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Roberto Borgni, scultore e pittore, esordì come poeta della notte
Doriano Losi, ricercatore di memorie, ha recuperato una ponderosa Antologia dei poeti e prosatori nell’aretino, – Centrostampa Arezzo, 1978 – in cui ha scoperto la presenza di tre artisti cortonesi, legati tra loro da amicizia e da una comune passione: la pittura, in tecniche e linguaggi diversi. I più anziani, già affermati e padroni della materia, Achille Sartorio e Enzo Olivastri (Paletta), fanno da cornice con tre loro stampe alla breve silloge poetica di nove poesie di Roberto Borgni. Del quale sappiamo gli sviluppi successivi, avendo abbandonato la poesia per l’arte plastica e figurativa, e la parentela con familiari quali Spinaldo Borgni, scuoino del macello comunale, capace di spogliarsi della cruenta veste lavorativa quotidiana tramutandosi in poeta dai delicati sentimenti amorosi per le donne e la vita. Come pure l’altro cugino di Roberto, Ademaro, capace di scrivere e parlar d’amore al punto d’esser considerato tra i più abili seduttori del tempo. Come si dice, la seduzione delle donne passa per l’udito. Roberto Borgni è innamorato della sua città, che percorre preferibilmente la notte, regnando silenzio e ombre fugaci di uccelli notturni, mentre la propria ombra di sghimbescio ne segue i passi, e gli scorrono nella mente fantasmi d’un mitico passato: guerrieri attenti e favole antiche. Quel carattere umbratile e solitario, che non lo abbandonerà mai, lo ritroviamo nella sua successiva opera scultorea e pittorica, e, anche per questo, è rilevante quella remota raccolta poetica. D’altronde, l’esperienza di vita che si tramuta in arte è d’ogni artista. In “Porta Montanina”, gloriosi fantasmi vegliano le mura a protezione del sonno degli abitanti. La realtà, di oscuri pipistrelli che si agitano nella notte e di un’edera scurita dal buio, crea immaginarie ombre di antichi guerrieri, fino al punto che il poeta si scansa: ‘ogni tanto mi sposto di lato/ per far passare/ i carri ed i cavalli’. Conoscendo Roberto, viveur, verrebbe da pensare a una intrigante miscela: tra il favoleggiare sulla storia antica, le ombre della notte, e una sorta di benefico etilismo che scalda mente e corpo creando nuove dimensioni di un reale fuso al fantastico. Stesso stato d’animo è rappresentato ne “La Fortezza”, la quale – piangendo lacrime di pietra ricorda battaglie ‘a difesa dei tuoi’- si trasfigura in montagna sacra: ‘Ed ora novello olimpo/ voli di falchi sopra le tue torri/ dettano auspici/ precedendo il destino’. Chiaro rimando alla Cortona lucumonia etrusca, coi suoi aruspici in grado di leggere presagi dal volo di uccelli. Il perché di un Roberto notturno è ancor più chiaro leggendo “Per le strade di notte”. Dov’è descritto il gioco tra il movimento del corpo, che procede sotto luci stentoree, e la sua ombra incessantemente in movimento. Si trova, in questa poesia, l’eco delle sculture come l’Ombra della sera di Giacometti e quella omonima etrusca, presenti al futuro scultore. Ma c’è di più. La propria ombra dinamica e sghimbescia è specchio di movimenti profondi, inquietudini, equilibri intimi difficili da stabilizzare alla ricerca di nuovi stimoli e curiosità. Preferendo la notte, quando è consentito viaggiare solitari, lontani dalla gente, liberi da conformismi, condizionamenti e pregiudizi. Soli con sé stessi. In Roberto la notte non è elemento gotico – di intrighi e violenze –, bensì è tempo d’appropriarsi d’una fantasia echeggiante miti antichi e battaglie interiori: ‘Allora mi racconta/ un’antica leggenda/ e a tratti tace/ per ascoltare nel vento/ echi di lontane battaglie’. In un’unica pagina, per brevità e assonanza tra morte e malinconia, due poesie “Non piangere” e “Nero”. Raccontano, la prima, la scomparsa d’una persona cara a Roberto a cui piaceva la notte, della quale poteva godere solo il tempo del sole a riposo, invece, nella morte la notte si dilata all’infinito. Facendo finalmente unire l’amico scomparso al suo ideale notturno. Nel “Nero”, protagonista è un melanconico suonatore di tromba che Roberto invita a suonare a perdifiato il pianto dello strumento, invitandolo a chiuder gli occhi per nascondere le lacrime d’emozione. Piacere e sofferenza, mescolati, devono esser riservati a sé stessi. Non è egoismo altezzoso, bensì sofferenza e passione richiedono intimità. La dichiarazione d’amore spudorata di Borgni per la notte è nella poesia “Amanti”: ‘E ogni sera/ mi porta con se/ nel suo manto/ dove restiamo in amplessi infiniti/ finché non va,/ per tornare sempre,/ lei, la notte,/ mia amante fedele’. Vera e propria ossessione da innamorato viscerale per la notte, alla quale attribuisce sembianze affettive come fosse un’amante fedele. D’altronde la notte per ciascuno è la “sua” notte, senz’altre ingerenze. Così come scenario d’amore è “Cortona” ‘adagiata su un cuscino di olivi’ le cui ‘notti/ silenziose e d’argento/ dettano dolci parole/ ad un vento poeta’. E quali migliori cantori di Cortona sceglie Borgni? ‘La tua storia è una favola/ e le rondini la raccontano/ nei paesi lontani’. I frinii primaverili ed estivi delle rondini associati al suono armonioso delle campane sono ricorrenti negli artisti cortonesi (penso a simili echi di campane nella “Ghirlandetta” del Vescovo Franciolini), e sicuro fascino per ogni viaggiatore. Fin qui potremmo dire d’un Borgni fuori dal presente, calato in un tempo metastorico in cui si fondono presente e passato… Quando incontri la poesia dedicata alla tragedia del treno “Italicus” esploso in una galleria appenninica, in una calda estate degli anni settanta. Anche per quella tragedia, pur in un contesto italiano di stragi, Roberto va al nocciolo tornando al suo tempo metastorico: è la follia umana che semina morte. ‘Camminava la morte col treno/ quella notte/ lungo le rotaie del destino/ divorò famelica/ ignare vittime dell’umana follia’. E lo strazio è massimo, nell’amara chiusura, laddove s’interroga: ‘Chissà se c’era la luna/ quella notte/ ad illuminare la mano d’un bimbo/ quattro metri di là delle rotaie’. Più grave è la profanazione della vita, specie d’un bambino, ma anche la “sua” notte è stata violentata perché la notte del Borgni è sinonimo di vita non di morte. Chiude la serie delle nove poesie “Atmosfera”, tributo a un anonimo artista. Colui che posando le mani sulla tastiera crea nel silenzio un’atmosfera magica, che distende e trasporta in un religioso torpore. Atmosfera nella quale vorremmo chiudere gli occhi e viverci per sempre.
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Il ricordo di Enzo B., uscito di scena dopo un’ostinata resistenza alla malattia
Appena smessi i pantaloni corti, ci siamo conosciuti in un bar fumoso a Camucia, la nostra Maialina city. Centro commerciale e produttivo di puzzolenti quadrupedi – tanto quanto sono buoni i loro prosciutti! – , della cui aria mefitica ci eravamo dati ragione. Combustibile di un discreto sviluppo economico…era un bere o bara! D’altronde, molti eravamo contadini smessi da poco.
