IL RACCONTO SPECIALE DI DUILIO PERUZZI SUL MONDO AGRICOLO PRIMA DELLA MODERNITA’

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Casi fortunati hanno consentito di raccogliere, in questo libro, documenti più unici che rari – elaborati da Duilio Peruzzi – sulle condizioni economiche e sociali, nel cortonese, in un momento di transizioni cruciali: dall’agricoltura di sussistenza alla modernità.  A ciò ch’era noto – immagini a colori – su vita e lavoro nelle campagne – oggetto di mostre fotografiche e riprodotte nel mio libro Chj lavora fa la robba chj ‘n lavora fa la robba (2013) -, qui si aggiungono altre fotografie e la tesi di dottorato di ricerca del geografo Peruzzi: saggio interdisciplinare (geografico, agronomico, sociale, demografico) corredato da grafici statistici e foto bellissime.

Il risultato è una dichiarazione d’amore, per la terra d’origine, di questo ricercatore privilegiato: perché ebbe sott’occhio il futuro dell’economia agricola mondiale – vivendo negli Usa – e il presente italiano – essendo cresciuto a Cortona – pervaso di staticità secolari se pure alla vigilia di mutamenti robusti. Quali: l’esodo massiccio dalle campagne di migliaia di contadini verso “le luci delle città”; le forti tensioni tra protagonisti dell’economia rurale: mezzadri e proprietari “padroni” (termine usato dallo stesso Peruzzi); e novità introdotte nel podere: gestionali, meccaniche, chimiche, …

Il valore perenne della sua ricerca era chiaro a Peruzzi, tantoché, in Epilogo scrisse: “Una cosa è certa: questa comunità rurale equilibrata, autosufficiente e stazionaria, classico esempio toscano-mediterraneo di entità agricola fortemente stratificata, sia in senso fisico che socio-economico, è destinata a subire notevoli cambiamenti nel corso dei prossimi decenni. Questo studio può quindi diventare un’immagine su Cortona, e sulla Toscana, alla vigilia d’un cambiamento imminente. Questo, in ultima analisi, il suo valore duraturo”.

Peruzzi ripercorse le ultime fasi del ciclo esposto, da Pietro Cappannelli (nel 1887), nella Monografia sulle condizioni agricole del comune di Cortona. Peruzzi, geografo, e Cappannelli, agronomo, dunque, consentono raffronti tra due momenti storici distanti circa un secolo. Ambedue, Autori attenti agli stessi temi del mondo rurale: contratti mezzadrili, ambiente fisico e climatico, abitazioni e annessi agricoli, attrezzi, colture, allevamenti, concimi, popolazione, …  insomma, le stesse categorie pur interpretate, da ciascuno, con approcci personali. Con l’unica differenza notevole: Cappannelli s’avvalse d’illustrazioni grafiche, Peruzzi, invece, corredò il testo di foto a colori. Di rara bellezza ed efficacia descrittiva, usando, abilmente, diapositive. Materiale così innovativo che dovette svilupparlo in Francia (1956). Di recente, perfino, qualcuno ha pensato che non fossero foto risalenti agli anni Cinquanta bensì di persone travestite da contadini. Immagini preziose come documenti, pure capaci di suscitare stupore nell’osservatore. Colpito da quelle immagini bucoliche poetiche. Insomma, Peruzzi trasformò documenti scientifici in arte. Adottando un linguaggio: facile, piacevole, spettacolare, coinvolgente.

Ma come scaturì quel prezioso e magico prodotto intellettuale?

Merito iniziale fu della famiglia. Emigrata negli Usa, decise di far studiare Duilio in Italia, fino al diploma Magistrale a Castiglion Fiorentino, pagando il soggiorno cortonese, del bambino poi adolescente (dal 1931 al 1946), monetizzando residue proprietà fondiarie italiane, fino a spenderne gli ultimi proventi. E quanto incise su Duilio quel soggiorno cortonese è lui stesso a spiegarlo: “In questa regione e nei suoi dintorni, nel sud-est della Toscana, più in particolare la zona Chiana-Trasimeno di Cortona. (…) I miei genitori sono nati qui, i miei antenati hanno vissuto in questa zona per secoli e tanti dei miei amici e parenti ancora ci vivono. Per questo, una combinazione tra conoscenza diretta e convenienza ha influenzato la mia scelta di selezionare un argomento che trattasse di questa area incoraggiando così il mio ritorno in Italia nell’autunno del 1955”. A tutto ciò, va aggiunto l’altro aspetto decisivo: il vantaggio, per Duilio, di poter confrontare due economie agricole molto distanti: quella americana già modernizzata[1], e quella italiana in procinto d’esserlo, ancora immersa in vecchi retaggi. Mondo agricolo cortonese arretrato e conflittuale, in modo aspro e radicale, tra mezzadri e proprietari, contrapposti sulla gestione poderale e sulla ripartizione dei prodotti. (Nel dopoguerra, fu superata la divisione a metà a favore dei mezzadri, ma quel tanto o poco che scontentò sia padroni che contadini. Famosa la battuta attribuita ad Amintore Fanfani: “di un podere può vivere solo una famiglia!”). In definitiva, il nodo principale era l’assenza delle condizioni per realizzare quant’era avvenuto negli Usa: l’evoluzione del podere in impresa economica. Unica strada per affrontare il mercato, dando all’imprenditore/lavoratore motivazioni e strumenti per ottenere redditi dignitosi.

Ai ragionamenti preliminari – affettivi e di scienza economica – va aggiunto l’approccio non neutrale di Peruzzi che, pur mantenendo sguardi distaccati da scienziato, di fronte alla cruda realtà delle campagne cortonesi, spese parole di vicinanza alle condizioni contadine. Ai quali erano negate risposte a giuste attese di riscatto economico e sociale, costretti a subalternità frustranti.

Peruzzi- analitico – descrisse limiti e pregi offerti, a Cortona, da una realtà rurale variegata, spalmata su pianure, colline e montagne. Avendo messo a fuoco: fertilità dei suoli, piani colturali, dimensioni aziendali, condizioni abitative, infrastrutture (carenti), clima fisico, risorse idriche disponibili (scarse), fino ai criteri usati nell’insediare sul territorio le attività, allevamenti compresi. Insomma, nulla sfuggì alle sue indagini sui caratteri del territorio: geologici, agronomici, antropici, climatici, cogliendo dettagli utili a prevedere involuzioni o progressi delle condizioni umane, in ogni zona in cui sezionò il comune. Notando quantità di transizioni mai viste prima d’allora e incrociate convulsamente. Com’era il caso di ciò che Peruzzi definì “febbre” dell’emigrazione. Nel 1958, egli stimò perdite annue di 439 abitanti, diretti verso più direzioni: nazionali ed estere. Perdita solo in parte compensata da immigrati dal sud Italia. Tanto che, dai 31.910 abitanti, al censimento del 1951, si scese ai circa 22mila abitanti degli anni Settanta. Momento in cui il fenomeno migratorio si stabilizzò. Perciò, dato il calo demografico assoluto di circa 10mila abitanti, e calcolato il riequilibrio dei 5mila immigrati provenienti dal sud Italia, Cortona perse, in un ventennio, circa 15mila nativi. Metà della popolazione nativa!

Peruzzi evidenziò i caratteri peculiari della società cortonese: dipendente dall’agricoltura, che occupava circa il 70% della popolazione in età lavorativa; bassa presenza di addetti in attività industriali e commerciali (16,5%); mentre l’analfabetismo (18%) colpiva di più adulti ultracinquantenni, di cui due terzi erano donne.

Segnali involutivi, verso l’impoverimento, Peruzzi li vide anche osservando gli animali allevati. Dove c’erano capre, diffuse in passato, negli anni Cinquanta le considerò indice sicuro di “forte povertà”. Come notò, in certe zone, la scesa verso la povertà dalla sostituzione del mulo con l’asino: “più debole ma più economico e rapido”. Processo accentuato nella fascia collinare olivata, dove “asini di ogni colore, forma, dimensione, età, diventano parte integrante dell’ambiente collinare, quali elemento permanente del paesaggio”. Oltre che “(…) dal secondo dopoguerra, l’asino ha sostituito il più costoso cavallo in alcune aziende situate in pianura, ed è l’unico animale da tiro generico in grado di resistere all’impatto della meccanizzazione”. In definitiva, per Peruzzi: “nel quadro generale di un’economia rurale progressista, l’asino, così come opera in quest’area, è segno di arretratezza piuttosto che di progresso”. D’altro canto: “vacche e buoi lasciano il posto alla forza motrice meccanica: trattori e altro”.

Fatta salva la secolare ingegnosità contadina nello sfruttare ogni risorsa proveniente dai frutti della terra e dagli animali allevati – tecniche ataviche menzionate da Peruzzi -, il nodo irrisolto dell’economia rurale a Cortona, e in molte parti d’Italia, era la proprietà terriera. Che incideva negativamente sulle dimensioni poderali, non ottimali, e impediva il superamento della mezzadria. “I terreni possono essere più vasti di cinquecento ettari ma anche grandi come giardini, della grandezza d’un quarto di ettaro. (…) Questo esempio di proprietà fondiaria, per quanto sia profondamente radicata nella storia è fondamentalmente ingiusta; di conseguenza c’è irrequietezza in tutta la campagna. Il risultato è che, come in molte zone agricole italiane, la maggior parte dei giovani adulti si spostano verso i centri urbani più ricchi e industriali, verso aree metropolitane dell’Italia peninsulare e all’estero”. “(…) La Toscana rurale è politicamente di sinistra ed è anche cosciente dei cambiamenti che stanno avvenendo così che l’ambiente agricolo da solo non potrà per molto ancora supportare la sua gente per quanto riguarda i bisogni primari, e non soddisferà nemmeno i loro desideri”. A fine anni Cinquanta – per lo studioso italo-americano – tali elementi premonivano eventi futuri incerti. Idee maturate “durante gli anni che ho trascorso lì che ho conosciuto a fondo i modelli e i problemi del comune”.

Ai desolanti assetti proprietari fondiari, improduttivi, Peruzzi dedicò l’intero capitolo IV della sua tesi. Avendo stimato che la porzione agricola produttiva in possesso dei coltivatori diretti era modesta, come modeste erano le dimensioni poderali medie in loro possesso: 7 ettari; insufficienti a dare dignità imprenditoriale. Mentre la quota prevalente di superficie produttiva era in mano ai latifondisti, che s’avvalevano di mezzadri nella conduzione poderale. “La maggioranza delle persone che possiedono terreni non li coltivano, i padroni, considerati l’élite”. “(…) Si firma quindi un contratto e il mezzadro inizia a lavorare la terra. In questo modo diventa socio a tutti gli effetti del proprietario. In teoria, così è come funziona; in pratica, però, le implicazioni non sono così semplici. In realtà, l’agricoltore sta solo occupando una unità di terra o podere indipendente, che appartiene ad un altro”. Se ciò non fosse bastato, a definire antiquato e antieconomico il contratto mezzadrile, al pragmatico Peruzzi non sfuggirono altri difetti del sistema: l’assenteismo proprietario e il ruolo predatorio del fattore sia verso la proprietà sia verso il contadino. “Proprietari assenti che lasciano la gestione della proprietà al fattore o supervisore. Capita che il mezzadro si ribelli al proprietario, anche chiamato padrone, a causa della sua assenza, per l’incuria verso la proprietà, per la sua resistenza al cambiamento, per la sua mancanza di comprensione riguardo le necessità di migliorare: sia la terra che le abitazioni”. Nulla era cambiato, sull’insalubrità abitativa e sulle resistenze padronali a modifiche gestionali aziendali, da quanto descrisse Cappannelli, a fine Ottocento.  “In questi casi – aggiungeva Peruzzi- [il mezzadro] accusa ugualmente il supervisore fattore per il ruolo di intermediario che svolge e per i profitti, spesso dubbi, che tale posizione può comportare, e ai dubbi il mezzadro stesso contribuisce, senza intenzione, con la sua parte”; dunque, il fattore era un predatore che s’avvaleva dell’incolpevole complicità del mezzadro nel perseguire “profitti dubbi”. Per il contadino “il sistema della mezzadria è una permanente frustrazione; lavora la terra, ne raccoglie i frutti ma non la possiede. Sogna il giorno in cui vivere lui stesso dentro le mura proibite della villa godendosi gli stessi conforti e privilegi che il proprietario si gode oggi. Quindi si può dire che Cortona, e gran parte della Toscana, sembra essere un territorio ricco rispetto a vaste aree dell’Italia centrale e meridionale. Eppure, per lungo tempo, è stato centro di malcontento e dell’inizio di rivolte, questo mostrato bene dalla grande quantità di voti che i partiti radicali di sinistra raccolgono in quest’area”. Peruzzi descrisse quel paradiso in terra: vivere in una villa. Delle circa cento ville presenti a Cortona. Anche con accenti lirici, laddove parlò del boschetto annesso alla villa: “casa naturale e riparo dell’usignolo, il cui incantevole canto è il simbolo delle notti estive e primaverili”.

Nel sistema mezzadrile, era pure antiquata la diffusione della “coltura mista” nell’uso intensivo del suolo agricolo. Non a caso, definita economia di sussistenza. Nella quale ogni produzione era destinata: la metà al consumo del mezzadro, e l’altra metà conferita al proprietario. Cosicché, al mercato finivano quote minime di prodotti, in particolare: grano, vino, olio, castagne, legname e animali allevati; mentre rare erano esperienze di colture estensive, salvo modeste quote di tabacco e barbabietola da zucchero, e ancor più modeste quantità di ortaggi. Rari vigneti e frutteti, anch’essi, inseriti nel ciclo chiuso dell’autoconsumo. Finivano al mercato, in maggiore misura, i prodotti conferiti ai padroni, mentre non fu raro che le famiglie mezzadrili non coprissero i propri bisogni.

Quell’economia agricola definiva anche il paesaggio agrario. Con la parcellizzazione dei terreni in campi di ridotte dimensioni. Le cui caratteristiche salienti, in pianura, erano definite da fitte reti scolanti (fossi) e, ai bordi dei campi, filari di viti maritate ad aceri che ne reggevano i fili di sostegno a distanze regolari (dieci metri), anche in funzione frangivento. Mentre la fascia collinare, terrazzata con mura a secco di confine, era caratterizzata da olivi, messi a distanza, fungendo anch’essi da sostegno ai filari di viti, se presenti. In montagna, prevalendo boschi e castagneti, i campi erano coltivati alla stessa maniera della pianura e della collina. All’interno dei campi erano praticate le semine più disparate, secondo esigenze contadine e padronali. Salvo la monocultura in campi seminati a grano. Nei terreni restanti, vigendo il metodo della rotazione colturale, erano diffuse semine promiscue sullo stesso campo; dove potevano essere presenti varie specie d’essenze vegetali: orzo, avena, fagioli, fave, cocomeri, poponi, mais, saggina, rape, barbabietole, lino, canapa, prati stabili, piselli, pomodori, peperoni, ecc.  E, tra un ciclo colturale e l’altro, frequente era la fienagione. Ricavata da semine o da erbe mediche ricresciute spontaneamente.

A Peruzzi stette a cuore riferire molte sapienze contadine: tradizioni conviviali e solidaristiche tra contadini; nell’uso del suolo e delle risorse ambientali; nel cucinare e conservare cibi; nell’ottimizzare ogni azione, compreso il non “buttare” nulla: manipolando prodotti della terra o macellando animali allevati. Sapienze e condotte secolari, discese da bisogni di sopravvivenza, che nobilitavano una cultura materiale di gran valore, nella vita e nel lavoro, diffusa in ogni angolo del territorio. Cultura del lavoro e mentalità contadina (tipiche del Centro Italia), qualità essenziali nel boom economico italiano.

I volti contadini – ritratti da Duilio Peruzzi, espressioni serene e intelligenti di persone immerse intimamente nel loro mondo -, aggiunti alle fotografie sui cicli lavorativi – nei campi nelle aie nelle cantine nelle stalle e in fumose cucine – sono lasciti preziosi che, uniti alle sue analisi scientifiche, oggi, consentono di rivivere quel mondo di cui siamo figli e di cui residuano poche tracce. Passato di cui dobbiamo essere eredi orgogliosi e grati. Così come infinita è la gratitudine verso Peruzzi che fissò, nel ricordo, i caratteri salenti d’un mondo contraddittorio, fantastico, oramai mitico. Pieno d’energia, profusa nel trasformare un paesaggio straordinario e incanalare gli assetti odierni, socio economici, in Centro Italia. E – se è consentito il paragone – direi che il destino della civiltà contadina fu simile a quello della civiltà Etrusca. Così come energie e cultura etrusche confluirono a formare la civiltà romana, fino a rendere indaginosa la ricostruzione del profilo storico degli Etruschi, lo stesso accadde alla civiltà contadina confluita nella modernizzazione del nostro paese. Salvo che Peruzzi descrisse riccamente quel mondo estinto.

Alla tradizione storiografica cortonese sul mondo agricolo, perciò, va aggiunto il contributo speciale di Duilio Peruzzi.

Degli storici locali abbiamo ricordato Pietro Cappannelli, a fine Ottocento, che sviluppò temi, nella Monografia del Comune di Cortona (1887), ripresi da Peruzzi. Così come – in breve – ricordiamo altri autori cortonesi che fornirono preziosi contributi – recepiti pure da studiosi contemporanei, dei quali citiamo per tutti Giorgio Giorgetti in Contadini e proprietari in età moderna (1974) -, utili a focalizzare origini e sviluppo della mezzadria. Nel novero dei modi di conduzione aziendale affermatisi dal XIII secolo in poi. Quali furono, sotto fattispecie di concessioni: soccida, affitto, mezzadria, in alternativa al latifondo e al conto diretto, nelle modeste dimensioni aziendali. Lo studio – più volte ripreso dagli storici – sui peridi più remoti è di Luigi Ticciati, Sulle condizioni dell’agricoltura del contado cortonese nel XIII secolo (1892). Ricerca arricchita, con altri documenti, da Girolamo Mancini, in Cortona nel Medio Evo (1897); approfondita da Paolo Uccelli, in Storia di Cortona (1835); e da G. Fierli, in Della Divisione dei beni contadini e di altre simili persone (1797). Dove, dei patti agrari, sono riepilogate le ripartizioni tra padroni e contadini di: compiti, responsabilità (proibizioni e obblighi), produzione, cura  e possesso beni (scorte vive e morte). Senza dimenticare l’intervento del vescovo Giuseppe Ippoliti, nella Lettera parenetica, morale, economica (1772). Che suscitò violente reazioni dei proprietari cortonesi per le posizioni del prelato sulle ingiustizie inferte ai mezzadri: la mala conduzione aziendale e relazioni inumane usate spesso. La Lettera parenetica scosse anche ambiti intellettuali toscani. I quali, nel contrastare le teorie sovversive del Vescovo, furono costretti a riflettere su meriti e limiti dei contratti mezzadrili a proposito dei danni economici da essi derivati, ricadenti sull’intera società toscana: la miseria diffusa nella popolazione rurale e la resa economica scarsa ricavata dai poderi. Il Vescovo, in sintesi, evidenziò a fianco di motivi etici – su condotte discriminanti anticristiane verso fratelli umani – anche danni economici causati da sciatterie nelle conduzioni aziendali. Giacché fu in grado di dimostrarle, da esperto agronomo. La pietra sullo stagno lanciata da Ippoliti fu ben presto messa a tacere. Tuttavia, rimase quel messaggio forte sulle braci che covavano nella società, divisa tra interessi contrapposti: padronali e mezzadrili. Malessere, d’immani dimensioni, perdurato fino agli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, di cui Peruzzi fu testimone.

A qualificare le dimensioni del conflitto – prima sordo, fino agli inizi del Novecento, poi, caldo, al sorgere dei primi movimenti sindacali delle leghe rosse contadine – basta ricordare gli assetti sociali in quel periodo secolare. In cui, i patti mezzadrili coinvolsero la maggior parte della popolazione. Così come, fino agli anni Cinquanta del Novecento, oltre la metà della popolazione cortonese tuttora lavorava la terra. Fenomeno comune a gran parte d’Italia. Mentre, in altri stati europei (Germania, Francia, Paesi Bassi), gli occupati extra agricoli superavano i contadini già nell’immediato secondo dopoguerra.

Cortona, millenario insediamento civile, dunque, visse e crebbe grazie a risorse agricole, fin’oltre metà Novecento. Nelle statistiche risulta che, su ottomila comuni italiani, Cortona occupa la trentesima posizione per estensione territoriale: 342 Kmq. Potenziale enorme di cui la Città beneficiò. Quale centro direzionale economico, politico, amministrativo, e luogo culturale e formativo per eccellenza: laico e religioso.

Città, abitati e paesaggio ripetevano visivamente caratteri simili a gran parte dei territori dell’Italia Centrale.

Fino agli anni Quaranta del Novecento, il paesaggio – in toto elaborato dall’uomo – rifletteva anche i caratteri socio economici degli abitanti. Così come classificati nei registri parrocchiali – fino all’Unità d’Italia – in: miserabili, poveri, comodi. Senza escludere fasi transitorie tra gli appartenenti all’una o all’altra categoria. Spinta al miglioramento delle condizioni abitative – le più classificabili povere se non miserabili – venne dall’elettrificazione. Che riguardò, inizialmente, solo centri e nuclei abitati e non le case sparse contadine, consentendo di sostituire l’illuminazione (a candele, carburo, petrolio) con lampadine e portare “l’acqua in casa”. D’altronde – come osservò lo stesso Peruzzi – a un secolo di distanza, le condizioni igienico sanitarie insalubri delle case coloniche, descritte da Cappannelli, non erano mutate. Insomma, la differenza, tra benestanti “comodi” (preti, proprietari, professionisti) e lavoratori della terra, “miserabili e poveri”, era facilmente leggibile: da case malsane, oltre che dal colore scuro della pelle contadina e da mani ruvide e callose. Dicotomie ripetute: negli stili di vita, nella alimentazione, nel vestiario e nei calzari. A mo’ d’esempio, ricordo che – degli anni Trenta – raccolsi una fotografia nella quale la popolazione, d’una frazione campagnola (La Piana), si distingueva dagli ospiti, venuti da fuori tutti calzati, per essere tutti scalzi!

Caratteristica comune e costante nelle famiglie mezzadrili, prevalenti sui coltivatori diretti, era l’organizzazione gerarchica familiare. Ai loro margini, i braccianti. Le cui famiglie, qualora avessero trovato un podere a mezzadria, si sarebbero organizzate seguendo gli stessi criteri.

Capo famiglia mezzadrile era il capoccia, al comando della gestione poderale, rappresentante legale e referente unico presso il padrone. In genere, era il familiare più anziano. Il solo autorizzato a contrattare, allo scrittoio padronale, ogni aspetto della conduzione poderale e, financo, era tenuto a rendere conto su questioni interne alla sua famiglia, sulle quali doveva ottenere il beneplacito padronale. Come, ad esempio: quando e con chi maritare le donne di casa; se mandare o meno a scuola questo o quel bambino o bambina; se autorizzare o meno un familiare a staccarsi da casa, o a prestare servizi occasionali presso altri padroni al di fuori delle attività poderali; … Capoccia, tanto autoritario in casa propria quanto remissivo verso ordini e autorità padronale. Famoso il gesto obbligatorio del capoccia che doveva “rivolgersi al padrone col cappello in mano!”.  Autorità padronale non sempre improntata a civiltà e rispetto, quando all’arroganza non aggiunse ignoranza in materie agronomiche, recando danni a sé stesso ma, soprattutto, al più svantaggiato mezzadro. Il quale era stretto nel cerchio di controlli occhiuti quotidiani: di fattori e sotto-fattori, del prete, del maresciallo, di guardie campestri e di vicini invidiosi, sempre pronti “a far la spia” al padrone sulle trasgressioni contadine ai divieti, obblighi e regalie, pretesi dal padrone, iscritti nel patto colonico firmato alla concessione del podere. Ed era sufficiente la minima trasgressione ai patti e agli ordini padronali, insindacabili, che scattava subito la disdetta (escomio): l’allontanamento dal podere. Causa di rovine economiche di quelle famiglie marchiate d’infedeltà alla faccia di ogni altro padrone.

A dirigere questioni domestiche, la massaia. La quale gestiva in toto l’economia domestica, oltre al pollaio e all’orto, e dirimeva le beghe tra donne di casa, dove convivevano, quasi sempre, più nuclei familiari. Badava ai bambini quando le madri erano impegnate al lavoro nei campi a fianco degli uomini; perciò, era anche educatrice. E, d’intesa col capoccia, per le giovinette stabiliva le strategie matrimoniali: con chi maritarsi, previo consenso padronale (per secoli, i padroni esercitarono l’insolente privilegio dello jus primae noctis). E quando le bocche da sfamare erano troppe, per le risorse del podere, e le braccia superiori al fabbisogno, capoccia e massaia spedivano, ragazze e ragazzi adolescenti, per garzone o per serva presso altre famiglie. La massaia, dai prodotti del pollaio venduti al mercato, racimolava quel poco denaro utile ad acquisti minuti: cibi non prodotti nel podere, stoffe per abiti, medicine, calzature, materiale scolastico, … La carenza di denaro era il male comune a tante famiglie mezzadrili. Le quali, pur avendo bilanci postivi nella gestione poderale, spesso non ottenevano quanto di spettanza se non dopo lunghe snervanti trattative. L’inottemperanza al dovere dei saldi periodici era favorita dalla paura del mezzadro d’indispettire il padrone con le sue pur giuste richieste! Frequenti i casi in cui si procedé ai saldi colonici annuali dopo anni, se non decenni. Allorché, i padroni serbavano note su ogni singola partita contabile, positiva e negativa, mentre il mezzadro non sempre fu altrettanto diligente nel tenere traccia dei suoi conti, essendo passato tanto tempo tra un saldo e l’altro, e anche per scarse abilità contabili.  Nel secondo dopoguerra, furono copiose le vertenze per regolarizzare i saldi colonici, in presenza di rappresentanti sindacali (novità d’epoca repubblicana), come affermato dagli allora dirigenti sindacali Guerriero Nocentini e Quinto Santucci. (Testimonianze raccolte nel mio libro I Mezzadri, 1992). Così come accese controversie nacquero ai saldi a proposito di stime sul valore degli animali in stalla. I padroni sostennero validi i valori attribuiti alla sottoscrizione dei patti mezzadrili, risalenti all’anteguerra, mentre i contadini pretesero l’adeguamento delle stime ai valori correnti, essendo intervenuta una forte inflazione seguita alla Seconda Guerra mondiale. È chiaro come tali dispari valutazioni avessero enorme rilievo economico, considerata la presenza dei bovini tra gli animali in stalla, allora definiti nei libretti colonici, significativamente, “il capitale”.

