ANGIOLO, “Scandaglio”, Alì Babà tra Quaranta Ladroni

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Angiolo Salvicchi detto Scandaglio – per capacità impressionanti di recuperare palle, nel gioco della pallavolo, schiacciate nei suoi pressi – basso di statura, aveva un capoccione. Forse, causa della particolare struttura corporea andava ricercata nella fame patita da ragazzo: la capoccia brillante era necessaria per procacciare cibo al corpo minuto. Privazioni che Angiolo – battendo sui fianchi ripetutamente le mani a taglio – ricordava: “La fame ch’ho patitooo!…” a chi si meravigliava della tenuta formidabile del suo stomaco. In certi pranzi compensava in modo pantagruelico le pene di gola passate. E trovarlo di cattivo umore non era facile. Anche se abbattuto, non perdeva l’ironia, citando metafore o episodi tragicomici a mo’ di scacciapensieri. Come quando raccontò – in seguito al grave incidente che lo ridusse in fin di vita – d’essersi visto dall’alto, sdoppiato dal corpo, a incitarsi: “Forza Angiolo! Devi farcela!…” Perciò Angiolo può considerarsi, a buon  diritto, tra i massimi filosofi stoico-edonisti Cortonesi. Infanzia stentata, tra orfani in collegio (se ben ricordo) a perfezionare l’arte della sopravvivenza. Assunto all’Ospedale, ne divenne Provveditore Economo per anni. Sbocco naturale per colui che ritenne prioritario conquistare un “posto” in grado di garantirgli la sicurezza alimentare. Per poi mettere a disposizione dei ricoverati la sua tenacia nel provvedere ai tre pasti al giorno. E non mancò al dovere giornaliero di fornire: vitto, medicamenti, coperte, riscaldamento e quant’altro necessario nella complessa organizzazione sanitaria. Cambiavano amministratori e medici, più o meno capaci, e c’era pure da fare i conti, nel secondo dopoguerra, con cicli economici d’un Paese esposto ad alti e bassi anche clamorosi.

Scandaglio se la cavava lo stesso, con pochi o tanti soldi. E se qualcuno, sottovoce o sfrontatamente, insinuava ch’era un profittatore, non si scomponeva. Anzi, rintuzzava il fuoco col racconto spassoso di quando, mescolato a un discreto numero di economi italiani, fece visita a una multinazionale di prodotti per l’igiene – la Henkel. Portavoce del gruppo, dinanzi al direttore generale – tendendogli la mano  – si presentò così: “Piacere! Alì Babà e i Quaranta Ladroni!…” indicando i colleghi. Inutile nascondersi: qualcosellina agli economi era impossibile non rimanesse attaccata alle dita… (Il fenomeno in Italia è comune a tanti altri “servitori dello Stato”, non solo Economi, sottraendo all’erario ogni anno oltre 60 miliardi di euro).

Pronto e sagace se la sbrigava in ogni circostanza. Come quando fu annunciata un’ispezione ministeriale. La preoccupazione principale era far corrispondere il patrimonio iscritto nell’inventario con quello realmente posseduto. Alla verifica, mancavano delle coperte. Non che quelle ospedaliere fossero di pregio – allora come ora -, tuttavia, nel continuo via vai tra malati, parenti e personale, più d’uno s’era fottuto il copriletto. Agli addetti del guardaroba, Scandaglio ordinò che un certo numero di coperte fosse diviso in due allo scopo di pareggiare i conti tra l’inventariato e il materiale disponibile. Con quell’espediente furono gabbati gli ispettori ministeriali. Ma anche se ne fossero avveduti, di fronte a tante ruberie viste in giro, avrebbero probabilmente chiuso un occhio su quella misera frode. In molti ospedali italiani, ben più costosi sarebbero stati i danni da denunciare. Come, ad esempio, forniture di apparecchi mai usati giacenti in remoti nascondigli.

Angiolo aveva una personalità risoluta verso chiunque, però, fedele all’azienda, lavava i panni sporchi in casa e non in piazza. Senza risparmiare critiche o prese in giro a chi lo meritasse, con l’aggiunta di arguzie carnevalesche.  Quel che capitò a Gino Svetti – tra i più diligenti amministratori con cui ebbe a che fare. Scandaglio, sapendo della sua imminente decadenza – approfittando che ogni giorno Gino passava nel suo ufficio con qualche problema da risolvere – l’accolse burlescamente: “Svetti! ora hai finito di rompere i coglioni!…” facendogli il gesto dell’ombrello. Di lì a poco, Gino venne rinominato amministratore, seguitando tra i due  scambi di battute salaci, e l’impegno di Angiolo a risolvere le beghe prospettate dal coriaceo superiore.

Un capitolo lungo meriterebbe Scandaglio organizzatore e animatore di feste e bisbocce. Gli piacevano compagnie allegre e gaudenti. E nessuno del suo giro di amicizie si sarebbe permesso mai di escluderlo da una strippata. Sempre disposto a  imbrancarsi. Ricordo un viaggio di cortonesi a Paternopoli, in occasione del terremoto degli anni Ottanta. Riparati dal freddo e dal nevischio sotto una lamiera precaria, dentro un secchio fu preparata una gigantesca spaghettata al peperoncino. I cortonesi avevano sufficienti cibarie per sé e per i terremotati, i quali  portarono una damigiana di squisito aglianico che ben presto volatilizzò! Durante la cena i paternesi s’erano lamentati d’aver visto a Battipaglia tanti beni di soccorso dei quali a loro nulla era toccato – a una settimana dal sisma – salvo il materiale di Cortona. Scandaglio, complice l’alcol, impiantò un comizio infervorato: invitandoci a correre a Battipaglia tutti insieme!… A stento, venne neutralizzato quello slancio generoso.

Altro episodio. A Chateau-Chinon. (In occasione del gemellaggio tra Cortona e la città francese, con Angiolo, a lungo, assiduo protagonista). Un assessore cortonese snob, ospite atteso dal capo dei pompieri, invece di raggiungere il Morvan stava spassandosela a Parigi. Gli organizzatori locali suggerirono di rimediare alla scortesia facendo visita al pompiere. Tra i primi volontari, trovai il pompiere talmente affranto che zampillava lacrime come fontanelle – mai visto prima –, inumidendo persino chi gli era di fronte! Felice di vederci e sfogare l’amarezza, cavò dal frigorifero le prime bocce di champagne d’una ricca provvista.  Quando barcollanti scendemmo le scale, stava arrivando Scandaglio con altri cortonesi volontari dello sbevazzo. A quel punto fummo sicuri d’aver risolto l’incidente diplomatico, e lo champagne del pompiere non avrebbe preso d’aceto.

LA LOTTERIA DEI TESTS D’INGRESSO ALL’UNIVERSITA’ A CHI GIOVA?

