insiste per conoscere come è nato il loro amore. Va detto che Paolo e Francesca, in vita, erano cognati. Lei era la sposa di Gianciotto, Signore di Rimini, uomo anziano, brutto, cattivo, rozzo. Mentre Francesca stava leggendo, insieme a Paolo, fratello del marito, il libro in cui si racconta l’amore tra Lancillotto e Ginevra, moglie del re Artù, parte la scintilla della passione amorosa tra i due:

R.
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”.
S.
Versi di straordinaria bellezza del nostro sommo Poeta che, con molto rispetto e pudore, abbiamo voluto inserire in questa “dissertazione”.
Ma facciamo un balzo nella storia e arriviamo al Cinquecento quando, nella Mandragola di Machiavelli, l’infedeltà coniugale è il pretesto per una divertente storia architettata alle spalle di un dottore bonaccione e, poi, giungiamo al Seicento quando viene quasi istituzionalizzata la figura dell’attentatore all’altrui fedeltà: cioè la figura avventurosa del “libertino”, che troverà grande sviluppo nel secolo successivo.
II cornuto non è più solo un personaggio della letteratura boccaccesca ma un personaggio tipico della commedia. Le commedie di Moliere e di Goldoni traboccano di figure di cornuti.
Per tornare alla documentazione settecentesca della vita in Cortona, Bernardino Cecchetti di cui abbiamo già parlato, ci narra un episodio singolare.
All’epoca (siamo a fine ‘700), le monacande, prima della loro promessa solenne di ubbidienza, povertà e castità, dovevano sperimentare le tentazioni della vita, in modo da saper consapevolmente rinunciare ad esse e, in caso di necessità, da poter dire: “ Signore dammi la forza di dire di no”. In sostanza, per prepararsi a non cadere, in futuro, in tentazione – anche pensare a certe cose, come si sa, è peccato – dovevano superare delle prove. Accadde così, scrive il Cecchetti, che :
C.
La mattina del dì 18 una figlia sposa monaca del marchese Venuti si è portata nella torre di piazza (la torre del Palazzo comunale di Cortona) per seguire la sciocca usanza introdotta non so con che ragione che tutte le spose monache pochi giorni avanti di entrare in monastero erano accompagnate in detta torre per toccare il batocchio della campana grande, e siccome quella mattina erano 11 ore e mezzo, quando la detta sposa prese con la sua delicata manina il prefato batocchio e suonò un poco più del solito delle altre spose monache. Il duomo credendo che fosse mezzogiorno, suonò l’ultima messa avanti il tempo e ciò diede da ridire a tutta la città considerando esser quella una usanza sciocca e indecente che le spose monache dovessero di norma andare a toccare i batocchi delle campane, tirandone poi delle conseguenze poco decenti alle dette fanciulle.
S.
Un’altra figura che si pone al centro di questa problematica è quella del Prete, e in particolare il “Prete di campagna” oggetto di tanti racconti boccacceschi e di facili ironie. L’obbligo del celibato tutela questa figura da ogni “rivalsa” da parte dei mariti: lui ha sposato la Chiesa…
C.
Però mi sembra che la faccia… scopare dal sacrestano…!
R.
SPAZZARE vorrai dire…
C.
Elementare Watson…
R.
Il Prete è una figura di riguardo rispetto ai suoi parrocchiani umili e spesso sempliciotti. Poi, con l’obbligo della Confessione, conosce tanti segreti e, se vuole, può andare…a colpo sicuro ! Poi le statistiche ci dicono che la donna ha aspettative di vita maggiori rispetto all’uomo e , nell’ Ottocento/Novecento, ci sono state tante guerre che hanno falcidiato tanti giovani lasciando vedove le loro mogli. E, dato che abbiamo l’onore di avere qui tra noi il Dr. Carlo ROCCANTI, sommo poeta del Poggetto del Riccio, ne approfittiamo per ascoltare una sua nota composizione dialettale al riguardo.
C.
Si tratta di una mia poesia di oltre vent’anni or sono che si intitola appunto

LA FUNZIONE DEI MORTI

S’èra ridotto mèle Don Simone
Sempre più cjàlbo….sempre più smagrìto….:
manco dovésse vìre a fè ‘l “Formòne”…
che ‘l lavoro ‘n l’éa péso….è garantito !
‘Na vita dovéa fèccèrto de stenti:
davéro reggéa l’ànnema…coi denti !

Ensiéme a l’altri Préti, ‘n Semmenèrio
un giorno s’atrovò pe’ ‘n Cuncistòro:
stèa da ‘na parte, mogio mogio e serio,
guèsi distratto lì anco sùl lavoro.
De questo sen’acòrse Sua Eccellenza
ch’à la fine ’l chjamò per un’udienza.
Guminciò ‘l Vèsco: “Chèro Don Simòne,
me sembre stràcco…père ‘m péscio lésso.
Certo, vurrìa da te ‘na spiegazione
e sapé de priciso…ch’è successo !”
“Tu le Funziòn dei Morti – fa ‘l Curèto –
Eccellenza me so troppo ‘mpegnèto ! “

“Ma che me dice, chèro Don Simone,
fè ‘lle Funziòni…nn’è ‘n gran lavorone !”

“El dite Vò, Eccellenza, che nn’è dura !
Ho venti…véddeve ‘ntù la mì Cura !!!”
S.
Ma è nell’Ottocento che l’adulterio trionfa: esso viene ammirato dai romantici non solo come esaltazione totale dell’amore ma anche come violazione della morale borghese fondata sull’istituzione del ma¬trimonio.
I romanzi hanno commosso generazioni di ragazze, che come in una catarsi purificatrice hanno potuto espiare spiritualmente la “colpa” di aver preferito la “stabilità” e la “sicurezza” del vecchio marito alla “felicità” data dal giovane amante, anche se spiantato. Nel Novecento è arrivato il “triangolo” e l’adulterio ha finito per diventare quasi esclusivamente materia da tribunale, soprattutto quando il marito tradito risolve “equamente” la situazione, uccidendo entrambi gli amanti (delitto d’onore)
Cadute le pene per l’adulterio, esso cessa di essere un delitto contro il matrimonio e diviene una semplice “relazione extraconiugale”.
R.
Ricordate la statistica: il 50% degli italiani avrebbe una “relazione extraconiugale”!
C.
Mi sa tanto che anche in questo gli italiani sono… i soliti spacconi! Però di casi mi sembra ce ne siano molti e gradirei sentire in merito Rolando sommo poeta di Salcotto:
R.
LA MOGLIE PRIVIDENTE

“Chèro Gianfranco mio, cunsiderèto
che ‘l mi’ marito è tanto scarognèto
che ‘nn è capèce a gnente a fè da sé,
aspètteme domène, pe’ le tre.
Per fè sparì la iella che cià ‘ntorno,
me sò’ dicisa a regalagne ‘n corno.”
S.
Sorge a questo punto una domanda: perché, allora, esistono ancor oggi le “corna”?
Fedeltà alla tradizione? Ritorno ad antichi costumi? Amore per il passato? “Cornuto” è una ingiuria normale ed usuale anche verso persone non sposate.
Cornuto è l’arbitro di calcio….( Battuta di Carlo: “E anche…Juventino !”), cornuto l’automobilista che ci supera, cornuto è il vigile che ci multa, cornuto è il vicino che fa rumore la notte, cornuto è …
Ma il vero “cornuto” dove è andato a finire? E prima di tutto: qual è la causa vera delle corna? Ce lo spiega Pierre de Bourdeille, detto Brantôme (1540-1614), storico e biografo francese, in uno scritto dal titolo La causa vera delle corna.
R.
«Gentili signore; è già gran tempo ch’io ho sentito parlare di questa malattia ma nessuno ancora ha saputo dirmi donde essa provenga. Se alcuna di voi fosse capace di illuminarmi in proposito io canterò pubblicamente le sue lodi anteponendola a tutte le al¬tre le quali non mi han data finora alcuna spiegazione soddisfacente». Indottevi dalle mie parole tutte le si¬gnore risposero. Una invece era rimasta silenziosa, la quale, quando le altre ebbero finito, cominciò a sorridere e infine parlò in questa guisa: «Due parole bastano a risolvere ogni dubbio; due parole che nessuno mai potrà accingersi a confutare. Tenete per fermo che ciò che soprattutto rende cornuti gli uomini, anche i più belli, i più galanti e i più compiti, che non lo sono meno degli altri, è il fatto semplicissimo che per la donna due uomini valgono più di uno».
S.
Lapalissiano! Nel corso dell’Ottocento anche taluni filosofi si sono occupati delle corna. Ne parla perfino Carlo Marx, che distingue tra Traditi, Cornuti e Becchi. Nel suo celeberrimo opuscolo, Il manifesto dei Comunisti, nel II Capitolo (Proletari e Comunisti), si domanda, poi, se le donne siano o meno da considerare uno “strumento di produzione”.
C.
Perbacco! se lavorano e portano a casa un bello stipendio sono sì uno strumento di produzione!
S.
Altro acuto studioso di corna è stato Charles FOURIER, socialista utopista vissuto in Francia tra sette e ottocento. Propugnava il superamento della famiglia monogamica: L’uomo, egli sosteneva, non deve avere una sola partner e le donne devono poter avere più uomini, anche le donne devono godere di una loro sessualità.
R.
Questo è il vero socialismo dal volto umano !