Le amicizie e le coppie omo o etero si formano per particolari alchimie, non importa se per affinità o altro. Succede. Molte amicizie, pure forti, non durano a lungo o non si possono coltivare, mettiamo, per motivi di distanza. Quella con Enzo B. è durata finché lui non se n’è andato, senz’alti né bassi, segnata a ogni incontro da scorpacciate di chiacchiere ironiche gioiose trasgressive…e chi più ne ha più ne metta. Intonate sempre sulla stessa chiave armonica, fin da ragazzi, curiosi di tutto ma anche critici di tutto, a partire da noi stessi, col sottofondo disincantato e allegro di un grande fan culo al mondo. Dove sembrerebbe tutto quanto serio, invece… Le proibizioni, considerate tali dai benpensanti, purché non sfociassero in reato, per noi erano curiosità da soddisfare. Enzo B., di un anno più piccolo, era un passo avanti in tante cose. Appassionato di musica, mi portò ad ascoltare Francesco De Gregori alla casa del Popolo di Montepulciano scalo. De Gregori, allora esordiente con le “Formichine”, si esibiva da solo con la chitarra acustica. Vedi la sfiga, il concerto durò poco. Si ruppe l’amplificatore, e De Gregori ci piantò in asso, incazzato. Enzo B. appassionato di chitarra – senza saperla suonare, è stato suo figlio ad applicarcisi con merito – fan di Alberto Radius, andammo al concerto dei Formula 3, senza trascurare La Premiata Forneria Marconi, i Nomadi, il Banco del Mutuo Soccorso, … e altri concerti rock capitati vicino. Enzo B. era esperto di cinema. Tanto che bisognava mettersi lontano da altri spettatori, per non farli incazzare coi suoi anticipi di sequenze… era in grado di anticipare quel che sarebbe successo nella sequenza successiva. Agli amici faceva ridere e passare il tempo al cinema senza annoiarsi, ma tra il pubblico c’era chi s’incazzava a sentirne i commenti ad alta voce. Affettuoso con la mamma, rimasta presto vedova, non si trattava di mammismo ma di complicità tra due persone innamorate della vita e del pensiero libero. Tra noi giovinastri, fu il primo a sperimentare vacanze esotiche, in Jugoslavia, dove c’era la diceria che le ragazze la dessero senza le lungaggini in uso nei nostri paraggi. E, a dir suo, conquistò ambiti premi… Venne poi l’anno d’una ondata trasgressiva in occasione di Umbria Jazz a Castiglione del Lago. Uomini e donne in riva al lago si sbracavano nudi! Il coraggioso Enzo B. mi tolse di mano la macchina fotografica, vedendomi titubante nel procedere, e riempì un rullino di scatti, schivando minacce da parte di alcuni nudisti, documentando un fenomeno di costume straordinario non più ripetutosi qua in giro… Condividemmo anche le prime esperienze politiche da figicciotti… curiosi ma pigri, pur sentendoci legati agli ideali comunisti e anticapitalisti, eredità familiari, non eravamo tanto portati all’attivismo, anche perché messi a disagio da certi attivisti non disinteressati, anzi, smaccatamente ambiziosi per un posto di lavoro o per la carriera politica. Gente che, noi ingenui, ritenevamo inadeguata. Forse, oggettivamente, lo erano. Ma, in realtà, fummo sorpresi, e pure consolati: “se quei ciuchi hanno fatto carriera, allora possiamo farla tutti!”… Ma presto s’è capito l’abbaglio. Non basta la fortuna per la carriera politica, ci vuole il pelo sullo stomaco… così abbiamo sperimentato che non basta essere della stessa parrocchia per vivere in pace, ma bisogna secondare il satrapo emergente, il più scaltro, altrimenti gente come noi – che lavoravamo in enti pubblici – veniva presa a schiaffi anche dai compagni, se non allineati alla cordata vincente. Ai tempi dei poveri Dante e Machiavelli avresti rischiato la vita, o l’esilio andandoti bene, oggi le pene son meno tragiche per i non allineati, ma i dispetti te ne cascano addosso a valanga!… E per quei dispetti, Enzo B. soffrì molto, specie quando le discriminazioni si fecero di carattere economico. Toccandogli lo stipendio. Perché crescere un figlio, farlo studiare, consentirgli certe passioni, ha costi sempre maggiori, e la cattiveria umana non dovrebbe affliggere le persone penalizzandole nel salario. Poi a un’età avanzata, ma ancora non vecchi straniti, sono arrivati malanni seri. Quelli dai conti salati: da dentro o fuori! A Enzo B. né è capitato uno tra i più sadici. Dal lento inesorabile decorso, verso la morte. Con attimi di temporanea illusione, non tanto di guarire, ma dell’arrivo di un nuovo farmaco che allunghi la vita. Per sapendo che esso avrà effetti positivi limitati nel tempo. Cioè, sai in anticipo la data della tua fine. Ciò nonostante, un paio di mesi fa, in una delle sempre più rare ma lunghe chiacchierate, del più e del meno, con Enzo B. – pur avendo avuto, lui, già il segnale di fine corsa, ma contando in un colpo di culo che a volte l’aveva sorretto – ci siamo avventurati in progetti futuri: come l’acquisto di una motocicletta per andare a spasso in estate. Ambedue acciaccati, ci avessero ripreso con una telecamera avremmo fatto ridere il mondo… ma noi siamo stati sempre così. Inutile piangersi addosso. Finché c’è vita diamo gas al motore, anche se ridotto a un filino di energia, va sfruttato fino in fondo. Dopo questa, di sicuro, non ci sarà un’altra vita uguale. Convinti come siamo che – come rispose la vecchietta morente al confessore che le esaltava la fortuna prossima di uscire da questa valle di lacrime per andare in paradiso – : “Questa sarà una valle di lacrime, ma ci si piange tanto bene!”. Così, visto il manifesto a lutto per Enzo B., mi è venuto di ricordarlo allegro dolce e anticonformista, alla Vasco Rossi: “Noi siamo liberi, liberi, / liberi di volare(…)/ liberi di sbagliare/ (…) liberi di sognare (…)/ Noi siamo i soliti /sempre così/ Siamo gli inutili/ fatti così/ Noi siamo quelli delle occasioni/ prese al volo come piccioni…” Ciao Enzo!
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Clerodendro. Enzo nel tempo libero amava curare l’orto e le piante.
P.S. Tra i messaggi ricevuti in ricordo di Enzo, metto questo in appendice al mio articolo, integrando egregiamente quanto ho raccontato sopra. F.F.
“Vivere con semplicità’ e pensare con grandezza” W. Wadsworth.
Questa definizione riassume la personalità di Enzo. Sapeva ascoltare, capire senza giungere a giudizi affrettati. Con i suoi modi semplici, spontanei e ironici spingeva la persona a riflettere per cercare dentro di sé risposte ai propri dubbi. Enzo era legato alle sue radici geografiche e culturali, per lui la Chiana e le colline di Cortona erano” il paese di centro” , il suo Mondo. Enzo era particolarmente curioso, la sua fame di sapere lo portava a documentarsi su tutto, quindi le sue conoscenze spaziavano in diversi campi. Questo lo rendeva un ottimo e piacevole interlocutore. Enzo mancherà a tutti coloro che lo hanno conosciuto, ma i suoi pensieri resteranno per sempre.
Una sola UTIC con sala Emodinamica, nell’aretino, può bastare?
Uno alla volta, facendo il giro dei servizi ospedalieri del san Donato, sto aggiornandomi sul loro stato di efficienza, oltre che sulla mia salute, ma su questa pende la spada di Damocle dell’età e degli stravizi…non c’è da farsi illusioni. Bene. Tutto è cominciato con i classici avvertimenti di quando si ha un problema al sistema centrale di pompaggio.
Lunga attesa al pronto soccorso dell’ esito di prove e controprove, perché dal punto di vista elettrico i segnali erano buoni. Poi, finalmente, il ricovero in sala Emodinamica della UTIC con una certa premura. Circondato da facce sorridenti e rassicuranti, ma impegnate a passo svelto. A tutto rock, con Virgin radio in sottofondo, un ricciuto e solerte medico con la sua equipe procedeva a riaprire vecchie tubature incrostate da cattive abitudini: fumo, poco sport e molta ganascia…
Insomma, fino alla seconda prova ematica di conferma dell’evento ischemico, all’incirca quattro ore, al pronto soccorso ero stato addirittura avviato al codice verde, dal giallo, grazie a un elettrocardiogramma normale. Poi è scattata una procedura molto rapida, perché scienza ed esperienza l’impongono. La pompa centrale, si sa, è variabile nei suoi comportamenti patologici: si può bloccare in pochi attimi, come può seguitare a battere per ore o giorni pur essendo sofferente in qualche sua parte.
In sala Emodinamica dell’UTIC, colloquiando con gli operatori intenzionati a tenermi desto, si aprivano finestre non solo sul mio stato di salute. Intanto erano curiosi di sapere perché non fossi andato come prima tappa all’ospedale più vicino. Lì è stato facile rispondere: sapendo che non c’è l’Emodinamica, che ci andavo a fare? a perdere momenti che si sarebbero potuti rivelare preziosi?…Infatti… gli affettuosi ed efficienti sanitari hanno confermato, indirettamente, la mia lucida decisione di saltare l’ospedale di zona, andando direttamente al s. Donato, raccontandomi un fatto tragico. Pochi giorni innanzi, in contemporanea, ambulanze provenienti dalla Valtiberina annunciavano due casi di ischemia. Giocoforza, un malato fu soccorso con successo al s. Donato, l’altro, non essendoci la disponibilità di una seconda sala Emodinamica, fu dirottato a Siena. Ma, durante il viaggio, il malato è tornato al creatore… Non nascondo la segreta riconoscenza – in quel frangente – alla mia vecchia maltrattata pompa che ha sopportato le inevitabili lungaggini (ovvero i protocolli) di un pronto soccorso sempre piuttosto carico di pressione.
Avrei potuto tenere per me questa storia di salute, comune, ogni giorno, a tante altre. Se nonché a un paio di settimane dalle mie dimissioni, ripensando alla fortunata, per me, coincidenza di aver trovato una prestazione all’altezza del bisogno nell’ospedale principale aretino, mi sono chiesto se non fosse il caso di esprimere pubblicamente un interrogativo: in provincia di Arezzo c’è una sola sala Emodinamica annessa all’UTIC? E, se sì, non sarebbe il caso di affiancargliene un’altra per situazioni d’emergenza, considerando il numero degli abitanti, oltre trecentomila, e l’età media piuttosto avanzata degli stessi, per i quali spesso sono richieste, d’urgenza, installazioni di pacemaker e protesi coronariche?
