Il cambio della guida a Cortona costringe tutti i partiti a riflettere e impegnarsi

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cortonaL’esito, in controtendenza nazionale, del Referendum del 4 dicembre 2016, segnando il sessanta per cento a favore del SI, faceva pensare all’esistenza a Cortona di un granitico elettorato “conformista” allineato alle indicazioni del PD. Mentre nel Paese vincevano i NO di un fronte largo: esteso dai residui comunisti ai nostalgici fascisti. Meno “conformisti” erano stati, invece, i risultati delle successive elezioni politiche, dalle quali usciva un PD intorno al 30%, mentre saliva, inaspettatamente, a primaria grandezza la Lega, spostando decisamente l’asse politico a destra, in precedenza, tradizionalmente, orientato a sinistra.  Assegnando, sulla carta, un ruolo determinante al M5S, che, com’era prevedibile, non lo è stato, date le strane regole di non formare coalizioni a livello locale, mentre a Roma avevano già cestinato la linea stringendo l’alleanza con la Lega, mascherandola da “contratto”, ma sempre alleanza rimane.

L’approccio alle elezioni amministrative del maggio 2019 è stato per ogni parte politica travagliato. Per primo il PD, che ha fatto capire alla Sindaca che era al suo termine, scommettendo su Bernardini sul quale, tuttavia, pesava di aver fatto parte della Giunta Basanieri. Niente primarie, né di partito né di coalizione. Ma quale coalizione? Coi comunisti il PD da quel dì aveva rotto, anzi, ultimamente aveva rotto anche con SEL e i transfughi di LEU, cacciando dalla Giunta l’unico loro esponente. Di fronte al pericolo di non farcela da solo, il PD ha in qualche modo portato comunisti e ed ex-comunisti a rinunciare a proprie liste, nella speranza di raccoglierne i voti in quanto unici difensori del “Comune di sinistra da oltre settanta anni”; mentre con LEU c’è stato l’accordo di non presentare il loro simbolo (almeno due simboli in meno dei resti della sinistra!) bensì presentarsi in forma di lista civica.

Non meno travagliato è risultato il compito della destra nel formare una coalizione intorno a Meoni. Da un lato erano speranzosi di avere finalmente una chance di vittoria, stando ai numeri delle elezioni politiche, dall’altro però molti si ponevano l’interrogativo: perché dovremmo  rinunciare (come partito o come persona) alla candidatura a sindaco a favore di Meoni che non ha neppure un partito? A sciogliere il nodo ha giocato l’esperienza di Meoni, nel muoversi tempestivamente  costruendo una vasta coalizione di centrodestra, lasciando fuori solo l’estrema destra.

Il compito del M5S è stato più facile nella scelta del candidato sindaco, dovendo  limitarsi al confronto  tra i propri attivisti.

Lo scenario prevedibile si è verificato: il candidato del PD andava al ballottaggio con poche centinaia di voti di vantaggio su Meoni.

Un caffè preso alla vigilia del ballottaggio con un vecchio attivista del PD, mi ha convinto di essere alla vigilia della svolta elettorale. Vera rivoluzione o rivolta elettorale. Quell’attivista,  turbato, mi pose un quesito: “Secondo te, come mai tutti ce l’hanno col ‘Vecchio Sindaco’ e col ‘Babbo’”? come gli era capitato di sentire nella stretta elettorale finale, andando casa per casa a sollecitare il voto per il candidato PD. Sorpreso, non più di tanto, ho glissato sulla risposta. La rivolta del popolo, a cui assisteva, aveva personalizzato, semplificando, le cause del malcontento su un sistema di potere di cui i due erano stati la punta d’iceberg. Altri dirigenti dello stesso partito e di partiti cespugli del PD insieme a figure apicali dell’apparato comunale hanno ridotto a zero, da oltre un trentennio, la necessaria dialettica politico amministrativa tra tutte le forze in campo, di maggioranza e opposizione. Gli affari del Comune ridotti a gestione privata dal “cerchio magico cortonese”. Incurante di critiche e suggerimenti che non rispondessero alle loro logiche: obiettivi personali, carriere politiche e impiegatizie, scelte amministrative,  tutto soggetto al loro placet. (Nel Corriere della Sera del 14 luglio, ecco ciò che ha detto ai suoi del PD Zingaretti, quel che in molti abbiamo sostenuto da illo die: “Troppo spesso questo partito è un arcipelago in cui si esercita il potere. C’è un regime correntizio che appesantisce tutto. Ci sono realtà territoriali feudalizzate, che si collocano con un leader o con un altro a prescindere dalle idee”).

Non che segnali di insofferenza e critica aperta a quel sistema di potere non fossero emersi, anche clamorosi, come accadde dieci anni fa con la nascita di una lista Civica, politicamente trasversale,  che portò ben 2 consiglieri in Consiglio comunale. Tra i motivi della nascita della lista Civica fu la defenestrazione del sindaco PD, da parte di un altro smanioso pretendente PD, senza concedergli la controprova delle primarie. L’apparente facile vittoria spinse il “cerchio magico”  a seguitare con gli stessi metodi di asfaltare chiunque l’avesse criticato. Con rinnovata arroganza.

Un po’ di storia. Dal 1995 il PCI non esiste più nelle liste  elettorali cortonesi. Ad esso sono seguite nuove sigle che, pure divise tra loro, ottenevano nell’insieme positivi risultati elettorali. Grazie al richiamo al “voto utile a sinistra” (quale sinistra democratica rappresenterebbe un sistema di potere personalistico ‘feudalizzato’, qualcuno può spiegarlo?), il cui Partito maggiore (pur cambiando spesso nome) offriva garanzia di successo e sviluppo di tante piccole e grandi ambizioni di carriera, purché con l’assenso dei capi bastone del cerchio magico. Alle logiche del PCI, che nelle occasioni amministrative cercava di aderire al meglio alle esigenze del Comune, cioè della gente, dal ’90, a Cortona, sono subentrate logiche di  gruppi ristretti, d’un cerchio povero di cultura di governo quanto arrogante e affarista. Gli elettori non sono stupidi, ci mettono tempo, ma alla fine afferrano il problema.  L’augurio è che, giunti al fondo, nel centrosinistra, nel suo insieme e nelle singole componenti, si faccia un bell’esame di coscienza, e si inizi a dare spazio alle energie migliori senza tutoraggi, soprattutto tornando in mezzo al popolo a parlare dei problemi da risolvere.

