L’agricoltura nell’Aretino (1946-1990)

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(Traccia della relazione al Convegno “Arezzo e la Toscana nell’Italia Repubblicana – 1946-1990) L’agricoltura aretina dal dopoguerra agli anni Sessanta La superficie agraria. L’ISTAT ripartiva la provincia in cinque zone montane (Alta Valdichiana, Val Tiberina Superiore, Alto Valdarno Aretino, Chianti Aretino) in spopolamento, per suoli poco produttivi, viabilità carente, distanze dai centri abitati, povertà di scelte economiche. L’agricoltura montana aveva piccole zone a coltura promiscua di vite, olivo e seminativo arborato. Nei territori collinari di origini alluvionali (Piano-colle del Valdarno Aretino, Piano-colle della Valdichiana, Bassa Valtiberina Aretina), seminativi nudi e arborati in basso, arborati nelle parti elevate. Struttura delle aziende agricole. Nel ’61, in Toscana prevale la conduzione diretta: 136.689 aziende con superficie media di 4,38 ha.; i coltivatori diretti aretini sono 13.412, con superficie media di 5,59 ha.; nel ‘67, tali aziende salgono, poco, a 13.453 unità, la superficie media a 6,39 ha. e la loro percentuale passa dal 46% al 53%, a fronte di un calo provinciale di aziende (-14,9%). Indicativo il dato sulle aziende mezzadrili: 12.150 nel ‘61, 8.117 nel ‘67, (-33%); dato in evoluzione fin quasi alla dissoluzione mezzadrile, seguita al divieto del ’65 a stipulare nuovi patti. La conduzione diretta, con salariati e/o compartecipanti, occupa gran parte del territorio (111.667 ha.) pari al 39,1% della superficie agraria; la cui superficie media aziendale sale a 33,86 ha., nel ’67. Il patrimonio zootecnico. Nella stima del livello tecnico agricolo è rilevante la consistenza della zootecnia: molto variabile. Al decremento dei bovini, per la polverizzazione aziendale e la loro sostituzione con forza meccanica, dal ‘66 segue l’incremento della Chianina, razza selezionata dagli anni Trenta (Kovacevich 2004). I suini, in montagne e valli, aumentano in stalle intensive col favore di mercati stabili e redditizi. Gli ovini, dal ‘51 al ‘61, dimezzano, tornando a crescere dal ‘66 con l’immigrazione di pastori sardi. Il calo ovino è legato all’esodo montano, specie in Valdichiana e Casentino, dove costituiva risorsa rilevante. Per gli equini, aumentano i capi da macello. La produzione agricola. Le coltivazioni si svolgono da 150 a 900 metri s. l. m., con varie produzioni. Salendo, traviamo vite, olivo, castagno e pascoli. Più in alto, pinete e abetaie. Fruttiferi poco diffusi (2% della superficie agraria), nonostante favorevoli condizioni ambientali; conclusione analoga per colture industriali, foraggere e ortaggi. La vite, in meno dell’1% della superficie agraria, raggiunge buoni livelli quali-quantitativi, superando il 28% della produzione vendibile agricola, nel ’67; positivo anche l’olivo che incide sulla produzione vendibile per l’8%. Produzioni collinari, in parte meccanizzate e specializzate. Cereali stazionari, salvo grano e avena dai discreti incrementi, anche se il loro peso complessivo sul valore della produzione vendibile è calato. La modernizzazione dell’agricoltura Aretina (1950-’80) La svolta nelle campagne, dal Piano Verde I e II . (Fabiani 2015, pp.179 e segg.) Nel trentennio post-bellico, tra i più convulsi nelle campagne Aretine, incrociarono fenomeni eclatanti: l’esodo massiccio; aspri conflitti tra proprietari e mezzadri e una lunga crisi mezzadrile (Fabilli 1992); e l’integrazione agricola con il mercato economico europeo. Anche l’Aretino entrò nella “modernizzazione”, o “pacifica rivoluzione agricola” detta da Alessandro Susini, Ispettore Provinciale dell’Agricoltura, stilando un bilancio: Un decennio di realizzazioni per il rinnovamento dell’Agricoltura Aretina (dal ’61 al ’71). Iconico racconto del passaggio dell’agricoltura aretina dall’autarchia, eredità fascista (Fabiani 2015, pp. 131 e segg.), al mercato globale, sotto un’imponente spinta finanziaria, col ruolo centrale dell’Ispettorato Agrario. Grazie a leggi straordinarie: la 454/1961 e la 910/1966 (Piano Verde I e II), e norme collegate, in quel decennio la produttività agricola aretina raddoppiò. Investimenti a fondo perduto e in conto capitale nei miglioramenti fondiari. Susini elenca gli investimenti nei miglioramenti fondiari, partendo dalle condizioni disastrose delle case (fatiscenti, prive di elettricità, acqua e gabinetto); dalla quasi assente meccanizzazione; dall’uso irrisorio di antiparassitari e concimi chimici; da carenze di strade vicinali e poderali; dai bassi redditi nel settore. La casa rurale. Argomento vitale e controverso, nell’applicare la legge si creavano discussioni con gli utenti. Delle circa 30.000 abitazioni rurali in provincia le più erano di vecchia costruzione, e motivo d’esodo; le malsane case ponevano il dilemma se suggerire restauri o, dati i costi eccessivi, nuove costruzioni. Finanziate, nel decennio, 329 nuove case per 1.709 vani; ampliate e ristrutturate 1.155 per 4.530 vani; Ammesse a contributo per L. 2.511.410.000, concesse L. 1.250.704.000. Ristrutturazione arborea. Prevalendo le colture promiscue della vite, su 65.000 ettari, l’apice produttivo era avvenuto dopo la prima guerra mondiale, con punte di un milione di quintali di vino, ma era andato scadendo per vetustà e obsolescenza degli impianti. Con l’unico seguito di reimpianti, su 300 ettari di promiscuo, grazie ai finanziamenti ( D.L.P. 31/1946) a favore della manodopera disoccupata. Dal ‘60, si era scesi a 400.000 quintali di vino. … La viticoltura si poneva nuovi obiettivi delimitando la zona DOC Chianti (D.P.R. 930/1963) e in attesa per la DOC Bianco Vergine della Valdichiana. Dati gli incentivi, a margine delle aree DOC sorsero tre cantine sociali (S. Giovanni Valdarno, Arezzo, Cortona) a favore dei cicli produttivi e del commercio dei vini. Azione del credito agevolato nei miglioramenti fondiari. Il Piano Verde I e II prevedono massicci crediti a lungo termine (30 anni) e a tasso agevolato (2-3%) per migliorie nei fondi rurali. (Su100 lire mutuate il coltivatore pagava annualmente meno di 5 lire, comprensive di restituzione del capitale e interessi). Così invitanti che, nel decennio, l’Ispettorato Agrario ricevette 2.500 richieste. Proprietà contadina, cruciale per superare il conflitto tra mezzadri e proprietari sui patti agrari: chi voleva l’abolizione dei patti, chi l’espropriazione delle terre a favore dei contadini, fino a concludersi nella proibizione della stipula di nuovi patti. Nel frattempo, la D C – forza di governo, erede del Partito Popolare – adottò una strategia politica, istituzionale, sindacale, tesa a occupare i maggiori spazi afferenti il mondo agricolo (Federconsorzi, Enti di Bonifica, Banche rurali, cooperative, ecc.), ed egemonizzare l’attività sindacale con la Coldiretti dedita a incrementare la proprietà contadina e le dimensioni poderali (Consonni, Della Peruta, Ghisio, 1980). Consistenza del parco macchine provinciale. Nel decennio, furono acquistate macchine motrici e operatrici per L.12.621.000.000. Trattori: 1.431 nel ‘61 e 4.758 nel ‘70, aumentati oltre il 300%; gli HP dei trattori nel ‘61 erano 51.250, 197.788 nel ’70, cresciuti del 385%, preferendo trattori di maggiore potenza. Zootecnia. La riorganizzazione degli allevamenti bovini, suini e ovini, era orientata anch’essa a raggiungere standard europei, pur nel quadro provinciale di crisi produttiva, per l’esodo mezzadrile e per costi non rimunerativi del lavoro, specie sui bovini. L’Associazione Provinciale Allevatori (APA) si affiancò all’Ispettorato Agrario per migliorare razze, e promuoverne il commercio con gare a premi, fiere, mercati. Il Piano Verde I e II, entro il ‘71, avevano consentito erogazioni in conto capitale – in misura variabile tra il 25 e il 50% – per L. 476.515.000, destinate all’acquisto di: Chianine selezionate 71; bovine da latte (parte d’importazione svizzera) 76; scrofe selezionate 597; verri selezionati 129; tori Chianini selezionati 74; tori selezionati da latte 9; pecore selezionate 1.969; arieti selezionati 23; animali di bassa corte 1.000. Corsi di istruzione femminili. Per trattenere le famiglie in agricoltura, l’“Economia domestica rurale” era finalizzata al guadagno da orti e pollai gestiti con tecniche innovative; a cui erano aggiunte nozioni di puericultura, tenuta della casa, arte culinaria, conservazione di prodotti orticoli, ecc.. Tra gli effetti positivi dei corsi sull’economia aretina, per Susini, era stata la crescita della coniglicoltura a soddisfare maggiori richieste alimentari, e pelli ai cappellifici. L’agricoltura aretina, applicando i Piano Verde I e II, si accodava agli standard europei. A partire dalla costruzione e riattamento di case rurali per 1.836 famiglie, tra il ‘62 e il ‘71, interventi riparatori di ingiustizie ataviche e l’avvio drastico della riduzione di unità lavorative, stabilizzate negli anni Ottanta a percentuali a una cifra, dal 70% di occupati agricoli nel secondo dopoguerra. L’agricoltura aretina negli anni Novanta L’Europa e la modernizzazione dell’agricoltura. Dal ’67, la politica agraria europea è basata su tre principi: unità del mercato, preferenza comunitaria, solidarietà finanziaria. Nasce il Feoga (Fondo europeo di orientamento strutturale e garanzia prezzi) in aggiunta ai fondi dei due Piano Verde, a cui seguirà la legge Quadrifoglio. In sostanza, nel tempo, saranno perseguiti gli stessi obiettivi salvo variare l’intensità dei flussi su questa o quella categoria di incentivi, annuali e periodici, a favore di proprietà, colture, impianti, … fino al raggiungimento degli obiettivi prefissati, entro la capienza degli stanziamenti. Favoriti il riposo dei terreni per il controllo di produzioni e prezzi, i rinnovi di impianti fruttiferi,…. In definitiva, i fondi europei e nazionali hanno reso competitivo anche il sistema agricolo italiano sul mercato mondiale attraverso le Pac, strumento di modernizzazione dell’agricoltura europea (Fabiani 2015, pp. 258 e segg.). Nuovi assetti socio-economici nelle campagne aretine. P. Faralli, della Camera di Commercio, commentando il 5° Censimento dell’Agricoltura del 2000, conferma il legame tra settore primario e territorio aretino: 22.890 aziende agricole pari al 16% del totale regionale, registrano l’unico caso in Toscana di incremento rispetto al ‘90. 21.055 aziende a conduzione diretta con manodopera familiare, 888 con manodopera familiare prevalente, e 292 con manodopera extrafamiliare prevalente, fanno 22.232 coltivatori diretti, contro i 13.412 del ‘60. In totale, le aziende erano 29.158, nel ’60, a esodo mezzadrile avanzato. Il peso aretino resta rilevante in termini di superficie, col 14,8% sul dato toscano, anche se, in questo caso, in confronto al ’90 presenta una flessione pronunciata (-11,2%) rispetto al dato regionale (-8,4%). Il grosso della struttura produttiva locale si sviluppa nelle fasce dimensionali intermedie (superiori ai 5 ettari). Dato interessante, per l’Aretino, rivelando il buon potenziale nella ricerca di redditività aziendale con colture specialistiche, agriturismi, fattorie educative, zootecnia,… E’ frequente che l’agricoltura sia una tra le attività familiari, come rimarchevole è la presenza di pensionati tornati ai campi dopo aver svolti altri lavori. Prati e pascoli, in parallelo all’andamento critico degli allevamenti zootecnici, sono diminuiti dell’11,5% sul ’90; nel ’70 coprivano 24.616,79 ha. contro i 5.892,6 del 2000. Seminativi e colture legnose mostrano miglior andamento. Calo di aziende e superfici a cereali, il frumento tiene sul ‘90, con 18.799,4 ha., contro i 30.954,29 del ’70; essendo scemati gli incentivi Pac, allorché le aziende seguivano alle semine i flussi contributivi. Mentre i pastori sardi risollevarono gli ovini negli anni Sessanta, nelle ultime generazioni l’interesse sta calando molto. L’agricoltura aretina presidio nella tutela ambientale. Trasformazioni radicali hanno inciso sulla salute ambientale, per cause chimiche e meccaniche, entrate in forza, a fine millennio, nelle aziende agricole di tutto il mondo, sulla falsariga statunitense, da dove sono giunte gran parte delle novità, dopo la seconda guerra mondiale (Fabiani 2015, pp. 161 e segg.). L’impatto tecnologico – sugli agricoltori incentivati da inusitate agevolazioni finanziarie – ha travolto assetti ambientali in equilibrio. La meccanica ha consentito trasformazioni paesistiche dei fondovalle e anche di mezzacosta: in ampie brulle quadrature. La chimica ha ridotto l’uso del letame e bottino – concimi principali del passato insieme al sovescio e all’alternanza di colture. La chimica ha consentito l’abbattimento di erbe infestanti, incrementando produzioni per ettaro, ma ha inquinato falde freatiche, ambienti, persone e animali incidendo sulla loro salute. Agli esordi della chimica, l’uso trascurato di protezioni tra gli operatori e dosaggi inappropriati, ebbero conseguenze devastanti, persino mortali. Da inquinamento chimico, sottovalutato e monitorato a fine anni Sessanta, furono riconosciute nuove malattie professionali in agricoltura, riduzioni di selvaggina, mortalità ingravescente negli agricoltori, polluzione idrica e alimentare. A cui si aggiunsero i liquami suini, versati in acque di falda e superficiali, degradando, pei fetori, la qualità della vita in prossimità degli allevamenti. Altro degrado era dovuto all’abbandono di migliaia di abitazioni rurali, comprese le eleganti fattorie leopoldine.Ai passi da gigante nei miglioramenti – nella diffusione della proprietà terriera, nella riduzione della fatica nel lavoro dei campi, nelle gestioni aziendali agevolate all’agricoltore fino all’e-commerce, – l’ambiente ha rischiato il baratro. L’agricoltura aretina, in definitiva, sta seguendo vecchie e nuove filiere produttive adeguandosi alle tendenze dei mercati, d’intesa con l’industria alimentare e turistica. Basti ricordare il dato sulla consistenza nell’ospitalità rappresentato dagli agriturismi, terza gamba nel sistema recettivo insieme agli alberghi e alle strutture extra – alberghiere, nel 2010, gli alberghi erano 152 con 7.050 posti letto, gli agriturismi 433 con 6.223 posti letto, dati con tendenza a una più rapida evoluzione del sistema alberghiero. www.ferrucciofabilli.it Fab_001CRT56M05