S.
Asserisce inoltre che possiamo distinguere nove tipi di Cor¬na, sia tra gli uomini, sia tra le donne, e se il marito ne porta di alte come quelle di un cervo, si può dire che quelle della moglie arrivano all’ altezza dei rami degli alberi.
Ci limiteremo a citare le tre tipologie più significative che egli elenca: il Cor¬nuto, il Cornetta e il Cornardo.
R.
II Cornuto propriamente detto è un geloso onorevole, che ignora la sua disgrazia e si crede il solo possessore di sua mo¬glie.
C.
Il Cornetta è un marito sazio degli amori casalinghi, che, volendo trovare altrove i suoi piaceri, chiude gli occhi sulla condotta della moglie, e lascia che si prenda gli amanti che vuole, purché non ne abbia dei figli.
C.
II Cornardo è un geloso ridicolo, che non piace alla mo¬glie, e che è ben informato della infedeltà di lei: è un iracondo che recalcitra ai voleri del destino, e vi si oppone goffamente, diventando oggetto di derisione per le sue precauzioni inutili, la sua collera e i suoi scoppi d’ira.
S.
Ma il Fourier si è spinto oltre e ha formulato una classificazione dei cornuti ancora più precisa e dettagliata tollerante, fino a ben 80 tipologie. Vediamone qualcuna:
C.
Il cornuto salutista: è colui che, per ordine del medico, si astiene dal peccato carnale. Sua moglie non può far altro che ricorrere all’opera dei sostituti, ed egli non ha il diritto di lamentarsi. (pausa)…Infatti ha i suo certificato !
Vorrei avvisare a tale proposito il nostro pubblico che, a fine serata, se qualcuno ha bisogno di tale certificato, il nostro Dott. Calzolari ha portato il ricettario ed è a disposizione…..(E poi dicono che non si fanno iniziative a carattere sociale….!)
R.
Il cornuto riformista: chi si dedica agli interessi della comunità, sorveglia le famiglie dei confratelli, e li ammonisce sui pericoli che minacciano la loro onorabilità. Nel frattempo, egli non vede cosa avviene in casa sua, e non capisce che farebbe meglio a difendere i suoi interessi.
C.
Il cornuto disertore o scissionista (mi sembra doveroso chiarire al nostro attento pubblico che la tipologia del “cornuto scissionista” è stata codificata dal Fourier circa 250 anni orsono. E pertanto non è attribuibile – come qualcuno maliziosamente potrebbe pensare – a recenti tweet di Matteo Renzi):
dunque, cornuto disertore o scissionista è chiunque che, stanco degli amori domestici, mostra di aver rinunziato alla sua sposa e, quando vede un amante, dice: «Appena sarà sazio, ne avrà abbastanza anche lui, come me».
S.
Per restare alle classificazioni c’è da dire che i cornuti non sono tutti uguali: vige anche tra loro, così come deve essere, una casta privilegiata e poi si scende giù giù: c’è insomma una precisa gerarchia legata alla quantità di corna possedute, come autorevolmente attesta il livornese De Gamerra:

R. Un corno solo alla sua fronte porta
chi la moglie ha puttana, ed ei nol sa;
ma due ben lunghe poi quell’altro n’ha,
che finge nol saperlo, e lo comporta.
Chi lo confessa, e da persona accorta
alcun risentimento non ne fa,
questo n’ ha tre, e quattro poi chi va
gli adulteri a condurre alla sua porta.
Ma chi si stima poi lieto e felice,
e pensa non aver fronte ramosa
e chi crede alla moglie quanto dice,
che la casta Penelope famosa
in paragon di lei sia meretrice;
questo sì, che n’ ha cinque: oh bella cosa!
S.
Giggi Zanazzo, romano de Roma, avanza una ulteriore proposta su come raggruppare iI popolo dei cornuti:
C.
(Chiedo preventivamente scusa per il mio modesto romanesco: penso di cavarmela molto meglio col chianino!) Aricordateve che li cornuti se divideno in cinque specie. Becchi, Cuccubboni, Becconi, Tribbecchi e Calidoni.
Li BECCHI so’ quelli che nun ce lo sanno d’ essece;
li CUCCUBONI ce lo sanno e tireno a campa pe’ quieto vive;
li BECCONI ce magneno sopra;
er TIRIBBECCO è quello che porta l’ amico a casa sua e se squaja co’ na scusa;
er CALIDONE poi è quello che porta lo stendardo ne’ la processione de San Martino: é quello che accompagna la moje a casa de l’ amico.
R.
Ma, ma che c’entra S. Martino?
S.
In effetti nella storia del vescovo di Tours (316-400 ca.), per l’appunto Martino, non esiste nulla che giustifichi un accostamento con le corna e non è chiaro come si sia giunti a tale accostamento facendo dell’11 novembre la festa dei cornuti.
Quel che sappiamo è che a metà novembre, nella Roma antica, si celebrava la festa dei Brumalia in onore di Dioniso-Bacco. In periodo cristiano questa festa fu sostituita da quella di S. Martino ed è possibile che, nella mente popolare, quella adunanza di fedeli avvolti in pelli di montone, simili a satiri o divinità silvane, si sia trasformata in una folla di gente cornuta e per successive trasposizioni in una festa di cornuti.
Più probabilmente, però, la spiegazione è un’altra, che ci riporta alla mitologia greca, con gli amori adulterini di Marte e Venere, i quali sorpresi da Vulcano (marito di lei) furono rinchiusi in una rete di ferro (Vulcano faceva il fabbro!). Dopodiché lo stesso Vulcano chiamò gli altri dei per averli testimoni del torto subìto; ma fu invece da loro beffeggiato e deriso.
Forse Martino è qui inteso come un diminutivo di Marte, e questo, nel passaggio dell’antica religione pagana al cristianesimo, avrà dato luogo all’equivoco che ha portato ad accostare il nome di San Martino alle… vittime delle infedeltà coniugali.
Come abbiamo già appurato sinonimo di cornuto è il termine becco. Per il De Gamerra l’origine di questo nome è legato a quello che si pensava fosse il costume del maschio della capra, appunto il becco:
R.
Becco gli antichi popoli han chiamato
lo sposo d’ una femmina lasciva,
ch’a più d’ un giovanetto innamorato
delle dolcezze il bel sentiero apriva;
ciò forse perché aveva osservato

che la capra non è di molti schiva
e se capra sapea la moglie farsi
lo sposo in becco ancor dovea cangiarsi.
S.
Si credeva infatti che il becco, unico tra gli animali, fosse disposto a permettere che la sua femmina si accoppiasse con altri. Attribuire ad una persona questo costume voleva dire paragonarlo ad un caprone, e quindi dargli del cornuto.
Per la verità, nella graduatoria delle offese, il Becco rappresentava uno scalino inferiore del cornuto: era colui che cedeva ad altri il suo talamo per qualche interesse (denaro,
carriera…). Cose… ovviamente che accadevano in altri tempi! Ed ancora il De Gamerra così descrive questi mariti…generosi:

C.
Cheti lascian la moglie in braccio altrui,
e dicon non mostrando alcun pensiere:
godiamo, e gli altri ancor lasciam godere.
S.
Alla fine però la distinzione perse valore e Cornuto e Becco finirono per indicare indifferentemente il marito compiacente e quello ignaro. L’ Aretino Pietro usa addirittura il diminutivo “beccarello”.
Ma il testo fondamentale resta il poema in ottanta canti e sette tomi del livornese Giovanni De Gamerra, più volte citato, il cui titolo è tutto un programma:
– La corneide, poema eroicomico del dott. Cornografo, colle annotazioni di Cornelio Tacito il moderno, in Cornicopoli, per Luca Cornigerio all’insegna del capricorno. S. d.
Lo scopo del libro è indicato chiaramente nei seguenti versi:

C.
O voi che avete le cervella sane
Mirate la Dottrina che s’asconde
Sotto il velame delle corna umane.
S.
Abbiamo ricordato il Fourier con il suo immaginario paese di cornuti, ma sono la letteratura dell’Ottocento ed il cinema nel Novecento che attingeranno, a piene mani, a storie di tradimenti coniugali, influenzando in modo rilevante i costumi ed il modo di vivere la relazione amorosa tra l’uomo e la donna.
Ed allora, per i romanzi d’adulterio, in cui alla noia ispirata dal marito si contrappone l’amour-passion dell’amante, il pensiero va a Madame Bovary di Flaubert, ad Anna Karenina di Tolstoj, alle storie raccontate da Moupassant, da Zola, dai nostri De Roberto e Capuana, a La virtù di Checchina di Matilde Serao, a L’esclusa di Pirandello.
Mentre per il cinema ricordiamo solo “Il magnifico cornuto”, con Ugo Tognazzi, 1964 e il divertentissimo Mimì metallurgico ferito nell’onore, con Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, del 1972.
Giunti pressoché alla fine di questa nostra più o meno dotta conversazione, veniamo a una questione seria: come si fa a scoprire se si è cornuti, perché la domanda, giusto per precauzione, ogni tanto è bene porsela!