Compito impegnativo attende anche Meoni, a cui non mancherebbe l’esperienza per non copiare le cattive pratiche, sulle cui denunce ha creato la sua credibilità. Svincolandosi da logiche di partito, far crescere intorno a sé nuovi quadri amministrativi, coscienti della storia e della identità forte di Cortona, che si è creata nel tempo, seguendo il filo delle migliori pratiche amministrative, su cui innestare nuovi progetti di solidarietà civica e benessere economico. Perseguendo l’interesse generale della popolazione. È l’augurio di tutti. È, comunque, una vicenda i cui sviluppi avremo modo di vedere e valutare.

fabilli1952@gmail.com

La “Tabula Cortonensis” e le peripezie dello scopritore, Giovanni Ghiottini

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tabula cortonensisGiovanni Ghiottini (Indiana Jones per caso) carpentiere di Castiglion Fiorentino, di quelli che san far tutto nel cantiere edile, avviato al mestiere nella impresa cortonese Cateni,  mai avrebbe pensato di trovarsi al centro dell’attenzione mediatica nazionale e internazionale per un singolare ritrovamento, lavorando nel seminterrato d’una villetta alle Piagge di Cortona. Neppure avrebbe desiderato subire un processo per appropriazione indebita di oggetti archeologici, com’ebbe, né districarsi in una estenuante battaglia legale con organi statali, Ministero e Soprintendenza ai Beni archeologici – egli che misconosceva, persino, l’esistenza dei musei archeologici – al fine di ottenere la ricompensa spettantegli per legge.

Scavando in un seminterrato, per ricavare una rampa di scale, si trovò a raccogliere, uno di seguito all’altro: due candelabri, un grosso vaso, e sette lamelle bronzee dai bordi irregolari; spezzate grossolanamente, piegando, più volte, la tabella su sé stessa. Il proprietario aveva inteso disfarsi del documento, come oggi si farebbe stracciando un foglio di carta. Alla lamina scritta, di forma rettangolare, mancava solo la tessera finale, dove, forse, si sarebbe trovato data e firma del proprietario.  Ma non fu la ricomposizione della tavoletta – emersa, dall’abbandono, alla storia come “Tabula Cortonensis” -, invece, la prima preoccupazione di Giovanni fu avvertire del ritrovamento l’architetto Brogi e il padrone di casa Rosi per ricevere consigli sul da farsi. Consegna tutto alla Soprintendenza, gli fu detto. Cosa che fece in breve tempo. (Alzi la mano chi si sarebbe precipitato alla Soprintendenza  non senza, prima, aver curiosato sui reperti, interpellando esperti o sedicenti tali?). Era il 1992. Da allora, per un quindicennio, la vita di Giovanni cambiò vertiginosamente.

La prima disavventura seguì subito la consegna del materiale: denuncia penale e processo per sottrazione di materiale archeologico! Assistito da uno studio legale, assegnatogli d’ufficio, gli costò una fraccata di soldi: trenta milioni di lire! Nel frattempo, la stampa lo indicava, chissà perché, come “carpentiere calabrese”. Esito finale: assolto (nel 1995), perché “il fatto non sussiste”! Di quale reato, infatti, si sarebbe macchiato Giovanni nell’avere atteso alcuni giorni dal ritrovamento alla consegna alle autorità? Tanto più che accertamenti successivi, in sito, diedero esito negativo. Non si trovarono altre antichità sotto quel terreno. Al dire dei vicini, negli anni Sessanta,  nel posto era stato scaricato  materiale da scavi provenienti da altra zona cortonese. Ciò spiegava la vicinanza tra loro dei reperti: verosimilmente, mescolati a materiale nel cassone d’un camion. Bene. La prima domanda, di buon senso, da porsi sarebbe stata: fu indagata la provenienza del materiale di riporto? A Giovanni non risultarono indagini fatte in tal senso. Intanto, lui, fu costretto, in tutta fretta, ad aggiornarsi sull’archeologia e sulle competenze di questo o quell’Ufficio pubblico, per non finire come un topo in trappola. Ancor oggi, suonerebbe strano che sia stato l’unico, a Cortona, tartassato dalla giustizia per appropriazione indebita di materiale archeologico. Quando vox populi parlava di veri e propri traffici di reperti, negli anni dell’esplosione edilizia in Camucia. Dagli anni Sessanta in poi. Oltretutto, Giovanni aveva consegnato tutti i reperti, come risultò dalle perquisizioni, domiciliari e in auto, eseguite dai carabinieri. Perciò, quali motivi avrebbe mosso l’autorità a metterlo in scacco? Uno. Fondamentale. Non riconoscergli l’indennizzo, se messo fuorilegge.

Essendogli costato un botto di soldi ripulirsi dall’infamia di ladro, si domandò come avrebbe potuto avanzare la costosa procedura di richiesta d’indennizzo.

Frattanto, la storia della tavoletta bronzea era ascesa a interesse internazionale per la peculiarità: pochi reperti al mondo contengono testi etruschi di lunghezza pari alla Tabula Cortonensis. Che, giustamente, il bravo storico locale Santino Gallorini ribattezzò Tavoletta Ghiottini, in onore dello scopritore. Fosse stato un intellettuale, forse, l’avrebbero assecondato, ma si trattava d’un umile carpentiere. Al quale venne in aiuto lo studio Niccolai (interessato al guadagno, ma solo se ottenuto il buon fine), senza fargli cacciare soldi anticipati, sostenendolo nell’incerta battaglia legale per ottenere dallo Stato quanto dovuto. La causa, lunghissima, si concluse nel 2005. Dopo aver interpellato più Ministri (mai una risposta), un Presidente del Consiglio, Berlusconi, (risposta d’ufficio) e, finanche, il Presidente della Repubblica, Ciampi, (risposta, ancora, d’ufficio), ed essere intervenuto a manifestazioni, presenti autorità legate ai Beni Archeologici, in silenziosa protesta con  scritte beffarde sulle magliette indossate da Ghiottini. In un’occasione ne sfoggiò 5 o 6 con diciture tipo: “Chi riconsegna reperti archeologici (una croce funerea seguiva il testo), chi non li riconsegna ha (seguiva la foto d’una fiammante Ferrari)”. Era chiaro, l’ostacolo principale alla conclusione favorevole della vertenza risultava essere il decisore finale: il Sovrintendente archeologico toscano, Francesco Nicosia. Il quale riuscì pure a infiocchettare sulla stampa il racconto del “carpentiere calabrese” che avrebbe consegnato alle autorità la Tavoletta bronzea per nascondere ritrovamenti ben più importanti, nel tentativo di sviare la Soprintendenza. Inganno in cui, Nicosia, dichiarava, sprezzantemente, che non ci sarebbe cascato.