Giuseppe Berni, un pio colono che dedicava cure e preghiere agli ulivi

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Una trentina di anni fa, quando conobbi Beppe, nuovo vicino di casa, ne avvertii subito la personalità speciale. Allegro, ironico, curioso, solare, chiacchierone gioviale, rispettoso,…si prendeva cura di cose anche non sue, come gli sciacqui e il ripristino della risetta sulla strada vicinale, perché a lui piacevano le cose ben fatte, e ben tenute. Altruista. Imparai da lui quel poco che so sulla cura degli ulivi, che considerava fratelli. Ci parlava. Chiedendo loro scusa se costretto a potarli. E una volta potati gli girava intorno, domandando a loro e a sé stesso se la potatura fosse ben riuscita, o fosse da migliorarla. All’olivo aveva pure dedicato una preghiera [che raccolsi, insieme ad altri spunti di saggezza contadina, in Ascoltando il respiro di una notte d’estate, dove lo ribattezzai Pio Colono]: Carissimo ulivo, è da tempo che sento nel mio cuore il dovere di ringraziarti, a te e a tutte le piante del mondo, che il nostro Creatore ci ha donato. Mi hai aiutato anche a venire alla luce, grazie! Dopo il latte materno, nelle prime pappine eri lì, grazie! […]. Niente di retorico. Al modo Francescano, nel Creato Beppe si sentiva fratello d’ogni creatura, e all’Ulivo tributava riconoscenza per i doni preziosi: olio e legna da ardere. Proviamo a non usare metri di giudizio odierni, quando al mercato troviamo tutto pronto e scodellato, ma i metri del tempo della miseria vissuta da tante famiglie non solo contadine, e capiremmo come olio, pane, sale e legna da ardere siano stati per millenni i fondamenti minimi (e massimi) nella sopravvivenza di intere generazioni.
Beppe aveva connaturata l’intimità con la natura e i suoi cicli. Dal canto degli uccelli intuiva le variazioni stagionali; seguiva i cicli lunari per accudire orto, piante e l’allevamento di animali domestici. Avendo subito danni da gelate agli ulivi, aveva imparato a non perdere del tutto il raccolto e far ripartire in poco tempo le piante danneggiate. Nelle lunghe giornate di lavoro contadino (da buio a buio), intercalava l’azione con meditazione e preghiere, tradotte in dialoghi con fiori, piante e animali. Aveva senso e rispetto della storia, pur avendo frequentato solo scuole elementari. La sua famiglia, di remote origini greche, era stata protagonista nella recente storia italiana: uno zio giovanissimo era morto in battaglia nella prima Grande guerra sul Col di Lana; mentre nonno Zucchini, volontario garibaldino, usava portare gli orecchini… Dettaglio modaiolo che Beppe apprezzò in quei giovani che per primi li rindossarono, nel secolo passato. Addirittura, raccontò che, visto per la prima volta un giovane dall’orecchino, avrebbe voluto abbracciarlo e raccontargli la storia del nonno. Ma si trattenne, per non risultare molesto.
Profondamente cristiano, non bigotto, la trasmissione della religiosità l’attribuiva a nonna Loreta. Parrocchiano attivo, ogni anno, in occasione della Sagra della Ciaccia Fritta, l’avresti trovato intento a girare ciaccie sul padellone dell’olio nuovo. Sotto casa, lungo la via del Borgo, si fa ammirare una grande edicola sacra in muratura, di proprietà familiare, alla quale Beppe aveva prestato costantemente attenzioni nei restauri murari e nella manutenzione dell’affresco interno, bisognoso di frequenti interventi, avvalendosi dei migliori pittori e tinteggiatori cortonesi: Morelli e Lucani.
Nonostante avesse superato gli ottanta anni, a cavallo d’un trattorone, seguitava ogni giorno ad accudire uliveti collinari e terreni in pianura di proprietà. Anche se era indignato contro un capitalismo turpe – complici partiti e sindacati (che definiva senza mezzi termini: dei “magnaccia”) – che avrebbero imposto un’agricoltura socialmente iniqua e di bassa qualità, “che schiaccia il piccolo e favorisce il grande”. Paventando la scomparsa di specie fruttifere, sementi, produzioni domestiche di conserve e insaccati, cibi cotti all’antica maniera… più che una critica da vecchio conservatore, la sua era l’indignazione del saggio che, avendo avuto la ventura di apprezzare eccellenti prodotti della terra, riteneva molto probabile che altrettanto non avrebbero conosciuto i nipoti. Lamentandosi pure che dal lavoro nei campi riusciva a ricavare miseri redditi, se non, addirittura, a rimetterci.
Beppe impersonava la generazione di genitori che nel dopoguerra con sacrifici e lavoro consentirono di risparmiare quel tanto necessario per mandare i figli alle scuole alte, fino all’Università, e intanto costruire casa o riattare decrepiti immobili trasformandoli in dimore confortevoli. Gente che non aveva conosciuto settimane bianche, crociere, estati al mare, pizza e cinema al sabato,… proprietari d’un solo paio di scarpe lucide e d’un solo abito buono per feste e cerimonie. Stili di vita morigerati, condotti senza entusiasmo. Era il carico di responsabilità che la generazione di Beppe si era accollato senza rinfacci ad alcuno, né lagnanze, né pose eroiche. Come accade in natura, quando gli adulti si tolgono di bocca il cibo per darlo a frugoletti famelici, lo stesso aveva fatto la generazione di Beppe. Che pure qualche soddisfazione se l’era tolta, acquistando, giovanotto, un furgoncino con cui scorrazzare per la Valdichiana alla ricerca dell’anima gemella, finché non si chetò accasandosi con l’Angiolina, sua compagna di un’intera vita.
Dopo lunghe sperimentazioni, su terreni pietrosi e aridi d’estate, Beppe aveva adottato una singolare potatura tenendo basse le piante d’ulivo, con l’effetto di vedere il diffondersi di tale modello. La potatura bassa, realizzabile da terra senza l’uso di scale, dava la possibilità alla pianta di soffrire meno le siccità estive e non subire le brusche oscillazioni produttive cicliche delle drupacee [dall’apice produttivo in anni alterni]. Insomma, a Beppe i 3 o 4 kili d’olio a pianta erano garantiti ogni anno. Fiero delle sue innovazioni colturali, ne rese partecipe il prof. Lanari – preside dell’Istituto Agrario di Capezzine – incontrato al frantoio del Sodo, dove lo convinse a seguirlo nel suo oliveto, ricevendo apprezzamenti per come lo teneva: piante basse sane e frondose cariche di olive. Che neppure periodiche gelate gli avevano impedito di fare raccolti dignitosi. Poi, però, il 2014 è stato un anno horribilis, non solo per gli ulivi. Né Beppe né altri, nei nostri paraggi, raccolsero un’oliva!… E da ottobre, le visite frequenti di Beppe agli oliveti sopra casa diradarono, fino a sparire del tutto. Finché mia moglie tornando dalla parrucchiera dette la triste notizia della scomparsa del nostro vicino, un amico speciale.
Non seppi esattamente la causa della sua morte, ma non mi sarei meravigliato se, quantomeno quale concausa, fosse dipesa dalla maledetta malaria che colpì gli olivi, nel 2014, dei quali Beppe era stato mastro curatore e fratello.
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Paul Saville, abile insegnante e incisore inglese, voleva come casa una botte di vino