R.
Gli antichi usavano l’Alectriomanzia. Per prima cosa facevano un cerchio per terra e lo dividevano secondo le lettere dell’alfabeto. Poi, in ciascuna lettera ponevano un granello di frumento. Posto quindi un gallo al centro del cerchio aspettavano di vedere che cosa avrebbe “beccato”. Ovviamente se la perso¬na era “un “cornuto” il gallo avrebbe cominciato dalla C e cosi di seguito fino a completare il nome.
C.
La lettera C? Speriamo che non sia Carlo.
S.
Ma ci sono altri metodi che garantiscono maggiore scientificità.
R.
Se si mette un diamante sulla testa della donna che dorme, si conosce se è fedele o infedele al marito; perché se è infedele si sveglierà impetuosamente; al contrario se è casta lo abbraccerà subito e con trasporto. (Alberto Magno).
C.
Ma sei matto? Con quanto costano i diamanti ti costerà caro controllare se sei un cornigero! No…ci sono altri metodi assai più a buon mercato….
Anche la calamita sembra che serva allo stesso scopo. Riportiamo da un testo di Frate Jacopo Passavanti, fiorentino dell’ordine dei predicatori ( siamo nella seconda metà del 500): ”Chi vuole sapere se la moglie l’è leale, pongale un pezzo di calamita sotto il capo quand’ella dorme; e se ella sarà casta e fedele, si volgerà ed abbraccerà il marito; s’ella sarà adultera e sleale non potrà sofferire la virtù della pietra, ma come sospinta, caderà a terra dal letto”
R.
Finito l’incontro, se qualcuno è interessato, abbiamo l’elenco delle ferramenta convenzionate che nel cortonese vendono le calamite adatte alla bisogna. Affrettatevi perché so che vanno a ruba!
S.
In realtà un rimedio alle infedeltà coniugali ci sarebbe:
C.
Prendere l’estremo del membro genitale di un lupo, il pelo delle sue palpebre e quello della estremità della coda, ridurlo in polvere per calcinazione e somministrarlo alla donna o all’uomo a sua insaputa.
R.
Il problema è: il lupo sarà d’accordo?… E poi, mi fido più dei “rimedi” della Cuzzina!
S.
Avviandoci a concludere – con sommo e, speriamo, reciproco rincrescimento –
dobbiamo purtroppo prendere atto che non esistono rimedi veri e propri contro le corna.
C.
C’è anche chi ha consigliato di non sposarsi, ma, non è possibile modificare il proprio destino.
E se, come abbiamo visto, la donna è colpevole di tutto ciò, allora liberiamola dalla colpa. Diamole finalmente la vera parità, che non è riuscita ad acquisire col lavoro, con lo studio, con i diritti. Diamole l’unica cosa che ancora le manca per essere veramente un uomo: diamole le corna!
R.
Eh!… Piano! Piano!, Non rubiamo il mestiere al Padreterno: la donna l’ha creata lui, con tanta pazienza e sentimento. E gli è venuta anche benino! Prima di disturbare l’Altissimo, per vedere se è d’accordo ad aggiungere le corna alla sua “creatura”, sentiamo cosa ne pensa San Pietro che del problema, tempo addietro, si è occupato personalmente. L’ha interpellato, a questo proposito, ancora una volta il nostro eccelso poeta dialettale Carlo Roccanti che ne ha ricavato la poesia EL SUDORE DE LA FRONTE
C. Si tratta di una mia ironica composizione di oltre vent’anni or sono:
“ Certo ‘sto mondo è fatto ‘n gran bordello:
– pensò ‘l Signore su ntul firmamento –
è tutto ‘n mette i corni a questo e a quello…
qui bisògna pensè a ‘n pruvidimento.”

Fece chjamère subbeto San Piétro
e volse fagne ‘ntende ‘l su’ giudizio:
“Qui bisògna che ‘l mondo arvèda ‘ndjétro
E cerca de capì che ‘nn è ‘no sfizio.

Qui nòn c’è più morèle… ‘n c’è famiglia…
Deve arvì tu la terra, eh sirà dura…,
ma mostrete de colpo a chjnche sbaglia
e fagne arnì a ‘sta gente gran paura!”

Pronto al comando, disse: “Sì” San Piétro,
e dal cielo spiccò ‘na volatona:
nònn ebbe ‘l tempo d’arvoltasse ‘ndjétro,
che s’artrovò tul centro de Cortona.
E subbeto trun viquelo niscòsti
vedde ‘n ómo e ‘na donna ‘ncatreccèti.
“Per fè ll’amore questi nòn sòn pòsti
– disse – mò vò ‘mpaurì ‘sti disgrazièti!”

Co’ ‘n gran lampo gne cumparì davanti
E quelli disson: “Mò chj è ‘sto guardone?!”
Ma arconobbeno ‘l Princepe dei Santi…
e s’arcomposon, piéni d’attenzione.

“Parturirè tu, o donna, con dolore!
– gne fa San Piétro e le su’ chjève sbatte –
E co’ la fronte piéna de sudore,
ómo, la vita dovarè tu guadagnatte!!”

Quel tèle armanse lipperlì ‘nterdetto
E rosso doventò pe’ l’imbarazzo:
“Scusa San Piétro… manco de rispetto…
Ma de ‘sto fatto.. ‘n c’è capito ‘n cazzo:
glie… ha preso ‘n anticoncezionèle,
e io… fo l’impieghèto cumunèle!!”

S.
E, quindi, esentata, lei dal dolore e lui dal sudore! Il tema delle corna è entrato stabilmente nella saggezza popolare con tutta una serie di proverbi e facezie anche se sempre sconsigliabile farsi accecare dalla gelosia come successe invece ad un famoso personaggio citato ancora da Poggio Bracciolini

C.
Un tale Giovanni da Gubbio, gelosissimo, non riusciva a scoprire se la moglie si divertiva con altri. Pensò allora ad una furberia tutta degna di lui: si castrò, prevedendo che, se la moglie fosse rimasta incinta, egli finalmente sarebbe stato sicurissimo del suo adulterio.
S.
Comunque chi dovesse trovarsi le corna, non se ne adonti: fondamentalmente vuol dire che almeno…ha la moglie bella ! Ma senza arrivale al caso estremo raccontatoci da Poggio Bracciolini, c’è chi, avendo qualche dubbio ha voluto controllare di persona. Trovandoci qui a Terontola approfitto ancora del Sommo Poeta Dr. Carlo ROCCANTI che tanto ha scritto sull’argomento…..

LA GHJACCEA (3.04.1994)

Arivò la “Dentòna” per Narcìso,
un colpo e via: murì senza stentère.
Giònse a l’ùscio cusì del Paradiso
e dimandò a San Piétro de rentrère.
Ma prima de timbràgne el passaporto,
San Pietro chiése comme ch’èra morto.

“Ma che ve devo dì ? – fece Narciso-
è ‘na storia ‘n po’ longa a raccontè
però, si de sintìlla éte dicìso,
Ve la dico…mettémmece a sedé.
Avéo ‘na moglie bella pròpjo tanto,
che davéro podèo menànne vanto.

Ma al lavoro, i colleghi tutti i giorni
badèno a dì: “ La moglie è troppo bella…
en qualche modo te li mette i corni.
El fàn le brutte…figuràsse quella !
Io avéo fiducia…ce arìa giòco el collo…
ma ‘n giorno me dicìse afè ‘n controllo !

Entànto che Narcìso raccontèa
un’altr’ànnema giònse guèsi al volo:
el ghjàccio ‘l chèpo e ‘l viso gne ‘ncrostèa
comme si fusse stèto lassù al Polo !
Gne fa San Piétro: “Aspetta… non so’ pronto…
sghjàccete…che mò sento sto’ racconto ! “

“Enventò che dovéo vì dal Dottore
-Narcìso continuò ‘ndù avéa lascèto –
Prese cusì ‘n permesso de quattr’ore
e argiònse a chèsa pròpjo nn’aspettèto.
Me venne a a iprì la moglie, mèzza ‘gnùda,
che disse :”Fa ‘n gran caldo… qui se suda !”

“Frugò tutta la chèsa… ero dicìso,
la soffitta…cantina eppù l’armèri.
Amirò sott’al letto… eh so pricìso !,
ma traccia non trovò de furistiéri.
Fu pròpjo tanta la sudisfaziòne…
che lì al cuore me vénne…n ‘ cocquelòne !

Quel’altr’ànnema ch’èra lì a ‘spettè
la bocca ‘n poco guminciò…a sghjaccè:

“Si éi miro, bischero, ‘ntù la ghjaccèa…
a st’ora tutti do mò se campèa !!!”

S. Come diceva una vecchia pubblicità: “la fiducia è una cosa seria…” Ma proprio su questo tema sono tanti i proverbi, specie della tradizione toscana: vere perle di saggezza…
R.
Quando vecchio piglia donna,
suona a morto o suona a corna !

C.
Chi di lontano si va a maritare…
o gliele fanno o le vuole fare

R.
Sia da Preti e da Soldati…
stiano attenti gli ammogliati !

C.
Comunque, in conclusione…
Chi è cornuto e vuol star bene….
pigli il mondo come viene !
S.
Ed allora, dopo questa sana botta di filosofia esistenziale, almeno per chi ha fede, che sia uomo o donna, non rimane che pregare di non aver… mai corna da portare!

R.
Signore, cornuto io non sia,
se lo son, che mai lo sappia,
se lo so, che non lo veda,
se lo vedo, non lo creda,
e credendo non mi persuada,
e se sono, se so, se vedo, se credo e me ne persuado…
dammi la rassegnazione di portarle in santa pace.

SERGIO – CARLO – ROLANDO si alzano in piedi gridando
Sursum corna!!!

