Daniela Piegai, talento letterario e pittorico dedito alla Fantascienza

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Daniela Piegai 2Daniela Piegai nata a Parma vive a Cortona, dove ha radici familiari. Ricorda con piacere la sua vita nomade in tre continenti e sedici città. Sindaco di Cortona, volli Daniela tra i consiglieri comunali, e lei si sobbarcò l’onere per amor di patria. Onere di lunghe maratone oratorie dei consiglieri, anche notturne, lontane dai suoi interessi principali. Quale la scrittura di Fantascienza, che, a quel tempo, erano poche donne a coltivarla (tanto da essere invitata a un’intervista televisiva, dove si rifiutò di passare al “trucco”!). Finita la parentesi dell’impegno civico (anni 1980-1985), seguii Daniela scrittrice (esordì nel 1978 con Parola di Alieno, seguito da Ballata per Lima, e Il Pianeta del riscatto, nella collana Cosmo), mentre, negli incontri, scambiavamo saluti e impressioni, sempre acute, con Lei e il suo compagno Bruno Frattini. Con cui ha collaborato – già giornalista (Ansa, Paese Sera) – quale formatrice d’impresa, esperta di comunicazione, nella società Icaro. (Delle cui attività innovative, nella prevenzione dei rischi ambientali e nel lavoro, ho scritto ne L’Etruria). Al possesso di tecniche comunicative, che le davano da vivere, Daniela univa doti eccellenti da scrittrice di fantascienza e talentosa pittrice di universi immaginari. Laura Coci e Roberto del Piano la definiscono “grande autrice” nel riproporre al pubblico Il mondo non è nostro (Delos Digital), gran romanzo poco conosciuto, nuovamente in libreria. Laura Coci aveva già scritto “Fantascienza, un genere (femminile). Daniela Piegai”, rivisitazione della carriera dell’Autrice, leggibile anche nel suo profilo Facebook. Da cui si desume che, pur avendo pubblicato racconti e romanzi, ha numerosi altri scritti inediti: “perché ho voglia di scrivere, ma non andare in giro a cercare di pubblicare”. Roberto del Piano e Laura Coci hanno stilato l’elenco, provvisorio, delle opere di Daniela in coda al romanzo Il mondo non è nostro. Decine, tra racconti, romanzi brevi, romanzi, a cui si aggiungano testi poetici, teatrali, saggi, testi storici e di tecniche della comunicazione. (La narrativa è apparsa online su Il lupo della steppa pubblicata anche, pure online, su Ti con zero). Alle radici dell’ispirazione pone il mistero della tortuosità del vivere: all’opposto delle regole geometriche, nelle quali “per percorrere più velocemente la distanza da un punto A a un punto B, si debba per forza tracciare una rigida retta” (Dieci giorni per Lucrezia).  Mentre l’esperienza è segnata da naufragi e perdite: “l’elemento che in percentuale è più abbondante […] non è l’azoto, è il dolore. Se esistessero rilevatori del dolore sarebbero sempre sovraccarichi” (Fai che la morte ci colga vivo).  L’impulso della Piegai è “vivere più vite: in parte cadendo dentro racconti e romanzi, e in parte cercando di vivere più lati e sfaccettature possibili, in più luoghi”, convinta “che la vita sia un’occasione splendida (il che depone a favore di un sostanziale ottimismo della razza umana di cui faccio parte), e consapevole che il tempo che ci tocca è disperatamente limitato, ho cercato di vivere più vite”. Daniela pittrice – nell’esplosione di colori in paesaggi fantastici – propende all’ottimismo, nel desiderio di vivere più mondi, mentre nel romanzo Ballata per Lima /Il pianeta del riscatto – riletto di fresco – c’è la “tortuosità del vivere” e tanto “dolore”. L’universo artistico della Piegai assume tante sfaccettature in toni decisi. Nel romanzo suddetto, il lettore si ritrova calato in incubi cupi, oppressivi, d’acchito, senza briciole di speranza; nella pittura, invece – altra faccia della sua medaglia creativa, pur sempre in situazioni surreali -, l’animo si distende in volo in mondi caldi, rassicuranti, bonariamente ironici, sopra tetti di case allegre, o in cieli stellati trasportati da palloncini colorati, mongolfiere, vascelli fantasma, ali di gufo… A conferma di come, l’imprinting giovanile della fantascienza, Daniela riesca a declinarlo in poetiche suggestive. Furono proprio letture liceali nei libri della collana Urania – acquistati nella bancarella antistante la scuola – a farla innamorare della potenza liberatoria creativa consentita dalla fantascienza. Dove tutto è possibile e consentito, e niente è improbabile. E dove i personaggi letterari coprono ampi spettri di caratteri, pur calati in mondi futuri di fantasia, mantenendo sentimenti a noi contemporanei. Non rinunciando, Daniela, a calare, in quei mondi assurdi, giudizi politici sulla brutalità del potere se sfugge al controllo della società umana. Come in Ballata per Lima, dove la “Macchina” – addestrata da occulti Nuovi ordinatori dell’universo – ha il potere di spegnere sogni e volontà umane, creando masse interstellari di “deficienti” sottoposti ad assurde vessazioni, se disobbedienti. L’epidemia universale di “deficienti”, indotta da strumenti elettronici, oltre ad anticipare visioni letterarie simili (pensiamo a “Cecità” di Josè Saramago), conferma l’attualità della denuncia sul potere della diffusione mondiale del “pensiero unico” massmediologico. Altre qualità, della scrittrice/pittrice, sono la delicatezza e misura nello stendere colori sfavillanti e complessi intrecci narrativi. Propri d’un carattere profondo, rispettoso, razionale e culturalmente raffinato, che non sdegna condividere fantasia e umorismo con chi desideri affacciarsi alla finestra del suo mondo intellettuale: originale e stupefacente. In Italia siamo 50 milioni di scrittori, ma, ahimè, pochi lettori! Critici qualificati sostengono che tanti capolavori letterari prodotti in provincia siano trascurati. Altri soppesino il valore della scrittrice/pittrice di fantascienza Daniela Piegai, di certo convince e affascina il suo modo d’intendere l’arte: non produzione seriale sull’onda del mercato (come fanno tanti), ma frutto spontaneo d’una meravigliosa creatività che l’aiuta a vivere con ironia giocosa anche in mezzo a umane traversie. Sulla raffinata espressività naif, concludo condividendo l’elogio (inconscio?) di Beppe (elettricista, estimatore, e amico comune): “Daniela dipinge da bambina”; assorgendola così a due eccelsi miti letterari: l’eterno femminino (la femminilità nella sua essenza immutabile), pronunciato nel Faust di Goethe; e la poetica del fanciullino (in ogni uomo è presente un fanciullo capace di percepire la realtà con animo ingenuo e occhi limpidi), di Giovanni Pascoli.

fabilli1952@gmail.com

Daniela Piegai 5

“Il sapore delle sorbe” felice esordio narrativo di Cinzia M. Adriana Proietti

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Cinzia Proietti - Il sapore delle sorbeLeggendo il romanzo di Cinzia M. Adriana Proietti, Il Sapore delle sorbe (Gambini Editore), ho condiviso le stesse sensazioni dello scrittore inglese Ian McEwan quando aprì il romanzo Stoner: “Appena lo inizi a leggere senti di essere in buone mani. […] di fatto è una vita minima da cui Jhon Wlliams ha tratto un romanzo davvero molto bello”.

Nel caso della Proietti due sono le vite minime. Quella di Peppe, giovane chiamato al fronte, nella prima guerra mondiale, nel ’17, classe 1898, diciannovenne; e quella della figlia bambina, Gianna, costretta a crescere in fretta, immersa nell’immane tragedia della seconda guerra mondiale. Allorché, senza più fronti stabili, furono colpite le persone ovunque, fin nella pancia recondita della placida provincia italiana del Centro Italia. Pagine meno note della storia italiana, perché ininfluenti sulle sorti del conflitto, ma cariche di drammi, personali e collettivi. La cui conoscenza giova a costruire il quadro complessivo sulle assurdità delle guerre contemporanee; nelle quali, d’allora in poi, le vittime civili rappresentano, anche nei numeri, la fascia più colpita. Condanne a morte di innocenti, senza processi giudiziari preventivi.  Questa è la nuda verità sulle guerre odierne.

La saga familiare, raccontata a due voci, eleva a dignità letteraria quel mondo che diremo degli umili. Individui e comunità immerse nelle gigantesche tragedie delle due guerre mondiali. Ambientato nella prima metà del Novecento, il romanzo è legato dal filo rosso delle relazioni familiari e di comunità, tra i vari protagonisti, non disgiunto da sguardi, continui e penetranti, della scrittrice sulle mozioni interiori individuali, e sulle reazioni della società circostante. Vuoi nel paesaggio infernale del fronte di guerra, vissuto da Peppe, vuoi nelle collettività, piccole o grandi, violentate e sconvolte dai bombardamenti, incombenti sulla piccola Gianna.

La Proietti descrive un quadro esauriente, ben delineato, su persone semplici ma non sprovvedute, ricche di umanità, com’era la maggioranza della popolazione italiana. Gente poco acculturata e povera, ma di grande forza d’animo, sballottata da eventi dolorosi: fame, bombe e proiettili che piovono dall’alto e dal basso, migrazioni forzate, separazioni familiari, morti, feriti, legami troncati dalla violenza. È la storia (piccola, ma importante quanto la storia con S maiuscola) di quanti, come ragni, ritesserono pazienti tele lacerate di vite interiori e sociali, senza snaturarle; conservando il meglio del loro passato. Città, famiglie e persone, spaventate, ridotte, se possibile, ancor più misere, però, tenaci nel ricostruire, all’infinito, trame esistenziali.

I protagonisti, Peppe e Gianna, furono così presenti a sé stessi da fissare nella mente, in modo indelebile, quei passaggi durissimi, lasciando tracce non solo scritte ma anche nei racconti familiari che si tramandano tra generazioni.

A proposito di trasmissione tra generazioni, mi sovviene la forza affabulatrice di mio nonno Beppe, reduce dal fronte della guerra ’15-18, nel raccontare la sua storia di oltre trenta mesi di trincea, in prima linea sul fronte del Carso; e la prigionia, seguita a Caporetto:  Bastava gli dicessi: “Nonno, mi racconti la guerra?”, che lui accendeva il disco delle sue avventure, senza un ordine preciso. Spesso, coi lucciconi agli occhi, e voce rotta dall’emozione. Tanto, quella vicenda, l’aveva segnato per sempre. Per sfortuna di Beppe, morto lui e sfuocati nella mia mente, dei suoi racconti non resterà traccia, se non, forse, in qualche archivio recondito, nel verbale del carabiniere che li raccolse a brandelli, preliminare al conferimento del titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto.

Ben diverso destino, felice, è capitato alle storie di Peppe e Gianna, bontà la penna di Cinzia M. Adriana Proietti. Colta e raffinata artista, poetessa, musicista, pittrice, che ha preso a cuore la mirabile avventura di persone a lei care, e il magico mondo che le circondava, tra Umbria e Marche. Riversando il meglio della sua sensibilità culturale, ha composto un romanzo delicato, avvincente, senza reticenze (c’è pure la storia di Peppe che fa la fila dinanzi al postribolo). Di un realismo persuasivo, denso di riferimenti storici, psicologici, di costume e ambientazioni, che lo rendono – come dicevo all’inizio – seducente per il lettore, trasmettendo, fin dalle prime pagine, la netta sensazione di essere in “buone mani”. Il linguaggio semplice, come si conviene a personaggi del popolo, è però articolato, ricco di espressioni pure poetiche nel descrivere ambiti e stati d’animo, propri del periodo e dei luoghi in cui è ambientato il romanzo; con ritmi musicali incalzanti e coinvolgenti, trasmette quell’insieme di sensazioni che distinguono la buona letteratura. E, fatto non secondario, la chiara impronta della penna femminile, dalla prima all’ultima riga, è quel valore aggiunto per cui ricorderemo a lungo questa lettura.