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Paul Saville, del College Saint Claire di Oxford, era tra i più affettuosi dirigenti dei corsi estivi in Cortona per studenti stranieri. Un’amabile compagnia. E colei che aveva realizzato la presenza di studenti e studentesse inglesi, simpatiche e sbarazzine, era stata Miss Dridell, autorevole dirigente del College, avendo spesso frequentato il cortonese durante le proprie vacanze. Miss Dridell – se non ricordo male fu anche cittadina onoraria della Città -, per quanto costretta sulla sedia rotelle, si distingueva per essere una intellettuale e organizzatrice molto dinamica, avendo visto lei per prima, in quest’angolo di Toscana, il luogo ideale per introdurre studenti inglesi ai primi contatti con cultura, civiltà, e persone italiane. I suoi studenti, in maggioranza ragazze, dimostravano presto apprezzamento per il soggiorno cortonese: ben adattandosi agli svaghi; alla cucina; meglio ancora a frequentare la movida notturna nella discoteca Tukulca; senza sottovalutare l’apprezzamento per la libertà con cui si somministrano bevande alcoliche senza vincoli di orario, restrizioni presenti in Inghilterra. Dove vigeva (e forse vige ancora) la regola tassativa di non aprire i pub per goccioloni prima delle sei pomeridiane. Paul Saville coordinava la parte didattica e vigilava sull’incolumità degli studenti. (Per vigilanza non si intendevano freni censori ai costumi; delle licenziosità giovanili i docenti erano consci e tolleranti; il controllo discreto era sull’incolumità di giovanotti e giovanotte poco più che adolescenti). Di mezza età, capelli sale e pepe, longilineo, alla mano, Paul conosceva poche parole d’italiano ma legava facilmente usando il linguaggio dei gesti e di sorrisi di intesa, come un italiano adottivo… Ricordo le sue abbondanti provviste di barattoli di conserve e pomodori, che, nel suo orto ad Oxford, li aveva pure piantati… purtroppo però – a causa del clima o della qualità del seme – era crucciato perché le pianticelle sviluppavano ma senza produrre il prezioso pomo (chissà se oggi, col clima che è cambiato anche ad Oxford, è possibile farvi crescere e maturare succosi pomodori?). Il pallore nordico di Paul si trasformava in vampe di rossore per colpa di calure insolite alle sue latitudini, ma, altre volte, le vampe erano provocate gustando a sazietà del buon vino. In visita alla cantina sociale a Camucia, davanti a una botte colossale di cemento, della quale spiritosamente chiese la funzione, acquisita la risposta, esclamò: “Questa è casa mia!” in perfetto humour British. Anche nei ricevimenti (pochi) che il Comune riservava ai ragazzi di Oxford, nella Fortezza di Girifalco, il gruppo si abbuffava contento su piattoni di insalata mista… da salutisti…. purché accompagnati da vino fresco e senza carestia.
Con Vittorio Scarabicchi ed Elio Vitali fummo ospiti del premuroso Paul Saville, sia al suo domicilio sia nel College di Oxford dove insegnava. Considerando gli standard inglesi a tavola (a mio gusto non eccelsi) ricevemmo da Paul un trattamento speciale, avendo imitato in cucina prelibatezze toscane. Accompagnati da una signora plurilingue, oltre ostacoli linguistici, affrontammo, superandola brillantemente, la guida a sinistra, mentre fallimmo miseramente sull’uso del telefono pubblico. Giunti a Londra in auto, non restava che telefonare alla guida parlante italiano per condurci a destinazione. Però, non abituati al complicato congegno telefonico pubblico (bello da vedersi in fotografia, ma, per noi,un perfetto rompicapo nell’uso), ci arrangiammo chiedendo a un taxi di farci strada… Sebbene l’indomani ci riscattammo, almeno nella lingua. Quando a colazione, un’anziana signora, credendo il biondo Vitali un Sir, gli chiese un’informazione; al che, senza scomporsi, Sir Vitali rispose: “Lì!” indicando col dito la reception. La signora, dimostrando apprezzamento per la risposta, ringraziò a lungo sentitamente.
Paul Saville si rese molto disponibile, portandoci a visitare la splendida biblioteca centrale circolare, il College Magdalen dalla tozza torre in stile gotico, dove forse Paul aveva studiato e di cui ci donò una sua incisione. Fummo ricevuti nella presidenza del College Saint Claire… insomma, visitammo Oxford trattati con ogni riguardo, sotto la regia di Paul. La città, non grande, immersa nella campagna è indubbiamente una città-studi modello. Un po’ stanchini, nel tardo pomeriggio, Paul ci portò al pub. Mancavano pochi minuti alle sei. Ci accomodammo su panche vuote. In un piazzale deserto. Scoccate le sei, d’incanto, si formarono da ogni direzione rivoli di persone dirette al pub, in fila come formichine. Vedendoci osservati, ci venne spontaneo salutare: “Ciao!” Le risposte al saluto furono coralmente cortesi e sorridenti. Sembrava che quello Ciao avesse scatenato il buon umore mediterraneo trasmettendo rintocchi di allegria contagiosa. Da lì in poi, capito l’effetto della paroletta magica, fu un continuo Ciao! Ciao!… Paul ci offrì la bazzecola d’una birretta: un boccale da un litro!… accompagnato da un bicchierino di spirito alcolico, di cui non ricordo la natura. Il cicchetto, inframmezzato alla birra, in effetti aiutò a mandar giù quello smisurato boccale a stomaco vuoto, e mentre il buon Paul avrebbe voluto replicassimo ancora… noi non ne sentimmo proprio il bisogno. Ci godemmo il chiacchiericcio ai tavoli di gente disciplinata e beata coi loro boccaloni, quasi impugnassero il premio per esser stati quel giorno bravi cittadini. Alcolisti e sereni.
Prima della partenza, a un antiquario frequentatore di Londra, avevamo chiesto l’indirizzo di un buon ristorante. Ci aveva risposto: “Tranquilli! A Londra, in qualsiasi ristorante cinese vi troverete bene!” … quel suggerimento ci fu quasi letale! Nella carta scritta in cinese e inglese, e senza più la guida poliglotta, mettemmo il dito sopra un menù, di cui ricordo vagamente un servito di brodaglie gelatinose sopra cui galleggiavano cose strane … Scambiandoci sguardi disgustati, Vittorio esclamò: “Elio, avessimo la nana della tu’ Vanna! Atro che ste schifezze!…” Nel viaggio di ritorno – fatta salva la bella parentesi ospiti di Paul Saville – la nana della Vanna divenne il nostro miraggio da affamati poco fortunati reduci dall’isola di Albione.
www.ferrucciofabilli.it

Paul Saville

Giovanni Materazzi, monsignore colto e sobrio, vescovo mancato suo malgrado

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i-mezzadriNon so quanto sia ci sia del vero o sia una burla il detto: I Castiglionesi si sono mangiati il vescovo nel giuncheto!…I quali, avendo raccolto fondi per avere a Castiglion Fiorentino il vescovo, allorché si resero conto dell’impresa impossibile organizzarono nel giuncheto una gran pappata con i soldi dell’accatto! Mentre per certo so che Giovanni Materazzi non fu eletto vescovo per beghe interne alla curia cortonese. Da fonte attendibilissima, il compianto Mario Cherubini, guardia papale, ben introdotto nelle segrete questioni curiali locali e vaticane.

Figlio di un ciabattino in Val di Loreto, Giovanni Materazzi divenuto sacerdote tra le due grandi guerre, com’usava, svolse il primo incarico parrocchiale in una frazione montana: gavetta dei preti novelli. Il vescovo Franciolini, avvedutosi del suo talento, lo elesse a stretto collaboratore: Vicario diocesano e Rettore del seminario. Materazzi incuteva timore negli allievi. Capo severo del collegio – mollava pure scappellotti! e aveva uno stile particolare: indossava abiti clericali di buon taglio e tenuti in ordine (grazie, penso, alla cura della sorella che l’accudì per tutta la vita), eleganza e lindore  non sempre riscontrabili in altri confratelli. Il fisico asciutto lo distingueva dalla gran parte degli altri pretoni, ben pasciuti. Lo sguardo deciso ne definiva un’autorità  esigente. Capelli corti, barba rasata di fresco, e una montatura leggera dorata incorniciava occhi vivaci e acuti. Dall’eloquio corretto, misurato nel parlare come nel sorridere, in veste di Vicario, nelle cerimonie pontificali a fianco del Vescovo, si intuiva che avrebbe meritato l’episcopato. Più di una volta candidato, per inimicizie interne non ebbe mai dalla Curia il nulla osta a diventare vescovo. Di ciò penso fosse piuttosto afflitto e, potrei sbagliarmi, ma n’era testimone la vitiligine al volto e alle mani, ch’avrebbe potuto discendere da quella frustrazione dolorosa. Non  scopro adesso piccinerie e invidie infestanti le piccole e le grandi corti… Pedagogo severo e bonario, odiava sprecisione e maleducazione. Memorabili le sue sfuriate, dopo le funzioni festive in cattedrale, se avesse scorto a qualche seminarista i frati nelle calze, che facevano capolino tra scarpa e calzino quando i ragazzi si inginocchiavano. La domenica mattina, fatte spazzolate ed esortazioni utili al buon seminarista, commentava brani del Galateo di monsignor Della Casa; nella stessa sala della biblioteca, dove consentiva la visione di spettacoli televisivi sul Concilio Vaticano II, fin dagli inizi, sui pellegrinaggi e discorsi del Papa e, a volte, partite di calcio e giochi a quiz; distrazioni, queste ultime, molto gradite ai seminaristi. Sempre che in settimana non fosse accaduta qualche birichinata, tale da punire questa o quella camerata o l’intero seminario, in tal caso niente visione del calcio né di giochi vari… I suoi pistolotti pedagogici e religiosi – che gli arrossivano un volto incavolato, normalmente diafano – arrivavano dove egli voleva arrivare.

Come i seminaristi fibrillavano per il pallone e il tifo calcistico, anche Monsignore  nutriva simili passioni: si capiva che aveva giocato a calcio da pochi tocchi di palla tirati con precisione nei prati verdi dell’Eremo a Sant’Egidio, durante le vacanze estive; e quando la mattina, aprendo La Nazione al momento del caffelatte, commentava notizie sulla squadra del cuore, la Fiorentina, lanciando frecciatine ai tifosi avversari… Per di più i suoi giornali preferiti, La Nazione e L’Avvenire, ne svelavano vive attenzioni sull’attualità  e la politica, della quale era stato protagonista nel dopoguerra partecipando alla ricostituzione degli Organi comunali (sindaco e giunta) in quota Democristiana, presumo, col placet del Vescovo. (L’intreccio tra la sua storia e Cortona è presente in modo esteso nel mio libro I Mezzadri – ancora reperibile presso la Cgil e la libreria Le Storie a Camucia). All’epoca dei missili sovietici a Cuba, aggiornava quasi ora per ora i seminaristi sul dramma  di una guerra mondiale incombente, che per fortuna non ci fu, invitando a pregare per la pace, consapevole delle sofferenze umane causate da ogni conflitto armato; memore, da testimone diretto, dei disastri della seconda grande guerra. L’interesse politico non gli venne meno fino in tarda età . Un nipote mi confidò le sue simpatie per l’Ulivo.

Per lavoro, entrando in città  da via Dardano, incontravo spesso Monsignore già  vecchio, che da casa s’inerpicava verso i monasteri di clausura a dir messa alle suore, finché gli ressero le forze; che non furono poche: longevo al pari del vescovo Franciolini. Diligente nel canto e nell’esercizio delle funzioni religiose, teneva discorsi misurati, logici e appropriati, svelando buona padronanza dei testi sacri e capace di coniugare pensieri di fede con una pastorale tradizionale per quanto attenta alla vita delle persone e all’attualità . Erano gli anni del Concilio, sulle cui novità  fu cauto dispensatore per gradi, ai seminaristi. Novità  formali (i riti svolti in lingua parlata e non più in latino, e l’altare rivolto all’assemblea dei fedeli) e teologiche che seguiva con competenza, moderata da un approccio critico verso certe innovazioni. Ricordo, Don Giovanni non indossò il clergyman, e le sue ironiche punzecchiature verso nuovisti, per lui, troppo zelanti. Fino a esprimere  dissenso sui preti del dialogo tra cristianesimo e socialismo e perplessità  sulle esperienze dei preti operai. Però non precludeva il suo interessamento alle innovazioni, pur attestato su certi principi, come quello di pretendere l’esercizio del sacerdozio in coerenza con la tradizione, poco convinto, ad esempio, da esperienze comunitarie come l’Isolotto a  Firenze. Consapevole delle inevitabili evoluzioni religiose pratiche e teoriche affacciate dal Concilio, propendeva per la conservazione di tradizioni nel cui rispetto era cresciuto. Materazzi, vescovo mancato suo malgrado, rimase a fianco di Giuseppe Franciolini fino alla loro fine, assistendo da anziani impotenti alla cancellazione della Diocesi di Cortona dagli organigrammi ecclesiastici e all’assottigliarsi delle file di preti e seminaristi. Nell’inarrestabile crepuscolo, i due non trascurarono la partecipazione alla vita culturale e religiosa in Città , offrendole prove di affetto. Perciò, sarei curioso di conoscere chi fu e per quali motivi fu negata, all’interno della Curia cortonese, la dignità  episcopale a Giovanni Materazzi? Riferimento saldo, nel suo contesto, per valori culturali e religiosi per quanto restio a certe innovazioni. Forse fu boicottato perché esprimeva francamente il suo pensiero?… Già , nelle piccole e grandi corti, è preferito chi dissimula e lecca.

www.ferrucciofabilli.it  

foto- MaterazziI mezzadri - copertina

Gruppo cortonese di sacerdoti neo-consacrati. Anni Trenta- A fianco: Frontespizio de I Mezzadri, dove Giovanni Materazzi racconta la figura del sacerdote nella società agro-pastorale.