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Giannini, Ministra del MIUR, sembrava avesse fatto il verso di abolire i testi di ingresso all’Università, impegno che non ha mantenuto. Così seguitiamo ad assistere al triste peregrinare di migliaia di neodiplomati su e giù per l’Italia, sostenendo le più assurde e inutili spese che un genitore debba sopportare per aiutare i figli: viaggi, soggiorni e una bellissima tassa di partecipazione pagata a ciascuna Università in cui si intenderebbe iscriversi. Basterebbero a dimostrarne l’inutilità – o peggio, l’arbitrio, quindi l’ingiustizia e l’illogicità – le stramberie contenute nei quiz somministrati ai candidati, ai quali dichiarò che non sarebbe stato in grado di rispondere un eminente  professore universitario – che ha scritto uno dei manuali più ponderosi e usati di Patologia Medica -, così come non si capisce il perché si chiedano, ad un aspirante Psicologo, nozioni di economia e altre simili scemenze, che più che testare la preparazione di uno studente alla fine non fanno altro che aumentarne frustrazione,  senso di inadeguatezza e di ignoranza che, invece, dovrebbero avere chi li scrive e li assembla. Tornando all’esempio del luminare italiano della Medicina di cui sopra, sappiamo che il suo diploma di scuola superiore era di Geometra, essendo quello l’unico istituto superiore presente nel suo territorio negli anni Sessanta. Fortuna volle – per lui e per la scienza medica – che fu liberalizzato l’accesso a qualsivoglia tipo di Diplomato ad ogni tipo di Facoltà. Non solo, neppure era previsto il numero chiuso in alcuna Facoltà. Salvo in scuole di elite, tipo la Scuola Normale di Pisa. Dove aveva ed ha senso, essendo organizzate tipo college, dove studenti e docenti vivono l’intera giornata a stretto contatto formativo. Ma quante altre Università italiane godono di questo privilegio?

Lo erano prima dei test d’ingresso e lo sono rimaste, quasi tutte Università di massa, purtroppo – a paragone di altre nazioni evolute – frequentate poco e con scarso successo finale: siamo infatti alla fine deficitarii di laureati in fondamentali materie scientifiche, indispensabili al nostro sistema produttivo. Senza escludere che tra un po’ mancheranno pure i medici, dei quali in passato se ne è lamentato l’eccesso. Ecco il motivo per cui la nostalgia del passato è attuale, specialmente se aggiungiamo, a quell’apertura “liberista” all’accesso universitario, l’ampia disponibilità di finanziamenti per il diritto allo studio  dei giovani meritevoli in disagiate condizioni economiche familiari. Oggi, infatti, lo studio universitario non solo è ostacolato da quelle scemenze di test, ma è diventato dai costi proibitivi per larghe fasce della popolazione. Se alle tasse universitarie – che in virtù dell’autonomia finanziaria sono molto lievitate dappertutto – aggiungiamo costi altrettanto lievitati come quello degli alloggi – poche Università garantiscono case agli studenti a costi calmierati – oltre ai costi del sostentamento e dei trasporti, è indispensabile che alle spalle di ogni studente ci sia una famiglia in ben floride condizioni economiche.  Altrimenti ciccia.

Il diritto allo studio sta diventando un flatus vocis. E non si venga a dire che il numero chiuso consente una migliore didattica agli insegnati e la possibilità per gli studenti di usufruire di aule, laboratori, biblioteche, ecc.. Non farò testo, ma io frequentai proprio l’Università di massa aperta a tutti in facoltà mediche – dove sono indispensabili laboratori e spazi didattici attrezzati – ma non ricordo aule insufficienti, né eccessivi affollamento ai laboratori… Certo le università devono migliorare la loro assistenza agli studenti anche in forme tutoriali, ma, in epoca informatica, se funzionano addirittura le Università a distanza, dov’è il problema  nell’accettare chiunque voglia scegliere la propria Facoltà preferita?

Ma il raggiungimento di Lauree in totale “anarchia” quali vantaggi porterebbe ai nuovi dottori? Si potrebbe obiettare.

Siccome il problema dell’occupazione dei laureati in Italia non è stato risolto neppure col “numero chiuso”, preferisco di gran lunga che i giovani seguano la propria passione nella scelta delle Facoltà e se avranno da tribolare per trovare un lavoro lo facciano con la piena responsabilità delle loro scelte. Non accetto che lo Stato ti induce a un percorso formativo non gradito, e poi tanto ti abbandona ugualmente al tuo destino.

AMARCORD IN VISITA A CORTONANTIQUARIA

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Non essendo un compratore, vado in visita alla annuale Mostra del mobile Antico, ribattezzata di recente Cortonantiquaria, solo per il piacere di vedere cose vecchie, artistiche o artigianali, oggetti che, poco o tanto tempo fa, sono entrati nella vita di famiglie, persone, o luoghi di culto. (Anche quest’anno non mancano arredi, statue, crocifissi e oggetti usati nel culto cattolico, di qualità non eccezionale, ma certuni di buona fattura, come certe statue lignee di dimensioni quasi reali, tra le quali è notevole una statua lignea della Madonna col Bambino che sembra saltar giù dalle ginocchia della madre da un momento all’altro).

Entrando devi spogliarti del punto di vista del visitatore museale – anche se alcuni  oggetti, quest’anno non molti, potrebbero farne parte –  dovendo  ragionare da collezionista immerso nel caotico bric a brac  alla ricerca del pezzo desiderato, o con l’aspirazione generica d’essere affascinato da qualcosa di imprevedibile da portar via.

Nel solco della tradizione della Mostra mercato, ci sono – non molti – espositori specialisti di una materia: oreficeria, ventagli, stampe, quadri,…, a prima vista, è mancata dal passato la simpatica collezionista di armi antiche, presente in tante edizioni. Prevalgono esposizioni composite: tavoli, armadi, serviti da tavola o da pompa in argento o ceramici, trumeau più o meno preziosamente intarsiati, seggiole, arredi sacri, statue in prevalenza lignee, quadri,… Molti quadri, come sempre. Alcuni di autori “secondari”, se pure di elevata qualità: pennelli espressivi del buon gusto o di un’epoca, mentre in gran parte sono tele oscurate dal tempo, il cui fascino si limita poco più che alla patina antica. Forse, restaurati all’originaria luminosità, alcuni, potrebbero ancora suscitare emozioni.

Gli spazi espositivi accolgono antiquari provenienti da più parti d’Italia. Ma non ritrovi quella concentrazione di cortonesi, aretini, toscani del passato. Salvo il cortonese Bucaletti che espone oggetti di ottimo gusto e fattura, come usava negli standard degli anni più floridi in cui la concorrenza era tra prodotti eccellenti. Così ospitale che aveva lasciato sul tavolo centrale un pacchetto aperto di Toscani di mio gusto. Tranquillizzo Bucaletti, non ne ho approfittato. In un altro stand ho rivisto la presenza dei fiorentini Velona. Senza più la presenza del patriarca della ditta , tra i più simpatici animatori di questi giorni di Mercato. Così come, perché scomparsi o non più interessati, non si trovano più remoti e fedeli espositori: Stanganini, Billi, Rachini, Borgogni, Marri,.. e il grande patrono della manifestazione, l’aretino Ivan Bruschi, che morendo ha lasciato in dono alla città di Arezzo una collezione antiquaria degna d’essere elevata a Museo. Di lui, come degli altri che non tutti ho mentovato, ho cari ricordi di persone competenti e disponibili a condividere le loro aspettative, questioni private, difficoltà di mercato, suggerimenti per migliorare ogni anno il tasso qualitativo della manifestazione a cui dimostravano grande attaccamento. Per amore di Cortona, si sforzavano ogni anno, anche con cospicui impegni economici, di portare sempre il meglio. Bruschi, di animo  nobile, mi rese leggera la non facile incombenza di comunicargli che il Consiglio Comunale si era rifiutato di assegnargli la cittadinanza onoraria. Negli anni Ottanta una certa etica politica aveva sindacato sul suo essere apparso negli elenchi della P2. Penso sinceramente che lui avesse consentito quella iscrizione per semplice atto di cortesia verso qualche suo concittadino (gli aretini nella P2 erano uno stuolo), non certo per aumentare prestigio professionale o profitti economici di cui non aveva certo bisogno. Ebbene, proprio in quell’incontro, lui, certamente dispiaciuto del mancato conferimento di una cittadinanza onoraria strameritata, mi accompagnò con estrema gentilezza  a visitare casa sua, quella che poi è diventata la Casa Museo Ivan Bruschi. Senza trascurare di suggerirmi qualche ottimo ristorante a Londra dove sarei andato di lì a poco. Dall’accostamento di due imbarazzi, insomma,  si rafforzò l’amicizia.