Completavano le gerarchie familiari mezzadrili figure legate a specifiche attitudini: il bovaro e il cantiniere.

Dunque, le famiglie mezzadrili erano organizzazioni rigidamente gerarchiche disciplinate da ordini interni, di capoccia e massaie, ed esterni, derivanti da ordini verbali e obblighi, divieti e regalie contrattuali dovute al padrone o ai suoi agenti, i fattori. Costoro erano presenti nei casi di poderi di vaste dimensioni, spesso, inseriti in grandi aggregazioni poderali: le fattorie, appunto.

Oltre a vigere relazioni familiari complesse, da gestire, tra gli abitanti sotto lo stesso tetto – legami parentali non sempre stretti, specie in famiglie composte da più decine di persone[2]le famiglie mezzadrili erano imprese economiche. Dove, da uomini e donne, condividendo gran parte dei lavori, si esigeva da ciascuno impegni adeguati al sesso e all’età. Ricordiamo che anche ai ragazzi in età scolare, dopo scuola, erano assegnati compiti: raccogliere fogliame, o pascolare suini, pecore, oche. Disciplina e versatilità nello svolgere lavori più vari, in campo e in stalla, unite a vita risparmiosa e parsimoniosa, al consumo di pasti frugali (eccezion fatta in occasioni straordinarie: mietiture e battiture sulle aie o in eventi solenni, familiari e religiosi), alla modestia nel vestire e nel frequentare luoghi di ricreazione, furono tutti quanti caratteri – forgiati in usi secolari – che incisero da forza propulsiva nel miracolo economico post bellico. Nel frattempo, i contadini aggiunsero un carattere risoluto, nella solidarietà politico sindacale, maturato nelle spossanti battaglie mezzadrili – per rivendicare la riforma dei patti agrari – coincise con l’esodo massiccio dalle campagne, nel secondo dopoguerra. (Come già ricordato, a Peruzzi non sfuggì la confluenza massiccia di voti mezzadrili sui partiti radicali di sinistra). Liberate, quelle possenti energie – transitate da lavori contadini a impieghi nell’industria e nei servizi – connotarono le aree ex mezzadrili italiane quale modello di sviluppo virtuoso.

In definitiva, questo libro, ispirato da Duilio Peruzzi, è un’occasione unica per immergersi nei ricordi d’infanzia, per i più anziani, e, per i più giovani, un modo affascinante di gettare lo sguardo sul passato recente. A cui dobbiamo le attuali confortevoli condizioni di vita e le civili relazioni umane, rimosse disparità umilianti patite dai progenitori. Quale esempio, a sostegno del rispetto dovuto ai nostri avi, ricorderò l’episodio capitatomi negli anni Novanta (non oltre 30 anni fa). Mentre stavo consultando, nell’Archivio storico comunale, i registri parrocchiali “sulle famiglie per stato sociale ed economico” – nel passaggio dal Granducato di Toscana all’Unità d’Italia; anni Cinquanta Sessanta e Settanta dell’Ottocento -, l’addetto alle fotocopie mi chiese di vedere lo stato di famiglia del bisnonno Celestino. Quando lessi che, alla famiglia di Celestino, era attribuito “lo stato economico” di “miserabile”, l’addetto alle copie sbiancò! Ci fu la moda di farsi fregare soldi con farlocche ricerche “araldiche” familiari. Per conoscere la vera storia familiare, la ricerca seria va fatta in quei registri. Dove scopriremo che la maggior parte dei nostri avi fu occupata in agricoltura, e che, in alta percentuale, furono classificati “poveri” o “miserabili” e pochi “comodi”. Di ciò, non c’è vergogna; reazione ch’ebbe, invece, il copista. Anzi. Siamo grati a generazioni umili e laboriose che soffrirono con dignità.

Dignità di cui Duilio Peruzzi raccolse splendide prove in questo libro che – al passo con esigenze attuali di associare scritti a immagini per maggiore comprensione – suscita infinte sensazioni e riflessioni. Lasciandoci stupiti e ammirati per quel mondo dal passo lento che, a forza di braccia – al pari dei giganti dei miti e delle favole –, modellò un paesaggio contemplato da visitatori provenienti da ogni parte del mondo. Generazioni versatili, duttili, inventive anche nel trasformare i frutti della terra in cibo e bevande, così come furono rispettose dell’imperativo (prototipo di economia circolare): di non buttare nulla e valorizzare tutto dei prodotti della terra e degli animali allevati e cacciati. Generazioni costrette – da bramosie e prepotenze – a quotidiani esercizi di pazienza, sopportando vessazioni autoritarie, e ad esercizi di sopravvivenza: allorché dovettero, addirittura, “patire la fame” – anche se produttrici di cibo – a seguito di carestie e spoliazioni dei prodotti del loro lavoro, come fatto dovuto e legale. (I contratti agrari avevano forza di legge, collegati al Codice Civile (sic), alla cui stesura rappresentanze mezzadrili parteciparono solo dal primo dopoguerra in poi, dopo secoli di vigenza di quei patti).

Nonostante tutto, pur vessati e sacrificati, fisicamente e moralmente, c’erano momenti esistenziali contadini sereni e gioiosi.

Come nei loro rapporti con la natura e i suoi cicli: di cui si sentivano intimamente parte. Sentimenti, oggi, stemperati, se non mutati in caricature da tendenze new age. Mentre sono arrivati a noi stili di vita alienanti, convulsi, compulsivi, individualisti, e, nei gusti, condizionati e standardizzati, come lo sono città e processi produttivi nel mondo globalizzato. Tutt’altri rapporti, degli odierni, viveva il lavoratore della terra riguardo: a sapori e odori non artefatti; partecipando al concepimento alla nascita e alla morte degli animali (anche le persone nascevano e morivano in casa); alla posa di sementi e piante fino alla raccolta dei frutti; a percepire i respiri ciclici delle stagioni nelle ore del giorno e della notte;  a vivere un senso spontaneo del divino ispirato dalla natura e non da fantasiose elaborazioni di uomini religiosi, che pur vollero imporre, per controllare moralità e obbedienza contadina ai “superiori”: preti e padroni.  Fin dall’antico, la propensione contadina al sincretismo religioso, sfociato in superstizione – oggetto di studi sociologici e antropologici –non sfuggì alla Chiesa cattolica. Laddove sostituì miti, celebrazioni e implorazioni, a divinità precristiane, con propri santi, feste, riti e preghiere legate, anch’esse, ai cicli agrari; cercando d’infondere fiducia e speranza nella protezione soprannaturale sulla salute della famiglia e degli animali allevati e sul buon andamento colturale. Ricordo mio nonno paterno Beppe – non uno stinco di santo, bestemmiatore compulsivo e disertore totale dal frequentare chiesa e prete – che, però, nel “mese mariano”, ogni sera, in veste di celebrante guidava la famiglia alla recita del rosario; concludendo con una filza di litanie imploranti tutti i santi del paradiso, specie santa Eurosia: “proteggici dal fuoco dai fulmini e dalla grandine!”. Insomma, il contadino – superstizioso, in quanto esposto ad eventi atmosferici calamitosi, a disgrazie e malattie familiari e degli animali allevati – aveva la sua etica: nel lavoro, nei rapporti tra pari e verso le autorità.

Così come, pur tuttavia, non trascurava la cura di momenti gioiosi e giocosi: vivendo felice all’aria aperta, sbrigliando fantasie nelle feste pubbliche e domestiche, nei giochi popolari, nelle danze e scherzi anche sguaiati, praticando una sessualità arguta e trasgressiva; tollerata, purché non si fosse dato scandalo pubblico. (In tal caso, il capoccia avrebbe somministrato manesche rudi lezioni ai trasgressori, in ossequio al detto: i panni sporchi si lavano in casa!).

Tracce di quei momenti gioiosi sono, anch’essi, presenti nelle pagine di Duilio Peruzzi, pienamente partecipe delle atmosfere contadine.

Peruzzi fu, senz’altro, uno scienziato schiettamente popolare.

[1]Cfr. Guido Fabiani, Agricoltura mondo. La storia contemporanea e gli scenari futuri, Donzelli Editore, 2015.

[2] Cfr. M. Barbagli (a cura di), Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia dal XV al XX secolo, Il Mulino 1984.

Ferruccio Fabilli

Breve ricordo di Giorgio Malentacchi e Giustino Gabrielli

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Scomparsi a poca distanza l’uno dall’altro, Giorgio Malentacchi e Giustino Gabrielli, li ricordo come preziosi e leali compagni di viaggio negli anni 70 e 80 del secolo scorso, quando insieme fummo impegnati a vario titolo nella gestione del Comune di Cortona. Più portato alla gestione delle attività quotidiane, infrastrutturali e urbanistiche, Malentacchi; più proiettato alla elaborazione politica e dei programmi amministrativi Gabrielli. Accomunati entrambi dalla passione nel soddisfare le esigenze dei cittadini e del territorio, con dedizione quotidiana e lungimiranza programmatica. Lasciando di sé anche positivi ricordi di persone disponibili ad ascoltare la gente, i componenti della propria maggioranza e l’opinione degli oppositori. Furono anni di intense progettualità e realizzazioni, confrontandoci quotidianamente nella casa comune del Pci. Che raccoglieva, non a caso, il consenso di oltre la metà degli elettori. Non è qui il caso di descrivere i vasti interventi realizzati in campo sociale, infrastrutturale, urbanistico e dei servizi erogati dal Comune. Una densità di cose fatte a cui ho dedicato il mio Cortona Cosmopolita e Modernizzata (1980-1985), Gambini Editore, di cui nessuno ha contestato i contenuti. Per quanto la politica amministrativa sia stata, eri come oggi, sempre pronta a sottolineare errori e limiti dell’avversario. Era il tempo in cui fu possibile fondere esperienze generazionali diverse. La metà della mia Giunta comunale, all’insediamento, aveva meno di trenta anni. Mentre tra i nostri decani figurarono proprio Giustino e Giorgio. Anche da quella commistione tra generazioni diverse in ruoli decisionali e di vertice scaturiva l’energia positiva che ci sorresse. Avendo avuto rispetto reciproco dei ruoli ricoperti, e sempre attenti ai suggerimenti che pervenivano dal ricco contesto politico e culturale, laico e religioso, che contraddistingueva la vivace Cortona del tempo. Da quella realtà di eri a quella odierna sembrano passati chissà quanti anni, tant’è evoluta la situazione politica e amministrativa. Quel che mi sento di dire, a conclusione, inviterei a riflettere quanti ancora straparlano di un settantennio rosso negativo per il Comune. In verità la distinzione temporale andrebbe fatta tra i primi cinquanta anni di amministrazione social comunista (fino agli anni 90), entro cui racchiudere il protagonismo dei nostri due compagni amministratori testé defunti, Giorgio Malentacchi e Giustino Gabrielli. Da allora in poi altre generazioni di amministratori comunali sono succedute, anche con il passaggio del governo dalla sinistra alla destra, rinnovamenti del cui contributo alle fortune di Cortona ancora ci sarà molto da discutere e approfondire. Tempi in cui ancora, purtroppo, facciamo fatica a giudicare novità eccellenti di cui possano gloriarsi.

Ferruccio Fabilli

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Verusca Castellani, candidata a sindaco di Cortona per Uniti a Sinistra

Svolgo con piacere il compito assegnatomi – dalla lista Uniti a sinistra – di presentare al pubblico la proposta di candidare a sindaco di Cortona Verusca Castellani. Avvocato civilista, Risk manager, formatrice per la gestione del rischio in sanità presso la Luiss Business School. Ai qualificati titoli professionali e accademici, aggiungiamo la passione civica di Verusca Castellani, da sempre impegnata nell’area culturale di sinistra, non senza aver palesato il suo dissenso, anche astenendosi dal voto alle più recenti proposte amministrative offerte dai partiti per il Comune di Cortona. Insomma, Verusca – come la maggior parte dei sostenitori della lista civica – è stata insoddisfatta delle persone e dei programmi amministrativi che si sono avvicendati negli ultimi venti anni a Cortona. La progressiva massiccia astensione dal voto, purtroppo non solo fenomeno locale, di cui la lista Uniti a sinistra ha voluto capirne le cause, essendo noi stessi partecipi dello scontento, per tentare di dare risposte costruttive ai bisogni d’una comunità in cammino che merita il meglio. Dopo fallimentari esperienze di sindaci dalla vista corta sulle scelte di governo, sprecando le magre risorse finanziarie comunali in operazioni non all’altezza dei bisogni, arroganti, vendicativi verso chi l’avesse pensato diversamente, divisivi pure all’interno dei loro stessi alleati. Sindaci che a Cortona hanno cancellato il concetto di partecipazione democratica alla gestione della cosa pubblica. In pratica, negli ultimi venti anni, i sindaci, pur qualificandosi chi di centro sinistra chi di centro destra, hanno dimostrato due facce della stessa medaglia. Sindaci-podestà, inaccessibili al pubblico, per non dire scostanti, che hanno preso decisioni autoreferenziali senza confrontarsi neppure con le proprie maggioranze. Intanto che la realtà dei fatti richiedeva interventi del Comune in funzione dei bisogni presenti e futuri, invece, costoro, si sono prodigati ad approfondire divisioni clientelari del potere mettendo persone e frazioni del Comune in conflitto tra loro, mancando loro una visione unitaria organica e democratica dei problemi. Visione costruttiva che avrebbe dovuto dare risposte a questioni di enorme rilievo lasciate irrisolte nelle loro crisi permanenti e progressive. Basteranno pochi esempi per far capire la gravità di tale insipienza amministrativa. Come i gravi problemi della sanità pubblica, in netto declino nel dare risposte esaurienti a una popolazione che, oltretutto, è invecchiata. Come lo stato di abbandono in cui versa il vecchio Ospedale di Cortona, destinato in un primo momento a soddisfare esigenze strutturali delle scuole superiori, poi declassato a oggetto per finanziare la Provincia, avendolo messo in vendita al privato, anche in maniera sgangherata senza successo, con l’unico effetto di un non lontano collasso strutturale del vecchio Ospedale. A cui si deve rispetto, come eredi di una civiltà secolare di un bene destinato dal popolo a funzioni pubbliche, che oggi potrebbe dare infinite risposte. Per la sua centralità cittadina, per le enormi dimensioni e per l’insufficienza di strutture adatte a nuovi modelli di formazione: scolastica universitaria o professionale; o per sovvenire a mancanza di spazi culturali dando respiro a servizi che oggi languono nelle ristrettezze di spazi come la biblioteca e l’archivio comunale. E, sempre a proposito di trascuratezza nel gestire il patrimonio pubblico, è inaccettabile lo stato d’abbandono dell’Ostello della gioventù. Perfettamente funzionante. Che è stato il prezioso primo accesso turistico a Cortona della gioventù proveniente da tutto il mondo… E la lista del malgoverno potrebbe continuare. Ma ora siamo nella fase della costruzione di un nuovo futuro, nelle idee e nelle persone da mettere in campo. Per attuare nuovi metodi e contenuti di governo della Città e del Territorio. Il Comune deve, innanzi tutto, favorire la partecipazione della popolazione alle decisioni in un permanente dialogo su questioni ambientali, sanitarie, culturali e di sviluppo economico e tecnologico. In netta discontinuità col passato verticistico autoritario e divisivo, mediando tra interessi delle persone singole o iscritte ad associazioni sociali economiche e sportive. Questo nuovo metodo di governo comunale è quanto propone la lista Uniti a sinistra, dove per primi gli stessi promotori hanno scelto di fare cartello non dietro simboli di partito ma adottando il simbolo del passero Codarossa spazza cenere. Evidente l’allusione al proposito di togliere dalla società cortonese, in modo pacifico democratico e dialettico, ogni deleterio residuo clientelare e di arroganza del potere. Proponendo a sindaco una figura nuova, una donna esperta e appassionata, un primus inter pares, non un nuovo podestà (come lo sarebbero i vecchi sindaci già scesi in lizza da candidati, figure deleterie del passato) mentre Verusca appartiene alla società civile e non alla casta politica che ha fatto il suo tempo e danni a sufficienza.  Ecco qui riassunti in pochi concetti essenziali i criteri usati nella scelta della candidata a Sindaco di Verusca Castellani. La quale ha aderito con entusiasmo passione e competenza a tale gravoso compito di riportare alle urne e al governo democratico del Comune un popolo amareggiato che ha perso fiducia in chi l’ha rappresentato negli ultimi venti anni. A nome di una nuova sinistra (nei simboli e nelle persone) né ideologica né settaria, dalla vocazione civica e popolare che vuol ridare protagonismo alle persone singole e associate. Sinistra che nella sua storia passata non ha demeritato come taluni politicanti, più veloci di lingua che d’arguzia, hanno affermato con disprezzo. Anzi, la sinistra storica ha dato un serio contributo a far di Cortona un comune moderno e cosmopolita, come ho documentato nel mio libro di memorie da sindaco, dal 1980 al 1985. Oggi, noi superstiti di quella stagione di politica amministrativa alta, ci siamo mescolati a sostegno delle giovani donne e uomini che vogliono un cambiamento nella discontinuità dei metodi e dei contenuti degli ultimi decenni. Soddisfatti di aver trovato una nuova leader del cambiamento, l’avvocato Verusca Castellani, alla quale e alla sua lista daremo il massimo sostegno e l’augurio di buon lavoro e di vittoria. Vittoria che non avrebbe solo effetti per gli eletti, ma, con loro, vincerebbe l’intera cittadinanza che si riapproprierebbe del suo Comune!

Ferruccio Fabilli

Carlo Roccanti presenta a Terontola “Cortona cosmopolita e modernizzata-1980/1985”

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PRESENTAZIONE DEL LIBRO

CENTRO SOCIALE DI TERONTOLA

“ CORTONA COSMOPOLITA

 E MODERNIZZATA “

 (1980-1985)

di

FERRUCCIO FABILLI

(Gambini Editore -2023)

A cura di CARLO ROCCANTI

Terontola, 23 Dicembre 2023

Il 6 Novembre scorso mi è arrivata sul cellulare una E-Mail  dell’amico Ferruccio FABILLI che mi ha preso leggermente alla sprovvista. Trattava della possibilità di presentare presso il C.S.T. la sua ultima fatica letteraria e soprattutto che fossi io a condurre l’evento. Ero in quel momento molto abbacchiato per il recente infortunio al ginocchio e senza il minimo desiderio di muovermi e vedere gente. Ma l’esitazione è durata solo un attimo…mi sono subito chiesto “ E perché no ?” L’antica, inossidabile amicizia con Ferruccio, la complicità degli anni del liceo passati come compagni di banco ha avuto subito il sopravvento e pertanto….eccomi qui.

FABILLI SCRITTORE

Anch’io come lui nella nostra ormai lunga vita ho scritto molto, moltissimo…ma, non lo nego, rispetto a Ferruccio sono stato molto più…vagabondo. Mi è mancata in primis la volontà e poi la sua metodicità per dare seriamente qualcosa alle stampe. Ferruccio ha invece questa dote e soprattutto una memoria di ferro unita alla curiosità di indagare le persone nell’intimo. Cosa che gli ha permesso di dare alle stampe delle pubblicazioni di enorme pregio culturale/storico e soprattutto umano. Ad oggi, mettendo in bacheca i vari libri che Ferruccio ha scritto, si potrebbe già formare una biblioteca piuttosto consistente. Non sto qui a tediarvi con l’elenco delle sue fatiche letterarie: basta scorrere la copertina del libro per averne un dettagliato elenco. Ma tra tutte queste pubblicazioni non posso esimermi dal citare la monumentale  “I MEZZADRI”  del 1992 che, per certi aspetti ricalca lo schema di  questa sua ultima pubblicazione. Infatti nella parte finale offre una consistente carrellata di personaggi della politica, cultura ed economia che hanno operato nella Cortona del dopoguerra. Questo è un argomento sul quale Ferruccio va veramente a nozze e che continua a trattare con una sua godibilissima rubrica sul periodico “L’ETRURIA” (ad essere cattivo, una delle poche cose da leggere con gusto che da qualche tempo a questa parte può offrire….) . Dei tempi del Liceo, ne parleremo dopo. Vorrei dire soltanto che con Ferruccio ci sono stati in questi anni molteplici…”scambi culturali”.  Ho avuto l’onore di presentare qualche sua opera presso gruppi di studenti e lui è stato assiduo e divertito spettatore di molte delle performances cultural/dialettali che ho curato assieme a Rolando BIETOLINI, Ivo Ulisse CAMERINI e Sergio ANGORI. Di questo suo ultimo libro, “CORTONA COSMOPOLITA E MODERNIZZATA (1980-1985), avevo letto qualcosa in merito alla presentazione fatta alle Chianacce e mi ero riproposto di acquistarlo. Questo perché (e ne ho avuto conferma dopo averlo letto dalla prima all’ultima pagina nonostante la sua corpulenza) ero certo di ritrovarci quel mondo che anch’io avevo vissuto dal palazzo accanto al Comune con una esperienza operativa diversa, quella  cioè  passata in Cassa di Risparmio di Firenze, nel palazzo accanto al Comune.

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 E poi, scuserete se vado sul personale, ho potuto rivivere situazioni, eventi e personaggi che per me erano passati solo…di striscio e di cui avevo scarsa ricordanza. Anch’io avevo avuto una limitata esperienza politica locale come Consigliere Comunale DC dal 1975 al 1980 col Sindaco Barbini. Esperienza che, a essere sincero, non mi era piaciuta molto. Io in politica sono piuttosto radicale e anarcoide: pensavo di andar su e guerreggiare ogni momento, salvo accorgermi poi dei tanti compromessi…degli accordi in “camera caritatis” ecc. No…no… la politica non sarebbe stata il mio pane: meglio, molto meglio il lavoro e il privato. Infatti nell’Aprile del 1980 mi sposai e dopo neanche tre anni la terribile disgrazia che cambiò la mia vita. Insomma di quel quinquennio, tanto importante per Ferruccio, non ho avuto il benché minimo ricordo. Quindi un grazie sincero a Ferruccio per aver riempito col suo libro questo mio vuoto di memoria. Anche di quelle elezioni che ti portarono a fare il Sindaco di Cortona non ho ricordanza: però ,di sicuro, non ti diedi il voto perché il richiamo della tribù, ora come allora, rimane sempre forte nonostante la grande amicizia e l’assoluta certezza della tua profonda onestà personale e intellettuale.

INTERVENTO DI FERRUCCIO FABILLI

CARATTERISTICHE DEL LIBRO

CORTONA COSMOPOLITA E MODERNIZZATA è un’opera corposa, ricchissima di notizie e dati amministrativi del periodo 1980-85 che costituiscono la sua parte centrale.  La parte iniziale è invece dedicata a note autobiografiche, per me la parte più viva e interessante. Mentre, come detto, la parte finale è dedicata al ritratto di svariati personaggi della vita cortonese in gran parte legati alla sua esperienza di Sindaco (in particolari i suoi più stretti collaboratori), ma non solo…anche figure di popolani, di altri legati al mondo della scuola, avversari politici citati con rispetto e così via. Uno schema che, come ricordato, ricalca “I MEZZADRI” e che insomma Ferruccio predilige.

QUALCHE NOTA BIOGRAFICA A DUE VOCI

Io e te siamo quasi coetanei, classe 1952, tu più grande di appena un mese. Tuoro è rimasto un punto fermo nella tua vita anche perché , pur avendo vissuto gli anni dell’infanzia in Val D’Esse, anagraficamente risulti umbro, essendo nato a  Piazzano, in quella piccola enclave del Comune di Tuoro in terra toscana… Ho notato la partecipazione e direi la tua profonda nostalgia nel ricordare quegli anni…..

INTERVENTO DI FERRUCCIO FABILLI

ROCCANTI: Ricordo il “Valecchiese” e il fatto che da piccolo frequentavo la Villa in Montalla in quanto la moglie, una Zucchini, era cugina di mia madre Assunta. Ho letto di come ritenesti ingiusta la bocciatura in Prima Elementare che aveva subito l’anno prima il tuo compagno di banco Leonardo BRILLI che poi sarebbe divenuto mio cognato. E concordo in pieno sul giudizio che dai delle vecchie Pluriclassi alle Elementari. Anch’io ebbi questa esperienza al Riccio: Prima, Seconda e Terza tutti assieme. Io ne ebbi un accrescimento culturale immenso…..Poi, come praticamente è successo a tutti noi, la vecchia famiglia tradizionale legata alla nostra grande Civiltà Contadina si disgrega. Il trasferimento a Camucia e il duro percorso scolastico col Maestro Girolamo Presentini con la classe piena dei figli dei Vip di Camucia, lui pretenzioso e manesco (ad un certo punto lo definisci un “nazi-maestro”) salvo poi ritrovare i frutti di quegli studi impegnativi….