Popolazione, occupazioni, grado di istruzione,…nel territorio aretino del secondo dopoguerra (appunti storici)

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Le vertenze mezzadrili del dopoguerra, ridotte a problemi di ordine pubblico.  I mezzadri aretini, specie in Valdichiana, erano stati protagonisti nelle rivendicazioni del biennio rosso, sfociate nei patti agrari più favorevoli ai contadini (F. Fabilli, 2013). L’evento scatenò la reazione degli agrari e di squadre fasciste spalleggiate da corpi militari e civili dello Stato degenerata in violenze nei Comuni rossi che avevano sostenuto i coloni (G. Sacchetti, 2000). Nel secondo dopoguerra, la forza mezzadrile aretina si presenta ancor più convinta, organizzata, capillare e combattiva sul fronte politico-sindacale, rappresentando la prevalente forza lavoro presente sul territorio, tra il 60-70% del totale. Dalle lotte mezzadrili emersero dirigenti che, con pochi input da centrali provinciali e nazionali, furono in grado in ogni Comune di prendere le redini di un movimento di massa mai visto prima. Con lo spartiacque nella esclusione delle sinistre dal governo e l’attentato a Togliatti.  Da cui discese l’inasprimento delle rivendicazioni mezzadrili e, da parte governativa, il contrasto sistematico alle proteste mezzadrili  e bracciantili trattate come minacce all’ordine pubblico. Prima del ’48, infatti, erano stati presi provvedimenti in favore del riassetto delle campagne in accordo tra i principali partiti di massa al potere caduto il fascismo: il Lodo De Gasperi e la legge sulla tregua mezzadrile. Provvedimenti non radicali, però forieri di margini ulteriori agli interessi mezzadrili nella divisione dei prodotti: portandola al 60%, contro il 40% di spettanza padronale. A cui si aggiunsero  norme a favore della proprietà  contadina, in un primo momento escludenti dai benefici mezzadri e braccianti, rimandando sine die una riforma agraria organica con l’obiettivo della “terra ai contadini”. Che, per gradi, si realizzò,  consentendo prima ai coltivatori diretti e poi anche a mezzadri e braccianti l’acquisto e l’incremento di terre poderali, attraverso provvedimenti emanati nel tempo. Perdurando divisioni ideologiche tra maggioranza e opposizione parlamentare, i governi centristi a guida democristiana favorirono incentivi alla proprietà  contadina – tramite contributi e crediti agevolati a lunga scadenza e a bassi interessi – a prezzi di mercato (non scontentando così i latifondisti), mentre sul fronte mezzadrile,  a metà  anni Sessanta, ne fu vietato il rinnovo di patti, consentendolo solo se più vantaggioso per il mezzadro, sopravvivendo così la mezzadria fin alla fine del Novecento. Oltretutto i mezzadri, negli anni Cinquanta e Sessanta, esodarono in massa dalle campagne verso centri urbani e industriali, mentre, specie i più anziani, si convertirono in coltivatori diretti. Insomma, l’agricoltura aretina nel secondo dopoguerra  ha assistito a  modifiche profonde e repentine (di fronte alla secolare staticità precedente  delle campagne) negli assetti proprietari, nelle gestioni aziendali, nella stratificazione sociale, rimanendo Arezzo fino ad oggi una provincia dai connotati agricoli. Tensioni nelle campagne contraddistinsero il ventennio post bellico: mobilitazioni massicce mezzadrili e bracciantili a sostegno di cause particolari (a favore di questo o quel mezzadro); di vertenze collettive (patti agrari, lavoro ai braccianti); di manifestazioni politiche e sindacali, partecipate, che muovevano da rivendicazioni sociali (come sanità  e previdenza ai contadini) a iniziative politiche a favore della pace e del disarmo nucleare; a vertenze favorevoli  allo sviluppo socio-economico: lavoro, acque irrigue, scuole, viabilità , elettrificazione, acquedotti rurali, condotte mediche e veterinarie, premesse necessarie al permanere contadino nelle campagne. Considerando lo svantaggio del reddito agricolo confrontato ai redditi in altri settori.  Intenti comuni nelle lotte politiche e sindacali crearono una forte solidarietà  tra mezzadri e braccianti, perdurante nel tempo, che si tramuterà  in fedeltà  ai sindacati e partiti di sinistra a cui era riconosciuto il merito del riscatto. Quel che, dall’esterno, era ritenuto il conservatorismo politico delle regioni rosse del Centro Nord, nacque in quel contesto di battaglie mezzadrili e bracciantili, nei venti anni  post bellici e in aree caratterizzate dai patti mezzadrili. Dopo repressioni secolari padronali di libertà  e capacità  individuali e familiari, la nuova realtà  del Paese consentiva combattere per i diritti e trattamenti civili; sopperendo alla scarsa scolarità  con capacità  organizzative e di iniziativa affinate in generazioni, affrontando, senza protezioni, lavori e insidie continue: inclemenze stagionali, carestie, malattie delle persone e degli animali,… Molti contenziosi padrone/contadino, non tutti risolti con l’intervento dei mediatori – in testa i sindacati – finirono nelle Preture. Innanzi tutto le divisioni  ai raccolti erano occasioni di conflitto sulle spettanze. Danni enormi, a scapito mezzadrile, derivavano dai saldi annuali disattesi, per anni e finanche per decenni, in cui i soccombenti (i mezzadri) per lo più non erano più in grado di ricordare poste attive e passive degli anni trascorsi, innescandosi vertenze infinite. Ai mezzadri, i sindacati raccomandavano di non uscire dal podere finché i conti non fossero saldati. Specie dopo controversie sulle scorte vive: il bestiame di grossa taglia. Quando l’astuzia padronale ne stimava il valore  attribuitogli alla iscrizione del bestiame sul libretto colonico al momento della stipula del contratto, non già  il valore corrente di mercato, in danno del contadino, vista  l’inflazione, specie tra il prima e il dopo la guerra. Senza trascurare situazioni nelle quali il superamento dei limiti di reciproca sopportazione, tra concedente e mezzadro, si tramutava in risse verbali, denunce per violenze subite,  minacce, danneggiamenti  a beni. Cattiverie a conclusione di anni di reciproca mal sopportazione. Contesti in cui era facile scattassero escomi padronali con pretesti speciosi. Nonostante la disparità  di potere tra concedente e contadino, quest’ultimo, forte del sostegno sindacale e politico, non era più docile come in passato. Anzi, dimostrava la sua partigianeria  attraverso segni provocatori ostentando bandiere rosse o della pace. Che le forze dell’ordine, costrette a rimuoverle, considerandole oltraggiose dell’ordine pubblico, comminando denunce e sanzioni pecuniarie, appellandosi al Testo Unico di Pubblica Sicurezza del 1931. Usato in molte situazioni dalla forza pubblica. Nel sanzionare affissioni di manifesti e giornali murali senza permesso in grado di “turbare l’opinione pubblica”, contenendo presupposte notizie false e tendenziose; e in caso di “assembramenti non autorizzati”, e se negli assembramenti venisse usato un “apparecchio amplificatore senza autorizzazione”; o in manifestazioni eccedenti il programma autorizzato. Tale sistematica persecuzione di “manifestazioni  turbative  dell’ordine pubblico” non era dovuta solo alla solerzia del maresciallo bensì furono decisivi ordini prefettizi e del Ministro degli interni di stroncare manifestazioni di dissenso antigovernativo utilizzando a man bassa norme di P.S. fasciste. Anche i giudici, in più circostanze si prestarono, sanzionando con multe e condanne penali, nell’avallo dell’operato poliziesco, tramutando in reato la libertà  di pensiero e di manifestazione tutelate dalla Costituzione del 1948 (F. Fabilli, 1990, pp. 151-188). A fianco delle vertenze mezzadrili, crescevano nell’aretino agitazioni di massa dei braccianti disoccupati e sottoccupati, che lo sviluppo industriale e del terziario non era in grado di assorbire. Nei patti agrari erano previste percentuali sull’utile prodotto da destinare a migliorie, come lo scavo di fosse da destinare a piante fruttifere. Ma in quantità  insufficienti a risolvere la disoccupazione bracciantile. Il Ministro del lavoro, l’aretino Amintore Fanfani, consapevole della gravità  del problema, intervenne in più direzioni: incentivando l’occupazione in lavori pubblici nei cosiddetti “cantieri Fanfani” (opere stradali, rimboschimenti,…) e obbligando grandi proprietà  a destinare fondi a migliorie (piantagioni da frutto, reti scolanti, viabilità  interpoderale,…), al fine di sviluppare occupazione. Soffermarsi sul ruolo di Amintore Fanfani a favore di braccianti e contadini e, più in generale, su situazioni riguardanti la provincia di Arezzo meriterebbe spazio   per l’incidenza che Fanfani  ebbe anche su questioni economiche locali  e nazionali e, in particolare, sul mondo rurale. Pur non condividendo le ricette riformistiche della sinistra, esperto economista e politico sensibile ai drammi dell’arretratezza e della miseria delle campagne fu promotore di incisivi interventi a favore delle popolazioni rurali (S. La Francesca, 2007) .   Il territorio aretino: clima, geologia e popolazione Arezzo  baricentro tra provincie e regioni mezzadrili, come provincia toscana cerniera tra le quattro regioni mezzadrili: l’Emilia Romagna con  Forlì, le Marche con Pesaro e Urbino, l’Umbria con Perugia, e la Toscana con Siena e Firenze (a cui corrispose, per quasi tutto il periodo in questione, pure la provincia di Prato). Area di contiguità  fisiche e amministrative, similitudini socio-economiche di lungo periodo nell’organizzazione agricola e nei fenomeni caratterizzanti il trentennio 1945-75, come la fine della mezzadria e l’esodo da zone rurali verso i centri urbani e le aree industriali. All’esodo massiccio nell’aretino saranno infatti interessate le regioni e le provincie limitrofe, e in parte il Lazio, mentre al fenomeno inverso, l’immigrazione, contribuirono regioni del sud e delle isole, a parziale rimpiazzo di famiglie emigrate. Il clima. Nell’aretino è presente, in gran parte, un clima continentale (molto caldo d’estate e molto freddo d’inverno) con variazioni legate all’altimetria del territorio, a cui vanno aggiunte le bizzarrie di pioggia e neve concentrate per oltre il 50% in ottobre-novembre e nella variabilità  di stagioni, da un anno all’altro, da piovose con 1200-1500 mm.  a siccitose con 300-500 mm. A cui si aggiunga  la  scarsità  di corpi idrici e la loro distanza dai terreni a coltura. Tutto ciò ha determinato una grande sete agricola in vaste aree, dove i contadini mancavano di acqua potabile per loro e per gli animali oltre a quella per uso irriguo. L’approvvigionamento idrico sarà  tra le prime vertenze territoriali. Partita con l’improbabile progetto sull’uso delle acque dei laghi di Chiusi e Montepulciano. Finché non prevalse l’idea della diga a Montedoglio, sbarrando il Tevere. Sufficiente a soddisfare usi agricoli e patibili in larga parte della provincia, e persino a rinsanguare il Trasimeno. Tuttavia i tempi di realizzazione sono risultati così lunghi da costringere le aziende agricole a provvedere altrimenti: scavando profondi pozzi e costruendo invasi artificiali per acque piovane e sorgive. Sui  300.000 ettari di territorio aretino, oltre un terzo a bosco ed edificata, la parte rimanente non è ugualmente fertile, considerando oltre alla geologia l’altimetria, essendo innestata sulla dorsale appenninica. Altro dato indicativo sulle qualità  del territorio e sulle difficoltà  nei collegamenti viari. Dal punto di vista altimetrico, infatti, la provincia aretina non ha campagna ma solo territorio montano (40%) e collinare (60%), mentre la Toscana ha il 25% di territorio montano, 66% collinare, 9% di pianura, e l’Italia è suddivisa in 35% montagna, 42% collina e 23% pianura. Movimenti della popolazione. Nel 2006, la Provincia di Arezzo rifletteva sulla evoluzione di movimenti migratori, dagli anni Novanta  in poi non più riferiti a componenti nazionali bensì a forte connotazione internazionale.La trasformazione in senso multiculturale e plurilingue del territorio provinciale è messa in particolare evidenza dal numero di cittadinanze estere presenti, pari a 127 (nel mondo, secondo l’ISTAT, sono 194 cittadinanze estere). Lo Stato estero più rappresentato era la Romania con il 26,5% sul totale della popolazione immigrata. Segue ‘Albania, con il 19,3% e, con numeri e percentuali nettamente più basse, il Marocco (6,7%), il Bangladesh (5,3%), l’India (4,0%), la Polonia e il Pakistan. Il processo di mutazione demografica, profonda e  pacifica, era avviato negli anni ’50, con l’esodo dalle montagne e dalle campagne per molteplici ragioni che vedremo strada facendo. La popolazione della provincia di Arezzo, dopo la riduzione che ha caratterizzato gli anni ’60  e ’70, segna una netta ripresa negli ultimi trenta anni, registrando una continua e graduale crescita. In particolare in Valdarno e nell’area Aretina il saldo è sempre rimasto positivo, mentre nelle altre tre zone il trend decrescente si è esaurito durante gli anni ’80 e solo dal 2000 in poi ha invertito il trend, sopratutto in Valdichiana. L’incremento è strettamente legato ad una crescente immigrazione che compensa più che abbondantemente il saldo naturale negat anche nelle zone Casentino e Valtiberina che anche in anni recenti registravano saldi negativi. In Valdarno e nella zona Aretina in particolare, si registra nell’anno 2006 un incremento del 7 per mille abitanti (comunque in calo rispetto ai valori degli anni precedenti), mentre nella zona Valdichiana la crescita è stata appena superiore al 5 per 1000. Analizzando un arco temporale di oltre trenta anni (1972-2006), si evidenzia molto chiaramente che tali incrementi sono dovuti in modo consistente alla componente immigrata della popolazione, che ha contribuito anche alla ripresa della natalità  nella nostra provin.Se confrontiamo inoltre anno per anno il numero dei nuovi iscritti alle anagrafi comunali e lo scomponiamo per la componente proveniente da altri comuni italiani e da Paesi esteri, notiamo una continua crescita di tale componente della popolazione (nel 1990 si registrarono 6.050 nuove iscrizioni, mentre dal 2002 in poi tale dato ha abbondantemente superato le 10.000 unità ) e ultimamente un incremento di coloro (anche di cittadinanza straniera) che provengono da altri comuni italiani. Le dinamiche demografiche nell’immediato dopoguerra (1951-1970) Attingiamo allo studio SOMEA, commissionato a fine anni Sessanta dagli enti locali aretini, che elabora dati Istat, dal censimento 1951  al 31 dicembre ’68. Nel periodo si verificano sensibili dinamiche demografiche, a cui corrispondono importanti movimenti intersettoriali di forze lavoro, dall’agricoltura ad altri settori, migrando pure verso altre provincie e regioni. La popolazione aretina nel 1951 di 329.665 residenti, al 31.12.1968 è di 306.387, con saldo negativo nel periodo di -7,07%. Mentre nel capoluogo aumenta la popolazione del 27,6%, da 66.511 abitanti a 84.839, per il fenomeno endogeno degli esodi da zone agrarie montane a quelle collinari. I residenti montani dal 23,8% del 1951 si riducono al 18,1% del 31.12.1968, quelli in collina passano dal 76,2% del 1951 all’81,9% del 1968. Tra le aree più popolate risultano essere le colline di Arezzo e del Valdarno, che rappresentano, rispettivamente, il 38,7% e il 26,4% dei residenti al 31.12.1968, con un incremento sensibile rispetto ai censimenti del 1951 e 1961. Tutte le altre aree presentano una diminuzione percentuale nei residenti nel periodo 1951-1968. L’aumento notevole dei residenti nelle Colline di Arezzo e del Valdarno è dovuto ad incrementi nelle città  di Arezzo, Montevarchi e S. Giovanni Valdarno. Lo stesso accentramento urbano avviene in Casentino, verso Bibbiena, e in Valtiberina verso S. Sepolcro. Cortona, per particolari caratteristiche orografiche – collocata in collina tra i 450 e i 600 metri s.l.m. -, diminuisce gli abitanti nel capoluogo e nell’intero territorio, offrendo scarse alternative ai lavoratori agricoli in altri settori. Solo negli anni ’70 si insedierà  un cospicuo stabilimento industriale (Lebole), mentre il tessuto secondario era caratterizzato da insediamenti artigianali con pochi addetti, per frazioni di prodotti industriali (fasonisti), e lavori a domicilio, principalmente femminile. Pur essendo il secondo comune della provincia, dal 1951 al 31.12.1968, perde 8.346 abitanti, oltre il 26% della popolazione. E l’esodo non ancora era finito, parzialmente reintegrato da immigrati meridionali. Prevalgono nella provincia insediamenti frazionati, con oltre il 31,5% di abitanti in case sparse, contro la media regionale del 19,3%. Composizione della popolazione per età  e sesso. Diversamente dalla consistenza media Toscana e nazionale, nel 1951, nell’aretino i maschi prevalgono sulle femmine, risultando il rapporto M/F pari al 50,32% che si inverte nel 1961, M/F 48,81%. Il fenomeno era accentuato nella classe di età  tra i 14 e i 65 anni. In questo periodo si evidenzia il progressivo invecchiamento della popolazione, infatti la popolazione infantile e giovanile (-14 anni) etra diminuita nel periodo infracensuario passando dal 22,48% al 19,47% del totale della popolazione. Nel contempo aumenta la popolazione oltre i 65 anni, in provincia e nel capoluogo, passando, rispettivamente, dal 8,6% all’11,1% e dall’8,15% al 10,03%. In linea con i dati nazionali e regionali. Diminuiscono gli aretini tra i 14 e 45 anni del 3,29% , passando dal 48,38% dell’anno 1951 al 45,09% del 1961. Calo a cui concorrono gli aretini compresi tra 14 e 21 anni con -1,75% e quelli tra 21 e 45 anni con -1,54%. Per maschi e femmine, l’incidenza percentuale delle classi in età  infantile e giovanile – in provincia e nel capoluogo era maggiore di quella regionale e inferiore rispetto all’Italia. Stesso andamento manifesta la classe di età  dai 14 a 65 anni, confermando le modifiche strutturali verificatesi dal 1951 al 1968. Rispetto a quello italiano, l’indice di invecchiamento della popolazione aretina conferma la più accentuata senilità . Popolazione residente per titolo di studio.