Aspettando DIBBA al Seven Point

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Sapevo del 5 stelle Alessandro Di Battista da internet, ma pigro come sono, sapendo grosso modo quel che avrebbe detto dalle interviste televisive, non vi sarei andato. Se non che, al supermercato, un compagno di studi e del militare, dopo aver preso insieme un caffè e le solite chiacchiere nostalgiche, tra i banchi della spesa m’ha apostrofato: “Tra poco c’è Dibba, ci sei?” Lì per lì gli ho detto: ma Dibba chi?! soprapensiero, e un po’ perché quell’invito fatto da un vecchio democristiano come lui era una associazione difficile da fare. La strana circostanza m’ha spinto ad andare al Seven Point. Alla riunione ho tribolato a trovare il parcheggio, me l’immaginavo. E’ un personaggio politico televisivo…raccoglierà le truppe locali dei 5 stelle. Invece. Il piazzale era stracolmo di gente, non solo di aficionados. Un trecento persone. A quell’ora di venerdì al freschino all’aria aperta, senza una campagna elettorale alle viste, non era facile accozzare tanta gente. Sul viale d’accesso ho trovato i primi conoscenti con cui mi son fermato, non più tanto ragazzi, abbiamo condiviso esperienze politiche e mangiate memorabili, alcune dal povero compagno Vacca (il caro Alfiero Palazzoli) che ripescava menù della tradizione: il baccalà, la rosticciana di maiale con le polezze, prosciutto e sughi fatti con le sue mani…cose d’altri tempi, come le nostre idee. Era imprevedibile averli trovati ma non assurdo, pensando alle percentuali di voti che il M5S ha preso a valanga anche a Cortona. Pur trascorsi anni dagli ultimi incontri, pareva avessimo in testa lo stesso disco politico. L’antipatico Renzi che vedendolo cambiamo canale, anche se non è facile sfuggirlo, perché televisioni e giornali viaggiano tutti sulle stesse lunghezze d’onda. Le cazzate del fiorentino ci hanno tormentato per tre anni, fino alle recenti catastrofi. Referendaria. La storia grigia del babbo. Le nomine di amici degli amici in aziende pubbliche. E, non ultima, la rottura con quelli del PD, che, bofonchiando, gli han retto il lume fino alla fine… Una storia italiana dei piani alti del palazzo, sulla quale c’è imbarazzo anche nei giornali e tv, sponsor più o meno occulti del fiorentino. Molti gli occulti. Non si sa bene le persone, ma la storia europea recente puzza di centri di potere finanziario e lobbies lontane dai problemi della gente (Grecia docet). Oltre 4 mila miliardi di euro spesi a salvare le banche, immaginiamo se anche solo una parte di questi soldi fossero stati destinati a politiche sociali…
All’assembramento altre facce note son giunte, attivisti di vecchi partiti in ruoli anche importanti. E, con un orecchio ai relatori e l’altro a quegli “strani” convitati, è trascorsa un’oretta in attesa del Dibba, incagliato nel traffico autostradale da Milano. Il Monte dei Paschi, la Banca Etruria… carnefici di risparmiatori, lo schifo dei costi della politica, il reddito di cittadinanza…i relatori dicevano la loro da “cittadini” piuttosto ferrati su cavalli di battaglia che non han certo inventato loro, e non appartengono a un partito o a un movimento ma sono sul groppone degli italiani. Altri commenti dei nuovi arrivati: “Tutta sta gente qui?!…Qualcosa sta succedendo!” “Non rimane che dargli fiducia… se si aspetta che i partiti trovino la via di rinsavire…” “Hanno il vento in poppa…speriamo”. Sette e un quarto, arriva Dibba. Sopravanza il primo ciocco di gente, ripetendo scuse per il ritardo e dando le mani. E’ uno spilungone che non m’aspettavo. Parla con calma. Spiega che ha imparato a non perder la pazienza davanti ai giornalisti che ai 5 stelle non fanno interviste ma interrogatori, e quando comincia un argomento “scottante” l’intervistatrice o l’intervistatore interrompe l’intervistato. Dibba avrebbe affinato la tecnica, per tenersi calmo e chiedere di finire il discorso, bevendo una birra…Il movimento è un fuoco acceso di partecipazione, e spiega che l’obiettivo principale è questo: ascoltare la gente, meglio ancora se la gente prende e fa da sé proposte e rivendicazioni… Inevitabilmente, sapendo dov’è (nella vecchia rossa toscana), ricorda la famosa intervista di Scalfari a Berlinguer: i partiti stanno occupando tutti i gangli della vita pubblica, asservendo lo Stato alle loro logiche…da cui discende il malaffare e l’opacità tra affari e politica, che non si misura più su temi comuni come trovare il lavoro ai giovani, ma, trincerata dietro tv e giornali, detta la linea. C’è poco da spiegare al pubblico di stasera, che ha piene le tasche dello sporco gioco di carrieristi politici senza scrupoli. A parte che, sere fa, ho sentito ripetere lo stesso concetto a un vecchio politico, Alfredo Reichlin, morto da poco. Diceva: non c’è sinistra senza popolo. Lo stesso dovrebbe valere per ogni organizzazione politica. Tornando a casa, dall’espressione della gente e dei relatori, ho pensato a una buffa associazione tra l’adunanza al Seven Point col film di Antonioni Zabriski Point: nel film un protagonista alla fine incendia un edificio simbolo del consumismo e dello svuotamento delle coscienze, mentre al Seven Point serpeggiava unanime l’illusione (speriamo di no) di bruciare la montagna di bugie politiche. Per tornare a fare e dire cose che servano effettivamente a un paese messo male, e non riempirsi la bocca di astratte sciocchezze: i populismi, l’Europa dei popoli, le banche, la riforma del mercato del lavoro… bla bla bla, foglie di fico per coprire nefandezze. Qualcuno ha pensato al partito della nazione: Reichlin ne ha rivendicato la genitura e Renzi la costruzione, un tantino diversa dal genitore che guardava al popolo, mentre Renzi a Verdini, Alfano, Berlusconi… A occhio, parrebbe che i 5 stelle si avvicinino più al partito della nazione. Speriamo non sia un’altra occasione persa. Comunque, meno campata in aria di quel che la sinistra in macerie (e che vi ha ridotto il paese) sta farfugliando di fare, col rispetto di quanti in buona fede credono possibile riformarla. Per rimettere il paese in cammino è necessario incidere sui privilegi di pochi, per trovare le risorse necessarie a ridare speranza a chi non ha lavoro, reddito, … fiducia nel futuro. E’una questione ottica: guardare i problemi dal basso.
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Enrico Monacchini, Righetto, lavoratore onesto e mite, bolscevico convinto

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Montanelli si definiva conservatore progressista e nessuno lo biasimò. Ho conosciuto tanta gente comune che fattasi un’idea sull’affermazione della giustizia nel mondo – per lo meno nel racconto – l’hanno conservata per tutta la vita. E coerenti, allo stesso modo, sono vissuti simpatizzanti fascisti, democristiani, comunisti, socialisti, radicali, anarchici, … Certi considerano questa una posa da cretini: “Solo i cretini non cambiano idea!”. A mio parere è un giudizio offensivo e superficiale; usato, spesso, per difendere giravolte opportunistiche. Quando è in buona fede, la coerenza ideale rappresenta una qualità morale, e una difesa da chi nega il diritto di ciascuno a coltivare ideali e valori. Enrico Monacchini, Righetto, fu uno “coerente”. Iscrittosi al Partito comunista nel 1945 – nato nel 1913 e morto nel 2003- professò fino alla sua morte la “fede” rivoluzionaria bolscevica. Nonostante che, in Italia, quegli ideali avessero perso le adesioni di massa del dopoguerra, essendone sopravvissuti gli “ultimi moicani” tra il popolo; mentre parlamentari sedicenti comunisti uscivano o restavano in scena ben pasciuti per sé e i loro eredi. Righetto non rinunciò alle sue idee, senza calcolarne vantaggi o svantaggi personali. Lavorava sodo, metodico, ispirato all’onestà e al rispetto altrui. Anche in momenti problematici per un militante, come durante l’invasione Cecoslovacca del ’68, rifiutava le critiche agli invasori sovietici; contrastando pure il figlio Italo – dirigente politico di spicco – contrario all’atto liberticida. Così come, in occasione dei campionati mondiali di calcio a Seul, durante la partita Italia – Russia, Righetto tifava per la Russia!… In realtà, fu quel pericoloso comunista che si potrebbe supporre? E’ vero che partecipò con altri al recupero di vecchie armi, residuati bellici, pronti a usarle dopo l’attentato a Togliatti, nell’estate del ‘48. L’episodio turbò parecchio sua moglie, che invano tentò di dissuaderlo. Ma l’ipotesi insurrezionale si spense sul nascere. Ricordiamolo: in seguito all’appello alla calma fatta dal letto d’ospedale dallo stesso Togliatti, e alle vittorie di Bartali nella Grand Boucle. Ma Righetto, in tutto il resto della sua vita fu un lavoratore onesto, pacato, e ragionevole; e nell’esser comunista esprimeva la convinzione sulla bontà dei principi egualitari e di giustizia sociale rappresentati dalla rivoluzione d’Ottobre. Maturò quest’idee verso i trent’anni. Dopo un obbligo militare di leva infinito: ben sette anni! Di famiglia numerosa – con dieci, tra fratelli e sorelle – aveva beneficiato di una certa agiatezza economica dovuta al commercio dei cavalli. Portato al successo da un Monacchini, tal Beppana, così noto da figurare sulle mappe catastali nel toponimo: “Toppo del Beppana”, sulla piana cortonese. Successo dovuto a scaltrezza e dinamismo nei mercati e nelle fiere principali di Acquapendente, Bolsena, Senigallia. Beppana trafficava anche cavalli pregevoli, come dimostrarono le vittorie dei suoi puledri in due palii a Siena e in uno a Valiano. E’ possibile che la sagacia commerciale (indispensabile nel mercato) fosse stata trasmessa a Severino, dedito allo spennamento di polli al gioco delle carte. Righetto non era fiero di quell’attività del fratello, contrario a vite spregiudicate. A causa della crisi nel commercio dei cavalli, soppiantati dai trattori, Righetto fu costretto nel dopoguerra a ingegnarsi in lavori manuali, in prevalenza edili. Fino agli anni Sessanta, quando fu assunto in Provincia come cantoniere. Costretto a rimanervi in servizio fino a settanta anni, per condotte truffaldine dei precedenti datori di lavoro riguardo ai contributi previdenziali. Oggi si è arrivati al pensionamento a 67 anni. Righetto rimase fino a 70 anni a spargere risetta, affondare fossi, ordinare la segnaletica stradale, tagliare l’erba sulle banchine e nei fossi,… sulla strada bianca tra Riccio e Barullo di sua competenza. Del protrarsi di quelle fatiche, era difficile che si lagnasse. Dopo il duro lavoro nei cantieri edili, malpagato e da mattina e sera, visse la nuova occupazione di sei ore al giorno con dedizione e senso del dovere. Il nipote Daniele ricorda lo sfogo del nonno con la nonna, per il disastro provocato da un tremendo acquazzone sulla strada bianca, lisciata a mo’di biliardo da Righetto, e ridotta in un pantano di buche!… Inoltre, quel lavoro gli consentiva di seguire con agio la sua passione principale: la politica. Che significava: partecipare a riunioni di partito e sindacali, contatti tra iscritti, diffusione dell’Unità e partecipazione alle Feste,… attività che, unite alla lettura, egli considerava fondamentali per l’emancipazione collettiva e individuale. In breve, visse intensamente ciò che si teorizzava: il Partito intellettuale collettivo, educatore, luogo di analisi confronto e crescita culturale: scuola di vita sui generis. Partito autoritario e centralistico, ma talmente aggregante nelle “zone rosse” da fidelizzare i suoi elettori in modo tenace e durevole, nonostante le recenti vorticose divisioni e cambi di nomi e simboli di partito. Righetto innanzi tutto spronava sé stesso all’impegno, consapevole dei limiti della sua formazione politico-culturale: sudata e arrangiata. Fiero del figlio Italo laureato in Filosofia. Raccomandava ai nipoti, Daniele e Alessio, altrettanto impegno negli studi, con cui anche figli di classi meno abbienti si elevano al pari d’ogni altro, conquistando libertà di giudizio e di scelta. Padre di tre figli – Italo Ersilia e Rossana -, ebbe una vita tranquilla, senza sussulti. Salvo le tribolate vicende militari in Albania, dove assistette a un terremoto, e corse come un pazzo tra i campi a gambe levate vedendo muoversi pure gli ulivi; e l’avventura, al ritorno dal servizio militare, a fianco d’un tizio che poi si scoprì esser ricercato dai carabinieri per un delitto clamoroso nel Cortonese. Righetto, conservatore negli affetti familiari, ma di idee radicali sulla evoluzione socialista della società, attento agli impatti negativi delle attività umane sugli equilibri ambientali, alle sue esequie civili chiese la presenza del sindaco, Emanuele Rachini, che gli tenne il discorso commemorativo.
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Guerriero Nocentini, fondatore Coldiretti cortonese, salutava col sorriso