ROCCANTI: Non molti sanno del periodo trascorso da Ferruccio in Seminario. Fu una specie di reazione a quel tipo di scuola del Maestro Presentini  che non ti piaceva… Fu comunque per te una parentesi piuttosto breve: resto dell’idea che, se avessi continuato, oggi avresti, quanto meno, la Porpora Cardinalizia, e ripeto…quanto meno. Però, secondo me, quella non fu per te una parentesi del tutto negativa e da buttare. Imparasti a conoscere un mondo prima di tutto di grande cultura e poi…qualcosa di quel mondo ti è rimasto, nel senso di saper ricevere le….confessioni dei tuoi personaggi e quella grande curiosità e direi anche scaltrezza di navigazione nell’animo umano….

ROCCANTI:  Posso citare alcunianeddoti raccontati da Don Antonio Garzi (che ti riempiva di nocchini, salvo poi scusarsi anni dopo) che raccontava del menù sempre a base di Testa Fredda che veniva in parte lanciata su un tetto prospiciente attirando stormi di volatili che, col loro guano, alla fine fecero crollare il tetto stesso.  Ti ricorderai certamente l’alto tasso culturale del Clero Cortonese. Un esempio: Don Nicola FRUSCOLONI col quale, invece della classica ora di Religione, facevamo un ottimo e

quanto mai opportuno ripasso di Filosofia nei banchi del Liceo, cosa di cui avremo modo di parlare. Ma veniamo così al periodo forse tra i più belli della nostra vita, quando ci conoscemmo al Liceo e fummo compagni di banco cementando una lunga e inossidabile amicizia.  Tu venivi dall’esperienza Ginnasiale ad Arezzo, mi sembra….

IINTERVENTO DI FERRUCCIO FABILLI

ROCCANTI: Sono gli anni in cui comincia il vero e proprio declino della vecchia Cortona a scapito della commerciale Camucia e della pianura in genere.  Tra breve se ne andranno la PRETURA, l’ OSPEDALE, la CURIA VESCOVILE, tanti altri UFFICI tra cui l’ A.P.T. ed anche il vecchio e glorioso LICEO LUCA SIGNORELLI divenuto proprio in quegli anni una semplice Sede Distaccata del Liceo FRANCESCO PETRARCA di Arezzo sempre sotto le “grinfie” del Preside Don Ermanno MARTINI…..

INTERVENTO DI FERRUCCIO FABILLI

ROCCANTI: A pagina 46 del libro c’è una bellissima foto che ritrae le Sezioni Unite A e B del I° Liceo in quel di Lecco nel corso della memorabile Gita al Lago di Como del 1968. Eventi che io ricordai nella mia composizione giovanile “L’ERMANNO FURIOSO” del Dicembre 1970 che lessi tra l’ilarità generale nel corso di un memorabile incontro conviviale che ci vide riuniti al Torreone presso il Ristorante Belvedere di Stefano Pedaccini, in arte “Lo Zozzo”.  Ci accompagnarono l’Insegnante di Lettere Ermanno ALPINI (Lombardo doc) e di Greco Tommaso PETRUZZELLI (napoletano verace). Quella gita fu un vero e proprio “Inno alla Goliardia”, ne combinammo di cotte e di crude, mettendo a ferro e fuoco un piano dell’ Hotel Croce di Malta in quel di Lecco nel corso di una  nottata epica per la quale arrivò , dopo qualche tempo, anche una fattura a copertura dei qualche danno materiale provocato. Rivivo con estrema nostalgia quei momenti, anche nel ricordo di alcuni di noi che non ci sono più: Roberto LORENZINI, Mauro  ALUNNI, Augusto CAUCHI, Angiolino FANICCHI…. Ma soprattutto per evidenziare alcuni aspetti di vita e cultura che oggi vengono sempre meno. Alludo a quell’ “ASENSORE SOCIALE” che allora esisteva eccome e che faceva saltare ogni distinzione sociale ed esaltava il merito e l’impegno che ognuno di noi metteva nello

studio.  E’ vero frequentavano quelle classi i figli di Medici, Avvocati, Alti Funzionari ecc. ma non c’era distinzione nei rapporti con quelli di noi che venivano dalla campagna, il sottoscritto, Ferruccio, Angiolino Fanicchi, Moreno Bianchi e tanti altri.

ROCCANTI:  Erano gli anni delle mitiche ASSEMBLEE SCOLASTICHE e all’inizio ve la facemmo sotto il naso: a guidare le prime assemblee fu un vero e proprio DESTRA CENTRO con Augusto CAUCHI Presidente (noto estremista di destra poi indagato per fatti eversivi e che ha vissuto molti anni all’estero, oggetto di pagine appassionate del nostro Ferruccio) ed io (noto democristiano di destra)  come Vice-Presidente.  Quando poi Ferruccio e Angiolino FANICCHI (già organici all’allora P.C.I.) se ne accorsero…le sinistre (che numericamente erano più forti) fecero il…ribaltone.  Ma i rapporti personali superavano tranquillamente ogni steccato ideologico, si discuteva a sfinimento, poi ognuno rimaneva legato alla sua “parrocchia” ma grande era il rispetto per le posizioni altrui. Sapete qual’ era il soprannome affibbiato a Ferruccio (quasi sicuramente inventato da me….)  era quello di “PUZZO”….occhio, nulla a che vedere con questioni di igiene personale: non c’erano la comodità di oggi, ma comunque ci si lavava….. Il soprannome veniva fuori dalle nostre  infinite discussioni: quando si evidenziavano atteggiamenti strani  nel comportamento delle persone, Ferruccio concludeva sempre allo stesso modo: “Macché…è tutto puzzo !” nel senso di propaganda, polvere negli occhi, o qualcosa di simile.

ROCCANTI: A quell’epoca cominciarono ad essere in auge i GRUPPI DI STUDIO , in genera composti da 4 persone, per sviscerare qualche argomento e presentare in merito una relazione finale scritta , una specie di Tesina. Sapete come era composto il nostro gruppo ?  Carlo ROCCANTI (come detto, già inquadrato nella corrente di destra della DC), Mario STOLZOLI (un “cane sciolto” extraparlamentare a sinistra, che poi avrebbe fatto l’Ingegnere anche in Russia) Ferruccio FABILLI (già organico al P.C.I.) ed Augusto CAUCHI (come detto extraparlamentare di destra ed anche oltre…)  Potete immaginarvi le nostre riunioni, a volte nella mia cameretta della vecchia casa al Riccio. Discussioni, risate, merenda a pane e pomodoro poi…quando si era fatta una certa ora, io il più concreto del branco; ponevo il quesito: “Ragazzi… ma la relazione ?” La conclusione era sempre la stessa: “Va bene come hai detto tu all’inizio…battila pure

tranquillamente”.  Come al solito mi mettevo al lavoro con la mia mia mitica Remington (un po’ più solida dell’Olivetti 22) e la nostra Relazione (in genere con me Relatore) era sempre e comunque la migliore…. Ma, visto che ne parli nella parte finale del libro, due brevi accenni a personaggi legatissimi a noi: appunto Augusto CAUCHI ed il Prof. Oreste COZZI-LEPRI…….

INTERVENTO DI FERRUCCIO FABILLI

ROCCANTI: Nel libro sfiori appena l’argomento, ma ne hai parlato compitamente della tua pubblicazione del 2011 “FALCE E COLTELLO.DIARIO DI UN OMICIDIO” . Si tratta di un fatto di cronaca nera che fece epoca visto nell’ottica di un ambiente tranquillo come Cortona. L’omicidio del tuo amico Donello GORGAI pugnalato a sangue freddo a Camucia. A quell’epoca gli animi ribollivano e, un po’ come succede ancor oggi, la parola d’ordine era “caccia al fascista !” e si voleva politicizzare ad ogni costo l’evento esponendo la salma alla Casa del Popolo. Intelligentemente fu la famiglia a frenare la cosa e noi ragazzi stessi in merito la sapevamo lunga… Si trattava di una disputa per una ragazza mora, minuta e carina (mi sembra si chiamasse Violetta) che frequentava il Liceo. Fu per lei che Felice D’ALESSANDRO commise quella pazzia…..

Da quello che ho letto, è rimasto fortissimo in te il legame con la famiglia che ti ha lasciato prematuramente: il babbo Nando, la mamma Bruna ed il fratello minore Leonardo scomparso giovanissimo per un episodio, oggi diremmo, di malasanità. Tutti eventi che hanno frenato la tua volontà iniziale di concludere gli studi in Medicina facendoti fermare al livello di Infermiere Professionale….

INTERVENTO DI FERRUCCIO FABILLI

ROCCANTI:  Per molti di noi la vita è stata piatta, professionalmente parlando. Figli di quel mitico “posto fisso” mitizzato dal grande Checco Zalone. Sotto questo profilo tu hai vissuto tante vite: la scuola fino ai livelli più alti, il Seminario, il Militare,  le esperienze di Infermiere Professionale, la Politica, i 5 anni come Sindaco, il Dirigente Amministrativo, il Fabilli scrittore…. Quale di queste vite ti ha lasciato la maggiore eredità di ricordi sia in positivo che in negativo….?

ROCCANTI:  Veniamo al un periodo trascorso come Infermiere al vecchio Ospedale di Cortona prima del suo smantellamento e trasferimento alla nuova struttura de La Fratta. Nel tuo libro ne dai una bellissima immagine ricordando personaggi a noi tutti ben noti: il Prof. Lucio CONSIGLIO (grande professionalità, idee politiche diverse, ma rapporti umani più che eccellenti), il Commendator Francesco Nunziato MORE’ (il motore dell’Amministrazione) ,Angiolino SALVICCHI (l’economo e a volte una vera e propria “macchietta”). Ricordo benissimo anch’io quel periodo in quanto la Cassa di Risparmio di Firenze finanziava i molti convegni scientifici …un periodo veramente fecondo e ricco di iniziative che portavano a Cortona tanti grossi professionisti del settore medico…… Ognuno nel suo ruolo, c’era però vera collaborazione tra gli Enti ….

INTERVENTO DI FERRUCCIO FABILLI

ROCCANTI: Lasciamo da parte il lato “biografico” (che, onestamente, è quello che mi ha interessato di più….) per andare alla parte più corposa del libro, quella centrale, che è una specie di diario documentatissimo della tua attività amministrativa come Sindaco e del mondo politico in genere di Cortona. Anche alla luce delle odierne discussioni sulla dislogazione di una Stazione della Direttissima,  citi il rimpianto per la mancata interconnessione tra linea Direttissima e Stazione di Terontola (pag. 74)  come ipotizzato intelligentemente dall’ Ing. Edoardo MORI che all’epoca aveva un ottimo rapporto con  la DC .  Anche allora fu un Assessore Umbro, tale Abbondanza, a fermare la cosa prevedendo l’allaccio a Chiusi con l’ Umbria, cosa mai avvenuta…

ROCCANTI:  Continuo a seguire il libro: a Pag. 81 ricordi come la soppressione dell’ A.P.T.  (l’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo cortonese) fu un grosso freno per lo sviluppo turistico di Cortona, vista l’azione inconsistente  svolta poi dalla APT, organo burocratico provinciale. Ed in calce al libro ricordi pure con grande affetto una persona con la quale anch’io ho lavorato proficuamente: lo storico Presidente Giuseppe FAVILLI, anima assieme all’antiquario Giulio STANGANINI della MOSTRA MERCATO DEL MOBILE ANTICO,   ancor oggi attivissimo motore turistico…..

INTERVENTO DI FERRUCCIO FABILLI

ROCCANTI:   Accanto alle tante cose belle che hai fatto, con l’onestà intellettuale che ti contraddistingue citi anche qualche…rimpianto. Ad esempio a pag. 94-95 citi con un certo disappunto quella cattedrale nel deserto che fu il progetto delle TERME DI MANZANO.  Inoltre parli con un certo disappunto della mancata attuazione del POLO FIERISTICO. Infine mi piace sottolineare quello che racconti a pag.110 riguardo al problema, sempre più attuale dell’approvvigionamento idrico. In particolare il tuo personale cruccio di non esser riuscito a dar seguito al suggerimento del Geologo Tino LIPPARINI di costruire in quel di Valecchie  una rete di piccole dighe (che avrebbero potuto raccogliere una riserva d’acqua di almeno un milione di metri cubi), potendo usufruire oltretutto di mutui allora interamente a carico dello Stato……..

ROCCANTI:  A Pag. 101 ricordi che, a fronte delle agevolazioni offerte alla COOP, a partire dalla cessione dei terreni da parte del Conte FERRETTI ( che tu ricordi alla fine come uno dei tuoi personaggi preferiti), il BUFALINI (Responsabile COOP che ho conosciuto anch’io quando ero Direttore CRF in quel di Torrita) promise un Teatro/Tenda per Cortona, cosa poi mai concretizzata….

ROCCANTI: Tra i tuoi successi amministrativi, ricordi a pag. 116 l’INFORMATIZZAZIONE DEGLI UFFICI COMUNALI.  Fu un periodo da pazzi per tutti, un vero incubo…..

INTERVENTO DI FERRUCCIO FABILLI

ROCCANTI:  Varie volte nel libro ricordi degli incontri conviviali assai divertenti. Il rapporto umano  andava sopra ogni cosa: a pag. 187 ricordi con affetto la cena che organizzarono per il neo Sindaco Ferruccio FABILLI, i vicini di Via Galimberti a Camucia (a prescindere da ogni colore politico) presso la Falegnameria Scorcucchi.  Mi ricorda

Tanto una analoga iniziativa del 1996 al Riccio in onore di Italo MARRI eletto a quei tempi Senatore per Alleanza Nazionale.  Ma tu ricordi con particolare emozione la figura di Quinto SANTUCCI che nel 1979 parlò al Comizio del Cinema Adriano a Roma ove fu sancita la fine della stagione della Solidarietà Nazionale 1976-1979 (meno male, dico io…). Poi il mitico pranzo sull’aia alla presenza di Enrico BERLINGUER col simpatico aneddoto  del “purtroppo” sul compagno Ilio STANGANINI…..

ROCCANTI: Ecco, la politica. Tu sei rimasto (almeno mi sembra)  legato sentimentalmente a vecchi personaggi quali “Trafoglio”,  Leonetti, Righetto Monacchini ecc., tutti  compagni (picconate sul capo a parte) “Trotkysti” del vecchio P.C.I. , quelli della rivoluzione continua, ruspanti e sempre impegnati nel partito. Insomma nulla a che a fare con l’odierno P.D. spesso lontano dalle periferie e composto da tanti “Radical Chic”  della “intellighenzia” universitaria con la puzza sotto il naso e arroccati nelle ZTL delle grandi città o nel “buen ritiro” di Capalbio, come ben dimostra il voto suddiviso per zone……

ROCCANTI: Di quel periodo, ed anch’io ne convengo, tu ricordi nel libro anche un  certo “eccesso di democrazia” riferendoti alla “Circoscrizioni” (che vennero poi abolite per Comuni della dimensione del nostro). Parli di almeno 120 persone impegnate in chiacchiere fumose e lunghissime, spesso senza ricordare neppure l’oggetto del contendere…..

INTERVENTO DI FERRUCCIO FABILLI

ROCCANTI:  A pag. 222 ricordi l’avventura del TERREMOTO DELL’IRPINIA del 13 Novembre 1980. Le colonne dei soccorsi…il gemellaggio con Paternopoli….

ROCCANTI: Per venire a bomba al titolo del libro, in quegli anni della tua amministrazione Cortona ebbe effettivamente un grande slancio per ottenere quel suo carattere cosmopolita cha ancor oggi mantiene alla grande. Innumerevoli pagine sono dedicate al gemellaggio con Chateu-Chinon e la figura del Presidente Francese Mitterand . I corsi di studio dell’Università della Georgia con le splendide figure del Prof. John KHEOE e della Segretaria Aurelia GHEZZI  con quali ho anch’io collaborato proficuamente per tanti anni, come Banca di riferimento e finanziatrice di alcune borse di studio per gli allievi dei corsi. Poi i Corsi di studio  della Scuola Normale Superiore di Pisa al Palazzone, i rapporti col “Ricciaiolo” Prof. Domenico CAMPANACCI ed i Convegni con i suoi allievi “I Campanacciani”, i Corsi estivi del Liceo di Wettingen col Prof. UBER e così via… i viaggi istituzionali in Francia a Londra e negli USA  con i vividi ricordi personali che racconti….non basterebbe una serata solo a citare tutto questo…..

INTERVENTO DI FERRUCCIO FABILLI

ROCCANTI: Tu hai sempre mostrato una grande attenzione per l’agricoltura che, fino a poche decine di anni or sono, era la spina dorsale dell’economia del nostro Comune. Sia nei MEZZADRI e che in questa pubblicazione metti in luce un personaggio che, pur gravitando politicamente nel campo opposto al tuo, ha rappresentato in questo ambito un punto di riferimento per Cortona: Guerriero NOCENTINI, storico riferimento della COLDIRETTI.  Storicizzando quegli anni, mi sembra che anche tu concordi in qualche modo sulla sua politica di agevolazione all’acquisto del fondo agricolo piuttosto che addivenire ad una gestione “colcosiana” dei terreni come predicava la INCA-CGIL. Nel libro accenni al fatto che, col duo Guerriero NOCENTINI-Mauro MORCHI, gli iscritti Coldiretti passarono in breve da 117 a 1.718 (dei quali calcoli in almeno il 30% quelli di sicura fede comunista)…..

INTERVENTO DI FERRUCCIO FABILLI

ROCCANTI: Della tua esperienza di Sindaco, oltre alle tante lettere e biglietti che hai conservato, ami ricordare i colloqui con la gente, mostrando grande apertura e disponibilità continua (cosa che qualche tuo successore non aveva….). In particolare i casi umani che ti toccavano particolarmente ea anche personaggi dalla psiche instabile come TULLIO, che anch’io ho conosciuto. Per te è’ forse questo sul piano personale, il miglior lascito degli anni trascorsi a fare il Sindaco di Cortona ?

INTERVENTO DI FERRUCCIO FABILLI

ROCCANTI: In un momento come questo che in ogni parte del mondo viene minacciata come non mai la pace nel mondo e la coesistenza pacifica tra gli uomini, mi piace ricordare il tuo impegno (documentato da una caterva di documenti) nel fare di Cortona la città della pace a partire dalla famosa marcia Camucia-Cortona, simile e ben legata a quella, ancor oggi attiva, della “PERUGIA-ASSISI”…..

INTERVENTO DI FERRUCCIO FABILLI

ROCCANTI: Il pregio che ti ho sempre riconosciuto, oltre alla sottile ironia, è stato quello della grande tolleranza e soprattutto il voler capire le ragioni degli altri. Cosa che ho personalmente sperimentato in maniera ampia fino dai tempi mitici del Liceo. Altro aspetto fondamentale è quello del tuo spirito giocoso e ludico e la ricerca continua di quel sale nei rapporti umani rappresentato dalle cene e dagli incontri conviviali in genere. Non per niente, oltre al citato SANTUCCI, ricordi in questo ambito personaggi indimenticabili come “Paletta” (Enzo OLIVASTRI), “Scandaglio” (Angiolino SALVICCHI),  lo “Zio Brunello” (Alfredo POGGI),“Pietrone” (Pietro ZUCCHINI anche se non citi il suo vero soprannome per il quale tutti qui lo abbiamo conosciuto e che è quello di “GNASCO”).  

INTERVENTO DI FERRUCCIO FABILLI

ROCCANTI: Non so se ho centrato appieno lo spirito del libro, ma, per il tempo che ci è dato,  è pressoché impossibile citare soltanto  gli argomenti e l’immensa mole di dati,  documenti, aneddoti e personaggi che contiene questa tua pregevole pubblicazione.  Poi, lo avrai certo capito, non ti ho fatto un’ intervista “sdraiato” tipo Lilly Gruber o Fabio Fazio….per cui, per farmi perdonare, prima del dovuto “saluto finale” , ti gratifico, come ogni bravo allievo in sede di esame, richiedendoti il classico….”Argomento a piacere” che spero avrai preparato……..

INTERVENTO DI FERRUCCIO FABILLI CON SALUTO FINALE

ROCCANTI: Un caro saluto all’amico Ferruccio FABILLI per aver scelto questa Sede per la presentazione di questa sua ultima fatica, un libro importante che vi consiglio di leggere perché è una vera e propria miniera di dati, fatti e documenti del quinquennio 1980-85, sempre con l’auspicio che sia “l’ultima fatica”….solo per ora. Infine un doveroso e sentito ringraziamento a tutti voi che ci avete seguito, con la speranza di non avervi annoiato. Grazie ancora a tutti.

Continua

Bisogna impedire che crolli l’Ospedale antico di Cortona di s. Margherita!

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ospedale antico di cortonaCircolo - Logo1Sul vecchio Ospedale bisogna rompere gli indugi sul suo recupero ad uso pubblico!

Sono passate più amministrazioni, alla Provincia (proprietaria dell’immobile) e al Comune, di destra e di sinistra, ed è rimasta immutata la situazione di stallo. Con la proterva intenzione degli uni e degli altri di vendere al privato! E ora di aprire una nuova fase: quella del recupero del vecchio Ospedale di Cortona per destinarlo a Casa della Cultura come Polo Culturale Contemporaneo. Per rispondere a questioni vitali per il futuro della Città di Cortona e il suo territorio.

  1. È inammissibile che uno dei maggiori complessi storici cittadini sia abbandonato a sé stesso in un declino strutturale gravissimo. Di circa 5mila metri quadrati, risalenti alla attività assistenziali di s. Margherita, fondatrice nel 1278 dell’Ospedale dedicato a s. Maria della Misericordia.
  2. Si tratta di un bene storico che la collettività ha finanziato e preservato per secoli vincolandolo all’uso pubblico, che non può essere considerato bene disponibile, dunque “commerciabile”, come un qualsiasi manufatto di esclusivo valore economico. Preservarlo, dunque, ha enorme valenza storica culturale e morale simbolo perenne di una comunità.
  3. La Città ha carenze insopportabili per la sua storia, per la sua funzione direzionale, amministrativa culturale e turistica, che si è conquistata nel tempo, giunta a livelli di prestigio internazionali per fama e presenze anche di istituzioni culturali universitarie come la UGA di Athens.
  4. Mancano spazi alla Biblioteca comunale come all’Archivio storico, dove sono depositati materiali documentari e bibliografici di valore inestimabile, oggi, inaccessibili alla pubblica fruizione!
  5. Cortona non ha un Museo contemporaneo, pur avendo ospitato artisti di fama nazionale e internazionale, dal secondo dopoguerra, che avrebbero potuto lasciare opere prestigiose tali da costituire una raccolta di primario rilievo.
  6. Mancano spazi per sviluppare attività formative permanenti di alta specializzazione in ambito culturale di rilievo nazionale e internazionale. Come ad esempio una scuola di restauro, o di altro tipo di formazione orientata a giovani specialisti in ogni ramo artistico, sociale, umanistico.
  7. Gli ampi spazi del vecchio Ospedale e la sua tipologia strutturale, con non eccessivi investimenti, si prestano a ospitare degnamente e funzionalmente sia aule per formazione sia spazi espositivi.
  8. Che la volontà congiunta della Provincia, proprietaria dell’immobile, del Comune e di istituzioni culturali ed economiche cittadine potrebbero costituirsi in forma di Consorzio o di Fondazione sul modello usato, ad esempio, per la gestione di palazzo Casali e, sullo stesso modello, incentivarne la gestione avvalendosi di cooperative giovanili.

Ciò premesso è indispensabile che l’Amministrazione Provinciale e il Comune di Cortona si aprano a tale prospettiva nei tempi più rapidi possibili, onde evitare che il decadimento dovuto all’attuale abbandono dell’immobile storico sia di pregiudizio al suo recupero. In fondo, si tratta d’un immobile i cui impianti tecnologici e strutturali sono stati rinnovati negli Anni 80, perciò al suo interno non sarebbero necessari che opere di adattamento funzionale. Mentre è allarmante lo stato di degrado dell’estesa copertura di circa 1000 metri quadrati.

Pertanto, invitiamo ad aderire a questo appello istituzioni, partiti, sindacati, associazioni, operatori culturali ed economici, e cittadini disposti a sostenere un progetto di ri-funzionalizzazione dell’intero complesso ex ospedaliero di Cortona. Tutti invitati a partecipare: dando voce e gambe a tale processo ambizioso, impegnativo, strategico per il futuro di Cortona.

