I dolori dei “giovani” Bassolino, Cofferati, D’Alema… interessano ancora la sinistra?

postato in: Senza categoria | 0

Avendo rinunciato all’impegno politico, da una decina d’anni, m’ero proposto di parlare di politica in presenza di vere “novità” o in situazioni dannose per il “popolo”, da romantico d’una sinistra che non c’è più. Astenendomi dal giudicare dibattiti interni ai partiti residuali che in qualche maniera si richiamano alla sinistra,  autoreferenziandosi, perché magari eredi di elettorati, sedi, soldi, quadri dirigenti, simboli, ecc. ecc..

Quando, però, come oggi, sentendo assurgere certa gente a interpreti d’un pensiero politico che sono stati loro stessi ad affossare, ti senti quasi costretto a dir loro: basta! Avete preso, e seguitate a prendere in giro…di quale sinistra parlate?

Non sono Renziano. Conosco un certo modo di comportarsi dei politici alla fiorentina, conosco la loro boria, per non dire altro: più intelligenti, più capaci, ecc. ecc.; oltretutto Renzi è un democristiano di quelli che non mi piacciono, mentre ce n’erano davvero in gamba. Ma, considerando che certi miei amici, compagni di base di lungo corso, ebbero subito simpatia per Renzi, intenzionato a rottamare i soliti noti, volli vedere se fosse riuscito nell’intento; sperando pure che, agendo,facesse pure qualcosa di sinistra.(Non ci credevo tanto, ma ridotti alla canna del gas ci si attacca ad ogni flebile speranza).

Cosa hanno rappresentato i vari Bassolino, Cofferati, D’Alema, Bersani e giù giù tanti altri ex PCI, PDS, DS, PD? Mi limiterò a poche cose, per non annoiare. Innanzi tutto, scomparso Berlinguer, han fatto fuori brutalmente il successore Alessandro Natta, con il classico colpo di palazzo: era “la vecchia politica”, sostituendolo con Achille Occhetto. Al quale fu consentito di cambiare nome al PCI, ma – arrivato in questi giorni ai suoi ottanta anni – ha dichiarato la sua delusione di non aver fatto uscire il nuovo partito a “sinistra”, bensì, conviene lui stesso, fece nascere un’altra cosa… Tuttavia, considerandolo inaffidabile, capace cioè di tentare di riportare a sinistra il neonato PDS, fecero un altro colpo di palazzo, estromettendolo. E, da lì, uscì allo scoperto un duopolio che sarebbe durato diversi anni: D’Alema e Veltroni, benedetti dal grande vecchio Napolitano, vero ideatore e vincitore della partita del “cambiamento”: avendo favorito, con i “miglioristi”, la trasformazione del partito comunista in qualcosa di nuovo e diverso anche dai socialisti, da partito anticapitalista, o comunque critico verso il liberismo, a partito filoamericano, e filo liberista, nel senso più stretto possibile. Dopo aver lui stesso criticato (quanto convinto, non si sa?) sia come si stava affrontando la moneta unica, sia il trattato di Maastricht, che, ieri come oggi, fu ben chiaro: si trattò della capitolazione comunista e socialista europea al neoliberismo, sortendo quegli effetti che oggi sono sotto gli occhi di tutti: milioni di disoccupati in più, riduzione dei diritti nel lavoro, nell’accesso agli studi, alla sicurezza sociale, alla cura della salute, e ingaggiando la lotta ai “privilegi”… dei poveri! In favore della finanza e delle multinazionali e di una burocrazia ottusa che si è dedicata in larga parte a regolamentare come deve essere fatto il formaggio o la cioccolata, non più seguendo tradizioni o inventive artigianali, ma standard industriali (le multinazionali – Nestlé Monsanto ecc. ecc. – ringraziano). Tanto per esemplificarne lungimiranza e vantaggi per consumatori e produttori.

Da Maastricht in poi, chi ha notato la differenza tra sinistra e destra, in Italia ed in Europa? Tanto ché il quesito, s’era ancora possibile parlare di quelle categorie politiche, nei mass media fu trattata come roba non da Novecento, ma come disputa addirittura da Ottocento, da primordi  delle ideologie e della industrializzazione.

Bene. Sugli svantaggi per i cittadini europei non è il caso di soffermarsi, insieme, ovvio, ad alcuni vantaggi che, però, messi sui piatti della bilancia non vedono proprio un equilibrio, ma, come molti economisti ammettono, la comunità europea, così come s’è organizzata, non avrà vita lunga potendo implodere da un momento all’altro (anche per cause esterne, come gli attuali enormi flussi  migratori) e avendo fatto tali e tanti danni, tra cui mettere la Germania al timone…quel che non le era riuscito con ben due guerre mondiali!

Ma torniamo a bomba, sui nostri fenomeni politici che si lagnano di Renzi. Il quale, per loro disgrazia, ne ha presto imparato i trucchi per l’ascesa e il consolidamento al potere. Gli stessi trucchi usati in passato dai sedicenti portatori dei veri ideali di sinistra; ideali dei quali, come dimostrato, non si sono fatti certo paladini, se, pure un commediografo come Nanni Moretti, ebbe a dire: “D’Alema, dì qualcosa di sinistra!” Che gli scappi detta ora, che sente il potere sfuggirgli di mano, mi sembra un po’ tardi, ma, soprattutto ha dell’incredibile. Oggi, infatti, sul Corriere della Sera ha sostenuto che l’elettorato di sinistra si asterrebbe dal voto perché  non si riconosce nel neonato partito della Nazione, e altre affermazioni riguardanti l’arroganza tenuta dai Renziani verso i vecchi dirigenti riconducibili al PCI. Ma non era stato D’Alema stesso, nella famosa commissione Bicamerale, ad avviare con la destra quel che il magistrato milanese Colombo ha definito la realizzazione del progetto della P2 per l’Italia? I suoi successori, nel PD, sembrerebbe non stiano facendo altro che quello…ma di questo lui non parla. Così come, purtroppo, non  affronta i nodi che hanno allontanato, da anni, gli elettori dalla politica.

Un tempo, la sinistra, era abituata ad analizzare certi fenomeni, siccome sta lì il tema dei temi: forse che i motivi principali del disamore verso la politica non andrebbero ricercati nel non aver risolto la questione morale di Berlingueriana memoria? Anzi, la sinistra ha messo tasselli importanti perché la degenerazione politica franasse ancor più, avendo stabilito per i dirigenti pubblici la fedeltà non alla Nazione, come stabilito nella Costituzione, ma la fedeltà a chi in quel momento amministra, con tutto quel che comporta di bieco opportunismo ed inefficienza. Ed è sotto gli occhi di tutti, come l’obiettivo della conquista del potere sia così spesso ridotto a connubi di questioni personali, di affari, di lobbies,… quando il potere non è addirittura obiettivo del malaffare, che, anch’esso, con le piccole o con le grandi organizzazioni criminali, s’intromette nella politica senza pudore. Ecco dove è finita l’eredità Berlingueriana, nel perseguire il suo contrario: la questione immorale.

Perciò, penso, solo quando sentiranno  qualcuno dire cose veramente di “sinistra” (cioè al centro di tutto gli interessi popolari veri, delle persone, possibilmente mirati ad alleviare le sofferenze degli ultimi, sforbiciando privilegi assurdi, non consentiti neppure nei paesi dei nostri partners “occidentali”) gli elettori, forse, potrebbero tornare a interessarsi di politica. Stando così le cose, invece, quei pochi ancora che seguono la politica saranno unicamente attratti dalle idee di qualcosa di nuovo (senza badare troppo ai contenuti) e, solo ad esso, si attaccheranno. Dunque, addio ai vecchi tromboni della politica. Non hanno più chance. Come usava dire un tempo: si sono dati da soli la zappa sui piedi! O anche: chiudono la stalla quando i buoi sono scappati.

EDO BIANCHI, farmacista, cultura enciclopedica e fantasia da ragazzo per il gioco

postato in: Senza categoria | 0

PRIMA_COVER_TUTTI DORMONO copiaFu battezzato Alfredo, ma essendo figlio di Alfredo all’anagrafe lo ridussero in Edo. Il padre aveva aperto una farmacia a Camucia nel 1925, in via Regina Elena, pur non essendo laureato, nominando direttrice una farmacista, finché non giunse Edo col  titolo di studio giusto a sancire l’unità aziendale tra proprietà e direzione della Farmacia… Alfredo Bianchi.

Edo il farmacista, vorace studioso capace di spaziare nei campi più disparati del sapere, coltivava le passioni con grande meticolosità: ad esempio, quando fu attratto dalla prestidigitazione si faceva mandare pubblicazioni dall’America (Las Vegas), dall’Inghilterra e dalla Francia, per apprendere direttamente i trucchi più innovativi, essendo capace di leggere e capire sia l’inglese che il francese. Per il gusto di sapere, ma anche di stupire e insegnare ai numerosi e fedeli amici gli ultimi giochi appresi.