Un giorno, Giovanni fu chiamato a Firenze da Nicosia. Si trattò del primo  incontro tra i due, nonostante il lungo tempo trascorso dallo scangeo mediatico e dai fatti giudiziari accaduti. Nell’incontro, il Soprintendente – lui sì calabrese verace – chiese bruscamente a Giovanni: “Devi dirmi: dove hai trovato veramente quei reperti?” Domanda che gliela avrebbe dovuta porre da quel dì… Non è semplice riassumere, in poche battute, l’incazzatura di Giovanni e il finale burrascoso del colloquio, tanto che, l’archeologo per caso, scendendo precipitosamente le scale, ebbe timore d’un attentato alla propria incolumità!  [fine prima parte]

tabula cortonensis

fabilli1952@gmail.com

 

 

 

 

Ricciotti Valdarnini, primo sindaco comunista eletto a Cortona (1946), espulso dal Partito che aveva creato

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Valdarnini 2Ricciotti Valdarnini nacque ad Arezzo (1896), ma negli anni Venti, dopo scontri coi fascisti, si stabilì a Camucia con la moglie Maria Borri. Risoluto negli ideali, nel 1933 fu imprigionato “per aver svolto, insieme a Bistarelli Santi e Rachini Cesare, attività comunista creando in Camucia un aggregato di individui della stessa idea dei quali egli era il capo”. “Ammonito”, schedato, e vigilato dalla polizia, nel 1938 fu arrestato di nuovo alla vigilia del viaggio di Hitler in Italia, insieme a Sem Faralli e Antonio Marcelli, perché “persone da arrestare in determinate circostanze”.

Produttore di mattonelle di cemento, visse dignitosamente senza padroni. Nella passione politica, associò letture impegnative e direzione clandestina d’una ridotta ma efficiente struttura di partito. Autodidatta, raggiunse un buon livello di preparazione. Al passaggio del fronte di guerra, stampò un libretto: “ La Democrazia progressiva”. Conforme alla svolta di Salerno (1944), imposta da Togliatti al PCI, che prevedeva: l’accordo coi monarchici e gli altri partiti antifascisti (democristiani, socialisti, liberali, azionisti), e la rinuncia alla conquista del potere per via “rivoluzionaria”,  battendosi per il “progresso” in regime democratico. Valdarnini, per quattr’anni, fu il primo sindaco di Cortona eletto a suffragio universale (1946). Preceduto nella carica, dopo la Liberazione, da nominati dal Governatore inglese quale autorità occupante: Alessandro Ferretti, Camillo Buorbon di Petrella e Nibbi. Anni convulsi, la società piagata dalla guerra, il territorio, carente di sbocchi occupazionali, prevalentemente agricolo. Valdarnini sindaco s’ingegnò a combattere la “miseria nera” procurando lavoro ai tanti disoccupati presso grandi aziende agricole, e a riassettare disastrati servizi e infrastrutture vitali: scuole, fogne, strade, acquedotti,…(sua la Relazione consuntiva dei 4 anni, in Biblioteca).  A lungo, rimase la sua firma in piazza Sergardi a Camucia: una grande stella rossa centrale. Politico e amministratore, tentò la carriera parlamentare, candidandosi al Senato. Qui vennero al pettine i nodi dei conflitti con l’apparato burocratico della federazione aretina del PCI. In lizza con il concorrente Gervasi, da Foiano, buon pedigree politico e miglior sintonia con la federazione del partito, Valdarnini non fu eletto. Pur essendo Cortona tre volte più popolosa di Foiano, ma, nelle preferenze provinciali, i conti favorirono Gervasi. Nel frattempo, all’espansione organizzativa e dei consensi elettorali, i dirigenti aretini inviarono a Cortona, da altre piazze, funzionari politici professionisti più obbedienti. Natale Bracci al sindacato, da Terranova Bracciolini, e Luigi Agostini al partito, dal Casentino (anche se incarichi politici e sindacali erano scambiabili o sovrapponibili). Valdarnini rimase svincolato dall’apparato di partito, avendo preferito mantenere il mestiere di piastrellista. Leader indiscusso nella ricostruzione, e colonna portante in clandestinità: capo di attivisti sparsi nel vasto Comune che da lui si rifornivano di materiale propagandistico, notizie, e direttive dal “centro”. Fu pure collettore di materiale destinato ai partigiani alla macchia. Coadiuvato da attivisti, come Umberto Berni (Fagiolo), ricordato, incosciente e spavaldo, viaggiare in paese con un fucilaccio a tracolla! Compagni folkloristici ma efficienti, quanto la burocrazia stalinista del PCI. Contro cui Valdarnini ingaggiò uno scontro “autonomista”: in loco, le questioni dovevano essere risolte dai cortonesi non dall’apparato federale; finché fu processato ed espulso dal PCI accusato di “titoismo”. Da Tito, leader in conflitto con l’URSS fino alla scomparsa di Stalin (1953). In realtà, riferimento di Valdarnini e del suo seguito non era Tito ma Trotsky, teorico della “rivoluzione permanente”. Contrario al ruolo dell’URSS guida mondiale del socialismo, pur rispettandone le “conquiste”, contrario all’invadenza burocratica del partito sullo Stato, contrario al culto del capo Stalin, che aveva soffocato nel sangue il dissenso, inviando gli oppositori in carcere, nei lager, o soppressi, con o senza processi sommari.  Quello stalinizzato non era il partito atteso da Valdarnini, Ciro e Alfiero Cenderoni, Dino Baldi, Gino Rinaldi (Spallone), Fulvio Castellani (Punzino), Ettore Crivelli, e dai giovani Luciano Salvadori e Gino Schippa. Di Trotsky, ucciso con una piccozza in testa (1940), alcuni eredi ne seguirono le orme nella IV Internazionale. Alla quale aderirono i trotzkisti cortonesi, ospitando più volte il leader Livio Maitan, riunendosi le domeniche pomeriggio a leggere e discutere di politica, anziché seguire “Tutto il calcio minuto per minuto”, come faceva gran parte dei coetanei. Girava varia stampa comunista: “L’Unità” “Rinascita” “Il Pioniere”, “Bandiera rossa” bollettino della IV internazionale, “Il Programma comunista” e “Battaglia comunista” bollettini bordighisti. Alcuni del gruppo presero la via dell’“entrismo”, teorizzato da Trotsky stesso: siccome siamo pochi, entriamo con  le nostre idee in altri partiti e sindacati vicini al proletariato. Valdarnini era noto per sue definizioni lapidarie: “I bordighisti sono bravi ma duri…” e “Tante cose in Russia non tornano…” Così come ricorrevano accuse (dal PCI) contro lui e i seguaci: “I comunisti di Ricciotti dicono che in Russia non c’è più il comunismo!” o anche: “A loro non sta bene niente!” I compagni di Valdarnini – fino alla morte della moglie Maria (1965), da cui ne uscì prostrato – lo considerarono un caposcuola. Formatore che trasmetteva passione, di quelle che possono catturare per la vita intera. Una volta espulso, molti militanti del PCI lo isolarono, pochi gli tributarono, ancora, rispetto e riconoscenza, avendo egli sacrificato i migliori anni della vita a tesser trame antiregime in clandestinità. Senza di che non sarebbe sorto il PCI, forza travolgente e primo partito cortonese nell’ immediato dopoguerra. Ma cotanto merito non servì a impedirgli l’espulsione! Morì a 79 anni. La salma fu esposta nella Sala consiliare comunale, quale ex sindaco. E – col senno di poi – anche per meriti politici: essendo stato tra i più generosi liberi pensatori del suo tempo, filantropo ribelle a ogni sorta di autoritarismo prevaricante.