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Con Guerriero Nocentini gli incontri eran diradati, ma, ogni volta, iniziava il saluto col sorriso. Scrutando in faccia l’umore, se buono, non attaccava “Ciao come stai!” – sottinteso –, ma raccontava l’ultima facezia per far una risata insieme, o riflettere con amara ironia se qualcosa non fosse andata pel verso giusto. Approccio amichevole, da un bello sguardo sorridente, che teneva con tutti. Personaggio – senza darsene arie – conosciuto, e conoscente un sacco di persone. Primo dirigente della Coldiretti cortonese (1953), nel risparmiare i soldi della benzina, girava in motocicletta col sindacalista della CGIL, svolgendo funzioni equivalenti: incontrare mezzadri e coltivatori diretti, sparsi nel vastissimo territorio. Oltre la cura d’interessi contadini simili, i due erano uniti dagli stipendi: che non riscuotevano tutti i mesi!
Apparentemente flemmatico, seguiva svariate passioni, impegni, relazioni, fino a tarda età; riscuotendo fiducia negli ambienti più disparati, non importa se di bianchi rossi o neri, religiosi o miscredenti, moralisti o trasgressivi, impegnati o oziosi. Dirigente e attivista DC, consigliere comunale e provinciale, interessato non solo all’agricoltura, dov’era ferratissimo, ma d’ogni aspetto della vita cittadina e rurale, compresa la caccia, sulla quale era prodigo d’iniziative e tavolate, riunendo ecumene politiche. Generoso e ospitale senza secondi fini, le proposte sindacali o amministrative – quasi sempre sensate – come le accennava, erano accolte o sostenute. Equilibrato e logico nel valutar le cose – qualità non tutte riscontrabili tra politici e sindacalisti –, se insisteva, non era su questioni balzane. Legava facile con le persone. Intelligente, concreto, ironico, condivideva con amici e conoscenti la gioia di vivere, con spirito da eterno ragazzo.
Nel gennaio 1990, mi concesse una lunga intervista sulla sua storia, intrecciata a quella delle campagne cortonesi, che inserii nel libro I Mezzadri – lavoro, conflitti sociali, trasformazioni economiche, politiche e culturali dal 1900 ad oggi – ancor oggi disponibile presso la CGIL, che l’aveva editato. Sindacalista esordiente, affrontò, dalla parte mezzadrile, numerosissimi contenziosi coi proprietari agrari, che non avevano adempiuto al dovere dei saldi colonici annuali per decenni, perfino da vent’anni e oltre. Il difficile era far ricordare al contadino acquisti e vendite in così lunghi lassi di tempo. Mentre l’amministrazione padronale sapeva benissimo gli affari pregressi d’un podere. Quei serrati complicati contenziosi si protrassero ben oltre la soppressione della mezzadria (1965). Dal 1953 al ’90, aveva portato gli associati alla Coldiretti cortonese da 117 a 1718; dei quali, il 30 per cento comunisti. Iniziata l’avventura da solo e senza mezzi, stava andando in pensione con l’ufficio aperto tutti i giorni da 9 impiegati. Coldiretti col patronato EPACA, e CGIL col patronato INCA, nel ’90, coprivano il 90% del fabbisogno assistenziale di pratiche amministrative sociali (pensioni, invalidità, …). Dunque, a Cortona e in Italia, CGIL e Bonomiana erano accomunate da iniziali obiettivi: dare finalmente ai mezzadri quanto gli era stato negato da sempre, in termini economici e di sfruttamento, dignità e giustizia. Ma le due organizzazioni erano divise sugli sbocchi economici agrari. CGIL Federmezzadri intendeva ottenere gratuitamente la terra ai contadini, e gestirla magari in forme colcosiane; mentre, più concretamente, Coldiretti aiutava mezzadri e piccoli proprietari a beneficiare dei finanziamenti agevolati (Piano Verde 1° e 2°) per acquistare poderi e attrezzature, costruire case e annessi; gestendo semmai in forma cooperativa la trasformazione e commercializzazione dei prodotti (tabacchificii, cantine sociali, frantoi, molini, conservifici, …). Col tempo, anche CGIL Federmezzadri si convinse della bontà della linea Coldiretti, avendo perso occasioni e iscritti; molti comunisti e socialisti, interessati alla proprietà, erano entrati nella sfera Coldiretti. Intanto, gran parte dei mezzadri locali erano fuggiti, e Coldiretti e il sistema collegato (DC, parrocchie, …) attrassero in Valdichiana numerose famiglie immigrate dal sud Italia, cercando di coprire la voragine lasciata dall’emigrazione. Operazione criticata a sinistra, ma anche questa ebbe successo.
Quando con Guerriero ripercorrevamo le tappe del movimento sindacale contadino cortonese, in lui non c’era la spocchia di chi era stato dalla parte della ragione; mentre guardava al presente e al futuro incerto dei coltivatori, minacciati dal globalismo e da grandi concentrazioni fondiarie che gonfiarono i prezzi dei terreni: era l’epoca dei Gardini e Gabellieri, accaparratori di terre, gran parte lasciate incolte o mal coltivate; ma ormai la frittata era fatta: la lievitazione assurda delle terre. Guerriero guardava avanti, come far sopravvivere i nuovi imprenditori agricoli: valorizzando le tipicità, migliorando standard produttivi, vedendo integrazioni del reddito nel commercio diretto dei prodotti, con gli agriturismi che nel frattempo fiorivano… Guerriero aveva assistito al fallimento di carrozzoni come i Consorzi Agrari, lo Zuccherificio Castiglionese,… ultimi mastodonti burocratici e produttivi tenuti in piedi dallo Stato; alla fine d’un lungo ciclo economico, iniziato durante il fascismo, caratterizzato dall’interventismo sistematico statale: inteso a controllare tutto, compresi i prezzi al consumo. E assisté pure alla riduzione epocale della forza lavoro agricola nel cortonese: scesa da oltre il 70% degli anni Cinquanta, alle odierne percentuali a una cifra. Ma non gli era venuta meno la fiducia nel futuro, consapevole della ricchezza per l’uomo rappresentata dalla terra.
Per godere la vicinanza alla terra, lo ricordo nella sua casetta del Torreone, dove mi invitò a dissetarmi, avendo compiuto la follia (per me non allenato) di salire in bicicletta da Teccognano a Cortona. In quell’angolo era felice, raffigurandogli le cose basilari della vita: la natura e la libertà… in compagnia del mezzo sigaro toscano.
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chilavora2

Racconto intrigante su “Amore e Sesso al tempo degli Etruschi” di Claudio Lattanzi