Dietro un fisico da intellettuale, dalla classica pancetta, nascondeva lo spirito atletico del giocatore di calcio. Ogni giorno, dopo pranzo finché non riapriva la farmacia, trasformava il sagrato della chiesa, dietro casa sua, in campo di calcio in una sfida continua con l’antagonista fisso: lo scarpaio Giando (Giandomenico Ciculi). Siccome gli piaceva vincere sempre, e ci riusciva, prendeva nella squadra da lui capitanata i migliori ragazzi che si presentavano a tirar di calcio. Ragazzi che magari già militavano nella locale squadra del pallone. Tra i più assidui ricordiamo: Rossano Romizi, Camillo Ghezzi, il Bufalini, Bartolozzo e il figlio Alfredino, che spesso era stretto tra due fuochi: il babbo Edo che lo incitava  a tirar calci al pallone e la mamma che dalla finestra lo richiamava: “Alfredino, vieni a fare i compiti!”. Il babbo trattava il figlio da fratello, portandolo sempre con sé nel tempo libero dal lavoro e dalla scuola. La mamma invece era propensa a tenerlo discosto dal padre, specialmente quando l’uomo si abbandonava alle intemperanze verbali, per qualche contrarietà di gioco, spargendo in aria rosari di bestemmie! Che, nel piazzale della chiesa, immancabilmente fiorivano ad ogni istante sulla bocca dell’assatanato sportivo farmacista. A quell’andazzo di blasfemia giaculatoria dovettero mettersi l’animo in pace pure i preti don Brunetto e don Aldo, era il farmacista…come rimproverarlo! Oltretutto sua moglie era la stacanovista tra i fedeli partecipanti ai riti religiosi, e sempre pronta a segnarsi con la croce a ogni bestemmia del marito che le giungeva alle orecchie. Anche se, a onor del vero, Edo non era amorale o anticristiano, ma il moccolo gli veniva spontaneo come fosse un’interiezione, da toscanaccio. (Secondo il sociologo Vittorio Dini tale mania giaculatoria, tipica toscana, sarebbe derivata da una tradizione precristiana, allorché nei pagus i contadini usavano recarsi nei crocicchi campestri – dove si pensava stazionassero gli spiriti – a incitarli, anche con male parole, affinché proteggessero la famiglia, le coltivazioni e gli animali domestici).

La consuetudine delle partitelle postprandiali finirono per un dispetto di Giando, stanco di perder sempre, sgambettò Edo sul marciapiede, al quale, cadendo rovinosamente, gli si ammaccò un ginocchio invalidandolo e facendogli perdere la voglia di giocare. Tuttavia l’incidente non guastò l’amicizia tra i due, che condivisero nell’arco della vita gran parte dei loro hobbies. Prendiamo il modellismo. Edo, nel 1972, aveva acquistato i pezzi per ricostruire la mitica nave Victory di Orazio Nelson, che nei dopocena ricompose diligentemente, facendosi predisporre il cordame dalla moglie di Giando. Lo stesso amichevole sodalizio, allargato a un gruppo di amici che si era consolidato nel tempo, si dedicò alla costruzione di modelli di auto, aerei,… giocattoli telecomandati; Alfredino non dava una mano, ma ne approfittava come giocatore. I modellini semoventi che più attizzavano Edo erano gli aerei per il suo gran desiderio di volare, senza per altro potersi togliere, in tutta la vita, la soddisfazione di quell’esperienza, almeno una volta. Fu una dei pochi desideri insoddisfatti del farmacista. E anche i modellini volanti creati da Lui, il più delle volte, a sperimentarli era Mauro Zucchini, avendo più tempo da perdere.

Nel tempo era maturato a Edo un pallino intrigante: la fotografia e la cinematografia, dotandosi dei migliori strumenti in commercio, compresa l’attrezzatura per lo sviluppo con cui nottetempo in farmacia armeggiava anche per la meraviglia del figlio che assisteva alla trasformazione dei negativi in immagini stampate. Ancor più impegnativa fu l’esperienza cinematografica, dov’erano coinvolti il solito Giando, lo Zucchini, Rolando Cangeloni, Ivo Broccolini, personaggi che oltre a dare il loro apporto tecnico e creativo, s’impegnarono anche a insegnare ad altri amatori l’arte della ripresa, della sceneggiatura, dell’allestimento della colonna sonora… Si era creato insomma un gruppo di cineamatori quasi professionali che si cimentarono in numerosi lungo e cortometraggi, in cui furono coinvolti loro stessi come attori, affiancati da protagonisti occasionali in parti, spesso, consone  alle rispettive attitudini quotidiane: come il giocatore di pallone Rossano Romizi o lo stracciarolo Aldo Cardosi, presenti nel lungometraggio intitolato “Il falso Michelangelo” – giunto secondo al premio Viareggio. In cui il collante della storia è un biglietto da diecimila lire con il Michelangelo in una facciata, ma di quelli falsi emessi dalla Kraft per pubblicità. La scena inizia con un Camuciese emigrato che torna dopo anni al paese d’origine facendo visita a un amico che, durante una passeggiata insieme, raccoglie da terra la famigerata banconota e se la mette nel portafogli. L’amico ritornato, frustato dalla esclusione da un qualche beneficio derivante dalla banconota, aggredisce il compare maltrattandolo. Mentre  tra i due si sta chiarendo che era uno scherzo, la banconota prende il volo e cade nei pressi del giovane calciatore Rossano che, palleggiando, sognava di comprarsi un paio di scarpette chiodate nuove. Con quella manna piovuta dal cielo il ragazzo va dallo scarpaio Giando per realizzare il suo sogno,  e che, durante la prova delle scarpe – in dissolvenza -, si vede giocatore con la maglia amaranto dell’Arezzo. Ma al pagamento gli viene contestata la falsità delle diecimila, gettandolo nello scoramento, e, mesto, si reca al bar del Baffo. Dove, imbronciato, prima si nega agli inviti dei coetanei a giocare al bigliardino, poi accetta, gettando per strada la moneta falsa. Passando di lì il raccatta robe Aldo Cardosi – dello stesso mestiere nella vita reale –  non fa a tempo a impossessarsi del Michelangelo falso che viene investito da una autovettura davanti alla farmacia del Bianchi. L’incidente però si risolve senza danni per Aldo che convinto trattarsi di un miracolo, avvenuto sotto lo sguardo della statua di Cristo Re collocata sul frontale della vicina chiesa, deposita la moneta come elemosina nel santuario. Il film si chiude con il gobbetto Aldo che s’allontana caracollando lentamente in dissolvenza. (Superfluo dire che la dissolvenza ancora fosse capacità tecnica da professionisti).

Edo, ammiratore della cinematografia francese propensa al surrealismo, rivela questa vicinanza già nel titolo del corto: “La foglia morta”. Dalla trama semplicissima. Nel viale della stazione di Camucia (l’unico alberato sui due lati) c’è un assembramento circolare di persone che  guardano in basso. Finché sopraggiunge un medico in Ape, che entra nel cerchio, si abbassa, e dopo un po’ rialzandosi fa cenni col capo che non c’è più nulla da fare: è la prima foglia morta d’autunno, che appare lentamente in primo piano.

Nel gruppo di cineamatori – invertendosi anche i ruoli: Edo e Giando, in particolare, si mutavano una volta da registi e l’altra da compositori di colonne sonore – c’era un certo eclettismo nei generi: dalla commedia, al comico, al western,…dove tutti si intromettevano nelle scene come protagonisti di scazzottate, accoltellamenti, sparatorie,…ragazzi attempati in vena di giochi pazzerelli col pretesto del cinema. Edo amava la spiritosaggine. Consumato barzellettiere, raccoglieva pure spunti dalla realtà, trascrivendoli nei suoi appunti. Come quello dell’allevatore che gli chiese “una pasticca per far tornare la troia al verro”, o l’altro che voleva “una aspirina fosforescente” o di chi gli glorificava un felice incontro con una donna speciale: “E’ una puttana, ma seria, seria!…”. Avendo il dono di ispirar fiducia, spesso gli toccava il ruolo di confidente su questioni personali, quelle che, ovvio, non trascriveva nei diari.

Uguale fiducia non l’ebbe dal Vescovo, che gli negò il beneplacito di partecipare alla trasmissione televisiva Campanile Sera.  (Gioco a quiz in cui erano in lizza due città). Per il Vescovo era pericoloso far rappresentare Cortona da quel pozzo di sapere, purtroppo però bestemmiatore compulsivo. Che fu lasciato a patire, attaccato al telefono presso il Ristorante Tonino, mentre comunicava le risposte tutte corrette alla piazza, che non seppe trasmetterle altrettanto correttamente al concorrente che alla fine del gioco azzeccò una sola domanda! Ovviamente travolto da una gragnola di bestemmie e vaffanculo, non solo di Edo, per la figuraccia di Cortona in visione nazionale.