Laurea Media superiore Media inferiore Elementare Alfabeti privi titolo Totale Analfabeti
Ar1951 0,55 2,43 3,91 58,33 19,20 84,42 15,58
Ar 1961 0,78 3,33 7,03 63,42 15,20 89,64 10,35
Toscana 1951 0,92 3,44 5,49 62,05 17,40 89,30 10,70
Toscana 1961 1,20 3,89 8,69 64,90 14,13 92,81 7,18
Italia 1951 1,00 3,26 5,95 58,97 17,92 87,10 12,90
Italia 1961 1,30 4,24 9,58 60,75 15,72 91,59 8,41

La dinamica intercensuaria consente di rilevare: A) Analfabeti sopra i sei anni  superano  nei due i Censimenti la media regionale e nazionale. La percentuale di analfabeti quasi doppia tra le femmine. B) La più bassa percentuale di laureati, rispetto alla regione e alla nazione. C) La provincia di Arezzo migliora nei gradi inferiori di istruzione, avvicinandosi alle medie regionali. L’istruzione elementare aretina e toscana sono superiori alla media nazionale. D) Gli alfabetizzati senza titolo, al 1961, nell’aretino sono inferiori alla media nazionale e superiori a quella regionale. Movimento naturale e migratorio. In Toscana dal 1951 al 1965 la popolazione era aumentata di 28.854 unità , con particolarmente tra il 1961-’65 (+86,4 mila unità ). Incremento dovuto a cause diverse. Nel periodo 1951-’61, per il 70%, a cause naturali, per il 30% all’immigrazione. Dopo, la situazione  muta. Il 59% era imputabile a cause naturali, il 41% all’immigrazione. Andamento costante fino al 1968. In presenza di una caduta della natalità  in Toscana. Dal 1951 al 1961 nell’aretino diminuiscono i residenti. Nel periodo 1961- ’65 il fenomeno era meno accentuato. In assoluto la popolazione raggiunge il picco negativo maggiore nel ’71, e torna a superare i valori del ’51, dopo un cinquantennio (anni 2000). In provincia i tassi di natalità  sono leggermente crescenti nel periodo considerato, mantenendosi simile al livello regionale, che a cominciare dal 1966 presenta una flessione. Dal ’64 i residenti della provincia cambiano tendenza, tornando a crescere dopo tredici anni di costante flessione. Coi più alti incrementi nei centri di vallata ad eccezione di Bibbiena che presenta incrementi lievi. Statisticamente si rilevano flussi migratori o immigratori definitivi, ma, nel periodo in questione, per alcuni comuni della provincia di Arezzo, i fenomeni stagionali sono rilevanti. Nel periodo 1961- ’64 il 95,2% dei flussi era interno all’Italia, e il 4,81% verso l’estero. I trasferimenti interni alla provincia rappresentano, nel periodo considerato, il 36% del movimento interno dei flussi. Correnti migratorie verso Firenze, le regioni del triangolo industriale e il Lazio. Le immigrazioni provengono dalle regioni meridionali e insulari. Alcuni rilievi sul movimento anagrafico dal 1950 al ’68. A) Il quoziente di natalità  dopo l’iniziale tendenza all’aumento, dal 1966 tende a diminuire sensibilmente, restando sotto la media nazionale. B) L’indice di mortalità era stabile. C) I quozienti migratori dai valori elevati (1956-1963), con tendenza alla diminuzione marcata per  saldo migratorio (1965-1968), si presenta negativo per tutto il periodo. Al termine del quale se ne prospetta la stabilizzazione, prevedendo nei decenni futuri l’incremento. Il quadro sinottico sulla popolazione attiva ai censimenti del 1951 e del 1961 messi a confronto evidenziano la drastica evoluzione da provincia agricola a provincia industriale e dei servizi.

