Vita popolare e storie del Novecento nell’autobiografia del maestro Agostino Svetti

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Svetti 1Di norma ci accostiamo alle autobiografie prevenuti, temendo agiografie stuccose, rese esose da ego smodati. Ma se la lettura prende, fino all’ultima pagina 250,  significa ch’è un bel libro, come “Il Maestro” Storie della notte di Agostino Svetti, Murena Editrice. Curato postumo dalla figlia Maria Licia. Autoritratto del maestro, dalla nascita alla morte, calato tra la vita di ceti popolari. Difficile trovare, in un unico libro, migliore specchio sulle vicende umane del passato prossimo cortonese e chianino. In cui storie locali e nazionali, personali e collettive, si intrecciano per tutto il Novecento, filtrate da uno sguardo arguto e colto.

Una volta emancipatosi, non assunse pose da parvenu (frequenti in provincia), bensì Gostino – per gli intimi – uscito dalla miseria divenne amato e stimato maestro elementare, alla mano, mai dimentico delle radici. Dalla vita piena di affetti se pure tribolata – simile alla maggior parte dei conterranei –, lucidamente ripercorsa in un compendio di storie viste o vissute, narrate con schiettezza campagnola.

Scritto con mano fragile, ultranovantenne, a fatica, durante consuete veglie notturne. Abitudine mai smessa, presa da ragazzo per studiare la notte, e mantenuta anche da maestro per correggere i compiti. Il risultato è uno splendido affresco, dalla prima guerra mondiale ai giorni nostri, protagonista, insieme a lui, gente semplice.  L’intreccio costante tra storia nazionale ed eventi personali e familiari parte dal primo Svettino – nell’accenno alla saga familiare degli Svetti -. Di origini campane, deposto a Cortona tra gli orfanelli, a metà Ottocento, da madre amorevole ma “disonorata” da quella gravidanza.  Agostino cozza spesso amaro con la Storia. Partecipe, vittima, non di rado indignato e disgustato, prende le difese del popolo afflitto e impotente innanzi alle catastrofi belliche della prima e seconda guerra mondiale. Il primo dramma personale precedette addirittura la sua nascita! Nacque orfano del padre Agostino – ucciso da una malattia contratta in guerra (’15-18) – che lo concepì negli ultimi attimi d’amore con la sua sposa. Sventura che, nel bene e nel male, condizionò i destini familiari. Poi venne la seconda grande guerra, altro impatto tragico con la Storia. Pur essendo figlio unico maschio di vedova di guerra, venne chiamato alle armi in piena  rotta bellica italiana, nel 1943. Dove gli capitò di tutto: da stringere la mano al principe Umberto, subendone il fascino, all’assistere ai disastri della guerra. Di stanza nel Sud Italia bombardato dagli angloamericani, neo ufficiale dell’esercito, istruito in fretta e furia, raccolse a brandelli civili inermi e commilitoni, e compì la stessa opera pietosa raccapezzando corpi tra le macerie, al seguito delle battaglie a Montecassino e nei pressi della linea Gustav. Nell’Italia degli umili e dei semplici, sconfitta, umiliata, dilaniata dalla guerra civile, l’8 settembre segnò la svolta che lo ricongiunse alla sposa novella Wilma. Per i militari presenti al Sud, ci fu l’opzione di tornare a casa. Di quei momenti, Agostino ricorda l’assalto affettuoso e trepidante dei familiari al suo “Casone”, e, al contempo, vide l’incertezza tragica nel compagno di viaggio nel ripresentarsi a Montecchio, temendo ritorsioni: Beppino era partito volontario in guerra nella milizia fascista.

La scrittura semplice da dettato elementare – pregio, non limite – è incalzante come lo scorrere del film della vita nella mente del moribondo. Tono e lessico schietti e pacati del conversare tra amici. Gentile, educato al timore dei precetti cristiani, a cui si attenne. Agostino interloquisce, nell’intimo, tra sé e i personaggi narrati da cronista e storico (“Io, appassionato di Storia, sempre desideroso di sapere tanti avvenimenti, non smetterei mai di parlare con qualcuno di tante vicende che, una dopo l’altra, corrono nella mia mente”). Fatti e individui evocati senza perifrasi: sfruttati, onesti, disonesti, coglioni, affettuosi, malevoli,… quelli sono, senza code di aggettivi retorici edulcoranti, né orpelli inutili al racconto che scorrere come un fiume placido. Certi mantra  ricorrono.  Riguardando i suoi maggiori affetti: la moglie Wilma, la bambina dal cappellino bianco; il padre Agostino che gli donò la vita e, morto per cause belliche, gli lasciò in eredità una pensione che gli consentì studi magistrali; così come è grato alla mamma per avergli reso la vita meno aspra da misero studente pendolare (il retaggio dei tempi: la scelta di far studiare il figlio maschio anziché le femmine). Le scuole, a Cortona e Castiglion Fiorentino,  erano distanti molti kilometri, che egli, risoluto, perdurò  a raggiungere a piedi e in bicicletta tra fango e intemperie.

L’autobiografia di Svetti  non vedrei azzardato avvicinarla alla scrittura di Celine del Viaggio al termine della notte e  Morte a credito. Romanziere che seppe meglio capire e rappresentare il Novecento, illuminandone, con provocatoria originalità espressiva, gli aspetti essenziali. Descrivendo la vita così com’è, da cronista. Pur partendo, i due, da sostrati ideologici e caratteriali diversi. Ferdinand (Celine)  ragazzo discolo, combinandone di tutti i colori, fu messo in collegio e, adulto, passò alla storia come tenace filonazista e antisemita; Agostino ragazzo diligente e ubbidiente, adulto fu democratico cristiano, antifascista, rispettoso delle idee  altrui. Tuttavia, i due sono accomunati da doti speciali efficaci nel racconto  cronachistico dei loro tempi. Agostino, raccontando, non emette condanne verso i suoi pari, mentre si indigna (molto) verso i potenti (come il Duce) capaci di rovinare la vita ai semplici. Prendiamo la storia di Ciro, detto Ciccillo. Furbastro di Montecchio, scalmanato fascista poi capo comunista. Scansafatiche, piangendo miseria, grazie alla solidarietà dei compagni, alla sua morte si scoprì aver accumulato una fortuna milionaria “…eri così buffo, tutti stavamo volentieri con te, perché eri uno scaccia pensieri”. “Faceva il povero, vestito da straccione, non trovava lavoro perché non aveva voglia di faticare”. Risparmiò anche sulle spese della sepoltura: “Il tuo funerale scosse tanto me, quanto i tuoi cugini Attilio e Fiore. La buca dove foste messo ci inorridì: scavata con lo scavatore e racchiusa con grosse zolle di sabbione intriso di acqua”.

