ADEMARO BORGNI, SEDUTTORE DISCRETO E ROMANTICO

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In un’operazione della memoria, dal valore affettivo e liberatorio, riaffiorano soggetti della “mitologia” popolare. Vissuti in un determinato periodo storico (il nostro) nell’antica, piccola città provinciale. Ciascuno di pari rilievo simbolico. Siano stati essi nobili, popolani, artisti, intellettuali, perdigiorno, artigiani, virtuosi, debosciati, ubriaconi, preti, suore,… ognuno speciale nel mosaico sociale del tempo. Per poi disperdersi nel nulla, accomunati dallo stesso destino. E nessuno è stato solo come ci è parso. Bensì – citando Pirandello – tutti finiamo per esser: uno, nessuno, centomila.

Ademaro apparteneva a un casato popolare piuttosto numeroso, i Borgni. Anche il babbo Dino, tornato dalla prigionia in Germania, fece la sua parte con la moglie Caterina dando vita a tre gemelli. Il figlio maggiore Ademaro, nato prima della sua lunga e dolorosa assenza, partecipò già grandicello al matrimonio dei genitori. Lo sfortunato padre faticò a recuperare la salute e ben presto morì. Lasciando nel figlio maggiore un caro ricordo di uomo affettuoso e lavoratore. Anche se, come molti suoi parenti, affetto dalla passione per il gioco e le bisbocce. Si racconta di un Borgni che, recatosi in maremma a vendere un gregge, tornò senza soldi e senza pecore!

Caterina fu assunta al macello comunale. Ademaro s’ingegnò alla giornata. Finché fu preso da una grande ditta di spedizionieri fiorentini, i Mazzoni. Divenuto provetto autista, l’esperienza lo rese audace. Forse anche troppo, per il mite architetto comunale Mario Mariotti. Quando gli rimproverava una guida spericolata nel traffico urbano: “Faccia piano! Il guaio non sono gli incidenti, ma le discussioni che ne seguono!”, gli ripeteva spesso. L’ambiente fiorentine l’iniziò al gusto raffinato dell’abbigliamento sartoriale, che mantenne sempre. Rimase a Firenze alcuni anni. Insieme alla dolce e amata moglie Rina. Sodalizio coniugale durato l’intera esistenza di lei. Donna sfortunata. Non poté avere figli desiderati, e lottò a lungo con una malattia degenerativa crudele che la consumò per anni, fino alla morte. Ciò nonostante, la coppia generosa accudì come figlia una nipote orfana, debole di salute mentale, dalla vita tormentata. Al contrario, Ademaro, fisico vigoroso e animo sensibile, cercò a modo suo di spremere il meglio dalla vita. Era goloso. A tavola (grazie anche a Rina, cuoca eccellente) e di attenzioni femminili. I primi successi con le donne e l’esperienza di nuovi piaceri divennero per lui una specie di droga. Senza quasi accorgersi, entrò nel vortice di passioni romantiche e carnali. Al punto che fu ricoverato in ospedale, preda di lancinanti dolori ossei. Il medico, nel somministrargli la cura, gli spiegò che abbuffandosi senza misura di quel cibo avrebbe potuto compromettersi la salute. Le ossa gli si stavano decalcificando.

Già maturo, tornato nella città nativa, fu assunto al mattatoio comunale. Come la madre. Prima dell’alba preparava la caldaia. Poi iniziava l’inferno giornaliero dell’uccisione e scuoiamento di decine di bovini, maiali e pecore. E’ il caso di dire: si trattava di uno sporco lavoro. Che svolse diligentemente. Fino a farsi la fama di possedere il “cazzotto proibito”. Lui si scherniva, smentendo la falsa diceria seguita all’atterramento con un pugno d’un vitello recalcitrante. Il povero bovino non fu tramortito dalla forza bruta, bensì, colpito in piena fronte, cadde a terra sul pavimento scivoloso avendo perso l’equilibrio. Quel lavoro sporco e brutale non lo  turbava, dandogli da vivere. Intanto che scorrevano le ore nelle quali pregustava l’avventura pomeridiana o serale. Quando, smessi i panni da scuoino, lavato, profumato e vestito di abiti sartoriali, sgattaiolando guardingo fuori dalle mura etrusche, partiva verso avventure galanti. Era gola. Ma anche romantici sentimenti verso il corpo e l’animo femminile. Fu proprio la vena poetica a tradirlo. Quando subì un processo per “adulterio” intentatogli dai figli della concupita, portando come “prova” le sue fantastiche lettere d’amore. Vena poetica prodiga in casa Borgni. Quasi fosse un talento genetico. (La cui matriarca fu considerata zia Bruna, fine parlatrice, madre del cugino Spinaldo, anch’egli scuoino e poeta; mentre l’altro cugino Roberto s’è dedicato all’arte figurativa). Non so l’esito della causa. Si trattò di uno degli ultimi processi a Cortona per quel “reato”. Di lì a poco, cancellato dal codice. Invece, son sicuro che, fossi stato il giudice, l’avrei assolto con lode, scrivendo “fesso” nella fedina penale di quei figli sciocchi.

L’ultimo impiego di Ademaro – a cui dedicò disponibilità e talento – fu autista del sindaco, addetto alla segreteria della Giunta municipale e al cerimoniale. Sempre elegante, discreto, efficiente. In tale incarico, accolse molti ospiti illustri che a quel tempo bazzicarono Cortona: Francois Mitterrand, Enrico Berlinguer, Bettino Craxi, solo per citarne alcuni.