Intervista a M. Bietolini, Presidente del Circolo Culturale Nello e Carlo Rosselli – Cortona

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Circolo - Logo1Cinque donne e quattro uomini – di “idee politiche” diverse tra loro –, a metà settembre, hanno fondato l’associazione “Circolo Nello e Carlo Rosselli-Cortona” che rappresenta un’indubbia novità. A coglierne il senso ho intervistato la neoeletta Presidente Marilena Bietolini. Di cui sono stato compagno di scuola, assistito da medico di base, e cofondatore in questa “scommessa” che vuol essere un contributo a nuovi approcci a problemi culturali e politici del territorio, slegati da logiche di partito.

Presidente Bietolini com’è nata l’idea d’un Circolo culturale politico?

È sotto gli occhi di tutti la crescente disaffezione alla partecipazione politica, dato il crescente numero di astensioni, che, per quanto sia un grave vulnus democratico, pare non interessi i partiti. Perciò ci siamo chiesti: cosa avremmo potuto fare noi cittadini preoccupati del presente e del futuro della nostra convivenza civile? Ci abbiamo messo un po’ di tempo, ma alla fine è sorta quest’idea.

Qual è lo spirito che ha unito personalità ed esperienze diverse, anche in apparente contrasto?

Sono i problemi quotidiani che ci uniscono, oltre ogni sfumatura ideale personale, perciò abbiamo sentito il bisogno d’un luogo dove approfondire le questioni e, possibilmente, vederne le soluzioni. Infatti, tra gli elementi che sfiduciano la politica dalle persone è la contrapposizione rissosa tra le parti, che ha il solo effetto telecamera, e, spesso, i problemi restano tali. In un crescendo d’insicurezza e terrore per come si comportano i ceti politici dirigenti. Noi, nel Circolo, pensiamo che scavando insieme i nodi critici della vita quotidiana si possa coglierne cause e (a volte) rimedi.

Come intendete sviluppare i vostri intenti?

Il testo guida è lo Statuto che siamo dati. Che chiunque può leggere su Facebook nel profilo del Circolo. Rispettosi di due parole chiave ispiratrici: “Libertà” e “Giustizia” sociale, che abbiamo mutuato dai personaggi, ai quali abbiamo intestato il Circolo, Nello e Carlo Rosselli; coinvolgendo quanti si sentano di voler dare il loro contributo. Senza discriminazioni. I temi culturali e politici che vogliamo affrontare, coi mezzi di cui riusciremo a dotarci, toccheranno interessi vitali emergenti. Ospiteremo volentieri chiunque voglia arricchire i contenuti delle nostre discussioni, elaborazioni e proposte, e anche chi voglia presenziare solo per saperne di più. Questa, in breve, è la missione del Circolo, che ha carattere di Onlus, associazione non lucrativa. Mentre ringrazio Gioia Olivastri (Ogi) che, gentilmente, ci ha regalato il logo originale del Circolo.

Quali sono gli argomenti che attualmente state discutendo?

Nella mole di argomenti che ci sembra urgente affrontare, abbiamo scelto la “questione sanità” a Cortona e, dunque, in Valdichiana. Mancano medici di medicina generale (medici di famiglia), circa 2mila persone ne sono sprovviste. I medici di base lamentano difficoltà a collegarsi in tempi rapidi a consultare le analisi dei loro pazienti. Mentre la rete informatica di Arezzo va a mille! La situazione dell’Ospedale è come una barca senza rotta precisa sul suo destino. Aggravata da continui tagli alle spese sanitarie e di personale, rendendo l’accesso all’Ospedale quantomai timoroso per carenze al Pronto Soccorso. Mentre la medicina preventiva del territorio soffre di organizzazione verticistica: i cui capi, essendo lontani, interagiscono poco coi bisogni di prevenzione sul territorio. È questo un elenco sommario di criticità che porteremo alla prossima Assemblea della popolazione, usufruendo del contributo di personale sanitario esperto nelle questioni sul tappeto.

Nei rapporti personali, hai trovato interesse al progetto del Circolo che presiedi?

Con conoscenti, scevri da pregiudizi, ho trovato molto interesse. A partire dalla formulazione dello Statuto (nostro punto di forza per chiarezza espositiva d’intenti) che offre aperture a spazi d’impegno e lavoro senza limiti. Per quanto ancora siamo alla ricerca di una sede stabile, avvalendoci della Sala Civica di Via Sacco e Vanzetti a Camucia, vediamo crescere soci o semplici partecipanti alle nostre riunioni (pubbliche), che stanno prendendo cadenze sempre più frequenti.

Ferruccio Fabilli

Marilena BietoliniMarilena Bietolini, Presidente del Circolo culturale politico Nello e Carlo Rosselli.

STATUTO ASSOCIAZIONE “CIRCOLO NELLO E CARLO ROSSELLI-CORTONA”

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Circolo - Logo1STATUTO DELL’ASSOCIAZIONE POLITICO CULTURALE “CIRCOLO NELLO E CARLO ROSSELLI – CORTONA”

 

Art.1) È costituita l’Associazione culturale e d’impegno politico denominata “Circolo Nello e Carlo Rosselli” con sede in Cortona.

La variazione della sede sociale, individuata con l’Atto Costitutivo, è stabilita con delibera dell’Assemblea dei Soci.

L’Associazione adotta come proprio simbolo il logo approvato dall’Assemblea dei Soci, in allegato. Avente le seguenti caratteristiche: entro due cerchi affiancati, bordati di rosso, contenenti le facce stilizzate di Nello e Carlo Rosselli, sormontate dalla scritta: Circolo Nello e Carlo Rosselli; e sotto i due cerchi la scritta: Cortona. Logo realizzato e donato da Gioia Olivastri, alias Ogi.

L’Associazione è disciplinata dal presente Statuto e dagli eventuali regolamenti che saranno adottati dagli organi previsti dallo Statuto.

 

Art.2) L’Associazione ha carattere volontario e non ha scopo di lucro.

Gli obiettivi programmatici e la struttura organizzativa sono ispirati ai principi della conoscenza, della partecipazione, della solidarietà, del perseguimento e della tutela del bene comune, della giustizia, dell’uguaglianza nei diritti richiamandosi ai principi della Costituzione della Repubblica Italiana relativi ai valori della giustizia sociale, della trasparenza e della legalità.

L’Associazione – ispirata alla passione civile per giustizia sociale e libertà testimoniata dai fratelli Rosselli, Nello e Carlo – persegue e promuove:

  1. Studiare, dibattere e approfondire varie problematiche – storiche, culturali, ambientali, economiche, sociali, istituzionali e politiche – italiane e internazionali, in particolare, per quanto riguarda le autonomie locali e i problemi connessi alla loro piena attuazione secondo l’ordinamento dello Stato;
  2. Dare spazio alle persone, alle loro competenze, progetti, critiche;
  3. La politica come arricchimento personale e sociale al “servizio”, come primario obiettivo, dell’interesse della collettività;
  4. La partecipazione della persona come punto di forza dell’azione amministrativa;
  5. Progetti programmatici che nascano dalle persone e perseguano il benessere del proprio territorio;
  6. La cultura civica, intesa come presenza democratica competente circa la vita amministrativa della Città e del suo territorio, attraverso la conoscenza, l’approfondimento e la discussione dei temi politico-amministrativi centrali per la qualità dell vita dei cittadini;

L’associazione esplica la sua attività basandosi sul volontariato di tutti i Soci e potrà promuovere a scopo di autofinanziamento attività ed iniziative consentite dalla vigente legislazione per la quale non verrà stabilito uno specifico compenso.

Per conseguire i fini di cui all’Art. 2, l’Associazione si pone l’obiettivo di promuovere, sostenere, valorizzare iniziative di varia natura quali:

  1. Attività culturali: convegni, dibattiti, tavole rotonde, conferenze, congressi, mostre, inchieste, proiezioni film, documentari culturali o altri supporti audiovisivi sui problemi fondamentali che si presentano oggi al nostro interesse;
  2. Predisporre strumenti utili a valutare le priorità sociali finalizzati a proporre e attuare interventi per incidere sulle decisioni della Pubblica Amministrazione;
  3. Attività di formazione: corsi di formazione, programmi di studio e ricerca, attività formativo-educative, in collaborazione anche con Enti pubblici e soggetti privati;
  4. Attività editoriali e/o di comunicazione sociale: pubblicazioni a stampa, ricerche, convegni e seminari, siti internet, blog, newsletter;
  5. Attività ludico-sportive in genere, a livello non professionale;

 

Art. 4) L’Associazione è amministrata da un Consiglio Direttivo eletto dagli associati a norma degli articoli 13 e seguenti e che ha i poteri di cui all’art.14 e seguenti dell’attuale Statuto.

 

Art.5) Possono essere associati le persone che abbiano compiuto l’età di diciotto anni.

L’ammissione ad associato avviene:

  1. Dietro l’invito del Consiglio Direttivo;
  2. Dietro presentazione di domanda al Consiglio Direttivo, accompagnata dalla firma di due associati.

Il Consiglio Direttivo delibera sull’accettazione o meno della domanda di ammissione.

 

Art.6) Gli associati si distinguono in:

  1. a) associati Fondatori;
  2. b) associati Sostenitori;
  3. c) associati Ordinari;

Sono associati Fondatori coloro che hanno partecipato alla costituzione dell’Associazione, quali appaiono dall’atto costitutivo, nonché coloro che verranno cooptati dai soci Fondatori riuniti in apposita Assemblea che delibereranno a maggioranza dei tre quarti dei presenti.

Sono associati Sostenitori coloro che pagano una quota annua non inferiore al quadruplo della quota cui sono tenuti gli associati ordinari.

Sono associati Ordinari tutti coloro che pagano una quota annua, in una sola volta o in rate quadrimestrali, nella misura fissata ogni anno dal Consiglio Direttivo.

Il Consiglio Direttivo potrà determinare quote associative preferenziali per determinate categorie e per determinati casi.

 

Art.7) Tutti gli associati, a qualunque categoria appartengono, hanno gli stessi diritti, salvo quelli riservati ai Fondatori, e, purché siano in pari con le quote sociali, concorrono all’elezione del Consiglio Direttivo.

Essi possono partecipare alle assemblee; frequentare i locali; presenziare alle riunioni, alle conferenze, ai dibattiti.

 

Art. 8) La qualità di associati si perde:

  1. Per dimissioni scritte, presentate al Consiglio Direttivo almeno un mese prima della fine dell’anno sociale.
  2. Per mancato pagamento della quota sociale, trascorso un mese dalla diffida scritta del Consiglio Direttivo.
  3. Per cancellazione dal libro degli Associati, deliberata dal Consiglio Direttivo per indegnità morale.

Contro la deliberazione del Consiglio Direttivo che deve essere comunicata all’associato entro cinque giorni, l’associato può ricorrere dinanzi all’ Assemblea nel termine di dieci giorni dalla comunicazione.

 

Art. 9) Gli Organi dell’Associazione sono:

  1. L’Assemblea;
  2. Il Consiglio Direttivo;
  3. Il Collegio dei Revisori dei Conti.

 

Art. 10) L’Assemblea degli associati viene convocata mediante lettera raccomandata, o con altro mezzo idoneo, all’indirizzo che risulta dal libro degli associati, in via ordinaria per iniziativa del Consiglio Direttivo, almeno una volta all’anno e non oltre il mese di aprile per l’approvazione del bilancio consuntivo e di quello preventivo; e, in via straordinaria, sempre per lettera raccomandata, o con altro mezzo idoneo, quando lo reputi opportuno il Consiglio Direttivo o la convocazione sia richiesta da non meno di un terzo degli associati, o nel caso previsto dall’art. 8, ultimo capoverso.

L’avviso di convocazione delle assemblee deve essere comunicato almeno cinque giorni prima della data per l’Assemblea.

 

Art.11) Per la validità delle assemblee è richiesta, in prima convocazione, la maggioranza degli associati; in seconda convocazione, da tenersi almeno undici giorni dopo, le assemblee sono valide qualunque sia il numero dei presenti.

Le deliberazioni vengono prese con il suffragio della metà più uno dei votanti, e sono impegnative per tutti gli associati anche se assenti o dissenzienti.

 

Art. 12) L’Assemblea degli associati esamina l’attività svolta dal Consiglio Direttivo: approva bilanci consuntivi e preventivi, indica l’azione futura da compiere e, quando sia convocata con questo scopo, elegge il Consiglio Direttivo e il Collegio dei Revisori dei Conti a norma degli art. 13 e 17.