Seguendo l’avventura di Agostino, vien fuori una mappa di paesi, città, e semplici toponimi, anche lontani da Cortona e dalla Valdichiana, che, grazie a lui, diventano familiari al lettore, come fosse lui stesso in scena. Restringendo la topografia del racconto a livello locale, verrebbe facile figurarne il parco letterario della memoria di Agostino Svetti. Anche se molti edifici sono scomparsi e certe topografie mutate, riusciremmo lo stesso a immaginare il “Casone” e la scuola elementare a Montecchio, fulcro d’una giovinezza misera ma felice; la chiesetta a Chianacce, dove conobbe la bambina sua futura sposa; Cortona e il ginnasio, dove studiò ed estese amicizie, molte delle quali dureranno una vita; Castiglion Fiorentino delle scuole magistrali, forgia dei maestri chianini, studenti spesso costretti a interrompere gli studi liceali, non in grado di permettersi l’Università, convertiti in maestri; infine, Camucia. Dove Agostino visse gran parte dell’età adulta, prima alle case Popolari di via Scotoni, poi nella casa costruita a fatica con mucchi di cambiali. Camucia affamata di maestri, in piena espansione. Negli anni Sessanta se ne contarono almeno 16, tutti quanti rimasti nel ricordo di Agostino, insieme al Direttore Fabiani. Con cui resse l’associazione ex-combattenti, finchè, sopravvissuti solo loro due, decisero di liquidarla.

L’autobiografia di Agostino Svetti, lezione di scrittura realistica ed etica non moralistica, è patrimonio letterario e storico di tutti i chianini. Documento su quell’ universo popolare che ai nipoti sarà del tutto ignoto, oscurato dal consumismo e  dai nuovi costumi di vita molto più  spesi in effimere sfere virtuali, quando in passato esisteva solo, nuda e cruda, la vita reale.

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Lo Stato che conosce “Le ragioni del terrore” è mezzo salvo? Suggerimenti da “Galassia Islamica”, libro di Sandro Menichelli, Intermedia Edizioni

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galassia islamica 3 (2)L’invito era irresistibile, di Isabella Gambini (di Intermedia Edizioni),  alla presentazione del libro “Galassia Islamica – Le ragioni del terrore” dello 007 italiano Sandro Menichelli.  Dopo le mie letture di approcci diversi e contraddittori sul terrorismo islamico, a partire dal romanzo di Michel Houellebecq dal titolo inquietante “Sottomissione”, dove si immagina la fratellanza Musulmana al potere in Francia, con la conseguente islamizzazione delle istituzioni culturali e sociali del paese. Come nelle peggiori ossessioni Kafkiane. Suggestioni letterarie e politiche derivanti dalla traduzione letterale di Islam nel significato di “sottomissione, abbandono, consegna totale [di sé a Dio]”. L’invito di Isabella, alla presentazione del libro, era reso intrigante  dalla presenza, il 16 ottobre, del Capo della Polizia Franco Gabrielli, e del Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero De Rao, nella sede della Nuova Aula dei Gruppi Parlamentari di Montecitorio. Superfluo sottolineare il carattere blindato della manifestazione, a cui hanno assistito anche l’ex ministro degli Interni Minniti e il presidente della Camera dei Deputati Fico.

La presentatrice Marta Ottaviani, concisa e incisiva, precisava subito aspetti fondamentali del libro: Islam e Musulmani sono concetti diversi non necessariamente sovrapponibili. Da un lato c’è la religione Musulmana coi suoi precetti, riti, e sacri testi, e dall’altro c’è la complessa organizzazione socio-economica dell’Islam, vera e propria galassia caratterizzata dalla figura dell’Imam, presente in ogni gruppo di fedeli. A cui è attribuito il compito di guidare la comunità, caratterizzandosi per, maggiore o minore, temperanza e integrazione nella società e nella nazione in cui il gruppo vive. Da ciò discende la necessità di una conoscenza culturale a trecentosessanta gradi di questo mondo – a noi vicino e in parte misterioso. Non bastando a fronteggiarlo solo l’intervento delle forze di sicurezza e giudiziarie, richiede risposte provenienti dall’intera società nel mondo cosmopolizzato. Dai più alti livelli statali e interstatali, alle istituzioni locali, alla consapevolezza dei cittadini singoli e associati.

Con un refrain si può focalizzare l’attuale momento di alta tensione: i terroristi sono tutti islamici; ma non tutti gli islamici sono terroristi. Da ciò deriva l’utilità del libro, secondo Gabrielli,  in quanto si affrontano fenomeni complessi che richiedono la massima conoscenza. Senza che il libro risulti un mattone indigesto, anzi, avendo affrontato in modo semplice, di facile e stimolante lettura, argomenti nodali quali la religione, la società e la geopolitica. Aiutando il lettore  anche con un Glossario, a rendere chiaro ogni passaggio. In definitiva, si tratta di un modo efficace per battere la paura attraverso la conoscenza. Conoscenza a fondamento di uno Stato laico che non marginalizza né ghettizza né, necessariamente, costringe all’assimilazione il “diverso”. Cercando, invece, le radici profonde della  radicalizzazione che ha portato al terrorismo singoli o gruppi, anche di seconda e terza generazione, residenti nei paesi europei.

Colti alla sprovvista dal fenomeno quasi tutti i paesi europei, con gli esiti tragici che conosciamo, dalla strage di Charlie Hebdo in poi. Avendo dimostrato, il sistema di sicurezza pubblico europeo, ignoranza e impreparazione generalizzata, a partire dai vertici politici e giudiziari.

A Cafiero De Rao è stata rivolta la domanda:  “qual è la situazione dei foreign fighter dopo l’invasione Turca nella zona Curda?”, in cui le questioni  religiose, dell’Islam, della Jihad, si intersecano con questioni geopolitiche fino alla provenienza degli stessi jiadisti, molti dei quali di origini europee e occidentali, che potrebbero tentare il ritorno nei luoghi di origine. La risposta è stata interlocutoria: ci stiamo lavorando, ma siamo all’oscuro sul numero e la provenienza degli stessi, non esistendo ancora un organico censimento del fenomeno. In proposito, torna centrale il tema del rapporto positivo con le comunità islamiche locali, anche al fine di elaborare politiche di “deradicalizzazione”, andando alle cause di sofferenze tali che portano allo stragismo e all’adesione alla Jihad.

L’Italia, dal dipartimento per la sicurezza Usa, è posta tra gli stati a livello di rischio 2 su una scala di 4, insieme a Francia, Germania, Belgio – dove si annoverano decine, centinaia di vittime del terrorismo islamico – pur non avendo subito, l’Italia, attentati dal 1985 (all’aeroporto di Fiumicino).