L’inquieta vita sentimentale a fianco di Rina, si placò poco dopo la morte dell’amata e comprensiva compagna. Allorché incontrò Renata. Ultimo grande amore e sposa. Si trasferì pure nel paese dell’amata. Corteggiata quando la donna era ancora suora. Donna affascinante, che, trovata finalmente l’anima gemella, vi riversò coccole amorose e ogni tenerezza muliebre. Ademaro raggiunse così quel benessere forse cercato in tanta inquietudine affettiva. Però, ebbe sfortuna. Morì poco dopo quel matrimonio, e la pensione. Gli dei con lui almeno furono pietosi, facendolo cadere a terra senza quasi avvedersi della fine. Mentre conversava con gli amici. E, immagino, stesse gustando l’ultima sigaretta.

ferrucciofabilli@libero.it

 

JE SUI CHARLIE, TROPPE LACRIME DI COCCODRILLO

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Le reazioni alla carneficina nel settimanale “irresponsabile” francese CHARLIE-EBDO sono state una cartina di tornasole universale sul modo di intendere la libertà di stampa e di espressione. Sincera e massiccia è stata la partecipazione del “popolo” francese – e con esso quanti nel mondo hanno a cuore la libertà tout-court – allo sgomento doloroso. Tutti innamorati dell’insuperabile motto Volteriano: Non condivido le tue idee, ma darei la vita per lasciartele esprimere!  Nell’altra sponda si sono collocati quanti sono stati e sono sinceramente Anti-Charlie, i reazionari di tutto il mondo.  Alcuni dei  quali – per non essere considerati alla stesa stregua dei terroristi assassini – hanno condannato il delitto, ma si sono dichiarati contrari all’uso della libertà di stampa, quando questa è offensiva, blasfema, oscena, bla bla.

Ci sarebbe da discutere a lungo sui concetti di offesa, oscenità e blasfemia, basterebbe guardarsi in torno per rendersi conto quanto c’è di offensivo, blasfemo, e osceno nei comportamenti quotidiani di stuoli di uomini di stato e religiosi, senza che, però, ciò indigni i benpensanti che si richiamano a valori “democratici”, “cristiani”, “musulmani”, o “ebraici”… E che dire poi delle teorie che sottendono a tali ipocriti comportamenti, come l’imposizione della democrazia con le armi, o l’imposizione di fedi religiose (presenti, ma non dimentichiamoci anche del passato)? Al contrario, che io sappia, ancora non si è verificato alcun caso di imposizione di idee libertarie o libertine. Un libello o un giornale libertario – per quanto sgradito –  non è stato mai imposto di leggerlo a nessuno, né con la legge, né con la forza. Anzi, a costoro si sa quali trattamenti sono stati loro riservati: rogo, crocifissione, torture, prigione, confine, gulag…In nome di che? Della “verità” dei dominatori! A cui, con le buone o le cattive, sono stati – e lo sono tutt’oggi – obbligati milioni di uomini.  Salvo poi, in rare eccezioni, ammettere a babbo morto che ci si era sbagliati!

L’altro aspetto non secondario emerso nell’eccidio del 7 gennaio a Parigi è la contestazione, se non la negazione del diritto di satira. Cioè il manifestare attraverso lo sberleffo, la presa in giro, la critica più irriverente verso personaggi, riti, credenze che condizionano – a giudizio di alcuni – negativamente, se non dannosamente l’esistenza umana. Mentre, al contrario, sarebbe sacro e intoccabile il loro “verbo”, magari frutto di fede, se non addirittura parola di Dio. Innanzi tutto vedo estreme contraddizioni tra quanto – politici o religiosi – dicono e i loro comportamenti (e su questo oceano di ipocrisie il pesce satirico ci sguazza),  per non parlare delle intangibili “verità” per le quali è stato insanguinato il mondo. Quale sarebbe la tenera innocenza, mettiamo religiosa, che può essere posta la di sopra di ogni sospetto? Di non essere frutto di invenzione, di credulità, di favole trasformate in verità storiche? E il satirico, da che mondo è mondo, non infierisce verso il basso, la vittima, ma verso l’alto: il dominatore, o presunto tale.

So benissimo la posta in gioco per tutte le parti in campo. Per i libertari tout-court, per i loro avversari e per chi, invece, “sopporta” una libertà condizionata. E non oso illudermi che d’un colpo l’umanità si trasformi in tollerante, che sarebbe la premessa di un salto in avanti di civiltà  incredibile. Speravo almeno che la morte dei giullari di Charlie-Hebdo avesse rimosso certi pregiudizi, considerando la libertà di stampa (sguaiata quanto vuoi) un patrimonio comune, da contrapporre all’inciviltà e all’intolleranza.

UN PADRE RITROVA IL FIGLIO DOPO 40 ANNI, COMPLICE ANCHE UN LIBRO

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Nei tre anni di gestazione di una storia su due estremisti neri aretini, veniva spesso a trovarmi Luciano Franci, uno dei protagonisti del racconto, rimasto ingiustamente sotto processo per oltre tre lustri, accusato della strage sul treno Italicus del 1974. Tra i tanti dispiaceri della sua travagliata esistenza, quelli che più spesso ricordava era la distruzione della sua famiglia a seguito dell’arresto e la “perdita” dei tre figli. Trasferiti dalla madre in Francia, presso i suoi genitori. La figlia più grande, Vanessa, di sua iniziativa, era tornata a far visita al padre ancora in prigione, ma degli altri aveva perso ogni traccia.  Il più piccolo, Alessandro, aveva giusto fatto a tempo a vederlo in fasce.