Come ogni anno Cortonantiquaria presenta una piccola mostra a tema: quest’anno è l’erotismo e la seduzione del corpo femminile. Rappresentati in oli, stampe e disegni di elevata qualità. Tra tutti spiccano una serie di disegni di Picasso, un vero maestro anche su questo argomento. Quasi novantenne, ancora apprezzava non solo artisticamente il fascino femminile, tradotto in una grafica chiara ed estremamente efficace nel trascinare l’osservatore fin nelle pieghe della sua passione.

Volendo riassumere l’esperienza d’una mattina, oltre ai ricordi del tempo passato di personaggi meravigliosi nella loro passione per i “tarli”, girovagando per gli stand di Cortonantiquaria di fronte ad oggetti consunti dal tempo e dall’uso, è stato un esercizio della memoria storica e artistica sull’uomo faber, che dovremmo regalarci di frequente, anche per rammentare che, mentre l’uomo è transeunte, molte cose da lui prodotte seguitano a testimoniarne nel tempo il passaggio.  Non senza un velo di nostalgia per quelle  amicizie passate che si battevano fieramente nella promozione della cultura antiquaria, oggi – mi è parso – non più tanto in florida salute, stante una crisi economica che colpisce senza pietà, a cominciare dai più poveri, ma pure le classi medie, un tempo tra i migliori acquirenti e cultori delle cose belle. Seguitando di questo passo, insieme al venire meno degli acquirenti italiani di antiquariato, il rischio più che remoto è che gli oggetti migliori del nostro patrimonio artistico finiranno – com’è accaduto – per dispendersi del tutto in mercati lontani.

 

AVRA’ VITA DIFFICILE IL CORTONESE NEODIRETTORE DELL’ARCHEOLOGICO DI NAPOLI

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Le felicitazioni per la nomina di Paolo Giulierini, cortonese alla direzione di uno dei Musei Archeologici italiani più importanti, hanno presto lasciato il posto alle polemiche, soprattutto a livello nazionale sui criteri della nomina. C’è stato chi ha messo in discussione l’intero pacchetto di nomine – grosso modo – con queste due obiezioni: non rappresenterebbero le eccellenze tecno-scientifiche, e perché risultano esclusi eccellenti funzionari delle Soprintendenze?  C’è stato pure chi ha mirato a criticare figure specifiche come nel caso di Giulierini: il suo incarico a Conservatore del MAEC non fu frutto di selezione pubblica, ma di cooptazione, le sue pubblicazioni scientifiche sarebbero di modesta caratura,…e via discorrendo, insistendo sulla presunta non idoneità all’alto compito, inoltre si segnalano – a paragone delle sua scelta – esclusi che avrebbero avuto più esperienza e altisonanti produzioni di ricerche scientifiche. Senza escludere che costoro procederanno a ricorsi per vie legali.

Insomma Giulierini, da certi punti di vista, pare in una situazione poco invidiabile.

Resta il fatto che il Ministro Franceschini ha voluto imprimere sulle 20 nomine il proprio marchio: una sostanziale rottamazione dei funzionari delle Soprintendenze e la ricerca di nuove energie in Italia e in Europa per dare maggiore dinamismo alle strutture museali, che, in verità, anche per colpe politiche ministeriali, non hanno dato alle eccellenti raccolte italiane quella visibilità internazionale ottenute da pari strutture straniere. Ricordavo come da solo il Louvre ha le stesse presenze di tutti i musei italiani messi insieme.

Non c’è dubbio che tra i criteri per i nuovi scelti ci siano stati margini di discrezionalità nel valutarne le candidature, consentendo manovre al Ministro  Franceschini che se ne è avvalso con una certa spregiudicatezza. In questa alea discrezionale ci si è vista anche qualche mossa di partito, come nel caso di Giulierini. La riprova di eventuali errori di valutazione sui candidati non potrà che venire dai fatti futuri, quando i nuovi direttori si metteranno all’opera. Sul cui buono o meno felice esito, teoricamente, dovrebbe risponderne lo stesso Ministro.

Tuttavia, pur essendo questioni lontane dalla nostra portata, la vicenda pare non avere insegnato molto a livello locale, allorché in tutta fretta è apparsa sulla stampa la conferma di Giulierini a Conservatore anche al MAEC. Cosa che alcuni cortonesi avevano anche caldeggiato, credo, sottovalutando l’impegno. Per quanto piccola, ogni organizzazione Museale ha i suoi impegni quotidiani nel seguire il corretto andamento gestionale, oltre al fatto che se non si vuol sedere sugli allori c’è molto da lavorare in politiche di sviluppo che richiedono altrettanto se non superiore tempo, energie, capacità. Pensiamo, ad esempio, a uno scambio di materiale tra Musei. C’è la ricerca degli interlocutori di un certo livello qualitativo, per cui non basta avvalersi di agenzie, oltre alla stesura di programmi attuativi da sottoporre sia agli interlocutori sia agli organi di gestione e agli eventuali sponsor; e, una volta ottenuti tutti i semafori verdi,  seguono le delicate fasi attuative che necessariamente gravano sulla figura del Conservatore, garante per tutti del buon fine del progetto e della incolumità del materiale prestato. Insomma di pronto e fatto non c’è nulla, ogni idea per svilupparsi richiede  complesse azioni.

Nulla vieterebbe che si garantisca in futuro la conservazione del posto al Giulierini nell’ambito del MAEC, altro è vederlo protagonista contemporaneamente della direzione del MAEC e del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, un impegno insostenibile anche da Nembo Kid.

Oltretutto perché negare, a livello locale, di far fare una esperienza di direzione del MAEC, procedendo a una selezione tra giovani esperti di antichità, nel frattempo che Giulierini ha il suo bel premio (comprese tante gatte da pelare) in quel di Napoli?

 

 

 

 

COMPLIMENTI A PAOLO GIULIERINI – STESSI CRITERI DI SCELTA PER IL SUO SOSTITUTO AL MAEC

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La notizia che uno studioso cortonese, emergendo da una selezione pubblica europea, sia stato scelto a sorpresa responsabile del Museo Archeologico di Napoli  riempie tutti di soddisfazione, non solo tra chi l’ha conosciuto e apprezzato.

Senza dubbio le sue qualità professionali da sole non avrebbero raggiunto questo prestigioso traguardo, senza il meraviglioso retroterra costituito dal rinnovato Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona.