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Facile e scorrevole, il libro Amore e sesso al tempo degli Etruschi – maschile e femminile nella civiltà dei Tirreni, dei Greci e dei Romani sviluppa un argomento intrigante: la sessualità praticata circa due secoli e mezzo fa nei nostri paraggi. L’excursus storico, con baricentro nell’antica Etruria, passa in rassegna anche approcci ai costumi sessuali di civiltà coeve e successive (Greci e Romani), fino ai dottori della Chiesa, che, per secoli, imposero un punto di vista religioso, relegando il sesso tra le azioni peccaminose, negandogli così quella naturalezza e gioiosità appartenuta, invece, alle civiltà primitive. Claudio Lattanzi rielabora una varietà di fonti, segnalando pure ricostruzioni fantasiose, se non maliziose e fuorvianti fiorite in materia, già in antico. Sia per ignoranza – è luogo comune: i misteri che circondano la civiltà etrusca –, e sia in mala fede: denigrando i costumi sessuali degli Etruschi, tra le maggiori civiltà italiche prima d’essere assorbiti, con le buone e le cattive, dai romani. I cui primi re, viene giustamente ricordato, furono etruschi. I miei remoti approcci con testimonianze lasciate dai nostri avi, mi hanno rimandato ragazzino quando giocavamo a nascondino nel “melone” di Camucia, – i cui scavi risalgono ad Alessandro François (1842) -; spogliato delle suppellettili funerarie e all’epoca semi abbandonato, presumo fosse usato anche per altri scopi giocosi dai più grandi, dei quali lascio immaginare l’attinenza al titolo del libro. E a un altro ricordo, al rito praticato dalle donne di casa una volta infornato a cuocere il pane. Piccolino, le donne mi invitavano a scansarmi, ciò non mi impedì di assistere, di nascosto, a quanto stessero facendo: alzavano gambe e sottane davanti alla bocca del forno. Chiaro gesto allusivo erotico scaramantico, affinché il pane venisse ben cotto, nella credenza di ingraziarsi divinità protettrici della panificazione. Pratica, certo non confessata al prete, che presumo derivasse da antiche superstizioni, e che le donne l’eseguissero più per gioco che convinte dell’efficacia. Ma ora torno al libro. Convincente e suggestiva è l’interpretazione sulle abitudini sessuali dei primitivi, e, successivamente, fatte proprie anche dagli Etruschi. L’uomo e la donna, considerandosi tutt’uno con la natura, senza gerarchie precostituite nelle relazioni reciproche, praticavano il sesso come piacere e come rito, con cui gli umani si fondevano al mondo fenomenico naturale e sovrannaturale, con cui s’intendeva vivere in armonia. Studi, svolti in carie parti del pianeta, confermerebbero abitudini simili tra i primitivi cacciatori e beneficiari dei frutti della terra, dapprima spontanei e poi coltivati. Quelle remote comunità avrebbero condiviso tutto: ricoveri, provviste, e, nella promiscuità sessuale, pure i figli sarebbero appartenuti al villaggio, che ne curava la crescita senza distinzioni nei ruoli: di madre, né, tantomeno, di padre. Il bambino era di tutti. E basta… Dunque il sesso, nella visione del mondo primigenio, era un dono naturale di cui si poteva e doveva godere. E, come risulta da ricerche storiche e antropologiche, gli Etruschi non furono l’unica civiltà post neolitica a considerare la pratica sessuale momento desiderabile della vita, scevra da pensieri moralistici; così com’è riprodotta in figure e posizioni varie negli affreschi tombali e in vasi fittili. Suscitando nei ricercatori interpretazioni non sempre tra loro concordi. (Beati noi ignoranti, per i quali un trenino è un trenino e basta!). La libertà sessuale praticata, non impedì a quella civiltà di coltivare sentimenti e organizzazioni familiari efficaci, entro cui uomini e donne godevano sostanzialmente di pari diritti. Le donne si curavano del proprio corpo, del trucco, dell’acconciatura dei capelli, dell’igiene, del vestiario, ereditavano beni familiari,…, e partecipavano alla vita sociale, compresi i banchetti, alla stregua degli uomini. Pur in presenza già di un’organizzazione sociale molto gerarchizzata, uomini e donne dello stesso stato sociale condividevano relazioni paritarie. Al vertice stavano i principi, i ricchi, e la casta sacerdotale (aruspici), anch’essi membri di famiglie agiate, e, alla cui base, stava il popolo di coltivatori, assimilabili agli odierni coltivatori diretti. Prima i Greci, poi i Romani, imposero ben diverse gerarchie nella società e nelle famiglie, riservando ruoli marginali e subalterni alle donne. In Grecia le donne erano escluse dalla vita pubblica; dignità non molto diversa riservarono loro i romani: i cosiddetti pater familias (corrispondenti a capi tribù assoluti, più che al concetto recente di padre di famiglia) esercitavano perfino potere di vita o di morte sulle donne, in certe circostanze. Sebbene alle origini del culto cristiano la figura femminile fosse considerata pari all’uomo, in certi documenti si descrivono persino figure di donne apostoli di Cristo, e nel vangelo fosse loro riservato grande rispetto, certi dottori della Chiesa imposero alla religione una visione maschilista delle gerarchie ecclesiastiche, e una sessuofobia peccaminosa nei riguardi dei rapporti sessuali, su cui confessori d’ogni tempo hanno indugiato prevalentemente in attenzioni morbose. Perciò il libro di Claudio Lattanzi invita il lettore con levità e competenza a un importante ripasso storico in materia di amore e sessualità, partendo dai costumi etruschi. Ne consegue che il lettore è indotto riflettere sul lungo cammino della liberazione dell’umanità da tante superfetazioni morali e giuridiche gravanti sulla sessualità e sui rapporti uomo/donna. Un’etica, non è sbagliato considerarla moralistica, che ha stravolto la storia delle pratiche sessuali umane, riducendole a strumento di controllo sulle coscienze da parte delle Religioni, e terreno di norme giuridiche da parte degli Stati, che non hanno esitato a intromettersi nella gioiosa intimità dei talami, discriminando diritti tra uomo e donna, e causando nell’umanità infelicità e amori malati fonte di tanti drammi “passionali”. www.ferrucciofabilli.it prima_AMORE E SESSO ETRUSCHI

Un’allegra brigata ai “giochi senza frontiere” a Diest

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Letto l’articolo di Enzo Lucente sull’avventura ai “giochi senza frontiere”, gli ho chiesto di raccontare la mia fugace e spassosa gita di un giorno a Diest. Era fine estate e la nuova Giunta comunale, da me presieduta, si era appena insediata. Trovammo tutto, o quasi, preordinato, tra la precedente Giunta del sindaco Tito Barbini e il presidente dell’Azienda di Soggiorno Giuseppe Favilli, che, tra tutti, si era speso di più per il successo di quella presenza in eurovisione, notevole spot pubblicitario per Cortona. E, a quel che risultava, i nostri giovani e baldi concorrenti si erano ben preparati a gareggiare in abilità atletiche, sotto la guida del professore di ginnastica Pasquini. Dovendo la Giunta indicare i rappresentanti della Città, vista la rinuncia spontanea del meritevole Favilli, furono scelti la vice sindaco Maria Emanuela Vesci e l’assessore Viti Angelo, in perfetto equilibrio nella parità di genere. Di sua iniziativa, li avrebbe raggiunti l’assessore Fosco Berti, marito di Denise, originaria della bella città di Gand non lontana dai giochi. Per me, decisi di partecipare al tifo la giornata della gara, a mie spese, con l’amico Ademaro Borgni alla guida della sua vettura; in due giorni, da solo, andare e tornare da Diest sarebbe risultato troppo impegnativo.
Inaspettata, alla vigilia delle prove, mi giunse in ufficio una telefonata affannosa e preoccupata di Berti: qualcuno doveva salire in una carrozza in rappresentanza di Cortona… il corteo si stava formando e della delegazione ufficiale non c’era traccia. Berti chiese: “Che faccio?… Salgo io?… Mi nomini rappresentante di Cortona seduta stante?…” Assecondai, senza esitazione, il volenteroso novello alfiere cittadino.
Il giorno della prova preliminare, con Borgni, facemmo la sgroppata, da Cortona a Diest, giungendo al calar del giorno, stanchi ma sereni, senza contrattempi. Affamati, il pensiero fu dove cenare. Trovammo allettante il nome del ristorante: “Grotta di Capri” o simile…c’era un Capri nell’intestazione. Anche nell’idea di trovare suggerimenti dove dormire la notte. L’impatto fu subito negativo: in città e dintorni, gli alberghi erano tutti occupati dai partecipanti ai giochi…finchè un commensale, capito il disagio, parlottando col ristoratore si incaricò di risolverci il problema. Avremmo seguito la sua vettura fino a una destinazione a lui nota. Sulla strada, verso l’auto in sosta, incontrammo l’allegra brigata cortonese, euforica per il successo dei ragazzi: vincitori delle prove!…ottimo auspicio per la gara ufficiale. Giusto il tempo di saluti fugaci, ci demmo appuntamento l’indomani mattina, obbligati a non trattenerci per non disturbare la nostra guida all’albergo. Buio pesto e nebbia. Dopo una breve escursione su strade di campagna, giungemmo a una palazzina illuminata da vetrate velate al pian terreno. L’accompagnatore neppure scese, salutandoci fece intendere che eravamo attesi. In effetti, una signora era sulla porta, in elegante lunga vestaglia da camera (compatibile con l’ora tarda), e ci accompagnò in stanze al piano superiore: ampie e ben arredate. Non poteva capitar meglio a una cifra non esagerata. Raggiunte le camere, le luci al pian terreno aumentarono i riflessi esterni. Pronti, com’eravamo, a coricarci, al dettaglio non demmo importanza. Poche decine di minuti dopo, già accucciati a letto, dal basso salirono strani rumori. Effusioni amorose e un bidè finale. Sarà stata una coppia caliente e frettolosa, pensammo. Alla secondo e alla terza effusione con bidè finale, capimmo che eravamo ospiti d’un elegante bordello! La mattina facemmo una buona colazione, e del bordello non c’erano più tracce, tranne un paio di assonnate signorine che in disparte prendevano il caffè. All’ora convenuta, fummo tra i primi all’adunata cortonese. Finché giunsero i membri della delegazione ufficiale, il Vice Sindaco e l’Assessore e un accigliato Natale Bracci, con cui era evidente una disputa in atto sulle traversie notturne per raggiungere l’albergo: chi guidava l’auto si era trasformato in occasionale pilota di Formula 1… Nella nebbia e non pratico delle strade, il guidatore aveva trascorso un paio d’ore girando al tondo nel circuito automobilistico che una volta all’anno era la pista del gran premio del Belgio… Il tardo pomeriggio fu deludente. La squadra cortonese, che alle prove era risultata prima, nella gara finale aveva perso sprint, forse appagata dalla prova generale: i ragazzi – pensammo – nella notte avranno smarrito la concentrazione…e, da battute raccolte qua e là, si capiva che c’era stata una distrazione di massa, salvo me e Borgni che, invece, ci sorbimmo il fracasso notturno delle altrui distrazioni. Non solo, a causa di tal friccicorio erotico, era stato sfiorato lo sputtanamento cortonese in eurovisione: Milly Carlucci, indispettita, aveva minacciato di non presentare la trasmissione in TV, a causa di un concittadino che gliela aveva chiesta insistentemente e in modi ineleganti. C’erano volute scuse ufficiali e lunghe trattative per farla recedere dal suo astioso proposito!
Prima di rimetterci in strada diretti a casa, ci trattenemmo con altri cortonesi a cena, offerta da Ivan Accordi. La birra scorse a boccali, tanti quanti ne conteneva uno a fianco all’altro la superficie del tavolo a cui eravamo seduti. La questione iniziale era stata: il bianco vergine, portato in quantità dai cortonesi, aveva procurato mal di testa a mezza Diest, mentre la birra non dava il trip del giorno dopo, perciò tutti a darci dentro!… Finché, trip o non trip, qualcuno della delegazione fu notato essersi trasformato in una “cosa farfugliante”, che si ribellò persino all’offerente la cena, Ivan Accordi, gridandogli: “Se vuoi mangiar le vongole, ordinale!…” dal piatto gli era stata presa per assaggio la minuzia d’un mitile… Finito il banchetto e tracannati un bel po’ di boccali di birra, con Borgni decidemmo il rientro non più sobri né ubriachi, dal momento che ci alternammo tutta la notte alla guida, avendo pure imbarcato un terzo, “Ucellino”, Oliviero Bennati, preso in giro dai compagni di ventura che stava abbandonando: “Vai a casa perché hai paura che la moglie ti sgridi!”…e una sequela di battutacce simili verso il povero “Ucellino”, finché non prendemmo il largo dalla comitiva cortonese di resistenti… all’alcol. Non vincemmo i giochi, ma forse lasciammo di Cortona ricordi festosi nelle malinconiche brume di Diest.
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Lo sguardo di “Buio”, sovversivo campagnolo agli albori del Novecento