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Valdarnini 1Scheda segnaletica della polizia politica, dal libro: Il PCI cortonese -1921-1946 di Ivo Camerini e Giustino Gabrielli

I motivi del crollo politico della “sinistra” a Cortona vengono da lontano

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cortonaInnanzi tutto sfatiamo un mito: è la sinistra a governare Cortona o non già una lobbie di persone che da un quarantennio comandano scambiandosi ruoli tra loro?

Prima di rispondere, parliamo un po’ di politica generale. Dal 1990 non esiste più il PCI, che dal dopoguerra aveva avuto la maggioranza, per un periodo anche assoluta, in Consiglio comunale.  Uno dei motivi di tanto successo, anche in momenti di calo dei voti al PCI  (basta ricordare, nel 1985, il PCI nazionale calava mentre a  Cortona raggiunse l’apice della maggioranza assoluta) era dovuto al fatto che,  pur essendo la Giunta un monocolore comunista, avresti trovato in Giunta e in Consiglio comunale numerosi “indipendenti”, persone che non solo non avevano la tessera del partito ma avevano tutt’altre idee politiche. Perché era piena coscienza che la quantità di voti raccolta (tantissimi) non significava che le risorse umane e culturali interne al partito coprissero altrettanta capacità di dare le opportune risposte alla società in forte trasformazione, da agricola e artigianale in post industriale, dei servizi, del turismo,… Insomma bisognava (almeno) tentar di pescare nella società civile le competenze necessarie. Gli esiti non è che fossero sempre pari alle aspettative, ma, intanto, ci si  provava, guadagnando all’amministrazione persone che mai avrebbero pensato di fare il consigliere o l’assessore, men che meno insieme ai comunisti. E se qualcuno della squadra zoppicava, poco male, il resto gli veniva in soccorso. Non starò qui a giudicare se fu fatto tutto bene o se si poteva far meglio, essendo personalmente coinvolto a vario titolo fino alla fine degli anni 80. (Solo a mo’ di rimando storico ricordo qualcosa di ciò che si fece: la metanizzazione, le prime aree artigianali e commerciali, la piscina, il depuratore, l’avvio del centro convegni s. Agostino, i primi interventi sul Museo, molta edilizia popolare, compreso nel Centro storico, il ponte sull’Esse a Camucia, la palestra a Camucia,…per ora, basta così). Oltre al contributo degli “indipendenti” e il lavoro di squadra, avevamo avuto una eredità amministrativa ben strutturata dai predecessori,  una macchina comunale efficiente, e una contingenza finanziaria molto favorevole nell’accedere al credito. E noi la usammo, recuperando alla grande il gap che ci distanziava da città importanti come Arezzo.

Nel 1989, per la nota ragione del dissolvimento del PCI, le strade dei dirigenti e della base di quel gruppo si frantumarono pian piano, creandosi al vertice come alla base spaccature e incomprensioni, in molti casi mai risolti. Furono sciolte pure le Circoscrizioni che, come palestra politica per tutti i partiti, non erano male. Da lì si pescavano i futuri assessori e consiglieri comunali di ogni partito. Mentre negli altri partiti c’erano le “correnti”, nel PCI emersero alla fine, all’atto dello scioglimento, sotto forma di “mozioni”, trasformatesi poi in partiti. Il PDS e Rifondazione comunista (che, a sua volta, partorì i Comunisti Italiani) tutto sommato, pur divisi, quei partiti non persero i consensi precedenti dello scomparso PCI. A quel passaggio storico farei risalire molti “vizi” futuri della sinistra. Cambiare nome, ogni tanto, portava bene al partito, pur mantenendo gli stessi dirigenti. (Ricordo a proposito la battuta del prof. Karl Huber: PDS significa Partito degli Stessi! Lì per lì mi rose, ma aveva ragione!). Cioè a politiche nuove – al centro e in periferia – restavano al mestolo sempre i soliti con qualche cooptazione in più. Insomma, pur riuscendo nel nuovo millennio a distruggere – inesorabilmente – l’identità di “sinistra” dei soggetti politici sopravvissuti (un gran casino di nomi da ricordare, alcuni effimeri come le lucciole, dai programmi illeggibili, assurdi, che la gente votava sulla “fiducia” senza averci capito una mazza) in tantissimi della mia generazione di ultra sessantenni ci sono arrivati fino alla pensione, vivendo solo di politica! Evviva. Poi non ci si meravigli, come ultimamente sta succedendo, che la gente si sia rotta le scatole di quel teatrino (a destra e a sinistra è stato lo stesso) ed abbia votato in massa prima 5 Stelle e oggi Lega. Per disperazione!