Un successo siffatto non si  improvvisa. Parte da lontano. Sia con l’impegno e le attitudini di Paolo negli studi e nel lavoro svolto; sia per il contesto in cui ha operato. Frutto di lungimiranza amministrativa e tecnico-scientifica nel realizzare nel Museo la rivoluzione copernicana degli ultimi decenni: collocando vecchie e nuove acquisizioni nell’intera struttura di Palazzo Casali. Scelte  tecniche e ricerca delle ingenti risorse ascrivibili all’Accademia Etrusca nel suo insieme e, in particolare, a quanti si impegnarono in prima linea come i professori Edoardo Mirri e Paolo Bruschetti in sintonia con l’Amministrazione Comunale, retta dal sindaco Emanuele Rachini.

Già il ridisegno totale del Museo, della sua nuova organizzazione e gestione nacquero da un’illuminata apertura alle migliori competenze disponibili: locali, regionali e nazionali.

Una volta individuate e reperite le risorse (ingenti) necessarie per gli obiettivi prefissati, i tempi di realizzazione furono abbastanza rapidi.

Raggiunta la nuova veste museale, furono individuate le persone più adatte a gestirlo: esperti, dipendenti pubblici, e una cooperativa di giovani volenterosi e capaci. Ed è qui che si innestarono le attitudini e le competenze di Paolo Giulierini e dello staff direzionale che l’ha circondato nella rinnovata azione promozionale e nell’apertura verso i più prestigiosi musei europei, con scambi culturali e oggetti di valore rilevante.

Perciò, ora che si chiude la parentesi cortonese di Paolo, si dovrà aprire una riflessione tra Accademia Etrusca e Comune sul modo migliore di sostituirlo, evitando scelte che non siano di garanzia certa di continuità nella qualità.

E’ pur vero che Giulierini giunse a Cortona “casualmente” per mobilità da funzionario del Comune di Foiano, coincidendo la sua volontà con quella del sindaco Rachini che n’intravide le qualità potenziali e, contemporaneamente, fu favorito lo scorrimento della graduatoria del concorso a Foiano, in cui il successivo era Andrea Vignini. (Di questa agevolazione – i fatti diranno – Vignini non tenne alcun conto rispetto a Rachini).

Pure in tale casualità di intenti, Giulierini dimostrò ben presto che la scelta era ben fatta per se e nell’interesse del Comune, in particolare, guadagnando la stima degli Enti proprietari del Museo, nel momento in cui si doveva provvedere a costituirne i nuovi organi dirigenti. Fino a conquistare la fiducia – sancita oggi – dello stesso Ministro dei Beni Culturali che lo ritiene idoneo a governare una realtà museale prestigiosa  e complessa: l’Archeologico di Napoli.

Possiamo affermare che Giulierini si sta accingendo a ripercorrere gli antichi passi dell’archeologo cortonese Venuti, tra le maggiori autorità scientifiche del suo tempo in territorio napoletano.

L’auspicio odierno è che Accademia Etrusca e Comune di Cortona procedano all’avvicendamento di Giulierini valutando qualità e prestigio di chi dovrà sostituirlo: che sia una persona altrettanto valida. In potenza o già affermata. Sia essa già attiva all’interno del MAEC, o, qualora non ci fosse, necessitando un nuovo innesto, si proceda in assoluta trasparenza ad una selezione pubblica sulla falsariga del Ministro dei Beni Culturali.

 

EVARISTO BARACCHI POETA E ARTISTA PLASTICO, MI “MANDO’ A SETTEMBRE” A DISEGNO…

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E fece bene. Sfogliando la sua “Raccolta postuma” di poesie – curata da Ivo Camerini – intercalata da leggeri, eleganti e sensuali disegni di nudi femminili, mi rendo conto del disgusto che dovette provare di fronte ai miei schizzi agli esami di terza media!  La prima prova, a giugno, consisteva nel riprodurre un limone, rimandato a settembre, era l’apparentemente più facile bottiglia di vetro; oggetti che il prof. Evaristo m’avrebbe senz’altro tirato in testa, vedendo la pesantezza grafica delle mie riproduzioni. La colpa sarà stata dei lapis poco appuntiti che lasciarono una traccia simile a una bitumatura stradale?!… Eppure il Prof. ci aveva insegnato come scegliere la rugosità giusta della carta: diversa fra il disegno geometrico e  il disegno dal vero, e stessa attenzione avremmo dovuto avere per i lapis: ben appuntiti e appropriati a ciascun tipo di esercizio. Ma no. Non erano state le mie sciatte punte del lapis a sprofondarmi nella sciattezza, mi mancava quel che invece  aveva Evaristo: il tocco artistico e una matura sensibilità poetica anche nelle creazioni grafiche.

La produzione poetica di Evaristo – numericamente contenuta – rappresenta tappe importanti della sua vita, evocando mutevoli sentimenti: affettivi, malinconici, ironici, estetici… al variare dell’età, dei luoghi e delle stagioni. Compresa una piccola serie di poesie in romanesco sulla falsariga di Belli e Trilussa: garbate prese in giro, in prevalenza, rivolte a situazioni o personaggi politici. La facile e gradevole consultazione è favorita dalla meticolosa e amorevole ricerca critica di Ivo Camerini, sollecitato dalla vedova Wilma Alari, compagna d’una vita di Evaristo Baracchi, che ha raccolto e messo a disposizione i fogli sciolti delle rime.

Questo piccolo libro, per chi ha conosciuto Baracchi, ne completa il profilo: massiccio, apparentemente severo, studioso di questioni agricole, impegnato nell’insegnamento e nella gestione della Banca Popolare di Cortona da vice-presidente, dotato di sottile ironia da toscanaccio –  espressa nelle vignette pubblicate in quarant’anni nell’Etruria di Enzo Lucente  – coltivava anche una vena poetica che distillò con parsimonia.

Leggendo e rileggendo le poesie di Baracchi – nella snella e curata pubblicazione dell’Editore Calosci – m’è tornata in mente una saggia considerazione d’un amico cultore di letteratura: “Ad ognuno, per riassumere il proprio senso della vita, si dovrebbero consentire al massimo 180 pagine!” In questo caso, in meno della metà è raccolto la sensibilità estetica e i mutevoli sentimenti d’un uomo in poche e piacevoli rime, accompagnate da una serie di disegni di nudi che rimandano agli affetti materni e alla inesauribile fonte di turbamenti e passioni suscitate dal corpo di una donna.