Cafiero De Rao, definendo il “momento di grave rischio”, fornisce alcuni dati. Dall’Europa si sarebbero mossi 5-6mila foreign fighter (5762 sarebbe il numero calcolato), ma nessuno ne ha l’elenco. I flussi dei migranti nei centri di detenzione sarebbero sotto controllo, sebbene ci siano strade alternative di accesso all’Italia che vanno monitorate. In Italia se ne contano 10. 3 in galera. Gli altri 7 sono “monitorati”. La polizia giudiziaria, definita la migliore al mondo, non mollerebbe mai il soggetto ritenuto a rischio. Alta sarebbe la coesione collaborativa dell’apparato AIS, AISE, e vertici della polizia (di Stato, Carabinieri, Guardia di finanza). Il livello di controllo e attenzione molto attento. In Italia non ci sono stati attentati “non per fortuna”, sostiene De Rao, ma grazie a un sistema antiterroristico che ha radici lontane e consolidate.

L’autore Sandro Menichelli, trentacinque anni di esperienza in polizia, ribadisce il concetto da altri espresso che la ratio del titolo del suo libro risponde all’esigenza cognitiva da parte di tutte le società occidentali oggi poste di fronte alla “Galassia Islamica”. Esistendo tanti Islam quante sono le comunità presenti sul territorio. Riunite intorno all’Imam, colui che rappresenta il mediatore tra comunità locale, nazione, istituzioni. Le cui origini contano (egiziane, tunisine, marocchine, …) da cui possono seguire diverse scuole giuridiche su permessi, obblighi, usi,… e indirizzi dottrinari diversi, secondo l’area culturale di provenienza. Fino a definire il fenomeno: “pulviscolo islamico”, corrispondente all’atomizzazione delle comunità locali. I valori occidentali solo per alcuni Islam sono ritenuti corrotti, tenendo conto anche di frange minoritarie. Importante, in Italia, è stato l’obbligo, fatto agli Imam, della predicazione in italiano (dal ministro Minniti), onde aumentarne la responsabilità nel pronunciare sermoni. In via etica, nella religione musulmana il suicidio è considerato peccato, essendo la vita un dono di Dio. Ciò non diminuisce l’importanza di capire le ragioni che spingono persone nate nelle nostre società a immolarsi. Ponendosi il problema, a livello europeo, su come migliorare il monitoraggio e la prevenzione del fenomeno terroristico.

Secondo De Rao, fondamentale, nel contrasto all’ISIS, è acquisire conoscenze, immediate e tempestive, superando le formalità negli scambi delle informazioni, dove un tempo tra le polizie esisteva la non condivisione permanente delle notizie. Un passo in avanti è rappresentato da Eurojust, agenzia della UE, specie di procura generale col compiuto di raccogliere dati e raccordare iniziative delle procure nazionali. Passo ulteriore dovrebbe essere un Registro delle Istruttorie su notizie di reato iscritte nelle procure di tutta Europa. Consentendo un raffronto immediato in automatico di fatti, persone,… come auspicabile sarebbe la fusione dei dati Eurojust con i registri delle polizie europee (che ancora non ci sarebbe!).

Menichelli sottolinea la pacatezza e l’oggettività con cui ha trattato la situazione riguardo l’Islam, sostenendo che la stragrande maggioranza degli islamici vuol testimoniare sentimenti di pace, e vivere nel nostro paese nel rispetto delle leggi locali. Mentre il terrorismo è diventato un elemento comune europeo per come è trattato a livello giudiziario. Però sarebbe un errore trattare i rapporti con l’Islam solo in termini “panprocessuali”, riconducendo l’azione esclusivamente alle polizie e ai giudici, limite che impedirebbe risposte di tutte le componenti sociali al fenomeno terroristico: dalla scuola, agli enti intermedi, agli Stati, uniti all’unisono.

 Gabrielli ha sostenuto che l’uso della lingua italiana nei sermoni degli Imam non ha favorito un Islam italianizzato, ma ha consentito una religiosità composita, articolata per comunità. Lasciando dignità a quanti professano questa religione, che nella sua diversità potrebbe indurre paura, mentre spetta al Ministero dell’Interno consentirne libertà e diritti ma di impedirne percorsi sovversivi. Nel nord Europa si rileva meno tensione sull’argomento terrorismo, forse in mancanza di esperienze come la ‘ndrangheta. Essendo dentro la minaccia, il sistema deve essere attento ai massimi livelli. E le comunità islamiche devono porsi il problema se stare con lo Stato o con il terrorismo, non per cultura “delatoria”, ma consapevoli di far parte di una comunità, in un paese di emigranti. Affrontandolo come processo culturale. Senza misconoscere gli aspetti problematici che tale processo contempera, alla cui base c’è la reciproca conoscenza. Impedendo nuove e vecchie marginalità culturali, economiche, e sociali dove rintracciare il sostrato della “radicalizzazione”.

Già dalle riflessioni , in questa occasione, suscitate dal libro “Galassia Islamica” di Sandro Menichelli se ne avverte l’importanza e il dovere di estenderne le articolate conoscenze al maggior numero di lettori/cittadini.

fabilli1952@gmail.com

Galassia islamica 1 L’Autore, Sandro Menichelli, e il Capo della Polizia Franco Gabrielli

Isabella Gambini (2)Isabella Gambini, Intermedia Edizioni

galassia islamica 2Uno scorcio dell’Aula dei Gruppi Parlamentari, alla presentazione del libro

 

La politica tunisina secondo il custode della tomba di Craxi

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tunisia 2Ad Hammamet per l’ultimo sole estivo, ho accompagnato un amico, dal passato socialista, a visitare la tomba di Craxi, ch’ebbi modo di visitare fresca di sepoltura nel 2000, curata da un custode gentile e loquace. Nella spianata dedicata ai defunti tra le mura della Medina e il Mediterraneo. Posto affascinante, dove i morti musulmani, in stragrande maggioranza, occupano lo spazio prospiciente la spiaggia, anzi sono proprio sulla spiaggia, mentre, separati da una stradellina, riposano sotto le mura i non musulmani, dov’è Craxi. La dislocazione dei sepolcri nei comparti ben descrive i due mondi. Le tombe musulmane: ordinate, la testa dei morti orientate alla Mecca, fittamente addossate tra loro e dagli stessi semplici arredi tombali che emergono da terra al massimo trenta centimetri, per l’idea sparagnina che il suolo e ogni altra ricchezza siano riservate ai viventi. Le tombe non musulmane: disposte per lungo o per taglio, rispetto alle sovrastanti mura della Medina, coperte da pietre di varie dimensioni e diversi materiali lapidei, diciture semplici o frasi, come quella di Craxi: “La mia libertà equivale alla mia vita”, è un miscuglio fantasioso e disordinato. Dove, prevalendo la patina  di vecchie sepolture, da il senso di ospitare persone avventurose in fuga dall’occidente, lasciando il mistero sulle loro, più o meno, sopite ansie esistenziali. Fino a manifestare l’orgoglio dell’esule (qui mi son trovato bene!) grato dell’ospitalità a un mondo diverso, ma non lontano, né fisicamente né culturalmente, qual è la Tunisia presente e del passato recente.