L’Assemblea determina, alla scadenza del Consiglio Direttivo, il numero dei suoi membri per il triennio successivo fra il numero minimo e massimo dei componenti, di cui all’art. 13.

 

Art. 13) Il Consiglio Direttivo è composto da un numero dispari di consiglieri compreso tra un minimo di cinque e un massimo di quindici.

Il Consiglio Direttivo viene eletto rispettando il criterio che almeno un terzo dei componenti appartenga alla categoria dei soci fondatori.

Se l’Assemblea avrà determinato il numero del Consiglio Direttivo del triennio in un numero dispari inferiore a quindici, il Consiglio Direttivo potrà eleggere per cooptazione altri membri fino a raggiungere il numero massimo di quindici.

 

Art 14) Il Consiglio Direttivo resta in carica tre anni e i suoi componenti possono essere rieletti.

Esso determina il programma dell’Associazione secondo le indicazioni dell’Assemblea e provvede alla sua attuazione, all’esecuzione delle deliberazioni delle assemblee, all’amministrazione e conservazione dei beni sociali e provvede su ogni altra materia che non sia esplicitamente riservata all’Assemblea. In particolare, al termine di ogni anno sociale che inizia col 1° gennaio e finisce con il 31 dicembre, il Consiglio Direttivo redige una relazione sull’attività svolta, prepara il bilancio consultivo per l’esercizio successivo.

 

Art. 15) Il Consiglio Direttivo elegge nel suo seno un Presidente e uno o più vece Presidenti e un Tesoriere.

Il Presidente sovrintende all’attività culturale dell’Associazione.

Il Vicepresidente (o uno di essi all’uopo eletto) sovrintende alle attività gestionali e amministrative e assume la rappresentanza legale della Associazione.

Il Consiglio Direttivo si avvarrà inoltre di una segreteria esecutiva da esso e della quale potrà chiamare a far parte anche gli associati non facenti parte del Consiglio Direttivo.

È facoltà dei soci Fondatori nominare un Presidente onorario tra i suoi membri, senza che ad esso siano attribuite funzioni.

 

Art. 16) Il Consiglio Direttivo viene convocato dal Presidente o – in sua assenza – dal Vicepresidente, di loro iniziativa, ovvero   su richiesta di almeno 1/3 (un terzo) dei suoi componenti.

Per la validità delle deliberazioni del Consiglio Direttivo è necessaria la presenza di almeno 1/3 (un terzo) dei suoi componenti: le deliberazioni sono prese a maggioranza dei presenti.

A parità di voto, prevale il voto del Presidente.

 

Art. 17) Il Collegio dei Revisori dei Conti è composto da tre membri eletti direttamente dall’Assemblea degli associati.

Esso rimane in carica tre anni e i suoi membri possono essere rieletti.

Il Collegio dei Revisori dei Conti presenta ed illustra all’Assemblea degli associati la sua relazione scritta sulla gestione finanziaria del Consiglio Direttivo. A tal fine, il Consiglio Direttivo deve esibire al Collegio dei Revisori dei Conti i libri contabili almeno quindici giorni prima della data fissata per l’Assemblea degli associati

 

Art. 18) Lo scioglimento o la trasformazione dell’Associazione non possono essere deliberate se non con la maggioranza di tre quarti dei soci Fondatori presenti, riuniti in apposita Assemblea.

In caso di scioglimento, i beni sociali sono devoluti ad un altro ente culturale o educativo che abbia finalità analoghe a quelle dell’Associazione Circolo Fratelli Rosselli di Cortona.

 

Art. 19) Le modifiche statutarie dovranno essere approvate dai tre quarti dei soci Fondatori riuniti in Assemblea.

 

Art. 20) Per tutto quanto non disciplinato dalle norme del presente Statuto si applicano le disposizioni del Codice Civile del Libro I del Titolo II.

 

Firmato:

 

 

 

 

CIRCOLO - LOGOlogo del Circolo, gentilmente donato da Gioia Olivastri, Ogi.

 

 

 

 

 

Circolo – Statuto

 

Fondato a Cortona il “Circolo Nello e Carlo Rosselli”. Gli intenti e a chi si rivolge

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CIRCOLO - LOGODi seguito pubblico il primo Comunicato stampa del circolo politico culturale “Nello e Carlo Rosselli-Cortona”, sottoscritto dalla Presidente Marilena Bietolini. Dedicato a due personaggi politici che per i loro ideali di giustizia e libertà sacrificarono la loro vita, fino al tragico epilogo della morte per mano di sicari del regime. Nel loro ideale socialista c’era spazio per tutti, ad eccezione di tendenze autoritarie e liberticide.

Comunicato stampa 

Di fronte alla disaffezione politica diffusa, che rappresenta una grave carenza della salute democratica, ci siamo mossi organizzando uno spazio culturale di incontri, approfondimenti, partecipazione popolare. Senza pregiudizi sulle diversità ideali di chi vi partecipi, purché compatibili con le idee di giustizia e libertà, intese nelle più vaste accezioni, aliene da spirito di intolleranza e sopraffazione. I compagni di viaggio saranno sia soci, sia semplici partecipanti alle iniziative del Circolo Nello e Carlo Rosselli. Tutti avranno diritto di parola, di critica e di suggerire argomenti da trattare.

Lo Statuto, approvato – il 15 settembre 2022 – dall’Assemblea dell’Associazione “Circolo Nello e Carlo Rosselli – Cortona”, da le più ampie possibilità e garanzie di sviluppare appieno la crescita di una comunità democratica sensibile ai problemi della qualità e tutela della vita, umana, animale, e di ogni presenza nella biosfera. Partendo dal proprio territorio, fino al mondo intero. Affrontando tematiche quotidiane o di media e lunga prospettiva, in particolare, quelle su cui incidono le decisioni delle istituzioni, locali, provinciali, regionali, statali ed europee.

Il Circolo culturale intende agire sui vari campi della conoscenza e con ogni strumento accessibile relativamente alle risorse umane e finanziarie che si renderanno disponibili.

La Presidente

Marilena Bietolini

 

 

 

Luca Fedeli, con “Nato tre volte”, esordisce da romanziere di talento

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Luca Fedeli - Copertina libro (1)Su Luca Fedeli scrittore userei la metafora, da lui stesso usata, sulla produzione del miglior  whisky torbato Caol Ila, dell’isola di Yskay.  Un liquore assoluto. (Degno di accompagnare Michele – protagonista del libro – nel tentativo finale d’accopparsi). Liquore di lunga elaborazione. Materie prime scelte, attesa di anni per ottenere un nettare “alito di mare”, “invecchiamento medio 12 anni, non aggressivo, con profumi e delicati sapori di frutta e miele”. Così come eccellente è la riuscita del romanzo Nato tre volte: “distillato” pazientemente dall’esordiente (sessantenne) Luca Fedeli. Dov’è descritto un lungo tratto della vita di Michele, nel romanzo di formazione che si legge d’un fiato. Di ragazzo che si fa uomo. Cresciuto in provincia, respira e si dibatte nello stesso clima delle generazioni italiane negli ultimi trent’anni del XX secolo. Con linguaggio asciutto appropriato, Michele racconta in modo incalzante, curando i dettagli, fino a momenti quotidiani: di sé stesso, del contesto, di persone, azioni e reazioni. Riflessioni comprese, di Michele, svolte in tempo reale: sentimentali, culturali, politiche, di costume. Fluisce la storia, alla ricerca continua di qualcosa che appaghi il protagonista. Nel viaggio tormentato della vita, costellata da sorprese, delusioni, estraneazioni. Per dirla – in breve – alla Ionesco (maestro del teatro dell’assurdo): “Dio è morto, Marx pure, e anche io non mi sento tanto bene”. Le cesure di Nato tre volte rappresentano: la nascita biologica, l’esperienza politica bordeggiando ambienti del Partito comunista, e l’estraneazione finale. Alla ricerca di appigli sicuri, “maestri” di vita. Mancandogli questi, non ha alternative che la solitudine. Attraverso la finzione letteraria, Michele suscita riflessioni sul mondo contemporaneo. Sul rapporto tra i sessi, coinvolto nella libertà sessuale, rifugge legami stabili borghesi. Ne vede e vive i limiti: la fusione tra due estranei gli risulta senza vantaggi. Alla politica s’affaccia contrastato dalla famiglia piccolo borghese, che detesta la sua scelta comunista. Nel Partito, in teoria palestra di partecipazione, scopre incoerenze insensate: condotte di dirigenti pieni di sé, slegati dal reale, e l’assenza di “proletari”, la cui tutela dovrebbe essere obiettivo prioritario del Partito. Ma il peggio è dietro l’angolo: il Partito di sinistra si trasforma in istituzione elettorale neoliberista. “Ma allora ho perso la coscienza di classe. Ma come è stato possibile? Forse un segno dei tempi. Quasi me lo sentivo. Vediamo come va a finire”. Nasce un senso di colpa, in Michele, di qualcosa contro cui da solo nulla avrebbe potuto. Privato di grandi ideali, non ne intravede nuovi. Nonostante la progressiva alienazione dal mondo, Michele riaccende la memoria del lettore su elementi significativi del suo (nostro) passato: personaggi, canzoni, romanzi, libri, filosofia e film. Neoesistenzialista singolare, Luca tratta la vita di Michele in modo “leggero, lieve,  sottile e allegro, come vorremmo che fossero sempre le nostre vite”, definizione che condivido dalla copertina del libro. (fabilli1952@gmail.com)

Meccanici di biciclette Cortonesi

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Loriano Biagiotti        Ferruccio Fabilli

NOTIZIE SUI PRIMI MECCANICI DI BICICLETTE CORTONESI 

Hanno collaborato: Giuliano Berretti, Pasquale Brogioni, Angiola Capecchi, Maria Teresa Capecchi, Graziella Casucci, Sergio Catani, Carlo Galletti, Ornella Galletti,  Giorgio Giusti,

Rita Giusti, Silvano Giusti, Giacinto Gori, Maurizio Lovari, Emilio Marconi, Giuseppe Migliacci, Antonio Raspati, Elma Schippa, Tiziano Schippa, Danilo Sestini, Alessandro Trenti, Erino Trenti, Paolo Zappacenere.

Presentazione

In occasione della nuova edizione della “Cicloturistica La Cortonese” – che si svolge a luglio -, è nata l’idea di raccogliere notizie e fotografie sui riparatori di biciclette presenti nel Cortonese nel secondo dopoguerra. Quando la bicicletta divenne  mezzo di locomozione di massa nelle nostre campagne

Partiti con poche conoscenze su quanti artigiani fossero dediti a riparare e vendere biciclette, – incontrato l’interesse, tra amici e parenti, sui pionieri di un’attività tanto diffusa – la raccolta dati è cresciuta in quantità e qualità. Avendo impegnato in tale ricerca solo una parte del tempo richiesta dall’organizzazione della nuova edizione della “Cicloturistica La Cortonese”, siamo consapevoli che il resoconto avrà molte lacune sui fatti e nomi da noi recensiti. Tuttavia siamo lieti di avere svolto una prima cernita importante, e niente vieterà ad altri di completarla.

Il merito di questa scrematura è aver gettato il primo sguardo su aspetti non secondari della nostra storia recente, ed offrire la conoscenza, anche ai più giovani, su quel mondo oramai scomparso, di cui tutti siamo eredi.

Nel raccontare la vita dei primi meccanici di biciclette, ci siamo limitati ai tratti essenziali che li caratterizzarono: epoca e luoghi in cui operarono, e la loro professionalità, spesso poliedrica. Un saper fare misto di bravura e adattamento ai bisogni di una clientela non sempre agiata. Anzi, diremo, in genere piuttosto povera e sparagnina. Erano tempi in cui le famiglie dovevano far quadrare i conti con tanti sacrifici. Ma erano anche tempi in cui c’era fiducia nel futuro, e la mobilità era un investimento prioritario per uscire dalla staticità secolare del mondo contadino.