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Paternopoli ricorda ancora Cortona, a trentasette anni dal sismain Irpinia
La distanza di Paternopoli – un migliaio di chilometri tra andata e ritorno – e il tempo trascorso – circa trentasette anni dal primo soccorso di Cortona ai terremotati Irpini – hanno reso labile l’antico legame gemellare tra le due comunità. Oltretutto, molti di quanti si conobbero in quella circostanza sono scomparsi. Tra tutti, ricordo il sindaco Angelo Caporizzo. Di quei momenti mi sono rimaste alcune amicizie. Una, con Pietro Palermo, coltivata grazie ai social network: il primo Paternese che incontrammo a Grottaminarda, dove era allestito l’ufficio informazioni sul cratere del sisma. Pietro, atletico giovanotto assessore del suo Comune, si era spinto a Grottaminarda a una settimana dal terremoto in cerca di aiuto. Il suo paese non era tra i più disastrati, anche se aveva avuto vittime, e lo stesso Pietro, per la casa inagibile, dormiva in macchina con moglie e figlia di pochi mesi. La maggior parte dei soccorsi, nel marasma iniziale, correvano a Lioni, s. Angelo dei Lombardi, Conza, Teora,… località riprese dalla televisione per le devastazioni subite. Anche se capitava che troppo materiale di soccorso venisse ammassato incautamente nei pressi di macerie. Mentre in comunità come Paternopoli nessuno si era fatto vivo, dove scarseggiavano persino generi di prima necessità, nella caos logistico generale.
In un minuto e mezzo erano stati rasi al suolo interi paesi della Campania e della Basilicata, con epicentro in Irpinia, provocando 3000 morti, 9000 feriti, 300 mila senza tetto e 150 mila abitazioni distrutte, interi paesi isolati per giorni.
Il carico di vettovaglie cortonesi, a cui si aggiunse S. Gimignano, nell’immediato fu sufficiente a dare sollievo agli stremati Paternesi. Un contatto positivo e memorabile per entrambi: soccorritori e soccorsi. Ma, qui, non interessa ricordare i tempi andati, di cui per fortuna fisicamente non restano evidenti tracce. L’intenso verde del paesaggio Irpino, e gli abitati arroccati su alture e valli ondulate, sono tornati a splendere. Le città tutte quante ristrutturate, sono circondate da una fertile agricoltura: frutteti (non dico lo spettacolo di filari di ciliegi stracarichi!), ortaggi (è ricercato il broccolo Igp di Paternopoli, presidio Slow Food), oliveti, e vigneti che producono rossi eccellenti, come l’Aglianico che invecchiando diventa Taurasi, e bianchi di antica storia come il Fiano di Avellino e il Greco di Tufo… Infatti, era per soddisfare la gola che avevo messo in agenda un pellegrinaggio enogastronomico, oltre a rivedere i pochi vecchi conoscenti: Pietro, Luigi, …, amici e compagni superstiti. Ai quali, inaspettatamente, si sono aggiunte, nel breve spazio di poche ore, nuove amicizie allertate dalla Misericordia di Paternopoli.
Mentre, nel tempo, tra Cortona e Paternopoli è andato scemando l’interesse per il gemellaggio tra le Città, ho scoperto legami vecchi e nuovi tra le due Misericordie. Giovanni Tecce, governatore della Misericordia Paternese, ha raccontato di aver conosciuto – ad Assisi all’assemblea elettiva nazionale – il governatore Cortonese Luciano Bernardini, ambedue memori del gemellaggio di una ventina di anni fa instaurato tra le rispettive Confraternite, documentato in zeppi raccoglitori di foto. Dove spiccano le candide chiome dell’allora governatore Cortonese Silvio Santiccioli e del segretario Francesco Nunziato Moré.
Nella sede della Confraternita – al cui pian terreno un giovane volontario stava allestendo il centro Fratres per donatori di sangue – ci siamo scambiati i saluti con volontari, consiglieri e amministratori, dei quali ricordo volentieri i nomi: Alvidio Zoena, Fabio Ciampi, Maria Teresa Gambinovi (vice governatrice), Veronica Vecchia (segretaria), Maria Rosa Raschiatore (amministratrice), Andrea Zugaro, Antonio Teccia, Mauro Lapio, e il responsabile sanitario Andrea Forgione, scrittore con altri di una bella guida illustrata “Irpinia la Storia negata”. Una Misericordia giovane – paragonata alla storia secolare della gemellata Cortonese – che opera nel territorio con persone e mezzi di Soccorso sanitario e di Protezione civile, intervenuta nelle alluvioni di Asti e di Quindici, nel terremoto dell’Aquila, e raccolto fondi per il recente terremoto in Centro Italia. Nella stessa sede, è gestita la distribuzione periodica per conto del Banco alimentare a 36 famiglie.
Al breve incontro è intervenuto il sindaco Giuseppe Forgione, anch’egli memore di Cortona avendola visitata da scolaro ospite delle scuole elementari Cortonesi in occasione del gemellaggio. Sindaco dal 2014, racconta di aver visto crescere la popolazione fino a cinquemila abitanti subito dopo il terremoto, dimezzatasi nel tempo, finiti gli effetti degli investimenti per la ricostruzione. Fenomeno analogo è capitato in quasi tutti i comuni Irpini. L’economia portante era, ed è rimasta, l’agricoltura: con la nascita di nuove cantine dedicate ai vini DOC che hanno buon mercato, una discreta produzione olearia di qualità, frutta, e ortaggi come il broccolo Paternese. Alle provviste da viaggiatore, ho aggiunto un’eccellente leccornia, la “sopersata”, salamino magro fatto col coscio di maiale.
Fervevano i preparativi per la festa Patronale (basta guardare “Paternesi nel mondo” su Facebook). A tutti è nota l’adesione di popolo alle manifestazioni religiose delle genti del Sud. Così come impressionano i riti legati al matrimonio, dove sono previste ben tre feste dispendiose e affollate di commensali: la serenata alla sposa, la promessa, e il matrimonio vero e proprio, che radunano decine, centinaia di amici e parenti giunti da ogni dove, finendo, ogni occasione, in pappatorie luculliane!
Ho salutato l’Irpinia visitando e pranzando a Nusco – antica sede vescovile e patria dell’immarcescibile politico Ciriaco De Mita – da cui si gode un panorama naturale spettacolare. Il gran patriarca politico non l’ho incontrato, ma della sua influenza se ne sente tuttora parlare di frequente e in ogni dove, nonostante l’età venerabile.
L’Irpinia – garantito – è una regione che varrebbe molto più di un weekend!
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L’assassino di Casalegno, tra raccondati, innocenti e farabutti. Ricordi della naia nel 225 Battaglione Fanteria di Arezzo negli “anni di piombo”
Leggendo Andrea Casalegno, su “Domenica” de “Il Sole 24 Ore” del 21 maggio 2017, mi sono accorto dello scorrer del tempo, a quaranta anni dalla naia, riaffiorandomi incontri nell’anno trascorso nel 225 Battaglione Fanteria di Arezzo. Casalegno ricordava l’assassinio del padre, il giornalista Carlo, da un commando Brigatista, nel novembre del 1977. Durante un permesso, al commando partecipò un commilitone con cui condividevo la consuetudine di scambiare il giornale. Io leggevo L’Unità e lui La Stampa. Ambedue militari “ammessi al ritardo” per ragioni di studio. Assegnato all’infermeria, potevo procurare i giornali (uscendo con l’ambulanza), che fornivo anche al brigatista. Lui, per me, era un soldato di origini sarde, laureato in ingegneria a Torino, addetto alla cucina. Dove lavorava con tal diligenza da essere additato agli ufficiali, dal comandante Brialdi, come esempio di buon soldato. Dopo l’arresto del Brigatista, quel discorso costò a Brialdi la rimozione dal comando. Personaggio grigio. Del quale la truppa salvava solo le grazie d’una figlia, nel grigiore della caserma, unica presenza femminile intrigante.
Com’ero finito nel CAR (addestramento reclute) di truppe che, in caso di guerra, sarebbero finite in prima linea? Ero un “raccomandato di Fanfani”, come la maggior parte della prima compagnia, in cui prevalevano aretini e cortonesi. Il buon Fanfani non era il noto politico ma un dirigente ministeriale che aveva casa a Cortona. Non era necessario conoscerlo, bastavano amicizie comuni. Senza voler nulla in cambio, destinava i militari a loro piacimento. Sul Battaglione aretino, circolava la diceria che fosse “punitivo”, a causa dell’indegna fuga lungo il torrente Vingone dei soldati in presidio alla caserma Cadorna, durante la seconda guerra mondiale. Avevano abbandonato pure la bandiera del corpo. Il senso di “Battaglione punitivo” fu ben presto chiaro. A eccezione dei “raccomandati”, d’ogni estrazione sociale e ideale, molti commilitoni erano segnati da dure esperienze di vita: camorristi, pregiudicati, …, o marchiati politicamente da esperienze politiche extraparlamentari, sospetti brigatisti e di Prima Linea, o di altre sigle nell’arcipelago comunista. Compresi i militanti del PCI e della FGCI. Militanza che mi fu rinfacciata in via diretta e indiretta, anche se ritenevo la parentesi militare libera da impegni politici, non vedendo l’ora di togliermi quel dente!… Divertente fu la convocazione nell’ufficio del comandante Pecchi, che m’avviò una ramanzina: “Qui non voglio attivisti politici comunisti…” eccetera eccetera. Finito il pistolotto, mi chiese di fornirgli il siero antiofidico, salutandomi affabilmente. L’indomani andava a funghi!… In anticamera, un simpatizzante di Prima Linea m’aveva inquietato, piagnucolando timori di punizioni o trasferimenti in remote caserme. Non seppi l’esito di quella storia. Riemerse, ancora, il mio stigma politico per bocca del tenente di compagnia, al quale, come ad altri ufficiali e graduati, prestavo assistenza, fidandosi della mia esperienza paramedica. Il tenente si scusò: non poteva promuovermi caporale a causa delle simpatie politiche. Ma la carriera militare non era nelle mie mire… mentre, felice, in compenso ricevetti un congedo lungo e un premio in denaro. Ebbi pure un mese di congedo straordinario per rientrare al lavoro. Era necessario risanare le sorgenti inquinate dell’acquedotto comunale, dove intervenni. In caserma, immagino ebbi il sostegno del cortonese maresciallo Galletti, con cui non ho mai verificato quel favore, né, meritandoselo, l’ho ringraziato.