Il farmacista trasmetteva il suo sapere enciclopedico non da saccente, bensì gentilmente: “incantava con le sue parole”, affermava il prete di colore Jean Marie. Che spesso gli faceva visita a domicilio quando non poteva più muoversi da casa a causa di ginocchia malandate. O come testimoniava la sua collaboratrice domestica, una donna di estrazione culturale non elevata, che ebbe a dire: “Ho imparato da Edo in poco tempo tante di quelle cose, più di quante ne avevo apprese in tutta la vita!”

E, finché si era potuto muovere, aveva dispensato la sua conoscenza, mescolandola con ironia (e qualche moccolo d’interiezione), agli avventori della sua farmacia, o in piazza o nei bar senza la boria dei sapienti. Un modo di contribuire alla crescita dello spirito critico e della curiosità di gente magari più presa dall’agire che dallo studio, andando a braccetto (idealmente s’intende) con l’altro nouveau philosophe camuciese il Pittiri, anch’egli impegnato a insegnare a chiunque il pensiero libero.

Figlio di un socialista, Edo si professava radicale ante litteram, una sorta di liberal all’anglosassone, affiancato dal Pittiri un sui generis anarco- comunista. Ambedue popolari nella nascente cittadina di Camucia, perché attenti e coinvolti nella vita comune della gente. Edo aveva pure versato un contributo alla costruzione della locale Casa del Popolo (lasciata ignominiosamente in degrado), e, pur non essendo iscritto ad alcun partito, capace di un attivismo politico e culturale prezioso e raro.

 

 

 

 

Un invito alla lettura di un’opera dall’insolita cornice – Un racconto tratteggiato di volti  

postato in: Senza categoria | 0

 

PRIMA_COVER_TUTTI DORMONO copia (1)Inizia così, intorno a un focolare questa storia, dove Ferruccio ci allieta di piccoli aneddoti che, l’uno dopo l’altro, tratteggiano l’indole di Cortona e del suo territorio.

Un luogo, la grande storia si esprime in siffatta maniera in questa serata che scorre piacevole e calda. Sentirsi a casa, e sentirsi appartenere ad un tempo ed un luogo anche sconosciuti ma che avvolgono la tua vita.

Fioriscono i racconti in questo libro fatto di fatti, di ritratti acquerellati che tracciano le sembianze di persone che, come ovunque, caratterizzano e si fanno portavoce di un’identità, di un modo tutto tipico, di radici culturali, di trame e rami familiari, sociali che si estendono fin nel futuro.

La tensione narrativa è racchiusa nei personaggi che si svelano, e disvelano lo sguardo e la fisionomia di una città che, come “Ademaro, dongiovanni discreto e romantico”, seduce elegantemente chi vi si avvicina.

Uno squisito stile quello dell’autore, figlio e profeta di questo luogo e in quest’impresa; dove ogni singolo dettaglio è espressione di ricerca e gusto di un uomo appassionato e attento che, con lieve ironia, allieta i presenti e accarezza mordente chi si lascia toccare da ciò che la sua penna imprime sulla carta.

Esilarante e delicato – lo ha definito Lorenzo, in uno scambio di battute che ci porta con avidità a scoprire quanti più succulenti particolari di una cronaca, di una novella che tocca le corde della curiosità e muove il sorriso.

Il cuore pulsa dove sente la vita – e “Tutti dormono sulla collina di Dardano”, con in copertina l’immagine di una veduta dall’alto che, di Cortona, pone in primo piano il cimitero, paradossalmente rappresenta bene uno spirito, lo spirito di persone, che lì si acquietano ma non muoiono.

Non si spengono, così come la loro memoria che corre tra i fili di un quotidiano narrarsi; lui, che tiene sveglio e tignoso, con la battuta sempre pronta, quel carattere tanto bestiale e così poeticamente dionisiaco da raccontare il volto e la dignità speciale di uomini e donne con così tanto gusto e rispetto per la vita.

È geniale come questo animo critico, attento al cambiamento, scevro dai moralismi dei tempi, castrati, bacchettoni e ipocriti ci libera, con il gioco accogliente e scoppiettante del fuoco, di ogni fardello e ci invita a sorseggiare quel banchetto offerto in questo splendido casale della campagna toscana.

E l’atmosfera conviviale che mi sovviene è la stessa che ripercorro con la lettura di questi attori: tratteggiati con tatto e discrezione, fatti “di radici profonde e un duro carattere per reggere tanto gusto per la vita”, ordinati e dipinti con “labbra strette e amare che avevano baciati tanti uomini e non per amore, un’immagine diversa dalla solita bocca di rosa”, ma con “un sorriso felice che non ha mai fatto pesare la fatica e che a ricordarlo fa tremare il cuore”.

Un’esperienza che spero possa ripetersi, iniziata con la presentazione di un’opera capace di rappresentare lo spirito di corpo di questo paese e superare l’estraneità in questo incantevole spazio che, in un’amichevole alleanza tra chi la cultura la ama e chi la cultura la crea, fedelmente ha saputo riproporre il “topos” la vera natura e l’autentica personalità di luoghi e persone che sanno al pari incantare e prendersi gioco umilmente di sé.

Ebbra e densa i sapori intensi la cornice, come l’opera in questa serata organizzata dalla Libreria “Le Storie” di Federica Marri, intorno al focolare dell’agriturismo di Chiara Vinciarelli in via della Stella, venerdì 12 febbraio.

Silvia Rossi

FRANCOIS MITTERRAND, grande statista europeo legato a Cortona  

postato in: Senza categoria | 0

A venti anni dalla scomparsa di François Mitterrand è giusto ricordarlo tra i più apprezzati statisti europei e tra i migliori presidenti della Repubblica Francese. Come testimoniarono il consenso popolare, che lo tenne ai vertici politici ben 14 anni; le opere pubbliche meravigliose realizzate a Parigi e in Francia sotto la sua presidenza; e il suo contributo determinante alla costruzione della Europa nuova. A cui gli Stati avrebbero ceduto parti consistenti  della loro sovranità, nella speranza di pace interna e  arricchimento ( economico, sociale, culturale) espandendo  diritti e opportunità. (Anche se oggi siamo ai ripensamenti, per crisi di fiducia: non tanto sulle remote premesse europeiste, quanto sulla loro attuazione pratica).  E sapere che, l’illustre concittadino onorario, tenesse Cortona tra le città italiane più amate, insieme a Firenze e Roma, era gratificante. Affetti, i suoi, estesi a persone, istituzioni, arte e storia locale. Un politico particolare per cultura e determinazione, di cui conservo libri regalati dallo stesso.

A partire dal collage di immagini e articoli di giornale sul 10 maggio 1981, nell’ occasione dei festeggiamenti per la sua prima elezione a Presidente della Repubblica. Ci sono i discorsi tenuti negli anni della militanza socialista, insieme ai saggi che, a ogni uscita, suscitavano discussioni, non solo nella sua area politica e in Francia, ma in tutta Europa. Chi ha buona memoria, nella mia generazione, li ricorderà: “Ma part de verité” [La mia parte di verità], sui controversi rapporti con altri partiti di sinistra, nello sforzo unitario ch’ebbe pure  momentanei successi; fino ad attrarre, al suo partito, dirigenti e militanti comunisti  (affascinati dalla sua leadership). Inoltre, ci sono i suoi obiettivi di governo in : “Ici et maintenant” [Qui e ora], “La paille et le grain” [La paglia e il grano], “L’abeille et l’architecte” [L’ape e l’architetto].

Presagiva l’idea di un’Europa Unita, anche a livello monetario, al fine di impedire che un marco forte riportasse l’Europa a situazioni prebelliche; idea che certi gli hanno rimproverato. L’operazione Euro – a lui successiva –  ha avuto tra gli effetti indesiderati di rafforzare  l’economia tedesca. Ma da Mitterrand ad oggi è passata acqua sotto i ponti, e sarebbe semplicistico addossare alle vecchie generazioni errori successivi, riguardo strategie deleterie per cittadini e imprese. Senza l’intento di scagionarlo da eventuali errori di valutazione (contenuti, ad esempio, nel Trattato di Maastricht). Non ne avrei neppure le competenze. Di sicuro, senza indulgere a nostalgie anacronistiche, era di pasta diversa, più sostanziosa, meno sfuggente di tanti successori. (Non a caso si circondava delle migliori teste pensanti, fronteggiandole alla pari). Come quando, in pubblico, prendendo  per mano il Capo Tedesco, Kohl, sancì la fine di un capitolo tragico nella storia europea, aprendone uno nuovo, improntato alla libertà e alla solidarietà tra popoli.