Una volta uscito il mio racconto, attraverso Facebook, iniziò un tam-tam tra amici, parenti conoscenti, curiosi di conoscere la biografia di Luciano, che per tanto tempo aveva rinunciato a rendere pubblica. Negli intrecci di quei contatti virtuali, qualcuno si imbatté in Alessandro. Cresciuto in Francia, presso i nonni materni, è un giovane non ancora quarantenne che lavora come capo squadra della manutenzione patrimoniale di un comune francese. Invitato a riprendere contatti col padre Luciano, ne è stato ben lieto di farlo. La conclusione è felice. Padre e figlio dopo quasi 40 anni si sono ritrovati, festeggiando con calore questo loro nuovo fortunoso incontro. Il resto della storia appartiene giustamente ai due protagonisti.

Mentre dalla Francia in questi giorni e ore non fanno che giungere notizie tristissime, questa, per me – in qualche modo compartecipe del riavvicinamento tra un padre e un figlio – è un momento felice. Frutto di uno scrivere sorretto dalla ricerca di verità (intendiamoci, non sempre facile) e da un atteggiamento mai superficiale o di becero approccio verso i personaggi trattati. Di qualunque cosa essi si siano resi responsabili. Consapevole che in un libro si possono più facilmente raccogliere fatti, personaggi, stati d’animo, magari più difficili o, peggio, impediti in un dialogo diretto. Non dico che sia questione di parole – anche se a volte può bastare una sola parola fuori luogo per interrompere una relazione -, ma di riuscire a fare un ragionamento compiuto. Questo, non c’è dubbio, che si realizza più facilmente con lo scritto. Non è un caso che in letteratura si trovano dei carteggi  o delle pagine di diario che rappresentano il carattere di un autore meglio di cento romanzi o biografie.

Infine, un amico di ritorno anche lui dalla Francia, dove vive e lavora sua figlia, prima di venire ad una presentazione del solito libro mi ha scritto le sue impressioni che, anch’esse, mi hanno ripagato di ben tre anni di dura gestazione. Si tratta di Pier Giovanni Menicatti, un vecchio (non si offenda, purtroppo lo siamo in tutti i sensi) amico, con cui ci siamo frequentati negli anni ‘90 sugli scranni del Consiglio Provinciale di Arezzo. Non importa dire l’appartenenza politica e il ruolo che ricoprivamo. C’era stima, ed è rimasta. Ed ecco il suo affettuoso commento:

Ho letto il libro dell’amico Ferruccio Fabilli ” Il nero dell’oblio della violenza e della ragion di Stato” (ne parlano domani alle 17 al Caffè dei Costanti). Ne ho apprezzata la scrittura che imprime al racconto un ritmo narrativo senza cedimenti tanto da mantenere viva l’attenzione del lettore anche nelle parti di per sé aride della cronaca giudiziaria. E’ che la stoffa del romanziere, che traspare fin dalle prime pagine, unita a quella del saggista capace di digressioni mai banali sullo stato della nostra vita collettiva, fanno di questa storia imperniata sulle biografie di Luciano Franci e Augusto Cauchi – due fascisti aretini implicati nelle cosiddette “stragi di Stato” degli anni di piombo -non una modesta storia locale, ma uno scandaglio antropologico degli italiani durante l’evoluzione storica della nostra “democrazia difficile” come la definì Aldo Moro. Ne consiglio vivamente la lettura.

L’ULTIMO GIRO DI GIOSTRA NELLA CORRUZIONE E NEL CAOS POLITICO ITALIANO

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Sparando promesse di improbabili rimedi, stanno contribuendo ad aumentare  sconforto e pessimismo (in un Paese da tempo nel caos politico) l’anziano Presidente della Repubblica, dalle dimissioni annunciate, che predica il ritorno ad antichi valori politici (quali?), accusando di sovversivismo l’antipolitica, e un rampante presidente del Consiglio che di fronte al quotidiano disfacimento economico e morale del Paese, aggrava la sua malattia di “annuncite”, capace di mettere solo tanta carne al fuoco, con scarsi risultati, spesso di dubbia utilità. Anche se qualche danno l’ha già fatto, come l’introduzione di nuove precarietà nel mondo del lavoro e certe riforme  istituzionali (del Senato, elettorale) indigeste pure agli onorevoli del suo PD.

A me, come a tutti, piacerebbe appartenere a quanti pur criticando al momento opportuno, senza compiacersene, sperano ogni giorno (purtroppo vanamente) che si arrivi almeno a risolvere qualche bandolo della matassa, vedendo una sia pure timida e graduale inversione alla frana che sta travolgendo l’Italia.

Gli elettori non vanno a votare, siamo al 60% di assenteismo elettorale, sarebbe stata necessaria un’attenta analisi sui motivi di tanta disaffezione, ma il fenomeno non preoccupa, il Premier ha fatto spallucce. Una serie infinita di scandali è piovuta e sta piovendo bipartisan su classi dirigenti politiche locali, regionali e nazionali, per un danno colossale all’erario di miliardi di euro, e nessuno, tra chi di dovere, pensa ai rimedi. Consideriamo rimedio il commissariamento di un partito in una città? O sono rimedi gli inasprimenti “annunciati” di qualche articolo del Codice penale, che chissà quando entreranno in vigore?

Senza avere la pretesa dell’analista politico che non sono, oserei dire che a questa classe politica manca uno specchio!

C’era una volta un personaggio politico che, quasi quaranta anni fa, indicava prioritario affrontare la  “questione morale”, pericolo più che incombente sulla salute della fragile democrazia italiana. Denunciava l’occupazione manu militari dei partiti in ogni ganglio vitale non solo della Pubblica Amministrazione, e dell’intero apparato gestionale dello stato, dalla più modesta banca locale, alle maggiori aziende di Stato. Sosteneva che l’unico modo di uscirne era, nella trasparenza, la netta separazione delle due sfere di competenza, quella di indirizzo e controllo, riservata alla politica, e quella manageriale affidata a persone competenti al di fuori di logiche partititiche. Erano gli anni Settanta, e il personaggio evocato era Enrico Berlinguer.