Agli inizi della naia, in camerata e nell’addestramento alle marce e alle armi, entrai in contatto con una di corte dei miracoli di burbe quasi tutte più giovani, salvo pochi commilitoni miei coetanei (ritardatari per motivi di studio) catapultati in quel girone dantesco di gavettoni, dentifrici spremuti sulle lenzuola, scherzi vari, nonnismo,… compreso un rompicoglioni, sospetto camorrista e pappone, che, farneticando ad alta voce, la notte simulava incubi guastandoci il sonno. Voleva l’esonero militare. Riuscì a spacciare sigarette e droga, e, durante le libere uscite, forniva alla truppa veneri a pagamento… Al mio compagno di branda, un timido ragazzo torinese, spiegai cos’era la bagnacauda…, a scusante, aveva la famiglia d’origini siciliane. Nella branda di fronte, Pau simpatico borgataro parlava un romanesco stretto, come i ragazzi di vita di Pasolini, un trottolino sempre pronto a fare e ricevere scherzi… Ogni tanto, gli anzianotti par mio li portavo a cena dai miei genitori, a compensare un rancio disgustoso, compreso il vino fatto di cartine che dava tremendi mal di testa. Nel grigiore delle giornate, lo svago mentale era giocare a flipper nel bar. In libera uscita, oltre a pasti ristoratori, era necessario procurarsi tascate di monetine per curare l’alienazione… Pur sobbarcando caterve di turni di vigilanza notturna – gli ufficiali medici cortonesi (Pulcinella e Tenani) tornavano a nanna dalla moglie -, la vita in infermeria era decente. Osservatorio privilegiato di furbizie: nell’inventare scuse a non marciare, a non fare servizi, a sgamare la naia,… Alla fine, sostenevo i bricconi suggerendo scuse plausibili per raggiungere i loro obiettivi. Come accadde con uno scafista napoletano, accompagnato in infermeria afasico… all’improvviso s’era ammutolito!… Fu lasciato in ambulatorio. Finchè, noi due soli, gli tornò la parola. Doveva tornare a casa. L’aspettava uno “scafo blu” per il contrabbando di sigarette, a dir suo, unica fonte di reddito familiare… Da vicino, siamo tutti uguali, delinquenti e non. La mia idea del mondo è che tutti siamo membri di una grande famiglia.
Oltre allo sconcerto, seguito all’uccisione di Casalegno, l’altro momento drammatico fu la consegna dell’intera caserma dopo il rapimento di Moro. Ricordo la mestizia dell’ufficiale medico, un democristiano con amicizie romane politiche altolocate, subito, fece intendere che Moro era difficile salvasse la vita…
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Quintilio Bruschi, ex contadino, geniale scultore creativo del legno
Quintilio Bruschi, originario di Cignano, dimostrò genialità non avendo studiato disegno né frequentato accademie artistiche, né musei e gallerie d’arte, riconosciuto dalla critica come notevole scultore del Novecento avendo realizzato numerose opere lignee di varia grandezza.
Ex contadino, a cinquantanove anni s’alzò con l’impellente desiderio di scolpire: “altrimenti morivo”. Se n’andò a comprare cinque scalpelli, e da quel giorno dette sfogo alla nuova passione. Artista per caso. Dalla critica la sua opera fu iscritta alla categoria “art brut” (arte rozza), codificata in Francia dal pittore Jean Dubuffet nel secondo dopoguerra, in contrasto con le accademie; in Inghilterra, definita arte “outsider” dallo storico Roger Cardinal (1972): “sono grosso modo le persone che hanno fatto in modo da tenersi distanti dalle disinformazioni della cultura e che malgrado un certo debito con la folk art riescono ad esprimere uno stile personale. Sono dei portatori sani di una creatività che scorre al di fuori del mondo ufficiale e delle gallerie”. A dimostrazione del rilievo d’una simile arte innovativa viene ricordata la battuta di Picasso: “Quando ero bambino dipingevo come Michelangelo. Mi ci sono voluti anni per imparare a disegnare come un bambino”. Insomma, Quintilio, da scultore, cantava come un uccello senza aver studiato alcuno spartito.
Come tanti altri, ne visitai lo studio laboratorio sul rettilineo che da Valiano va ad Acquaviva, ricevuto da un Quintilio amichevole e gentile (m’invitò pure a cena). Già ultrasettantenne, era in buona forma fisica. Longilineo, spalle robuste lievemente ricurve, pizzetto chiaro, sguardo attento. Con un occhio lievemente più socchiuso dell’altro, in perenne movimento, puntava tra l’ospite e le sue creature lignee tirate a lucido profumate con cera d’api. Mentre le carezzava, ne ricordava la denominazione, il legno usato, il significato,…in poco tempo si era avvinti nel suo mondo fantastico.
Su quello spontaneismo artistico giunsi alla stessa conclusione di Stefano Malatesta (La Repubblica del 7 luglio 1977): le opere di Bruschi “dimostrano anche che la teoria del bambino o del selvaggio è ingannevole, perché, come a suo tempo Rousseau, le fonti [di ispirazione] ci sono e numerose, anche se irrintracciabili oggi, in quanto effimere al momento della composizione”. Quintilio alcune ispirazioni le suggeriva da solo: dalla struttura del legno: venature, nodi, dimensioni spaziali; dai volti di persone che l’avevano colpito; da figure mitiche nell’immaginario contadino e della tradizione religiosa (Cristi Madonne) ,… Nel suo tumultuoso spontaneismo, erano nati pure oggetti somiglianti a maschere e figure presenti nell’arte pre colombiana, adornate con collane ricavate concatenando piccole radici sferoidali di scopa d’erica, levigate e cerate.
Aveva il pallino della qualità e stagionatura del legno, presso un grossista delle Chianacce, che glielo invecchiava artificialmente in modo da impedire che, nel tempo, si “muovesse” e fratturasse.
Fra i numerosi acquirenti, ammiratori e promotori artistici, Quintilio ricordava con particolare simpatia il giornalista Rai Ettore Masina, al quale pare si attribuisse l’affermazione della somiglianza tra alcune sue statue e l’arte precolombiana: figure sciamaniche anche a più teste sovrapposte. Su quelle analogie, Quintilio si stava documentando su cataloghi di mostre in tema. Come a dire: ci sono arrivato per caso a scolpire come i nativi amerindi, con risultati non male. Che ti pare? Era la sua domanda per sincerarsi sulla condivisione e apprezzamento dell’ospite, in quel brulicante laboratorio di fantastiche creazioni. Misto di verosimiglianze e astrazioni (per gli estranei, perché per lui era tutta creazione verosimigliante).
Scolpiva anche superfici piatte, dalla dimensione di una formella o circolari come le basi d’un tronco d’albero, su cui incideva, fregandosene di prospettiva e proporzioni, eleganti figure femminili e maschili, maternità e soggetti mescolanze di sincretismi religiosi, superstizioni contadine e scene di vita agreste.
Quintilio aveva un fratello, Gino, anch’egli scultore del legno in stile ridotto, simili ai Moai dell’isola di Pasqua creava busti squadrati appena sgrossati; figure maschili oblunghe ornate d’un cappelluccio in testa, non calato, bensì appoggiato a formare un tutt’uno: busto, testa, cappello. Strani funghi, alti meno di mezzo metro. Gliene acquistai uno. Per Gino, raffigurava Rogo delle Chianacce.
Quintilio, in vita, ebbe numerosi riconoscimenti commerciali ed esposizioni delle sue opere, tra cui ne ricordava una nel suo comune di residenza (Montepulciano), una a Cortona, un’altra persino in Vaticano e una nei Cantieri Culturali della Zizza di Palermo (1977). Di cui resta il bel catalogo Mazzotta, curato da Alessandra Ottieri, e il resoconto sull’evento del critico Stefano Malatesta (già citato) su La Repubblica.
Alla sua morte le numerose opere residue furono spartite tra gli eredi, perciò vennero disperse.
Quindi non è possibile indicare una collezione dove poter ammirare, anche in piccola parte, l’opera di Quintilio Bruschi, che resterà per sempre il geniale artista di origini contadine cortonesi. Dall’espressività potente, fantastica, profumata di cera e di amore per la natura, l’uomo, i suoi miti e i suoi sogni. Persona umile che si è fatta grande con la creatività, di cui ognuno è portatore avendo il coraggio d’esprimerla.