Sempre dagli scritti, resta il messaggio da molti abiurato o messo in soffitta: la validità dell’idea socialista anche in società avanzate, nelle quali diseguaglianze di opportunità , povertà e disoccupazione sono assillanti, pure in contesti, all’apparenza, opulenti. Con differenze abissali tra chi ha tutto e chi niente. E chi sta in mezzo teme il peggio. Egli credeva – idea comune ai socialisti veri – nella centralità del “controllo dei mezzi di produzione” da parte dello Stato (singolo o associato), non imprenditore (salvo casi particolari, o in produzioni strategiche), ma Stato regolatore. (All’opposto di quanto sta accadendo, da un bel po’, dov’è l’economia a dettare le regole alla politica). D’altronde, alcuni spunti sarebbero già previsti, ad esempio, nella Costituzione Italiana: le imprese perseguano scopi sociali e perciò vanno tutelate. O ragionamenti, sullo stesso tenore, riferiti alla tutela del risparmio, anch’essi  presenti in Costituzione…(Qui però è meglio stendere un velo pietoso, visti i nuovi scenari, per cui, in caso di fallimenti bancari, a pagare saranno i risparmiatori, se pur esclusi dalle decisioni prese dai vertici!). Almeno gli eredi del socialismo – chi per il nome chi per lo schieramento – dovrebbero ricordarne il valore di certi principi nell’azione quotidiana di governo. Mentre desta meraviglia come, all’unisono, espressioni politiche di interessi diversi se non contrapposti assecondino politiche iper-liberiste, come nel caso del sistema bancario. Sarebbe ragionevole aspettarsi, invece, dagli eredi della sinistra la valorizzazione e non la distruzione dell’Europa sociale, proponendone il modello al resto del mondo. Com’era negli intenti di Mitterrand: porre al centro politico la dignità delle persone, non l’asservimento al dio denaro.

Non dimentichiamo il fascino ch’egli esercitò anche al di qua delle Alpi, dove non si stava perseguendo “l’unità della sinistra”. Al contrario. Era in atto, tra comunisti e socialisti, una competizione catastrofica conclusasi nella scomparsa degli uni, i socialisti, e nella trasformazione – per tentativi abborracciati poveri di idee e prospettive – del partito comunista. Tantoché, l’adesione al PSE (coalizione socialista europea) del maggior partito della sinistra italiana è stata fatta per atto d’imperio del segretario del PD, Renzi.  Un ex democristiano!…

Pure una vicenda cortonese illuminò sulla miopia regnante tra i dirigenti del Pci, circa l’idea di una sinistra europea nuova e unita. Allorché Mitterrand invitò al comizio conclusivo della sua campagna elettorale (vincente) una delegazione cortonese (dimostrando garbo per la Città gemellata al suo Comune, Chateau Chinon, sodalizio di cui era stato promotore), ci fu il diktat dell’allora responsabile esteri comunista, Napolitano, che negò il nulla osta alla partecipazione del sindaco: “ per non irritare i comunisti francesi” si disse. Ma costoro non erano in procinto di allearsi con Mitterrand?!… Tale era il disordine in testa a quei dirigenti, mai del tutto superato.

Tuttavia la delegazione cortonese partì, accolta con onore, ospite nello stesso aereo di Mitterrand, al ritorno dal comizio. Di quella spedizione, ricordiamo le battute tra lo Statista francese e Franco Tonelli: “Come va Franco?” “Mica tanto bene!” fu la risposta d’un cortonese desideroso di più flutes di champagne, che non mancarono!

Ricordare i numerosi gesti dell’attenzione personale di Mitterrand  verso  cortonesi sarebbe una lista infinita…fiori in albergo alla figlia del sindaco Petrucci in viaggio di nozze… sempre fiori e le migliori cure per un Assessore cortonese ricoverato in un ospedale parigino…numerose volte gruppi di cortonesi furono ospiti all’Eliseo, in situazioni particolari e in occasione del 14 Luglio… Italo Petrucci, Ferdinando Magini, Franco Tonelli, Tito Barbini, Italo Monacchini, Ilio Pasqui, il sottoscritto, Spartaco Mennini, Emanuela Vesci, Spartaco Veltroni,…  e mi fermo qui, perchè sarebbe impossibile ricordare quanti ebbero più occasioni di incontrarlo e parlarci su fatti personali o sull’attualità. Mitterrand fu generoso di amicizie cordiali! Come non mancarono le sue visite a Cortona, da Sindaco e da Presidente, anche senza impegni particolari. Pure ospite a casa di privati cittadini.

Tra gli ultimi ricordi ho la visita al Museo del Settennato (poi raddoppiato) a Chateau Chinon. Dove sono conservati i doni a Mitterrand, ricevuti da altri Capi di Stato  (abbiamo presente la figura cacina dei governati italiani nei Paesi Arabi, mentre si accapigliavano per un Rolex?!).  Come ricordo il ricevimento all’Eliseo, prima della sua rielezione. Nell’occasione, forse già malato, alla domanda se si fosse ricandidato lasciò nel dubbio…discrezione e modestia erano anch’essi segno di una personalità  che sapeva il fatto suo. Glielo si leggeva nello sguardo. Mentre confidò sorpresa ed emozione  guardando, in TV,  milioni di persone ai funerali di Berlinguer.  E lui stesso era tra i pochi leader capaci di suscitare altrettante manifestazioni di affetto.

E’ vero, non sono sopite le polemiche nei suoi riguardi circa un qualche suo coinvolgimento col governo di Vichy, com’è altrettanto noto il suo impegno nella Resistenza e nella ricostruzione francese postbellica, attestati dalla sua nomina a Ministro, giovanissimo. Tra gli incarichi ebbe il Ministero delle Colonie, altro spunto polemico. Tuttavia bisogna dar atto che la sua lungimiranza lo portò a sposare posizioni sempre vicine ai sentimenti popolari. Sia da artefice nella ricostruzione della Francia democratica, sia nel Partito Socialista, che risollevò da frazionismi inconcludenti. E, riguardo alle ex Colonie, basta andare al Museo del Settennato a Chateau Chinon per vedere la considerazione tributatagli dai Capi di Stato Africani post coloniali. Ciò detto, non escludiamo suoi errori politici (su cui indagheranno gli storici), però statisti di qualità si vedono nella loro evoluzione ideale, e nei successi ottenuti. E Mitterrand ottenne il massimo. Oltretutto, fu soprannominato “Le Florentin”, che non è offensivo per noi italiani. Se, infatti, è esistito un intellettuale che lesse, meglio di tutti, i risvolti della politica più reconditi fu proprio il fiorentino Nicolò Machiavelli, nel “Principe”.

Un ultimo apprezzamento, sulla sua vita privata. C’è un detto: “Cesare si giudica dalla donna che ha accanto”, e la sua sposa, Danielle, fu ammirevole, oltre che buona amica di Cortona. Dai molteplici interessi culturali e politici, affiancando il marito, e dando il proprio sostegno a favore cause di popoli oppressi, fino alla fine dei suoi giorni. Anche attraverso la Fondazione F. Mitterrand. Allo stesso tempo, tollerò i capricci sentimentali di François, accettandone pure il riconoscimento della figlia Mazarine, frutto d’una relazione extraconiugale.

E non tralascerei l’uscita dall’Eliseo di Mitterrand, quando i socialisti avrebbero voluto regalargli un’utilitaria per gli spostamenti, egli la rifiutò. Avrebbe utilizzato i mezzi pubblici come qualunque cittadino. Farci la chiosa è facile, di fronte a sprechi faraonici perpetrati dagli alti papaveri politici italiani, una volta pensionati. Tanto che, da laici, “populisti” e socialisti non pentiti, verrebbe da dire: “Papa Bergoglio ci vorrebbe anche al di qua del Tevere!” a rimettere i piedi per terra agli scialacquatori di Stato. E, forse che, non ridarebbe senso alla politica seguirne gli accalorati e precisi messaggi sociali di questo Papa?!.. che se la ride all’accusa d’esser comunista.

www.ferrucciofabilli.it

DON DOMENICO RICCI, economo scrupoloso e dispensiere del buon umore

postato in: Senza categoria | 0

Grazie anche alle cure di don Domenico venne realizzato l’imponente mosaico del san Marco di Gino Severini, collocato nella chiesa urbana dedicata al Santo, rivolto verso la Valdichiana e il Trasimeno. Potessimo chiedere al Parroco, don Domenico Ricci, al Vescovo, Giuseppe Franciolini, e all’Artista, Gino Severini, avremmo nota la trafila che portò al compimento dello splendido ritratto dell’Evangelista assiso e del leone accucciato. Ognuno mise del suo. Franciolini, mecenate e fine intellettuale, ne fu ideatore e sponsor. Innamorato di Cortona, volle celebrare s. Marco, a cui la tradizione affiancava un leone, presente nello scudo araldico cittadino. Molti Municipi hanno un leone, non sempre riferito a s. Marco, bensì emblema di forza e coraggio. A Franciolini piacque associare l’Evangelista alla stessa fiera presente nello stemma cittadino. Oltretutto, la Liberazione d’Italia e la fine della guerra coincisero nel giorno dedicato al Santo: il 25 aprile. Mentre al genio artistico di Severini si deve l’opera grandiosa, nella tecnica musiva della Via Crucis adiacente, e sua stessa creatura. Ai cordoni della borsa e al controllo quotidiano in cantiere pensò don Domenico. In quel momento, pure economo del seminario intento a provvedere al sostentamento d’una sessantina di collegiali.