Torniamo alle vicende del Comune. Seguendo lo stesso processo, dal Centro alla periferia,  a cosa abbiamo assistito? Crollato il PCI sono avanzate seconde e terze file con la fredda determinazione non solo di scalare tutti i livelli degli incarichi (normale ambizione) da consigliere comunale a sindaco a presidente Usl o Provincia, consigliere regionale, deputato,…ma con un’aggravante territoriale: costruendo un cerchio di comando con un nocciolo duro di alleati – cambiandosi i ruoli e cooptando nel cerchio magico solo persone affidabili e controllabili  - essere riusciti per 40 anni (e forse anche più!) a detenere a Cortona il potere! Come faccio a sostenerlo? non sarebbe neanche necessario farlo, perché in giro sono tanti coloro che han capito l’esistenza dei burattinai, pochi ma potenti. Mi limiterò a dare un indizio. Avete presente la lista Cortona Civica? Bene. Ci sono tante persone perbene e in buona fede, che mi auguro daranno il loro contributo al futuro amministrativo, visto che alla presentazione della lista sono intervenuti a sostegno ben tre ex sindaci. Ma, tra tutti costoro, chi ha raccolto un botto di preferenze? Un giovane, una persona impegnata nella società civile distintasi per meriti? No, è stato un “dinosauro” della politica locale che ha ricoperto, e potrebbe ancora ricoprire, incarichi istituzionali o in società partecipate, sempre collegate alla politica.

Quindi, qual è il mio augurio? Che il candidato sindaco del PD, Bernardini, chieda alla vecchia nomenclatura di ritirarsi e lasciarlo far da sé, con facce nuove non attaccate al filo dei burattinai occulti. Magari dando, prima del voto, segnali  in tal senso. Perché gli farebbe bene rimarcare anche platealmente questo scarto? C’è stato buon governo prima di lui? Certo. Quando si è trattato di gestire attività, ad esempio il turismo, dove il pilota doveva  solo tenere la barra dritta è stato facile. Le basi di tanto successo ricorrono al dopoguerra, persino alla vecchia Azienda di Soggiorno del commendator Favilli, bravo promotore. Ma sulla sanità ad esempio, cari miei, che fallimento! Avevamo un’eccellenza alla Fratta: l’ortopedia. Che fine ha fatto? Gli operatori se ne sono andati in una clinica privata perché l’azienda USL non avrebbe consentito loro di avere a disposizione quanto gli serviva. Cioè ne è stata “impedita” l’operatività, che invece nel privato è consentita loro, e, per fortuna dei pazienti, pagata dalla stessa USL!!! Sorvoliamo poi sul livello di sicurezza, in caso di ricovero d’urgenza alla Fratta, perché, da persona assennata, non voglio alimentare un discredito che danneggerebbe ciò che già è precario.

Formulata in modo diverso, farei una richiesta anche al suo contendente di centrodestra Meoni, (che, a modo suo, si è battuto negli anni a migliorare l’attività amministrativa del Comune) nella stessa logica della trasparenza: presenti la sua squadra di amministratori. Contentarsi dell’uomo solo al comando a molti piacerà, ma non a tutti.

Due parole, infine, all’improvvido candidato sindaco 5Stelle Donzelli: che i suoi elettori siano liberi di votare il sindaco che vorranno è lapalissiano. Ma che egli lo abbia “certificato” in un comunicato stampa prima della riunione del meet up, nel quale – per ipotesi – avrebbero potuto decidere diversamente, mi sembra un esordio infelice come “portavoce”. Designando – temo – il suo ruolo futuro all’insignificanza politica. Senza aver dietro un gruppo coinvolto  in ogni scelta non si può andar lontano.  Vista l’esigua differenza di voti tra i due candidati, un attimo di riflessione comune prima dell’uscita sulla stampa – penso – sarebbe stato meglio. Non sarebbe stato un pregio grillino votare su ogni decisione importante?

fabilli1952@gmail.com

SPREAD, ovvero arma di ricatto di massa (corsivo di Petruska)

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SPREADAnche a ridosso (prima e dopo) delle elezioni europee del 26 maggio si sta verificando il tentativo di ricostruire quel “clima”  da “spread” del 2011 che sfociò nel “golpe bianco” con l’incarico al neo-senatore a vita Mario Monti – nominato in 48 ore dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Un Senatore a vita si nomina per “meriti”,  ma, come riportò il settimanale Panorama del 19/03/2013, il professor Monti non ne aveva alcuno, né accademici né altri degni dello scranno senatoriale. (A meno che non contino – tra i “meriti – l’essere sato nei board delle banche d’affari!)

Il 99% dei media e delle forze politiche d’opposizione (cioè della reazione contro ogni “cambiamento” dello status quo) gridano che lo spread è aumentato per colpa del governo giallo-verde: un Governo che fa gravare alti costi sulle spalle degli italiani, un Governo incapace e dannoso (può darsi ). Sottointendendo: quant’era bravo il Governo Monti che salvò l’Italia, insieme alla Ministra Fornero, come si andava bene  col Governo PD-FI! col rigore, l’austerità, l’obbedienza ai parametri europei. Nonostante che il senatore Monti -  non molto tempo fa - abbia dichiarato che l’austerità serve innanzitutto a togliere sovranità agli Stati.   

In sostanza: lo spread è una balla colossale, una falsificazione immensa perché:  non ci saranno aste di titoli dello Stato prima di tre mesi! dunque oggi, lo spread  a 290 – 300 punti, fosse effettivo (considerando la volatilità) riguarderebbe quote minime di debito trattate nel cosiddetto mercato secondario. Non dimentichiamo che il debito pubblico italiano aumentò di quasi il 100% per gentile concessione del prof. Prodi al collega tedesco Kholl, come lo stesso irridente  Prodi ha ammesso.

 

Lo spread è il differenziale di tasso di rendimento, ossia gli interessi da versare ai gruppi finanziari privati, dei titoli italici in vendita rispetto al tasso di interesse dei titoli tedeschi. Perché referenti sono i titoli tedeschi e non di altri paesi? Perché l’economia tedesca è centrale e inossidabile? No.  Fu deciso a suo tempo, in prima fila dagli USA, per controllare la finanza della Germania e della nascente Unione Europea. (Gli USA considerano ancora l’Europa la perdente della guerra, non l’alleato, subalterna ai suoi diktat economici. Basta ricordare le “sanzioni”che gli USA fanno a destra e a manca, costringendo gli Stati Europei ad allinearsi, fottendo loro quote di mercato ricche, come quella Cinese, Russa, o Iraniana).

I media e i politici raccontano che sono i “ mercati” che decidono il differenziale di spread, è tutto falso: il differenziale  viene deciso dalle centrali del grande capitale finanziario straniero “globalista” e liberista.

Si vuole controllare, intimorire l’elettorato per evitare il “salto nel buio”.

Il vero salto nel buio è stato togliere agli Stati e alla Comunità Europea (al potere politico) il potere sul denaro da prestare agli Stati, avendone dato il potere eventuale alla Banca Europea (BCE, privatizzata!) di emettere Bond-europei; che, però, ad oggi non ha emesso, lasciando gli Stati alla mercè della finanza privata.