Nel frattempo si è fatto tutto il contrario.

Sono spuntate come funghi, oltre 10.000, società di capitale per la gestione dei servizi a domanda locale, fonte non solo di proliferazione di poltrone remunerate da ricoprire, ma adottando norme del codice civile nel modo più spregiudicato, tali gestioni spesso fallimentari hanno creato il terreno di coltura per appalti truccati, assunzioni clientelari a gogo, ecc. ecc. Poi, perché non ricordarla, è intervenuta la legge Bassanini sui dirigenti pubblici, ai quali gli incarichi non vengono più dati sulla base di un concorso e sulla rotazione periodica degli uffici, bensì sono nominati perché di “fiducia” dell’amministrazione. Aumentandone così il numero a dismisura, con paghe stratosferiche superiori ai presidenti Obama o Merckel, “fedeli” al politico di turno, e, quando mal guidati e mal controllati, protagonisti di disgustosi  intrallazzi, bustarelle, negazioni di diritti, ecc., a tutto danno delle casse pubbliche. (Ad esempio, mi domando, com’è stato possibile a Roma, sindaci Veltroni e Rutelli, accumulare un deficit intorno ai cinque miliardi di euro, ancora in via di liquidazione a spese dei contribuenti?).

Per non parlare poi sulla selezione politica delle classi dirigenti. Non è da oggi che si sa che molte carriere politiche sono sostenute da voti di scambio, dal servilismo agli apparati, dalla corruzione, dall’appartenenza o meno a questa o quella tribù.

E le Regioni, che erano state costituite in nome del  principio di sussidiarietà ed efficienza della spesa pubblica, dopo inizi promettenti, sono diventate nuovi ricchi feudi politici, più propensi a dilapidare risorse pubbliche (pensiamo ai pazzeschi indebitamenti in certe regioni per spesa sanitaria) che a rendere servizi efficaci a costi contenuti. Non dimentichiamo poi la punta dell’iceberg scoperto dalla magistratura sulle cosiddette spese facili, rimborsi ad uso personale attuati dai poco “onorevoli” consiglieri regionali (cene, mutande, regali a sé stessi o ad amanti, finanche ville, vetture costose, ecc.), aggiunte all’aumento di nuovi consiglieri e a un sacco di privilegi, sotto forma di indennità di carica, pensioni, buonuscite…

Concludendo. E’ implosa la cosiddetta Prima Repubblica, per gli scandali di “tangentopoli”, per metodi surrettizi di finanziamento ai partiti. La Seconda Repubblica non è stata da meno, caratterizzata dall’immoralità politica elevata alle più alte cariche governative. Berlusconi ne è stato di sicuro il massimo ispiratore con l’uso del potere a scopi personali nei modi più smaccati e protervi, ma le colpe vanno estese all’intero panorama politico, che, pur sconquassato da scandali, è proceduto senza batter ciglio. Un magistrato intelligente, di fronte a quanto sta emergendo a Roma, sommato ai ladrocini della Seconda repubblica, ha detto che saremmo oramai alla Terza repubblica.

E parte della Magistratura che ha fatto? A fronte di ammirevoli esempi, Pignatone a Roma, il pool “mani pulite” a Milano, i veneziani del Mose e i milanesi dell’Expo, ecc., penso che in giro per l’Italia se non connivenza con la politica, c’è stata opacità. La politica dello struzzo, i “porti delle nebbie”. Altrimenti non si spiegherebbero le decine di miliardi di corruzione, denunciati dalla stessa Corte dei Conti.

MISTERIOSO “SUICIDIO” DI UN GIOVANE CARABINIERE CHE SCRIVEVA SU FACEBOOK DI ESSERE LA VOCE DI ADAM KADMON (ITALIA 1).

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Al dispiacere per la triste notizia della scomparsa tragica, e alla solidarietà con la famiglie, quella adottiva e quella dell’Arma, leggendo e rileggendo la pur essenziale cronaca da Orvieto sulla Nazione, del giornalista Claudio Lattanzi, la mia immaginazione di scrittore domenicale ha preso il volo.  Spontaneamente,  ha delineato certe trame per una ipotetica spy story noir, dimostrando che la realtà può superare la più fervida fantasia, che, spesso, attinge certi stimoli proprio dal vissuto.

Per farmi seguire meglio, di seguito, trascrivo il resoconto giornalistico, depurato da nomi e luoghi, superflui allo scopo di esporre le mie ipotesi di finzione narrativa.

 

Un colpo al petto e un messaggio di addio affidato a Facebook, dai toni inquietanti: “Stanno arrivando per chiudere la mia bocca per sempre” E’ un mistero quello che avvolge la morte del carabiniere L.M. C.. Il militare, originario di M., si sarebbe ucciso martedì notte nella caserma romana “***.” dove prestava servizio, subito dopo aver telefonato ai genitori. Il corpo disteso in terra in una pozza di sangue nella sua stanza chiusa a chiave dall’interno, è stato trovato intorno alla mezzanotte dai colleghi. Qualche minuto prima L.M. avrebbe telefonato, chiedendo aiuto, al 112, e il carabiniere che ha risposto lo avrebbe sentito in evidente stato confusionale, dando poi l’allarme. C., in qualità di doppiatore, dava la voce al personaggio di fantasia Adam Kadmon, interprete di teorie complottiste nella trasmissione TV “Misteri”. Il testo che aveva lasciato su Facebook, come messaggio di addio, dice: “Ciao popolo. Vi prego condividete e urlate al mondo intero. Sono L.M.C. qualcuno mi conosce, sente le mie parole alla TV, mi sono creato il personaggio con un attore di Adam Kadmon, vi avevo promesso che avrei levato la maschera, come faccio a sapere tante cose? Semplice, lavoro per i servizi segreti italiani e internazionali, sto vedendo cose a noi sconosciute cose non di questo mondo ma dei nostri creatori, purtroppo sapere determinate cose porta alle responsabilità, mi resta poco da vivere so già che stanno arrivando per chiudere la mia bocca per sempre. Anni fa giurai questo ‘Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana, di osservare la Costituzione e le leggi e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri del mio stato per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni’. E ora popolo vi dico combattete ribellatevi fate che la mia morte non sia vana perché il popolo ha diritto alla disobbedienza verso il governo quando questo perda legittimità agendo fuori dai limiti del mandato e il diritto all’uso consapevole dell’illegalità giustificato dallo stato di guerra che i governanti, tradendo il patto, avrebbero ripristinato”. C. era nato in Bolivia e adottato da una coppia di M..