  1951 Val. assoluti % 1961 Val. assoluti % Variazioni % 1961/1951
Popolazione attiva 152.019 100,0 130.071 100,0 - 14,4
Agricoltura 92.940 60,9 51.030 39,3 - 45,1
Industria 33.911 22,4 48.204 37,0 + 42,2
Altre attività 25.168 16,7 30.837 23,7 + 22,5
In cerca di prima occup. 6.520 3.109 - 52,3
Popolazione non attiva 119.524 135.049 + 13,0
Totale popolazione > 10 anni  278.063 268.229 - 3,5
Tassi di attività 54,7 48,59

Popolazione attiva in condizione professionale per sesso e settori di attività ai censimenti 1951 e 1961

Anno Settori Maschi Femmine M.F.
Val. ass. % Val. ass. % Val. ass. %
1951 Agricoltura 69.265 61,3 23.675 62,3 92.940 60,9
1951 Industria 27.186 23,6 6.725 17,6 33.911 22,4
1951 Altre attività 17.461 15,5 7.707 20,1 25.168 16,7
1951 Totale 113.912 100,0 38.107 100,0 152.019 100,0
1961 Agricoltura 42.012 47,2 9.018 21,8 51.030 39,3
1961 Industria 36.163 40,7 12.041 29,1 48.204 37,0
1961 Altre attività 10.736 12,1 20.101 49,1 30.837 23,7
1961 Totale 88.911 100,0 41.160 100,0 130.071 100,0

La struttura economica della popolazione. Popolazione attiva 1951-1961 per settori di attività: provincia di Arezzo

Valori assoluti ∆%1951- 1961 % di composizione
Condizione professionale 1951 1961 Arezzo Italia Arezzo 1951 Arezzo 1961 Italia 1961
Agricoltura 92.940 51.030 - 44,9 - 31,5 61,1 39,2 29,0
Industria 33.911 48.204 + 42,1 + 25,4 22,3 37,1 40,4
Altre attività 25.168 30.837 + 22,5 + 18,0 16,6 23,7 30,6
Totale condizione prof.le 152.019 130.071 - 14,5 - 0,3 100,0 100,0 100,0
in cerca 1° occupazione 6.529 3.109 - 52,3 - 47,2 4,1 (1) 2,3 (1) 2,9
Popolazione attiva 158.039 133.071 - 15,8 - 2,8 56,8 49,6 39,7
Popolazione non attiva 119.524 135.347 + 13,4 + 13,8 43,2 50,4 60,3
Popolazione residente >10 anni 278.063 268.140 - 3,6 + 6,5 100,0 100,0 100,0

Fonte: elaborazione SOMEA su dati Istat Il sistema era caratterizzato da uno svuotamento massiccio del settore primario, fondato sull’esistenza di forti divari di produttività  intercorrenti tra attività  agricole ed extra agricole. A tale deflusso dal primario ha fatto seguito un forte sviluppo dei settori extra agricoli di entità , tuttavia, inferiore al decremento evidenziato. Ne era derivata, nel periodo 1951- ’61, una caduta della popolazione attiva in condizione professionale da 152 a 130 mila unità , e, per il periodo 1960- ’67, una contrazione della occupazione da 134,0 a 119,4 mila unità . Dovuta alla emigrazione in altre Provincie e alla diminuzione delle unità  attive per motivi di carattere generale. Riferendoci alla ripartizione percentuale delle attività  e della occupazione per grandi settori, sono percepibili trasformazioni strutturali di grande portata. Era avvenuto il passaggio da una economia prevalentemente agricola (in termini occupazionali) ad un nuovo assetto del sistema, in cui le attività  extra agricole sono preminenti. La stessa incidenza del PL del primario si ridimensiona, passando dal 43,5 del 1951 al 26,0% del 1961. Risulta così evidente il deterioramento delle posizioni di questo settore, nel passaggio dal 1951 al ’67, e la crescente accentuazione del peso  dei settori extra agricoli, passati dal 56,5% (1951) all’85,4% (1967) del PL provinciale. Raffronti di produttività  tra Arezzo e l’Italia: 1963-1967 (dati assoluti in 000 lire 1963)

Settore Primario (1) attività Extra agricole(2) (3)=(1)/(2)x100 Complessoattività delle
1963 1967 1963 1967 1963 1967 1963 1967
Arezzo 504 642 1.428 1.704 35,3% 37,6% 1.091 1.371
Italia 702 923 1.541 1.846 45,5% 50,0% 1.347 1.634
N. indici (Italia=100) 72 70 93 92 81 84

Fonte: elaborazione SOMEA su dati Istat e di Moneta e Credito Le cifre rilevano, per l’insieme delle attività , l’esistenza di un divario produttivo del sistema economico aretino rispetto ai dati nazionali, valutabile al ’67 in circa 16 punti. Valutando i singoli settori, il sistema aretino dimostra dati relativamente favorevoli nei settori extra agricoli, e alquanto sfavorevoli nel primario. Con forti squilibri, in termini di produttività , tra primario e attività  non agricole. Tale divario, – nel ’67, nel rapporto tra produttività  agricola ed extra agricola – risulta pari a 0,37, mentre a livello nazionale il rapporto ha valori prossimi allo 0,50. La circostanza ha un enorme rilievo, considerando che la stabilità  della occupazione agricola risulta direttamente influenzata dall’altezza del rapporto tra le due produttività. Perciò, il fondo occupazionale operante in agricoltura risulta potenzialmente molto instabile. CRT56B02

Don Claudio Santucci, “don Rombo”, vennero a purgarlo e furono purgati

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- A don Domenico Ricci – già  ricordato in questa rubrica – piacevano storielle in cui fatalmente entrava in ballo uno scherzo da prete. Con un prete, spesso, protagonista attivo o passivo nella burla. Tra i personaggi da barzelletta, alcuni veri, quello che lo faceva più ridere – dal riso contagioso tra gli ascoltatori – era “don Rombo”; sul significato di quel nomignolo resto ancora nel dubbio. Fino a non molto tempo fa, infatti, lo attribuivo a questa avventura raccontata da don Domenico.

Il buon prete della Pietraia aveva una mula come mezzo di locomozione. Fidandosi del sacrestano, gliela aveva data in cura. E, affinché   la nutrisse a dovere, ogni giorno gli dava dei soldi  per acquistare la biada. Siccome il sacrestano era un noto gocciolone, ben presto tramutò la paghetta giornaliera in vino anziché in biada, essendosi inventato il trucco, per non far apparire la mula deperita, di somministrarle ogni giorno forti gonfiature di aria, dal sedere, con la pompa da bicicletta. La cosa stava funzionando. Don Rombo vedeva la pancia della mula bella pasciuta. Finché un bel giorno ebbe bisogno della cavalcatura. Va detto che il prete era un gigante, robusto dalla testa ai piedi. Appena le chiappe dell’omone si adagiarono sulla povera mula, una gigantesca scorreggia svelò l’inganno del sacrista ubriacone.

Ma, in tempi recenti, ho letto ben tre versioni di storie su don Rombo, al secolo Claudio Santucci, scritte su L’Etruria da Raimondo Bistacci-Farfallino, di cui certo il giornalista era estimatore. Secondo Bistacci, il soprannome  aveva un’altra origine, non dalla scorreggia della mula, bensì dalla voce tonante del prete, coerente con la sua figura erculea. Le quattro avventure di cui fu protagonista su L’Etruria – che di seguito riproduco – sono presenti anche nel libro che presto pubblicherò su Farfallino da Cortona, intitolato all’incirca: Cortona resa Magica – Cronache Storie Miti Satire – in Raimondo Bistacci-Farfallino direttore de L’Etruria (1922-1973). Dove rievoco il genio giornalistico e narrativo di Farfallino che, in cinquant’anni di militanza, trasformò Cortona in città magica – agli occhi di un esteso pubblico  -, i cui personaggi restano confusi tra un passato mitico ancestrale e un presente da commedia umana, essendogli riuscito trasformarne il  normale scorrere della vita in un Comune periferico in un singolare viaggio: ironico, fantastico, caricaturale,…in una parola: magico! Come in una creazione artistica sospesa tra realtà e finzione e in un infinito divertimento. Perciò mi è venuto il paragone tra la Cortona di Farfallino e il Macondo di Marquez, in Cent’anni di solitudine.

“Appunti sulla vita di don Claudio Santucci dalla voce tremenda.

Ora daremo breve cenno sulle avventure di don Claudio Santucci. Uomo tarchiato, con braccia erculee, collo e testa poderose era considerato e temuto, tanto più che per carattere era rigido e permaloso.

Rincalcia un gatto fra le croci al cimitero.

Nominato cappellano del cimitero della Misericordia di Cortona, un anno per Natale allestì nella cappella il presepe, ma mancandogli Gesù bambino, lo impastò di sego. Ma la notte allo scoprimento il gatto del custode Vignola, sentendo quell’odore, saltò sul presepe e portò via il bambino. Don Claudio emise un potente urlo, per rincalciare il gatto fra le tombe, fece atterrare non poche croci e ghirlande. Preso il gatto che aveva mangiato il sego lo ammazzò e lo cucinò in teglia con le patate.

Fa inginocchiare un vetturino.

Un vetturino, nel portare col carro funebre un morto al cimitero, toccò bruscamente con la chiocca i cavalli. Questi allora allestirono il passo finendo sopra il prete. Don Claudio, dopo averli fermati, con un urlo minaccioso, gli impose di scendere e piegare le ginocchia. Ci vollero i buoni consigli dei parenti del defunto per calmarlo.

Butta giù che el tuo?

Celebrandosi una festa nella chiesa di S. Francesco il laico fra Carlo Rugi per le Messe aveva concesso un aromatico vinsanto. Don Claudio che diceva la Messa all’altare del crocifisso, assaggiando quel vinsanto, si portò col calice dal chiericotto Vittorio Poccetti, e visto che lui gli calava le goccioline a stento, don Claudio gli gridò: butta giù, che el tuo? A quell’urlo la contessa Anita Baldelli, che era vicina, tremò e tutti si domandavano che era successo.

Mette in fuga i fascisti e li stermina alla Pietraia.

Don Claudio, che con la sua voce baritonale, potente, tonante che per la cerimonia del giovedì santo al Duomo intonando ave sanctum crisma faceva empire la gente di curiosi, nel primo anno dell’avvento fascista si trovò a spiegare le sue forze. Avendo il prete deplorato le violenze, sette suoi amici, divenuti fascisti, gli entrarono in casa, ed uno gli impose di bevere una boccetta di olio di ricino. Quando si accorse che faceva sul serio, don Claudio presa la boccetta glie la scaraventò contro con tal violenza che il vetro in frantumi stonacò una parete, poi, corso in chiesa, prese la stanga della porta e, risalito, cominciò a vibrar botte all’impazzata frantumando anche i mobili e quanto vi si trovava. I fascisti si misero in fuga, uno saltò dalla finestra, ma don Claudio, urlando e tonando come un temporale, li rincalciò nei campi. Grida, pianti di donne: oddio el mi marito, Signore salvatelo! Accorsi i carabinieri a cavallo con le buone riuscirono a calmarlo, ma il giorno dopo attese invano una spedizione punitiva; stette nascosto dietro un ulivo con un tronco di querce per far piazza pulita, ma dinanzi al colosso nessuno si mosse[1]“.

www.ferrucciofabilli.it

[1] Cfr. L’Etruria, 28 febbraio 1969. Era l’ultimo di una serie di articoli, distribuiti nel tempo, dedicati al sacerdote antifascista, detto “don Rombo”, dalla voce tremenda. Gli altri sono: del 4 febbraio 1923 (epoca dei fatti) e del 25 agosto 1963; tutti gli articoli hannotutti-dormono-sulla-collina-di-dardano-di-ferruccio-fabilli contenuti simili.