Basso di statura, grassoccio, capelli radi e stempiato, due gote bianche e rosse da buongustaio gli incorniciavano un sorriso del buon umore che di rado l’abbandonava.

Come insegnante in quinta elementare fu ideale – mia àncora di salvezza, in fuga dalle grinfie d’un arcigno maestro nozionista Camuciese – nella microscopica classe di tre alunni: me, Ermanno e Alvaro; coccolati e lasciati spesso soli per star dietro alle sue molteplici incombenze. Qui Quo Qua (scolari scansafatiche), ogni volta che  don Domenico lasciava soli, sbrigati i pochi compiti assegnati in classe si dibattevano in interminabili partite di calcio, usando per pallone una cimosa. La piccola classe a quel punto si trasformava nella più fracassona del piano, disturbando le altre impegnate nello studio. Non solo, i tre diventarono pure ladri di merendine.

L’economo, don Domenico, aveva stivato in un angolo dell’aula pacchi misteriosi, dove all’esterno si leggeva solo la sigla POA (Pontificia Opera Assistenza) e uno scudo raffigurante la bandiera USA, paese donatore. Un giorno, qualcuno inseguendo la palla-cimosa con un calcio forò uno scatolone da cui uscì fuori una pasta! Di quelle secche quadrate, usate la mattina nel caffelatte… Dapprima titubanti, alla fine furfanti, il primo scatolone andò presto a svuotarsi. C’erano da attendere i rimproveri del Maestro. Che non vennero. Anzi. Scoperto il vuoto, non fece altro che gettarlo nella spazzatura. E Qui Quo Qua seguitarono a scovare paste secche dalla ricca scorta…

Paterno verso i seminaristi, don Domenico era un parroco amato dai fedeli del suo quartiere popolare. E per le capacità oratorie, spesso, veniva invitato da altri sacerdoti a tener prediche in particolari ricorrenze. (Da chierichetti, alle viste d’un predicatore, capivamo l’eccezionalità della festa, sottolineata da effluvi appetitosi provenienti dalla canonica). La sua voce squillante si notava anche nei canti alle Messe solenni in Cattedrale, dove sedeva nello stallo da canonico se non impegnato tra i celebranti. Dotato di un’oratoria semplice e argomentata, condita di metafore e racconti pure ironici tratti dalla vita comune, incantava l’uditorio illustrando precetti religiosi.

Noi seminaristi godevamo della sua compagnia specie durante le vacanze estive a Sant’Egidio, dove alloggiava in una casetta adiacente al corpo centrale dell’Eremo. Sedotti dalla sua specialità: le barzellette! in genere, riferite a fessacchiotti o colleghi preti, viventi o trapassati. Storielle “non sporche”, uniche ammesse in quell’ambiente.

Come nel caso d’un prete ghiotto di soldi. La gente stanca della bramosia, all’accatto dell’elemosine, riempì la sacca di fave secche. Il pretonzolo dispettoso, la domenica successiva, si vendicò. Bollita una ciotola d’olio, alla benedizione,  vi asperse i fedeli, declamando: “Popolo mio, matto e spirtatooo, pe’ le fave ce vo’ l’oliooo!..”

Un’altra. Un predicatore dal pulpito, dopo un avvio caloroso, d’abitudine, proseguiva da seduto una lagna oratoria, pronunciando sempre la stessa frase: “E ora passiamo dall’altra parte!” Sennonché un giorno, un burlone lo fece davvero passare dall’altra parte: scansandogli la seggiola, finì gambe all’aria rotolando giù dal pulpito!…  E ancora. Durante la predica domenicale, per tener desto l’uditorio, il prete domandò: “Conoscete Tobia?” intenzionato a raccontarne le gesta bibliche. Quando un  popolano, senza esitazione, rispose: “Certo che l’conosco!… Tobia e ‘l su’ Tobiolo, stanno alla Piumacceta!”  E ancora. Un campagnolo sprovveduto, in visita in Città, volle pranzare in trattoria. Analfabeta, non intenzionato a svelarsi, mise il dito sul menù indicando un piatto di fagioli, ch’era il suo desinare quotidiano!… Vedendo a fianco un tipo che, consumata una bistecca, ordinando al cameriere: “Replica!” gliene fu servita un’altra altrettanto succosa, pensando d’aver capito tutto, a sua volta ordinò al cameriere: “Replica!” Ma – disdetta – a lui fu servito un altro piatto di fagioli!… E ancora. Don Chiericoni, detto don Rombo, noto per aver cacciato a cazzotti fascisti malintenzionati, ordinò al sacrestano di accudirgli la mula, suo mezzo di trasporto. Invece di acquistarci biada per la mula, i soldi il sacrista se li beveva, gonfiando la bestia con la pompa da biciclette. Don Rombo era tranquillo, la mula non deperiva. Finché un giorno, necessitandogli la cavalcatura, salito in groppa, una colossale scorreggia (da lì il soprannome don Rombo?) svelò le malefatte dell’assistente sbevazzone… L’ultima. Un prete durante le funzioni religiose non volendo esser disturbato dalla perpetua, ne accettava messaggi tramite uno spioncino nascosto. Quel giorno, imprevisto, fu donato al prete un bel pollo spennato, che la perpetua mise sulla fessura per ricevere ordini sulla cottura. Il prelato, senza interrompere gli uffici sacri, improvvisò un canto: “Bene fecisti Catarinella mittere pullum in finestrella! Mezzo lesso e mezzo arrosto per eumdem Cristo domino nostro!…”

Per le infinite facezie, tra i più bei regali ricevuti da don Domenico, mi piace pensarlo in cielo sopra una nuvoletta sorridente mentre è intento a far sganasciare dalle risate.

www.ferrucciofabilli.it

San_Marco_DSC_2635a

 “PENSARE L’ISLAM”, NON E’ PIÙ HAREM E ODALISCHE

postato in: Senza categoria | 0

Pensare l'islam_Esec.indd

 

Dall’Oriente islamico, prima delle minacce terroristiche attuali, arrivava un carico prezioso di curiosità stimolanti. Le figure fantastiche di Mille e una Notte sono nel nostro immaginario al pari dei personaggi dei Fratelli Grimm. A me piace ricordare la poesia persiana di Omar Khayyam, il sufismo della danza e della meditazione,  le architetture e gli arabeschi colorati delle splendide costruzioni di Samarcanda, le civiltà Sumera e Babilonese, gli scienziati e filosofi  arabi che hanno dato stimoli culturali eccezionali all’Europa medievale, in campo medico, scientifico, filosofico, letterario,  risvegliando l’interesse per la cultura classica Greca, i monumenti lasciati nel Sud Italia… insomma l’elenco di suggestioni provenienti dal Medio Oriente sarebbero infinite, insieme, purtroppo, alle Crociate e alle battaglie che per lunghi secoli hanno caratterizzato i rapporti dell’Europa coi suoi vicini arabi, turchi, ecc..

Dall’esotismo dei “profumi d’Oriente alla dura realtà odierna.  Siria e Libia son vicine, dove si combattono guerre infinite e crudeli sul cui senso può perdersi anche l’osservatore più attento. Daesh, Isis,Stato Islamico, sono la stessa cosa, curdi, sunniti, sciiti, siriani oppositori e lealisti, russi, iraniani, coalizione occidentale, arabi del Golfo…potrebbe seguitare la lista infinita e inestricabile di contendenti senza venirne a capo. Capire come evolveranno gli scenari, anche solo com’esercizio intellettuale, è impossibile. Alla tragedia dei teatri di guerra aggiungiamo le stragi in Europa, soprattutto in Francia,  da Charlie Hebdo al Bataclan, che anche il più distratto osservatore non può non collegare alla questione aperta: il rapporto tra Occidente e l’Islam.