 

Preciso subito che, pur non da assiduo telespettatore della trasmissione, i “Misteri” di Italia Uno l’ho trovati intriganti. Le teorie “complottiste” sostenute, sul dominio del mondo da parte di centrali di potere parzialmente o totalmente occulte, tirano ripetutamente in ballo i cosiddetti Illuminati, logge massoniche più o meno deviate, servizi segreti al soldo di questo o quel Potere politico o economico, ecc. ecc., cercando di svelare certe trame ordite alle spalle degli ignari abitanti della terra. Non tanto esibendo prove, difficili da trovare, ma più spesso deduttivamente, decrittando segni significanti, cabalistici, o contenuti in certi testi profetici, o altro ancora. Un intrattenimento serale di fronte al quale si assiste con una certa inquietudine (effetto desiderato dagli autori del programma), dal momento che si vanno a pescare fatti e situazioni sotto gli occhi di tutti, delle quali, però, quasi mai riusciamo a pesarne l’effettiva incidenza (quasi sempre negativa) sulla nostra vita, né, tantomeno, abbiamo conoscenze tali da scoprirne i “colpevoli”.

Tra l’altro mi sono posto l’interrogativo, senza trovarne risposta logica e immediata,  sui motivi della licenza data a quella rete televisiva dal proprietario (Berlusconi, personaggio non certo estraneo ai giochi di potere), nel trattare materie politiche ed economiche con tanta insinuante asprezza e spregiudicatezza.

Ma ora è giunto il momento di stilare la schematica lista di ipotesi narrative, frutto della mia fantasia, sulla morte del giovane carabiniere.

Ipotesi uno.

E’ stato un dramma psicologico. Il giovane, coinvolto nel doppiaggio del personaggio televisivo Adam Kadmon, perde lucidità: al punto di inventarsi di far parte dei servizi segreti, mistificando lo svelamento di certi presunti misteri, colpevolizzandosi al punto di togliersi la vita. Tale versione, causata dalla paranoia in cui sarebbe caduto il giovane nel trattare spesso situazioni angoscianti, convince i suoi superiori, e il caso è archiviato. Così come nessuna responsabilità esterna giustificherebbe l’induzione al suicidio. (Quest’ipotesi ha già i suoi seguaci, in Internet, avendo letto: “Bufala. La morte di Adam Kadmon”. Pure dispettosi. Ero andato a stampare questa trasposizione dei fatti, quando ho ricevuto la beffa di 39 pagine stampate in bianco!).

Seconda ipotesi.

Il giovane avrebbe travalicato oltre il limite di tolleranza, rendendosi complice di una trasmissione televisiva che, pur senza indicare precise responsabilità, svelando certi retroscena che avrebbero dovuto restare segreti, tradisce la sua missione di agente dell’intelligence, nazionale e internazionale, e per questo è in qualche modo “punito”.  Be’, siamo nel paese dei misteri (oltre che nella trasmissione Misteri), dove non sono rari suicidi “strani” di persone “scomode”. Ci sono stati casi eclatanti, come il “suicidio” del banchiere Calvi a Londra, sotto il ponte dei Frati Neri, e meno noti, come fu la scomparsa dell’aviere addetto al controllo radar di Grosseto durante l’abbattimento dell’aereo ITAVIA su Ustica: l’uomo fu ucciso da un filo elettrico caduto accidentalmente in acqua mentre si bagnava in piscina.

Però, francamente, quest’ipotesi sarebbe deprimente, stanchi di quest’Italia miserabile e meschina, dove la vita di un uomo è considerata niente. Al punto che non sarebbe strano se nascesse un secondo luogo comune, a fianco del fantozziano “Italiani, spaghetti e mandolino”, “Italiani, attenti al caffè prima di consumarlo”.

Terza ipotesi.

Assunto per vero quanto il giovane ha raccontato su Facebook, dopo complesse indagini (trattandosi di intrighi di intelligence manovrate da poteri forti) si scopre il mandante del “suicidio”: l’Impero del Villaggio Globale. Più volte tirato in ballo dalla voce narrante di Adam Kadmon, anche se sotto tante altre spoglie:  Illuminati, sette massoniche, finanzieri pescecani, politici corrotti, ecc. ecc..