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Più indizi fanno una prova: la Fornero miete vittime anche tra le nostre amicizie
Ho molti amici e sapere, sempre più spesso, che questo o quel coetaneo se n’è andato è naturale. Infatti, secondo le statistiche OMS, la forchetta d’età tra i 55 e 65 anni è definita la “campana della morte”. Cioè, in quel range, si muore non in progressione geometrica ma con un’impennata statistica (la “campana della morte”, appunto), che dopo i 65 anni torna a progredire linearmente come prima dei 55. Però se, nel giro di pochi mesi, muoiono due coetanei, Angiolo Fanicchi e Giorgio Forchetti, sei costretto a riflettere. I due in comune avevano più cose: persone sobrie, competenti nel loro lavoro, sessantenni, di Terontola, pendolari, e un comune sentire: la rabbia (non trovo parola più adatta) di non poter ritirarsi dal lavoro pur essendosi fatti il mazzo per 40 anni. Persone comuni, non dedite a stravizi, praticavano sport: in bicicletta e sgambando. Certo, a pendolari che partono la mattina al buio e tornano a casa nel pomeriggio, tanto salutismo non è facile pretenderlo. Anzi, la combinazione tra pendolarismo, età avanzata e stanchezza – a mio avviso – hanno prodotto una miscela letale: la depressione! che spalanca le porte a ogni sorta di malattia.
Nei nostri fugaci incontri al bar della stazione a Terontola alle prime luci del giorno, senza nominarla, tornava in ballo quel cazzo di legge (Fornero) fatta a dispetto, dalla mattina alla sera, per aggiustare i conti pescando non sui privilegi di pochi ma sui diritti di molti, costringendo le persone a soffrire fino al punto di pregiudicare la propria salute e finanche la vita, com’è capitato ad Angiolo e Giorgio. Ossessionati com’erano dal vedere allontanarsi ogni giorno di più l’età libera, fino a disperare di arrivarci… E che la questione non sia di lana caprina, potersi ritirare dal lavoro a un’età avanzata, lo dimostra platealmente l’altro obbrobrio giuridico messo in campo: l’APE! In virtù del quale ci si potrebbe ritirare (ma ancora mancano i decreti attuativi!) a 63 anni dal lavoro, accendendo un mutuo a favore dell’INPS…
Insomma la questione “pensioni” si è molto ingarbugliata, prevedendo il fine lavoro a 67 anni, con poche eccezioni introdotte dall’APE per lavori usuranti o per genitori con figli portatori di gravi handicap.
La domanda sorge spontanea: non meriterebbe considerazione quale lavoro usurante qualsiasi altro non gratificante, ripetitivo, svolto da pendolari magari già in difetto di efficienza fisica, che si accresce intorno ai sessanta anni? O è giusto che il lavoro si trasformi in precoce agonia fino alla morte del lavoratore? Domande non peregrine. Anzi. La situazione minaccia di aggravarsi nel tempo. Allorché le classi di età più giovani, oggi al lavoro, saranno costrette a oltrepassare la soglia dei sessantasette anni a causa dell’allungamento dell’età pensionabile, e per colpa della riduzione graduale dei redditi da pensione.
Perché siamo in tale situazione? Per tenere in equilibrio i conti INPS. Ma non è stato il presidente INPS Boeri a dire che sarebbe indispensabile limitare pensioni a dir poco scandalose per tenere un equilibrio civile tra le massime e le minime?
Quella pensionistica è una riforma pretesa dall’Europa. Ma è vero o no che da quindici anni i tedeschi spingono gli altri a far riforme che loro non fanno? e che i loro pensionati hanno un sistema più giusto di quello italiano, sia in termini d’età pensionabile sia di reddito, distribuito con minori diseguaglianze?
Ecco che torna in ballo la responsabilità dei governanti italiani, ai quali spetta dimostrare equità e coraggio, non avendo margini espansivi di spesa e dovendo affrontare situazioni sociali pesanti e complesse, comuni a gran parte del mondo: incremento della disoccupazione e della povertà, … e, non ultime per importanza, sono peggiorate le condizioni di salute della gente: dovendo rinunciare, molti, alle cure essendo sprovvisti di denaro, e messi sotto scacco dal progredire di malattie sociali come la depressione e altre malattie mentali, quali prime cause di morte.
A quest’ultima affermazione qualcuno scrollerà il capo. Purtroppo, che le malattie mentali saranno la prima causa di morte, nel giro di pochi decenni e in tutto il mondo comprese le aree di sottosviluppo, è la OMS ad affermarlo.
Perciò il fenomeno meriterà sempre maggiore attenzione sia nel leggerne le cause sia nel trovarne i rimedi. Tema gigantesco. E’ presumibile, chiamerà in ballo i miraggi del consumismo e le ansie da inadeguatezza di risorse (economiche e mentali) per affrontare un mondo sempre più complicato e ostile a chi non si adatta velocemente ai cambiamenti. Come, in natura, spiega la legge di Darwin: sopravvivono solo i soggetti capaci di adattamento. Sempre che la politica non torni a leggere gli eventi e a tentare di governarli per il bene dell’umanità intera e non di ristrette oligarchie.
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Macron: Speranza…e illusioni in quel che resta della sinistra italiana
L’elezione di Macron a presidente francese rappresenta uno spartiacque politico, in Francia e in Europa, per quanti ancora si dicono a sinistra. La sinistra infatti è divisa tra soddisfatti e delusi dalla virata secca verso il liberismo, senza se e senza ma, rappresentata da Macron. Prodotto di Holland – socialista (?!) che definì i proletari “i senza denti” – presidente dal più basso indice di popolarità dopo l’adozione, tramite l’allora ministro Macron, di una normativa sul lavoro, simile a quella italiana, suggerita dal “mercato”, ergo dall’alta finanza da cui Macron proviene.
Ma allora, dopo aver assistito in Francia a imponenti e durature proteste contro quella legge, com’è riuscito ad essere eletto Macron al posto d’Holland? E senza aver fatto un grande strike di voti al primo turno, anzi, con la differenza di pochi decimali tra lui e altri tre candidati presidenziali? Leggendo i numeri, si direbbe che una grossa mano gli sia venuta dall’astensionismo (un terzo degli elettori) e dalla soap opera di Macron che è piaciuta più di quella della Le Pen (è scritto sulla Repubblica di oggi). Infatti l’alto voto operaio a favore della Le Pen fa intendere che la pregiudiziale antifascista sia risultata secondaria, mentre sarebbero stati determinanti altri fattori. Per primo il favore unanime dei media per Macron, oltre al serrate le fila dei partiti che si sono barricati, per la loro sopravvivenza, dietro al candidato meno peggio dei due, convinti che il loro voto sarà necessario per tenere in vita la quinta repubblica.
Ma il dato certo è che mentre la destra a riprendere consensi potrebbe riuscirci – vista la sconfitta non catastrofica del suo squalificato candidato Fillon, ostinato a restare in gara oltre la ragionevolezza -, al contrario, la sinistra socialista di governo è precipitata ai minimi storici, salvandosi bene, invece, la cosiddetta “sinistra populista” di Mélenchon. Che, va detto, non rappresentava questo o quel partito ma un’idea di sinistra critica e risoluta verso il governo nazionale ed europeo.
Senza troppe forzature, già c’è chi paragona Renzi a Macron. Renzi, agevolato dai fuorusciti dal PD e sostenuto dai voti alle primarie delle pantere grigie (l’età media dei suoi elettori, dal Corriere della Sera, viene stimata in sessantaquattro anni), sta raggiungendo la rottamazione prefissata. Con una linea politica già definita e praticata, neoliberista, più estrema di Berlusconi, suo passato e futuro alleato, a legge elettorale proporzionale vigente che, com’è probabile, resterà invariata.
Ma ci sarà un Mélenchon italiano?
La situazione sembra piuttosto complicata. Ad oggi marciano ciascuno per conto proprio: Civati, Pisapia, Sinistra Italiana, e quelli di Art. Uno, che puntano su Speranza, “più giovane di cinque anni di Renzi”. Divisi tra loro, con lo sbarramento al proporzionale, rischierebbero quasi tutti di restar fuori dal parlamento. Che per Art. Uno sarebbe la catastrofe. Dopo aver fatto da sponda e donato sangue elettorale al rampante e, oggi, inviso Renzi. Il quale già ha annunciato che non si alleerà con la compagnia di Speranza e Bersani (Ne ha dette di balle, questa affermazione sarà vera?). Mentre costoro si prodigano a dire che l’obiettivo principale è ricostruire un centrosinistra insieme al PD, smussandone eccessi neoliberisti.
Giorni fa, qualcuno chiese al novantenne Rino Formica un parere sulla scissione del PD, lui – che di scissioni socialiste è esperto fin dal dopoguerra, da palazzo Barberini in su – s’è mostrato molto perplesso. A suo avviso, per costruire un nuovo soggetto politico credibile, c’è bisogno d’un progetto forte, che non ha Art. Uno.
Può una frammentata diaspora a sinistra dar vita a un nuovo soggetto politico credibile, non avendo quasi più le pantere grigie che han fatto la scelta di star con Renzi? E senza appeal verso i giovani orientati a movimenti critici e radicali? Ad oggi, Art. Uno, più che altro, sembra un tentativo di far riemergere figure passate anche in modo contraddittorio. Leggevo infatti in questi giorni, su Facebook, che ci sarebbe l’orgoglio di ridare fiato ad aspirazioni patrimonio storico della sinistra (non male come idea) candidando a guidare Art. Uno l’ex sindaco di Cortona, che “non è stato nemmeno comunista” – era scritto quasi con orgoglio – e non è riuscito nel suo Comune a prendere tutte le preferenze espresse dal suo partito in occasione delle elezioni regionali, questa è stata la ragione principale della sua uscita dal PD.