Sto dalla parte chi è sempre contro ogni guerra, in ossequio al più importante comandamento “non uccidere” dall’Afganistan all’Iraq alla Libia, come disapprovo quella contro lo Stato Islamico. Secondo fonti militari americane l’esito a oggi di questi conflitti sarebbe già di quattro milioni di morti, in prevalenza civili (vecchi, donne e bambini), senza contare l’altra tragedia collaterale dei sopravvissuti: l’esodo apocalittico verso l’Europa, costringendola a misurarsi con miserie sue e importate

Sulle cause di tutto ciò convergono analisti di vari schieramenti politici dotati di onestà intellettuale: l’Occidente minaccia i regimi islamici perché “controllano sottosuoli e territori di vitale importanza per il consumismo mondiale e di rilevanza strategica per gli equilibri planetari” e non c’è da meravigliarsi che essi “manifestano la volontà di essere sovrani in casa propria, intendendo vendere il proprio petrolio e i prodotti del sottosuolo al proprio prezzo e autorizzare l’uso delle proprie basi soltanto agli amici, cosa perfettamente legittima, dal momento che il principio della sovranità nazionale non prevede eccezioni”. “Se i diritti dell’uomo fossero la vera ragione degli attacchi […]al fianco degli Stati Uniti, perché non dovremmo attaccare anche altri Paesi che violano i diritti dell’uomo e il diritto internazionale? Perché non bombardare la Cina? E Cuba? L’Arabia Saudita? L’Iran? Il Pakistan? Il Quatar? O anche gli stessi Stati Uniti, in cui si continua ad applicare implacabilmente la pena capitale? O addirittura Israele, che da tempo immemore le risoluzioni dell’ONU condannano per la sua politica di colonizzazione dei territori palestinesi? Basta leggere i rapporti di Amnesty International per scegliere i propri obiettivi: c’è l’imbarazzo della scelta…” Pensieri simili al virgolettato, sulle cause delle guerre in atto, l’ho sentite anche in una trasmissione televisiva da Buttiglione (filoamericano, esponente del Centrodestra italiano), ma, in questo caso, sono di Michel Onfray nel libro Pensare l’Islam, allegato al Corriere della Sera. Di cui consiglierei la lettura.

In questo libro, si da un semplice suggerimento: invece di guardare il manubrio della bicicletta è necessario guardare la strada, che è la storia del perché e percome nascono i conflitti. Di come sia stato “inventato” il terrorismo di Bin Laden, contro l’avventura Sovietica in Afganistan, di come Bush abbia dichiarato guerra all’Iraq, con la sciagurata messinscena all’ONU del generale Pawell ostentando una provetta con false tracce di armi chimiche, non possedute da Saddam Hussein. Tutto ciò in funzione di interessi economici,  non certo umanitari, per svuotare arsenali di guerra, provocando quella che il Papa ha definito la “terza guerra mondiale”. Per i soldi!

Già i soldi, gli stessi  che con il trattato di Maastricht han fatto virare l’Europa verso un liberismo economico catastrofico, col pretesto del mercato mondiale, aumentando precarietà nel lavoro, disoccupazione, inizio del crollo del Welfare di cui l’Europa, invece, avrebbe dovuto esportare il modello nel mondo. La politica ha abdicato al suo ruolo in favore della finanza, con gli esiti sotto gli occhi di tutti. Il ritorno alle leggi della giungla, degli inizi della industrializzazione. E così l’Europa è entrata in una guerra civile al cui termine non c’è altro che il collasso. Guerra civile e collasso, descritti da Onfray: “i soldi che dominano sovrani, la scomparsa di punti di riferimento etici e morali, l’impunità dei potenti, l’impotenza dei politici, la perdita di senso del sesso, il mercato che detta legge dappertutto, l’analfabetismo di massa, l’ignoranza di chi governa, la scomparsa delle comunità familiari e nazionali in favore delle tribù egoiste locali, la superficialità assunta a regola generale, la passione per i giochi del circo, la perdita del senso di realtà e di trionfo della negazione, il trionfo del sarcasmo, dell’ognuno per sé…” “Una coalizione non è possibile né pensabile. Quando una civiltà collassa e un’altra sembra in piena ascensione planetaria, si crea una relazione tra il più debole e il più forte. E non si è mai visto che un ex forte diventato debole, l’Occidente nel nostro caso, venga considerato con magnanimità, generosità e clemenza dall’ex debole diventato forte..”

Sono queste alcune considerazioni realistiche, osservando i problemi dei due blocchi continentali tra loro contigui, l’Europa e il Medio Oriente, contenute nel libro di Onfray, che affronta pure la questione: è  guerra di religione tra Islam e Occidente?

Pur non essendo la causa, ma uno dei corollari usati per giustificare nefandezze compiute su persone e cose. Ogni religione monoteista, cristiana, ebraica, musulmana, nei testi sacri prevede misericordia o morte all’infedele. Soluzioni estreme e contraddittorie, nel corso dei secoli tradotte in drammi. Basti ricordare le Crociate, la decimazione dei nativi americani, l’Inquisizione,…le guerre di espansione islamiche… o violenze descritte nella Torah fin alla questione palestinese.

Michel Onfray, filosofo francese che non disdegna osservare l’attualità , nel libro non trascura le responsabilità delle lobby (industriali del petrolio e degli armamenti in primis)  e le debolezze della politica, ma risulta interessante anche nel trattare a fondo i connotati del mondo islamico. Sui quali i media (giornali e televisioni) non si soffermano che su dettagli utili solo a suscitare emotività, far audience e vendere pubblicità (che è l’unico padrone a cui rispondono) non interessati al “pensiero” distaccato, analitico, lucido, indispensabile a farsi una idea su quanto sta accadendo. Come fu irriso il romanzo Sottomissione di Michel Houllebeq, che si svolge in una Francia oramai islamizzata dopo un secondo mandato di Holland, i politicamente corretti gli rimproveravano di annunciare una guerra civile, e, i più spiritosi, gli rinfacciarono che se guerra civile ci fosse stata tra quindici anni la causa sarebbe stata il suo libro! Sfortuna ha voluto che dopo poco l’uscita di quel libro, il 7 gennaio 2015, c’è stata in pieno centro a Parigi la strage dei vignettisti di Charlie Hebdo. Un’operazione terroristica curata in ogni dettaglio militare e politico!

Come semplice invito alla lettura, non intendo riassumere Pensare l’Islam, bensì accennarne elementi d’un contesto molto più denso e vasto che han fatto riflettere prima di me, condividendolo in toto, la redazione del Corriere della Sera che ha dato al libro un sottotitolo significativo: Un libro spregiudicato sulla religione, il terrorismo e le responsabilità dell’Occidente. Compresi suggerimenti come non soccombere alla deriva irrazionale, superficiale, piegata a interessi di parte che caratterizza prese di posizioni politiche pubbliche  di “destra” e di “sinistra” trasmesse ed enfatizzate nei media.

Onfray sul futuro è pessimista, partendo dal pensiero sbagliato sull’Islam imperante in Francia (in Italia, lo scenario è quasi identico). Perciò il suo libro è uscito solo all’estero, per non metterlo nel tritacarne mediatico, evocando la scena dei commensali di Voltaire che giocavano con il cretino, finendo gli stessi per concludere la disputa a ruoli invertiti, da furbi a cretini. E i tempi sono tali che Pensare l’Islam non è più solo questione riservata alla elite culturale o ai media, ma è di tutti.

DONATORI DEL SANGUE, IL POPOLO CHE S’AIUTA SENZA RETORICA

postato in: Senza categoria | 0

 

Dopo la sera al “Veglione del donatore” dell’AVIS di Tuoro sul Trasimeno, spendo due parole di elogio per tanti volontari che fanno un gran bene donando sangue. Giunti all’età in cui rifuggiamo adunate organizzate da  preti o ras politici in cerca di vender storie mirabolanti, riassaporiamo il piacere di condividere l’allegria e la risoluzione d’un popolo di cui sei fiero partecipe: spontaneo non venale, organizzato nel soccorrere in modo anonimo chi è nel bisogno. (A donar sangue, spesso, siamo indotti dal bisogno di amici o parenti, è un percorso molto duro ma efficace).

Il veglione alla Cima, nel bel mezzo del carnevale,  in passato era ritrovo mondano di donne e uomini giunti fin da Perugia e dai comuni vicini a cenare e danzare in eleganti abiti da sera. Segno dei tempi, quello sfoggio s’è trasformato in miscela di casual e raffinatezza nel vestire, però quel che resta immutato, anzi pare rafforzato, è lo spirito d’una comunità adunata in festa, una volta l’anno. Presente quasi un abitante su sei del piccolo Comune rivierasco del meraviglioso lago Trasimeno.

Pur trascorsi cinque anni da quando smisi di lavorare in quel Comune e tornato a donar sangue in Valdichiana, ho avuto il piacere di rivedere i tanti che, ieri e oggi, pensano al bene della loro paese, dedicandovi tempo ed energie.

Farò arrabbiare i proibizionisti della caccia, ma come non riconoscere ai cacciatori il merito di aver fornito la cacciagione ed essere stati la colonna portante della complessa organizzazione d’una cena per circa quattrocento commensali. A partire dal cuoco, un cantoniere in pensione, che da venticinque anni presidia la cucina da cui sono usciti cibi generosi per quantità e qualità.

Spezzo una lancia a favore di questa categoria antropologica, i cacciatori, tra cui albergano pure fanatici dello sterminio di specie animali, ma, per gran parte di loro, quest’hobby rappresenta scampagnate, rosticciane, chiacchiere… residui ancestrali del libero star insieme dell’uomo proto cacciatore che aveva l’unico segno nella volontà di sopravvivere…un bisogno umano che, pure assumendo nuove fogge “lo star insieme per sopravvivere”, niente sarà in grado di cancellare.