Dove avrebbero trovato le prove? Leggendo libri. Non tanto nell’”ideologico” Impero di Toni Negri, quanto in libri come  Cambogia di Brian Fawcett, che, indagando nel “cuore di tenebra” dell’umanità, scoprono che non si tratta di perverse parabole psicologiche di questo o quel personaggio o Stato potente, ma di una rete di interessi economici che per far soldi pianifica ogni più orribile maleficio sulla pelle dell’umanità. Seguiamo alcuni passaggi di quello scritto: “Nel Villaggio Globale la vita non è fatta per essere capita o interpretata, soltanto per essere vissuta. E il mezzo per viverla non è la vita stessa, ma il Villaggio Globale…onnipresente e onnisciente…il Villaggio Globale è nel cielo. Le loro [dei popoli] antenne paraboliche, ogni giorno più numerose, sono puntate verso l’alto e attendono supplici la manna. Ma questa manna non nutre il mio popolo. Lo umilia e lo degrada con inverosimili immagini di personaggi raffinati ed esclusivi; uomini virili, eleganti, cosmopoliti e violenti, donne bellissime e seducenti, infinitamente lontane nella loro levigata ineccepibilità… l’unica esperienza che possono fare del Villaggio Globale è attraverso le immagini dei media e l’incessante flusso dei prodotti di consumo. Così riaccendono i televisori e vi rimangono avidamente incollati…Poco importa che negli avamposti dell’Impero i beni di consumo del Villaggio Globale abbiano prezzi esorbitanti, maggiorati dai costi di trasporto e dalle tasse astruse, o che spesso risultino inutili e inadeguati. E non serve strillare che certi bisogni sono indotti, instillati da messaggi subliminali, e che svalutano ciò che è locale e autentico. .. E mentre nell’immaginario dei bambini i personaggi dei cartoni animati hanno preso il posto degli eroi tradizionali o locali, le filiali delle grandi catene di distribuzione incanalano profitti verso gli uffici centrali, nel cuore del nuovo Impero…nel Villaggio Globale le comunicazioni di massa tendono a trasformare la complessità della vita contemporanea in una realtà simile a un cartone animato di metà pomeriggio.”

A questo è stato ridotto l’homo sapiens!? Commento io.

Però l’autore non finisce di insinuare nuove apocalittiche previsioni: “ Ma c’è qualcosa che mi fa ancora più paura. E’ la correlazione fra il grado di autorità politica esercitata e le probabilità che, presto o tardi, questa autorità si imbarchi in un programma di genocidio.”

Scoperto il responsabile della morte del giovane carabiniere –  nel nostro thriller immaginario -, non importa che si tratti di vero o apparente suicidio, gli investigatori dovranno solo prendere atto che non c’è una precisa persona  da imputare – come vuole il codice penale.  L’unico messaggio da trarre dalla morte del giovane non può essere altro che invertire la rotta di questo declino, schiarendo le coscienze umane al momento accecate e confuse dalla potente invasiva distorta comunicazione di massa. Ammesso che l’umanità ne sia capace.

 

 

 

Riuscirà papa Francesco a vincere il “derby” del Vaticano?

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In quest’epoca in cui la gente comune è portata al nichilismo (a non  credere a nessun potente imbonitore, politico o religioso che sia), sta destando interesse l’azione di papa Francesco, anche in chi non è della sua stessa fede. Fin dagli inizi, con piccoli segni, fece capire ch’era uomo di rottura: tenne al collo un crocifisso di ferro, anziché d’oro; salutò il popolo romano al suo insediamento papale con un cordialissimo: buonasera! anziché usare parole pompose; scelse il nome di Francesco, lo stesso del “poverello” di Assisi (primo a farlo nella millenaria storia cattolica romana), perché disse di sentirsi vicino agli ultimi: ai poveri, a chi non conta nulla nella società; e via narrando. Potremmo allungare la lista dei segni di discontinuità coi suoi predecessori, i quali, anche fisicamente, volendo dimostrare d’essere i rappresentanti terreni d’un “regno” celeste, pretesero onori  e fasti regali. Lui no. Viaggia in Ford focus, calza normali scarpe, telefona personalmente, ecc. ecc. Niente atteggiamenti regali, si comporta come un normale compagno di viaggio, alla mano, preoccupato più dei problemi altrui che del proprio rango.

Dopo piccoli segni, è passato a dare segnali ancora più incisivi, “scandalosi” per certi tromboni curiali, non in linea con la tradizione. (Come in politica, anche nella Chiesa non mancano i tromboni, quanti si sentono i veri rappresentanti del Verbo cristiano). Ha detto – ad esempio –: “Chi sono io per giudicare un omosessuale?”; invitando a riconsiderare l’atteggiamento della Chiesa verso certi dettami sessuofobici; ha detto, non senza resistenze, di considerare i divorziati parte della comunità religiosa. Insomma, ha tracciato l’avvio del superamento di anacronistici atteggiamenti verso  problemi di coscienza ed esistenziali umani. Non ultimi per importanza, ricordiamo i suoi interventi sui temi economico-sociali: prima del denaro viene la dignità delle persone; non c’è bisogno di carità ma di giustizia sociale; siamo alla terza guerra mondiale economica, in cui le vittime sono masse impoverite e impaurite;…al punto che qualcuno gli ha obiettato: “Ma lei è comunista?” avendo ricevuto una replica inoppugnabile: “L’insegnamento di Cristo, storicamente,  è precedente a quella ideologia”. Nel suo ostinato quotidiano impegno – direi quasi utopistico – di realizzare il dettato evangelico: gli ultimi saranno i primi.

Ma, com’era facile prevedere, i primi ostacoli alla sua missione di ri-evangelizzazione li ha trovati anche in casa propria. Così è iniziato un “derby”, tutto interno alla Chiesa. L’ultimo caso, quando ha condannato la vendita dei sacramenti, col preziario che molti preti pretendono per le loro “prestazioni” professionali: tot per un battesimo, tot per un matrimonio, tot per un funerale,…dichiarando la sua contrarietà, ha sottolineato che questo è uno scandalo condannato dal popolo. Al che, il cardinale Bagnasco –capo dei vescovi italiani-  ha replicato: ma si tratta di una volontà di donare! Intanto che preti e curie vescovili riempiono i loro conti correnti.

Anche i non credenti sono interessati all’esito del “derby” in Vaticano.