Se lo stesso criterio selettivo dei quadri dirigenti venisse applicato su vasta scala, sarebbe evidente l’obiettivo di Art. Uno: far riemergere personaggi politici esausti. Per di più, e peggio ancora, non ancorati, al contrario di Mélenchon, a una robusta e credibile linea politica.
Perciò, più che ragionare sugli errori di Renzi (da scappatardi, gli elettori del referendum di dicembre c’erano già arrivati!) sulla base di circostanziate analisi, si dovrebbero fornire prospettive, non solo suggerimenti di dettaglio su questo o quel provvedimento governativo. Il Governo, infatti, una linea ce l’ha: assecondare la globalizzazione acriticamente.
Forse è semplicistico, ma oggi che si tende sempre più a scrivere e parlare per schemi (populismo, antipopulismo, globalizzazione, Brexit, antieuropei, europeisti… e chi più ne ha più ne matta) meriterebbe rispondere, come suggerisce il filosofo Diego Fusaro, a una domanda: si vuol stare dalla parte dell’1% del mondo o dalla parte del 99%? E da lì aggiustare il tiro su alleanze politiche, su proposte da fare e sui provvedimenti da approvare o respingere.
Ricordiamo che nel referendum costituzionale recente, oltre il 60% della popolazione si è pronunciata contro il progetto di riforma imposta dalla finanza mondiale, dunque si tratta di una discreta fetta di elettorato pronta a recepire messaggi che vedano partiti e movimenti dalla sua parte.
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Lettere d’amore e poesie di Ada Negri dedicate al suo grande amore, raccolte in un libro di Giacomo Pellicanò
Lo storico letterario Giacomo Pellicanò, ha tentato la difficile impresa, dopo aver raccontato per esteso in un primo libro “Ettore Patrizi. Da Montecastrilli a San Francisco” l’intensa, avvincente e, per moti aspetti, infelice storia d’amore tra Ettore Patrizi e Ada Negri, vi ritorna sopra, con un secondo libro. Riuscendo a carpire l’emozione del lettore, squadernando l’intero epistolario della poetessa nella fase cruciale della sua passione, consumatasi tra i 1892 e il 1896. Sapere già come andrà a finire la storia, anzi, “Due Vite Una Storia (Intermedia Edizioni)” – è il titolo della raccolta di lettere di Ada Negri – non toglie patos al lettore, condotto per mano da Pellicanò, a sfogliare il carteggio amoroso, con penna leggera e partecipe.
Potremmo pensare a una storia di altri tempi – essendo di poco più d’un centinaio di anni fa -: romantica, retorica, sdolcinata…un feuilleton sentimentale patetico insomma. Non voglio dire: niente di tutto ciò in questo libro. Perché le storie sentimentali han quasi tutte andamenti simili fino al finale che, in questo caso, è il disamoramento; come pure consueti sono i caratteri passionali: in cui l’amore si trasforma in folle allucinazione verso l’amato/a, continua, ossessiva, travolgente corpo e mente. Ma in questa storia c’è di più.
Ada Negri – giova ricordarlo – esordisce giovanissima e con successo con la raccolta “Fatalità”, del 1892, poco più che adolescente, facendo nascere la sua leggenda di “vergine rossa”, per aver scritto liriche improntate a libertà, eguaglianza, giustizia sociale, risvegliando coscienze proletarie, invitandole alla ribellione verso soprusi e sofferenze. Bastano pochi versi de “La sfida” per dimostrare la forza d’animo d’una ventenne ribelle: “O mondo grasso di borghesi astuti/ Di calcoli nudrito e di polpette/
Mondo di milionari ben pasciuti/ E di bimbe civette;/ O mondo di clorotiche donnine/ che vanno a messa per guardar l’amante,/ O mondo d’adulteri e di rapine/ E di speranze infrante;/ E sei tu dunque, tu, mondo bugiardo,/ Che vuoi celarmi il sol de gl’ideali,/ E sei tu dunque, tu, pigmeo codardo,/ Che vuoi tarparmi l’ali?… […]” .
La vita in un paese di campagna (Motta Visconti) dove regnava il duro lavoro dei campi, o la degradante disoccupazione, e la morte precoce del padre che costrinse la madre di Ada a impiegarsi in pesanti lavori manuali, furono circostanze e contiguità che aprirono gli occhi alla giovane maestrina: sul duro mondo del lavoro subordinato e le miserie materiali del tempo, portandola all’indignazione e all’adesione ai nascenti ideali socialisti. Ancor più alimentati dal fortuito incontro, che si trasformerà in amore, con lo studente di ingegneria Ettore Patrizi, proveniente da Montecastrilli, attivista socialista, inserito nella Milano “sovversiva” dei Costa, Turati, Kuliscioff,… e collaboratore del giornalista pacifista Moneta, unico italiano premio Nobel per la Pace.
Ettore Patrizi, oltre a condividerne i medesimi ideali umanitari, amerà Ada con gesti affettuosi, come il procurarle un lavoro da insegnante a Milano, e introducendola in ambienti culturali e giornalistici favorevoli alla cura della sua precoce fama artistica, scatenando in Ada smisurata considerazione, riconoscenza e dipendenza affettiva da Ettore. In modo tale da superare, per alcuni anni (fino al 1986), la sofferta lontananza dall’amato, che, poco dopo l’inizio del loro fidanzamento, sceglierà gli Stati Uniti come nuova destinazione senza portar con sé Ada. E’ questo periodo di lontananza, per Ada, causa di un tormentato, appassionato, immenso amore per Ettore, fino alla conclusione. Il tutto, ben documentato da Giacomo Pellicanò con poesie, anche inedite, e il fitto carteggio della poetessa (99 lettere e carte postali) che consentono al lettore di rivivere quegli struggenti momenti.
Negli anni di lontananza, Ada, sviluppando anche liriche dal tenore più intimistico degli esordi, vive nell’illusione di poter riabbracciare l’amato e costruire una famiglia, sollecitando epistolarmente Ettore a compiere il passo del ritorno, o, in alternativa, chiamandola a sé in America. Ella è disposta a ogni sacrificio, pur di realizzare il sogno d’amore. Finché l’attesa non si rivelerà vana, come descritto nella poesia “Mentre tu speri” “Mentre tu speri, e indomito/ L’onesto sguardo affisi a l’avvenire/ Mentre tu speri io soffro,/ E il gran delirio dei vent’anni e i sogni/ lentamente nel cor sento morire./ Io la struggente febbre/ Del tempo che ne incalza e ne sospinge/ Sento, e a la vita supplico/ Una sola, una sola ora di gioia,/ ma lo spazio s’oscura e si restringe./ La gioventù precipita,/ L’attimo fugge; – in lidi aspri e lontani/ tu lotti e m’ami e palpiti,/ E ridi, illuso, a le future ebbrezze,/ Ma non ritorni – e noi morrem domani.”
Il corposo carteggio non contiene solo le infinite sfumature d’un amore, ma, insieme alla trama di relazioni tra Ada e i parenti di Ettore, a Milano e Montecastrilli, documenta il fervore intellettuale e politico di Milano, epicentro culturale di una Italietta che vuol diventare grande. Anche se Ada sente più vicina la vita agreste del suo paese natio, più delle lusinghe e delle ipocrisie dei salotti metropolitani. Finchè, esausta dell’attesa, e quasi a dispetto, si sposa con uno strano ammiratore, cascando, sentimentalmente, dalla padella nella brace d’un infelice e breve matrimonio. E qui si conclude la storia.
Senonché Giacomo Pellicanò, in ultimo, lascia trasparire che avrebbe trovato nelle carte altri spunti da svelare: “Tra Ada e Ettore, in seguito calerà un fragoroso e assoluto silenzio. Caro lettore, la storia, però, non finisce qui, anzi, continua…” E, noi, se ci saranno sviluppi, saremmo curiosi di leggerli.