4 AGOSTO 1974 – ITALICUS – GLI ARETINI COINVOLTI – FU SOLO STRAGE O GUERRA CIVILE A BASSO IMPATTO?

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A 41 anni di distanza, quale può essere il senso civico di ricordare quella tragica vicenda in cui persero la vita 12 persone e numerosi feriti? Per chi ha vissuto quei momenti come la mia generazione, ma anche per i figli e nipoti, ricordare intanto che protagonisti di una lunga sequela giudiziaria, processati per la strage sul treno Italicus, furono degli aretini. Insieme all’empolese Mario Tuti, furono aretini gli altri imputati: Luciano Franci, Piero Malentacchi e Margherita Luddi, mentre intervennero altri aretini coinvolti a vario titolo (gli avvocati Ghinelli e Graverini difensori degli accusati,  e altri in qualità di sospettati, fiancheggiatori se non, addirittura, mandanti). Per giungere alla loro assoluzione trascorsero quasi due decenni. Una specie di otto volante giudiziario che vide gli imputati prima condannati (un paio addirittura all’ergastolo) e infine assolti. Sottoposti alla galera, al confino, a una interminabile gogna mediatica, alla distruzione di affetti famiglie e, in definitiva, alla negazione della loro vita. Purtroppo, però, sulla estraneità degli aretini nella strage persistono voci non concordi, come testimoniato dal libro dell’amico Luca Innocenti, contrariamente alla mia convenzione sull’equità della sentenza finale (raccontata nel  “Nero dell’oblio, della violenza e della Ragione di Stato”). Tutto ciò perché accade?

Io e Luca non abbiamo scritto cose diverse per partigianeria politica, né tantomeno per simpatia o antipatia verso gli sventurati protagonisti giudiziari di quel tempo. Il motivo di tanta diversità va cercato nel groviglio di interessi nascosti da tanti segreti di Stato che ancor oggi impediscono di far luce piena sulla verità di quei fatti. Gli storici che scriveranno in futuro – tra quanti decenni? – saranno più fortunati di noi, potendo disporre di carte sparse in Italia e all’estero, oggi inaccessibili.

In breve, cosa ho scritto a proposito degli aretini al processo Italicus? Franci aveva rubato un grosso quantitativo di dinamite alle cave di Civitella. Tra i suoi obiettivi  dichiarati, messi per iscritto in un volantino autografo, c’era un attentato dimostrativo nottetempo alla Camera di Commercio, mandandone in frantumi i vetri. In seguito a quel furto si verificarono “botti” dinamitardi – tra Natale e Capodanno – lungo la linea ferroviaria tra Arezzo e Terontola. Con danni solo a materiale ferroviario. Franci dopo poco fu arrestato mentre in compagnia di Malentacchi si recava a prelevare la dinamite in un nascondiglio, con in tasca il biglietto rivendicativo dell’attentato alla Camera di Commercio, ovviamente non realizzato. In carcere gli fu notificata l’imputazione per la “strage” di Terontola. Dove il “botto” aveva divelto alcuni centimetri di binario,  senza morti né feriti, e i treni erano passati indenni. Pur avendo dimostrato che la notte dell’attentato era in servizio postale alla stazione di Firenze, fu condannato a 17 anni per strage – inesistente – “in concorso con ignoti”. Mai scoperti. Franci, in carcere ad Arezzo in attesa di giudizio, evase con altri due: Felice D’Alessandro e Aurelio Fianchini. Il D’Alessandro scomparve, mentre Fianchini nella redazione di Epoca si consegnò alla polizia dopo aver testimoniato de relato (per sentito dire) che Franci, Malentacchi, Luddi, e (facendo confusione sui nomi) aggiunse Gallastroni e Batani (quest’ultimo era persino in carcere il giorno dell’Italicus!). Gallastroni fu scagionato, ma gli altri furono imputati della strage in concorso con Tuti. A parte il dubbio che Franci abbia  potuto autodenunciarsi di un orrendo delitto, la sequenza del racconto di Fianchini franò al processo, fino addirittura a scomparire da Bologna (sede del processo) all’inizio della sua testimonianza. Ma in treno cosa era esploso: la dinamite di Franci? No! Un potente esplosivo solo di recente in dotazione alla Nato. Che oltre ad esplodere sviluppò un tale calore da liquefare le strutture del treno. Se avrete la curiosità di rileggere la mia ricostruzione del processo tra le tante contraddizioni, invenzioni, ecc., colpisce la messe di depistaggi, per i quali furono inquisiti uomini dei servizi segreti, generali in pensione, ecc. insomma uomini di Stato; senza giungere al perché, ai motivi di tanti depistaggi, ma limitandosi alla semplice condanna. Quando ci furono condanne…

Tuttavia nel polverone ancora impenetrabile, che circonda quel periodo, ad alcuni punti fermi ci siamo arrivati. La stagione della “strategia della tensione” ha rappresentato una delle pagine più infami della Repubblica italiana. Basti ricordare quante persone innocenti ne furono vittime: dalla strage alla Banca dell’Agricoltura a Milano, fino alla stazione di Bologna. E quanti furono i depistaggi messi in atto dagli apparati dello Stato (si dice “deviati”, ma da chi? non certo da estranei agli ambiti politici ), non consentendo alla magistratura di stabilire verità certe su quella sequela di delitti. Sempre che tutti i magistrati si fossero dimostrati desiderosi di giungervi… E quandanche prendessimo per buone le poche sentenze di condanna dei responsabili, restano all’oscuro i mandanti. Ed è solo conoscendo i mandanti che si chiarisce il quadro delle responsabilità.

E’ inutile sottolineare che esiste più del sospetto, bensì la certezza di una convenienza dello Stato-Potere (di ieri e di oggi?) affinché non si faccia piena luce sulla stagione stragista. Che – non sono il solo a pensarlo – rappresentò una vera e propria guerra a basso impatto, con tante vittime civili, militari, giudici, poliziotti…il cui scopo fu destabilizzare il Paese e favorire una sorta di regime autoritario, come in Grecia. Con la differenza che in Grecia il golpe avvenne. Mentre in Italia permase a lungo uno strascico di sangue, di fatto raggiungendo lo stesso scopo che in Grecia: annullando la democrazia impedendo l’alternanza al governo di coalizioni politiche tra loro in competizione. E, in questo senso, la storia italiana mi pare ancor oggi infinita…

(Per un aggiornamento sullo stato attuale della ricerca storica sulla strage dell’Italicus invito ad ascoltare il saggista Massimiliano Griner su RAI tre, il 4 agosto alle 14.)

 

Venezuela, note di colore

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Come ci si diverte in Venezuela? Senza banalizzare, mi par d’avere capito – come dappertutto – vigono bacco, tabacco e Venere. Poco tabacco. Ma, specie a fine settimana, ricchi e poveri s’imborracciano alla grande! In base alle finanze, birra,  rhum, e whiskey invecchiato sono i compagni di serate e nottate di brindisi a non finire, fino allo stordimento (nel caldo tropicale, il Venezuela è uno dei maggiori consumatori al mondo di whiskey!). Con più moderazione in pubblico – nelle discoteche o nelle feste danzanti all’aperto -, ma nel privato si va giù duro, in gara a chi più resiste all’alcol. Col sottofondo musicale di canzoni d’amore e tradimenti, ideale a scatenare arsione alcolica derivata da nostalgie e amarezze. In effetti, quando ho chiesto a una persona giovane e acculturata se gli piaceva quella musica, mi ha risposto: “No! è musica da borrachos (ubriachi)!  A me piace Zucchero, Pausini, Jovanotti, Ferro, Ramazzotti…” insomma, cantanti italiani. Tuttavia, dal vivo ed eseguita da orchestre professionali, quella musica ha fascino e i giusti ritmi per stimolare danze erotiche allusive. Fondamentali per il  “Buen vivir” – scritto di recente addirittura in molte costituzioni sud Americane. I miei ospiti, un tantino conservatori, spesso ironizzavano sulle funzioni del neo-istituito Ministerio de la Felicitad…anche se non facile da favorire tra tutto il popolo, onore al merito per lo meno di provarci.