La Tunisia per quanto non colonia bensì protettorato francese, subì lo stesso tallone d’acciaio coloniale ch’ebbe l’Algeria, dove gli oppositori, quanti lottavano per l’indipendenza, vennero imprigionati o confinati. Tra costoro emerse un avvocato laureato alla Sorbona, Habib Bourghiba, e il suo partito Neo-Dustur  (Nuova Costituzione), di cultura laica e socialisteggiante che si tradusse nel Codice dello Statuto Personale (1956), una delle Carte dei diritti personali tra le più avanzate non solo tra gli arabi, ma anche in occidente. Prevedeva il divieto della poligamia, la sostituzione del divorzio al ripudio, e legalizzava l’aborto. Si cambiava pure l’educazione, istituendo la scuola pubblica e gratuita, in luogo delle scuole coraniche e private, e si unificava sotto lo Stato la gestione della giustizia, sottraendola alla giustizia religiosa. Per rispetto alla tradizione, il Presidente della repubblica deve essere musulmano. Tutto ciò non significò subito l’acquisizione immediata di pari diritti delle donne rispetto agli uomini, rimanendo obiettivo principale delle donne quello di trovarsi un marito, tuttavia la conquista della emancipazione femminile aveva un potente supporto giuridico. All’epoca, in Francia l’aborto era illegale.

Ma torniamo alla nostra visita al cimitero e all’incontro col custode delle spoglie di Craxi, che dorme in una tomba a baldacchino dismessa, per meglio vigilare sui periodici assalti di ragazzacci che vanno a rubare le bandiere italiana e tunisina poste a capo della sepoltura, per usarle in occasione di competizioni sportive!

Senza esitazione, interrogato sulla situazione politica locale, s’è infervorato, dichiarando il totale dissenso verso la propria classe dirigente: “Non vado più a votare!… I partiti sono congreghe di mafiosi e lestofanti!… e quelli con la barba [del partito Ennahda] non mi piacciono!… Tanto sono tutti uguali!”

In effetti hanno votato solo il 45% degli aventi diritto al primo turno delle presidenziali, il secondo turno ci sarà entro novembre, dopo le elezioni parlamentari del 6 ottobre. Già a metà anni Ottanta la Tunisia fu sull’orlo della guerra civile, a causa del clientelismo, corruzione, paralisi dello Stato e presenza dell’islamismo radicale. Temi ricorrenti e irrisolti, aggravati da un’alta disoccupazione giovanile, che, in qualche modo, giustifica i frequenti tentativi di sbarchi clandestini sulle coste italiane di tunisini. Non sottovalutiamo il fascino attrattivo dell’Italia non solo nella speranza di trovare occupazione, ma, più generale, attrae l’Italia per la sua vita e per le città storiche che assurgono a miraggio nella fantasia giovanile, che, trovandosi a pochi passi, non vede l’ora di fare almeno una capatina nell’Eldorado.

Il custode della famosa tomba non smette di argomentare il disgusto per la “politica associazione a delinquere” del suo paese, ricordandoci che uno dei due candidati al prossimo ballottaggio, Habil Karoui (una specie di Berlusca nord africano, che, in società con Mediaset, gestisce reti televisive), è addirittura in prigione! Populista tanto insidioso e pervasivo, per atti di generosità economica presso popolazioni meno abbienti, contro cui il Parlamento, quest’anno, ha deliberato la galera per corruzione elettorale. Ma la legge non è intervenuta in tempo per essere applicata ad Habil Karoui, il quale, però, aveva già provveduto a inguaiarsi con altri delitti finendo al fresco. Cosa succederà qualora dovesse essere eletto? è questione che non abbiamo posta al buon custode cimiteriale, già troppo incazzato.

Da analisti politici non professionisti, possiamo solo considerare lo sfaldamento del quadro politico tunisino dal fatto che ben 26 si erano candidati alla presidenza della repubblica; che il capo dell’Ennahda non è passato al ballottaggio, pur dichiarandosi capo di un “partito democratico musulmano” non “islamico”; che i problemi critici della nostra economia sono gli stessi (disoccupazione giovanile, crescente divario tra ricchi e meno ricchi dilatata in modo esponenziale, stato sociale che scricchiola molto sulla sanità e l’istruzione), anche se non comparabili; e che la politica, in ambedue le sponde del Mediterraneo, attraversa una fase critica profonda foriera di nuovi scenari. Quel che osserviamo con piacere è la gentilezza delle persone e la vitalità culturale tunisina, che sta a cavaliere tra due mondi, l’islamico e l’occidentale, ancora in apparente buona convivenza.

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Ipotesi giallo-noir sulla scomparsa di Augusto Cauchi

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CauchiChi è stato Augusto Cauchi?

Nell’immediato secondo dopoguerra le asprezze della guerra civile tra fascisti e antifascisti non si erano composte nella condivisione dei valori della  Repubblica, ciò nonostante le giovami generazioni cortonesi vivevano in armonia frequentando le stesse scuole, sport, tempo libero. Pur non indenni dai sotterranei risentimenti vissuti dagli adulti. In Città, il confronto giovanile tra simpatizzanti fascisti e antifascisti si sviluppava come il tifo nel calcio: scazzi verbali, sfottò, dispetti,…goliardia. E finiva lì. Invece, fuori Cortona, il giovane Augusto si calava di giorno in giorno in sfide sempre più manesche e violente. Augusto, nel cerchio dei compagni di Liceo, era amico di tutti, pur considerato fanatico nel vestire fascistoide: camicie e maglioni neri, stivaloni e guanti come in parata, dobermann al guinzaglio. Una macchietta che non si stupiva di chi lo considerava tale, accettando pure il soprannome di Gozilla, per movenze scimmiesche dovute alla precoce intensa attività da body builder. Amico di tutti, e coccolato da coetanee adoranti quel macho sfrontato. Il padre di Augusto cercò di frenarne irruenza e scarsa propensione allo studio mettendolo, a quindici anni, nel Collegio Militare Nunziatella a Napoli. Da cui, il ragazzo, dopo un anno, riuscì a farsi espellere! Anche se rimase legato a certi valori del mondo militare, come la perizia nel maneggio di armi e negli scontri corpo a corpo, e  sempre più preso dal mondo del padre, nostalgico fascista e intimo di Vito Miceli capo dei servizi segreti. Qui il racconto sarebbe lungo, incontenibile in poche righe, avendola già descritta nel mio libro (Il Nero dell’oblio della violenza e della ragione di Stato) l’entrata di Cauchi nel vortice malmestoso e tragico che caratterizzò, dalla fine degli anni Sessanta in poi, alcuni decenni italiani. Clima golpista, estremismi di destra e sinistra sanguinari, intrusione dello Stato in dinamiche sovversive – leggi “strategia della tensione” – avvalendosi di rami dei servizi segreti o attraverso la massoneria di Gelli, capo della loggia P2, senza escludere retroscena oscuri orchestrati da potenze straniere operanti in Italia (CIA, Intelligence Inglese, Palestinese, Israeliana, Russa, ecc.), le quali, col pretesto dell’anticomunismo e della fedeltà all’alleanza atlantica (NATO), resero l’Italia tra i paesi più instabili e insanguinati del Mediterraneo. Peggio stava solo la Grecia dei colonnelli.