Storia aretina delle migrazioni dal dopoguerra (1950-2006)

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Sui movimenti della popolazione aretina, dal 1950 a fine Novecento, ho trovato interessante alcuni dati estratti da due studi: Somea del 1970 e Ufficio Statistica della Provincia del 2006.
L’uso della storia a scopo politico può degenerare se strumentalizzata, mentre ricordare certi processi aiuta a elevare il livello della discussione, in questo caso sulle migrazioni. Nelle quali prevalgono, su ogni altra causa, motivi economici: speranze e illusioni di migliorare condizioni di vita. E, in previsione di flussi consistenti, ogni Stato adotta strategie di accoglienza o respingimento nel tentativo di mantenere il sistema in equilibrio: combinando le esigenze dei migranti con quelle dello Stato ospitante. Un esame severo sulla tenuta del sistema, l’Italia l’ebbe dopo il 1990, alla dissoluzione del blocco sovietico e all’arrivo massiccio di migranti dai paesi dell’Est Europa. Salvo inquietudini momentanee, suscitate da navi stracolme di albanesi, quel flusso, al 2006, era stato già metabolizzato in provincia di Arezzo. Giunto a compensare la bassa natalità italiana, e a sopperire a lavori disagiati: braccianti, badanti, muratori, panettieri, ecc.. Anche negli attuali flussi migratori, dall’Africa equatoriale, sembrano prevalere motivi economici. Ma sarebbe irresponsabile non interrogarsi sulle specificità del fenomeno. Pur sorvolando su certi temi reali (migrazione o invasione?… doppi pesi nell’uso di risorse pubbliche: tra le esigenze di italiani indigenti e le risorse destinate ai migranti, …) l’argomento che unifica gli italiani è la critica al sistema di accoglienza come è venuto a crearsi in Italia unico terminale degli sbarchi dall’Africa, e l’impossibilità di spalmare sul resto d’Europa un flusso inarrestabile, superiore alle capacità di assorbimento, per cui è facile prevedere conseguenze funeste. In tutt’altra maniera, in passato, erano fluiti i migranti anche ad Arezzo, nel momento in cui determinante fu il sacrificio e l’impegno all’adattamento da parte dei migranti e, da parte dei residenti, tolleranza e messa alla prova dei nuovi arrivati, che ben inseriti, in gran maggioranza, hanno arricchito il nuovo contesto.

Nel 2006, la Provincia di Arezzo (Nibi, Chianucci, Giusti) rifletteva sui movimenti migratori verificatisi soprattutto dagli anni Novanta. “La trasformazione in senso multiculturale e plurilingue del territorio provinciale è messa in particolare evidenza dal numero di cittadinanze estere presenti, pari a 127 (nel mondo, secondo l’ISTAT, sono 194 le cittadinanze estere). Lo Stato estero numericamente più rappresentato è la Romania con il 26,5% sul totale della popolazione immigrata provinciale. Segue l’Albania, con il 19,3% e, con numeri e percentuali nettamente più basse, il Marocco (6,7%), il Bangladesh (5,3%), l’India (4,0%), la Polonia e il Pakistan”. La mutazione demografica, tutto sommato pacifica, era avviata negli anni ’50, con l’esodo contadino dalle montagne e dalle campagne per ragioni economiche verso le città e le aree industriali. La popolazione aretina nel 1951 di 329.665 residenti, al 31.12.1968 era di 306.387, con saldo negativo di -7,07%. Mentre nel capoluogo aumentava la popolazione del 27,6%, da 66.511 abitanti a 84.839, per il fenomeno endogeno degli esodi da zone agrarie montane a quelle collinari. I residenti montani dal 23,8% del 1951 si riducono al 18,1% del 31.12.1968, quelli in collina passano dal 76,2% del 1951 all’81,9% del 1968. Tra le aree più popolate risultano essere “le colline di Arezzo e del Valdarno, che rappresentano, rispettivamente, il 38,7% e il 26,4% dei residenti al 31.12.1968, con un incremento sensibile rispetto ai censimenti del 1951 e 1961. Tutte le altre aree presentano una diminuzione percentuale nei residenti nel periodo 1951-1968” (Somea, 1970). L’aumento notevole dei residenti nelle Colline di Arezzo e del Valdarno, è dovuto ad incrementi nelle città di Arezzo, Montevarchi e S. Giovanni Valdarno. Lo stesso accentramento urbano avviene in Casentino, verso Bibbiena, e in Valtiberina verso S. Sepolcro. Cortona, per particolari caratteristiche orografiche – collocata in collina tra i 450 e i 600 metri s.l.m. -, diminuisce gli abitanti nel capoluogo e nell’intero territorio, offrendo scarse alternative ai lavoratori agricoli in altri settori. Solo negli anni ’70 si insedierà uno stabilimento industriale (Lebole), il resto del settore secondario era caratterizzato da insediamenti artigianali con pochi addetti, per frazioni di prodotto industriale (fasonisti), o da lavori a domicilio, principalmente femminili. Pur essendo il secondo comune della provincia, dal 1951 al 31.12.1968, perde 8.346 abitanti, oltre il 26% della popolazione. E l’esodo non era ancora finito, parzialmente reintegrato da immigrati meridionali. Prevalgono nella provincia insediamenti frazionati, con oltre il 31,5% di abitanti in case sparse, contro la media regionale del 19,3%.
La popolazione della provincia di Arezzo, dopo la riduzione che ha caratterizzato gli anni ’60 e ’70, segna una netta ripresa negli ultimi trenta anni del Novecento, registrando una continua e graduale crescita. In particolare in Valdarno e nell’area Aretina il saldo è sempre rimasto positivo, mentre nelle altre tre zone il trend decrescente si è esaurito durante gli anni ’80 e solo dal 2000 in poi ha invertito il trend, soprattutto in Valdichiana. L’incremento è strettamente legato ad una crescente immigrazione che compensa più che abbondantemente il saldo naturale negativo anche nelle zone Casentino e Valtiberina che anche in anni recenti registravano saldi negativi. In Valdarno e nella zona Aretina, in particolare, si registra nell’anno 2006 un incremento del 7 per mille abitanti (comunque in calo rispetto ai valori degli anni precedenti), mentre nella zona Valdichiana la crescita è stata appena superiore al 5 per 1000.
Analizzando un arco temporale di oltre trenta anni (1972-2006), si evidenzia molto chiaramente che tali incrementi sono dovuti in modo consistente alla componente immigrata della popolazione, che ha contribuito anche alla ripresa della natalità nella nostra provincia.Se confrontiamo inoltre anno per anno il numero dei nuovi iscritti alle anagrafi comunali e lo scomponiamo per la componente proveniente da altri comuni italiani e da Paesi esteri, notiamo una continua crescita di tale componente della popolazione (nel 1990 si registrarono 6050 nuove iscrizioni, mentre dal 2002 in poi tale dato ha abbondantemente superato le 10.000 unità) e ultimamente un incremento di coloro (anche di cittadinanza straniera) che provengono da altri comuni italiani ”.

 
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Roberto Borgni, scultore e pittore, esordì come poeta della notte

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Doriano Losi, ricercatore di memorie, ha recuperato una ponderosa Antologia dei poeti e prosatori nell’aretino, – Centrostampa Arezzo, 1978 –  in cui ha scoperto la presenza di tre artisti cortonesi, legati tra loro da amicizia e da una comune passione: la pittura, in tecniche e linguaggi diversi. I più anziani, già affermati e padroni della materia, Achille Sartorio e Enzo Olivastri (Paletta), fanno da cornice con tre loro stampe alla breve silloge poetica di nove poesie di Roberto Borgni. Del quale sappiamo gli sviluppi successivi, avendo abbandonato la poesia per l’arte plastica e figurativa, e la parentela con familiari quali Spinaldo Borgni, scuoino del macello comunale, capace di spogliarsi della cruenta veste lavorativa quotidiana tramutandosi in poeta dai delicati sentimenti amorosi per le donne e la vita. Come pure l’altro cugino di Roberto, Ademaro, capace di scrivere e parlar d’amore al punto d’esser considerato tra i più abili seduttori del tempo. Come si dice, la seduzione delle donne passa per l’udito. Roberto Borgni è innamorato della sua città, che percorre preferibilmente la notte, regnando silenzio e ombre fugaci di uccelli notturni, mentre la propria ombra di sghimbescio ne segue i passi, e gli scorrono nella mente fantasmi d’un mitico passato: guerrieri attenti e favole antiche. Quel carattere umbratile e solitario, che non lo abbandonerà mai, lo ritroviamo nella sua successiva opera scultorea e pittorica, e, anche per questo, è rilevante quella remota raccolta poetica. D’altronde, l’esperienza di vita che si tramuta in arte è d’ogni artista. In “Porta Montanina”, gloriosi fantasmi vegliano le mura a protezione del sonno degli abitanti. La realtà, di oscuri pipistrelli che si agitano nella notte e di un’edera scurita dal buio, crea immaginarie ombre di antichi guerrieri, fino al punto che il poeta si scansa: ‘ogni tanto mi sposto di lato/ per far passare/ i carri ed i cavalli’. Conoscendo Roberto, viveur, verrebbe da pensare a una intrigante miscela: tra il favoleggiare sulla storia antica, le ombre della notte, e una sorta di benefico etilismo che scalda mente e corpo creando nuove dimensioni di un reale fuso al fantastico. Stesso stato d’animo è rappresentato ne “La Fortezza”, la quale – piangendo lacrime di pietra ricorda battaglie ‘a difesa dei tuoi’- si trasfigura in montagna sacra: ‘Ed ora novello olimpo/ voli di falchi sopra le tue torri/ dettano auspici/ precedendo il destino’. Chiaro rimando alla Cortona lucumonia etrusca, coi suoi aruspici in grado di leggere presagi dal volo di uccelli. Il perché di un Roberto notturno è ancor più chiaro leggendo “Per le strade di notte”. Dov’è descritto il gioco tra il movimento del corpo, che procede sotto luci stentoree, e la sua ombra incessantemente in movimento. Si trova, in questa poesia, l’eco delle sculture come l’Ombra della sera di Giacometti e quella omonima etrusca, presenti al futuro scultore. Ma c’è di più. La propria ombra dinamica e sghimbescia è specchio di movimenti profondi, inquietudini, equilibri intimi difficili da stabilizzare alla ricerca di nuovi stimoli e curiosità. Preferendo la notte, quando è consentito viaggiare solitari, lontani dalla gente, liberi da conformismi, condizionamenti e pregiudizi. Soli con sé stessi. In Roberto la notte non è elemento gotico – di intrighi e violenze –, bensì è tempo d’appropriarsi d’una fantasia echeggiante miti antichi e battaglie interiori: ‘Allora mi racconta/ un’antica leggenda/ e a tratti tace/ per ascoltare nel vento/ echi di lontane battaglie’. In un’unica pagina, per brevità e assonanza tra morte e malinconia, due poesie “Non piangere” e “Nero”. Raccontano, la prima, la scomparsa d’una persona cara a Roberto a cui piaceva la notte, della quale poteva godere solo il tempo del sole a riposo, invece, nella morte la notte si dilata all’infinito. Facendo finalmente unire l’amico scomparso al suo ideale notturno. Nel “Nero”, protagonista è un melanconico suonatore di tromba che Roberto invita a suonare a perdifiato il pianto dello strumento, invitandolo a chiuder gli occhi per nascondere le lacrime d’emozione. Piacere e sofferenza, mescolati, devono esser riservati a sé stessi. Non è egoismo altezzoso, bensì sofferenza e passione richiedono intimità. La dichiarazione d’amore spudorata di Borgni per la notte è nella poesia “Amanti”: ‘E ogni sera/ mi porta con se/ nel suo manto/ dove restiamo in amplessi infiniti/ finché non va,/ per tornare sempre,/ lei, la notte,/ mia amante fedele’. Vera e propria ossessione da innamorato viscerale per la notte, alla quale attribuisce sembianze affettive come fosse un’amante fedele. D’altronde la notte per ciascuno è la “sua” notte, senz’altre ingerenze. Così come scenario d’amore è “Cortona” ‘adagiata su un cuscino di olivi’ le cui ‘notti/ silenziose e d’argento/ dettano dolci parole/ ad un vento poeta’. E quali migliori cantori di Cortona sceglie Borgni? ‘La tua storia è una favola/ e le rondini la raccontano/ nei paesi lontani’. I frinii primaverili ed estivi delle rondini associati al suono armonioso delle campane sono ricorrenti negli artisti cortonesi (penso a simili echi di campane nella “Ghirlandetta” del Vescovo Franciolini), e sicuro fascino per ogni viaggiatore. Fin qui potremmo dire d’un Borgni fuori dal presente, calato in un tempo metastorico in cui si fondono presente e passato… Quando incontri la poesia dedicata alla tragedia del treno “Italicus” esploso in una galleria appenninica, in una calda estate degli anni settanta. Anche per quella tragedia, pur in un contesto italiano di stragi, Roberto va al nocciolo tornando al suo tempo metastorico: è la follia umana che semina morte. ‘Camminava la morte col treno/ quella notte/ lungo le rotaie del destino/ divorò famelica/ ignare vittime dell’umana follia’. E lo strazio è massimo, nell’amara chiusura, laddove s’interroga: ‘Chissà se c’era la luna/ quella notte/ ad illuminare la mano d’un bimbo/ quattro metri di là delle rotaie’. Più grave è la profanazione della vita, specie d’un bambino, ma anche la “sua” notte è stata violentata perché la notte del Borgni è sinonimo di vita non di morte. Chiude la serie delle nove poesie “Atmosfera”, tributo a un anonimo artista. Colui che posando le mani sulla tastiera crea nel silenzio un’atmosfera magica, che distende e trasporta in un religioso torpore. Atmosfera nella quale vorremmo chiudere gli occhi e viverci per sempre.
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Il ricordo di Enzo B., uscito di scena dopo un’ostinata resistenza alla malattia