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sguardo di BUIORipenso alla storia singolare d’un vecchio anarchico conosciuto da bambino, che non era né aristocratico né intellettuale né operaio in settori industriali, bensì contadino e bracciante. Vissuto in zone isolate collinari tra Valdesse e Trasimeno: che fecero da nascondiglio nell’agguato di Annibale ai romani, durante la seconda guerra Punica.
Il mio vicino di casa, era noto a tutti come “Buio”. Altezza media, robusto, un po’curvo su spalle poderose, andamento caracollante, faccia scura, sopracciglia folte, sguardo triste e torvo che, incrociandolo, avrebbe inquietato. Un volto allarmante da tenere a distanza. In realtà, ricordo d’esser stato vezzeggiato da Buio, anche se in modi poco leziosi; che, d’altronde, erano gli stessi usati dagli adulti verso i piccoli campagnoli. Le coccole sdolcinate odierne, riservate a cuccioli bipedi o quadrupedi, era raro riceverle persino dai genitori.
Nella proprietà del Sor Giovanni detto il Valecchiese, alla Casa Bianca (toponimo mappale, niente affatto parente con le Casa Bianca dei potenti), vivevano nello stesso edificio due famiglie. La mia mezzadrile, nel lato a valle, composta da una decina di persone, con stalla, cantina e magazzino; e, a monte, la famiglia bracciantile di Buio, composta da tre o quattro persone, senza stalla né cantina né terreni da coltivare. Nella quiete collinare immersa tra ulivi e boschi cedui si godeva una splendida vista: sulla Valdesse sulla collina di Sepoltaglia sui monti di Ginezzo fino a Cortona. Certi giorni l’armonia tra le due famiglie era scossa dalle stranezze di Buio, a seguito del suo paio di sbornie ordinarie giornaliere: una mattutina e l’altra serale; quest’ultima, turbolenta, si concludeva a notte fonda. Con gli uomini della mia famiglia alla ricerca di Buio incespicato in anfratti – di ritorno dalla bottega del Passaggio a far provvista di vino -, o impegnati con pazienza a chetarlo in casa sua, soccorrendo le sue donne impaurite dalle minacce del vecchio, preda dei fumi alcolici. Maggiore agitazione era nelle gelide notti invernali, quando incombeva il pericolo di assideramento dell’anziano, caduto in forre e incapace a rialzarsi; o quando le minacce a moglie e figlie erano portate con utensili pericolosi. In quei frangenti, di norma, interveniva a rabbonirlo il nonno Beppe, coetaneo del bumbazziere. Non di rado, costretto pure ad andarci a letto…nudo; perché l’ubriaco temeva d’essere ammazzato dal nonno magari con un coltellaccio nascosto sottopanno… ubriaco e sospettoso… Nel resto del giorno, in cui il vino non faceva da padrone, Beppe e lo stralunato vicino divagavano in chiacchiere amichevoli, fumando accanitamente “Alfa” o sigarette arrangiate con tabacco ruspato nei campi. E storie da raccontarsi, i vecchi conoscenti, ne avevano in quantità. A quelle pause spesso assistevo anch’io, accucciato ai piedi del nonno, capendo poco o nulla dei loro colloqui. E qui finisce il racconto di cose certe, vissute in prima persona. La parte più intrigante la racconterò de relato, per sentito dire; più di tutti, dal nonno: intimo conoscitore di Buio, e dall’estro narrativo seducente. Unico. Senza escludere, tra i due, complicità e intese su vari aspetti della vita, comprese certe idee sovversive che Buio applicò con temeraria coerenza. Buio era coperto di tatuaggi di semplice fattura – disegni tratteggiati da qualche galeotto -, avendo subito il carcere militare (a Gaeta?) per aver tentato di uccidere un ufficiale. Non ricordo le ragioni della zuffa micidiale, mentre rammento il contesto. Chiamato in armi negli anni poco antecedenti la guerra ‘15-18, Buio mal sopportava la vita militare, tantomeno di andare in guerra. Per giunta, tempo addietro, aveva già mostrato la feroce avversione verso le autorità: sparando a un prete, in ossequio alla direttiva anarchica di accopparli tutti!… lui ci provò col suo. Per fortuna d’entrambi, la fucilata risparmiò la vita al religioso. Perciò, Buio, fu richiamato a casa dal rifugio francese dov’era riparato. (Agguato e fuga suscitano più che il sospetto sull’esistenza d’una rete organizzata). Ma torniamo agli sprazzi di memoria superstiti: sul tentato omicidio dell’ufficiale e quel che ne seguì. Nel turbine d’una volontà decisa a sottrarsi alla disciplina militare, la rabbia di Buio ebbe un violento epilogo: durante una rissa, tentò di uccidere (non ricordo l’esito: se l’aggredito sopravvisse) quel giovane ufficiale che, forse, gli era parso il peggiore tra chi usava impartire ordini. Subito dopo, Buio si finse pazzo, con determinazione. E subì stoicamente l’infissione di spilloni nelle sopracciglia – lui diceva, “senza batter ciglio!” – volendosi mostrare davvero pazzo. (In quella occasione gli fu praticato l’elettrochoc?). Durante il ricovero coatto in ambienti psichiatrici e in galera, accentuò il peggio del suo carattere: scontroso, attaccabrighe, capace di bizzarrie improvvise (da cui discendeva il nomignolo: Buio). Fino a escogitare l’ennesima stranezza. Quando caricò sulle spalle la pesante branda di ferro, con materasso, lenzuola, coperte, e il suo misero corredo, allontanandosi dalla camerata… trasportare quel peso non era da tutti. Anzi, era segno di forza bruta, rafforzata dal desiderio disperato d’esser lasciato in pace… pia illusione! in quel mondo di matti veri e finti e galeotti turbolenti… tanto che Buio portava vistose cicatrici sulle labbra, esito d’una rissa selvaggia nella quale i contendenti si erano presi a morsi in faccia, come animali in combattimento.
Trascorsi quegli anni terribili di storia patria – nei quali sul fronte di guerra morirono o furono mutilati centinaia di migliaia di soldati, in prevalenza di origini contadine – la vita di Buio, dagli anni Venti del Novecento, riprese il suo corso “normale”. Coi genitori, era stato contadino a Farnieto (da farnia: quercia gentile), dov’era nato negli anni Novanta dell’Ottocento. Più in alto di quel luogo remoto tra i boschi – all’epoca, raggiungibile per ripidi sentieri – c’era solo Volpaia; il cui nome dice tutto: covo di volpi! Possiamo ben immaginare disagi e misere condizioni nei casolari sperduti di Farnieto e Volpaia, dove a fatica si rimediava di che cibarsi. Tuttavia, le distanze dal mondo civile non impedirono a Buio d’entrare in contatto con idee, diffuse in Europa e in Italia, come quelle anarchiche, delle quali – secondo il nonno – Buio si sarebbe invaghito. Carattere ribelle e lucido, dimostrato raccontando le sue traversie con dovizia di dettagli, non paragonabile all’ingenuo Carrozza, suo vicino in quel di Volpaia, sul quale si tramanda una comica storiella. Carrozza, con ricetta medica, si recò in paese ad acquistare un farmaco per stimolare le “forze” alla moglie in travaglio. Spossato e ansioso di concludere al più presto l’incombenza, salendo l’erta verso Volpaia, si disse: “Se il farmaco è buono a stimolare le “forze” ad una partoriente, può ben servire anche a me!” e, convinto di ciò, ingurgitò parte del farmaco. Che, di lì a poco, gli procurò non pochi disturbi intestinali!… Si tramanda la storiella per il suo grottesco, ma anche per beffare la dabbenaggine di gente vissuta in paraggi sperduti. Tutt’altre avventure, invece, aveva affrontato Buio. Che, morto il babbo, ultra trentenne si sposò in rito civile con una “minorenne”, coi genitori di lei consenzienti; all’epoca, i vent’anni erano minore età. E, abbandonato il podere di Farnieto, da bracciante affittuario si accasò con mamma e moglie a Casa Bianca. Dove gli nacquero tre figlie, e vi rimase fino alla morte, ottantenne; vivendo a fianco dei mezzadri, che nel tempo si avvicendavano a condurre il podere del Sor Giovanni. Compresa la mia famiglia, che vi sostò quattro anni. Benché l’affitto di Buio fosse speciale: una lira all’anno! – già negli anni Cinquanta una lira era uno spicciolino – che il Sor Giovanni riscuoteva da Buio durante il pranzo annuale offerto dallo stesso padrone di casa! Pranzo a cui, a volte, era intervenuto il nonno Beppe che, senza essere cacciatore, era stato compagno di caccia del Sor Giovanni in età giovanile, in quanto suo mezzadro e fido guardaspalle. A commento dell’insolito affitto, sarebbe facile arguire il motivo per cui Buio non se la prese coi padroni (altra bestia nera degli anarchici), mentre si era scagliato decisamente contro un prete e un militare, autorità alle quali aveva dichiarato guerra a oltranza, perché da lui considerate tra i più malvagi burattinai manipolatori nella coscienza e nel comportamento dell’umanità subalterna. Coerente fino in fondo, sulla tomba di Buio non ci sono segni religiosi. Salvo due vasetti portafiori: crociati; forse perché in commercio non se ne trovarono altri.
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P.S. Da principio, speravo in una ricostruzione “storica” delle vicende di Buio, ma nell’archivio diocesano non c’è traccia dell’agguato al prete. Perciò, ho rinunciato a indagare le vicende successive, come il tentato omicidio dell’ufficiale, di cui senz’altro ci sarà traccia. Ma, concludendo, penso che Buio avrebbe apprezzato di lasciare la sua storia nel vago… intollerante d’ogni autorità, e deluso dalle vicende umane come testimoniava la sua cronica ubriachezza nel lungo tramonto della vita.
F.F.