Le belle fotografie allegate aggiungono immagini tangibili allo scarno racconto. Anche se mancheranno al nostro lettore quegli elementi di vita reale, caratteristica di un’officina meccanica: gli odori di gomma, mastice, olio, nafta,… e, soprattutto, non è riproducibile, in fotografia e nel racconto, il clima umano che le caratterizzava. Clima diverso e tipico, da meccanico a meccanico. Insomma, non era lo stesso entrare in quelle officine o in una di quelle odierne (dominate dalla tecnologia, paragonabili a sale operatorie). Nelle officine del passato, era entrare in un bric a brac di oggetti, e imbattersi nel caotico via vai di persone alla ricerca di risolvere i propri problemi, riparare o acquistare biciclette, o, semplicemente, scambiare chiacchiere.

Il Presidente della Cicloturistica La Cortonese

Loriano Biagiotti

 Prefazione

Già fa onore agli organizzatori – della prossima edizione ciclostorica La Cortonese – aver abbinato l’evento sportivo al tributo alla memoria dei pionieri cortonesi meccanici di bicilette, andandone a scovare i ricordi tra amici e parenti. Segno di grande rispetto e amore per i primi che sulla passione comune per la bicicletta (che unisce generazioni lontane nel tempo) investirono la loro vita professionale.

Tirato in ballo – da Loriano Biagiotti e dagli amici compaesani della Polisportiva Val di Loreto – a mettere ordine alla raccolta di notizie, ho avuto anch’io un piacevole tornaconto. L’occasione di integrare le mie conoscenze sulla vita, dunque, sulla storia materiale Cortonese, aprendo il capitolo, molto interessante, su quanto importante fosse stata la diffusione della bicicletta nella transizione della società: da prettamente agricola al boom economico. Che significò lavoro per i giovani – apprendisti e meccanici alla ricerca di alternative ai lavori contadini –, e le officine meccaniche divennero osservatori importanti sullo sviluppo economico. A cui l’inventiva degli artigiani dovette star dietro, adeguandosi. Infatti, insieme all’uso massiccio delle biciclette, si fece incalzante: sia la necessità della loro manutenzione, sia assecondarne l’uso sportivo del mezzo, sia seguire la diffusione della motorizzazione. Dalle bici ai ciclomotori alle vetture, i passaggi furono rapidi. Non a caso, vediamo crescere un’estesa rete di pompe di benzina.

Non secondari furono gli effetti sociali indotti dalla massiccia mobilità. Un tempo limitata da vincoli padronali (ogni acquisto importante doveva essere accordato dal padrone al contadino) e da consuetudini sociali (solo gli uomini potevano uscire di casa per “affari”). Le famiglie da strutture gerarchiche si trasformarono – gradualmente – in forme lineari: uomini e donne alla pari, ogni giorno, impegnati a uscire di casa alla ricerca di lavori anche saltuari, giornalieri.

Nel racconto troveremo le officine protagoniste anche culturali, politiche, e, persino, nel pettegolezzo. La gente vi si rivolgeva principalmente per curare i propri mezzi di locomozione, ma non era raro trovare in officina persone a chiacchiere su qualsiasi argomento: era una democrazia senza freni inibitori!

Ecco, in sintesi, il risultato della nostra pur fugace ricerca, sulle capacità versatili, in più tipi di prestazioni, degli artigiani meccanici,  e sulla rete di relazioni e iniziative (in prevalenza, sportive) che scaturirono nelle loro officine.

Ferruccio Fabilli  

 

LA BICICLETTA PRINCIPALE MEZZO DI LOCOMOZIONE NELLE CAMPAGNE

 L’esplosione in Italia dell’uso di biciclette, come mezzo di locomozione, avvenne tra le due guerre. Tuttavia, l’apice della diffusione, nelle campagne tosco-umbre, fu raggiunto nel secondo dopoguerra. A ben vedere, la bicicletta, allora, rappresentò la metafora di quanto avveniva nella società: un gran movimento. Alla ricerca di lavori più remunerativi della mezzadria; rompendo definitivamente vincoli secolari imposti alla mobilità sociale, pressoché statica. Chi nasceva contadino ci moriva, e, spesso, sempre sotto il tetto natio o in abitazioni poco distanti.Nonostante la propaganda fascista spingesse per la diffusione delle automobili, a fine anni 40, in Italia circolavano poco meno di 4milioni di biciclette, mentre auto e motociclette erano poco presenti nei comuni rurali come Cortona. Più che la volontà di non motorizzarsi, miseria e povertà limitavano l’acquisto anche di biciclette. Ritenute conquiste ambite, dalle famiglie che se le potevano permettere. Molti possessori di biciclette le tenevano nascoste in casa, temendo d’esserne derubati.

Nel secondo dopoguerra – alla ripresa economica dalle macerie della guerra -, aumentata la necessità di locomozione, facendo sacrifici e usando anche le magre economie del pollaio, nelle ancor numerose famiglie contadine (a Cortona, rappresentavano più del 70% degli oltre 30mila abitanti), la bicicletta si rese indispensabile. Per andare ai mercati settimanali, dal dottore in farmacia dal veterinario dalla levatrice, a sbrogliare pratiche burocratiche in fattoria o negli studi professionali, concentrati nei centri maggiori. Luoghi a discreta distanza da casa, com’era lo stesso raggiungere le stazioni ferroviarie di Camucia e Terontola. Sottolineiamo, di nuovo, che gli abitanti di Cortona, fin oltre gli anni 50, superarono le 30mila unità, tanto per dare l’idea della massa brulicante in movimento.

Insomma, la bicicletta da mezzo di locomozione delle forze dell’ordine (maresciallo), del prete (anche se, agli esordi, la Chiesa ne proibì l’uso ai preti e alle donne), e di pochi altri, divenne obiettivo ambito d’ogni famiglia. Nel frattempo, il mezzo evolveva tecnologicamente. In virtù dell’industria che forniva bici ai campioni sportivi, divenuti popolarissimi bontà le imprese dei fantastici Fausto Coppi e Gino Bartali. Bici più leggere, col pignone a più cambi, freni a filo di acciaio in luogo dei freni a bacchetta, … Anche se le bici più diffuse erano dalla meccanica semplice. Una ruota dentata ai pedali, e nella ruota posteriore un pignone (ruota libera con corona dentata più piccola), freni anteriori e posteriori; in rari casi erano presenti le componenti luminose: “il dinamo”, “il lume”, e “il pomodoro” posteriore. La meccanica popolare era al risparmio. Distinte in due categorie: bici da “uomo”, con la “canna” tesa dritta dal sottosella al sotto manubrio; e da “donna”, in cui la canna interna di rinforzo era curvata in basso. Alla distinzione meccanica non corrispondeva sempre il sesso dell’utente. Per gli uomini era indifferente l’uso dei due modelli. Ma le donne stesse, al bisogno, inforcavano la bici da “uomo”, pedalando sotto-canna. Allo stesso modo, cavalcavano le bici bambini e ragazzi dalle gambe corte. Pur sacrificati in quella posizione, avresti visto ragazzini sfrecciare pedalando. Su quel mezzo spartano potevano salire anche due persone (o più, esagerando!). La “canna”, sormontata di lato (all’amazzone), con le gambe tutte da una parte, era destinata al passeggero.

I parcheggi a pagamento delle biciclette

Ricordiamo il film “Ladri di biciclette”, di Vittorio De Sica, che rappresentava quanto fosse preziosa la bicicletta nel secondo dopoguerra, e quanto i rischi d’esserne derubati erano alti. Perciò, a ridosso delle stazioni ferroviarie (Camucia e Terontola), sorsero depositi a pagamento. Un posteggiatore a Camucia fu il dirigente comunista, nonché ex sindaco di Cortona, Ricciotti Valdarnini. Anche altri si ingegnarono in quella attività, alle pendici collinari di Cortona, a Sodo, Camucia e Campaccio, non essendo tutte le persone in grado di pedalare fino al cocuzzolo di Cortona.

 

I PRIMI MECCANICI CORTONESI, RIPARATORI E VENDITORI DI BICICLETTE

 Per imparare il mestiere di meccanico di biciclette non c’era scuola, se non tramite l’apprendistato presso officine avviate. In epoche remote, i riparatori di biciclette si specializzarono in tale attività via via che prese campo la diffusione del mezzo. Ma, in origine, le officine erano promiscue: un misto tra fabbro e meccanico, perciò, polifunzionali. Dove si tentava ogni genere di riparazione metallurgica e meccanica. Invalso l’uso in massa delle biciclette, il lavoro non mancò per alcuni decenni. Alle riparazioni, i meccanici aggiunsero il commercio di mezzi nuovi e usati.

Un tempo – va sottolineato – mezzi di locomozione o attrezzi da lavoro erano riparati fino all’impossibile. Quando cioè ne veniva meno il possibile riuso. Perciò, in tema di riparazioni, il lavoro era tanto. L’uso familiare promiscuo dello stesso mezzo – di più persone anche inesperte – prevedeva cadute e forature, su strade in prevalenza imbrecciate e in terra battuta, mentre i materiali non erano sempre di qualità, pregiudicando la durata delle parti d’attrito delle bici: copertoni, camere d’aria, raggi, freni, corone, catene, pignoni, pompe a piede o pompe a mano,… Avere un mezzo riparato, anche con segni evidenti come una saldatura rifatta, non era vergognoso.

Sartini Michele

Michele Sartini, classe 1939, ha iniziato a lavorare giovanissimo come muratore per poi aprire l’attività di marmista col cognato. Col trascorrere del tempo e l’avanzamento del boom economico, i suoi lavori sono entrati nelle case degli abitanti della zona. In tanti hanno avuto a che fare con questo uomo: buono, gentile, intelligente e simpatico. Michele era anche un grandissimo estimatore della Polisportiva val di Loreto, sempre presente con azioni e partecipazioni agli eventi sportivi. Il monumento in granito, all’ingresso dell’impianto, è opera sua offerta nel 1994 alla Polisportiva. Il suo hobby era collezionare mezzi di locomozione vintage, ed era un piacere entrare nei suoi garage per riscoprire molteplici mezzi ed oggetti degli anni passati. Con la sua passione, ha salvato dalla rottamazione centinaia di oggetti che, forse, erano passati per le officine dei meccanici che andiamo a descrivere, e che, oggi, rappresentano un patrimonio inestimabile. Purtroppo un malore improvviso, nel 2021, ce lo ha portato via ancora troppo presto, ma rimarrà indelebile il suo ricordo nei nostri cuori. Vogliamo dedicare questo ricordo alla cara moglie di Michele Anna, e alle figlie Manola, Manuela, Marcella, Mariella, che lui amava in modo speciale.

Domenico Trenti, detto Menco del Cerrina

Nato e morto a Cortona, 1912- 2002. Domenico Trenti, operando nei pressi di Campaccio, fu versatile in varie attività imprenditoriali, compresa la rimessa in loco di biciclette. In famiglia, ricordano la venuta notturna, al lume di candela, del prof Rino Baldelli a procurarsi da Domenico due copertoni di ricambio per auto, nell’immediato dopoguerra. Dunque, era già nota la sua qualità di trovarobe, compresi campanelli e altri pezzi di ricambio per biciclette. Molto dinamico, oltre ad aver allestito una qualificata officina meccanica per bici, si dedicò anche al commercio. Non solo di biciclette. Perciò, era conosciuto nella bassa Toscana (Arezzo, Siena, Grosseto) e nella vicina Umbria. Commerciava bici della nota marca milanese Olimpia, e i tubolari D’Alessandro. Nella sua officina, transitarono più meccanici e apprendisti, giovani. Alcuni cambiarono mestiere, altri proseguirono in proprio l’attività, altri ancora unirono il mestiere alla pratica sportiva, correndo in bicicletta. Domenico – è quasi certo – fu il primo organizzatore cortonese d’un gruppo sportivo dilettantistico col marchio proprio: “Trenti”. L’officina era retta dal meccanico Silvio Cortonicchi (Silvio della Colomba) – che seguitò in proprio il mestiere e, infine, si convertì al commercio d’elettrodomestici -, e dagli apprendisti: Angiolo Archinucci (Il Sordino), in seguito, apprezzato pozzaiolo; Camillo Manciati, poi fattore nel Senese; Evaristo Marconi e Giovanni Catani proseguirono in proprio. L’altro apprendista, Andrea Diacciati, discreto dilettante, fu pure campione regionale dilettanti a Viareggio. Diacciati era il campioncino del gruppo sportivo Trenti: gambe potenti ma poco tenace, si scoraggiava facile. Allora interveniva Domenico. Con voce sonora – standogli alle costole – gli lanciava urlacci d’incitamento. I ciclisti del Trenti parteciparono a gare in zona (a S. Marco, S. Angelo, Camucia) ma anche a gare più note: come le “Tre Valli Aretine”. Dove a Diacciati – in fuga sul Passo della Consuma – una foratura gli negò la vittoria.