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Carlo Roccanti presenta il libro “Tutti dormono sulla collina di Dardano” di Ferruccio Fabilli
Cortona 21 Aprile 2017, Istituto Severini
Sono abbastanza abituato a parlare in pubblico e non mi emoziono di certo, però debbo ammettere che parlare davanti a un così bel gruppo di studenti un certo effetto me lo fa… anche perché questo doveva essere il mio “mestiere” che, ahimé, ho tradito a suo tempo. Dunque facciamo il cosiddetto “giro di tavolo” come si usa nei convegni o nei corsi di aggiornamento. Mi chiamo Carlo ROCCANTI , cortonese “doc” sono nato e vivo da sempre al Riccio, vicino a Terontola. Ho studiato anch’io tra queste mura, ai piani di sopra, al Liceo Classico come poi racconterò… Poi l’Università a Perugia e la Laurea in Lettera Classiche. Ma ancor prima che mi laureassi capitò per caso un concorso alla Cassa di Risparmio di Firenze e lo vinsi alla grande. Dato che appartengo a quella generazione che ha vissuto più o meno il mitico ’68, mi piace parafrasare la bellissima canzone di Antonello VENDITTI: “ Compagno di scuola, compagno di niente / ti sei salvato dal fumo delle barricate ? Compagno di scuola, compagno per niente / ti sei salvato o sei entrato in Banca pure tu ?” Ebbene sì, ci entrai e ci sono rimasto volentieri per tanti anni ,allora il Bancario era un privilegiato: nel 1977 venni qui alla Filiale di Cortona in Piazza Signorelli come cassiere, ultimo arrivato, e ne sono uscito nel 1993 come Direttore: una carriera un po’ all’americana… Sono fortunatamente in pensione dal 2009 e da allora mi occupo, ancor più di prima, delle cose che mi hanno sempre divertito: in particolare la poesia dialettale chianina (che ho cercato di divulgare in mille modi assieme all’amico Rolando Bietolini), la storia e la cultura locale, e il giornalismo. Un amore, quello per la carta stampata che mi porto dietro fin da ragazzo e che non accenna a diminuire, anzi… Ma veniamo all’assunto, al motivo di questo incontro. A parte qualche fugace e casuale incontro alle casse della COOP (meglio lì che…in Farmacia come dicono saggiamente i nostri vecchi), era un pezzo che non rivedevo il vecchio amico Ferruccio FABILLI. L’occasione è stata quella di una mia “Dissertazione semiseria” assieme a Sergio ANGORI e Rolando BIETOLINI presso il Centro Sociale di Terontola su un tema solo apparentemente frivolo: “Le corna nella letteratura e nella storia”. Ferruccio, che conosce bene i suoi polli, ne ha approfittato per “commissionarmi” la presentazione odierna di questo suo agile e bel libro “TUTTI DORMONO SULLA COLLINA DI DARDANO”. E’ andato a colpo sicuro perché sapeva che non potevo dirgli di no, non solo in virtù di una vecchia e solida amicizia, ma anche per tutta una serie di motivi che mi hanno stimolato. Il primo è stato il titolo del libro, anche se la foto di copertina mi ha indotto agli scongiuri di rito (vista anche la serata cui accennavo) accompagnati da qualche gesto apotropaico ben dissimulato. Eccellente l’idea di rifarsi all’”ANTOLOGIA DI SPOON RIVER” dello scrittore americano Edgar Lee MASTERS: un libro che ho letto e riletto ricavandone ogni volta nuove e diverse emozioni. Un libro che anche chi non lo ha mai letto lo conosce e ciò grazie alle immortali canzoni di Fabrizio DE ANDRE’ che lo ha letteralmente saccheggiato. In questo libro rivivono i personaggi di una “controcittà” di fantasmi in un tranquillo ed erboso cimitero del Midwest americano dove ognuno dalla sua tomba racconta la sua storia che viene fuori vera, reale, non più mascherata dal velo di ipocrisia che gli epitaffi incisi evidenziano. Un immortale atto di accusa contro lo stile di vita di un’America provinciale e puritana. Ferruccio, citando e facendo rivivere tanti personaggi come poi vedremo, ha ricreato genialmente una Spoon River cortonese appunto sulla “Collina di Dardano” .
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Ma non c’è solo questo: per quanto mi riguarda c’è anche la suggestione del luogo dove ci troviamo ora che mi ricorda tanti momenti di un periodo felice delle nostra esistenza, gli anni passati spensieratamente tra i banchi del Liceo: dopo poco sarebbe arrivata “la vita” con tutti suoi problemi. E la suggestione del luogo mi lega ancor di più al ricordo di Ferruccio Fabilli, mio compagno di banco in quel Liceo. Ho ricordato di recente quei momenti e quei “personaggi” in un mio articolo sul periodico del Centro Sociale di Terontola di cui sono in pratica Direttore, Redattore, Impaginatore, fotografo e via dicendo e che è giunto al n. 103: una triste occasione perché facevo l’epitaffio funebre di un coetaneo grande amico del nostro gruppo Angiolino FANICCHI. E in quell’occasione ha ricordato i vecchi amici, citandoli per nome ed anche per…soprannome: Augusto CAUCHI (il “Godzillo”), Moreno BIANCHI (“ Denoide”), Umberto SANTICCIOLI (“Zanzara”), lo stesso Angiolo FANICCHI (“Facchetti” per motivi…calcistici). Lo sapete come chiamavamo Ferruccio ? Sicuramente il soprannome l’avrò inventato io (ero geniale per queste cose): lo chiamavamo “Puzzo”. No, non pensate male…la cosa non era dovuta a motivi igienici, bensì a motivazioni di alta filosofia di vita. Infatti, capiterà anche a voi, quando ci intrecciavamo su discussioni infinite senza mai giungere ad una conclusione accettabile, la parola finale la metteva Ferruccio ed era immancabilmente: “ Ma perché ve la prendete ? Tanto è tutto…puzzo !” Pur giovanissimo, Ferruccio aveva già maturato una sua filosofia di vita da adulto, già sapeva dare alle cose il suo giusto valore ed era intimamente fedele alla poesia (“Tormentone” come si direbbe oggi) di San Filippo NERI (1515-1595) di cui cito solo la prima strofa (le altre ne ricalcano il concetto): “Se vivessi mille anni / nella gioia e senza affanni / ma alla morte che sarà ? /ogni cosa è vanità !” Forse era il ricordo inconscio di qualche buon insegnamento ricevuto nel breve periodo delle Scuole Medie che Ferruccio trascorse in Seminario. Il Seminario poteva essere l’incipit di una bella carriera stroncata però sul nascere : chissà, oggi sarebbe arrivato alla porpora cardinalizia in attesa di un ulteriore…scatto. Ma forse no: anche di quella avrebbe detto che…è tutto “puzzo”. Da una “chiesa” Ferruccio passò all’altra (a quei tempi contrapposta): lo attrasse il vecchio P.C.I. (che, badate bene, per moralità, correttezza e impegno nulla ha che vedere con l’attuale P.D.) dove fece “carriera” divenendo anche Sindaco di Cortona nel quinquennio 1980/85 e, se lo fosse stato nel precedente quinquennio, avrebbe trovato anche me in Consiglio, però nei banchi dell’opposizione. Rivestì anche le cariche di Consigliere e Assessore Provinciale, ma preferì non andare troppo oltre in tale ambito: restava legato ad una concezione “Berlingueriana” del partito e si stava accorgendo già allora che di roba del genere non ce ne era più in giro… Anche lui come me, che militavo nella vecchia Democrazia Cristiana, credo che ormai non si riconosca più in quello che è divenuta attualmente la politica: eccoci qua, due “reduci” che si leccano le ferite di antiche ed epiche battaglie . Invece allora ci credevamo: i nostri genitori avevano passato i burrascosi anni della guerra e ce lo ricordavano sempre, poi l’ideologia imperversava. Eravamo la generazione del ’68, quella degli scontri, delle accanite assemblee scolastiche… Ma una volta tolta quella “maschera” che doverosamente eravamo tenuti a portare, tornavamo gli amici e i goliardi di sempre. Non so se a livello didattico esistono ancora, ma allora imperversano i “Gruppi di studio” ed il migliore era senza ombra di dubbio il nostro. Vi leggo la formazione: il sottoscritto Carlo ROCCANTI (politicamente DC), Mario STOLZOLI (gruppettaro di sinistra), Augusto CAUCHI (extraparlamentare di estrema destra), Ferruccio FABILLI ( come me più… “inquadrato” ed allora organico al PCI).
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Le riunioni erano favolose con discussioni e bischerate che duravano ore, poi alla fine la solita domanda: “ Oh ragazzi, sveglia che c’è da fare la relazione !” E la conclusione era immancabilmente la stessa: “Dai, Carlo, pensaci tu…” E così succedeva ogni volta, ed ogni volta era il consueto… successone ! Lo fate di certo anche voi, non dite di no!, studiavamo le strategie per le interrogazioni e prendevamo in giro i nostri Professori: uno di questi è il mitico Preside Prof. Oreste COZZI-LEPRI di cui Ferruccio traccia un acuto ritratto che tra poco vi leggerò ben volentieri. Ma tornando alla prima “chiesa” di Ferruccio, una qualche prerogativa del “Prete” gli è sempre rimasta, ma in senso positivo, badate bene. Il “Prete” inteso come terminale e archivio vivente della cultura e della storia di una comunità, inteso come persona attenta e curiosa che inquadra la sua gente e della sua gente ricorda “vita, morte e miracoli”. E’ da questa immensa curiosità, oltre che dalle indispensabili e innate capacità tecniche, che nasce il Ferruccio FABILLI scrittore. Ricordo che fin dai tempi del Liceo aveva il pallino della Medicina: tentò quella strada, ma poi si limitò a fare l’infermiere professionale tenendo sempre d’occhio gli studi, anche se in direzione diversa. Dall’ampliamento della sua tesi di Laurea in Lettere e Scienze Politiche derivò la sua pubblicazione fondamentale del 1992: il ponderoso saggio storico “ I MEZZADRI” –LAVORO, CONFLITTI SOCIALI,TRASFORMAZIONI ECONOMICHE, POLITICHE E CULTURALI A CORTONA DAL 1900 AD OGGI”. Ed.Calosci per la CGIL in 1500 copie, ne possiedo una donatami da Ferruccio con tanto di dedica: la prima parte è una inesauribile fonte di notizie e riscontri storici sul mondo della nostra incredibile “Civiltà Contadina” e sui conflitti sociali che le sono girati attorno. Ma di questo libro io ho apprezzato particolarmente la seconda parte: quella con le interviste e le biografie. Un genere dal quale Ferruccio non riesce a staccarsi, dando in tale ambito il meglio di sé. Sa far rivivere i personaggi, li sa mettere nella giusta luce e questo suo lavoro continua imperterrito ancor oggi sul Periodico “L’ETRURIA” nell’ambito della seguitissima rubrica “GENTE DI CORTONA”. Non sto a tediarvi con i titoli delle molteplici pubblicazioni di Ferruccio perché se andate sul suo “sito” ci trovate tutto. Mi piace citare però due sue recenti “fatiche” che mi hanno particolarmente colpito. La prima è la ricostruzione di un delitto passionale tra coetanei ventenni del cortonese: il famoso “Delitto Gorgai” che tanto ci appassionò all’epoca anche in virtù dell’ipotesi, ben presto smontata, che si dovesse trattare di un delitto a sfondo politico. Si tratta di “FALCE E COLTELLO-DIARIO DI UN OMICIDIO-AMORI E POLITICA NEGLI ANNI DI PIOMBO”, una splendida ricostruzione nata, come ci ricorda l’autore, su sollecitazione del giornalista Michele LUPETTI. Ferruccio torna su queste tematiche degli “anni di piombo” con una delle sue ultime fatiche letterarie: “IL NERO DELL’OBLIO, DELLA VIOLENZA E DELLA RAGIONE DI STATO”. Una specie di intervista sollecitata dal vecchio compagno di scuola Augusto CAUCHI assieme a Luciano FRANCI (entrambi neofascisti aretini coinvolti in attività terroristiche nei torbidi anni ’70). Ho condiviso pienamente l’originale approccio all’argomento e la totale mancanza di pregiudizi: fatto ancor più apprezzabile, considerata la vecchia “fede” comunista di Ferruccio. Si perché Ferruccio è riuscito a scrollarsi di dosso le vecchie incrostazioni politiche che a volte ci impediscono di vedere le cose nella loro piena obiettività. Sperando di non avervi annoiato, vengo ora all’assunto dell’odierno incontro. Ho prima accennato alla rubrica che Ferruccio tiene per L’ETRURIA: il taglio “giornalistico” che giocoforza Ferruccio ha dovuto dare alla sua narrazione ha finito per “tarpagli le ali” nell’impianto di questo suo libro.