Ho scritto che in Venezuela non solo che la famiglia negli strati medio bassi è  instabile – negli alti è più stabile, presumo, a salvaguardia dei patrimoni, perché, di fatto, è incasinata come nelle soap opera alla Beautiful  – ma la licenziosità sessuale è pari se non superiore alle nostre latitudini. L’ha capito pure il Papa nel viaggio odierno in sud America, riempiendoli di pistolotti sulla famiglia, chissà se efficaci?!

Così come ci sono divertenti luoghi comuni, da sfatare. Ad esempio, si dice che gli uomini italiani di seconda generazione son tutti gay! Ma a Isola Margarita ho incontrato il taxista Luigi – d’origini campane – che ha contemporaneamente due famiglie con due compagne diverse!… Dunque, più che di licenziosità sessuale tropicale, penso si tratti di una promiscuità dovuta alla instabilità economica e a un coacervo di culture in un popolo ad alta percentuale di emigranti, propensi alla sopravvivenza e al distacco da retaggi conformisti tradizionali. In fondo, tra le principali attrattive per l’uomo medievale europeo, fu  favoleggiata la nudità dei nativi e la loro promiscuità sessuale. Della nudità non è rimasto nulla (salvo tra i nativi sperduti nelle foreste), ma il clima caldo, 365 giorni all’anno, porta a vivere a ritmi blandi e lunghe pause nelle ore della massima calura, associata spesso a una umidità stordente. Perciò non è tutt’oro quel che luccica. Sempre che non si abbiano le possibilità economiche di acquistare condizionatori d’aria. Rari, se non inesistenti nei barrios.

Dai quali, una sera appostato al fresco, ho udito un crepitio d’armi, non certamente a festa. Mentre tra i ricchi c’è il timore di rapimenti a scopo di riscatto, perciò si barricano tra alte muraglie e fili ad alta tensione, nei barrios la delinquenza (quasi sempre organizzata) si spartisce con violenza i proventi del malaffare: droga, furti, rapimenti, estorsioni… tutto mondo è paese.

Sempre per bocca dei miei ospiti, un tantino conservatori, il fenomeno Chavez avrebbe alimentato nella gente comune sentimenti di odio, prossimi al farsi giustizia da sé, nei confronti dei ricchi.  Non saprei dire se l’affermazione corrisponda a verità. Il fatto è che mentre i ricchi si barricano nelle loro case, anche i negozi, fatti oggetto di frequenti rapine, hanno le loro barriere protettive. Ad esempio, un negozio 24 ore distribuisce sigarette, cibo, o bevande da una piccola finestra inferriata. I clienti sono interdetti dall’accedervi. Anche di giorno, vengono fatti entrare solo clienti ben conosciuti, altrimenti si serve dalla finestrella inferriata.

Così come in strada circolano vetture scassatissime, a fianco  di fuoriserie, anche le armi in circolazione vanno da ferrivecchi a pistole o mitragliatori in dotazione alle forze speciali di polizia.

Isola Margarita, fino a non molti anni fa, ospitava molti europei, italiani e francesi in particolare. Oggi i turisti, in prevalenza, sono Colombiani. La loro moneta è più forte, quindi frequentano i centri commerciali e, soprattutto, attratti dai Casinò. Di cui sono dotati anche i maggiori alberghi. Ho trovato una situazione analoga in Cambogia, meta vacanziera di Tailandesi e Vietnamiti dal maggiore potere di acquisto e attratti dal gioco di azzardo, proibito nei loro stati. L’impressione è, comunque, che l’Isola attraversi un momento di stallo economico. Confermato dai nostri tassisti,  Pedro e Luigi. Dove l’aria è molto meno carica di umidità delle aree interne e il mare offre possibilità di snorkeling, balneazione, e surf in tutte le salse. E il costo dei servizi e della vita in generale, pur variabile, non è molto caro.

Abbiamo mangiato la migliore paella nel ristorante da Pablo, grazie alla nostra guida. Che non è un luogo di VIP – più cari e meno gustosi -, anzi, fuori di lì circolavano oscuri figuri che chiamandoti “Hermano!”, offrivano di tutto… Il piccolo centro storico, con resti di fortificazioni spagnole, è molto frequentato di sera per i suoi negozietti pretenziosi, e, soprattutto per ristoranti di una certa classe e dai costi contenuti. Un paio di whiskey invecchiati ci sono costati meno di cinque euro.

Dappertutto, in Venezuela, le persone sono gentili e curiose. Pronte a risolvere qualsiasi problema, meglio se con una manciata di Bolivares. Già, ci siamo domandati come mai si debba viaggiare con pacchi di monete da 100 Bolivares (il taglio più grande) anche in presenza di una inflazione che suggerirebbe tagli maggiori? Sarà per risparmiare la carta? Solo di recente sono impiantati  ettari di pini per estrazione della carta, dipendendo totalmente dall’estero, compresa la usatissima carta igienica di difficile reperimento! O non hanno fatto l’errore europeo di stampare solo monete di grosso taglio che volano via rapide dalle nostre tasche!

Quando comunicai a mia figlia che stavo seguendo una Colea – una specie di corrida che si risolve facendo ruzzolare a terra un toro tirandolo per la coda – dalla sua disgustata reazione mi sforzai di capire se quel gioco fosse o meno da bandire. Ancora non sono giunto a una conclusione. Di fatto sarei un buono, gli animali sono fatti per essere i nostri compagni di vita. Ma, in realtà, la Colea è la ritualizzazione in gioco dell’azione quotidiana di atterramento fatta dai bovari per marcare tori e vacche. Ben peggiore è il loro destino: al macello. In definitiva il vero interrogativo potrebbe essere un altro: è possibile cancellare dalla nostra vita ogni forma di violenza? Per lo meno quella inutile?…è un ragionamento che ci porterebbe lontano, non risolvibile in poche battute. Specie da un viaggiatore sotto i cui occhi scorrono per un attimo film che, spesso, mai più rivedrà.

Ciao Venezuela!

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Ovunque andiamo, tra le prime curiosità mettiamo le “contraddizioni” incontrate, al pari delle “bellezze” o “bruttezze” d’un posto. Contraddizioni coi nostri modi di vivere e pensare, nelle relazioni sociali economiche e culturali del paese che stiamo visitando. Nella guida Lonely Planet il Venezuela è definito un diamante grezzo nascosto. Evidentemente riferito alle potenzialità turistiche, dunque alle sue risorse: – naturalistiche (animali, fiori, piante, pesci, rettili, uccelli…) di una varietà impressionante ed estrema, basti pensare alla presenza di decine, centinaia di grossi felini presenti nella savana; – ambientali (spiagge e fondali marini, savane, zone semidesertiche, foreste, possenti fiumi, cascate, paesaggi di alta quota andini…); – minerarie, essendo uno dei maggiori produttori al mondo di petrolio, ferro, bauxite, diamanti, terre rare (usate nella componentistica elettronica)…; – climatiche: dalla frescura delle montagne andine, al caldo torrido della savana, alle brezze marine, ognuno insomma può trovare le condizioni più gradite… ma non voglio sostituirmi a una guida turistica, sto solo accennando alla qualità di una natura eccezionalmente prodiga.