Invogliati dalla presenza del gruppo sportivo Trenti, altri giovani si avvicinarono alla pratica sportiva, ma pochi superarono la prova iniziale obbligatoria: dieci giorni di seguito a pedalare chilometri in bici a ruota fissa, per formare massa muscolare. Il rischio di finire “cotti” era alto.

Il mio informatore, Erino Trenti, nipote di Domenico, ricordava dilettanti cortonesi impegnati anche in altri gruppi sportivi, quale il Frescucci, nipote di don Bruno, che correva per la “Fabianelli” di Castiglion Fiorentino, e Orlando Galletti, meccanico e corridore di talento. Che se la batteva alla pari con Giovanni Corrieri, gregario di Gino Bartali. Galletti, meccanico di bici, aveva l’officina a Cortona in via Guelfa. A Cortona c’era anche Dantino, che aveva l’officina dietro il distributore di Piazza Garibaldi a Cortona.

 Superbo Rossi

Nacque a Torrita di Siena, dai genitori Amerigo ed Elvira Garzi, il 12 dicembre 1909. Superbo lo era di nome e di fatto, nella veste di riparatore di biciclette. Sul muro esterno della bottega – tra Piazza Sergardi e Via Lauretana – era appesa ogni sua mercanzia: bici usate, copertoni, manubri, ruote, cerchioni e altri materiali utili alle riparazioni. In diparte, era parcheggiata la sua Vespa bianca: sempre linda e allisciata alla perfezione. Da notare che, durante le giornate lavorative, mai nessuno lo vide indossare la tuta da lavoro e neppure il grembiule. Con ciò che segue, è possibile farsi un’idea delle caratteristiche dell’uomo tutto d’un pezzo: indossava pantaloni scuri ben stirati, camicia bianca con maniche rimboccate, cravatta scura, gli occhiali poggiati sulla punta del naso.

Qualche aneddoto ne completa il carattere.Un suo conoscente raccontava di quando – tramite il suocero – da Cortona portava all’officina di Superbo, a Camucia, materiali di ricambio per bici, e il conto da pagare. Al pagamento della merce, in fondo al suo laboratorio dal pavimento sterrato, Superbo si accostava a una catasta di cartoni, impilati perfettamente uno sull’altro, quella era la sua cassaforte! … Spieghiamo meglio: alzava uno di quei cartoni e, al punto giusto che solo lui sapeva, tirava fuori un rotolo cilindrico di denaro, dove spiccava il taglio lenzuolo da 10.000lire, della misura di cm. 14,6 x 6,3.

In qual modo migliore si sarebbe potuto definire quell’uomo, se non: superbo, orgoglioso e preciso?  Quelle erano, in fondo, le sue caratteristiche salienti.

Purtroppo, un brutto giorno, il buon Superbo dovette chiudere baracca e burattini: un improvviso incendio incenerì tutto quanto! Così finì la sua storia da meccanico.

Morì il 10 marzo 2001. Abitava a Monsigliolo, con la moglie Silvia Nerozzi (detta Mimma) e la figlia Tecla.

 

Ruben Schippa

A Camucia – scendendo in basso in Via Lauretana – si trovava l’altro riparatore e venditore di bici, comprese quelle da corsa delle marche più note a quel tempo. L’artista delle due ruote rispondeva al nome di Ruben Schippa. Famiglia di origini perugine, nacque a Cortona il 26 marzo del 1906. Dei “biciclettai” camuciesi, forse, era il più organizzato.  Concessionario della Legnano, la bicicletta al tempo più in voga. Ruben era il punto nevralgico dei giovani praticanti il ciclismo, emuli delle gesta dei campioni Bartali e Coppi. Dalle prime ore del mattino, la sua bottega si riempiva di clienti, molti provenienti dall’Umbria, e da numerosi corridori dilettanti. In una di quelle mattine, nel corso d’un allenamento, proprio Gino Bartali ebbe un guasto meccanico al cambio per cui ricorse alle cure di Schippa. Un fatto clamoroso avvenne dopo che il campione fiorentino entrò in laboratorio. Alcuni clienti presenti, con veloce passaparola, informarono l’esterno della celebre presenza. Si narra che trascorsi 7/8 minuti, tra dentro e fuori, intervennero una sessantina tra tifosi e curiosi, continuamente inneggianti, ad alta voce, il nome del grande grimpeur.

I figli si Ruben erano due femmine e due maschi. Al più giovane Gino (detto il Kid), gli fu imposto quel nome in onore a Bartali. L’altro aneddoto – che molti sportivi locali ricordano – è che Ruben Schippa fu tra i primi calciatori del Camucia. Si raccontava che Ruben si recasse ad allenarsi alla Maialina indossando spesso un maglione arancione. Quel fatto avrebbe ispirato i colori arancioni alla squadra Camuciese: le “Meranguele” (locuzione chianina per definire le arance).

In conclusione, bisogna ringraziare per le informazioni raccolte i figli del Kid, Giordana, Emma e, in particolare, Tiziano che ha portato una borsa di foto familiari.

Il fratello di Ruben, Renato Schippa, fu altrettanto stimato esperto meccanico di biciclette, ad Ossaia, dove aveva anche un distributore di benzina.

Giovanni Catani, detto Il Nanni o Il Baffo

Nato il 03/05/1921, morto il 26/03/1991. Iniziò l’attività alla scuola di Menco del Cerrina, passò poi a lavorare da Ruben Schippa. Si mise in proprio, dapprima, in via Lauretana davanti al cinema Cocchi. Qui faceva il rimessaggio di bici a favore degli abitanti della campagna (San Lorenzo, Montecchio, Centoia, Cignano, Fasciano, Gabbiano), che giungevano a Camucia transitando dal passaggio a livello ferroviario. Immessi in via Lauretana, lasciavano le bici nei negozi di Schippa o di Catani, per proseguire a piedi verso Cortona. In seguito, Nanni si trasferì vicino al passaggio a livello, in locali di proprietà Turini, dove lavorò fino alla pensione.

Molto bravo a costruire e centrare le ruote a biciclette e motocicli. Carattere introverso, di poche parole, bell’uomo, simile a un attore dai baffetti alla D’Artagnan. L’officina – nel capannone periferico a sud di Camucia, vicino alla falegnameria Marchetti – lo avvantaggiava rispetto a Schippa nel rimessaggio di biciclette, essendo la prima rimessa incontrata sul percorso dei campagnoli. C’è da immaginare che il vecchio sodale, Schippa, non fosse tanto contento della concorrenza.

Nanni fu anche direttore tecnico della squadra ciclistica “Germanvox-Wega”. Allestita dai fratelli Giorgio e Romano Santucci, con Ianito Marchesini nell’ammiraglia. In squadra, tra gli altri, un Sartini e Massimo Castellani considerato l’atleta di punta, fuorché in salita…

Nanni era una persona particolare: nervoso e sempre in tensione. A costui – come si suole dire – anche una rugia sembrava una trave! Bastavano cose di poco conto a mandarlo su tutte le furie; praticamente, il Catani era sempre incavolato.

L’episodio d’un mattino. Si presentò un certo Beppino, abitante a Fossa del Lupo, proprietario d’un “Guzzino” con cui si era fatto tutta la strada a piedi. Infatti, quel giorno, non c’era stato verso di avviare la moto. Nanni, lasciati gli arnesi sul banco, cercò sollecito di accontentare il cliente. Numerose furono le prove per riavviare il motore: cambio della candela, la corrente arrivava ma… niente! quindi altre prove, continue e faticose, cercando di mettere in moto il mezzo anche a spinta. Dopo ripetuti calci al pedale della messa in moto, purtroppo, non ci fu verso di accendere il motore… Al culmine della perdita della pazienza, Nanni svitò il tappo del serbatoio: era completamente asciutto…! A quel punto ci fu un’esplosione clamorosa: in primis, sparò una fila di moccoli variegati, improperi d’ogni genere rivolti all’ormai ex cliente, e, per ultimo, un minaccioso: levati dai coglioni! e qui non ci venire più!

Altri due episodi, invece,  qualificano positivamente il suo mestiere. Un giorno Gino Bartali – avendo attaccato la bici al chiodo – giunse da Nanni per proporgli la vendita delle sue biciclette dal marchio “Bartali”. In poco tempo, l’affare fu concluso. L’altro episodio importante accadde dopo la disputa d’un “Trofeo Cougnet”. Si presentarono, all’esperto artigiano, il campione toscano Franco Bitossi accompagnato da un dirigente della Filotex, i quali proposero a Nanni di assumerlo meccanico al Giro d’Italia. Lì per lì Catani ne fu orgoglioso e lusingato. Però, per quel ruolo ambito, avrebbe dovuto lasciare suo malgrado per diverso tempo la famiglia…  fatta quella riflessione, il Nanni non ne fece niente.

Evaristo Marconi, detto Varisto

Nato il 14 febbraio 1920, morto il 24 novembre 2005. Anch’egli iniziò la sua attività alla scuola di Menco del Cerrina. Nel 1955, si trasferì a Cignano, lavorando in una bottega nella zona di Ospizio, presso la famiglia Pucci. In seguito, si spostò presso l’abitazione di Fernando Faralli – dove c’era il sale e tabacchi e il distributore -,  iniziando anche a vendere motocicli e bici.

Con l’abbandono delle campagne da parte dei contadini, e la conseguente mancanza di lavoro, si spostò a Camucia, in via Firenze. Continuando a vendere biciclette Bianchi, di cui era concessionario, e motorini: Garelli, Fucs, ItalJet,

Al termine della sua attività – a Camucia in via di Murata -, negli anni ’90, cedette la bottega a Fortini Gianluca, odierno titolare del negozio di bici più fornito della zona.

Pasquale Brogioni, detto Pasquino

Nato il 12 aprile 1936. Meccanico al Sodo, poi a Tavarnelle. Apprese l’arte di meccanico da Vito Viti. Artigiano che aveva l’officina al Sodo nel palazzo dei Corbelli, lungo le ritte, davanti a villa Laparelli.  Poi, Pasquino gestì in proprio l’officina. Infine si spostò – a fine anni 60 – a Tavarnelle, sotto la propria abitazione. Particolarmente amico di Armando Galletti, meccanico del Campaccio.

Pasquino era, al tempo stesso, appassionato cacciatore e profondo conoscitore della fauna selvatica, dedicandosi anche al soccorso di bestiole ferite o in difficoltà. Capace di curare e nutrire: tartarughe, faine, istrici, volpi, …, però, se commestibili, con lui, potevano finire anche in padella!

L’altra grande passione di Pasquino fu la politica. Per molti anni, nei fondi di casa sua, si riunivano gli attivisti comunisti del Pci; di cui, alla sua chiusura, ne fu orfano inconsolabile, come lo furono molti. Questa sua forte politicizzazione rossa non fu rara tra gli artigiani cortonesi. Basti ricordare che, durante il fascismo e nel dopo guerra, alcuni esponenti di punta comunisti furono artigiani. Uno importante fu Ricciotti Valdarnini – già ricordato per il rimessaggio bici e produttore di piastrelle, a Camucia –, e l’altro, Cesare Rachini, restauratore di mobili antichi. Le botteghe artigiane – si è già detto – erano luoghi di incontro molto frequentati, dove si parlava di tutto.

Santi Capecchi, detto Schiaccino

A Sodo, prima di Pasquino, lavorò un altro meccanico proveniente da Fratta, Santi Capecchi: gentilissimo e intelligente. Esperto nel montare il motore MOSQUITO – prodotto nel 1946 dalla ditta Garelli – su biciclette da passeggio, trasformandole in motorini economici. Anche Santi faceva rimessaggio di biciclette per gli abitanti provenienti dalle frazioni di Fratta, Santa Caterina, Fratticciola, Creti, Ronzano, incamminati verso Cortona. Santi, assunto dalle Ferrovie, abbandonò il mestiere. La rimessa di biciclette fu tenuta aperta da Camillo e Sofia Migliacci.