Petruska

Euro: una questione di classe

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europa I cittadini che andranno a votare per il rinnovo del Parlamento europeo devono sapere che la scelta non è se uscire o riformare l’UE, per il semplice fatto che la UE è strutturata in maniera tale da non essere riformabile né in senso democratico-progressivo-sociale e nemmeno nella direzione di una Stato Federale.

Basti pensare che poter riformare i trattati europei è necessaria  l’unanimità di tutti i 28  Stati membri dell’UE. Ora non bisogna essere particolarmente dotati per capire che ciò non accadrà facilmente. La ragione è che le condizioni economiche-sociali sono estremamente eterogenee e differenti tra gli Stati.

Gli interessi degli italiani non sono gli stessi  dei tedeschi, e non perché la Germania è particolarmente cattiva, ma perché non sussistono le condizioni giuridiche, economiche per una reale riforma dell’UE in uno Stato democratico sovranazionale.

La democrazia si fonda in una comunità e una comunità si contraddistingue per storia, cultura, lingua in cui i membri della comunità si sentono sufficientemente uniti per accettare di impegnarsi in prassi solidaristiche e politiche redistributive tra le classi e/o regioni.

 Senza demos (comunità) non può esistere democrazia sociale/solidaristica e il demos europeo semplicemente non esiste: tra i membri dell’UE abbiamo prassi sociali, storia, cultura, lingua differenti. È falsa l’idea che oggi stiamo assistendo al declino degli Stati nazionale. È l’esatto contrario.

 Quindi non si tratta di riformare l’UE o uscire dall’UE. Si tratta di scegliere se rimanere nell’UE così com’è, o uscire dal sistema dell’euro e recuperare autonomia economica, politica e democrazia.

Come disse il sociologo, prof. Luciano Gambino poco prima di morire: “Nessuna realistica modifica dell’euro sarà possibile, è la camicia di forza per impedire ogni politica sociale e progressista”.

“Tertium non datur”

Pertanto la domanda che ognuno di noi dovrebbe farsi, non è se sia nell’interesse dell’Italia restare o non restare nell’euro, ma se sia nell’interesse del lavoratore precario, del disoccupato, di quello che arriva a fatica a fine mese, della classe lavoratrice, e di chiunque sia interessato al rilancio di investimenti, produzione e occupazione.

 L’euro non ha fatto del male a tutti gli italiani. Anzi, c’è chi ci ha fortemente guadagnato.

Quindi quando andiamo a votare la prima domanda da porsi: “A quale classe sociale appartengo?” E cercare di capire tra i partiti in lizza “qual’è il più vicino?”.

 

Petruska

 

 

Nina Sokolova, la sommozzatrice che tenne aperta “la via della vita” nella Leningrado assediata (corsivo di Petruska)

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NINA SOKOLOVANove maggio 1945, l’armata sovietica  “accettò” la resa incondizionata della  Germania nazista. La seconda guerra mondiale non ha paragoni storici  per quantità di distruzioni e numero di morti: 50 milioni di cui 29 milioni sovietici.

 In un documento della CIA, di qualche anno fa, ancora non ci si spiegava come l’URSS avesse potuto reggere l’urto d’una armata di  9 milioni di soldati sotto il comando tedesco.  Vuol dire che contro il piano Barbarossa, nome in codice dell’invasori, fu combattuto da un popolo intero: uomini, donne, vecchi, giovani. Ciascuno mise le sue competenze per salvare la  Patria e l’Europa dal nazi-fascismo.

Un ruolo fondamentale, che determinò l’esito del conflitto, lo svolsero le donne  in  tutta l’URSS.  L’elenco  dei ruoli  svolti dalle donne in Russia durante il secondo conflitto mondiale riempirebbe pagine su pagine.Un ruolo di primo piano l’ebbe una ragazza, Nina Sokolova, la prima donna sommozzatrice.

 Fu lei a suggerire la costruzione di un oleodotto sul fondo del lago Ladoga, attraverso cui la città di Leningrado, assediata da truppe tedesche e finniche,  avrebbe ricevuto il prezioso combustibile durante il blocco durato dal 8/9/1941 al 27/01/1944. (Oltre trenta mesi di assedio durante i quale la gente moriva di fame come mosche, ridotta a cibarsi persino di cinture di cuoio lessate se non di peggio!). Pur immergendosi ogni giorno prendeva 300 grammi di pane al dì. Decine di migliaia furono i feriti e i morti causati dalla pioggia di bombe e dai colpi di cannone quotidiani.  Un martellamento infernale.

Durante l’assedio, il gruppo Sokolova recuperò 4000 sacchi di grano, mandati nella città affamata.

L’idea geniale  di Nina Sokolova fornì carburante alla città, aiutando a difendere Leningrado e salvare migliaia di cittadini. Oltre 45000 tonnellate di carburante furono trasportate attraverso il l’oleodotto sommerso.

Dopo la fine dell’assedio di Leningrado, Nina Vasilievna ricevette il grado di colonnello-ingegnere,  avendo trascorse centinaia di ore sott’acqua. Dopo guerra, Sokolova si dedicò all’insegnamento.

Tutti noi  dovremmo recuperare il concetto di appartenenza così come lo cantava  Giorgio Gaber.

Petruska

Il contadino e la vecchia India, Bruschi Quintilio scultore in mostra, di Vanessa Bigliazzi

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Bruschi quintilio 2Lo scorso 5 aprile è stata inaugurata alla Fortezza del Girifalco la mostra La Vecchia India di Quintilio Bruschi. Come ha correttamente osservato il Prof. Marco Pacioni, intervenuto durante l’inaugurazione: «“Vecchia” sta per arcaico, atemporale e “India” è ciò che aiuta a evocare una dimensione fuori dal tempo cronologico».

A quasi venti anni dalla sua morte, l’articolo “Quintilio Bruschi , ex contadino, geniale scultore creativo del legno” pubblicato su questo stesso giornale da Ferruccio Fabilli (edizione del 15 maggio 2017) è stato uno stimolo importante per ricostruire la storia dello scultore e delle sue opere.

Quintilio Bruschi nacque in una famiglia contadina di Cortona nel 1912 e visse  nel cuore della Valdichiana: prima a Cortona poi ad Acquaviva di Montepulciano dove morì nel 2002.

All’inizio degli anni Trenta, fu artigliere e responsabile di un deposito di armamenti al Forte Santa Caterina di Verona. Durante la guerra combatté in Libia, dove fu ferito gravemente al cranio e fu costretto a rimpatriare. Aveva sposato nel 1937 Mafalda Crocini. La coppia non ebbe figli e poté vivere della pensione d’invalidità di Quintilio.