Però, nonostante le potenzialità attrattive siano enormi, il turismo raccoglie quote insignificanti di visitatori. Basti pensare che dall’Europa si trovano con difficoltà voli per Caracas (per non parlare della scarsa mobilità aerea interna e verso il sud America). Sembrerebbe che le compagnie aeree non abbiamo utenza per questa destinazione. Chi trova la causa di tale disinteresse commerciale nella volatilità della moneta, il Bolivar, che in anno ha perso oltre il 100% del suo valore e che ogni giorno seguita a indebolirsi. Chi accusa un sistema recettivo turistico di basso profilo, com’è in realtà. Chi punta il dito sulle inquietudini politiche, in seguito agli anni di socialismo populista instaurato da Chavez. Probabilmente è l’insieme di queste cause a fare del Venezuela un paese turisticamente poco attrattivo e recettivo. Dall’entrata in scena di Chavez, tutti conosciamo il decennale conflitto economico durissimo tra gli USA e il Venezuela, dichiarato paese dannoso per gli interessi economici americani. In effetti, Chavez avendo preso la bandiera anti-USA, paese capitalista e imperialista per antonomasia, aveva calamitato sentimenti diffusi in Sudamerica in quasi tutti gli schieramenti politici dall’Argentina fino al Messico. Utilizzando le enormi ricchezze petrolifere, nazionalizzando (espropriandole con lauti compensi) compagnie – molte nordamericane – energetiche, idriche, estrattive, manifatturiere,… e, contemporaneamente, assistendo con enorme dispendio di risorse paesi  Centro-Sud-americani dichiaratisi apertamente anti-USA, con Cuba in testa. Moderno Simon Bolivar (non a caso, il Venezuela è stato ribattezzato in costituzione: repubblica socialista Bolivariana) Chavez si fece promotore di una politica antineocolonialista estrema. Alla quale gli USA hanno risposto tentando di strangolare economicamente l’avversario con embarghi rigidi, come ad esempio sulle forniture dei pezzi di ricambio. Dalle batterie per le autovetture, fino alle turbine per le centrali elettriche o ai deterrenti chimici per trasformare il petrolio in benzine e suoi derivati. Con il risultato d’un rallentamento complessivo dell’economia venezuelana.  Quanto durerà questo aspro conflitto e con quali esiti lo vedremo nel passare del tempo. Intanto la povertà in Venezuela è diminuita: i caimani e i coccodrilli che abitavano fiumi e paludi non sono più animali in estinzione, prede di gente affamata, ma protetti. Gli anziani hanno tutti una pur modesta pensione, l’orario di lavoro è stato regolamentato così come lo stipendio minimo mensile e il riposo settimanale. Lo stipendio di un lavoratore oscilla tra gli 8.000 ai 10.000 Bolivares (una ventina di euro). Con pochi spiccioli (cioè con una frazione ridicola di euro) si fa il pieno di carburante; così si vedono in giro – insieme a ferri vecchi di 40-50 anni fa – auto, suv, fuoristrada dalle cilindrate pazzesche dai 4-5000 cc in su! Se da un lato è stata combattuta la povertà e i ragazzi sono incentivati a studiare, il mercato del lavoro ha i suoi problemi nella scarsa affezione al posto di lavoro. Derivante in parte dalle migliori condizioni di vita (basta fare la coda al supermercato per mantenersi il minimo vitale), ma anche da usi e costumi particolari, come l’alcolismo e la labilità dei legami familiari. Per cui le relazioni si sciolgono con estrema facilità e il carico dei figli grava sulle donne, avvalendosi anche della rete parentale.

Certo non giova al viaggiatore ritirare monete al bancomat. Al cambio ufficiale un euro è valutato 180 Bolivares, mentre al mercato nero si può cambiare un euro in 500, fino a 600 Bolivares. (Sono dati di ieri, oggi già potrebbero essere diversi). Ma, per i suoi cittadini, queste paurose oscillazioni monetarie come sono compensate?

Un fenomeno che dà subito nell’occhio sono le code lunghissime ai supermercati dove i prodotti sono venduti ai prezzi imposti dal governo. Tali file non sono un’eccezione, bensì la quotidianità. Uno penserà che i Venezuelani ne siano incazzati. Sembra invece che ne traggano profitto: acquistando i prodotti a prezzi calmierati e rivendendoli al mercato nero, certi non si preoccupano neppure di avere un lavoro stabile, perché fatta la coda una volta al giorno è realizzato il guadagno per la sopravvivenza. Insomma i prodotti non mancano e chi ha soldi compra al nero, e chi non ce l’ha fa la fila per rivenderli!

Per quanto la polizia sia molto presente, affiancata da una specie di polizia popolare (Chavez aveva fatto distribuire ben 800.000 fucili kalashnikov), omicidi, furti, rapine e rapimenti, nelle città maggiori, sono all’ordine del giorno. Come un po’ in tutto il sud America. Senza le punte raggiunte in Messico, dove si stimano 7 rapimenti al minuto, ma, in compenso, gli omicidi in Venezuela sono stimati in 53,6 ogni 100.000 abitanti, contro i 21,5 del Messico. Anche se, in una bidonville vicina al mio soggiorno, si racconta come forma di difesa la tecnica (difficile!) del Flecha.

Un meccanico carrozziere colombiano, al ritorno dal lavoro fu bloccato da alcuni malviventi nell’intento di rapinarlo. Freddamente Flecha, nella sua sporca multicolore tuta da lavoro, domandò agli altri: “Come vi è andata la giornata? Io non ho rubato neppure un Bolivar! Potresti darmi qualcosa per mangiare?…” Impietositi, i manigoldi gli donarono 20 Bolivares!…

Per paradosso, la delinquenza, spesso, è direttamente proporzionale al benessere diffuso e a uno scollamento sociale – parliamo pure di crisi di valori – estesa in  molte parti del mondo. Il sogno di Chavez di una società più giusta ha dato luogo a rilevanti cambiamenti, non c’è dubbio, intanto però scalfendo solo in parte antiche mentalità e relazioni (disgregazioni familiari diffuse, discriminazione tra ricchi e poveri, settarismi religiosi, aspirazione a sopravvivere giorno per giorno…)  ma l’aspetto peggiore è che la sua eredità pare in mano a una casta politica corrotta, insinuatasi per opportunismo in un progetto politico di cui restano solo vacui slogan propagandistici.

Vedremo alle elezioni politiche per il rinnovo del Congresso, del prossimo dicembre, se riceverà ancora consensi o sarà soppiantata da una classe politica più propensa a far affari con gli Stati Uniti, come mi pare si stia accingendo a fare Cuba, considerata fino a ieri il modello da seguire. La situazione economica è in grave stallo – anche in Italia c’è poco da stare allegri. Così come sono scarse le opportunità di lavoro offerte ai giovani che non siano in grado di inventarsele.

In definitiva, posso suggerire il Venezuela come meta turistica?