Interessante notare la scelta di molti meccanici nello svolgere l’attività in luoghi ai piedi della collina, a intercettare i campagnoli in difficoltà nel salire in bici a Cortona. Dove c’era l’Ospedale, il Comune coi suoi uffici, e il mercato settimanale. Lasciata la bici nei rimessaggi proseguivano a piedi, fino alle porte della Città. Dove taluni cambiavano le scarpe pesanti per indossare quelle ritenute meno rustiche. I titolari di rimesse che erano meccanici si prestavano a riparare i cicli, approfittando della sosta.

Mario Giusti

Padre affettuoso e sempre lieto, nasce a Cortona il 07/11/1929 da Andrea e Ida Toto Brocchi, ed ivi deceduto il 17/12/1992. La passione per la meccanica nasce terminata la scuola da apprendista presso l’autofficina di Moreno Crivelli, a Cortona. Per poi mettersi in proprio nei locali di via Nazionale, ed ancora in via Guelfa a Cortona.  Infine, approda meccanico presso l’Autoservizi Autobus, della Società Cortonese. Nel 1969, rileva in via Nazionale, sempre a Cortona, un negozio-officina con varie tipologie di prodotti: articoli sportivi, biciclette, motorini, cambio gomme auto e moto, elettrodomestici, ecc. sapendo fare quasi tutto in ogni branca artigianale elettromeccanica. Era l’arte di arrangiarsi, ma in una specialità eccelleva: abilissimo meccanico di auto e moto e, soprattutto, dell’amata bicicletta. Che ha aggiustato e venduto per circa 20 anni, con rivendita dei prodotti Edoardo Bianchi, Legnano, Trarovi, ecc. La passione lo porta ad essere meccanico ufficiale della squadra ciclistica locale: la “Cortonese – Ristorante Tonino”; anche i figli, Giorgio e Silvano, entrano a far parte della bella squadra ciclistica Cortonese, con grande passione e motivazione.

Simpatico l’episodio successo in occasione della vittoria, ad Olmo, di Massimo Capecchi detto Tonio (ciclista della “Cortonese – Ristorante Tonino”), allorché, al suo arrivo vittorioso, il babbo lanciò in aria il cappello che ancora volerebbe per aria… infatti, non fu ritrovato!

Durante le gare ciclistiche, gli interventi di Mario erano veloci e professionali. Non solo vendeva biciclette, ma le costruì anche da sé: una bici-tandem da corsa a due posti, molto bella e veloce, (si può dire che in pianura era più veloce d’un motorino); e una bici-tandem Graziella a due posti, per villeggiatura al mare. Quando la stella nascente Jovanotti, Lorenzo Cherubini, fece i primi passi con successo nel mondo della canzone, Mario Giusti faceva il tifo per lui, felice e onorato di aver aggiustato biciclette a lui e ai suoi bravi fratelli. Mario non fu solo meccanico, ma cittadino molto impegnato per la “sua” Cortona e il territorio. Per diversi anni, fu Giudice di gare ciclistiche Enal-Dace (foto tesserino); Consigliere del Terziere San Vincenzo di via Guelfa; Consigliere dell’Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo di Cortona; Rappresentante dei Commercianti; Presidente del Consiglio all’Istituto Professionale Femminile “G. Severini”.

Armando Galletti

(Marzo 1909 – Gennaio 2004). Nasce al Campaccio. Adolescente acquisisce abilità ed esperienza trasmessegli dal babbo Virgilio (1881 – 1954) nell’attività di fabbro, nelle branche: attrezzi lavorativi d’ogni genere, e ferro battuto artistico/ornamentale.

A 28 anni (1937), Armando viene assunto alla SAI AMBROSINI di Passignano. Assunzione subordinata alla perfetta esecuzione del cosiddetto “capolavoro”. Che in quella occasione fu la “squadra-riga”. Risultante dall’incastro a “coda di rondine”, disposto a 45° su due pezzi, uno “maschio” l’altro “femmina”, che, accoppiati alternativamente in un senso o nell’altro, risultavano in riga perfetta, o in squadra,  dall’esatto angolo di 90°. Armando consegnò il lavoro due ore in anticipo, sulle cinque concesse per l’esecuzione della prova. Nei sei anni e cinque mesi alla “SAI”, svolse l’attività di “operaio qualificato aggiustatore”. I fatti dell’8 Settembre 1943 segnarono la chiusura della “SAI”, e, a fine ottobre dello stesso anno, Armando lasciò l’azienda mettendosi in proprio.

Iniziò aprendo bottega a Camucia in via Lauretana. Ubicazione oggi non identificabile per le numerose trasformazioni edilizie, lavorando da fabbro e riparatore di mezzi di locomozione del tempo, soprattutto biciclette. Rimase a Camucia 11/12 anni. Alla morte del babbo Virgilio, nel ’54, torna al Campaccio nella bottega paterna, dando continuità alla lavorazione tradizionale del ferro battuto, contemporaneamente impegnato nella crescente attività di meccanico di scooters e motociclette, la cui diffusione aumentava in parallelo alla ripresa economica.

Verso la metà degli anni ’60, tornato nuovamente a Camucia – che già stava rivelando i primi segnali del florido e veloce sviluppo – affittava un locale a pianterreno nell’edificio al tempo sede dell’ex-Mutua, ma lì la sua attività fu esclusiva sui motori.

Armando nutrì sempre grande passione per la bicicletta, in particolare per il ciclismo agonistico. Al passaggio delle corse si entusiasmava come un bambino. Passione trasmessagli da Orlando, fratello maggiore d’un anno. I due condivisero la pratica sportiva, partecipando alle prime gare paesane. Quando Orlando apparteneva ancora alle categorie giovanili dei non tesserati, prima di approdare, con buoni successi, tra i dilettanti, nella seconda metà degli anni ’20 del secolo scorso.

Negli anni ’70, fu il figlio di Armando a cimentarsi nel ciclismo agonistico, seppur a livello amatoriale. Armando, per passione della bici e per abilità, costruì al figlio un telaio da corsa, equipaggiato della stessa componentistica montata sulle biciclette dei professionisti. Fu acquistata una serie completa di tubi “Columbus”, dello spessore 0,4 mm.  Armando approntò il telaio sulle misure antropometriche del figlio, fissando le congiunzioni (dopo sagomatura delle stesse), ai tubi ed ai forcellini, tramite “spinatura” prima della saldatura per brasatura. La brasatura consiste nel collegare i pezzi metallici tramite un metallo d’apporto, senza fusione dei pezzi da assemblare. Il metallo d’apporto in ottone, usato da Armando, penetra per capillarità tra le parti da unire. Fu necessario, prima del telaio, costruire la “dima”, onde assicurare il perfetto allineamento delle ruote. Particolare difficoltà risiede nella piegatura dei foderi della forcella, foderi che vengono forniti diritti. La forcella è parte complessa e fondamentale, in quanto costituisce il principale contributo alla guidabilità della bicicletta. È composta dai forcellini, foderi, rinforzi, testa e tubo sterzo. Dalla forcella dipende il comfort e la sicurezza della bici. Ma, quella del figlio, non fu l’unica bici da corsa costruita da Armando. Molti anni prima, all’incirca diciottenne, aveva già costruito un telaio da pista, con rapporto fisso, senza cambio né freni al fratello Orlando che, oltre a gare su strada, si cimentava anche in varie specialità della pista. Ci sono riscontri a testimoniare l’esistenza, negli anni ’20, di velodromi in provincia di Arezzo. Il più importante era a Campo di Marte ad Arezzo, dove sorgeva lo storico stadio “Mancini”, nell’area ex Standa e degli attuali giardini. Altri impianti per le riunioni in pista erano a Cesa e Marciano della Chiana. La bici, costruita al fratello Orlando, risultò molto leggera considerando i materiali a quel tempo disponibili e, quale ulteriore accorgimento, fu equipaggiata con cerchi in legno.

Adolfo Berretti, detto Dolfo del Beretta

Da Montanare, apice della Val d’Esse, dal figlio Giuliano – rinomato meccanico di auto storiche e nuove – ci giunge il racconto del babbo Adolfo Berretti (1917- 1992), descrivendone un percorso professionale particolare: fu anche riparatore di biciclette. Figlio di Giovan Battista, esperto di motori a vapore, Dolfo imparò a manovrare e mantenere in funzione le complesse macchine trebbiatrici del grano. Occupando intere estati in quel lavoro, anche caricando sulle spalle i pezzi delle macchine per condurle fino a luoghi impervi. In inverno, babbo e figlio, si occupavano di macchine per spremitura delle olive al mulino Brecchia di Mercatale. Dolfo, per mantenere la famiglia, si ingegnò in più attività anche contemporaneamente. Nel tempo, aprì un distributore di benzina; riparava ogni mezzo di locomozione meccanico, biciclette comprese; vendeva gas in bombole; riciclava oggetti. Ad esempio, coi bossoli delle bombe di cui si riforniva a Grosseto, Adolfo costruiva lumi a carburo. Prodotto molto richiesto. Basti pensare che negli anni Cinquanta ancora erano vaste le aree Cortonesi non elettrificate. Altro riciclaggio, di cui fu esperto Adolfo, quello dei motorini in dotazione ai paracadutisti alleati. Una volta scesi a terra, i paracadutisti avevano in dotazione piccoli motorini ripiegabili (come le biciclette Graziella), in modo da essere di poco ingombro, già carichi di miscela, pronti per la fuga dai pericoli. I soldati, una volta al sicuro, abbandonavano quei motorini in miniatura, ma efficienti. Dolfo ne andava alla ricerca, per poi rivenderli. Come si può constatare, l’arte di arrangiarsi non aveva limiti per chi avesse  avuto abilità nell’uso delle mani e della fantasia. Come fu naturale, al venditore di bombole di gas domestico, attrezzarsi anche a costruire lampade a gas.

Frugando ancora nella memoria, Giuliano Berretti ricordava un altro riparatore di biciclette, Dino Caneschi, al Campaccio.

Il Campaccio di quei tempi fu veramente prodigo di esperti meccanici di biciclette. Non c’è da meravigliarsi. Se abbiamo inteso bene – durante la ricostruzione in periodo post bellico -, essendo sviluppata una mobilità di massa, in prevalenza di ciclisti, fu strategico per i meccanici insediarsi alle pendici del cono collinare di Cortona, dove, gran parte di viaggiatori, parcheggiavano la bici per proseguire a piedi. Nell’occasione, era possibile chiedere al meccanico qualche riparazione. In quella logica, al Campaccio fluivano ciclisti d’una vasta area comunale, comprendente la Val d’Esse, e le zone più lontane di: Ferretto Pietraia Terontola Riccio Ossaia Castagno,… frazioni e campagne molto popolose.

Fratelli Tariffi, Enrico e Giuliano

Giuliano Tariffi imparò il mestiere di biciclettaio da apprendista meccanico presso Ruben Schippa a Camucia. In seguito, col fratello Enrico, aprì un’officina a Ossaia, alla Chiassaia.  Successivamente, a fine anni 60, i fratelli trasferirono officina e abitazione lungo la statale 71, dove aprirono anche un distributore di benzine.

Ciro Marchesini

Nella porzione cortonese della Val di Pierle, a Mengaccini, Ciro Marchesini aveva un’officina da fabbro e meccanico di biciclette. L’attività di Ciro, nel tempo, è evoluta in seno alla sua famiglia. Oggi, gli eredi lavorano infissi metallici.

Pasquino o Pasquale Neri, detto Pasquino del Fallani

In centro, a Mercatale – dove attualmente è collocato il bancomat della Banca Popolare di Cortona – Pasquino gestiva un’officina da riparatore di bicilette. Ancora un esempio di artigiano polivalente (al fine di procurarsi la pagnotta). Al mestiere di meccanico aggiunse l’attività di benzinaio e noleggiatore di auto da rimessa.