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Appena smessi i pantaloni corti, ci siamo conosciuti in un bar fumoso a Camucia, la nostra Maialina city. Centro commerciale e produttivo di puzzolenti quadrupedi – tanto quanto sono buoni i loro prosciutti! – , della cui aria mefitica ci eravamo dati ragione. Combustibile di un discreto sviluppo economico…era un bere o bara! D’altronde, molti eravamo contadini smessi da poco.
Le amicizie e le coppie omo o etero si formano per particolari alchimie, non importa se per affinità o altro. Succede. Molte amicizie, pure forti, non durano a lungo o non si possono coltivare, mettiamo, per motivi di distanza. Quella con Enzo B. è durata finché lui non se n’è andato, senz’alti né bassi, segnata a ogni incontro da scorpacciate di chiacchiere ironiche gioiose trasgressive…e chi più ne ha più ne metta. Intonate sempre sulla stessa chiave armonica, fin da ragazzi, curiosi di tutto ma anche critici di tutto, a partire da noi stessi, col sottofondo disincantato e allegro di un grande fan culo al mondo. Dove sembrerebbe tutto quanto serio, invece… Le proibizioni, considerate tali dai benpensanti, purché non sfociassero in reato, per noi erano curiosità da soddisfare. Enzo B., di un anno più piccolo, era un passo avanti in tante cose. Appassionato di musica, mi portò ad ascoltare Francesco De Gregori alla casa del Popolo di Montepulciano scalo. De Gregori, allora esordiente con le “Formichine”, si esibiva da solo con la chitarra acustica. Vedi la sfiga, il concerto durò poco. Si ruppe l’amplificatore, e De Gregori ci piantò in asso, incazzato. Enzo B. appassionato di chitarra – senza saperla suonare, è stato suo figlio ad applicarcisi con merito – fan di Alberto Radius, andammo al concerto dei Formula 3, senza trascurare La Premiata Forneria Marconi, i Nomadi, il Banco del Mutuo Soccorso, … e altri concerti rock capitati vicino. Enzo B. era esperto di cinema. Tanto che bisognava mettersi lontano da altri spettatori, per non farli incazzare coi suoi anticipi di sequenze… era in grado di anticipare quel che sarebbe successo nella sequenza successiva. Agli amici faceva ridere e passare il tempo al cinema senza annoiarsi, ma tra il pubblico c’era chi s’incazzava a sentirne i commenti ad alta voce. Affettuoso con la mamma, rimasta presto vedova, non si trattava di mammismo ma di complicità tra due persone innamorate della vita e del pensiero libero. Tra noi giovinastri, fu il primo a sperimentare vacanze esotiche, in Jugoslavia, dove c’era la diceria che le ragazze la dessero senza le lungaggini in uso nei nostri paraggi. E, a dir suo, conquistò ambiti premi… Venne poi l’anno d’una ondata trasgressiva in occasione di Umbria Jazz a Castiglione del Lago. Uomini e donne in riva al lago si sbracavano nudi! Il coraggioso Enzo B. mi tolse di mano la macchina fotografica, vedendomi titubante nel procedere, e riempì un rullino di scatti, schivando minacce da parte di alcuni nudisti, documentando un fenomeno di costume straordinario non più ripetutosi qua in giro… Condividemmo anche le prime esperienze politiche da figicciotti… curiosi ma pigri, pur sentendoci legati agli ideali comunisti e anticapitalisti, eredità familiari, non eravamo tanto portati all’attivismo, anche perché messi a disagio da certi attivisti non disinteressati, anzi, smaccatamente ambiziosi per un posto di lavoro o per la carriera politica. Gente che, noi ingenui, ritenevamo inadeguata. Forse, oggettivamente, lo erano. Ma, in realtà, fummo sorpresi, e pure consolati: “se quei ciuchi hanno fatto carriera, allora possiamo farla tutti!”… Ma presto s’è capito l’abbaglio. Non basta la fortuna per la carriera politica, ci vuole il pelo sullo stomaco… così abbiamo sperimentato che non basta essere della stessa parrocchia per vivere in pace, ma bisogna secondare il satrapo emergente, il più scaltro, altrimenti gente come noi – che lavoravamo in enti pubblici – veniva presa a schiaffi anche dai compagni, se non allineati alla cordata vincente. Ai tempi dei poveri Dante e Machiavelli avresti rischiato la vita, o l’esilio andandoti bene, oggi le pene son meno tragiche per i non allineati, ma i dispetti te ne cascano addosso a valanga!… E per quei dispetti, Enzo B. soffrì molto, specie quando le discriminazioni si fecero di carattere economico. Toccandogli lo stipendio. Perché crescere un figlio, farlo studiare, consentirgli certe passioni, ha costi sempre maggiori, e la cattiveria umana non dovrebbe affliggere le persone penalizzandole nel salario. Poi a un’età avanzata, ma ancora non vecchi straniti, sono arrivati malanni seri. Quelli dai conti salati: da dentro o fuori! A Enzo B. né è capitato uno tra i più sadici. Dal lento inesorabile decorso, verso la morte. Con attimi di temporanea illusione, non tanto di guarire, ma dell’arrivo di un nuovo farmaco che allunghi la vita. Per sapendo che esso avrà effetti positivi limitati nel tempo. Cioè, sai in anticipo la data della tua fine. Ciò nonostante, un paio di mesi fa, in una delle sempre più rare ma lunghe chiacchierate, del più e del meno, con Enzo B. – pur avendo avuto, lui, già il segnale di fine corsa, ma contando in un colpo di culo che a volte l’aveva sorretto – ci siamo avventurati in progetti futuri: come l’acquisto di una motocicletta per andare a spasso in estate. Ambedue acciaccati, ci avessero ripreso con una telecamera avremmo fatto ridere il mondo… ma noi siamo stati sempre così. Inutile piangersi addosso. Finché c’è vita diamo gas al motore, anche se ridotto a un filino di energia, va sfruttato fino in fondo. Dopo questa, di sicuro, non ci sarà un’altra vita uguale. Convinti come siamo che – come rispose la vecchietta morente al confessore che le esaltava la fortuna prossima di uscire da questa valle di lacrime per andare in paradiso – : “Questa sarà una valle di lacrime, ma ci si piange tanto bene!”. Così, visto il manifesto a lutto per Enzo B., mi è venuto di ricordarlo allegro dolce e anticonformista, alla Vasco Rossi: “Noi siamo liberi, liberi, / liberi di volare(…)/ liberi di sbagliare/ (…) liberi di sognare (…)/ Noi siamo i soliti /sempre così/ Siamo gli inutili/ fatti così/ Noi siamo quelli delle occasioni/ prese al volo come piccioni…” Ciao Enzo!
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Jpeg

Clerodendro. Enzo nel tempo libero amava curare l’orto e le piante.

P.S. Tra i messaggi ricevuti in ricordo di Enzo, metto questo in appendice al mio articolo, integrando egregiamente quanto ho raccontato sopra. F.F.

“Vivere con semplicità’ e pensare con grandezza” W. Wadsworth.
Questa definizione riassume la personalità di Enzo. Sapeva ascoltare, capire senza giungere a giudizi affrettati. Con i suoi modi semplici, spontanei e ironici spingeva la persona a riflettere per cercare dentro di sé risposte ai propri dubbi. Enzo era legato alle sue radici geografiche e culturali, per lui la Chiana e le colline di Cortona erano” il paese di centro” , il suo Mondo. Enzo era particolarmente curioso, la sua fame di sapere lo portava a documentarsi su tutto, quindi le sue conoscenze spaziavano in diversi campi. Questo lo rendeva un ottimo e piacevole interlocutore. Enzo mancherà a tutti coloro che lo hanno conosciuto, ma i suoi pensieri resteranno per sempre.

Una sola UTIC con sala Emodinamica, nell’aretino, può bastare?

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Uno alla volta, facendo il giro dei servizi ospedalieri del san Donato, sto aggiornandomi sul loro stato di efficienza, oltre che sulla mia salute, ma su questa pende la spada di Damocle dell’età e degli stravizi…non c’è da farsi illusioni. Bene. Tutto è cominciato con i classici avvertimenti di quando si ha un problema al sistema centrale di pompaggio.
Lunga attesa al pronto soccorso dell’ esito di prove e controprove, perché dal punto di vista elettrico i segnali erano buoni. Poi, finalmente, il ricovero in sala Emodinamica della UTIC con una certa premura. Circondato da facce sorridenti e rassicuranti, ma impegnate a passo svelto. A tutto rock, con Virgin radio in sottofondo, un ricciuto e solerte medico con la sua equipe procedeva a riaprire vecchie tubature incrostate da cattive abitudini: fumo, poco sport e molta ganascia…
Insomma, fino alla seconda prova ematica di conferma dell’evento ischemico, all’incirca quattro ore, al pronto soccorso ero stato addirittura avviato al codice verde, dal giallo, grazie a un elettrocardiogramma normale. Poi è scattata una procedura molto rapida, perché scienza ed esperienza l’impongono. La pompa centrale, si sa, è variabile nei suoi comportamenti patologici: si può bloccare in pochi attimi, come può seguitare a battere per ore o giorni pur essendo sofferente in qualche sua parte.
In sala Emodinamica dell’UTIC, colloquiando con gli operatori intenzionati a tenermi desto, si aprivano finestre non solo sul mio stato di salute. Intanto erano curiosi di sapere perché non fossi andato come prima tappa all’ospedale più vicino. Lì è stato facile rispondere: sapendo che non c’è l’Emodinamica, che ci andavo a fare? a perdere momenti che si sarebbero potuti rivelare preziosi?…Infatti… gli affettuosi ed efficienti sanitari hanno confermato, indirettamente, la mia lucida decisione di saltare l’ospedale di zona, andando direttamente al s. Donato, raccontandomi un fatto tragico. Pochi giorni innanzi, in contemporanea, ambulanze provenienti dalla Valtiberina annunciavano due casi di ischemia. Giocoforza, un malato fu soccorso con successo al s. Donato, l’altro, non essendoci la disponibilità di una seconda sala Emodinamica, fu dirottato a Siena. Ma, durante il viaggio, il malato è tornato al creatore… Non nascondo la segreta riconoscenza – in quel frangente – alla mia vecchia maltrattata pompa che ha sopportato le inevitabili lungaggini (ovvero i protocolli) di un pronto soccorso sempre piuttosto carico di pressione.
Avrei potuto tenere per me questa storia di salute, comune, ogni giorno, a tante altre. Se nonché a un paio di settimane dalle mie dimissioni, ripensando alla fortunata, per me, coincidenza di aver trovato una prestazione all’altezza del bisogno nell’ospedale principale aretino, mi sono chiesto se non fosse il caso di esprimere pubblicamente un interrogativo: in provincia di Arezzo c’è una sola sala Emodinamica annessa all’UTIC? E, se sì, non sarebbe il caso di affiancargliene un’altra per situazioni d’emergenza, considerando il numero degli abitanti, oltre trecentomila, e l’età media piuttosto avanzata degli stessi, per i quali spesso sono richieste, d’urgenza, installazioni di pacemaker e protesi coronariche?
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