Gli stessi spiriti liberi di Tuoro, li ritrovi in altri momenti di solidarietà come nella Protezione Civile, l’Antincendio, la Pro Loco… scevri da toni retorici o utilitaristi, perché l’associazionismo è sacrificio. E, ogni tanto, voglia di star insieme per onorare in allegria Bacco e Venere, senza preti o politici autorizzati a mettere il cappello su iniziative laiche che il popolo sente proprie al di là del credo o dell’appartenenza sociale. Momenti felici in cui può capitare, come quest’anno, di dedicare il ricordo a chi faceva parte del gruppo e non c’è più. Ma il cui testimone non s’è perso, bensì raccolto dai superstiti, con affetto e malinconia. Da facce straordinarie, che avrebbero arricchito il campionario di espressioni immortalate nel cinema del grande Fellini. Anche questo è il Veglione del donatore di Tuoro: un Amarcord ruspante.

COLONNE SONORE DELLA NOSTRA VITA PERDONO I LORO INVENTORI

postato in: Senza categoria | 0

Paul Kantener, dei Jefferson Airplain, è l’ultimo d’una serie di rocker dopo Lou Reed, David Bowie, un componente degli Eagles, … (si sa giunti a una certa età i motori si spengono)  che, direi quasi a ritmo battente, ci vanno lasciando, dopo averci regalato suggestioni musicali straordinarie ad alta intensità emotiva, fino da adolescenti (parlo della mia generazione post bellica). I più arditi sperimentatori tra loro, vuoi pure sotto effetti allucinogeni, farmaci, alcol o spericolati frequentatori del sesso… hanno introdotto nuovi linguaggi musicali diventati ben presto collanti emozionali  trasversali per l’umanità intera. Sotto forma di musica rock,  blues, country, psichedelica, …e, a proposito degli Jefferson Airplain, loro ne hanno spaziato più generi in lungo e in largo con gran maestria.

Non a caso il fenomeno artistico è stato definito  genericamente Pop, popolare, avendo compiuto il prodigio di combinare, sparigliare, citare, esasperare musica colta e musica da balera, fino a conquistare la pari dignità del Pop con altre creazioni musicali. Di pari passo noi ascoltatori ne abbiamo seguito i ritmi senza distinzioni di genere, razza, ideologia,…  accettando pure argomenti provocatori (a dire il vero, in pochi capivano il senso di tante canzoni cantate soprattutto in inglese), sperimentazioni strumentali e vocalizzi di artisti singoli, più spesso riuniti in complessi, che ci han fatto compagnia nel comune viaggio della vita. Nell’epoca del superamento di molti conformismi e su strade non illuminate più da tante certezze. Diversamente dagli establishment politici, propensi ad assecondare processi condiscendenti a un mondialismo capitalistico cannibale,  il rock ha testimoniato che è possibile un altro mondialismo, di tipo umanitario. Dalla parte dell’uomo angosciato, solo, afflitto da  ingiustizie o dalla mala sorte, pronto a perdersi in  momenti di astrazione da contingenti tensioni esistenziali, vagando su seducenti onde sonore.

In effetti, la musica indicata – diciamo genericamente – come rock, ha comunicato un senso di libertà espressiva prima meno immediatamente tangibile nella musica, mentre nel rock è pure plasticamente visibile nelle danze sfrenate ad essa associate, che rimandano a riti primitivi. Così come la musica rock ha reso consapevolmente partecipi di sentimenti e sensazioni affini mondi e persone lontanissimi…, e così, pur inserita nel business commerciale come qualsiasi altro prodotto consumistico, la musica è stata la colonna sonora della vita di milioni di persone come non era mai accaduto nella dimensione planetaria. Irresistibilmente pervasiva.  Liberatrice di aspirazioni, desideri, sogni, sentimenti… contro tabu, inibizioni, proibizioni, conformismi.

Questa musica  ha dato la stura a nuovi impulsi che  non sono stati  solo il piangere nostalgie o il fantasticare sentieri amorosi o il bearsi nell’estatica bellezza delle armonie… Non a caso, in certi momenti e certi regimi politici, la musica rock pop è stata proibita, perché, liberando la mente, è un potenziale dissolutore di vincoli autoritari d’ogni genere. Come c’è il sospetto che anche in regimi democratici alcuni artisti siano stati fatti fuori precocemente quando divenuti scomodi… magari simulando banali incidenti o eccessi di bigottismo da parte di qualcuno…basti ricordare la morte accidentale di John Lennon (perché venuto in contatto con i Black Panthers?)

Certo, resta sempre l’enorme divario tra aspirazioni individuali e quanto offre la vita, ma almeno la musica è capace di far trascendere – anche solo per pochi attimi – dalla dura realtà. Perciò grazie alla straripante forza creativa della prima fantastica generazione di rockettari!…peace and love!

equador 2014, 1 016

GIUSEPPE FAVILLI gran cerimoniere della Città  

postato in: Senza categoria | 0

Maestro elementare severo, forse meno del collega Alfiero Scarpini – almeno così dicevano gli scolari. A quei tempi a scuola erano in uso scappellotti non censurati dai genitori, caso mai duplicati a casa! Giuseppe, amante dell’ordine e della disciplina,  durante le parate non sdegnava indossare la divisa e partecipare alle obbligatorie – quanto ridicole – coreografie fasciste, mentre i ragazzi dovevano far attenzione agli occhi inflessibili dei loro maestri. Alle parate venivano aggregate le scolaresche in funzione estetica – erano scenografici i ragazzi e le ragazze in grembiule o in divisa da Figli della Lupa, Balilla, Giovani Fasciste…– e in funzione pedagogica: “libro e moschetto fascista perfetto”, ai piccoli è bene mettere subito il giogo, da grandi è più difficile.

Crollato il Regime, il maestro seguitò a inquadrare i ragazzi nelle manifestazioni pubbliche e poté prendersi la libertà di seguire gli insegnamenti politici del suo avo: Esaù. Tra i primi dirigenti socialisti cortonesi. Puntiglioso nel districarsi tra le fazioni che lacerarono il socialismo italiano fin dalle origini, in un momento cruciale dello scontro a livello comunale fece addirittura stampare in tipografia le sue posizioni riformiste (il conflitto – ricordiamo – era tra riformisti e massimalisti). Così come, nel secondo dopoguerra, si ripresentò ai socialisti un nuovo dilemma a dividerli: tra “filo-comunisti” e “filo-occidentali”; Giuseppe da azionista, prima, socialista poi, finì socialdemocratico. Tuttavia, nel contesto cittadino, pur prevalendo i comunisti e gli alleati socialisti, a rappresentare Cortona nell’Azienda di Soggiorno fu designato Giuseppe. Bonario, sagace, sornione, sorridente, dalla parlantina facile, divertiva gli ospiti venuti da fuori con discorsi infervorati su storia e bellezze di Cortona.

Come declamavano slogan politici allora in auge: “Marciare divisi per colpire insieme”, Favilli nell’Azienda di Soggiorno – che diresse per anni – e l’Amministrazione comunale, s’incamminarono con successo sulla nuova via dello sviluppo cortonese: il turismo. I mezzi economici erano modesti, ma il contesto si prestava egregiamente allo scopo, tanto da far balzare in pochi anni all’attenzione nazionale e internazionale Cortona come meta turistica e sede per studenti stagionali, provenienti dal nord Europa (inglesi e svizzeri) e dagli Stati Uniti (Georgia University). Il turismo culturale, meno spendaccione nel giorno per giorno – ad esempio, del turismo termale – più stabile e duraturo, alla lunga risultava redditizio.

Un obiettivo sfuggì a Cortona: quel che divenne celebre come “Festival dei due Mondi”, realizzato a Spoleto. Le due città, sostanzialmente, si equivalevano: per  qualità e conservazione architettonica e paesistica, e per dotazioni infrastrutturali (teatro, piazze, chiese), ma determinante fu il fattore umano: legami e conoscenze portarono il maestro Menotti a scegliere la città Umbra, anziché Cortona. Di quello smacco, Favilli, se ne doleva spesso, e a buon diritto, però ne trasse insegnamento: nella cura maniacale, ossessiva, delle relazioni personali. Decisive nel trasmettere fiducia all’ospite intenzionato ad avviare a Cortona attività culturali, di studio, o d’altro. Gli amici di Giuseppe sorridevamo dei pistolotti che propinava a gruppi o personaggi ospiti. Farciti di riferimenti culturali e di simpatiche facezie locali, spesso ripetute nel solito ordito. (Anche se in privato sciorinava quantità di storie con cui avrebbe riempito un volume, tutte perse con la sua dipartita). Altra specialità di Giuseppe, pure preso alla sprovvista: se c’era da improvvisare un discorso di circostanza non si sottraeva. Attore consumato, pacatamente in avvio e poi in un crescendo sempre più accalorato – col sorriso stampato nel volto ovale come gli occhiali a goccia, e ai lati della bocca due grumelli scuri di caffè e nicotina delle Stop senza filtro sempre accese – ad ampi gesti, assecondati dalla mimica facciale, illustrava Cortona e adulava gli ospiti occasionali. S’era il caso, dal sorriso virava alla commozione con la stessa efficacia, riuscendo pure a inumidirsi gli occhi. Senza dubbio, era un passionale convinto.