Il Presidente del Circolo Rosselli Cortona

Marilena Bietolini

 

 

 







L’ETRURIA OMAGGIA DANIELA PIEGAI CAPOSCUOLA FEMMINILE DI FANTASCIENZA

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PiegaiL’impegno maggiore è stato convincere Daniela Piegai – a causa della sua ritrosia anti presenzialista – a concedere un pomeriggio al pubblico di lettori ed estimatori, il 24 febbraio. Evento fortemente voluto dal direttore de L’Etruria, Enzo Lucente, che ha consegnato una targa ricordo a Daniela per i suoi 80 anni di “Straordinaria Pittrice e Autrice di letteratura dell’immaginario, antesignana delle fantascientiste italiane contemporanee”. Evento alla cui realizzazione ha collaborato anche il Circolo Rosselli di Cortona. Con due articoli su L’Etruria avevamo convogliato l’attenzione dei lettori sul personaggio di elevato spessore culturale: quale scrittrice e pittrice, ripercorrendo testi scritti, anche ristampati di recente. Un caso felice ha voluto che l’attenzione su Daniela Piegai del nostro giornale sia coinciso con lo straordinario lavoro di studio e ricerca sui suoi scritti, in via di completamento, da parte di due critici letterari: Laura Coci e Roberto Del Piano. Specialisti di letteratura dell’immaginario.  I quali si sono subito resi disponibili a venire a Cortona, alla festa di Compleanno di Daniela, per illustrare le ragioni di tanto interesse. Accompagnati pure, in presenza, da altri specialisti cultori di scrittura fantascientifica: Nicoletta Vallorani, Luca Ortino, Marco Dubini, Gerardo Frizzati, e altri. L’amichevole incontro straordinario, tra amici di Daniela, ha dato luogo a una conversazione veramente illuminante, anche per il pubblico, sull’oramai consolidata stima di cui è circondata la nostra scrittrice: nello sviluppare ispirazione, forma e contenuti narrativi, del tutto originali.  Anche per non addetti ai lavori, è noto che la realizzazione dell’intera raccolta di scritti d’un Autore (definita Opera Omnia) lo si fa quando questi ha crediti, universalmente riconosciuti e consolidati, tra critici e lettori. Eventualità che per molti Autori, addirittura, matura anni dopo la loro scomparsa. Mentre Laura Coci e Roberto Del Piano hanno setacciato in lungo e in largo le biblioteche per ricomporre l’opera sparsa in mille rivoli di Daniela; lei, per fortuna, vivente! Gli stessi ricercatori hanno anticipato al pubblico – del 24 febbraio – che stanno curando altre riedizioni degli scritti di Daniela: romanzi, racconti e, persino, monografie a lei dedicate su riviste specialistiche. Non senza stupore e meraviglia da parte della nostra Autrice, per la quale scrivere (e dipingere) è parte essenziale della sua vita. Come stesse assecondando interiori sorgenti ispiratrici perennemente attive. Oltre la sua facilità/felicità espositiva unita alla fantasia creativa, ne vanno apprezzati i contenuti. Pur in contesti immaginari, riesce a mantenere la barra dritta su valori per lei fondamentali. Quali l’anelata giustizia contro prepotenza, violenza e traversie; il ripudio delle guerre; forti rivendicazioni del ruolo femminile; e l’amore nelle sue varie declinazioni: tra persone, verso gli animali, verso la natura e la bellezza, in generale…Perciò, anche grazie a persone venute da lontano, quali concittadini di Daniela Piegai siamo invitati a valorizzarne i grandi meriti artistici. Come bene prezioso di cui è ricco il territorio. Dunque, lunga vita a Daniela! Possibilmente felice e senza sfiga… (so che lei ci riderà sopra e farà i debiti scongiuri!).

Ferruccio Fabilli







Biblioteca pubblica e Archivio storico al collasso, a Cortona. Come nodi che vengono al pettine…

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biblioteca comunalrGli amministratori comunali, di ieri e di oggi, facendo proprio il detto farlocco “Con la cultura non si mangia”, sottostimando nel tempo il problema degli spazi fisici (dei locali), si sono resi responsabili del collasso delle funzioni svolte dalla Biblioteca pubblica e dell’Archivio storico.  La Biblioteca non ha più spazi per nuove acquisizioni librarie, mentre l’Archivio storico sta anche peggio: relegato in locali provvisori, è così stipato che risulta inaccessibile al pubblico per consultazioni. Non c’è bisogno di spiegare l’enorme valore rappresentato dal patrimonio in essi contenuto. Al pari di quelle di Arezzo, le due istituzioni sono considerate di valore assoluto: contenendo libri, codici miniati, pergamene, incunaboli, documenti, …risalenti fin al medioevo. Riferimenti obbligatori per studenti, ricercatori, e amanti della lettura, italiani e stranieri, su cultura generale e vicende storiche, in particolare Cortonesi. Al danno si aggiunge la beffa. Mancando i locali, non solo è impedito l’incremento fisiologico di libri nuovi, ma, addirittura, non possono essere accolte donazioni, a prescindere dal valore e rarità: libraria e documentale. In pratica, l’attività della Biblioteca e dell’Archivio storico si limitano alla mera conservazione. Se pur volenterosi conservatori ospitino presentazioni di libri e ricerche.  Non è il caso di approfondire la funzione d’una Biblioteca pubblica, dovendo, qui, giocare un ruolo azzoppato dal grave handicap degli spazi. Solo per inciso – come nota di colore – abbiamo visto un post sui social del noto psichiatra Paolo Crepet, al telefono con la figlia studentessa in una Città Belga. La quale raccontava al babbo: “Sai qui, fino a mezzanotte, la biblioteca è aperta. E ci sono un sacco di persone!” Al che, Crepet chiosava: “Vedi come la cultura può offrire occasioni di nuove conoscenze anche personali!”. Qui da noi, stante la grave situazione, più che guardare avanti tocca guardare indietro: come si è giunti a tanto? E se uno chiedesse agli Amministratori: cosa si sta facendo per risolvere il problema? Avrebbe risposte?!…

A tutti sono note le recenti modifiche portate, a Palazzo Casali, nell’uso degli spazi.  Al MAEC, giustamente, è stato dato lo spazio necessario. Ma la vigorosa occupazione dei locali, – un tempo occupati dalla famiglia del Custode del Museo – da parte della burocrazia comunale, era indispensabile? Essendo stata, in passato, presenza estranea a Palazzo Casali. Mentre, da secoli, vi sono Biblioteca e Archivio storico. E quando la coperta è corta bisogna trovare altrove spazi mancanti. Già, ma qui torniamo alla nota dolente delle dismissioni (messa in vendita speculativa), in Cortona, di contenitori giganteschi in mano pubblica: l’Ospedale antico e l’Ostello della Gioventù. Due decisioni, a dir poco, sciagurate!   Sull’Ostello bastano poche parole per dire quanto sia prezioso in una Città turistica un albergo per “backpacker”, viaggiatori zaino in spalla, a basso budget. La fidelizzazione turistica verso una città inizia attraendo i giovani. Tale vendita dimostra che, oggi, al Comune comanda la ragioneria non la politica! …Infatti non vediamo altro motivo, se non meramente contabile, di disfarsi d’una struttura alberghiera perfettamente funzionante in Centro storico. Chiusa per motivi personali del gestore. Sergio C., in tanti anni, aveva ottenuto apprezzamenti internazionali sulla sua gestione e sulla magnifica struttura. Ancor più grave è la tentata – per ora infruttuosa – speculazione sull’Ospedale antico. La cui storia, intanto, non può essere svenduta! Sarebbe un caso unico, almeno in Toscana! Poi, se mancano come mancano spazi, non esiste in Cortona disponibilità maggiore di quelli offerti dall’Ospedale. Vittima d’un patto scellerato tra Provincia di Arezzo – presieduta da Roberto Vasai – e il vescovo di Arezzo Fontana. Il “patto scellerato” è nei fatti. La Provincia, che aveva acquistato l’Ospedale per sopperire a sue esigenze scolastiche, vi rinunciò, seguitando a pagare un affitto salato, con il cui controvalore si sarebbe potuto accendere un mutuo per adeguare l’immobile. Senza contare poi che, nel frattempo, Provincia e Comune avrebbero potuto farvi confluire finanziamenti cospicui (su una serie infinita di temi: scolastici, sociosanitari, culturali, …) messi a disposizione da Regione, Stato e Comunità Europea. Interrogativi legittimi che tutti conosciamo, ma ai quali è mancato il più: la disponibilità, di Provincia e Comune, a prendersi le proprie responsabilità, che vediamo equamente disattese: dai precedenti amministratori, di centrosinistra, e da quelli odierni. di centrodestra. E il Cittadino paga! – come avrebbe detto Totò. Paga in termini di malgoverno del patrimonio e delle finanze pubbliche, e in disservizi. Qual è – nel caso qui denunciato – il collasso scandaloso della Biblioteca pubblica e dell’Archivio storico. Mentre il Circolo si propone di seguire, nel tempo, anche l’evoluzione del destino delle due strutture, l’Ospedale e l’Ostello, da osservatori attenti e critici.

Il presidente del Circolo Rosselli – Cortona

Marilena Bietolini

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Gli ottant’anni di Daniela Piegai – di Laura Coci e Roberto Del Piano

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PiegaiL’11 gennaio scorso Daniela Piegai ha compiuto ottant’anni: e ora Cortona – ove era nato il padre; la madre, invece, era fiorentina – non può che renderle omaggio affettuoso.

E non soltanto perché, dopo aver viaggiato e sostato in luoghi lontani, a fine anni Settanta Daniela e Bruno hanno scelto di vivere nella casa di famiglia di lei, nella campagna cortonese, memore delle estati dell’infanzia e adolescenza. Ma anche perché a Cortona Daniela Piegai ha aperto una prestigiosa galleria d’arte, popolata dai suoi quadri coloratissimi e meravigliosi, che – chissà – forse davvero prendono vita nelle notti serene… E soprattutto perché Daniela è stata ed è una straordinaria autrice di letteratura dell’immaginario, antesignana delle fantascientiste italiane contemporanee, da Nicoletta Vallorani a Romina Braggion, per le quali rappresenta un riferimento imprescindibile; eppure, è anche attualissima, quasi che la sua scrittura sia in grado di andare oltre il tempo.

Per chi la conosce, questo non è motivo di sorpresa: Daniela Piegai ha infatti del tempo una percezione orizzontale, quasi fosse un continuum nel flusso del divenire, e dunque la sua produzione non può che trascendere questa coordinata che altro non è che un espediente umano per tentare di dare ordine all’universo; quella stessa produzione sa farsi, tuttavia, paradigma della società del tempo presente, del tempo che chiamiamo nostro, di cui individua (secondo la definizione di Primo Levi, poco noto quale autore di racconti fantascientifici) «smagliature» e «vizi di forma», mostrando così che è possibile immaginare un altro mondo, migliore di questo che tanto delude, e dunque, attraverso la scrittura, rendere legittimi il sogno e l’utopia.

Bellezza e giustizia sono infatti le parole chiave per comprendere la narrativa di Piegai: la bellezza di un paesaggio, di un’emozione, di una vita intera… la straziante, meravigliosa bellezza del creato che non può essere offuscata dall’ottusità e dall’ingiustizia; ed ecco, allora, la tensione per la giustizia, l’ascolto attento e partecipe nei confronti di coloro che da sempre sono ultimi, feriti o dimenticati, resi opachi da lungo silenzio: donne e anziani, giovanissimi tra infanzia e adolescenza, incompresi e ribelli per necessità di sopravvivere, per volontà di riequilibrare lo stato delle cose sempre tristemente uguale a sé stesso.

Proprio perché la scrittura rappresenta per Daniela la risposta a un’urgenza di carattere etico, nel corso della sua attività ormai quasi cinquantennale (il primo racconto pubblicato data infatti al 1977) l’autrice non ha inseguito mode e tendenze del mercato, continuando a tessere storie e a creare mondi senza ricercare a ogni costo stampa e successo, consapevole di dare voce a un’istanza prima di tutto interiore, che trova nella fantascienza il proprio spazio di libertà (è il titolo di un bel saggio pubblicato nel 1991). Storie e mondi irriducibili rispetto ai generi letterari tradizionali, ibridati con attitudine originale, il che rende la produzione di Piegai difficilmente classificabile e collocabile, ma rende ragione della sua capacità straordinaria di andare oltre il tempo, come si è detto.

È in questo scenario che va interpretato il femminismo della scrittrice: sobrio, mai esibito, ha dolorosa contezza di quanto ancora siano impervie le vie della parità. Ed è un femminismo che si incarna nei personaggi femminili non convenzionali, portatori di valori alternativi rispetto alla norma e capaci di attraversare le contraddizioni; nel linguaggio calibrato con attenzione di genere, oltre che evocativo ed elegante, e nella prosa che unisce garbo e ironia; nello sguardo di donna, che non può che essere differente, alieno, perché differente è il modo di leggere e interpretare la realtà che donne e uomini storicamente hanno sviluppato.

È merito di Delos Digital e del suo direttore editoriale Silvio Sosio aver riscoperto Daniela Piegai, grande scrittrice cortonese, di cui nell’ottobre scorso è stato riproposto Il mondo non è nostro, un capolavoro ormai divenuto introvabile a causa delle sfortunate vicende editoriali de La Tartaruga, l’editrice che lo pubblicò nel 1989. E non è che l’inizio: in primavera, sarà la volta di un secondo titolo, Incanti alieni, che comprenderà i primi dodici racconti dati alle stampe dall’autrice tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta; a lei, inoltre, sarà dedicata ampia parte del numero 97 della rivista di fantascienza Robot e l’intero numero 13 della rivista di critica marx/z/iana Un’ambigua utopia, un monografico di ben 120 pagine.

Infine, le persone che la apprezzano e le vogliono bene potranno incontrare Daniela nella sua Cortona, nella sua galleria d’arte, venerdì 24 febbraio alle 18.00, per augurarle, con qualche giorno di ritardo ma con affetto immutato, ‘buon compleanno’.

Piegai 2







Osservazioni al Piano Strutturale Intercomunale – Architetto Enrico Lavagnino

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Circolo - Logo1OSSERVAZIONI AL PIANO STRUTTURALE  INTERCOMUNALE

 

Urbanistica e Confronto

Il piano strutturale intercomunale previsto dall’art 23 della legge 65/2014 dalla Regionale Toscana, è uno strumento urbanistico finalizzato alla programmazione e alla pianificazione di un territorio costituito da più Comuni che nella fattispecie sono quelli di Cortona, Castiglion Fiorentino e Foiano della Chiana in provincia di Arezzo. Sicuramente uno strumento urbanistico importante per il governo di questo territorio visto nella sua prospettiva futura.

 

In merito a questo strumento si possono avere due opinioni:

 

  1. A) Il piano strutturale non serve a niente e quindi anche i confronti e le osservazioni sono inutili, ma in questo modo crolla tutta l’impalcatura della pianificazione urbanistica regionale;

 

  1. B) Il piano strutturale è uno strumento urbanistico importante, con valenza pluridecennale, che impronta le linee di sviluppo di un territorio popolato da cittadini, istituzioni pubbliche e private, da soggetti economici, politici, interessati all’ambiente, alla cultura, all’identità specifica di questi territori, tutti favorevoli al mantenimento di una realtà consolidata e qualificata, ma anche a una sua ragionevole proiezione nel futuro.

 

Scartata la prima ipotesi che elimina fin dal principio la questione del confronto, si può ragionare solo sulla seconda.

 

In questo caso chi sostiene che il PS intercomunale è uno strumento urbanistico importante si deve domandare quali sono le ragioni che motivano la necessità o l’obbligatorietà “dell’informazione e della partecipazione dei cittadini alla formazione degli atti di governo del territorio”, (Vedi Capo V Art. 36 della Legge 65/2014 che parla degli – istituti della partecipazione –) e quindi anche quelle che sono alla base dello strumento urbanistico che stiamo osservando.

 

Queste ragioni, come vedremo, sono tante, di interesse generale e pubblico, (es. la cogenza e la coerenza della pianificazione urbanistica regionale e comunale rispetto alla realtà dei fatti, lo stato attuale e l’ottimizzazione e lo sviluppo delle strutture territoriali e urbane esistenti, l’economia generale e dei comparti specifici (agricoltura, artigianato, turismo, ecc), lo sviluppo dei servizi, il tema della mobilità, della tutela, del benessere comune ecc.), ma anche quelle di interesse privato, (es. i diritti dei cittadini rispetto al “mostro” burocratico, l’equilibrio sociale e civile tra la città e la campagna, una diffusione sul territorio dei servizi, lo sviluppo culturale dei singoli, il diritto alla partecipazione e alla discussione rispetto a quegli argomenti che coinvolgono tutta la popolazione, e sicuramente altri argomenti.

 

Attraverso le prossime considerazioni cercheremo di analizzare alcune di queste ragioni:

1) La partecipazione è un diritto dei cittadini

L’informazione e la partecipazione alla costruzione degli strumenti urbanistici è un diritto sancito negli articoli 36, 37, 38 e 39 dalla Legge 65/14 (legge urbanistica toscana), e non c’è bisogno di alcun commento se non quello che l’informazione e la partecipazione deve essere fatta sul serio, concretamente, fino al raggiungimento della certezza che è stata fatta, ma soprattutto senza nascondimenti dietro a ridicoli paraventi burocratici per confutare la realtà dei fatti e sostenere, in maniera poco veritiera, “che tale passaggio istituzionale è stato compiuto”.

 

2) Confronto e democrazia

La parola “democrazia” è una parola sempre più utilizzata, ma sempre meno applicata. Essa è, o dovrebbe essere, un confronto sui principi fondanti, sulle idee, sulle opinioni e sulle proposte finalizzate al “benessere” della vita dei cittadini e per migliorare le regole e il funzionamento delle istituzioni pubbliche che li governano. Ma la democrazia è compiuta solo quando il confronto è paritetico, ovvero c’è la disponibilità a lasciarsi penetrare dalle idee degli altri, di valutare e meditare sulle proposte altrui, essere disponibili a migliorarsi attraverso l’esperienze di tutti. Un principio universale che nessuno può confutare o negare.

 

Viceversa, nei tempi attuali e soprattutto dentro gli organismi istituzionali pubblici, si è fatta strada la tendenza a decidere in totale autonomia e poi “dare ordini”.  Cioè è prevalsa la linea che siano pochi a determinare il destino di tutti, a consolidare e imporre regole e principi che coinvolgono tutte le persone, ma senza sentirne l’opinione, senza stimolarne una fattiva partecipazione, negando una reale condivisione di quello che viene deciso, anche a scapito delle infinite, quanto infingarde aperture verso la partecipazione. (E’ la voglia di comandare o è l’inerzia dei cittadini? )…. ai “saggi” la risposta.

 

Secondo il nostro modesto parere “da non saggi”, quello che succede rispecchia un brutto, ma soprattutto antidemocratico andamento; sono gesti di apparente sicurezza, usati per nascondere le poche capacità dialettiche e propositive, la mancanza di razionalità e di metodo, la voglia di affermazioni personalistiche che alla prova dei fatti cadono in profonde contraddizioni che poi necessitano, soprattutto nei momenti preelettorali, di precipitose involuzioni.

 

Per spiegare meglio questo concetto possiamo fare riferimento, ma senza entrare nel merito, alla varie Leggi della Regione Toscana sull’urbanistica, scritte dagli “esperti pubblici” con sicurezza e convinzione. Ma in seguito, ad ogni cambio dell’Assessore del ramo, queste leggi, sono state riscritte modificate, manomesse, ridimensionando le originarie previsioni. Anche se, a onor del vero, il modo di trasformarsi del territorio non è così mutevole, dura molto, anzi non cambia quasi mai e le trasformazioni territoriali si comportano quasi sempre alla stessa maniera, quindi, forse, non era così obbligatorio modificare quelle leggi, ma evidentemente ogni Assessore ha voluto imprimere all’urbanistica le sue “convinzioni”,  le sue “visioni” personali, ma senza perdere l’occasione per farsi un po’ di pubblicità elettorale.

 

Anche l’ultima versione della legge regionale (del 2014), è di fatto una riscrittura delle norme urbanistiche precedenti, senza particolari intuizioni, ma dopo la sua approvazione è stata variata, modificata e corretta per quasi cinquecento volte. Quindi, evidentemente, quello che nel 2014 sembrava un dispositivo certo, sicuro e sperimentato, forse non lo era e il tempo ha dimostrato come quegli assiomi poco condivisi appoggiavano su fondazioni instabili, inadatte per sostenere le scelte riguardanti le problematiche urbanistiche del periodo passato, dei nostri giorni e tantomeno quelle del futuro che ci aspetta.

 

Oppure possiamo riflettere sull’approvazione del Piano di indirizzo Territoriale regionale, con valenza di Piano Paesaggistico, del quale quasi nessuno si è ancora accorto dei suoi effetti positivi. Un piano elaborato sui principi teorici della più totale partecipazione locale al processo di pianificazione, (vedi come esempio i contenuti del volume Il progetto locale di A. Magnaghi), e invece è stato progettato in segrete stanze fiorentine, impenetrabili sul metodo funzionale del KGB, senza una reale partecipazione dei cittadini toscani e approvato sotto il ricatto di una crisi istituzionale pre-elettorale.

 

Questi, per noi, non sono buoni esempi di democrazia partecipativa, sono imposizioni dall’alto spesso di dubbia efficacia, ma soprattutto sono estranei ai criteri della partecipazione e dell’informazione che sono resi obbligatori dalla stessa volontà legislativa regionali.

 

Non sono esenti dalla formula “assolutistica” di manifesta quanto fallace sicurezza, anche le amministrazioni locali.

 

Non a caso i progettisti dei piani locali sono pagati dai Comuni, ma attraverso un contributo regionale e la stessa Regione, tramite sottili “stratagemmi”, (esempio la revoca del contributo per la progettazione), ha buon gioco nel condizionare le scelte urbanistiche dei Comuni o delle loro associazioni. Cioè i Comuni elaborano in proprio atti urbanistici importanti come il presente PSI, ma i contenuti di tali piani sono fortemente condizionati dalle scelte (principalmente ideologiche o di potere) della Regione facendole diventare vincolanti.

 

E’ ovvio che in queste condizioni il piano è naturalmente progettato in segrete stanze, in assenza totale di contributi esterni significativi sia per i temi generali che per quelli specifici, senza nessuna partecipazione dei cittadini e poi, di conseguenza, è normale che l’approvazione avvenga “a scatola chiusa”, cioè senza un’adeguata informazione, proiettando il nuovo strumento nel futuro della comunità che lo dovrà subire senza una consapevole e convinta partecipazione. (Questo è il riassunto di quello che è materialmente successo in questa specifica occasione).

 

Oppure possiamo ricordare, sempre come esempio, come l’attuale Amministrazione del Comune di Cortona ha approvato una variante urbanistica di fatto generale (2020).  La variante è stata elaborata senza un sistema informativo valido, senza un confronto reale con i cittadini e, dopo una “celata” adozione, l’Amministrazione, attraverso le osservazioni, ha consentito un radicale stravolgimento di quanto era previsto nel progetto adottato, (vedi osservazioni regionali, comunali o di privati più o meno segretate e più o meno prese in considerazione), per passare in ultimo alla definitivamente approvazione, senza una dovuta riadozione dello strumento urbanistico che nel frattempo era stato radicalmente modificato. I più maligni pensano che la variante, per niente discussa, sia servita per organizzare una “tabula rasa” delle aree edificabili previste nel vecchio strumento urbanistico cortonese. Una “mossa” preliminare per poter applicare, senza troppi impicci,  la nuova linea antiedificatoria regionale, nel nuovo PSI in formazione.

 

In realtà noi crediamo che  le regole urbanistiche di tipo democratico prevedono una partecipazione attiva dei cittadini, siano fatte per le persone che abitano i territori e non contro, per tutelare gli interessi comuni, per tutelare le strutture territoriali esistenti, per immaginarsi le trasformazioni del futuro, ma certamente non per far lavorare le imprese edilizie o i professionisti del settore o peggio per tutelare il plus valore dei terreni edificabili, come è successo alla fine dell’iter di approvazione di questo piano, dove alcuni comuni hanno organizzato una corsa per approvare, prima dell’adozione dello “stringente” PSI, più progetti possibili, anche se non proprio in linea con le nuove linee progettuali, ma soprattutto poco conformi alle norme urbanistiche vigenti.

 

Ma è altrettanto vero che i piani e le norme urbanistiche non devono essere fatte per consentire alla Regione di “sentirsi  brava”, cioè la prima della classe tra le Regioni italiane in questo settore.

Può essere una ambizione legittima, forse di stampo ideologico o peggio campanilistico, ma purtroppo tale ambizione è sperimentata sulla pelle di tutti i cittadini toscani che hanno il diritto di esprimere la loro opinione, di dire la loro su argomenti che gli condizioneranno la vita, di condividere quelle scelte senza farle diventare la prerogativa assoluta “dei pochi eletti”.

Alla Regione Toscana questa illusoria superiorità intellettiva e propositiva serve solo per rivendicarne “in alto loco” la sua linea politica e le sue strategie urbanistiche anche se poi, la Corte Costituzionale continua a “bocciare” le sue arbitrarie iniziative e le sue sconclusionate sortite urbanistiche e giuridiche.

 

In realtà i piani e le strategie imposte da “Firenze” sono il frutto del vecchio vizio di accentrare sulla Regione il potere urbanistico e tutto quello che ne consegue. Vizio che in alternanza s’impenna o decresce in relazione alle diverse sensibilità delle varie amministrazioni regionali. Ma il principio di fondo resta sempre quello di rendere subalterne e inefficaci le decisioni degli enti e dei tecnici locali considerati inadeguati per svolgere quel ruolo propositivo, cercando di “spacciare” l’idea che solo da Firenze possono partire idee risolutive sull’urbanistica locale e regionale, garanzie di qualità, rifiutando a priori qualunque contributo proveniente dall’esterno e purtroppo nessuno si permette di contrastare questa diabolica distorsione.

 

 

Viceversa i piani urbanistici si fanno o si devono fare partendo dal presupposto che il territorio è di tutti, si fanno perché sono utili alla collettività, perché si pensa che attraverso la programmazione e la pianificazione si possa migliorare l’ambiente umanizzato e quello naturale, l’edificato esistente o quello che si dovrà costruire.

I piani servono per migliorare la vita dei cittadini, l’equilibrio abitativo a tutti i livelli, per stimolare la cultura urbanistica e civica, che nel passato stazionava su un piano di spontanea partecipazione e i risultati lo confermano (vedi le città storiche), mentre oggi l’equilibrio va conquistato attraverso il confronto, la comunicazione, l’informazione, la conoscenza, la partecipazione; elementi che devono essere trasportati su un piano di razionale autoconsapevolezza verso tutti.  Ma per ottenere questo è obbligatorio che i Piani e le relative normative siano condivise e convincenti, comprensibili da tutti, non tecnicistiche ma umanistiche, utili per centrare obiettivi condivisi, discussi attraverso una vera capacità dialettica basata sul confronto tra il pubblico e i cittadini.

 

 

3) Il senso negativo dell’attuale urbanistica e il bisogno di superarla

(Considerazioni complementari al tema delle osservazioni al PSI)

 

La scienza dell’urbanistica, quella vera, che insegue la realtà costruita e non gli “ordini provenienti dall’alto”, è una scienza positiva, ottimistica, che fa sperare e qualche volta anche sognare le persone.