Sempre più calato sulla linea di confine pericolosa tra legalità e illegalità, Cauchi sembrava convinto delle sue scelte. Militante e attivista del MSI aretino, non si sottrasse a frequenti scazzottate con i rossi, da cui, non di rado, tornava malconcio in classe al liceo (lo vedemmo persino rinunciare, causa ammaccature, alla sua materia preferita: la ginnastica!). In certe circostanze le risse erano altri a provocarle, in altre andava a cercarle, come gli capitò nella sede della Provincia di Arezzo, dove subì massaggi dolorosi da parte di energici infermieri del manicomio schierati dai rossi. Si può dire che Augusto per le risse aveva l’effetto della carta moschicida, persino il giorno del suo primo esame a Firenze, a Scienze Politiche, giunse in aula con gli abiti in disordine, avendo, di fresco, affrontato una zuffa. Ma il peggio doveva ancora venire. Allorché nel gruppo di neofascisti aretini ci fu chi prese la strada della lotta politica violenta con l’uso di esplosivi. Tra Natale e Capodanno (1975),  esplosero alcune cariche dinamitarde lungo la ferrovia, da Terontola ad Arezzo. Senza vittime e pochi danni materiali. Ma, forse, fu quello l’abbocco per giovani inquieti atteso da chi dall’alto faceva politica alle loro spalle. Diventati utili per addossare loro colpe gigantesche, come la strage sul treno Italicus. La reazione omicida di Tuti, considerato tra gli ispiratori degli attentati, alla vista dei poliziotti venuti a perquisirgli casa, per Augusto Cauchi fu l’inizio d’una vita rocambolesca con la fuga in Francia, sotto copertura dei servizi segreti italiani, avendo promesso loro che di far trovare il fuggitivo Tuti. Alle promesse fatte al babbo dal generale Mino [compagno d’armi in Africa del giovane Loris Cauchi padre di Augusto, generale che, non molto tempo dopo, precipiterà in elicottero con lo stato maggiore dei carabinieri di cui era comandante generale. Tanto per dire i tempi che correvano…] , venuto a Camucia a tranquillizzare la famiglia: “Starà fuori poco, giusto il tempo per chiarirne l’estraneità al sodalizio con Tuti, poi tornerà a casa”, seguì, invece, un’interminabile latitanza. Numerosi tribunali aprirono nei confronti di Cauchi procedimenti gravi: dall’acquisto di armi per conto di Gelli, alla mancata strage sul treno a Vaiano, e una caterva di attentati dinamitardi. Il babbo spese oltre cento milioni di lire per difendere Augusto in sequele di processi. Nei quali fu assolto dall’accusa principale, ciononostante ebbe sedici anni di condanna per partecipazione a organizzazione terroristica, senza avergli trovato addosso armi. Se, com’era  da sospettare, Cauchi fosse stato in qualche modo legato ai servizi segreti dagli stessi era stato scaricato. Latitante, poggiò sulla solidarietà dell’Internazionale Nera, rivelatasi insidiosissima. Contigua ai servizi segreti di vari paesi (Spagna, Portogallo, Cile,…) accomunati dal fondamentale vincolo di subordine alla CIA. L’ultima fuga di Cauchi, infatti, fu il rocambolesco attraversamento delle Ande, a piedi e clandestino, in rotta dalla Brigata Informatica della DINA cilena. Fuga di cui non volle mai raccontarmi i dettagli, temendo ancora conseguenze a trenta anni di distanza!  Giunto in Argentina si dedicò a ciò che non avrebbe mai pensato di far prima: lavorare duramente per sopravvivere. Era finita l’epoca dell’avventura, del mercenarismo, della dedizione totale all’ideologia. Al nuovo stile di vita, di commercio al minuto, si adattò bene e con successo, costruendo famiglia e una piccola fortuna in soldi e proprietà di immobili remunerative. Però, ultimamente, non si era trattenuto dal riavvicinarsi al mondo dell’intelligence da cui si era volontariamente estromesso. Nel cerchio di amici fece entrare agenti (neofascisti) dei servizi segreti argentini, con cui pensava di godere in pace gli ultimi anni di vita. Invece, da quelle frequentazioni è esplosa l’ultima fatale infelicità: emarginato e minacciato di morte dagli stessi che aveva accolto in casa intorno a fumanti azados.

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Augusto Cauchi, “Primula Nera”, è uscito di scena [prima parte]

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CauchiNon disponendo di dati certi sul destino del cortonese Augusto Cauchi, residente a Buenos Aires, ho pensato all’uscita di scena, che ben si adatta a un certa sua teatralità nell’approccio alla vita. Dalla pubblicazione del mio libro – romanzo della sua vita, Il Nero dell’oblio della violenza e della ragione di Stato, ci siamo tenuti in contatto tramite e-mail, fino ai sui ultimi auguri di Buona Pasqua di un paio di anni fa. Da lì in poi non ho ricevuto più risposte, neppure all’ultima e-mail in cui gli notificavo la scomparsa del suo camerata Albertone, con cui aveva trascorso estati in gran sintonia, zubbando da ragazzi, al campeggio di Badiaccia. Silenzio sospetto, dopo che negli ultimi 10/15 anni aveva ottenuto ospitalità, nelle vacanze estive, presso amici cortonesi. Generoso da ragazzo, non più giovane si era riciclato in allegro ospite altrui. Possessore di una quindicina di immobili messi a profitto in Buenos Aires, ricambiava, a chi l’avesse voluto, l’ospitalità a casa sua.

Pur considerandosi “super sportivo”, aveva il vizio poco salutista di abbondare la sera in whisky e Coca Cola, abbandonandosi ai ricordi di un passato con cui, a ogni costo, desiderava fare i conti. Allo scopo, considerò fondamentali i suoi racconti che raccolsi nel libro da lui stesso sollecitato. Sul quale non evitai  approfondimenti e raffronti con quanto trovai scritto sui giornali e sul web a suo nome, anche episodi non lusinghieri della sua vita: come i rapporti con Licio Gelli, e possibili contatti avuti con servizi segreti italiani, spagnoli, portoghesi, cileni, argentini… che egli non smentì. Sul  libro, l’unico errore che mi rimproverò fu la didascalia a una foto: chiamavo lupo marino un leone marino!