 

 

La DIABLADA o DANZA DEL DIAVOLO, antica tradizione andina, contesa tra religione e politica

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Sull’origine della Diablada ci sarebbero più teorie.
Una racconta di rituali ancestrali elaborati circa duemila anni fa dalla civiltà uri, dove tutti danzavano il Llama Llama nella festa di Ito o Ytu, in onore del dio Tiw, e che Oruro (Bolivia) fu il principale centro religioso di questa cultura che si estendeva nell’altipiano andino. Tiw era il protettore degli uri nelle miniere, laghi, fiumi e, nel caso di Oruro (o Uru-uru), dio delle caverne e dei rifugi rocciosi. Insomma Tiw era il dio di tutto il creato, protettore della natura, dei siti rocciosi, e degli animali acquatici e terrestri. E la festa in suo onore era la Festa di Ytu, praticata dagli andini uri.
Secondo un’altra teoria, la Diablada sarebbe la festa del ciclo agrario in onore di Pachamama, divinità protettrice che rappresenta la Terra e la natura e favorisce la fecondità e la fertilità. Morendo gli andini tornerebbero a Pachamama attraverso le bocche dei vulcani, in seno a madre Terra per reincarnarsi in un altro essere. Nel mondo oscuro delle cavità terrestri abiterebbero gli Anchanchus (dalle narici di porco e dalle corna di caprone), che dominano anche le miniere e ad essi si deve chiedere il permesso per esplorarle. Per vivere in armonia con il mondo esteriore e con gli inferi gli andini facevano offerte a Pachamama e una danza per ingraziarsi gli Anchanchus, da qui il nome di Danza del Anchanchu.
Senza proseguire oltre l’intrigante indagine sulle origini di queste danze, con l’avvento degli spagnoli il sincretismo religioso cattolico trasformò le antiche tradizioni in Diablada. Eseguita durante il Carnevale nella città mineraria di Oruro (il 2 febbraio, giorno della Madonna Candelora), il ballo mescola credenze cattoliche e autoctone. Mette in scena Lucifero, accompagnato da una legione di diavoli e diavolesse e l’Arcangelo San Michele, capo della milizia angelica. I personaggi di questa danza simbolizzano nella religione cattolica la lotta tra il bene e il male, che si conclude con la vittoria degli angeli. In questa danza rievocativa di tradizioni antiche, il “diavolo” Lucifero è il protagonista, con tutta la sua truppa di diavoli e la sua sposa China Supay, che incarna una forza positiva. In relazione alle divinità amerinde dell’inframondo, Supay è dispensatrice benefica.
Essendo numerose le manifestazioni simili in molti luoghi andini, è sorta, in tempi recenti, una disputa tra vari stati (Cile, Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù) sul riconoscimento da parte dell’UNESCO al Carnevale di Oruro di fregiarsi del diritto alla salvaguardia di tale patrimonio culturale immateriale. Diritto che tuttavia non ha conseguenze giuridiche pratiche, in quanto la tradizione nella sua evoluzione è compartecipata da molte popolazioni come proprietà collettiva.
In conclusione, prima sono intervenuti i preti trasformando un rito popolare “pagano” in rito cristiano, poi la politica (la Bolivia contro tutti gli altri paesi andini) ha cercato di appropriarsi del “diritto d’autore”, intanto che il popolo saggiamente ha seguitato a festeggiare la sua Diablada carnevalesca, dimostrando che certe tradizioni in cui le popolazioni si riconoscono sono come l’acqua dei fiumi le puoi regimentare quanto vuoi, ma comunque procedono e travolgono ogni ostacolo sul loro cammino. Mi viene anche da aggiungere che il potere, al popolo in festa, cerca sempre di mettergli sopra il cappello per trarne profitto, o pur anche le mutande, quando le feste all’occhio dei potenti politici o religiosi debordino troppo da un certo loro senso “morale”.
Ho raccontato questa storia gustosa prendendo lo spunto da poche fotografie scattate nientemeno che a Parigi, nel Museo du quai Branley (che alla morte dell’ex presidente della repubblica francese prenderà verosimilmente il nome di Jacques Chirac, come usano i francesi, dedicare istituzioni, musei, o grandi opere pubbliche ai presidenti che ne idearono o favorirono la realizzazione). Spettacolare esposizione di materiali etnoantropologici provenienti da tutti i continenti extraeuropei, che rappresentano, nelle intenzioni degli espositori, la “storia della civilizzazione”. Tanto che, quando vidi il manifesto propagandistico ebbi un sussulto, pensando malignamente alla storia della “civilizzazione” realizzata dai francesi coi fucili e con i cannoni. Ma, per fortuna, il Museo parigino è degno della sua missione di raccolta, conservazione ed esposizione di preziosi reperti antropologici altrimenti dispersi in ogni parte del mondo.

Dio e natura sono entità separate?

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Sere fa, a Focus tv, ho assistito a un bel reportage sull’origine dell’universo, o universi: i principi costitutivi di uno o più universi sono gli stessi.

La comunità scientifica condivide unanime le teorie sui processi di formazione della materia dall’energia, in base alla formula di Einstein: energia uguale a materia enormemente concentrata, così come vale l’inverso. Dopo il Big-Bang (creatosi l’universo per collisione tra energie diverse, o per espansione energetica?), ogni fenomeno fisico è retto da regole matematiche, vita terrestre inclusa.

Sempre in quella trasmissione, fu presentata una sintesi del confronto, tutt’oggi in atto, sull’esistenza o meno di Dio prima del Big-Bang: tappa fondamentale nella “creazione” o formazione della materia.

Un religioso sostenne che causa prima dell’Esistente è Dio; altri, in disaccordo, ritenevano che “potenza creatrice” è una qualità propria dell’energia primordiale.

Fu una discussione ben fatta, sostenuta con convinzione da entrambe le parti.