 

Questa attività assomiglia molto alla scienza medica che deve curare le persone ammalate per farle stare meglio o per dargli la speranza di stare meglio e sopravvivere. Quindi anche i cittadini di un qualsiasi luogo hanno il diritto di stare meglio, di migliorare la loro condizione abitativa, il loro paese o la loro città, compresi quelli che vivono nella campagna, nel territorio agricolo, nelle case sparse presenti sul territorio da tempo immemorabile, anche se, su questo argomento, la Regione e i Comuni sembrano avere delle opinioni molto diverse.

 

Qualunque azione sanitaria o urbanistica o che si discosta da questo principio generale è sicuramente sbagliata.

 

Inoltre si fa fatica a capire come mai, oggi, queste due scienze umanistiche di antichissima tradizione,[1] abbiano dovuto dirottare il loro percorso verso sentimenti limitativi, punitivi, vincolistici, miopi e vissuti nella negazione. E non a caso queste due attività pullulano di avvocati, ovvero gli “azzeccagarbugli” di manzoniana memoria, senza che gli stessi possano vantare la dovuta coscienza e consapevolezza di queste due materie. L’avvocato è diventato il fulcro intorno al quale ruotano queste due professioni, presidiano conferenze, convegni, riunioni e posizioni di potere, prendono decisioni a tutti i livelli, arbitrano tutte le decisioni, ma non sono in grado di portare nessun giovamento alle persone coinvolte nelle malattie o nei “garbugli” edilizi, nessuna qualità nel settore sanitario come in quello del costruito reale. Questo è un influsso negativo che andrebbe ripensato e forse anche eliminato.

 

Tutto ciò per dire che le scelte urbanistiche impositive di tipo vincolistico (legalistico) che piacciono molto ai politici e ai tecnici pubblici, (forse per contenere i fastidi o le denuncie), o l’uso e l’abuso della sola verifica legale dei progetti, (l’interpretazione negativa delle norme diventa spesso l’allibi per il cretino), non danno nessuna garanzia di qualità e non producono nessun benessere per i cittadini e per la collettività, ma soprattutto mancano l’obiettivo principale del loro compito che è, oltre al controllo formale e burocratico, quello del controllo qualitativo delle varie trasformazioni promosse.

 

La qualità non sta nel “diluviante legiferare”, (fermarsi per un po’ non sarebbe una cattiva idea), o nell’accumulare norme stratificate nel tempo, molte delle quali hanno perso il senso di esistere, quasi sempre caricate da un forte accento ideologico, ma sempre pensate per alimentare  quel drago” che vive della carta prodotta dalla burocrazia e dai professionisti del settore.

 

In generale queste norme sono infradiciate di procedure, infarcite di contorti passaggi amministrativi, di controlli burocratici su argomenti inutili, quasi mai concretamente verificati perché appunto sono inutili, dove i riferimenti all’urbanistica reale sono inesistenti e quando esistono sono drammaticamente sbagliati. Inoltre i progetti presentati ai Comuni, non sempre di facile comprensione, spesso sono resi controversi dai tecnici pubblici che non sono sufficientemente addestrati per comprenderli e danno giudizi inadeguati e risposte spesso sbagliate o peggiorative rispetto alle proposte fatte dai cittadini.

 

Cioè la qualità non proviene da quel mucchio di norme in gran parte disattese, stravolte nella gestione amicale degli uffici, che hanno come obiettivo finale solo quello di gonfiare i faldoni degli archivi con mistificanti progetti di ogni tipo, che nessuno è in grado o non vuole controllare nel merito.

Producono solo disagio e potere che viene usato per vessare e far perdere tempo e soldi ai cittadini o peggio per riempire i tribunali di controversie che dureranno decenni senza mai chiarire la questione.

 

Nella realtà il vero sentimento profondo di chi gestisce e controlla l’urbanistica di oggi è quello del “non far fare” (un metodo sicuro in molti campi). Ma purtroppo nessuno si accorge e protesta contro questo atteggiamento che produce il vero danno erariale degli enti locali verso lo stato, un danno verso i cittadini e le imprese, un danno verso l’economia reale locale e nazionale, tutti lo sanno, ma nessuno protesta. Un bel circolo se si pensa che in questi tempi lo Stato è impegnato a elargire ogni sorta di contributo fiscale per movimentare il settore edilizio.

 

Inoltre il “calvario burocratico” prescinde da quello che realmente viene costruito che è escluso da ogni effettivo controllo di merito e di qualità e il risultato reale di ciò che si costruisce sta agli antipodi rispetto a quello che a monte era stato immaginato nel momento della pianificazione. Un processo mal pensato, mal gestito e quindi mal realizzato, che da luogo a quelle mefitiche periferie urbane che stanno distruggendo tutta l’Italia, Toscana compresa, senza che nessuno si addossi la paternità e la responsabilità di questo risultato disastroso.

 

In tal senso sarebbe interessante sapere se la Regione Toscana, passati i primi 50 anni della sua gestione dell’urbanistica e ovviamente non tenendo conto di quello che hanno costruito gli antichi, abbia mai fatto una stima reale dei risultati ottenuti con le sue regole. Cioè se, attraverso le sue strategie e le sue contorte norme cavillistiche, sia riuscita ad ottenere, per le sue periferie urbane, risultati positivi al punto di dichiararsene onestamente soddisfatta. Ma la paura che traspare oggi dai suoi orientamenti propositivi farebbe pensare di no.

 

Quindi senza i falsi intendimenti nascosti dietro la stereotipata immagine della “bella Italia”, i risultati ottenuti con le regole dell’urbanistica moderna, negativistica e cavillistica, sono inguardabili, dannosi e spesso catastrofici.

 

La scienza e la tecnica urbanistica italiana è molto vecchia, ha quasi cent’anni. Una cultura nata su basi molto solide, quasi avveniristiche (vedi legge 1497/39 e la legge 1150/42), le quali già a quel tempo prevedevano strumenti urbanistici tra loro coordinati e chiari e temi sulla tutela ambientale e sugli edifici storici, che hanno anticipato tutte le normativa Europee e Mondiali sull’argomento.

Nel dopoguerra questa normativa è stata più volte modificata per adeguarla ai bisogni quantitativi della ricostruzione post bellica. Poi, tra gli anni sessanta/ settanta, le modifiche hanno riguardato le nuove problematiche legate all’equità sociale e alla qualità abitativa ed è stata integrata con gli argomenti legati agli standard urbanistici ed edilizie e al pagamento degli oneri sociali, (di urbanizzazione).

Negli anni a cavallo del 1980 la cultura e le norme urbanistiche scoprono le problematiche della città storica. Anni interessanti pieni di convegni, dibattiti e di nuove leggi sull’argomento, seguiti da moltissimi interventi nelle città e sul territorio; una politica sana che troppo velocemente è finita nel dimenticatoio della nostra scarsa memoria operativa e poi, da quando i centri storici sono diventati dei “teatrini commerciali”, nessuno si interessa più della città storica e dei suoi problemi, del suo futuro.

 

Dopo questa parentesi positiva e propositiva l’urbanistica è progressivamente naufragata nel mare delle norme burocratiche e cavillistiche che hanno perso il senso di quello che si voleva ottenere. La conversione burocratica si giustifica con le infiltrazione, delle varie amministrazioni pubbliche, nel meccanismo “tangentopoli”. I problemi urbanistici sono diventati i protagonisti degli asfissianti processi in tribunale, che hanno prodotto disorientamento e degrado, hanno accentuato la perdita della democrazia partecipativa, hanno prodotto il malfunzionamento della macchina pubblica sempre più spaventata dal sistema giudiziario piuttosto che dai suoi compiti istituzionali.

 

Aver tralasciato per insicurezza, per senso di inadeguatezza, ma soprattutto per mancanza di lucidità di concretezza e di coraggio il tema della qualità e averlo sostituirlo con il tema delle procedure, dei cavilli burocratici, dei riferimenti quantitativi o peggio ideologici, per l’urbanistica è stato un colpo fatale.

 

Di colpo e senza motivi particolari se non la paura, i giudizi di valore e sulla qualità degli interventi sono diventati pensieri negativi, soggettivi ed arbitrari, letti come strumenti di potere e di vessazione che andavano assolutamente eliminati (vedi sparizione delle commissioni edilizie). Ma subito dopo lo stesso potere e lo stesso pericolo vessatorio è stato consegnato in mano ai funzionari pubblici, quasi sempre condizionati dai politici, (vedi contratti a tempo), togliendo dagli impicci (cioè eventuali denuncie) gli amministratori, che hanno continuato a imperversare, ma in sicurezza, (su questo punto docet Bassanini).

 

Di conseguenza, per non essere da meno e togliersi anche loro dai fastidi, i funzionari pubblici hanno preteso e ottenuto che a rischiare fossero i professionisti dei privati, (vedi la teoria delle asseverazioni), d’altronde erano pagati e che rischiassero, ma senza mai chiarire il fatto che in questo modo gli oneri per il controllo burocratico si raddoppiavano. Cioè nessuno ha mai spiegato ai cittadini che, per colpa di questa doppia valutazione, per colpa di questo alleggerimento di responsabilità del personale pubblico, per questo accanimento procedurale e cavillistico, gli oneri del controllo dei progetti cresceva enormemente, (vedi stipendio dei controllori pubblici + gli onorari di asseveramento per i progettisti privati), costringendo i cittadini a pagare un costo delle procedure qualche volta più alto della costruzione stessa.

 

Poi per rimediare a questa paradossale distorsione burocratica gli enti pubblici hanno inventato le “semplificazioni”, cioè più realisticamente dette “incatorciamenti”, che in genere hanno sempre comportato un peggioramento della situazione burocratica precedente.

 

Quindi in definitiva il percorso legislativo dell’urbanistica più recente, strutturato su norme esclusivamente procedurali e burocratiche, è regredito sempre di più su posizioni quantitative e vincolistiche, economicistiche e corre in parallelo al declino della scienza dell’urbanistica e alla qualità della realtà costruita, producendo abusivismo, pessime periferie, degrado, rinunciando a qualunque obiettivo di qualità.  Quello che sosteniamo non è una semplice opinione, ma una drastica realtà, che si percepisce dai risultati concreti ottenuti con gli ultimi cinquat’anni di urbanistica comunale, regionale e nazionale che sono disastrosi e che hanno prodotto realtà inguardabili e forse inabitabili, rendendo le periferie degli anni sessanta e settanta del novecento quasi più dignitose e coerenti rispetto a quelle degli ultimi vent’anni.

 

Purtroppo, in questo pessimo quadro, le istituzioni pubbliche, offuscate dalla miopia, hanno rinunciato a qualsiasi valutazione alternativa a questo vecchio sistema marcescente.

Lo Stato, le Regioni e anche i Comuni avrebbero dovuto formulare proposte che realisticamente potessero superare l’apparato normativo emergenziale post bellico, vecchio e inadeguato, superare, eliminandole, le ragioni di base dell’abusivismo, rimuovere le paure legalistiche e processuali, aggiornare i riferimenti progettuali, magari accogliendo quella nuova scienza urbanistica che si andava consolidando in molte Università italiane, Firenze compresa. Ma purtroppo questo non è successo e il perseverare dell’impalcatura urbanistica degli anni sessanta/settanta, scritta per risolvere i problemi di allora, è stato un assurdo storico, un errore fatale.

 

Alcuni errori da non ripetere

Quell’urbanistica era stata pensata per costruire e gestire la città post bellica, concettualmente e praticamente isolata dal resto del territorio. La tecnica urbanistica dello Zoning, cioè quella delle macchie colorate sulle cartografie urbanistiche, – (procedura in ogni caso sbagliata, ma ancora usata) -, è un tema che trovava riferimenti solo nella città di allora, nella città industriale in via di sviluppo che era alla ricerca di un “piano regolatore” che raramente ha trovato. E anche ogni piccola frazione veniva trattata come fosse un minuscola città, bisognosa di verde anche se stava in mezzo a un bosco, di lottizzazioni, di indici e quanto altro di stupido si poteva immaginare.

 

Non meno disastroso è stato il tema delle lottizzazioni urbane, spesso “isole” separate dal resto della città, omogenee solo per il tipo edilizio “la villetta”, (appartamenti col tetto variamente conformati) o peggio per condomini di varie forme senza nessun ordine aggregativo, con le strade che finiscono nel nulla, ma dotate di rispettive aiole marginali chiamate verde pubblico e di illusorie piazze, vuote di qualsiasi contenuto “polare”,  prive di qualsiasi interesse collettivo, ma adatte per diventare comodi parcheggi per le automobili.

 

Queste sono le realtà urbanistiche nate dalla pianificazione controllata. Parti di città che hanno rispettato gli standard, i regolamenti, le leggi, i criteri progettuali imposti dall’alto, zone pensate, (forse anche troppo), progettate da laureati, e in qualche caso anche sbandierate sulle riviste, ma in concreto hanno solo consolidato pessime periferie, fallendo qualsiasi obiettivo di urbanità, qualsiasi principio di qualità e molte di queste oggi vengono fortunatamente demolite. Queste soluzioni pianificatorie sono superate e non possono far parte dell’urbanistica del futuro. Sono soluzioni che hanno fallito e vanno sostituite con altre che abbiano una maggiore aderenza alla realtà, alla qualità, ai bisogni del nuovo millennio.

 

Non sono più argomenti validi neanche quelle norme tecniche, trite e ritrite, scritte e riscritte, che intendono stabilire per l’ennesima volta cos’è la straordinaria manutenzione piuttosto che la ristrutturazione edilizia. Sono indicazioni vecchie, inutili, pruriti di accademia provinciale, sono definizioni improduttive, aprioristiche, acritiche.

 

Gli interventi devono aderire alla realtà del fabbricato in trasformazione, al suo stato reale, alle sue condizioni effettive e il pensare di poterli “inscatolare” dentro una di quelle astratte definizioni, forse è comodo, ma è illogico per non dire stupido.

Sono definizioni antiche, (legge 457/78), di competenza dello Stato che vanno scritte una volta per tutte e le Regioni se ne facciano una ragione. Continuare a precisare queste definizioni non migliora di certo gli interventi reali, ma complica solo la parte burocratica, produce infinite diatribe verbali tra tecnici e funzionari sul senso delle parole, sul significato delle virgole, ritardi, costi esagerati, qualche volta inutili diatribe nei tribunali, ma i risultati concreti restano quelli che gli operatori sono in grado di eseguire e il resto è solo confusione, burocrazia, sostanzialmente niente.

 

In realtà serve una cultura più avanzata sul concetto del restauro e di recupero del patrimonio edilizio storico esistente che è irripetibile.

 

Una cultura che coinvolga i tecnici, ma soprattutto le persone che devono operare su quegli edifici, proprietari compresi. Cioè servono “controllori” competenti, che sappiano entrare con interesse nel merito della situazione concreta, nelle proposte, dare utili e pratici consigli, persone che sappiano discernere se quell’intervento è opportuno oppure dannoso, controllori esperti veramente interessati alla conservazione di quegli edifici, interessati verso i veri valori di quelle costruzioni, verso gli interessi della collettività, magari creando uffici dedicati, ma liberati da quell’assurdo guazzabuglio normativo che sovrasta.

In tal senso non dimentichiamoci che utilizzatore finale di quelle definizioni cavillistiche, scritte e riscritte, è un “muratore” che certamente ha un senso concreto delle cose, ma non ha la capacità di stabilire se l’operazione che sta eseguendo in quel momento fa parte dell’una o dell’altra categoria procedurale, se rispetta o meno tutti i cavilli scritti dalla burocrazia per quel particolare intervento.

 

Neanche le diciture procedurali ondivaghe, non riguardano il concreto delle cose; Cila 1, Cila 2, Cilas, Scia, Pdc, ecc, sono inutile burocrazia. Quello che conta sono gli interventi reali, cosa succede agli edifici esistenti, agli edifici di valore storico in trasformazione, ai nuovi edifici in costruzione, ai tessuti edilizi, alla città. Sono i risultati del processo costruttivo che rimangono fissi sul territorio; questa è l’urbanistica reale, quella che si vede e si apprezza o si disprezza. Mentre un faldone di carte “in regola”  depositato in un archivio polveroso è ininfluente rispetto alla vita delle persone, rispetto alla realtà e serve solo ai burocrati per coprirsi le spalle, agli Avvocati per ricomporre i fatidici garbugli nati dall’assurdo groviglio normativo, lasciando il costruito così come è spesso, dopo lunghe diatribe, in stato di assoluto abbandono.

 

Infine, per rimarcare ancora l’incoerenza di queste procedure, è giusto tener presente che in Toscana si può intervenire con Cila su un edificio storico, magari prevedendo operazioni delittuose, ma legali, mentre per costruire un capanno in campagna o una semplice piscina,  serve il permesso di costruire. A chiacchiere il patrimonio storico è una risorsa fondamentale, ma la sua trasformazione (demolire parti antiche, impianti distributivi tipici, scale interne, rifiniture importanti, pavimenti, decorazioni pittoriche, probabilmente uniche) si lascia alla sensibilità del proprietario, al suo arbitrio, ma si sottopone all’attenzione più approfondita degli uffici pubblici la costruzione di un volume strumentale senza alcun interesse collettivo o ambientale; procedure che mostrano proprio una bella lungimiranza!

 

Ancora più assurda e priva di concretezza e di realtà è la politica della normalizzazione. Regolamenti edilizi che valgono per tutto il territorio regionale, lasciando aperto il dubbio se il territorio toscano è identico in tutte le sue parti, (ma ad Arezzo per esempio manca il mare), o se più verosimilmente sono le differenze che segnano la vera ricchezza di questa Regione. Oppure l’assurda quanto inutile e costosa pratica dell’uniformità dei modelli burocratici, ivi compreso quelli per presentare le osservazioni ai piani, (i cittadini aspettavano queste norme da decenni) o peggio l’elenco degli elaborati necessari per costruire un edificio (un delirio), che se rispettato porterebbe i costi burocratici al triplo dei costi per realizzare la costruzione stessa. Non sono norme positive, ma solo impicci che non produrranno mai la qualità necessaria.

 

Per completare questo argomento, che è collaterale al tema specifico delle osservazioni, ma fondamentale per capire l’insuccesso della pianificazione attuale, è facile capire che la cultura urbanistica che oggi utilizziamo per programmare il futuro della città e del territorio è antica, superata, dannosa come un farmaco scaduto.

 

Cioè il “guazzabuglio” normativo statale, regionale e comunale va cestinato perché è vecchio, contorto e senza obiettivi da raggiungere e va sostituito con delle norme che sappiano parlare concretamente di territorio, di città, di tessuti edilizi, di tipi e di edifici. Cioè norme più vicine alla realtà del già costruito, propositive per il nuovo da costruire, indirizzi più vicini al sentimento e alle necessità dei cittadini, che spesso vengono trasformate in realtà negative solo per l’inesperienza dei loro tecnici, ma che sono travolti dal diluvio normativo e cavillistico imposto dai vari legislatori del settore.

 

Pianificazione, speculazione, qualità

Una risposta tipica a queste osservazioni antivincolistiche di stampo positivo è quella che mette in relazione, in modo banale e superficiale, il concetto: costruzione = speculazione”. Ma non c’è niente di più falso. L’urbanistica positiva è segno di civiltà, di cultura; e non a caso le vecchie civiltà sono ancora rappresentate da quello che hanno saputo costruire, una regola aurea che purtroppo comporterà un notevole imbarazzo per la nostra. La città, soprattutto quella antica, è uno dei più grandi esempi di civiltà realizzata, di organizzazione, di qualità, di espressione artistica. Tutti sappiamo che la  speculazione edilizia è sempre esistita. L’incendio di Roma, ai tempi di Nerone, è figlio di un’enorme speculazione edilizia, ma il risultato successivo, (allora sapevano cos’era l’urbanistica), ha potenziato la qualità urbana della Roma antica, come la città medioevale due-trecentesca, travolta dalla conurbazione dalle campagne, che ha saputo trovare, non senza speculazioni, soluzioni urbanistiche che molte persone visitano e ci invidiano. (Dante a Firenze, nel ruolo di magistrato, ha svolto per la sua città delle attività urbanistiche che non erano scevre da interessi speculativi anche personali).

 

Il male non sta nella speculazione o nell’abusivismo, sono effetti dovuti alla scarsa partecipazione, al poco senso civico, ma sta nei limiti dell’urbanistica vincolistica incapace di trovare le giuste soluzioni. Come è vero che gli edifici più brutti che oggi vengono costruiti non sono quelli abusivi, che invece ogni tanto mostrano segni di una verità architettonica decorosa, ma sono quelli che hanno avuto tutte le autorizzazioni ivi compreso quelle ambientali, comunali o regionali e gli esempi in tal senso sono infiniti.

 

Il vero male urbanistico sta nell’ignorare quali sono i riferimenti giusti per ottenere “la qualità”.

La voce qualità è come la voce democrazia, tanto chiacchierata ma poco sperimentata. La qualità è una chimera che tutti pensano di possedere individualmente, ma solo pochi hanno saputo raggiungerla e non in modo individuale, ma come forma di cultura collettiva e condivisa. (Vedi l’esperienza umanistica e poi rinascimentale italiana). Quindi la qualità, ci piaccia o no, non la troviamo nelle mutevoli strategie urbanistiche regionali, o nelle opinioni dei suoi tecnici, purtroppo a Firenze non c’è più Leon Battista Alberti che gestisce le teorie architettoniche e urbanistiche o Machiavelli che fa le leggi e le delibere, ma spesso ci sono funzionari confusi, pressati da politici altrettanto confusi che in generale puntano su obiettivi ideologici, sbagliati o peggio irraggiungibili.

Il tema della qualità territoriale e urbana è un tema molto serio, pieno di vitalità, ma anche di contraddizioni che non sono di facile soluzione. E’ un tema che condividiamo fino in fondo, un tema civile prima che tecnico, è un tema di cultura collettiva e non di opinioni personali, di cultura umanistica e non ingegneristica o legalistica, un argomento che va dibattuto e difeso fino in fondo.

 

Considerazioni  per un’urbanistica migliore

In Italia esistono territori fortemente strutturati, improntati sul sistema storico e culturale regionale, che è in vigore fin dai tempi di Augusto, e poi nel tempo è stato più volte ristrutturato e modificato, ma è ancora radicalmente presente. Esistono una infinità di insediamenti antichi, grandi e piccoli, città importanti stratificate e trasformate nelle varie epoche, colme di un enorme patrimonio storico, architettonico, edilizio e ambientale, che in generale è di grande valore, ma per paradosso quasi sempre è stato costruito senza progettisti e senza progetti, un valore irripetibile e da conservare senza alcuna esitazione. Però oggi questo patrimonio è “ammalato” e serve la medicina giusta per salvarlo.

 

Poi esiste un costruito più recente quello che va dall’ottocento fino al dopoguerra, decoroso perché ancora legato ai metodi costruttivi tradizionali e quindi va protetto. E infine esiste l’edificato moderno, derivato dai principi del movimento moderno, compreso quello degli ultimi anni, costruito con mille idee e con mille progetti, a tutte le scale, compreso i più minuti interventi.

 

Quest’ultima parte del costruito è quello dei “progetti” visti e autorizzati dal pubblico dentro una spirale crescente di controlli per verificare il rispetto delle norme urbanistiche vigenti anch’esse in continua espansione. Ma il risultato finale di questo processo non è esemplare, anzi è quasi imbarazzante e testimonia il fallimento di quest’ultima fase della nostra era, il fallimento del proliferare normativo, delle norme urbanistiche “cavillistiche”, dei controlli legalistici incapaci di produrre qualità.

 

Infine c’è il tema del come costruire quello che manca.

 

Se sul tema del recupero abbiamo acquisito un minimo di titolarità, sul tema del nuovo viviamo dentro un abisso di incompetenza e di inadeguatezza vista sotto ogni profilo.

 

Alcune motivazioni di questo disagio le abbiamo già elencate, altre le possiamo individuare nell’arretratezza culturale sia nel campo dell’edilizia e dell’architettura, sia in quello dell’urbanistica o del rispetto ambientale.

Cioè per troppo tempo abbiamo pensato che la soluzione per la qualità risiedesse nello spirito creativo dei confusi architetti (oggi nelle mani delle altrettanto confuse archistar) o che la mancanza di qualità dipendesse dalla poca preparazione artistica degli Ingegneri e dei Geometri o peggio nella vocazione speculativa delle imprese edili e via dicendo.

Sono alibi che vanno smascherati.

 

Il nodo cruciale della nostra incompetenza, (un tempo era invece una competenza di esclusiva matrice italiana), deriva dal metodo che utilizziamo per immaginare e poi progettare e costruire le nuove parti della città, le strutture edilizie e architettoniche, gli insediamenti sparsi sul territorio, le strutture territoriali.

 

In questa sede, e solo per consiglio, ci permettiamo di sostenere che il futuro si costruisce sulle spalle del passato e quello che è passato bisogna conoscerlo “leggendolo” attentamente e profondamente sul posto. Tradotto: l’urbanistica fatta per pigrizia su Google Maps è una truffa perché su quelle mappe non si vedono le strutture, ma soprattutto non si vede la storia e qualunque proposta che nasca da quelle premesse non può che portare a un risultato disastroso.

 

Noi crediamo che il principio fondamentale per organizzare la nuova urbanistica deve essere quello della “Lettura/Progetto”. Cioè il riconoscimento profondo delle strutture fondamentali del territorio e del costruito reale, per farle diventare, attraverso un processo di tipizzazione, il punto di riferimento del fare, il segno specifico della qualità di un determinato ambiente.

 

Quindi nell’urbanistica moderna deve comparire, in primis, un principio di “prevalenza ambientale”.  Cioè nelle aree storicizzate bisogna pensare che quello che esiste è più importante di quello che si farà. I criteri di prevalenza devono essere colti nella qualità diffusa di quell’ambiente, nella cultura edilizia di base che è certamente meno estranea rispetto alle pseudo culture internazionaliste, moderniste e divaganti pronte a proporre soluzioni spurie, lontane dalla nostra realtà territoriale, ambientale, culturale, che per fortuna, ma sempre meno, resta visibile nei caratteri regionali, individuata nei comportamenti delle persone, nei vari linguaggi parlati (i dialetti), come nei linguaggi  edilizi soprattutto antichi.