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Quando il trattore sostituisce la forza motrice bovina

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bovini 4Nelle campagne italiane, dagli inizi del Novecento, l’introduzione della forza motrice meccanica, il trattore, in sostituzione del traino bovino è stato lento e graduale. Innanzi tutto per gli alti costi di acquisto e gestione; come per ogni nuova tecnologia, chi innova deve compensare ricerca, sperimentazione, fallimenti. Un fenomeno analogo accadeva per le automobili, i costi di acquisto erano proibitivi per la maggioranza dei potenziali utenti, tutta la popolazione adulta, fino all’innovazione fordista delle catene di produzione. Per il trattore, la standardizzazione produttiva seguì meno rapidamente i processi dell’auto, sulla quale, nel frattempo, i ricchi benestanti misero presto occhi e portafoglio, in Europa e negli Stati Uniti.
Nella mezzadria, gradualmente, fece accesso il trattore in grandi fattorie, mentre nelle piccole e medie aziende furono i cosiddetti terzisti a prestarsi occasionalmente con i loro trattori (Case, Orsi, Landini, Bubba, Lamborghini, Fiat, Fordson, …) e relativi accessori meccanici (nelle trebbiature, semine, trasporti di ingenti quantitativi, lavori di scasso profondi, ecc.). Nel secondo dopoguerra, periodo di cambiamenti profondi e di nuove aspettative tra i mezzadri, di maggiori profitti e minor fatica, a Cortona si ebbe almeno un’esperienza di trattore cooperativo, nella zona di Manzano, destinata ben presto al fallimento. Nelle intenzioni, raccontatemi da uno dei promotori, Settimio Mencacci, il trattore cooperativo sarebbe dovuto intervenire a favore dei soci, riducendone costi e fatiche. Ma non funzionò. Mentre la meccanizzazione, dagli anni Sessanta, fece la sua escalation per iniziativa dei coltivatori diretti, in virtù d’una legislazione incentivante l’accesso al credito a bassi interessi e lunghe rateizzazioni, criteri simili all’acquisto di unità poderali e alla costruzione di annessi.
A introdurre i primi trattori in Valdichiana furono le grandi proprietà terriere a conduzione capitalistica, che, disponendo delle necessarie ingenti risorse finanziarie, col trattore videro accelerati i cicli lavorativi, aumentate le produzioni, e annullati o ridotti rischi e costi derivanti da incognite quali la salute degli animali e il minor impiego di manodopera. Uno dei primi trattori acquistati e usati nella piana delle Bonifiche Leopoldine fu un Case, che vedete nella foto. bovini 4
Un prodigio tecnologico, per l’epoca, prodotto da una casa costruttrice ancor oggi sul mercato in tutti i continenti. La possente struttura di quel proto trattore da il senso della forza che è in grado di sprigionare, dovendo sostituire con efficacia altrettanti robusti traini bovini.
Nel mio archivio ho raccolto una serie di fotografie nelle quali sono documentati fino a quattro coppie bovine aggiogate allo stesso aratro, che la meccanica aveva già reso potente con l’applicazione delle ruote. Già a fine Ottocento abbiamo esempi di aratri, tra i cui inventori ricordiamo un Ridolfi, descritto anche dall’agronomo Cappannelli nella sua storia agricola cortonese. Così, nel giro di pochi decenni, spariranno dalle campagne quelle infilzate monumentali di bovi e vacche di razza chianina e maremmana, composte da quattro, tre, due, una coppia. Per secoli, docili compagni di lavoro del contadino, che aveva addomesticato al traino pure i maschi, castrandoli. bovini 3bovini 2bovini 1bovini 5
Il destino di quegli animali come forza da traino, con l’avvento del trattore, era segnato, ma non la loro scomparsa. Grazie alla iniziativa della Associazione degli allevatori aretini, negli anni Trenta del Novecento, iniziò la selezione della razza chianina, vedendone le potenzialità eccellenti come carne da macello. Ma questa è un’altra storia che racconteremo in seguito.
Per vedere i trattori delle prime generazioni dovremmo andare in un museo, tra i quali ricordo l’eccellente collezione al Museo dei Borghi a Centoia, mentre vacche e vitelloni di razza chianina sono allevati in stalle o, in certe zone più adatte al pascolo, allo stato brado per la gioia delle nostre mense.
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L’esotismo erotico, gusto borghese reso popolare dalla fotografia

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esotismo erotico - 5Con l’affermarsi della fotografia, l’esotismo erotico da gusto pittorico borghese si diffuse in ogni ceto attraverso le cartoline postali. Nel mio archivio – assemblato senza criterio come un bricabrac – ho una carte postale parigina, presentata al Salon del 1903, di L. A. Giradot, intitolata: ‘Le bain maure’”, edita dello studio Raphael Tuck & Fils. (La qualità della immagine è bassa, trattandosi di riproduzione seriale in larga scala, limiti riproduttivi che permasero a lungo in tale tipo di editoria). Nella composizione fatta in studio, il nudo di donna dai capelli scuri potrebbe essere di qualsivoglia modella parigina o nordafricana, a causa dei caratteri somatici somiglianti; perciò, essendo dedicata al “bagno moresco”, era necessario enfatizzare l’esotismo attraverso la scenografia: servi vestiti alla moresca, e, sullo sfondo, sono evidenti sia l’arco a ferro di cavallo sia le decorazioni murarie arabesche. Quel gusto – rinvenibile anche in dipinti coevi, tra i più belli presenti nel Museo Quai d’Orsay – incrementò la sua diffusione in seguito all’espansione coloniale francese nella regione africana corrispondente alle attuali Algeria e Tunisia; affacciandosi pure nella moda parigina dei salons: esposizioni campionarie periodiche, riservate in origine alla pittura e in seguito estese alla fotografia, al suo diffondersi e perfezionarsi in arte e tecnica. Addirittura, in certe occasioni, tra pittura e fotografia il connubio tematico realistico dell’esotismo erotico previde anche la condivisione di comuni spazi espositivi. Ma qui non è il caso di dar fondo a conoscenze storiografiche che avrei scarse. Mentre racconterò in breve quel che mi capitò, decenni fa, alle prese con la passione del collezionismo di vecchie foto pescate in archivi privati, gentilmente prestatemi il tempo necessario a riprodurle. Un’amabile signora anziana, vedova d’un carabiniere, non esitò a mostrarmi la sua piccola raccolta familiare. (A quel tempo, anni ’70, era ancora comune trovare modeste collezioni di storie familiari per immagini). Nella quale mi colpì una fotografia stropicciata e sbrendolata di nudo femminile: una coppia di donne, l’una in piedi e l’altra accasciata a fianco d’una chitarrina, e, sullo sfondo grossolanamente naturalistico, un cielo dalle nubi chiare e scarsa vegetazione floreale di contorno. “Questa foto – disse la vedova –, mio marito la teneva nel portafoglio. E ci tengo che tu me la riporti!” esotismo erotico - 6Volontà che puntualmente rispettai, apprezzando la cura affettuosa della vedova, sorretta dalla complicità con lo scomparso; di cui le restavano altri ritratti: da solo e, più spesso, in compagnia di commilitoni o d’un cavallo, o in scene allegre statiche (a beneficio di fotografo) o animate, in mezzo a gente di stirpi diverse. Quel carabiniere, infatti, si trovava a svolgere il servizio militare nei territori del Corno d’Africa, occupati dagli italiani. Già avevo visto soffietti formati da cartoline illustrate attaccate tra loro e ripiegate l’una sull’altra, con immagini pittoresche di questa o quell’altra città. Ma non avevo ancora visto, in formato simile, rappresentazioni dei territori occupati dall’Italia: con monumenti, pure un testone del Duce (l’intonaco sbrecciato svelava una struttura in mattoni),esotismo erotico - 4 edifici pubblici, capanne, animali, abitanti in foggia indigena e numerosi ritratti femminili seminudi di ragazze di colore, alcune delle quali, d’una bellezza affascinante. esotismo erotico -2esotismo erotico -1esotismo erotico -3All’epoca c’era pure una canzone “Faccetta nera bell’Abissina” dedicata a quel tipo esotico di bellezza: dal profilo somatico simile alle persone di carnagione chiara ma di pelle scura. Le donne del Corno d’Africa erano tanto affascinanti e numerose da mettere in ridicolo la presunta superiorità della razza ariana. Non solo, quella naturalezza femminile scollacciata, la censura del regime non la considerò oltraggiosa del buon costume. Anzi, quelle foto di graziose nerette desnude erano disponibili al pubblico sui banchetti dei souvenir coram populo. Ma, nonostante che il buon carabiniere fosse circondato da tanto bendiddio, teneva nascoste nel portafoglio le sue stropicciate bellezze di pelle chiara, sebbene alla famiglia avesse riportato un documentato souvenir della sua missione in Abissinia, nudi esotici femminili inclusi. www.ferrucciofabilli.it