 Gino Paci, detto Trainicche

Gino Paci nacque il 21 maggio 1910 in località Fratta da una famiglia di coltivatori diretti,  terzo genito di cinque fratelli (tre maschi e due femmine: Giovanni, Maria, Gino, Giuditta e Palmiro). Fin da giovane, oltre aiutare i genitori nella conduzione del podere, aveva la passione per la meccanica, soprattutto di biciclette e moto. A venti anni prestò servizio militare come autiere per cui, oltre ad approfondire la sua passione, ebbe l’occasione di prendere la licenza di guida per camion. Tornato dal servizio militare iniziò la professione di meccanico di biciclette ed ebbe la fortuna di acquistare anche una moto di seconda mano. Dopo qualche anno fu richiamato alle armi, sempre come autiere, in occasione della guerra in Etiopia, per due anni circa. Una volta congedato, si rimise a fare la professione di meccanico, ma ancora una volta lo scoppio della seconda guerra mondiale – nel 1940 – lo vide sul fronte di Albania prima, e poi in Grecia e Jugoslavia, dove fu fatto prigioniero dai partigiani di Tito, che l’impiegarono come addetto al vettovagliamento e al bestiame. Partecipò suo malgrado alla liberazione di Sarajevo e, solamente alla fine dell’anno 1945, fu lasciato libero di tornare in Italia. Una volta a casa, aiutato dalla famiglia, fece costruire una piccola e modesta abitazione, accanto alla casa paterna nella frazione di Fratta dove installò la sua officina di biciclette. Per più di venticinque anni esercitò la professione di meccanico di biciclette, ma non solo. Veniva, spesso e volentieri, anche richiesto di aggiustare attrezzi da lavoro  agricolo (ad esempio pompe irroratrici per verde rame) e utensili da cucina (paioli pentole brocche ecc.). Nella sua professione di artigiano, si prese cura delle biciclette da corsa dei corridori locali (Marzio Marziali, Loris Magi, Giuseppe Ferri ecc.) che correvano per lo più per le società ciclistiche Faiv di Terontola e Fracor di Levane. Maturata la pensione, continuò fin quasi alla sua morte – avvenuta nel 1996 – a prendersi cura delle biciclette di amici e conoscenti. Durante la sua attività di artigiano ha venduto le biciclette marca Legnano, Bianchi, e in ultimo la Vilier Triestina, inoltre i motorini 48cc di marca Cimatti e Benelli.

Infine, è giusto ricordare un aneddoto relativo al soprannome con cui era conosciuto da tutti Gino, ovvero: Gino de Trainicche. Si racconta che – nella seconda metà del 1800 –  il nonno di Gino spesso trascorreva le notti in campagna, alloggiando al capanno, a “badare” animali e colture dei campi dai ladri. Durante una di quelle notti, si incontrò con il famoso bandito aretino Federico Bobini detto Gnicche.  (Nato il 13 giugno 1845 a Colcitrone, morto in conflitto a fuoco con i carabinieri, il 14 marzo 1871, a Tegoleto) Pare che tra il bandito e Gino fosse nata una certa amicizia. Gnicche trascorreva parti delle nottate a parlare delle sue avventure rocambolesche. Da qui il soprannome Trainicche.

Per concludere, qualche spiegazione sulla composizione della lista dei meccanici. Nella fretta di stringere i tempi, ci siamo divisi i compiti: a Loriano la cura delle fotografie, a me, Ferruccio, la stesura del testo. Senza darci criteri espositivi, ogni nuova figura che ci veniva ricordata l’abbiamo subito inserita nel testo. Noterete che su qualcuno è venuto un racconto più dettagliato, mentre su altri abbiamo raccolto meno notizie. Ciò è dipeso da parenti e amici che si sono prestati ad aiutarci. Capirete le nostre fonti d’informazione leggendo i nomi dei collaboratori. Alcuni dei quali hanno fornito loro stessi resoconti che abbiamo trascritti con pochi ritocchi.

Perciò, il lavoro è frutto di un’estesa rete di collaboratori, che ringraziamo. Scusando, in anticipo, qualche lacuna o imprecisione, non voluta, causata dalla fretta.

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Tino Lipparini, geologo esperto per l’Ufficio Ambiente del Comune di Cortona

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pozzoImpegnato, come sono, a scrivere sul Comune modernizzato che raggiunse e superò i vicini in molti servizi, negli anni 80, Cortona ebbe due emergenze ambientali: carenze d’acqua potabile nelle frazioni principali: Cortona, Camucia, Terontola, e località lungo la dorsale acquedottistica; e invasi di liquami suini a cielo aperto, diffusi qua e là,  che appestavano le falde freatiche; anche agli stessi allevatori.

Fu creato in Comune l’Ufficio Ambiente, consulente il geologo Tino Lipparini. Non ricordo chi l’avesse presentato. Curriculum professionale ricco: il numero 15 sulla tessera dell’ordine dei geologi testimoniava una lunga esperienza alle spalle.

I suoi studi – giacenti negli atti del Comune – individuavano possibili fonti cui attingere per potenziare gli acquedotti, compreso il principale. Come le captazioni d’acqua in piccole dighe di sbarramento sui torrenti in zona Valecchie, ed altre prese che non è necessario riferire. Risolta brillantemente la penuria d’acqua con nuovi pozzi a Montanare, sanate falle alla diga di Cerventosa, il progetto dighe a Valecchie fu accantonato. Però, evidenzio quell’intuizione lungimirante. Pensiamo ai fenomeni attuali di scarsa piovosità, per fronteggiare i quali sono indicate prioritarie, dalle autorità in materia, raccolte d’acque piovane prima ch’esse si disperdano. Di acqua, per usi civili  e agricoli, negli anni a venire sentiremo parlare tanto per penurie gravi.

Lipparini fornì anche altri suggerimenti. Su come rimediare agli alti consumi d’acqua minerale nelle scuole, avendo individuato in montagna sorgenti d’acqua minerale;  suggerì persino dove acquistare impianti d’imbottigliamento di seconda mano. Finito il mio mandato da Sindaco, quei suggerimenti rimasero sepolti nei cassetti. (Anche per la buona sorte dei venditori di acque minerali!).

Nei tre anni che Lipparini frequentò il Comune, ne apprezzammo competenze e versatilità nel rispondere alle più svariate domande sull’ambiente. Colpiti dal suo stile da gentiluomo. Longilineo, sobrio, pranzava con due uova al tegamino, schiena dritta pur prossimo agli ottant’anni; se estranei si affacciavano all’ufficio dove conversava con l’Assessore, scattava subito in piedi! salutando umile e rispettoso.

Sul dorso della mano aveva un grosso ponfo, chiedendogli perché non lo togliesse, rispondeva: “E’ una scheggia di guerra. Non la tolgo… è un monito continuo contro la guerra!” Allo scoppio della seconda guerra mondiale, si trovava per lavoro in Yemen. Esperto di prospezioni idriche e petrolifere, il Sultano lo confinò in un’ala del palazzo con donne del suo harem. Non intendeva farlo partire per l’Italia, dove Lipparini invece era intenzionato a tornare. Finalmente, riuscì a fuggire. Aveva già  discrete esperienze di traversate desertiche. (Nella sua lunga vita, confidava d’aver percorso gran parte dei deserti afroasiatici, gli mancava il Gobi, lacuna deciso a sanare). La fuga dallo Yemen si concluse in Libia, occupata dalle truppe Inglesi.

Nato nel 1905, antifascista, nell’ottobre del ‘26  finì in prigione sei mesi:  al buio, e a pane e acqua. Sospettato complice di Anteo Zaniboni, giovane anarchico attentatore di Benito Mussolini, in visita a Bologna. Tino apparteneva alla terza generazione di non battezzati. Tradizione familiare iniziata dal nonno bottaio a Roma, sotto il Papa re. Studente universitario, in bicicletta, armato di corda con gancio per arpionare i cassoni dei camion, visitò l’Est Europa fin dentro l’Urss.  Laureato in Medicina e Chirurgia, s’imbarcò clandestino in un mercantile. Scoperto, fu mezzo alla ramazza. Scoppiata un’epidemia nell’equipaggio, si offrì di curalo con successo. Così, fu tolto dalla ramazza. Laureato in Geologia, seguitò a vagare alla scoperta del mondo sfruttando soprattutto gli studi recenti: sul suolo e sottosuolo.

In Libia, nominato ufficiale dagli Inglesi, gli fu assegnato il comando di truppe di fede musulmana, del subcontinente indiano, per risalire in armi l’Italia, dal Sud. Lipparini vide che i soldati non usavano fucili ma l’arma bianca… Le cartucce, unte di grasso di maiale, si rifiutavano d’usarle. Quel metodo non prevedeva prigionieri: i nemici erano finiti sul posto! Alle rimostranze di Tino, risposero: “Se non ti sta bene, farai la stessa fine!” Durante la direzione all’Eni, Enrico Mattei, che investiva sui giovani, dette fiducia e amicizia a Lipparini: timido, semplice, già esperto di Yemen e Libia. In Iran, Lipparini, imbrogliando le carte topografiche agli Inglesi, fece ottenere ad Eni le migliori aree dove estrarre petrolio.

Nella Sala del Consiglio Comunale, Lipparini seguì, con l’assessore Fernando Ciufini, un convegno interregionale (Tosco-Umbro) sull’inquinamento suinicolo. Calcolati a Cortona 100mila suini, equivalenti per liquami prodotti a 1milione di persone. La temperatura fu alta tra Allevatori ed Enti Locali. C’era il Regolamento Comunale sugli scarichi, ma non essendo retroattivo, impediva casomai nuovi insediamenti, ma sugli esistenti era un’arma spuntata. Oltre lo scontro, si pensò anche   a collaborare: prospettando soluzioni realizzate in Nord Italia. Il tempo venne in soccorso a risolvere il conflitto: tra interessi economici e territorio costellato di laghetti di merda. Ferito nelle sue qualità: estetiche, idropotabili e puzza diffusa.

Di quegli anni, resta tra i tanti ricordi il talentuoso geologo Tino Lipparini, di vedute attuali, gran signore, modesto, come sanno essere i sapienti. In età da pensione, per mantenere due mogli, ancora percorreva l’Italia in treno (era senza patente), per suggerire rimedi a emergenze ambientali. Aveva promesso il dono della sua biblioteca al nostro Fernando, che fu impedito da un funesto incidente domestico. Tino morì all’improvviso (1991). Precipitò rovinosamente le scale di casa. Su Internet, al prof. Tino Lipparini sono dedicate pagine dense di vita opere titoli onorifici e accademici curate dal Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche (SIUSA).

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Lorenzo Valli e la nostalgia della montagna un tempo felice

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Lorenzo, Marta, e Lucia Valli, Stella RagniniErede di un’antica famiglia  terriera di Vaglie, proprietari d’una chiesetta, il giovane Lorenzo Valli girò per Italia prima di tornare alla montagna natia. Terzogenito di quattro figli, è stata un uomo fortunato, tutta la vita circondato da belle donne: tre sorelle, moglie e due figlie affascinanti (la famiglia è nella foto). Nel Dopoguerra, i figli della montagna dovettero scendere a Cortona per proseguire gli studi, dopo la quinta Elementare. Tanto da riempire vari collegi e il seminario.  Lorenzo, messo nel Collegio Don Orione alla Bucaccia,  frequentò l’Avviamento e il Professionale Agrario dei professori Celestino Bruschetti ed Evaristo Baracchi, costui, a dir suo: “un pozzo di scienza”. L’usanza d’inviare i figli a studiare in seminario creò molti preti montagnini: Franco Casucci, Antonio Anderini, Napoleone Fruscoloni, nati prima di Lorenzo. Ma tra loro c’era chi in seminario non stava tanto volentieri come l’Anderini, ribattezzato “Il Gatto di Tornia”. Sapendo l’abitudine del babbo di venire il sabato al mercato di Cortona, il pomeriggio mentre stava per risalire a Tornia più volte trovò il figlio Antonio attaccato dietro al baroccio, come un gatto!