Dal punto di vista storiografico, due coetanei aretini, Augusto Cauchi e Luciano  Franci, disposti a raccontare parte della loro vita calata nella stagione terroristica, delle stragi e degli attentati negli anni Settanta (Italicus e Vaiano su tutti), la considerai una grande opportunità. Vissuto vicino a personaggi coinvolti in prima persona nella “strategia della tensione”, avrei tentato di approfondire un periodo storico oscuro e malmestoso di cui, come molti, avevo nozioni superficiali. Oltretutto, in letteratura, pochi neofascisti si erano confidati apertamente, con poche eccezioni come quelle capitate a Nicola Rao, riversate nella “Trilogia della Celtica”. Tantoché il mio libro è stato inserito nella biblioteca della Fondazione dedicata alla Strage di Brescia; ed è citato da Sergio Flamigni, tra i maggiori esperti italiani di terrorismo, e dallo storico Massimiliano Griner. Precisazioni che dedico a chi volle sindacare, ritenendolo assurdo, sul comunista indagatore in storie di neofascisti.

Polemica a parte, se uno scontò sulla propria pelle l’avere tentato di ricostruire il proprio travagliato percorso politico, attraverso un libro, fu senz’altro Augusto Cauchi. Il quale, da anni in pensione, dichiarandosi analista (esperto di spionaggio) aveva postato su You Tube, firmandosi Primula Nera, sue tesi sul terrorismo, sulla fine di Aldo Moro, sulla strage alla stazione di Bologna… Teorie non so quanto azzeccate, di certo originali. Ma quel che, presumo, gli abbia fatto perdere sonno e tranquillità, come notai nell’ultimo incontro allorché si imbottiva di forti tranquillanti, è stata la sua presunta contiguità con i servizi segreti strani e nostrani.

Dopo la strage di poliziotti fatta da Tuti a Empoli (1975), Augusto, ricercato per sospetta vicinanza con quel soggetto, nel mio libro dichiarava di essere fuggito dall’Italia d’accordo con i carabinieri, avendo promesso loro di aiutarli in Francia a catturare Tuti. Però – insisteva a dire Augusto – era una bugia, un escamotage per allontanarsi dall’Italia, giusto il tempo in cui si sarebbe chiarita la sua estraneità al sodalizio con Tuti. Comunque, gli feci notare, sul web circolava il verbale dell’ufficiale fiorentino del SISDE Federico Mannucci, in risposta a un sollecito dei superiori, in cui giustificava la fuga di Cauchi per l’impegno preso da costui nel trovare il nascondiglio di Tuti. Due fatti gravi, messi nero su bianco, per un “camerata” quale si considerava Cauchi: sospetto confidente dei servizi segreti, e impegnato a scovare un camerata in fuga!

Di colpo, Cauchi si trovò allontanato dai camerati di Buenos Aires, contigui ai servizi segreti argentini, con i quali spesso si incontrava in allegri convivi a base di azados, fino ad essere minacciato pesantemente…la vita di Augusto in pericolo! Quanto mi confidò con mezze parole a denti stretti. E, come si sa, tra le cose più pregiudizievoli per la salute c’è subire l’ostracismo sociale.

Cauchi aveva superato un mare di guai: da clandestino fuggitivo, con condanne sulle spalle a vari anni di prigione in Italia. Nonostante tutto era riuscito a ricostruirsi una nuova vita, una famiglia, lavorando duro nel commercio aveva accumulato un discreto capitale immobiliare, e, finalmente, aveva chiuso pure i conti con la giustizia italiana. Riabilitato, tutto contento aveva pure votato al referendum, in Italia, per la ri-pubblicizzazione degli acquedotti.  Tornare in Italia, ogni estate, era in cima ai suoi desideri. Finché qualcosa del passato controverso gli si è presentato nella sua crudezza. Per lo meno questo è quanto, presumo, gli sia capitato. Una storia controversa, dura, vissuta dalla nostra generazione, non dipesa sola dai cattivi comportamenti di quei ragazzi che presero strade pericolose, mentre vi erano sottese gravi responsabilità di un sistema politico su cui ancor oggi siamo in attesa di capirne gli esatti contorni e i responsabili. Se mai sarà possibile giungerci.

[segue parte seconda e ultima]

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Cauchicover il nero _NERO

La “Tabula Cortonensis” e le peripezie dello scopritore Giovanni Ghiottini [ultima parte]

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tabula cortonensisLa Tabula Cortonensis alias Tavoletta Ghiottini, divenne presto celebre: oggetto di mostre, convegni, articoli su riviste e giornali. Vortice mediatico in cui lo scopritore, Giovanni Ghiottini, venne coinvolto solo in parte. Stampa e televisione lo  cercarono, ma, vedi il caso, in una circostanza l’intervista rilasciata non venne  pubblicata, e una trasmissione televisiva alla RAI, con poche scuse, all’ultimo momento saltò. Ghiottini era considerato presenza imbarazzante. Ma lui, tosto, allorché veniva a conoscenza di una qualsiasi iniziativa pubblica, in cui si fosse parlato della Tabula, interveniva in modo silenzioso e pacifico, non senza creare imbarazzi con le sue magliette di denuncia sull’ingiustizia patita: ancora non gli era stata riconosciuta dallo Stato la giusta mercede! Nonostante che, da scopritore, fosse stato assolto dall’accusa di sottrazione indebita. Si tirava per le lunghe a compensarlo, col pretesto del sospetto che non avrebbe detto la verità sulle circostanze del ritrovamento. Delle sue spettacolari magliette di denuncia ne parlava  pure la stampa, ma senza sortire effetti a lui favorevoli. Anzi, dopo l’irruzione in casa sua di quattro pattuglie di carabinieri, sul far del giorno, alla vana ricerca di altri reperti, ebbe chiara la sensazione di essere tenuto stabilmente sotto controllo da allora in poi, “invece di mettersi a fianco di delinquenti veri”, rimuginava Giovanni. Presenze inquietanti a cui fece l’abitudine, non senza qualche scambio di battute salaci, in certe circostanze, durante controlli polizieschi smaccatamente pretestuosi.

In quel clima ostile e complicato, in cui si era cacciato, non gli mancarono gesti di benevolenza. Come quello di padre Celso, abate di Monte Oliveto, che l’invitò al suo monastero insieme alla famiglia. La sorpresa fu non solo la cortese accoglienza, ma la proposta  dell’Abate: “Comunica alla stampa che tua figlia, di dodici anni, ha decrittato la Tabula Cortonensis. Basta farne una fotocopia e leggerla davanti a uno specchio!… Sarebbe un bello schiaffo morale!”. Padre Celso era autorevole, e, con  , la cosa avrebbe potuto funzionare, ma Giovanni non se la sentì di coinvolgere nella vicenda la  figlioletta. Perciò non ne fece nulla.

Finalmente, nel 2000, otto anni dopo il ritrovamento,  uscì un volume, a firma di Luciano Agostiniani e Francesco Nicosia, Tabula Cortonensis. Giovanni maledì se stesso d’averlo pagato ben 250 mila lire per vedervi scritto il suo telefono di casa, l’indirizzo, i verbali dei carabinieri, gli atti processuali… alla faccia della privacy! oltretutto uscito assolto. Anche questa onta avrebbe meritato una bella denuncia, ma Giovanni, già sprofondato nei pensieri più neri, intese soprassedere dal farla.