Bruschi iniziò a scolpire e a disegnare nel 1970, all’età di cinquantotto anni. Prima di allora non aveva mai lavorato il legno, eppure una mattina decise di procurarsi scalpello e mazzuolo e cominciò a scolpire il primo pezzo di legno che gli era capitato sottomano, finché non riuscì a creare una figura intera che avrebbe donato in seguito a papa Paolo VI. L’opera, ancora oggi conservata presso la collezione d’arte contemporanea dei Musei Vaticani, gli consentì di ottenere la Benedizione Apostolica del Santo Padre nel 1972.

Grazie alla scultura, Bruschi riuscì a liberarsi delle proprie angosce, rielaborandole e trasformando la realtà in un mondo immaginario. L’arte gli permise di superare una profonda crisi depressiva che molto probabilmente risaliva alla ferita subita in guerra. È come se dopo questa grave ferita le difese psichiche che esistono ordinariamente tra il conscio e l’inconscio, ossia tra le parti razionali ed emozionali fossero in parte cadute.

Bruschi realizzò imponenti sculture in rovere, noce, ciliegio, ma utilizzò anche vecchi copertoni di automobili, ritagli di latta e cartone.

Tra i suoi soggetti più frequenti, gli autoritratti e le raffigurazioni di donne e uomini da lui definiti «delle prime epoche». Queste figure hanno un carattere sacrale e allargano le braccia, esprimendo stupore e una riverenza ipnotica, quasi magica. Le sue figure femminili – busti e madonne a seno nudo circondate da animali senza nome – denotano una prorompente sensualità.

Intorno alle statue femminili ricorre una corona di nodi di querce, simbolo di fertilità. Il Bruschi esaltava la donna nella sua femminilità: il suo era un amore estetico puro capace di  vedere nelle forme di ogni donna qualcosa di vivo, di gioioso, di creativo.

Le sue opere richiamano le tradizioni artistiche di popoli esotici, come i totem delle tribù indiane, l’arte precolombiana e le raffigurazioni scultoree dell’isola di Pasqua.  Nei suoi lavori c’è una profonda commistione tra gli esseri viventi del presente e del passato, aspetto evidente già dalle colte citazioni che si nascondono nei titoli: “La carbonaia dell’800 che va sul monte a fare calorie per la famiglia”, “Il Duca D’Aosta”, “La Nonna”, “Infanzia”, “Il Faraone”, “ La Via Crucis”, “Minerva che nasce dalla testa di Giove”.

Ciò che sorprende è che Bruschi, autentico autodidatta, non ha mai avuto influenze tecniche e culturali: la sua è una creatività spontanea e singolare, che consente di inquadrarlo nell’ambito dell’arte naïf, istintiva e priva di una vera tradizione. Come ha scritto lo storico dell’arte Oto Bihalji-Merin, «come i bambini e i primitivi, i naïf non dipingono né scolpiscono ciò che vedono, ma ciò che sanno o credono».

In vita, Bruschi ottenne encomi, articoli, recensioni, buoni giudizi da parte dei critici e apparizioni televisive.  Nel 1990 venne insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

Poté mettere in mostra la propria arte in città come Torino, Bolzano, Bari e Palermo.

Uno dei più assidui frequentatori della sua bottega fu il giornalista e scrittore Ettore Masina che grazie alle sue recensioni dette al Bruschi una visibilità nazionale.

Le sue opere furono esposte per l’ultima volta nel 1997 presso la mostra Arte Necessaria ai Cantieri Culturali della Zisa di Palermo. Per il Bruschi, ormai ottantacinquenne, quest’ultima mostra rappresentò la consacrazione del proprio lavoro artistico. I suoi lavori furono esposti insieme alle opere di artisti come Fillippo Bentivegna,  Francesco Cusumano, Agostino Goldani, Tarcisio Merati, Salvatore Bonura, Franca Settembrini .  Alessandra Ottieri, curatrice della mostra, lo definì un outsider, un irregolare, accomunandolo ad altri undici artisti in grado di creare un’arte profondamente espressiva e di valore, pur essendo completamente autodidatti, di umili condizioni, in certi casi con problematiche psicologiche e senza nessun rapporto con l’ambiente dell’arte ufficiale.

La mostra, realizzata con la collaborazione dell’Associazione Cortona on the Move e del Comune di Cortona, resterà alla Fortezza del Girifalco fino al prossimo 5 maggio.

Vanessa Bigliazzi

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I soci fondatori delle Case del popolo, altruisti d’altri tempi

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Casa del Popolo di CamuciaTornando col pensiero alle condizioni sociali e politiche del secondo dopoguerra, si  comprenderà il fenomeno che caratterizzò alcune zone cortonesi dal rosso intenso – per l’alta concentrazione di comunisti e socialisti –. Dove la gente, con abnegazione, si ostinò a costruire ritrovi pubblici per attività ricreative e politiche: le Case del popolo.

Fin dai primi del Novecento, nel Capoluogo non mancavano luoghi di incontro,  dalle caratteristiche ricreative, culturali e politiche (cinema, teatro, bar, sale giochi e da ballo), come il Circolo Operaio Signorelli e il Circolo Benedetti. Nel resto del territorio comunale avresti trovato  pochi bar, e rare sale da ballo. I più diffusi e organizzati ritrovi per conferenze, giochi per ragazzi, erano adiacenze parrocchiali: oratori, cinemini, sale per feste e riunioni. Trenta o quaranta parrocchie, presidiate allora da un clero autoctono, addestrato non solo a dispensare sacramenti e dottrina cristiana, ma anche a tessere trame politiche filogovernative e anticomuniste,  in modo più o meno esplicito ed esagitato. Pure le sedi del Fascio, unico e incontrastato presidio politico territoriale durante il Ventennio, non furono così tante, insediate nelle frazioni principali.

Finita la guerra – iniziata l’acuta divaricazione politica tra i partiti del Fronte popolare di sinistra, da una parte,  e, dall’altra,  la DC e gli alleati centristi – sorse l’impegno, divenuto esigenza impellente, di costruire nelle frazioni più rosse e popolose ritrovi polifunzionali. Aperti, nelle intenzioni, alle varie tendenze culturali, sportive e politiche presenti nel luogo, non rappresentate dalla Chiesa. Nonostante le difficoltà materiali di molte famiglie, strette tra miseria diffusa e alla perenne ricerca di lavori spesso precari e malpagati, il moto a favore della edificazione delle Case del popolo fu così partecipato e virtuoso che, nel giro di pochi anni, fiorirono molte costruzioni. A mente, ricordo a Cignano, Montecchio, S. Lorenzo, Farneta, Chianacce, Camucia.