A quel tempo amministrare il Comune o l’Azienda di Soggiorno non erano incarichi remunerativi, ripagati però dalla soddisfazione di piccoli e grandi successi. La modestia nel vivere di Giuseppe era svelata anche dalla trascurata dentizione, distrutta precocemente dalla nicotina e mai del tutto ripristinata. Tuttavia, il fisico florido rivelava ganasce  efficienti. Mentre covava un’annosa e grave sofferenza per la cronica malferma salute dell’unica figlia, Laura. Che gli sopravvisse poco tempo.

Per Giuseppe, il compito di cerimoniere e promotore della Città era una missione che svolgeva quotidianamente con religiosa dedizione: ascoltando le critiche degli ospiti e impegnandosi da protagonista su questioni che riteneva potessero compromettere o migliorare l’immagine di Cortona. Esponendosi pure a qualche disavventura.

Come quando incollerito coi giardinieri comunali ch’avevano potato gli alberi della rotonda del Parterre – a suo avviso in modo incongruo -, preso sottobraccio Caldarone Presidente di Circoscrizione lo trascinò sul luogo del misfatto. Sfortuna volle che, nella foga, inciampando, rovinasse a terra, mettendo in imbarazzo l’accompagnatore, scosso dalle risa, mentre lo stava soccorrendo. Altrettanto gustosa fu la polemica tra Giuseppe e il nuovo direttore dell’Etruria, Enzo Lucente. La controversia finì sulle pagine del periodico, che ribattezzò il povero Giuseppe Favilli in Beppe Fava! Non si sa se per svista tipografica o per vendetta editoriale. Esempio di scazzi locali, sale di una comunità, tra protagonisti che non si sottraggono al dovere civico di sostenere a spada tratta i propri punti di vista. Diatribe che, senza venir meno amicizia e rispetto, ogni tanto debordano in dispetto. Oltre al ricordo della simpatia emanata e di qualche impuntatura caratteriale, resta di Favilli il contributo importante a quel ch’è l’odierna fortuna turistica di Cortona, a cui dedicò generosamente tempo ed energie.

PRIMA_COVER_TUTTI DORMONO copia

QUINTO SANTUCCI, politico appassionato e conservatore di memorie contadine  

postato in: Senza categoria | 0

 

A fine anni Settanta, condividendo con Quinto Santucci la passione per la conservazione di “documenti” sulla vita contadina, trascorsi con lui molte giornate. Mentre raccoglievo vecchie fotografie familiari da riprodurre e conservare, lui collezionava attrezzi agricoli in disuso.  Scoprii così la sua estesa rete di conoscenze di vecchi contadini e la stima che riscuoteva ancora. Rovistando qua e là, aveva riempito un fondo con un’infinità di vecchi strumenti di lavoro, molti prodotti anche direttamente dal contadino che l’usava. Per quanto in apparenza stipati nel caos, Quinto ricordava esattamente di ogni pezzo raccolto non solo l’uso, ma persino da chi l’aveva preso. Dai più semplici attrezzi d’uso (zappe, setacci, rastrelli, falce fienaie, …) alle gigantesche macchine a vapore, perfettamente efficienti, grazie al suo lavoro di restauro e alla consulenza di esperti. La sua passione demo antropologica relativa alla cultura materiale contadina era affiancata e sorretta da una profonda passione politica verso i problemi contadini, che gli era nata da ragazzo. Quando, dagli adulti, fu ammesso alle riunioni segrete in casa di Settimio Mencacci ad ascoltare Radio Londra, e a organizzare le rinascenti leghe contadine. Giovane sveglio, pur con poca scolarità (elementare), apprendeva rapidamente – leggendo e ascoltando i più anziani, come l’esperto in vertenze mezzadrili Federico Liberatori –,  perciò fu nominato primo segretario della Camera del Lavoro a Cortona. Composta unitariamente da comunisti, socialisti e democristiani. Salvo pochi dipendenti stipendiati, i dirigenti come Quinto offrivano il loro impegno gratuitamente. Lui ricoprì anche il ruolo di segretario della Federterra, il ramo sindacale specifico dedicato ai mezzadri, ch’ebbe un ruolo straordinario nell’immediato secondo dopoguerra: allorché le vertenze tra padroni e contadini si moltiplicarono esponenzialmente e un rappresentante sindacale interveniva nelle trattative individuali in difesa degli interessi familiari mezzadrili. Di lì a poco, a metà anni Sessanta, la mezzadria fu soppressa, ma fino a quel momento le campagne furono luogo di infinite vertenze.

Quinto era un buon organizzatore, ma anche comiziante, dalla voce sonora e dalla parlantina facile. Dividendosi, in queste attitudini, tra impegno sindacale e di partito. Come carattere, apparteneva ai più intransigenti seguaci politici e sindacali di quegli aspri e concitati momenti, ma non abbandonò mai la sua caratteristica ironia e il buon umore, prendendosi gioco di sé stesso e degli altri. Sorridendo ricordava, ad esempio, un comizio in montagna a Tornia, prima delle elezioni del 1948. Condizionati dal prete, in quella frazione votavano tutti DC. Lui, per farsi ascoltare, si piazzò davanti alla chiesa aspettando la fine della Messa. Dopo aver argomentato le ragioni a favore del voto comunista, concluse con una minaccia: “Badate bene, che se non votate comunista, tornerò quassù e vi prenderò tutti quanti a cazzotti!” I Torgnesi non votarono comunista e Quinto non salì a vendicarsi. La battuta gli era scappata nell’impeto oratorio, essendo lontana la violenza dalla sua cultura, mentre amava paradossi e bizzarrie a scopo retorico e di divertimento.

Quinto e Gabriello Mammoli – dirigenti della Camera del Lavoro – viaggiavano in motocicletta da soli o appaiati (Quinto non guidò mai una vettura, gli ultimi anni viaggiava in Ape) e, robusti com’erano, vederli doveva essere uno spettacolo divertente. Così come spassose erano le loro colazioni nella sede della Camera del Lavoro: fiaschi di vino, pagnotte di pane con alte fette di prosciutto, spalla o salame. Mammoli era così vorace che, una volta che gli donarono una paniera di fichi, se li mangiò tutti a colazione! Colto da forti dolori addominali, fu chiesto l’intervento al primo medico di passaggio: un veterinario. Con mezza purga da vitellino gli passò la colica!

L’attenzione di Quinto alle vicende politiche durò tutta la vita, anche quando, acquistato un podere col fratello Mingo, si dedicò completamente a quel lavoro.

Ogni anno nella sua aia, ripristinando la tradizionale battitura (mangiata finale compresa!), invitava questo o quel dirigente politico o sindacale. Riuscendo ad avere tra gli ospiti i due maggiori leader del momento: Luciano Lama (segretario della CGIL) ed Enrico Berlinguer (segretario del PCI). A Berlinguer rimase così simpatico che gli concesse la parola durante una manifestazione nazionale del PCI, al Teatro Adriano (se ben ricordo) stipato di attivisti. Quell’occasione doveva sancire la fine della “solidarietà nazionale”, per dissensi insanabili tra DC e PCI. E Quinto, attento politico e ancora buon oratore, non demeritò il pulpito. L’indomani, infatti, uno tra i maggiori quotidiani nazionali (mi pare La Repubblica) titolò: “La svolta del Santucci”. Quinto sostenne: “Come i pesci nuotano nell’acqua, così i comunisti stanno nelle lotte politiche” quel colorito rituffarsi nella lotta, sganciandosi dalla maggioranza dell’“astensione comunista”, fece presa. Di lì a poco, morto Berlinguer, Quinto rallentò l’attivismo. Al ritorno dalla manifestazione romana, al suo fianco in corriera, usciti dalla città e visto il dirigibile della Goodyear, mi domandò. “E quello, che è?” Non avevo finito di spiegargli ch’era uno strumento pubblicitario di pneumatici, allorché m’interruppe: “Quello, è utile quant’il Vaticano!” la sua solita ironia corrosiva di sempre, che credeva solo ai “miracoli” scaturiti dal lavoro sudato.

Quinto dimostrò possibile far politica senza trasformarla in mestiere e che la cultura (indispensabile per coprire incarichi politici o sindacali) si può acquisire anche sul campo. E, indipendentemente dalla scolarità ottenuta, si possono raggiungere livelli conoscitivi simili a ricercatori demo-antropologici sfornati dall’università. Non so che fine abbia fatto la sua collezione di attrezzi contadini, ma, non sarebbe male, fosse entrata nel patrimonio d’un Comune che affonda le radici nella cultura contadina.

(Questa è una delle storie contenute nel libro qua sotto)

PRIMA_COVER_TUTTI DORMONO copia

1 14 15 16 17 18 20