Ci volle il cambio di direzione alla Soprintendenza Archeologica, da Nicosia a Bottini, per giungere finalmente alla composizione dell’accordo con Ghiottini. Al quale si riconobbero 130.000 euro (nel 2005) per il ritrovamento, detraendogli il 25% dall’importo di competenza (180.000) per il dubbio, non sciolto, sul luogo del ritrovamento. In questa storia quel dubbio resterà tale. Anche se don Benito Chiarabolli (parroco di Camucia), su un periodico locale, affermò che il ritrovamento era avvenuto ai “vivai”, cioè in via Gramsci tra le proprietà  dei vivaisti Felici, nel cantiere della ditta Edilter, e non alle Piagge come sostenuto da Ghiottini. Il dubbio era aleggiato pure negli atti di giustizia. Allorché il pretore di Cortona, Mario Federici,  assolse Ghiottini  dall’essersi impossessato degli “oggetti etruschi in bronzo da lui rinvenuti fortuitamente: due piedistalli, un incensiere, quattro verghe, una palmetta decorativa e sette frammenti di tavola con iscrizioni” , ma, nelle motivazioni della sentenza, scrisse che: “Tutte le prove esperite nel corso dell’istruttoria portano soltanto a mettere in dubbio l’effettivo luogo di ritrovamento”. Alla fine, l’incertezza sulla verità di Ghiottini fece comodo a molti. Ai carabinieri, verosimilmente, che, pur conoscendo i fatti, non ebbero sufficienti imput per far chiarezza, dato il groviglio di competenze e personaggi pubblici e privati coinvolti.  Agli uffici del Comune (Sindaco e Architetto), competenti al rilascio delle licenze edilizie, che, pur essendo loro pervenuto l’invito della Soprintendenza Archeologica di indicare sulle licenze l’eventuale “rischio archeologico”, non avevano ottemperato. Anzi, si tentò di negare l’esistenza in atti di tale prescrizione. Così come, misteriosamente, si bagnarono le polveri alla potenza di fuoco della Soprintendenza Archeologica, il cui potere di andare a fondo sul ritrovamento si diluì a tal punto nel tempo, che, alla fine, si sarebbe potuto chiudere la stalla a buoi fuggiti! Nel frattempo la Tabula Cortonensis passava di mano in mano, e in un passaggio se ne perse persino una delle otto tessere, in origine presente (spiegare ogni passaggio sarebbe lungo, forse, lo faremo in un libro tanto è densa questa storia), fino ad arrivare, a fine anni Novanta, nelle mani esperte del prof. Luciano Agostiniani e Francesco Nicosia, i quali pubblicarono l’esito degli studi, nel volume sopra citato. Gli oggetti, ma soprattutto la tavoletta, più attentamente studiata, parlava: non solo sugli usi e costumi commerciali e legali al tempo degli etruschi, ma  diceva  anche di provenire da un posto umido (non le Piagge), all’interno o in adiacenza di un immobile etrusco prestigioso, probabilmente, un grande tempio (di cui, ahimè, si son perse le tracce per sempre!)… Concludendo, auspichiamo che quella sia stata l’ultima smarronata generale accaduta nel cortonese, e che i nuovi preposti alla pianificazione e destinazioni d’uso del territorio siano più attenti e lungimiranti di coloro che li hanno preceduti, ai quali non può non andare che il nostro biasimo totale.

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Il cambio della guida a Cortona costringe tutti i partiti a riflettere e impegnarsi

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cortonaL’esito, in controtendenza nazionale, del Referendum del 4 dicembre 2016, segnando il sessanta per cento a favore del SI, faceva pensare all’esistenza a Cortona di un granitico elettorato “conformista” allineato alle indicazioni del PD. Mentre nel Paese vincevano i NO di un fronte largo: esteso dai residui comunisti ai nostalgici fascisti. Meno “conformisti” erano stati, invece, i risultati delle successive elezioni politiche, dalle quali usciva un PD intorno al 30%, mentre saliva, inaspettatamente, a primaria grandezza la Lega, spostando decisamente l’asse politico a destra, in precedenza, tradizionalmente, orientato a sinistra.  Assegnando, sulla carta, un ruolo determinante al M5S, che, com’era prevedibile, non lo è stato, date le strane regole di non formare coalizioni a livello locale, mentre a Roma avevano già cestinato la linea stringendo l’alleanza con la Lega, mascherandola da “contratto”, ma sempre alleanza rimane.

L’approccio alle elezioni amministrative del maggio 2019 è stato per ogni parte politica travagliato. Per primo il PD, che ha fatto capire alla Sindaca che era al suo termine, scommettendo su Bernardini sul quale, tuttavia, pesava di aver fatto parte della Giunta Basanieri. Niente primarie, né di partito né di coalizione. Ma quale coalizione? Coi comunisti il PD da quel dì aveva rotto, anzi, ultimamente aveva rotto anche con SEL e i transfughi di LEU, cacciando dalla Giunta l’unico loro esponente. Di fronte al pericolo di non farcela da solo, il PD ha in qualche modo portato comunisti e ed ex-comunisti a rinunciare a proprie liste, nella speranza di raccoglierne i voti in quanto unici difensori del “Comune di sinistra da oltre settanta anni”; mentre con LEU c’è stato l’accordo di non presentare il loro simbolo (almeno due simboli in meno dei resti della sinistra!) bensì presentarsi in forma di lista civica.

Non meno travagliato è risultato il compito della destra nel formare una coalizione intorno a Meoni. Da un lato erano speranzosi di avere finalmente una chance di vittoria, stando ai numeri delle elezioni politiche, dall’altro però molti si ponevano l’interrogativo: perché dovremmo  rinunciare (come partito o come persona) alla candidatura a sindaco a favore di Meoni che non ha neppure un partito? A sciogliere il nodo ha giocato l’esperienza di Meoni, nel muoversi tempestivamente  costruendo una vasta coalizione di centrodestra, lasciando fuori solo l’estrema destra.

Il compito del M5S è stato più facile nella scelta del candidato sindaco, dovendo  limitarsi al confronto  tra i propri attivisti.

Lo scenario prevedibile si è verificato: il candidato del PD andava al ballottaggio con poche centinaia di voti di vantaggio su Meoni.