 

Poi se vogliamo entrare nella tecnica pianificatoria è necessario cambiare la scala urbanistica che normalmente utilizziamo per programmare, controllare e costruire il nuovo edificato. Cioè le scale utilizzate o sono troppo grandi (10.000, 5.000 e 2.000) generali è generiche, (retini colorati) impalpabili e non consentono una relazione diretta tra le previsioni urbanistiche e il costruito che si intende realizzare sopra quel retino, oppure è quella del “progetto definitivo” della costruzione da inserire su ogni singolo lotto, una progettazione troppo ravvicinata, in scala 1/100, quasi miope, che scatena i più individualistici appetiti economici dei proprietari (sfruttamento massimo del lotto) o peggio quelli artistico estetizzanti dei progettisti che si sentono liberi di proporre qualunque cosa su quel lotto.

 

Mentre restano esclusi dalla progettazione e dal controllo i rapporti che devono esistere tra il nuovo edificio e le realtà confinanti, (forse è troppo pericoloso!..). Cioè vengono escluse dalla percezione e dalle valutazioni le relazioni a livello della strada, dell’intero aggregato, il rapporto con gli edifici circostanti, tecnicamente le relazioni del tessuto edilizio, che ci potrebbero suggerire e far accogliere quei limiti che il contesto impone e che ha il diritto d’imporre perché il tessuto edilizio è di tutti, sta ad una scala più ampia dell’edificio singolo, relaziona una dimensione abitativa più ampia, una dimensione sociale allargata, perché gli interessi privati devono essere mediati con gli interessi di tutti.

 

In altre parole l’urbanistica che utilizziamo e che ci fanno utilizzare, non ha ancora capito che l’unica scala realmente compatibile con l’obiettivo della qualità è quella che controlla gli interventi a scala del tessuto edilizio e poi del tessuto urbano, cioè, più semplicemente, quella che controlla la qualità edilizia della strada o dell’intero aggregato e poi tra le strade e l’intero organismo; argomento completamente ignorato dalla normativa urbanistica in vigore, nazionale, regionale e comunale e le conseguenze si continuano a vedere.

 

Il tessuto edilizio e poi urbano sono la struttura portante di ogni insediamento e di ogni città. Se il tessuto edilizio è fragile, confuso, ingarbugliato e destrutturato come quelli delle nostre periferie, cade ogni prerogativa per ottenere qualsiasi forma di qualità urbana.

 

Non siamo noi a dirlo, ma ce lo ricordano tutti i giorni le vie storiche di Firenze, di Cortona, di Castiglioni, di Foiano, che sono il sostegno della qualità urbanistica di quei centri storici. E’ una scala rognosa, ma fruttifera che dovrebbe diventare il corpo principale degli insegnamenti accademici, ma anche la base per una nuova pianificazione foriera di qualità, un punto di riferimento fondamentale per chi controlla.

 

Cioè per tradurre nel concreto e semplificando molto questo ragionamento, prima di costruire gli edifici è necessario disegnare e costruire le strade (meglio dal pubblico con i fondi degli oneri di urbanizzazioni senza sprecarli in dubbiosi teatrini), organizzate secondo un disegno generale che va dal centro verso la periferia. Le strade dovrebbero essere rettilinee fino a quando non ci sono validi motivi per curvarle. Sulle strade dovrebbero essere staccati, (disegnati), possibilmente su entrambi i lati e in modo regolare i lotti edificabili, senza troppa attenzione alle singole proprietà.

 

Questo tipo di pianificazione dovrebbe stabilire dei rigidi allineamenti planimetrici da far rispettare agli edifici di progetto soprattutto sulle fronti principali, regolari distacchi tra i fabbricati o la continuità, ma soprattutto prevedere una omogeneità altimetrica fissata con opportuni allineamenti di gronda.

 

Oltre a questo, per evitare la compresenza di edifici completamente contrastanti, case, capannoni, silos, baracche, grattaceli, opifici e quant’altro immaginabile, che oggi sono realizzabili attraverso l’arcaico indice fondiario, serve fissare per ogni singola strada una sorta di omogeneità tipologica che possa regolare gli edifici di progetto. E il più sarebbe fatto, e mancherebbe solo un poco di sensibilità architettonica per tradurre quel tipo in un edificio individuato, “linguisticamente” compatibile con quel contesto.

 

Quello che abbiamo rudemente indicato sta alla base del processo costruttivo di qualsiasi insediamento storico, di qualsiasi tessuto urbano antico e in alcuni casi anche nelle città moderne del nord Europa o degli USA, (vedere per credere).

 

Potrà sembrare schematico, meccanico, ripetitivo, seriale, ma sono le regole imprescindibili per fare dell’urbanistica vera. Ovviamente queste regole non sono le uniche per costruire la città, ci sono altre regole tipiche che legano la città al resto del territorio, (gli odiati quanto giustificati assi territoriali, più o meno edificati, che legano tra loro i vari insediamenti), ci sono regole interne, le polarità vere, (non quelle determinate dalla presenza dei parcheggi), ma quelle qualificate dalla presenza degli edifici pubblici, o dagli edifici specialistici di interesse comune posti nei punti cruciali degli insediamenti, le regole dei tessuti edilizi già citate, le regole per stabilire i confini, i limiti degli insediamenti, rispettando il ruolo che essi hanno rispetto al contesto territoriale.

 

Infine, per aumentare ancora la qualità di un insediamento servirebbe la storia, cioè quel tempo necessario che nessuno può imprimere a priori. Quel tempo che consente di accorgersi quali sono le cose fatte male per sostituirle con altre migliori, per consentire la stratificazione, la gerarchizzazione, le mutazioni “linguistiche” che da sempre arricchiscono, per esempio, i caratteri edilizi e architettonici di tutti gli insediamenti storici compreso i nostri.

 

Quelli di prima sono solo alcuni esempi che ci possono indicare la via per riconquistare un’urbanistica positiva. Ma per fare questo servono mentalità più aperte, ragionamenti più realistici, metodologie e strategie più evolute, politici e tecnici che sappiano distinguere la sostanza dalla forma, ma soprattutto serve una cultura più autorevole, una cultura umanistica e non tecnicistica o peggio legalistica, serve individuare quali sono gli argomenti concreti del nostro tempo, i veri bisogni, analizzarli, studiarli, sceglierli per poi renderli raggiungibili e questo è possibile solo attraverso una crescita culturale di tutti, che può essere ottenuta solo attraverso il confronto e il dibattito, escludendo a priori qualsiasi politica degli “Ordini” e delle “Imposizioni”.

 

 

4) Osservazioni sulla nuova urbanistica regionale

Probabilmente l’insuccesso derivato dalla politica urbanistica regionale degli ultimi anni ha orientato le sue ultime scelte. Cioè, in modo semplicistico, si può dire che: “considerato che quello che abbiamo prodotto e si produce nel campo dell’edilizia fa schifo, smettiamola di costruire”, l’impatto zero. Che, nel settore alimentare, potrebbe equivale a: “visto che quello che mangiamo fa male e fa ingrassare smettiamola di mangiare”. Una cura drastica, sicuramente efficace, ma che fa morire il paziente coma fa morire i territori.

 

Un buon dottore avrebbe detto al paziente di mangiare il giusto e di mangiare meglio, ma non di astenersi dal vivere. La strada del non fare è una strada negativa che non porta da nessuna parte. Fare e trasformare il costruito è una attività che dura dal paleolitico fino ai nostri giorni, quella del non fare è una strada che ci porta dritti fuori dalla storia.

 

Inoltre questo nuovo corso urbanistico regionale assomiglia molto alla presa d’atto di un fallimento. Cioè chi doveva consigliare e istruire i cittadini per fare bene, invece ha sbagliato gli indirizzi educativi e gli utenti, con la negazione dall’alto dei loro legittimi bisogni, vengono chiamati a pagare il conto attraverso una assurda immobilità.

 

Noi non sappiamo di preciso cosa vuole oggi la Regione, quali obiettivi si pone, se sono obiettivi rivolti a se stessa, al suo altezzoso ego istituzionale, alla sua ipotetica superiorità intellettiva oppure se è semplicemente contraria nei confronti delle aspirazioni, non sempre speculative, dei suoi cittadini, (c’è una bella differenza). Come non sappiamo cosa ha previsto questo piano strutturale perché non ci è consentito di saperlo, nessuno lo ha spiegato, discusso, reso veramente pubblico, anche se, in prima analisi, sembra essere privo di qualsiasi strategia e di qualunque indirizzo pianificatorio, fatta salva la consolidata e ripetuta ipotesi del “non far fare niente”.

 

Ma comunque alcune piccole considerazioni sulla politica urbanistica regionale si possono ugualmente fare.

 

In primis sappiamo che la Regione, per evitare disguidi interpretativi oppure opinioni contrarie alla sua politica urbanistica, “paga” i progettisti dei piani locali, cioè finanzia i Comuni per pagarli. Nulla di strano fintanto che non pretende in cambio e sotto ricatto (tolgo il contributo), il controllo progettuale dei nuovi strumenti, stabilendo tempi e modi della progettazione col solo fine di gestire fino in fondo la sua linea programmatica, ma togliendo agli enti locali qualsiasi autonomia progettuale, qualunque pensiero positivo sul suo territorio, restando quest’ultimi colpevoli di non reagire alla sudditanza che gli viene imposta e comunque corresponsabili per le eventuali scelte sbagliate.

 

In secondo luogo possiamo domandarci quali sono i veri significati di alcune strategie urbanistiche imposte dalla Regine, ovvero il significato di quei “dogmi invariabili” con i quali dovremmo affrontare il nostro futuro territoriale e civile.

 

Cioè possiamo domandarci, per esempio, qual è il vero significato dell’astratto binomio “sviluppo sostenibile”  definizione ambigua perché fatta di due termini di significato contrario. “Sviluppo” nella realtà occidentale significa aumento, accrescimento, incremento, espansione, cioè evoluzione del modello capitalistico consumista, disponibilità finanziaria, benessere, antinaturalismo, mentre il termine “sostenibile” sottintende l’opposto, cioè limitazione allo sfruttamento delle risorse e controllo delle tecniche di produzione, rispetto della compatibilità ambientale, decrescita più o meno felice.

Chi ha il potere e la forza per conciliare questo ossimoro, oppure è solo una “buotade” intellettualistica che non vedrà mai il futuro.

 

 

 

Oppure cosa significa “consumo del suolo”. E’ uno pseudonimo per dire basta alle nuove costruzioni, (sarebbe una dizione più semplice e più chiara da sostenere, anche se meno elettorale), oppure è da considerare consumo di suolo anche un paese storico ma completamente disabitato, le case leopoldine non più usate, una fabbrica chiusa, una collina terrazzata a olivi che frana, l’impaludamento della Val di Chiana, un bosco impenetrabile non più utilizzato, l’espansione delle nuove zone boschive nel territorio agricolo, l’abbandono dei terreni agricoli di collina, di pianura, la crescita del “gerbido”, l’abbandono delle zone montane (vedi tutto l’arco Appenninico), che sono allo stesso modo un impoverimento della struttura territoriale che abbiamo ereditato. No per la Regione Toscana il suolo consumato è solo quello che sta sotto gli edifici e quindi, per analogia e per assurdo, anche Palazzo Vecchio potrebbe stare tra i consumatori di suolo. Con i luoghi comuni non si va da nessuna parte.

 

Poi la Regione parla di “invarianti”  cioè di costanti che non cambiano mai nel tempo, anche se, da Darwin in poi, tutti siamo consapevoli del principio “dell’evoluzione delle specie”, cioè di cambiamento e mutazione continua delle componenti del regno animale, vegetale e minerale, compreso le montagne e gli oceani e a maggior ragione vanno comprese in questa realtà mutevole le strutture antropiche costruite dall’uomo, le lingue parlate, la cultura, le religioni, l’arte. Quindi la pretesa di lasciare immutato dei significati è una pretesa ideologica, scietificamente sbagliata, che appoggia su basi fragili, cioè fasulle, oppure  è solo una pia illusione fideistica che travisa la realtà e non troverà mai uno riscontro concreto.

 

Possiamo parlare di “tutela del paesaggio” che poi si tratta di paesaggismo, cioè di una lettura estetica della struttura territoriale, che invece è in continua trasformazione. Vedere il territorio in forma immobile è come vedere vecchie fotografie, immagini statiche ferme nella storia, ricordi del passato, mentre la struttura territoriale è la cosa più aggiornata e più viva che possediamo. Una struttura che continuamente modifica le sue linee di attraversamento e collegamento, le sue aree e i suoi tipi produttivi, le gerarchie dei sistemi insediativi, i confini che perimetrano le aree omogenee che continuamente si dilatano o si restringono in funzione della loro importanza rispetto al resto. Se non fosse così saremmo ancora nel Paleolitico Superiore.

 

Si potrebbe proseguire scoprendo ancora termini dai significati dubbi, pretenziosi, ideologici, ambigui, ma che non possiedono un senso concreto delle cose, una reale fattività, un riscontro nelle persone comuni.

 

Più in dettaglio possiamo domandarci qual è il vero significato della “perimetrazione dei centri urbani” o centri abitati. Sono i limiti per costruire “le nuove mura urbane”, oppure sono come “i limiti invalicabili” delle caserme o una distinzioni tra i buoni e i cattivi e chi abita in campagna è considerato un cattivo, oppure è la voglia di trasferire il mondo rurale in città perché nei paesi e nelle città ci sono già i servizi, oppure l’espediente per soddisfare l’idiosincrasia per i borghi lungo le strade, anche se a Firenze i “borghi” sono gli assi portanti della sua espansione storica, ma allora si andava a piedi.

Oppure ancora, se il pensiero “antischifezze” di prima è ben interpretato e crediamo che lo sia, vuol dire basta nuove costruzioni nel territorio agricolo perché esso è di grande valore ambientale e quindi è meglio morto, che trasformato.

In cambio di questa illogica limitazione e per la felicità degli attuali residenti, viene data la possibilità di riempire di brutte costruzioni gli insediamenti raggruppati che già esistono. Non sembra la scelta più azzeccata per il nostro territorio, ma anzi ci sembra un non senso, un’idiozia.

 

Altro non senso proposto dalle normative regionali è quello di escludere dall’edificazione e dall’uso residenziale tutto il territorio non considerato centro urbano, praticamente tutta la montagna e tutta la val di Chiana.

 

Il nostro territorio ha un valore storico e strutturale significativo, fortemente antropizzato in forma diffusa fin dai tempi degli Etruschi. La valle è l’alterego insediativo produttivo e abitativo dei centri urbani, storicamente visti come luoghi parassitari che vivevano sulle spalle dell’agricoltura di pianura e di collina. La valle ha una struttura autonoma, oggi purtroppo residuale, (sta perdendo il senso produttivo agricolo), ma è ancora vitale, ha bisogno di cura e manutenzione, ma anche di rilancio produttivo, ha bisogno di essere abitata e non solo dagli stranieri in vacanza, ha bisogno di energie vive per salvarsi dai miopi quanto inconcludenti paesaggismi di stampo intellettualistico e romantico che vanno bene solo per i turisti, gli intellettuali e i benestanti, meno bene per gli storici e stoici residenti.

 

Se la valle è oggi un bene di interesse paesaggistico lo è perché è stata abitata, antropizzata, trasformata e non perché è rimasta una semplice struttura naturale. Storicamente la valle non è mai stata vista come il luogo del “bello estetico”, ma come il luogo della faticosa produzione, che solo in seguito è stato ritenuto bello grazie alla particolare abilità e dedizione di chi la coltivava.

 

Lo stesso si può dire per il territorio collinare e montano che soffrono di altrettante complicazioni e disfunzioni che certamente non saranno risolte dal concentramento abitativo nei nuclei esistenti. La collina antropizzata, con case, oliveti, piccoli vigneti, orti sta franando insieme ai suoi muri a secco, la montagna è spopolata e le sue attività produttive sono irrisorie. Chi terrà in piedi queste strutture e chi pagherà questi conti; forse i turisti, i paesaggisti, gli intellettuali….?

 

Quindi perché la Regione e di conseguenza i Comuni vogliono penalizzare chi sta in campagna, perché vogliono  relegare il territorio extraurbano sotto l’egida dell’inconcludente piano paesistico, chi “baderà” agli ampi territori se gli sottraiamo anche le ultime energie. Infine quanto è antistorico e diseducativo far passare l’idea che abitare nel territorio agricolo, in campagna, è sbagliato, dannoso, quasi vietato e infine, ma non ultimo, chi spiegherà ai tanti residenti che ancora vivono su questi territori, magari meritevoli per aver pulito qualche fosso, una stradina rurale o tenuto in piedi un muretto a secco, quali sono i loro veri vantaggi derivanti da queste insostenibili opinioni limitative legate al lusso e al superfluo.

 

Infine per calmierare queste posizioni negative e penalizzanti e per dare un’illusoria speranza verso la qualità ai cittadini che vivono nei nostri insediamenti più recenti, la Regione e i Comuni hanno rilanciato la parola magica: “rigenerazione urbana” presa in prestito dal “rammendatore” Renzo Piano, che è sempre presente nelle sciagure altrui.

 

La rigenerazione urbana della Regione Toscana prevede:

  1. a) di favorire il riuso delle aree già urbanizzate per evitare ulteriore consumo di suolo e rendere attrattiva la trasformazione delle stesse;
  2. b) di favorire la densificazione delle aree urbane per la migliore sostenibilità economica dei sistemi di mobilità collettiva;
  3. c) di mantenere e incrementare l’attrattività dei contesti urbani in ragione della pluralità delle funzioni presenti;
  4. d) di garantire la manutenzione ordinaria e straordinaria e l’innovazione delle opere di urbanizzazione e delle dotazioni collettive;
  5. e) di favorire, anche con procedure di partecipazione civica, la verifica dell’utilità collettiva degli interventi di rigenerazione urbana.

 

Sono chiacchiere fumose di chi non ha idee e chi è un po’ anziano le ha sentite raccontare tante volte, ma senza mai vedere i risultati concreti di queste fantasie. Oggi proviamo a concentrare l’edificato, a “densificare”, ma l’insediamento non è un budino, probabilmente domani cercheremo di renderlo più rado, spazioso, isolato nel verde, “un giardino verticale”, ma sempre attraverso l’immancabile “partecipazione civica” mille volte dichiarata, ma in concreto mai cercata e soprattutto mai ascoltata.

 

La rigenerazione urbana è una attività facile da raccontare, ma impossibile da realizzare[2]. Nella pratica saranno rare le occasioni di intervento, scelte con oculatezza, finanziate dal pubblico, per risolvere problemi singolari, ma le periferie urbane delle città minori, dei paesi, delle realtà locali come le nostre, resteranno escluse da questo processo e ci terremo per molto tempo il caos urbanistico derivato dall’applicazione delle normative vincolistiche, quantitative e miopi che abbiamo dovuto usare sotto la regia dello Stato, delle Regioni e dei cattivi piani.

 

Quindi, molto probabilmente niente rigenerazione, ma molta continuità comportamentale, ancora molte piccole periferie che andranno ad aggiungersi alle periferie già costruite, nessun incentivo per riconoscere ed eliminare il “brutto” per ricostruire il “bello”, ma per fare questo ci vuole molto coraggio, anche se, nella sostanza, nessuno saprebbe selezionare il bello dal brutto, ma soprattutto cosa fare per migliorare quel brutto che continuiamo a costruire.

 

Altrettanto velleitarie sembrano le aspettative indirizzate verso l’argomento della ricollocazione in nuovo ambito delle volumetrie degradate e in abbandono, sparpagliate nel territorio.

La cosiddetta cessione della cubatura per spostare i diritti edificatori da un’area all’altra nell’ambito di una o più aree contermini. Volumetrie alle quali viene riconosciuto una sorta di credito edilizio da riutilizzare per costruire nuovi edifici con destinazioni produttive o residenziali.

Non osiamo pensare cosa potrà succedere quando questo principio sarà applicato nel concreto, cosa si andrà a demolire e soprattutto come saranno ricostruiti questi volumi.

 

Infine, sempre con la logica del “comando io”, per i progetti significativi che comportino impegni di suolo non edificato, la regione prevede conferenze di copianificazione. Cioè, in senso più materiale, il fatidico tavolo delle trattative sul quale vengono discusse tutte le possibilità e tutte le soluzioni nessuna esclusa, ma rinunciando a priori alla tanto rinominata copartecipazione democratica della comunità perché potrebbe, in quella sede, risultare molto fastidiosa. Un procedimento accentratore, antidemocratico, poco trasparente, che non fornisce aprioristiche garanzie di qualità.

 

In sostanza le indicazioni del nuovo fare urbanistico regionale appena accennate sono purtroppo ancora basate sul potere, sulla convinzione che i “migliori” sono a Firenze, indicazioni quantitative, generiche volumetrie, cioè del tipo togliamo un pezzo e facciamone un altro, sperando che la prossima soluzione sarà meno brutta. Nessuno vuole ammettere che, nella maggioranza dei casi, quello che sarà ricostruito sarà peggiore di quello che viene demolito e se pur il bilancio volumetrico torna zero, (zero volumi e zero area impegnata) non esistono serie garanzie per assicurare che il nuovo ricostruito possa aggiungere qualità all’organismo urbano interessato dalla manovra.

 

Cioè non sono le parole o gli slogan che cambiano la sostanza. La sostanza è l’idea comune delle cose, è l’opinione comune di quello che si deve fare, e quello che sarà veramente realizzato rispetterà molto questa condizione, indipendentemente dalle intenzioni dei politici e dei tecnici, dal fatto che chiamiamo questi atti Rigenerazione Urbana o Piano di Recupero o usando chissà quale altro nome, dal fatto che la decisione è stata presa a Firenze piuttosto che in sede locale.

 

E’ la cultura di tutti che realmente gestisce il fare edilizio, piena di antiche e sane memorie magari ancora visibili, in piccoli dettagli nelle periferie di oggi, come è piena di macroscopiche deviazioni nate dalle irreali stravaganze proposte dagli architetti, delle strategie commerciali delle industrie, delle convinzioni maturate in internet, dalle norme urbanistiche che parlano di tutto, ma senza citare un solo concetto vero di urbanistica, di edilizia o di architettura.

 

Per questa osservazione non chiediamo risposte, non ne abbiamo titolo, ma è stata necessaria per introdurre e spiegare meglio la nostra osservazione al PSI. Invece, se possibile, da cittadini residenti e votanti, chiediamo alla Regione Toscana di eliminare dalla sua legislazione urbanistica qualsiasi riferimento alla “partecipazione dei cittadini alla formazione degli atti di governo del territorio” perché è un riferimento ipocrita, falso, mistificatore e tutti sono consapevoli che lo sia. Chi elabora le leggi e questi piani se ne prenda completamente la responsabilità.

 

 

5) Osservazioni al Piano Strutturale Intercomunale

Abbiamo letto, senza offesa per nessuno, una non relazione” allegata a un “non piano strutturale intercomunale”. Vogliamo dire con ciò che il PSI adottato è una semplice trasposizione, sul territorio dei tre comuni, del Piano di indirizzo territoriale con valenza di piano paesaggistico regionale senza nulla modificare. Ma il PIT+PPR è uno strumento urbanistico che già esiste, è operativo, è obbligatorio rispettarlo, quindi è altrettanto inutile averlo trascritto a livello locale e potevamo risparmiarci questa fatica e questi soldi.

 

Inoltre il Piano Paesaggistico Regionale almeno si era posto, se pur in maniera ideologica e astratta, degli obiettivi e il focus puntava prioritariamente sui temi del Paesaggio.

Infatti tra gli obiettivi principali del piano (meta obiettivi) la Regione proponeva una migliore conoscenza delle peculiarità identitarie (condivisibile) e insisteva sul ruolo che i paesaggi potevano avere nelle politiche di sviluppo e sul rafforzamento del rapporto tra paesaggio e partecipazione il cui significato invece è più astruso e incomprensibile.

 

Mentre più articolati erano gli obiettivi strategici e in particolare, sempre semplificando, tra questi si puntava:

  • alla valorizzazione del patrimonio paesaggistico evitando il rischio di banalizzazione e omologazione della complessità dei paesaggi toscani in pochi stereotipi;
  • il trattamento sinergico dei diversi elementi del paesaggio, (componenti idrogeomorfologiche, ecologiche, insediative, rurali);
  • la coerenza tra la geomorfologia e localizzazione, giacitura, forma e dimensione degli insediamenti;
  • l’importanza paesaggistica delle grandi pianure alluvionali che sono i luoghi della massima concentrazione delle urbanizzazioni;
  • il riconoscimento degli apporti dei diversi paesaggi della Toscana;
  • il tema della misura e delle proporzioni degli insediamenti e la riqualificazione delle urbanizzazioni contemporanee;
  • assicurare coevoluzioni virtuose fra paesaggi rurali e attività agro-silvo-pastorali;
  • garantire il carattere di bene comune del paesaggio toscano e la sua fruizione collettiva;
  • arricchire lo sguardo sul paesaggio attraverso la conoscenza e la tutela dei luoghi del Grand Tour;
  • assicurare che le diverse scelte di trasformazioni del territorio e del paesaggio abbiano come supporto conoscenze, rappresentazioni e regole adeguate.

 

Questi sono gli obiettivi proposti dal PIT-PPR e riversati pari-pari nel PSI. Sono argomenti che a una persona normale, con senso operativo, non possono che apparire “parole senza senso”, slogan impossibili da tradurre in qualche cosa di concreto, ragionamenti inspiegabili a una persona comune.