Mentre scorrevano le immagini, ricordai il filosofo Baruch Spinoza che risolse per sé brillantemente il dilemma. Nel Seicento – coi livelli di conoscenza scientifica del tempo – con coraggio, definì l’Essere supremo Deus, sive natura.  Cioè: Dio e natura non sono entità separate ma due aspetti differenti della medesima entità. Spinoza non intese materializzare Dio; anzi, divinizzò il mondo: la natura è divina, e deve essere quindi compresa ed amata.

L’affermazione, considerata blasfema, gli costò la messa al bando dalla comunità ebraica a cui apparteneva, e la coltellata d’un buontempone intenzionato a far giustizia (!), per fortuna, rovinandogli solo il cappotto. Secondo certe biografie, portò tutta la vita quel soprabito, segno della sua sobrietà: visse tornendo lenti ottiche.

Adottò una dieta ferrea: “..mangiava praticamente nulla, eccetto una zuppa di fiocchi d’avena con un po’ di burro e farinata d’avena mischiata a uvetta”; rinunciò a una ricca eredità, tenendo per sé l’indispensabile; rifiutò l’insegnamento all’università di Heidelberg, per tutelare la propria indipendenza intellettuale “…non aspirando io a più elevata posizione mondana di quella che mi trovo, e per amore di quella tranquillità che io penso non poter assicurarmi altrimenti, devo astenermi dall’intraprendere la carriera di pubblico insegnante”.

A lui si devono altre asserzioni, come la laicità dello stato, e la libertà di filosofare e di dire ciò che noi pensiamo, “che io desidero difendere in tutti i modi possibili e che qui rischia di esser soppressa a causa dell’eccessiva autorità e invadenza dei predicatori”. Pensiero attualissimo. Rivoluzionario, per quei tempi. Come radicale fu la sua professione d’amore per la filosofia: “La vita dell’intelletto è conoscenza, e in essa l’intelletto trova la sua gioia, che genera l’amore di Dio ed è parte dell’infinito amore col quale Dio stesso si ama, e con sé la realtà tutta del mondo, nel che consiste la beatitudine, che non è un premio conseguente di una vita buona, ma l’esercizio della virtù stessa, nella quale riposa”[in Spinoza, di Torno e Peratoner, RCS Grandangolo, Milano 2014].

Indipendente, onesto, coraggioso (pure in un involucro umano debilitato dalla tubercolosi) e mite,  fu emarginato. Come spesso accade a quel genere di persone.

Qualcosa di simile successe a Sandro Pertini. Considerato dai suoi stessi compagni socialisti: “coraggioso come un leone, ma col cervello d’una gallina”(Riccardo Lombardi). Perché praticava la sua militanza socialista curandosi dei problemi della gente, mentre disertava la vita correntizia e le fumose riunioni di partito. Ricordiamo tutti la fine di chi lo considerò “cervello d’una gallina”: estromessi dalla storia, grazie anche alla manona dei servizi segreti americani (ma questa è un’altra storia, di cui potremo parlare un’altra volta).

Spesso, penso al suggerimento prezioso di Spinoza: rifugiarsi nella filosofia (vita dell’intelletto e conoscenza) come rimedio per lenire le inquietudini, di fronte ai piccoli e grandi  fatti che affliggono ogni giorno la nostra vita personale e sociale.

Perché scrivi?

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In “Domenica” – supplemento di letture del Sole 24 Ore, il 12 ottobre – Nicola Gardini recensendo un libro su Truman Capote (1924-1984), romanziere tra i miei autori preferiti, m’ha servito la risposta che rivolgo al visitatore di questo blog, alla domanda: “Perché scrivi?”

“Difficile trovare un altro artista della parola che sappia professare una fede così certa e chiara nella corrispondenza tra il vivere e lo scrivere. Ognuno è il proprio romanzo, e il romanzo è sempre l’immagine di qualcuno, è sempre inevitabilmente quello che occorre essere, perché la natura segue il suo destino, e una mela – come ha affermato in un’intervista Capote – non può che essere una mela. Questa è la ragione per cui a scrivere non si impara da nessuno.”

E’ così: scriviamo per trattenere nella memoria frammenti di vita vissuta, azioni e impressioni.
“E, da scrittore, come ti consideri?”, conseguente alla prima domanda. Qui la risposta è meno facile. Inutile nascondersi dietro prevedibili “decidano gli altri” o “leggi le recensioni”, siccome scrivo se mi diverto, rubo la risposta a Patrick Modiano (Nobel letteratura 2014):

“Sono un cane e fingo di avere il pedigree.”

Definizione che non chiede commento. Essere “dilettante” nel senso vero, che con modestia porta avanti una passione, cercando sempre d’essere se stesso. Mi piace pure definirmi indipendente, e a volte “impegnato”, attratto anche da argomenti non seriosi. L’obiettivo è il divertimento letterario, da autore e lettore, sperando di dare o ricevere in ogni scrittura/lettura una botta di vita.

C’è una terza domanda: “Come riassumeresti il tuo pensiero?”
Qui, la risposta in pillole è un azzardo. Non rinnego il passato, e trovo sintonia con il Camus del “senso dell’assurdo” in cui è calata la vita umana, e “dell’uomo in rivolta”, che quotidianamente sostiene le battaglie giuste. Non credo alle favole religiose, in tal senso sono un ateo, ma apprezzo certe pagine evangeliche. Condivido con chi l’ha scritto: ogni giorno alzandomi cerco all’orizzonte un puntino rosa: la felicità.

[Questo spazio del blog è a tema libero, a scadenze non preordinate, anche su proposta dei visitatori che vorranno dialogare dicendo la loro scrivendo all’indirizzo email: ferrucciofabilli@libero.it.]

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