Erano gli anni Cinquanta. Allorché ci fu l’esodo massiccio, dai monti e dal piano, di contadini morsi dalla miseria verso aree industriali toscane (Prato, Pistoia, Firenze), col miraggio: gli anziani d’ un podere, e i figli del posto in fabbrica. Così, in montagna, decaddero economia società e un ambiente meraviglioso: terreni, coltivati a terrazze, produttivi di buon vino olio mais frumento, che, uniti alle risorse del bosco (castagne legna funghi), sfamarono la gente per secoli. C’era miseria, ma anche buon umore, specie quando dal Piano salivano ragazze e ragazzi alla raccolta delle castagne, le “brige” dei campagnoli; le cui stagioni finivano con la balla piena di brige sulla canna della bicicletta. Le sere, bastava un organetto a scatenare danze e amori: effimeri, o conclusi in matrimoni. Mentre i genitori avrebbero voluto fargli proseguire la tradizione familiare di coltivare i campi, Lorenzo scelse d’immergersi in mondi diversi: lavorando alla recezione degli ospiti in grandi alberghi d’importanti città italiane (Perugia e Roma). Finchè, richiamato dal dovere di assistere i genitori invecchiati, s’impiegò, superando un concorso, all’Ospedale di Arezzo. E vi rimase, in ambito Usl, fino alla pensione. Anche se il suo rapporto coi campi si limitò alla cura con passione dell’orto di casa. Tanto che il suo cordone ombelicale con Vaglie, allentato per breve tempo, non s’interruppe mai. Dove la vita mutò, lenta e spietata, imprimendo in Lorenzo nostalgie sul mondo della fanciullezza.  La vita in montagna, oltre a fenomeni negativi (miseria e bisogni primari insoddisfatti), perse di qualità: quell’equilibrio costante dei ritmi naturali nella vita semplice, e quelle ampie pause di tempo dedicate alla cura delle amicizie e a festose combriccole.

La saga dei Valli varrebbe un romanzo, per come la racconta Lorenzo. Impegnati in varie professioni (insegnanti, medici, avvocati,…), gran parte emigrarono. E le relazioni familiari non sempre rimasero improntate ad amicizia e lealtà.  Al fondo d’ogni diatriba: beghe finanziarie e di possesso – come accade in tante  famiglie. Ciò non toglie che gli uni non sapessero le vicende degli altri, anche senza frequentarsi. Come, ad esempio, Lorenzo ricorda la storia di Bruno Valli, citato per fatti partigiani ne La Piccola Patria, di Pancrazi. Affiliato alla Brigata Pio Borri, diresse un gruppo di partigiani nella montagna Cortonese. Laureato in Medicina e Chirurgia, allievo di Paride Stefanini, divenne uno stimato chirurgo d’urgenza al Policlinico di Perugia.

A Lorenzo, riaffiorano pure aneddoti curiosi sul cosmo rustico vissuto. Come la storia di tal Zepponi che, pescando di frodo, gettava in acqua veleni per far venire a galla i pesci. Oltre i pesci, fece fuori anche qualche pecora, abbeveratasi al fiume. Denunciato, fu colto sul fatto dalle Guardie. Raccomandatosi all’Avvocato, gli  fu suggerito di presentarsi dal Giudice scarmigliato e malvestito, il più sciatto possibile. L’Avvocato difensore, sfruttando le apparenze, disse dello Zepponi ogni male possibile: demente, pericoloso,… invocando clemenza per lo sciagurato degno di cure psichiatriche! Zepponi fu assolto, anche se scontento della figuraccia. Il popolo maligno sospettò che ad ammansire il Giudice si fosse mossa la sua stessa moglie…

E altre storie insolite, di Lorenzo, tra realtà e mito. Come quella su Luca Signorelli e la tela ad olio raffigurante s. Marta. Si tramandava che il Pittore fosse originario di Vaglie. Divenuto famoso, non avrebbe sciolto i legami col paese natio. Anzi, al Parroco della Frazione donò l’effige di s. Marta, chiedendo di dedicarle una cappella. Che fu costruita. Finché il terremoto, a fine Settecento, la distrusse, e con essa scomparve la tela. Un Legato pontificio obbligò il Valli a ricostruire la cappella, quale proprietario del terreno su cui era stata eretta; e, a ogni ricorrenza della Santa (30 gennaio), l’obbligò a ordinare tre messe, nella chiesa parrocchiale, delle quali una cantata. Il quadro recuperato tra le macerie, ritenuto di scarso valore, fu venduto a Firenze a un amante d’arte. Morto lui senza eredi, del quadro si persero le tracce. Originale è anche il racconto di Lorenzo sui fatti precedenti la “Strage di Falzano”, dove i Tedeschi uccisero con la dinamite undici persone serrate in una casa e altre incontrate per strada, durante un rastrellamento per vendetta. Questa versione sarebbe diversa da quella ufficiale, che definisce la Strage: in risposta a un’azione partigiana. “Soldati Tedeschi, percorrendo la strada che da Città di Castello va a Cortona, all’altezza di Falzano (vocabolo Aiola), viste case contadine vi si diressero, forse, in cerca di viveri. Sul posto, contadini intenti a mietere il grano vedendo gli armati si gettarono a terra nascondendosi tra il grano alto. Un giovane spettatore, traversato un bosco vicino e giunto alle case nei pressi, raccontò quel ch’aveva visto. Alcuni di quei contadini, armati di fucile da caccia, raggiunti i Tedeschi li sopraffecero in una sparatoria”. La ribellione, dunque,  sarebbe stata contadina, e non dei partigiani.

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Christian Reinhardt artista intellettuale contadino, giramondo riparato nelle colline cortonesi

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Christian ReinhardtChristian Reinhardt è accasato alle pendici di Ginezzo, sopra Valecchie.  Da anni  ha scelto quel buon ritiro, dopo aver vagato pel mondo: USA Germania  Francia altri Paesi  Europei URSS Ucraina Bielorussia. L’esodo massiccio da colli e pianure cortonesi, nel Dopoguerra, creò l’enorme vuoto di tante case, il cui valore ri-abitativo primi a coglierlo furono gli stranieri. Amanti dell’ambiente del clima della quiete del cibo e dell’ospitalità, per loro, a costi allettanti. Il primo Reinhardt in Valdichiana, a Castiglion Fiorentino, giunse suo padre, Wolfgang.  Produttore di film di successo: La famiglia Trapp (’56) Freud passioni segrete (’62) e Ludwig II° (’55), che ispirò il Ludwig (’73) di Luchino Visconti. Christian ha una storia familiare di artisti famosi, che ci illustrò dopo averci ricevuto.  (Ero accompagnato da Fernando Ciufini, suo amico di lunga data).  Nelle sue vesti odierne di intellettuale e contadino in scala ridotta (non alleva più mucche per limiti d’età), affiancato da un’assistente coreana gentile e graziosa. Il nonno paterno Max, proprietario a Berlino di due teatri e un castello, le cui sale adattò per svolgerci spettacoli, fu regista attore produttore drammaturgo teatrale e regista cinematografico. Esponente del teatro proletario, per alcuni però non troppo comunista, pur avendo firmato l’articolo a favore degli anarchici Sacco e Vanzetti, insieme a Thomas ed Heinrich Mann, e messi in scena Schnitzler e Wedekind, due macigni lanciati nello stagno del teatro borghese. Max, di origini austriache, fu tra i fondatori del noto Festival di Salisburgo, prima di fuggire con la famiglia negli USA, nel ’37, da ebreo perseguitato. La nonna, moglie di Max, Helene Thiming, austriaca, fu attrice teatrale e di cinema, figlia e sorella di noti attori e registi: Hugo, il padre, e i fratelli Hermann e Hans. Fuggiti in USA, i Reinhardt persero ogni proprietà; ricominciando daccapo le carriere artistiche ottennero successi anche nel Nuovo Mondo, nelle stesse attività svolte in Europa. Nato a Santa Monica in California nel 1945, Christian, nel ’51, tornò in Germania. Dove alternava, ogni giorno, frequenze a scuola e al podere d’un contadino colto, che lo fece innamorare dei lavori agricoli e dell’allevamento delle mucche.

Dalla campagna, la famiglia si spostò a Monaco, dove il padre Wolfgang produsse film di successo – già citati – come La famiglia Trapp; dall’autobiografia di Anna Augusta Trapp, cantante, ispiratrice del musical The Sound of Music, da cui fu tratto l’altrettanto famoso film Tutti insieme appassionatamente, con Julie Andrews.

Alla maggiore età, Christian fu assistente di un noto fotografo a Monaco, affinando la tecnica. Tra il 1966/67, compì lunghi viaggi. Accampandosi in tenda, visitò l’URSS in sei settimane di vacanza. Minsk, Smolensk, Tula, Mosca (scoprì allo stadio l’uso di toilet senza separé, che si rifiutò d’usare!), a Kiev fu colpito dalla gentilezza delle persone.  Dopo Monaco si recò a Parigi, lavorando nella pubblicità in più studi e per ditte diverse, tra cui Christian Dior. Negli ambienti di modelle, occhi chiari alto e schietto (com’è ancor oggi) conobbe quella che, divenuta sua moglie, gli dette tre bei figli: due femmine e un maschio. Tornato a Monaco, si mise in proprio. I soggetti preferiti erano: poveracci e personaggi incontrati per strada (Street photography). Scoprendo, tra l’altro, la “tristezza dei turisti” nei loro volti annoiati. Dopo Monaco andò a New York dal fratello Michael, fotografo pubblicitario. Acquistata una piccola Leica, tornato a Parigi, riprese a fare foto di strada, privilegiando il bianco-nero. Di nuovo a New York, grazie alla fama di nonno Max, fu ingaggiato da una art director, d’origini austriache, che gli assegnò quattro pagine sulla rivista House & Garden, sufficienti a garantirgli da vivere e coltivare le foto di strada. Nata la prima figlia, smise di guadagnare con le foto allevando mucche, acquistata un’azienda agricola in Minnesota. A quegli anni risalgono le foto pubblicate in Reflections, New York, 1976-80, editore Benteli. Nel 2001, pubblicò il resoconto fotografico Belarus d’un viaggio a fine anni Novanta in Bielorussia, editore Teti, con testo di Mario Geymonat. La sua fotografia evidenzia le contraddizioni sociali della realtà: a fianco del benessere cresce la povertà, che si tende a nascondere o minimizzare. Fenomeno che non riguarda solo i paesi poveri, ma il contrasto stride ancor più nei paesi ricchi, come in USA, dove gli homeless sono in crescita paurosa. In occidente, a fianco dei poveri, egli nota, anche in chi guadagna 100mila dollari, il continuo terrore di perder tutto. Membro di famiglia politicizzata ebrea perseguitata e progressista, lo inquietano vicende recenti: il declino USA (in fuga dall’Afganistan, è la fine dell’Impero?) e le mire espansionistiche europee verso Est, ispirate dalla Germania. Christian – a Valecchie – dedica il tempo libero dal lavoro dei campi alla riflessione politica, ripercorrendo negli appunti le fonti da cui scaturiscono idee al 75enne che ha vissuto nel mondo. Colpito, come molti della sua generazione, dal  dramma della guerra in Vietnam; dalla repressione, ispirata dal nord America, dei movimenti di riscatto politico in Centro e Sud America; fino alle tragiche vicende delle Brigate Rosse tedesche: la Rote Armee Fraction di Baader e Meinof. L’esperienza vissuta e le letture di Christian – Aristotele, Epicuro, Marx, Engels, Hobson, Lenin – riverberando nel suo saggio in elaborazione “Il puto di  vista di un idiota, in senso greco: uomo comune che cerca di capire”, suggeriscono il riscatto umano: trasporre, a scala globale, la sua personale visione “comunista” della vita. Il “progresso”, orientato a creare sempre maggiore plus valore, distoglie l’umanità dalla giustizia sociale, mutandola in consumista forsennata, negandole una vita scandita dai ritmi naturali, mirando al profitto fine a sé stesso. Basti dire che nel 2020 sono stati spesi 630 miliardi di dollari nella pubblicità: per indurre inappagamento nel lavoratore, spinto al consumismo senza fine. In definitiva, all’infelicità. Infelice è: a chi manca qualcosa. Ma aspettiamo la pubblicazione del saggio, proponendoci di leggerlo,  per meglio intendere le riflessioni di Christian Reinhardt comunista utopista.

fabilli1952@gmail.com

Christian Reinhardt - Reflectionslibro fotografico di Christian