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Infatti ci sono personaggi che meriterebbero ben più del ristretto confine delle “due cartelle” (anche se spesso e volentieri…sfora). Il libro è un caleidoscopio di personaggi di ogni censo e specie: piccoli tasselli che, sapientemente intersecati l’uno all’altro, riescono a darci un’immagine vera di Cortona e della sua gente. Si tratta di personaggi che anch’io ho conosciuto in gran parte causa…l’età e che riesco ad apprezzare pienamente proprio per questo, cosa diversa da voi che non li avete conosciuti e lo capisco bene…Tornando all’ “ANTOLOGIA DI SPOON RIVER” , anche questi personaggi sono ormai tutti celati da una lapide o sotto un metro e mezzo di terra al Cimitero sulla collina di Dardano. Ridotti, per chi ci crede, a puro spirito: essenza volatile di una vita che rivive negli scritti di Ferruccio nella sua piena e greve carnalità. Aspetto questo che risalta in tutti loro evidenziando una stagione, a voi sconosciuta o quasi, dove erano questi i veri bisogni primari: si usciva da una guerra fatta di distruzioni immani, sia materiali che morali, ed ora bisognava ricostruire le case, le strutture produttive ed anche…i rapporti umani. Era un periodo difficile quando era a volte complicato coniugare il pranzo con la cena. Da qui le aspirazioni massime: la bella tavolata, il buon cibo, il vino che scorreva a fiumi e, perché no ?, le donne. Si, in molti di questi personaggi la donna è una specie di pallino fisso, la bussola che ha indicato la rotta sicura fino all’ultima stilla di vita. Cito per questo la parte finale di un personaggio “RENZO IL BECCAIO” (pag. 64): …”per fortuna e per il buon carattere, seppe coniugare amicizie, affetti parentali e avventure galanti senza finire in scandali, in guai, nelle insoddisfazioni e nelle delusioni in cui incappano comuni mortali dediti a qualche scappatella, non solo i libertini. Anche se costoro, vivendo licenziosamente, a maggior ragione, mettono in conto qualche dispiacere o disavventura. Perlomeno, questo racconta la letteratura al riguardo. Così come fu splendido il bilancio felice della lunga vita di Renzo: “…io mi sono divertito tanto !” che non è fortuna da tutti. “ Anche il lessico di Ferruccio, di solito misurato e finemente ironico, si adegua spesso a queste grevi forzature gergali che però non stonano inserite nel contesto di questi personaggi. Sono espressioni incollate alla loro pelle che non vivrebbero senza di loro e…viceversa. Ognuno scrive delle cose che conosce a fondo, del mondo e degli ambienti in cui ha potuto contattare queste persone. All’opposto di me, Ferruccio ha vissuto in ambienti di “sinistra” quando le categorie novecentesche di “Destra” e “Sinistra” avevano ancora un senso, diversamente da oggi. E pertanto c’è questo “fil rouge” che lega la maggior parte dei personaggi di Ferruccio. In tutto questo leggo però il rimpianto e la nostalgia di quel mondo “eroico” che ormai da un pezzo non c’è più e che per Ferruccio porta un preciso punto di rottura: la scomparsa di Enrico BERLINGUER, un politico che anch’io ho sempre stimato (pur essendo lontano anni luce da quella ideologia) e che resta un “gigante” se messo a confronto con gli odierni politici di quell’area. Ferruccio ama, come me del resto, anche la fotografia: fotografare vuol dire in qualche modo fermare il mondo, cristallizzarlo in un’immagine mentre la vita e tutto il resto prosegue nella sua corsa. Da qui il valore di questa pubblicazione: ci mostra uno spaccato di vita che è già sfocata e della quale, prima ancora di quello che si possa pensare, il ricordo potrebbe svanire del tutto. Il bello di questo libro è, come dice Ferruccio, che è palindromo: lo si può leggere compiutamente partendo a scelta dall’inizio o dalla fine, sfogliandone a piacimento i personaggi come i petali di un bel fiore.
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Ma prima di passare alla doverosa lettura di alcuni brani, non posso fare a meno di citare testualmente quanto Ferruccio FABILLI scrive nella “postfazione del libro”, un brano che ci fa capire il succo di questa sua fatica letteraria. Scrive Ferruccio: “ Il ventaglio umano del passato impresso nel mio immaginario, sottoposto a un’operazione affettiva e liberatoria, ha provocato il riaffiorare, allo stesso tempo, di tipi “anonimi” insieme a quanti appartennero alla “mitologia” popolare, nel territorio dell’antica cittadina. Espressioni degli infiniti percorsi di vita: nobili, popolani, artisti, intellettuali, perdigiorno, contadini, ubriaconi, preti…iscritti nel mosaico antropologico della Città e del suo vasto territorio, finché si son dispersi nel nulla, accomunati dallo stesso destino. E nessuno è stato solo com’è parso: saggio, pazzo onesto, sincero, bugiardo…come pure-chiosando Pirandello-finiremo tutti per lasciare uno, nessuno, centomila ricordi di noi “.
Passando alla lettura di qualche brano, considerato il luogo non posso che partire da Oreste COZZI-LEPRI, Preside e Insegnante di Storia e Filosofia (pag.110). Nel tracciare il personaggio e la sua particolare “didattica”, Ferruccio ricorda che le sue scarne lezioni finivano sintetizzate in un “mitico” quaderno in auge da decenni e che ogni anno perdeva qualche pagina. Ferruccio lo ha perso: io invece no e lo conservo gelosamente ai piani alti di una delle mie tante librerie. Il “quaderno” era la base imprescindibile per le sue interrogazioni. Io non lo compresi subito e mi presentai alla prima interrogazione forte di approfonditi studi sul libro di testo: interrogazione tecnicamente perfetta e approfondita, ma rimediai un modesto 6 e mezzo: “benino – mi disse – ma occorre individuare il succo delle cose”. Compresi però la lezione. Con un decimo della fatica mi “abbeverai” al “testo sacro”, al “quaderno” e da allora in poi fu sempre 8, immancabilmente. Eppure, quando agli esami di maturità potevamo scegliere una materia per gli orali, fui il solo in tutto il Liceo a portare “Filosofia”. Oreste faceva parte della commissione di esami come “membro interno” e quando mi trovai in difficoltà in una risposta, non so se fui io a interpretare male il suggerimento o lui a darlo sbagliato, la padellai. Ma seppi poi riprendermi alla grande (per lo studio ero andato naturalmente ben oltre il mitico “quaderno”) e fui gratificato alla fine con 60/60, unico “maschietto” oltre a tre colleghe del “gentil sesso”.
Altro personaggio che ho conosciuto per motivi di “lavoro” in quanto la Cassa di Risparmio di Firenze gestiva il Servizio di Cassa e Tesoreria dell’ Ospedale di Cortona è Angiolo SALVICCHI detto “Scadaglio” (Pag. 65)
Poi, per fare anche un breve ripasso di storia locale del primo dopoguerra, è impossibile non citare Alessandro FERRETTI, “ALESSANDRO, conte, sindaco e contadino” (Pag. 15)
Poi, per ricordare qualche significativo spaccato di vita del “Ventennio Fascista”, mi piace ricordare Guido CALOSCI “una vita immersa nell’odore di inchiostro” (Pag. 106) anche in onore del figlio Giuseppe e del nipote Gaetano con i quali sono in continuo contatto per la stampa del giornale.
Ed infine Mario CHERUBINI “Mario guardia del Papa”, padre di Lorenzo “JOVANOTTI” (pag. 77)