Tra i primi, a contrastarne la realizzazione, furono gli avversari politici del Fronte social comunista, e i preti. Nel ’48, la scomunica contro i comunisti ebbe ripercussioni anche sulle processioni, almeno in qualche parrocchia, dove, per l’assenza delle possenti spalle contadine, toccò alle donne sorreggere le pesanti stanghe delle statue sacre. Dimostrazioni tangibili del distacco massiccio dalle funzioni religiose avvenuto nelle campagne, per via della scomunica.  Alla quale reagirono tanti, indignati, dovendo scegliere tra due fedi: religiosa e di partito. Nel cerchio dei favorevoli a costruire Case del popolo,  insieme ai rossi, si aggregarono non pochi laici, indipendenti dai partiti e dal clero. Tra loro, a Camucia, si  distinse il farmacista Edo Bianchi. Il quale donò il suo obolo pensando al fatto positivo di una frazione che stava organizzando una nuova sede di svago e incontri. Per più generazioni, in quei ritrovi si formarono coppie di innamorati al ballo, vi si riunivano persone sprovviste delle prime televisioni, o in incontri politici e ricreativi, a partire dalle Feste de L’Unità, che presero campo in molte delle numerose frazioni cortonesi.

Il concorso popolare alla costruzione  andava dalla sottoscrizione di quote sociali, a fornire lavoro volontario e gratuito, o conferire, a gratis o a prezzi scontati,  materiale da costruzione: mattoni, cemento, sabbia, ecc. Nei primi anni, la gestione delle Case del popolo fu concorde tra socialisti e comunisti. Ma in virtù del maggiore attivismo dei comunisti,  più numerosi, e a seguito di certi episodi politici scatenanti polemiche tra i social comunisti (i fatti di Ungheria, la riunificazione socialista, e l’avvento del Craxismo), furono, spesso, i comunisti a egemonizzare le cooperative di gestione delle Casa del popolo.  Spazi  stretti furono concessi ai partiti minori di sinistra, PSIUP e Rifondazione Comunista. Gradualmente, furono allontanati dalla sede, anche fisicamente, i socialisti, che, a Camucia, trovarono ricovero in piazza De Gasperi. (Fino a non molto tempo fa, quel locale apparentemente abbandonato, alla scomparsa di Craxi dalla  scena politica, lasciava in bella mostra in vetrina una rosa nel pugno che nel tempo stingeva il colore). Infine,  sorte disonorevole è toccata alla Casa del popolo di via s. Lazzaro. Rimasta in mano agli eredi del patrimonio (non degli ideali) comunista, versa da anni  in triste abbandono: dettato dall’inadeguatezza della struttura a nuove esigenze? O pur anche dalla scomparsa di soci volenterosi a prestare gratuitamente mano d’opera e denari, come furono i primi fondatori, animati da incrollabile fede nel futuro dei loro ideali?

In realtà, quel che alcuni eredi dei soci fondatori hanno sommessamente lamentato è stata la carenza di informazione sui motivi dell’abbandono di questa Casa del popolo, che fa penosa mostra di sé in mezzo a Camucia.

Certo il destino delle Case del popolo è stato condizionato dalla loro duttilità strutturale a servire alle nuove esigenze aggregative e ricreative. Non c’è dubbio, però,  che dove i gestori si sono impegnati con lungimiranza ne hanno conservato l’uso sociale, in modi più o meno brillanti, ma pur sempre funzionali alla vita di paese. L’esempio più eclatante è a Chianacce, dove, resisi conto delle nuove esigenze, se n’è costruita, ex novo, un’altra. Negli anni Ottanta. Alla cui inaugurazione, addirittura, intervenne Alessandro Natta, allora segretario nazionale del PCI. Meno brillanti, tuttavia ancora aperte, le Case del popolo di Montecchio, s. Lorenzo e Cignano. Non che sia venuta meno l’esigenza dei luoghi di aggregazione laica paesana. Anzi. Specialmente con l’aumento della popolazione anziana, lo stesso Comune è stato sollecitato a provvedere. Da ricordare in proposito, l’impegno dello scomparso Angiolo Fanicchi per le sedi nuove di incontri realizzate a Terontola e a Pietraia. Modello che richiederebbe d’essere esteso laddove strutture private o parrocchiali non fossero in grado di fornire funzioni analoghe.

www.ferrucciofabilli.it

La Grecia e i bambimi martiri del liberismo (corsivo di Petruska)

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bambini greciaNotizie non gradite al Potere politico-economico vengono censurate (vedi  il “crimine”  perpetrato su J. Assange),  o puntualmente taciute per falsificare la realtà dei fatti.

Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera, ha confessato a TV2000 (televisione vicino al Vaticano) di aver taciuto sulla terribile strage di bambini in Grecia morti per mancanza di servizi sanitari, cure, farmaci e cibo.

 Confessa di aver taciuto  consapevolmente la verità per non favorire  gli antieuropeisti.

I responsabili di questo assassinio sono gli autori dei memorandum della Troika, cioè EU, Fondo Monetario, Banca Centrale Europea  e il Governo greco di Tsipras.

Non si può dimenticare che tempo fa il Senatore a vita (per quali meriti sia stato nominato, dopo il suo governo si è capito!) Mario Monti dichiarò che la Grecia era stato il più grande successo della Comunità Europea, cioè  dell’euro.

 Il vicedirettore Fubini non si dovrebbe  perdonare, minimo andrebbe radiato dall’albo dei giornalisti. Ammette che lo abbia fatto per non favorire gli anti EU, sic! Cosa non  si è disposti a fare per giustificare le politiche liberiste e ingraziarsi  i propri padroni. Facciano però attenzione che il castello neoliberista sta crollando, e dalle macerie stanno scappando i cittadini europei consapevoli dell’inganno che a fronte delle ricchezze smodate per pochi ai più son tolti diritti e sicurezza sociale.

Nonostante la confessione sulla Grecia, il Corriere della Sera, insieme alle televisioni e a gran parte dei giornali continuano a  censurare o falsificare  sul conflitto in Medio Oriente e sulla situazione in Venezuela e su ogni altra situazione che deragli dal “pensiero unico” liberista.

Mentre la confessione del Corsera è dovuta  uscire dopo la denuncia dell’UNICEF che ha destato giustamente un’indignazione mondiale.

Che squallore!

 

Petruska

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