 

Cioè come si fa ad assicurare una coevoluzione virtuosa” fra paesaggi rurali e attività agro-silvo-pastorali; la propongono un gruppo di agricoltori, di boscaioli, di pastori che sono specie in via di estinzione e la coevoluzione è assicurata, oppure come si fa a garantire il carattere di “bene comune del paesaggio toscano”  c’è uno che fa una richiesta e un altro che risponde?, oppure siamo davanti a dei paradossi linguistici “per rendere difficile il facile, attraverso l’inutile, per il raggiungimento del nulla”…?

 

E anche a voler essere collaborativi come si può pensare in concreto oppure dimostrare che il solo richiamo al patrimonio paesaggistico può essere un fattore di crescita economica e sociale, oppure come si può essere veramente certi che si possono superare gli attuali modelli culturali basati sulla crescita, sul consumo, sulla guerra, sul denaro, senza fare una vera rivoluzione e non solo culturale, come possiamo essere certi che sarà il paesaggio a tirarci fuori dalla crisi.  “La bellezza salverà veramente il mondo?” …..  Chi vivrà vedrà.

 

I temi strategici prima elencati derivano da una lettura territoriale estetizzante (paesaggistica), quindi destrutturata e momentanea e chi li propone non ha saputo cogliere il costrutto del vero sviluppo storico territoriale, vissuto sempre nei cambiamenti e nella mutazione, che è durato millenni e durerà ancora.

 

Una lettura superficiale fatta con la mentalità e la cultura degli intellettuali col Rolex, sterile e improduttiva perché incapace di centrare obiettivi veri e concreti. Quella lettura è la vera “banalizzazione della complessità dei paesaggi toscani”, e quel programma strategico è incurante delle vere strutture territoriali e comunque è stato redatto “alla faccia” dei milioni di problemi che devono affrontare tutti i giorni gli abitanti della nostra Regione.

 

Cioè in quei principi non c’è progetto, ma solo il riconoscimento, peraltro confuso, di alcuni aspetti strutturali del passato letti senza la storia, (senza le fasi storico territoriali). E se l’intento era quello di parlare di storia operante (argomento altrettanto condivisibile) bisognava anche sapere che il metodo operativo che sta alla base di questa intuizione[3] prevede che il binomio “Lettura – Progetto” sia inscindibile, cioè la lettura è come la rincorsa necessaria per fare i salti in atletica, e il progetto è il salto. Detto in altro modo, meglio è fatta la rincorsa e più efficace sarà il salto, cioè il progetto. Ma in quel piano nulla assomiglia a una rincorsa.

 

Invece il Piano Strutturale Intercomunale che osserviamo non è e non deve essere un piano “paesaggistico”, chi ha capito l’incontrario è stato tratto in inganno, ma deve solo rispettare i principi di quello regionale. Invece questo piano copia, qualche volta letteralmente e qualche volta malamente, gli obiettivi regionali prima elencati, e non riesce a darsi una struttura indipendente capace di incidere realmente sulle problematiche presenti sul nostro territorio; Ma tutti sanno che chi copia non ha nulla da dire.

 

Quindi, se le parole hanno un senso, il PSI (piano strutturale) deve analizzare e valutare, per l’area interessata, le strutture territoriali esistenti col solo fine di mantenerle, modificarle o integrarle.

 

Intendendo per strutture non quelle idrogeomorfologiche che sono già di per se immodificabili, spostare i fiumi e i monti non è facile e forse ci riesce solo la Regione, la quale, per coerenza con questo principio, dovrebbe bloccare le cave di marmo sulle Apuane, come non è facile modificare gli aspetti naturalistici cioè quelli, definiti con una brutta parola, “ecosistemici” che si sono modificati solo per il degrado maturato in mille circostanze, non sempre locali, ed è difficile stabilire come e soprattutto chi deve intervenire e dove si prendono le risorse per farlo; dall’incremento del PIL o ci deve pensare il contadino della Fratta.

 

Anche il riferimento del PSI alle più pertinenti strutture agricole, che sono in sostanza le strutture produttive di una specifica attività, prima importante, ma oggi marginale e spesso residuale non sarà risolutivo e purtroppo non sarà il piano strutturale intercomunale, ma soprattutto non lo saranno quelle artificiose distinzioni proposte dallo stesso a fargli cambiare il destino, già strozzato dai sistemi produttivi industriali a scala mondiale.

 

La divisione dei tessuti agricoli nelle varie fasi storiche è una cosa importante. Nella Val di Chiana inizia con la bonifica etrusco romana, per passare alle bonifiche medioevali e rinascimentali, poi a quelle “Leopoldine” e in seguito a quelle dei tempi moderni. Ogni passaggio ha modificato (ristrutturato) la divisione fondiaria precedente, e non sarà certo la sola rievocazione verbale di quei passaggi a modificare la realtà strutturale agricola attuale.

 

Forse l’ipotesi urbanistica fa riferimento a un ipotetico restauro del territorio, potrebbe essere una teoria interessante, ma non è con le chiacchiere che potrà diventare operativa. Ci vuole una capacità interpretativa, una tecnica e una economia agricola di supporto, una condivisione finalistica del progetto, una capacità realizzativa delle intenzioni, e alla fine molto probabilmente e con ironia avremmo resuscitato “la cultura del bove bianco”.

 

Invece le strutture che veramente devono essere l’argomento centrale del piano sono le strutture così dette antropiche”, cioè quelle costruite nel tempo dall’uomo per i suoi bisogni e per i suoi fini. Percorsi, strutture produttive, sistemi insediativi che insieme individuano, nelle varie fasi storiche, ambiti territoriali omogenei, “linguisticamente”[4] riconoscibili; e noi in questo momento di programmazione per il futuro dobbiamo fissare i nostri obiettivi, i nostri parametri, i nostri limiti e infine la nostra realtà linguistica che ci deve rappresentare.

 

Viceversa  il PSI si occupa di argomenti che con molta fatica proviamo a  decifrarne  i significati:

 

Cosa significa “tutelare e ricostruire la riconoscibilità delle relazioni territoriali tra i centri urbani e i sistemi agro-ambientali” oppure quelle “con i sistemi vallivi e collinari di riferimento” ?  

Cioè vuol dire che nel futuro bisognerà tenere separate le realtà insediative esistenti dalla campagna o dai sistemi vallivi o collinari, anche se queste relazioni si compenetrano da millenni. Inoltre non si capisce se questo “comandamento” fa riferimento a cose pratiche, (in generale si  tutela o si ricostruisce un oggetto concreto), oppure se fa riferimento a cose astratte, a relazioni immateriali, un suggerimento di tipo culturale, ma senza valenza operativa? In questo secondo caso non si capisce come si possa intervenire, chi deve intervenire, con quale strumento. Oppure è l’ennesimo modo di dire che non si può  più costruire in campagna, che è l’unico vero “mantra” di questo nuovo piano. Non esiste nessuna relazione concreta tra questo principio e le persone che abitano questo territorio.

 

Come si relaziona “la dispersione insediativa nel territorio rurale anche attraverso la definizione di margini urbani”; Lasciando perdere il senso dell’italiano di questa frase, i margini urbani sono riferiti agli insediamenti esistenti quindi l’edificato è relativamente concentrato, mentre gli insediamenti sul territorio rurale sono isolati, sparpagliati e spesso a molti Km di distanza dai centri abitati. Quindi il rapporto tra centri abitati e relativi margini e l’edilizia sparsa è poco relazionabile, quindi la proposta urbanistica che ne deriva è fragile, contraddittoria, almeno che non si volesse ripetere il concetto “basta costruzioni in campagna” … Non esiste nessuna relazione concreta tra questo principio e le persone che abitano questo territorio.

 

Cosa vuol dire: “riqualificazione, nelle conurbazioni lineari “dei varchi inedificati”; Dando per scontato che tutti sanno cosa sono le “conurbazioni lineari”, cioè le case lungo le strade che danno parecchio fastidio alla Regione e ai progettisti dei piani, e cosa sono i varchi, cioè gli spazi aperti tra una casa e l’altra, si presume che, vista l’importanza attribuita a tali varchi, gli stessi anche in futuro resteranno inedificati  e quindi: cosa si deve riqualificare in quei punti?.. tagliare l’erba… Almeno che qualcheduno non abbia pensato di demolire qualche casa. Si ripete che non esiste nessuna relazione concreta tra questo principio e le persone che abitano questo territorio.

 

Come si “riqualificano i margini urbani, (che dovrebbero essere le zone periferiche dei centri abitati? o forse no..), con riferimento alla qualità sia dei fronti costruiti che delle aree agricole periurbane, e le connessioni visuali e fruitive tra insediamenti e territorio rurale”; E’ oggettivamente un bel minestrone che mette in relazione entità diverse e problematiche diverse.

 

Da una parte abbiamo il tema della riqualificazione dei margini urbani, che non sono veri e propri limiti fisici, ma spesso pertinenze di edifici esistenti, appunto aree marginali. La nuova teoria urbanistica comunale è quella della “densificazione”, cioè riempire gli spazi che esistono tra un edificio e l’altro, intasare il tessuto edilizio esistente, “pienare” quel poco che non è stato ancora “pienato”. Noi crediamo che questa proposta urbanistica stazioni al limite della follia. Non saranno contenti gli attuali residenti che si vedranno “intasati” con altre costruzioni, perderanno i loro affacci e le loro viste, che sono importanti come quelle sulle strade. Ci saranno serie problematiche tra confinanti, obblighi di distanze minime, accessi da realizzare, strade e parcheggi da fare, l’eliminazione di quel poco verde residuale. Ci saranno infinite discussioni legali, diritti da rispettare, condizionamenti di ogni tipo che certamente non daranno nessun contributo per migliorare la già scadente situazione. Ci saranno inoltre inevitabilmente scompensi sui valori delle aree edificabili residue, meno sono e più costano, generando un mercato delle aree edificabili che certamente non sarà alla portata di tutti.  Scelta peggiore non si poteva fare.

 

Altro argomento non meno contradditorio è il riferimento alla qualità delle fronti già costruite. Nelle zone della periferia recente le fronti edilizie non sono proprio di grande pregio architettonico, soprattutto nelle parti più esterne degli abitati, quindi il richiamo alla qualità di queste fronti è banale e pletorico, senza nessun aggancio concreto con la realtà, perché potrebbero diventare migliori solo attraverso drastiche demolizioni e ricostruzioni, ma con evidente disagio per i portafogli.

 

Altro tema invece è la riqualificazione “delle aree agricole periurbane, e le connessioni visuali e fruitive tra insediamenti e territorio rurale”;

 

Questo “comandamento” mostra la confusione che regna in questo nuovo corso urbanistico che è incapace di concretizzare ragionamenti comprensibili e conclusi, è incapace di fare proposte concrete, credibili e fattibili, naviga nell’etereo e nell’impossibile, senza nessuna cura e rispetto per quelli che dovranno utilizzare questo piano.

 

Cosa si intende per: “riqualificazione delle conurbazioni lineari, poco porose, con scarsa qualità urbanistica, che hanno compromesso la percezione dei valori paesaggistici, della riconoscibilità degli ingressi urbani, delle relazioni con il patrimonio storico, da realizzare attraverso progetti di ricostituzione dei varchi e di ripristino delle relazioni visuali e territoriali compromesse;

Anche in questo punto non si scherza; L’idiosincrasia per le conurbazioni lineari è chiara, non piacciono perché sono poco porose, (cioè non assorbono?) e di scarsa qualità. In realtà questo tipo di tessuto urbanistico è più vecchio del mondo e la struttura del “borgo” sta alla base di tutti gli insediamenti storici non strettamente pianificati. (Vedi per esempio a Firenze: Borgo Santo Spirito, Borgo Pinti, Borgo San Jacopo, Borgo di San Frediano ecc..), ma al momento della loro costruzione si andava a piedi o con il carro e quindi non erano troppo lunghi.

 

Ma invece il vero tema di questo punto è ancora lo stesso.

 

In pratica e molto più semplicemente si pensa di affermare il principio che bisogna buttare giù le case lungo la statale ?….

 

Cosa si intende per “Salvaguardare e valorizzare l’identità paesaggistica dei contesti collinari e dei relativi sistemi insediativi di medio versante, (la collina e i suoi insediamenti), che insieme alle “città” della piana (quale città Arezzo, o La Fratticciola?) formano un’unità morfologico-percettiva e funzionale storicamente ben caratterizzata e riconoscibile”. Ci piacerebbe capire in concreto quali potrebbero essere gli interventi che possono compromettere questa unità caratterizzata e riconoscibile?  Forse costruire una nuova città in Val di Chiana?

 

Cosa vuol dire “Evitare le ulteriori frammentazioni e inserimenti di volumi e attrezzature fuori scala rispetto alla maglia territoriale e al sistema insediativo”; Evitare la frammentazione di cosa?..e poi cosa sarebbero, per intendersi, i nuovi volumi e le nuove attrezzature eventualmente fuori scala, ritenute tali se misurate rispetto alla maglia territoriale (maglia territoriale di cosa, delle strade, dei canali, dei campi, della Val di Chiana o che altro), ma soprattutto ritenute fuori scala se paragonate al sistema insediativo (di che, e misurate rispetto a cosa?) ….. Un nostro amico ci dice sempre “prima di pensare, rifletti”.

 

La definizione “Promuovere il riuso e la riorganizzazione delle aree dismesse per riqualificare i tessuti urbani moderni e i margini urbani” a cosa si riferisce? Le aree edificabili saranno stabilite dal Piano Operativo e quindi quelle scelte saranno di competenza dei Comuni interessati e non costituiscono per ora nessuna indicazione operativa;

 

Anche il tema della “salvaguardia e della valorizzazione del sistema delle ville pedecollinari, dei borghi e dei centri storici e gli altri elementi testimoniali di antica formazione, orientando a tal fine anche le trasformazioni dei tessuti urbani recenti circostanti” il tema della salvaguardia del patrimonio edilizio storico è un tema ovvio, implicito, ma non si capisce cosa possa avere in comune con trasformazioni dei tessuti urbani recenti;

 

Infine ci pare importante la notizia che con gli studi del PSI è stata individuata in Val di Chiana la maglia delle  antiche centuriazioni romane, generatrice di strade poderali, gore e canali, borghi, ville e poderi, manufatti religiosi, (templi?). Su questo tema pensiamo che tutti sono concordi per valorizzare e conservare questa importantissima struttura antica, anche se qualcuno potrebbe sollevare qualche dubbio sulla sua veridicità.

 

Questi sono gli argomenti propositivi del PSI, i pilastri d’argilla  sui quali dovremmo costruire il futuro dei tre comuni interessati, e i cittadini di questo comprensorio che si dovranno confrontare con questi argomenti, prima dovranno cambiare le loro abitudini, poi morigerate i loro bisogni, infine credere nell’impossibile, ma alla fine del ciclo staranno sicuramente molto meglio.

 

Ci meravigliamo come la Regione possa sostenere queste banalità, supportare questi principi vaghi, fare una politica urbanistica dell’effimero e del superfluo

 

Non meno evasivi sono i richiami al presunto rinnovamento culturale verso nuove strategie rispettose dell’ambiente, richiamando importanti cambiamenti demografici, (forse era il periodo del COVID-19 e morivano tante persone) o variazioni significative alla dimensione economica e sociale, (la presunta decrescita felice), ai cambiamenti climatici, argomenti sparpagliati che da soli dovrebbero comportare “un radicale cambiamento di prospettiva nell’attività di pianificazione” e invece sono solo le “credenze” imposte ai Comuni dalla Regione.

 

O peggio dovremmo rivalutare la dinamica pianificatoria del passato che avrebbe “profondamente segnato l’immaginario degli operatori e degli abitanti” addirittura affermando che i cittadini avrebbero dei diritti, “oibò! non sia mai”, ma fortunatamente la Regione, con buon senso democratico, ha stabilito che i diritti a pagamento (vedi ICI/IMU) durano solo cinque anni, cioè in pratica sarebbe l’ipotizzata rivoluzione totale fatta in solo in cinque anni; buon lavoro!.. anche se, questo sistema pianificatorio ci ricorda molto i famosi piani quinquennali sovietici, ma soprattutto ci rammenta che in certi Comuni i cinque anni non sono sufficienti neanche per rilasciare un permesso a costruire.

 

Oppure dare valore ai linguaggi specialistici delle norme regionali (state tranquilli niente specialismo è solo confusione) che sarebbero incomprensibili “agli attori locali ed abitanti”, colpevoli di avere poca dimestichezza con l’astruso, (in questo caso si scende nel ridicolo), o la scarsa consapevolezza dei “nuovi paradigmi dello sviluppo sostenibile” che sarebbe quel famoso negozio al quale tutti si rivolgono per fare la spesa gratis. Sono banalità che per il rispetto dovuto alla popolazione, andrebbero censurate.

 

Quindi visto che il PSI non si è curato delle problematiche a livello intercomunale e tenuto conto che quelle regionali sono divagatorie e irraggiungibili, nell’attesa che si concretizzi il  “miracolo toscano”, se pur in forma sterile e quasi inutile, ci permettiamo di sollevare o risollevare alcuni temi, più modesti, ma sicuramente meno vaporosi, che mettono in luce alcuni problemi visti nella giusta scala. Temi che, se fosse possibile, andrebbero discussi con l’intera popolazione prima ancora che con la Regione; anche se essa, a scapito delle sue innumerevoli dichiarazioni partecipative, è inopinatamente contraria.

 

Gli argomenti della programmazione intercomunale dovrebbero riguardare temi di interesse generale, temi locali non sempre allineati alle esigenze regionali e temi riguardanti i bisogni economici, sociali e culturali delle comunità locali e degli individui residenti che hanno comunque il diritto di avere delle risposte.

Tali interessi possono essere unanimemente condivisi, oppure si possono contrastare a vicenda e in tal caso vanno discussi e gestiti e il piano strutturale sembra essere la sede ideale per affrontare queste problematiche, per gestire queste contraddizioni, per trovare le giuste soluzioni.

 

Ed è proprio dalle contraddizioni il punto dal quale vogliamo partire, per avvicinare la discussione ai nostri problemi, per ampliare una discussione che non c’è mai stata, per trovare soluzioni ai problemi che ci riguardano, ma che alle amministrazioni pubbliche attuali non sembrano interessare.

 

Facciamo alcuni esempi:

 

Tra i primi argomenti che evidenziano delle contraddizioni mettiamo il tema del consumo della città storica posto a confronto con dell’economia turistica e portiamo come esempio Cortona, ma vale per tutti gli insediamenti storici della val di Chiana per non dire dell’Italia intera.

Chi vive a Cortona sa che il suo assetto urbano mostra due facce. La desolante immagine invernale vecchia e spopolata e quella del teatrino turistico della bella stagione vissuta da molti e distratti visitatori che sostengono economicamente le varie attività di quel settore.

 

Nel mezzo di questo duplice versione c’è la città antica che continua ad essere inesorabilmente piegata nel verso del consumismo turistico. Il turismo comporta un continuo e perseverante “rosicamento” delle sue antiche strutture storiche e tipiche, che vengono trasformate in edifici fatti di sole camere con bagno, o sale ristorante con cucina, perdendo a pezzi la sua millenaria congormazione strutturale e culturale che invece andrebbe preservata sul modello operativo usato dalle amministrazioni pubbliche tra gli anni 1970/1990.

 

Il risultato più appariscente di questo sistema contradditorio è l’uso degli spazi pubblici della città antica che sono diventati dei bar/ristorante all’aperto, spazi utilizzati senza decoro, con i tavoli “sparpagliati” nelle piazze, nelle strade, nei vicoli, che restano occupati anche nei momenti di chiusura settimanale degli esercizi o peggio per tutto l’inverno. Questo sistema ha fatto diventare il centro di Cortona una sorta di bazar di fast food per servire cibi non propriamente tradizionali, (qui docet il “microonde”) e il tutto a scapito del senso civico di quegli spazi, della città, della sua immagine, dei cittadini residenti, che sono diventati, rispetto al teatrino turistico, dei semplici “figuranti”.

 

A questo specifico argomento si può collegare quello più generale relativo della conservazione del patrimonio storico e ambientale che è rimasto l’unico e forse l’ultimo baluardo che produce una economia diffusa, ma non esistono strategie particolari verso la conservazione di questo patrimonio ed è facile immaginare un suo definitivo collasso. Palazzi, Chiese e Conventi sono in declino, (per esempio vedi l’ex Ospedale di Cortona), e non si trovano strategie per rilanciarli nel futuro, le mura urbane dei centri storici sono lasciate a se stesse compreso i rischi che corrono, le strutture edilizie minori, sia nelle città storiche che in campagna, sono in mano ai turisti che le trasformano secondo le loro particolari esigenze, ma vengono estraniate dal contesto ambientale e sociale e il miope controllo pubblico si sofferma sulle finestrelle, ma non si accorge della grande modifica strutturale e sociale promossa da questo fenomeno.

 

Quanto tempo potrà durare questa situazione di progressivo degrado?… un tempo pari a quello già trascorso, qualche decennio, quali sono le alternative che si possono immaginare per superare queste criticità, come si risolvono questi problemi? …. Restando in attesa dei “miracoli” previsti dalla Regione, o di quelli non previsti dal PSI, perché non cerchiamo di trovare soluzioni più concrete, magari discutendole con gli interessati?

 

Poi c’è il tema della riqualificazione delle periferie, esempio Camucia, Terontola o le analoghe versioni di Castiglion Fiorentino o Foiano e le altre località della pianura compreso i borghi lungo le strade. Continuiamo a costruire marciapiedi, rotonde o inutili strade illuminate, oppure operiamo attraverso la “fantasiosa” rigenerazione urbana (che non significa rifare marciapiedi e parcheggi in ambito urbano), ma dovrebbe riguardare vere ristrutturazioni del confuso tessuto edilizio moderno e recente che è la vera causa del degrado urbanistico di cui spesso ci lamentiamo, ma che purtroppo nessun umano potrà vedere realizzata.

 

Oppure sarà l’assurda teoria del policentrismo inventato dalla regione, (attenzione tutti i territori sono policentrici) e l’ipotetico esempio della Val di Chiana aretina non è solo Cortona, Foiano, Castiglioni, ma c’è anche Lucignano, Monte San Savino, Marciano e non si vede una sola ragione e una sola possibilità concreta che possa modificare questa situazione, e il rilevare questa presunta realtà è solo una constatazione (sbagliata), ma non sarà mai un progetto.

 

Sarà la perimetrazione dei centri abitati, paradigma assoluto della nuova strategia urbanistica regionale, che dovrebbe puntare sulla “densificazione” dei nuclei esistenti, senza spiegare con chiarezza cosa vuol dire, come si fa (si aggiunge farina?), chi deve intervenire, con quali strumenti, e per ottenere quali risultati. Ci permettiamo di sostenere che l’unico risultato sicuro che si può ottenere attraverso l’aggiunta di qualche edificio nelle periferie perimetrate sarà quello di incrementare il degrado, ma soprattutto sarà quello di peggiorare, sia sotto l’aspetto funzionale che formale, la realtà esistente.

 

Altro tema campato per aria è quello dei morfotipi (tipo di forma) degli insediamenti e dei tessuti edilizi. E’ stata fatta una casistica diluviante, usando a caso concetti di altri, per stabilire che le forme tipiche di quelle strutture sono molte, anche se non è vero. Noi speriamo che gli insediamenti e i tessuti edilizi storici restino quelli che sono e quindi il panegirico che li riguarda non diventi operativo, mentre per gli insediamenti periferici esistenti e per il loro eventuale ampliamento che molto probabilmente non ci sarà, non si capisce se il piano propende una omologazione o un netto contrasto a quello che è già successo. Elencare casistiche di strutture edilizie è come fare un generico elenco dei farmaci esistenti, ma non serve a niente. Quello che serve è conoscere il contenuto dei farmaci, sapere quale malattia curano, che dosaggio si deve usare per curarla. Nel PSI non c’è nulla che indichi una concreta terapia, ma solo inutili quanto inconcludenti astrazioni che non fanno intravedere possibili soluzioni per il futuro.

 

Oppure la risposta per una nuova qualità la troveremo nella “riapertura” dei varchi visivi sul paesaggio, o sugli accessi (Porte ?) ai nuclei antichi, ma anche in questo caso non si capisce come e chi dovrà intervenire, e il piano si guarda bene di trovare esempi e soluzioni. E si potrebbe continuare con l’elencare gli altri stratagemmi del PSI, ovvero del PPT+PPR, per risollevare la qualità delle nostre periferie, ma o si crede nei miracoli o ci dovremmo rinunciare.

 

Un tema particolare che ci preme di ricordare e che è non privo di contraddizioni, è quello relativo alle aree a vocazione archeologica di Camucia, dove a ogni piccolo scavo si trovano reperti antichi. Bisogna trovare una risposta razionale e sicura per queste zone, studiarle in modo specialistico (con gli Archeologi), prendere coscienza della loro consistenza e fino alla conclusione di tali studi, non è sensato prevedere ampliamenti edificatori, anche se ciò può compromettere quell’astratta perimetrazione che è già stata fatta.

 

Si potrebbe parlare dell’economia consumistica di cui i supermercati ne sono un’espressione di vertice che prolificano senza sosta, ma distruggono il tessuto dei piccoli negozi e di conseguenza il tessuto della città storica e di quella recente. Camucia ne è un esempio. Di recente queste attività sono state incrementate, posizionate, al contrario di qualsiasi logica urbanistica, verso il centro, in aree non adeguate, forse degne della famosa rigenerazione, con parcheggi e accessi striminziti, fatte di volumi che il piano strutturale contesta, eppure queste strutture sono state approvate di recente da tutti gli enti competenti e per molto tempo non sarà possibile sostituirle. Anche questi interventi sono stati fatti nell’assoluto rispetto della qualità e delle nuove teorie assolutistiche della Regione?…. o sono sbagli.