Direi di sì, a chi ha sufficiente esperienza nel cavarsela senza tante pretese di confort nella ospitalità e nei mezzi di trasporto. E a chi piace addentrarsi in paesaggi incontaminati della natura selvaggia o immischiarsi in interminabili movide e fandango notturni al suono di orchestre popolari di salsa o merengue o di ogni altro ritmo musicale creolo. Il costo della vita è molto basso, e le precauzioni per la sicurezza personale sono, in definitiva, le stesse da adottare in tutto il Sud America. Evitando barrios o bidonville, non ostentando cellulari, orologi, bracciali e catenelle preziose. Affidandosi a persone che ispirino fiducia o suggerite da altri parimenti affidabili, evitando di confondersi col primo incontrato.

Riassumere in poche battute l’impatto col Venezuela è rischioso e arbitrario, ma darne un assaggio, senza le pretese dell’analista ma del semplice racconto della realtà incontrata, può interessare. E questo era l’unico obiettivo che m’ero prefissato.

GIUSEPPE IPPOLITI, vescovo “padre dei poveri e delle arti liberali”

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Perché i familiari scrissero sulla sua tomba: “Padre dei poveri e delle arti liberali”?

La sua passione per gli studi l’abbiamo già raccontata, così come la cura particolare nella formazione del clero diocesano. Giova ricordarne anche la  duttilità intellettuale e apertura alla società colta del tempo, che lo portò ad essere socio dell’Accademia Etrusca di Cortona, della quale fu Lucumone nel 1767. Intenditore di musica, curò questo aspetto liturgico, musicando e traducendo in italiano canti e orazioni tra le più praticate, come il Pater, l’Ave e il Miserere. Solo a Cortona emise più di 50 pastorali, editti e istruzioni, e pronunziò non meno di tre omelie all’anno. Perciò, riconoscerlo padre delle arti liberali fu più che meritato.

E padre dei poveri? Lo dimostrò materialmente, ed esponendosi in scritti veementi.

Due carestie consecutive, nel 1763 e tra il 1766-77, (che causarono la morte di ben 3000 cortonesi specialmente nelle campagne, mentre in città ospedale e opere pie riuscirono ad attenuare l’asprezza della fame), furono affrontate dall’Ippoliti con la massima apertura evangelica. Impegnò ogni suo bene, comprese le argenterie, per fornire il pane, due volte alla settimana, a quei sacerdoti che gli avevano indicato le necessità per i poveri della loro parrocchia. Ma l’intellettuale e uomo di fede andò oltre, pubblicando sotto la trasparente firma di un Parroco della Val di Chiana la Lettera parenetica, morale, economica di un parroco della Val di Chiana a tutti i possidenti comodi o ricchi, concernente i doveri loro rispetto ai contadini (Firenze 1772). Un sasso nello stagno. Coraggioso. Anche perché chi doveva coprirgli le spalle, il clero, in gran parte era “comodo” proprietario o beneficiario terriero. Ippoliti, risoluto, parteggiò contro i soprusi e le sopraffazioni a cui la parte più debole, ignorante e povera era sottoposta. (Ha ragione papa Bergoglio a dire che la difesa dei poveri appartiene prima dei marxisti alla Chiesa, ma con tanti limiti che lui stesso, ancor oggi, deve catechizzare i suoi seguaci per convincerli a seguirlo). Un testo chiaro, nella cui premessa c’è una dettagliata analisi statistica ed economica sugli effetti dell’applicazione dei contratti mezzadrili, dal 1762 al 1771. Dove rivela lo scopo prefissato: “difendere la causa dei lavoratori in faccia ai padroni”. Confutando le accuse rivolte dai proprietari ai contadini, fra cui la principale quella di rubare, sostiene che si tratta di un vizio imposto dall’estrema povertà (che i padroni stessi manterrebbero per meglio controllarli), che porta a piccoli furti alimentari di nessun rilievo nell’economia dei fondi. Testo illuminato. Anticipatore del superamento dei patti di mezzadria. Che ha dato luogo a vari studi e commenti: nel Dizionario biografico (Treccani) di Fagioli Vercellone, nella Critica alla mezzadria di un vescovo del ‘700, di Maria Rosa Caroselli, economista, allieva di Amintore Fanfani, ne Il Giansenismo nell’Italia del Settecento di Mario Rosa, e nella riedizione della Lettera Parenetica e delle Istruzioni ai contadini di Ivo Camerini.

Per ricchezza di spunti etici, economici, storici, antropologici la Lettera Parenetica è una fotografia reale di quel tempo, integrata dalle Istruzioni ai contadini, dopo il vespaio di polemiche sollevate contro Ippoliti. (Ispirate dagli agrari, in Novelle Letterarie). A suo tempo, ho dedicato un ampio spazio all’analisi dei due testi, in Chj lavora fa la gobba chj n’lavora fa la robba – la famiglia contadina tra Toscana e Umbria (Intermedia, 2013). Evidenziandone la valenza eterna, per chiunque volesse capire a fondo le effettive condizioni di vita e di relazione tra padroni e contadini; la religiosità; gli usi e i costumi padronali e contadini. Questi ultimi oggetto di una minuziosa descrizione dall’attento vescovo. Oltre a contenere suoi moniti e suggerimenti; un’infinità. Non banali, né noiosi. Comprensibili, anche se non tutti condivisibili. Come quando eccede in moralismi: al contadino traditore della vanga avrebbe applicato forti sanzioni pecuniarie! In ossequio a una visione statica della società, dove ognuno doveva mantenere il proprio mestiere.  Ma fondamentale è il suo senso di giustizia sociale. Come la necessità di dare al contadino la giusta quantità di cibo per farlo vivere dignitosamente; di non vessarlo di debiti con prestiti usurai; di impartirgli l’istruzione; di considerarlo un fratello e non alla stregua d’un animale; e così via. Seguendo insegnamenti evangelici, e quanto suggeriva l’esperienza d’un vescovo che dimostrò padronanza dei principi fondamentali morali, economici e di equità sociale. Sui quali Ippoliti fu antesignano purtroppo inascoltato, o, peggio, criticato. Ma vide lungo. Così come, duecento anni dopo, il Concilio Vaticano II recepì innovazioni applicate dall’Ippoliti (la liturgia celebrata nella lingua del popolo), così accadde per i patti mezzadrili (applicati in modo vessatorio, erano insostenibili dalla parte debole), che furono cancellati dall’ordinamento perché non più riformabili, anch’essi duecento anni dopo le sue denunce e inviti a più eque ripartizioni dei prodotti del lavoro nei campi.

La coscienza storica, tra i tanti meriti, ha anche difetti. Come quello di sottovalutare, quando non rimuovere, personalità scomode, originali, libere, dotate d’una visione dei fatti e del mondo in anticipo sui tempi. Quanto, in gran parte, è accaduto al vescovo Ippoliti. E mi sfugge in quale considerazione egli sia tenuto tra i suoi stessi confratelli odierni. Meritevole, se non altro, di nuovi studi e rivalutazione storiografica. (Non parlo di intestargli vicoli o piazze). E non ci meraviglieremo di trovare tra le sue affermazioni (da parte di un vescovo di quel tempo) “che sarebbe meglio un prete in meno e un cerusico in più”. Oggi che di cerusici siamo ben forniti, mentre, al contrario, i preti vengono attinti da luoghi “di missione”, non sempre pescando buoni pastori. Mentre, nel Settecento, le misere condizioni di vita, associate logicamente a tanti malanni, fecero uscire quell’auspicio provocatorio dalla bocca di quel grande vescovo generoso.

www.ferrucciofabilli.it

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