 

Oppure si potrebbe parlare delle attività artigianali, pezzo forte della struttura produttiva locale, per le quali è necessario reinventare il loro ruolo per il futuro, dargli una organizzazione, un coordinamento e dei servizi, ma alla Regione e al Comune queste attività non piacciono, gli edifici artigianali disturbano il paesaggio e quindi sono state eliminate le aree in tal senso esistenti, e non ne saranno previste di nuove. Anche se ci ricordiamo che nei tempi passati, nei periodi preelettorali, la stessa Regione ha emanato leggi per costruire i capannoni artigianali in tutto il territorio agricolo, ma oggi quelle costruzioni le danno fastidio perché disturbano i contemplatori del paesaggio. Cosa non si fa per un voto.

 

Oppure si può parlare del tema dell’agricoltura locale, disorientata e senza obiettivi, che pateticamente tenta di adeguarsi ai prezzi dell’agricoltura industriale – (un campo di grano canadese è grande come tutta la Valdichiana) – senza cercare soluzioni alternative, più legate alla qualità tradizionale, che forse è più vendibile, per non parlare di viticultura e di vigneti, considerati dalla Regione Toscana dei veri nemici ambientali invece che una risorsa agricola che in Canada non si può coltivare, o parlare dell’economia del maiale, che produce un discreto reddito e buoni prodotti, ma produce anche il cattivo odore che si sente nei paesi vicino agli insediamenti dei suini o peggio l’inquinamento dei terreni e delle acque presenti nei fossi circostanti. Tutte contraddizioni che andrebbero discusse e poi sanate, mentre il PSI parla di: forma dei campi, di praterie, di seminativi semplificati di pianura, di mosaico colturale complesso a maglia fitta, di ambiti planiziali, ma non mostra nessun interesse per dipanare queste contraddizioni vissute sulla pelle dei cittadini.

 

L’attuale occasione del PSI ci fa vivere un momento di programmazione intercomunale, una visione allargata delle problematiche, abbandoniamo i campanili e cerchiamo di domandarci cosa serve veramente al territorio della Valdichiana. Cioè proviamo a fare una vera programmazione comprensoriale per trovarsi pronti e concordi sulle eventuali occasioni che potrebbe offrire il PNRR sui nuovi temi dello sviluppo verde e digitale, ma soprattutto facciamo che non sia l’ennesima occasione per costruire ancora bocciofile, marciapiedi o canili municipali.

 

Ancora per esempio si può parlare di infrastrutture, ferroviarie, autostrade, strade veloci, quelle che nel piano vengono definite assi dividenti e contrastanti con il paesaggio, è forse qualcuno ha pensato di eliminarle.

 

Anche se noi non conosciamo con esattezza cosa potremmo fare con il PNRR, e che le decisioni in merito non saranno prese a livello locale, ma lavoriamo perché diventi una opportunità per l’intera valle, magari chiedendo con forza da parte di tutti i comuni e delle Provincie interessate una stazione ferroviaria dove si possano fermare tutti i treni dell’alta velocità. Non deve e non può essere la stazione di Rigutino, di Frassineto di Terontola o simili, come è sterile la miope contrapposizione tra Arezzo e Cortona, o peggio accontentarsi della presenza di un treno veloce che “sfreccia” sul monobinario per tradotte che porta a Perugia. Quella stazione se ci sarà dovrà essere la stazione ferroviaria dell’Italia Centrale, circa a metà strada tra Firenze e Roma, simile a quella medio padana tra Bologna e Milano, altrimenti non ci sarà. La posizione di questa infrastruttura non va decisa ma è già decisa nei fatti e non può essere che posta nel punto di incrocio tra la linea ferroviaria veloce, l’autostrada del Sole, la superstrada Siena Perugia, e deve essere un servizio per le provincie di Arezzo, Siena, Perugia e dell’ampio comprensorio circostante della Toscana meridionale e dell’Umbria, per collegare il centro Italia con il resto dell’Europa.

 

Si potrebbe parlare di Smart Working, non per tenere a casa i dipendenti pubblici (il pubblico se vuole comandare deve stare sul pezzo), ma per consentire a molti lavoratori di restare nel loro paese, per consentire ai giovani che fanno attività compatibili con il sistema digitale di trovare un lavoro. Ma ovviamente la tecnologia deve essere aggiornata, linee realmente veloci e non le “bufale” offerte delle compagnie telefoniche, servono dei servizi ad uso collettivo, una organizzazione con la giusta forza comunicativa e tutto questo può essere fatto senza particolari trasformazioni edilizie e urbanistiche, ma serve solo interesse e partecipazione.

 

Si può parlare del degrado territoriale complessivo, dalla rete fluviale locale incapace di ricevere le sempre più frequenti piogge monsoniche, del reimpaludamento della valle, oppure al contrario della siccità e dell’uso delle risorse idriche,  si può parlare dell’ambiente antropico collinare, ormai senza contadini, (le colline stanno franando insieme ai muri a secco che sostengono le fasce agricole), o della struttura agricola poderale (che non è solo una delimitazione di proprietà, ma un segno di organizzazione civile) certamente distrutta nella sua maglia storica per allargare i campi, ma anche questa è una contraddizione; oppure si può parlare della terra lasciata incolta dai nuovi residenti rurali, (gli stranieri con piscina e relativa recinzione), ai quali si poteva vendere la casa colonica, ma con l’obbligo di mantenere in funzione il resto del podere, la viabilità interpoderale, la pulitura dei fossi di pertinenza, utilizzando come strumento il “fatidico” PdR non per abbattere e ricostruire annessi o aprire finestre negli edifici esistenti, (attività che si può fare con dei semplici PdC), ma per gestire, attraverso la dovuta convenzione, l’interesse comune rispetto a quello privato. Questa incuria ha prodotto una grande trasformazione paesaggistica e sociale.

 

Ovviamente a questi temi locali si possono collegare argomenti più generali come quello dell’equilibrio ecologico, quello energetico, quello dell’economia globalizzata e i suoi contraccolpi, il tema dell’eccessiva e spesso inutile mobilità e le sue scorie, (la politica del Km zero), il tema della tecnologia rampante e le modifiche che produce, i temi sanitari, in primis organizzativi, ma soprattutto di previsione e di controllo spesso nati dai prodotti agro-alimentari avvelenati che consumiamo e chi sa quanti altri. Sono certamente argomenti che devono essere governati, che andranno a scombussolare il prossimo futuro, il nostro modo di vivere, le nostre aspettative, la nostra economia, la nostra organizzazione sociale e civile, i nostri territori, la nostra cultura che sta diventando, purtroppo, sempre più nominale, ma sempre meno strutturale. Ma questi argomenti prevaricano la scala locale e forse anche quella regionale e nazionale, e non basta elencarli per avere una risposta concreta e risolutiva, ma servono iniziative e risposte a scala comunitaria per non dire mondiale.

 

Fatta questa semplice disamina di argomenti problematici ci domandiamo ancora se è ragionevole non discutere su questi temi, non chiamare la gente a parlare di questi problemi, non tentare un dibattito politico per chiarire cosa è giusto fare o non fare, quali sono le priorità, ma soprattutto ci domandiamo se è giusto lasciare in mano di pochi, per quanto siano menti illuminate, queste decisioni. Condividere queste problematiche, discutere questi argomenti, condividere le proposte e al limite anche le responsabilità che derivano da tali scelte, dovrebbe essere una garanzia per tutti, oppure siamo di fronte a persone guidate dalla superficialità e dall’atavica frenesia di impartire ordini ai subalterni e poi si vedrà!…

 

 

6) Conclusioni e richieste

Le persone si stanno convincendo sempre di più che il futuro dovrà essere gestito in modo diverso, e,anche se spesse volte questo pensiero è velleitario, nel caso in specie è più che giustificato e in parte spiega quel calo preoccupante di votanti.

 

Leggiamo bene la realtà, ascoltiamo le opinioni della gente, rovesciamo i ragionamenti precostituiti, le norme puntate su obiettivi sbagliati, le abitudini consolidate, ma improduttive, gli apparati pubblici e le opinioni “dei pachidermi burocratici e politici” che si preoccupano solo per far tornare i loro conti, gli equilibri interni tra enti, di gestire il voto elettorale, ma sono completamente disinteressati a dare risposte ai bisogni del cittadino, alle necessità che il territorio esprime.

 

Con questo spirito, volendo fare osservazioni al PSI in questione, non è facile trovare soluzioni migliorative a un piano completamente sbagliato, fuori luogo, fatto in fax simile rispetto al PIT+PPR regionale.

 

La reazione istintiva ci porterebbe a dire che l’unica soluzione possibile e quella di rifarlo. Cioè quella di reimpostare i criteri metodologici, fare realmente le indagini sul nostro territorio e analizzare attentamente i problemi reali che ci riguardano, aprire un confronto reale con la gente per conoscere la loro opinione e i loro bisogni concreti, ascoltare gli esperti dei vari settori per allargare le opinioni nostrane, studiare e confrontare le soluzioni proposte nei casi similari e limitrofi, senza avere la paura o peggio l’immodestia di dover imparare da altri.

 

In ogni caso noi auspichiamo che la Regione, attraverso l’iter di definitiva approvazione del PSI possa intervenire e chiedere all’associazione dei comuni di approfondire le conoscenze verso le problematiche locali, una conoscenza specifica del territorio da pianificare, l’applicazione di un metodo progettuale realistico e non evanescente come quello utilizzato, l’individuazione di temi concreti spiegati in modo comprensibile per tutti, magari recuperando quella dovuta partecipazione che non c’è mai stata.

 

Nello specifico chiediamo un riesame complessivo del PSI, una definizione realistica dei problemi di questo territorio, la definizione di proposte basate sul reale stato di fatto e sulle aspettative per il futuro discusse con la popolazione, una definizione comprensibile e tangibile delle proposte, spiegando cosa prevedono, come si realizzano, chi deve intervenire e con quali risorse, tralasciando quegli argomenti fumosi e destrutturati che non si capiscono e comunque non portano da nessuna parte.

 

Per il resto non abbiamo degli interessi operativi o imprenditoriali, ma ci rammarichiamo sinceramente per quelli che ce li hanno e che, in queste condizioni, non potranno certamente realizzare.

Quelle di prima sono le ragioni che motivano questa osservazione al PSI, questa protesta. Se la Regione le vuol ritenere valide si comporti di conseguenza e dimostri che la democrazia e la programmazione urbanistica sono cose vere, fattori importanti e provveda a far discutere i cittadini e la popolazione su questi argomenti a partire dall’impostazione progettuale.

 

Nel caso contrario possiamo sempre ricorrere a quell’opzione “A” richiamata nell’introduzione e farcene sinceramente una ragione.

 

Scusate la lungaggine e grazie per l’attenzione,….

 

Arch. Enrico Lavagnino

Cortona, li 26/05/2022

 

 

  1. I ragionamenti riportati sono le nostre opinioni tecniche sullo strumento in approvazione e non riguardano, in nessun modo, riferimenti a persone, cose o a fatti accaduti.

[1] vedi Ippocrate di Coo, 460 A.C. o Ippodamo da Mileto, 498 A.C. figure fondamentali per lo sviluppo della cultura sanitaria e urbanistica occidentale

[2] La rigenerazione urbana vera non è quella che rifà i marciapiedi, ma è quella che interviene nel tessuto edilizio già costruito

[3] Vedi gli studi di Saverio Muratori e della sua scuola

[4] Non solo nel senso del parlato, ma anche come espressione architettonica e artistica propria del territorio in questione.







Alcune criticità della Sanità Pubblica a Cortona e in Valdichiana – (Relazione di Marilena Bietolini, presidente del Circolo Nello e Carlo Rosselli-Cortona, all’assemblea del 14 gennaio 2023

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Assemblea sulla Sanità 2A nome del Circolo Nello e Carlo Rosselli, benvenuti a tutti e grazie per la partecipazione.  Poche parole per presentare il nostro Circolo, fondato il 15 settembre 2022, libera e spontanea iniziativa di persone provenienti da realtà sociali, politiche, culturali e ideologiche diverse. Noi vogliamo essere una VOCE sul territorio al servizio della collettività e perseguire la partecipazione, la cultura civica, l’impegno e la presenza democratica alla vita amministrativa del nostro Comune e della nostra Città di Cortona. Noi vogliamo dare spazio alle persone, alle loro competenze, ai loro progetti, alle loro critiche, ma anche alle speranze ed ai desideri di miglioramento e di giustizia sociale. Noi siamo qui per ascoltare i bisogni delle persone e per cercare con tutte le nostre forze di migliorare, se non di risolvere, per il benessere di chi vive nel nostro territorio, le situazioni di criticità. Questa assemblea è stata preceduta da vari incontri con medici impegnati in varie responsabilità sia nella medicina di famiglia che ospedaliera. Un giro d’ orizzonte non esaustivo dei tanti problemi, ma in cui abbiamo acquisito, e ringraziamo ancora le figure interpellate, molte informazioni tali da farci sentire in dovere di coinvolgere la popolazione.

Per prima parliamo della Medicina di famiglia. Di cose positive ce ne sono tante! I medici da anni lavorano tutti insieme nelle Case della Salute distribuite in tutti i Comuni della Valdichiana aretina, consentendo una lodevole sinergia tra loro, la loro Segreteria, le loro infermiere, il CUP, e quindi, nello stesso luogo, l’utenza trova semplificazione nei vari passaggi tra visita ambulatoriale su appuntamento, certificazioni varie, visite specialistiche, richieste di esami, raccolta delle risposte presso la Segreteria, prescrizioni di farmaci per cure croniche, vaccinazioni e medicazioni in ambulatori dedicati. La presenza di più medici contemporaneamente garantisce inoltre che, in caso di assenza del medico curante, un collega possa comunque visitare in urgenza un paziente. Questo sistema consente, in pochi passi, di risolvere problemi un tempo dispendiosi e necessari di spostamenti. Durante i duri anni del Covid ha retto come una prima linea nella guerra alla pandemia. PARLlAMO ora dei problemi. Per primo, la Questione tecnica. C’è una estrema lentezza della rete informatica, che, mentre ad Arezzo va velocissima, qui in Valdichiana è molto lenta, ed ostacola il lavoro e l’impegno quotidiano del medico di famiglia e degli specialisti vari, con aggravio di lavoro, perdita di tempo
e grosso disagio per l’utenza e per tutti gli operatori. Vogliamo sottolineare questo disservizio, particolarmente grave in zone come Mercatale di Cortona, dove l’isolamento territoriale viene aggravato proprio da questa linea continuamente interrotta, che ostacola ogni giorno l’operato dell’unico medico presente nella cosiddetta Bottega Della Salute. Sul lavoro della Medicina Generale incombono poi le liste di attesa, che creano, in crescendo mese dopo mese, disagio, accese polemiche e contestazioni quotidiane…e soprattutto fanno deviare i pazienti, bisognosi di risposte in tempi rapidi, verso la Sanità Privata. Parliamo della funzione del CUP. IL CUP è uno degli ingranaggi principali e più importanti per il funzionamento del SSN a livello territoriale, ancor di più da quando è inserito logisticamente nelle Case della Salute. Questo contesto prevede che vi sia continuità nel rapporto tra l’utenza e i medici. Condividere lo stesso ambiente è un valore aggiunto nella gestione delle pratiche burocratiche. Una criticità sono le liste di attesa, intese in senso tecnico come il tempo intercorso tra prenotazione e prima data utile che viene indicata all’utente. Spesso, per rispettare l’Appropriatezza Prescrittiva, il CUP deve fornire date rapide, ma nei luoghi più disparati compresi nelle tre grandi provincie della cosiddetta AREA VASTA; cioè Arezzo, Siena, Grosseto. Le persone non sempre restano soddisfatte o non sono disposte a spostamenti di molti km., perciò si rivolgono alla Sanità privata ed al sistema intramurale. Vorrei adesso parlare della Segreteria dei Medici di Camucia. Le segretarie sono due/tre per turno, ci sono gli accessi diretti su chiamata col numero, e gli accessi telefonici. Il grande numero di chiamate (5-600 al giorno) sono prese in carico, più un altro grande numero di chiamate telefoniche restano in coda, ma fino al numero 9 compreso. La linea non dà occupato, suona libero, perché Telecom o Tim – come si vuole chiamare – in tutti questi anni, nonostante reiterate richieste da parte dei Medici della Casa della Salute, non ha saputo porre sul numero 639351 un risponditore che dica – come accade ovunque –“la linea è momentaneamente occupata…”. Anche questo crea polemiche e proteste!Noi chiediamo: come si può rimediare e correggere?

Sulla Medicina di Famiglia incombe altresì un destino più oscuro, come su tutta la Sanità Italiana:la carenza di Medici. Dopo vari pensionamenti, senza i ricambi necessari e indispensabili, molte persone (circa 2.000 nel nostro Comune) sono senza medico di famiglia, mentre i medici, sotto numero, devono assistere due o trecento pazienti oltre il normale massimale, fissato a 1500. Si crea così un carico enorme, alla lunga insostenibile, per le responsabilità e l’impegno professionale, e per la burocrazia dilagante sempre di più che ingabbia e appesantisce, con regole sempre nuove e complesse, il medico di famiglia, oramai al limite. Per ogni medico operativoci sono almeno 4 i burocrati; la cosa si commenta da sola. Il numero chiuso a MEDICINA E CHIRURGIA, sancito dalla legge 264 del 1999, è il grosso nodo da sciogliere da Governo e Stato, non più rimandabile; urgono provvedimenti. Ma, adesso, non possiamo che prenderne atto. I medici mancano anche per la Guardia medica, detta oggi Continuità Assistenziale. Ci sono sempre problemi per coprire tutti i turni, e, spesso, un SOLO MEDICO, di notte, è in servizio su Cortona e Castiglion Fiorentino, e, addirittura, anche su Foiano! Per fortuna non è la regola, ma è successo e succederà. Da gennaio la Asl ha ridotto 12 ore di Emergenza, cioè il 118 (che ora è 112). Tre sono le Misericordie che fanno EMERGENZA. A CORTONA, CASTIGLION F.NO e FOIANO, non c’è più IL MEDICO A BORDO, MA ARRIVA, SE NECESSARIO, CON L’AUTO MEDICA. L’Asl paga alle Misericordie quasi due euro meno di quanto a loro costi all’ora ogni operatore. Poi, sono stati tolti i rimborsi per i trasporti sanitari dei pazienti oncologici non barellati… cosa significa? A fare la chemio, la radio, o le visite necessarie per gli oncologici, Cl VAI A SPESE E MEZZI TUOI!… Ci domandiamo: questo sistema impoverito, precario,crudele alla fine, senza più risorse economiche ed umane, come può aiutare i più fragili e bisognosi? Gli anziani, i portatori di handicap di ogni età? Questo nostro SSN deve essere ripensato alla luce di questo secolo oppure VA REINVENTATO?

Ma rimaniamo sulla nostra realtà: La Medicina generale, oramai ridotta in risorse umane ed economiche, oppressa, anzi, schiacciata dal mostro burocratico, si regge solo sulla DEDIZIONE e lo SPIRITO Dl SACRIFICIO dei Medici di Medicina Generale.

OSPEDALE Dl FRATTA. Nato nel 2005 con determinate caratteristiche di reparti, operatività e servizi, com’è ridotto oggi?… Molti reparti sono scomparsi, c’è una grave carenza di personale sia per numero che per specialità e figure varie professionali. È diventato un ospedale che non può più fare fronte alle esigenze del territorio. Per garantire lo standard minimo di sicurezza mancano almeno 6 medici: anestesisti, cardiologi, internisti, ai quali si aggiunge la reperibilità notturna di SALA OPERATORIA. Sia chiaro a tutti: il nostro Circolo non vuole fare demagogia né ha pregiudizi su SINDACI ED ASL, ma cerca di vedere chiaro su questi temi fondamentali per tutti noi cittadini, al di sopra di culture politiche e appartenenze ideologiche. In 17 anni si è giocato davvero contro il nostro Ospedale, ed è stato solo esclusivo merito del personale medico e paramedico e dei Primari se, nonostante tutto, è stato mantenuto efficiente e utile. La Regione Toscana ha favorito Ospedali a noi vicini come Nottola. Le cui condizioni oggettive erano le stesse di Fratta, sia per spazi fisici ospedalieri che per territorialità servita. Ma se hai un consigliere o un assessore regionale che fa figurare afferenti a Nottola porzioni di territorio teoriche – fino a 80mila abitanti – ben sapendo tutti quanti che i bacini di utenza effettiva si equivalgono tra Nottola e Fratta – e sono

50 mila – ciò nonostante, si favorisce Nottola e si penalizza Fratta.

Per comprendere meglio, facciamo un passo indietro. Dal 2010 al 2019, sono stati tagliati quasi 40 miliardi alla Sanità Pubblica: attraverso riduzione di budget e mancata erogazione di fondi già stanziati… e la Regione Toscana come si è adeguata a questi tagli a riduzione?… in crescendo, di posti letto e tagli su tutto, per risparmiare.

Enrico Rossi ha suddiviso la Regione in tre aree vaste, e ha articolato il sistema ospedaliero in distretti, su tre livelli: alta specializzazione, ospedali provinciali, e ospedali territoriali. Il livello territoriale si basa sul numero di potenziali utenti. In questo cruciale passaggio, i politici della Valdichiana senese – con la quiescenza di consiglieri e assessori della Valdichiana aretina – hanno preso il sopravvento; e così Nottola ha sopravanzato Fratta, con tutte le conseguenze sotto gli occhi di tutti. Reparti scomparsi, l’equipe del dr. Caldora andata via in toto verso il privato, …

Rossi ha lasciato in regalo 400 milioni di buco nelle casse della Regione, che si avvia, tutt’oggi, verso i 500 milioni… non possiamo pretendere miracoli da Giani. Da recenti segnali, molto potenti, si è capito che, ai funzionari regionali, Fratta piace come Ospedale erogatore di Medicina complementare: medicina Rigenerativa e Fecondazione assistita, prestazioni che sono escluse dai LEA (Livelli Essenziali Assistenziali), facendo entrare denaro nelle casse regionali. Ma la Medicina Rigenerativa è un servizio di pura facciata! Infatti, le liste di attesa scorrono da un anno all’ altro! mentre nel privato vanno veloci, con conseguente ulteriore spostamento nella Sanità Privata. Noi chiediamo che l’Ospedale di Fratta torni ad essere operativo al servizio della nostra comunità.NON SI TENGANO SERVIZI CHE NON SERVONO, MA QUELLI APERTI CHE SIANO PERFETTAMENTE OPERATIVI ED ORGANIZZATI. Per primo il PRONTO SOCCORSO, che suscita critiche e polemiche continue e per il quale occorrerebbe una riunione a parte!… assunzione di medici che mancano e altro personale paramedico, oppure avere il coraggio di dire: l’OSPEDALE SI CHIUDE. E non essere felici se arriva un chirurgo valido, se poi non può esprimere la sua valenza perché mancano anestesisti!… è un vero peccato, e una presa in giro. Vista così, la Cardiologia ha ottimi cardiologi, ma – essendo troppo pochi – fa solo visite programmate. SI TORNA D’ACCAPO, AL PROBLEMA SPINOSISSIMO: MANCANO SOLDI E ASSUNZIONI DI MEDICI in tutta la Sanità Pubblica. Perciò, invitiamo i SINDACI, e ogni livello di responsabilità  amministrativa, istituzionale, politica, a tutto campo, a ripensare questo modello di Sanità Pubblica messa in grave pericoloa favore di quella privata.

Questa disamina ci ha portato a momenti di sconforto e  solitudine, ma non vogliamo arrenderci e non potremo mai farlo. La nostra è una CRITICA COSTRUTTIVA. Siamo convinti che una corale azione politica decisa possa, superando lo stallo politico attuale, ridistribuire le risorse umane presenti nella Area Vasta, per sopperire ai bisogni vitali della nostra realtà ospedaliera. Chiediamo – non per campanilismo e facile demagogia o idee preconcette su vetero posizioni ideologiche – di razionalizzare le risorse umane mediche e paramediche, individuando e portando alla luce gli sprechi, con onestà intellettuale. Chiediamo di mantenere, o, meglio, riportare in vita un Ospedale oramai destinato alla fine. ln un recente articolo, intitolato: DIAMO PIU’ RISORSE ALLA SANITA’ PUBBLICA, il PROF. GARATTINI descrive il SSN e il suo declino. IL SSN, nato nel 1978, era una struttura pubblica no profit e poteva ricorrere al privato solo come forma sussidiaria in caso di lacune. Il cambiamento è iniziato con l’intramoenia, che contraddice il principio di equità nell’accesso alle cure: chi  paga fa tutto prima, creando una discriminazione. Il privato ha preso piede attraverso le sempre più numerose convenzioni col SSN, che sono anche fonte di prestigio. Dopo 10, 15, o più anni, medici, infermieri e altro personale sanitario, DAL PUBBLICO PASSANO AL PRIVATO, perché paga di più, ma i soldi provengono dal pubblico, con le convenzioni…un gran pasticciaccio! C’è, poi, un rapporto crescente con le COOPERATIVE IN SERVICE, che forniscono, per tempi limitati, medici e altro personale sanitario a tariffe orarie esorbitanti, davvero scandalose! Si spendono così risorse che potrebbero essere usate per pagare meglio i propri medici e tutti gli operatori sanitari, evitando anche la cosiddetta fuga all’estero di professionisti dove – è evidente a tutti – sono più pagati e considerati.

Permettetemi infine, una domanda filosofica e concettuale, lo chiedo a tutti i presenti: cosa è LO STATO per voi, come lo  definireste? … Ci sarebbero tante parole per dirlo, ma vorrei riassumere il concetto, così grande, con due soli sostantivi – definizione data da un grande professore di Diritto Amministrativo, il prof  ZANOBINI -: LO STATO E’ SANITA’ e INCOLUMITA’. Quello per cui ci battiamo.

Grazie per l’attenzione.

Assemblea sulla Sanità 1