Un caffè preso alla vigilia del ballottaggio con un vecchio attivista del PD, mi ha convinto di essere alla vigilia della svolta elettorale. Vera rivoluzione o rivolta elettorale. Quell’attivista,  turbato, mi pose un quesito: “Secondo te, come mai tutti ce l’hanno col ‘Vecchio Sindaco’ e col ‘Babbo’”? come gli era capitato di sentire nella stretta elettorale finale, andando casa per casa a sollecitare il voto per il candidato PD. Sorpreso, non più di tanto, ho glissato sulla risposta. La rivolta del popolo, a cui assisteva, aveva personalizzato, semplificando, le cause del malcontento su un sistema di potere di cui i due erano stati la punta d’iceberg. Altri dirigenti dello stesso partito e di partiti cespugli del PD insieme a figure apicali dell’apparato comunale hanno ridotto a zero, da oltre un trentennio, la necessaria dialettica politico amministrativa tra tutte le forze in campo, di maggioranza e opposizione. Gli affari del Comune ridotti a gestione privata dal “cerchio magico cortonese”. Incurante di critiche e suggerimenti che non rispondessero alle loro logiche: obiettivi personali, carriere politiche e impiegatizie, scelte amministrative,  tutto soggetto al loro placet. (Nel Corriere della Sera del 14 luglio, ecco ciò che ha detto ai suoi del PD Zingaretti, quel che in molti abbiamo sostenuto da illo die: “Troppo spesso questo partito è un arcipelago in cui si esercita il potere. C’è un regime correntizio che appesantisce tutto. Ci sono realtà territoriali feudalizzate, che si collocano con un leader o con un altro a prescindere dalle idee”).

Non che segnali di insofferenza e critica aperta a quel sistema di potere non fossero emersi, anche clamorosi, come accadde dieci anni fa con la nascita di una lista Civica, politicamente trasversale,  che portò ben 2 consiglieri in Consiglio comunale. Tra i motivi della nascita della lista Civica fu la defenestrazione del sindaco PD, da parte di un altro smanioso pretendente PD, senza concedergli la controprova delle primarie. L’apparente facile vittoria spinse il “cerchio magico”  a seguitare con gli stessi metodi di asfaltare chiunque l’avesse criticato. Con rinnovata arroganza.

Un po’ di storia. Dal 1995 il PCI non esiste più nelle liste  elettorali cortonesi. Ad esso sono seguite nuove sigle che, pure divise tra loro, ottenevano nell’insieme positivi risultati elettorali. Grazie al richiamo al “voto utile a sinistra” (quale sinistra democratica rappresenterebbe un sistema di potere personalistico ‘feudalizzato’, qualcuno può spiegarlo?), il cui Partito maggiore (pur cambiando spesso nome) offriva garanzia di successo e sviluppo di tante piccole e grandi ambizioni di carriera, purché con l’assenso dei capi bastone del cerchio magico. Alle logiche del PCI, che nelle occasioni amministrative cercava di aderire al meglio alle esigenze del Comune, cioè della gente, dal ’90, a Cortona, sono subentrate logiche di  gruppi ristretti, d’un cerchio povero di cultura di governo quanto arrogante e affarista. Gli elettori non sono stupidi, ci mettono tempo, ma alla fine afferrano il problema.  L’augurio è che, giunti al fondo, nel centrosinistra, nel suo insieme e nelle singole componenti, si faccia un bell’esame di coscienza, e si inizi a dare spazio alle energie migliori senza tutoraggi, soprattutto tornando in mezzo al popolo a parlare dei problemi da risolvere.

Compito impegnativo attende anche Meoni, a cui non mancherebbe l’esperienza per non copiare le cattive pratiche, sulle cui denunce ha creato la sua credibilità. Svincolandosi da logiche di partito, far crescere intorno a sé nuovi quadri amministrativi, coscienti della storia e della identità forte di Cortona, che si è creata nel tempo, seguendo il filo delle migliori pratiche amministrative, su cui innestare nuovi progetti di solidarietà civica e benessere economico. Perseguendo l’interesse generale della popolazione. È l’augurio di tutti. È, comunque, una vicenda i cui sviluppi avremo modo di vedere e valutare.

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La “Tabula Cortonensis” e le peripezie dello scopritore, Giovanni Ghiottini

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tabula cortonensisGiovanni Ghiottini (Indiana Jones per caso) carpentiere di Castiglion Fiorentino, di quelli che san far tutto nel cantiere edile, avviato al mestiere nella impresa cortonese Cateni,  mai avrebbe pensato di trovarsi al centro dell’attenzione mediatica nazionale e internazionale per un singolare ritrovamento, lavorando nel seminterrato d’una villetta alle Piagge di Cortona. Neppure avrebbe desiderato subire un processo per appropriazione indebita di oggetti archeologici, com’ebbe, né districarsi in una estenuante battaglia legale con organi statali, Ministero e Soprintendenza ai Beni archeologici – egli che misconosceva, persino, l’esistenza dei musei archeologici – al fine di ottenere la ricompensa spettantegli per legge.

Scavando in un seminterrato, per ricavare una rampa di scale, si trovò a raccogliere, uno di seguito all’altro: due candelabri, un grosso vaso, e sette lamelle bronzee dai bordi irregolari; spezzate grossolanamente, piegando, più volte, la tabella su sé stessa. Il proprietario aveva inteso disfarsi del documento, come oggi si farebbe stracciando un foglio di carta. Alla lamina scritta, di forma rettangolare, mancava solo la tessera finale, dove, forse, si sarebbe trovato data e firma del proprietario.  Ma non fu la ricomposizione della tavoletta – emersa, dall’abbandono, alla storia come “Tabula Cortonensis” -, invece, la prima preoccupazione di Giovanni fu avvertire del ritrovamento l’architetto Brogi e il padrone di casa Rosi per ricevere consigli sul da farsi. Consegna tutto alla Soprintendenza, gli fu detto. Cosa che fece in breve tempo. (Alzi la mano chi si sarebbe precipitato alla Soprintendenza  non senza, prima, aver curiosato sui reperti, interpellando esperti o sedicenti tali?). Era il 1992. Da allora, per un quindicennio, la vita di Giovanni cambiò vertiginosamente.

La prima disavventura seguì subito la consegna del materiale: denuncia penale e processo per sottrazione di materiale archeologico! Assistito da uno studio legale, assegnatogli d’ufficio, gli costò una fraccata di soldi: trenta milioni di lire! Nel frattempo, la stampa lo indicava, chissà perché, come “carpentiere calabrese”. Esito finale: assolto (nel 1995), perché “il fatto non sussiste”! Di quale reato, infatti, si sarebbe macchiato Giovanni nell’avere atteso alcuni giorni dal ritrovamento alla consegna alle autorità? Tanto più che accertamenti successivi, in sito, diedero esito negativo. Non si trovarono altre antichità sotto quel terreno. Al dire dei vicini, negli anni Sessanta,  nel posto era stato scaricato  materiale da scavi provenienti da altra zona cortonese. Ciò spiegava la vicinanza tra loro dei reperti: verosimilmente, mescolati a materiale nel cassone d’un camion. Bene. La prima domanda, di buon senso, da porsi sarebbe stata: fu indagata la provenienza del materiale di riporto? A Giovanni non risultarono indagini fatte in tal senso. Intanto, lui, fu costretto, in tutta fretta, ad aggiornarsi sull’archeologia e sulle competenze di questo o quell’Ufficio pubblico, per non finire come un topo in trappola. Ancor oggi, suonerebbe strano che sia stato l’unico, a Cortona, tartassato dalla giustizia per appropriazione indebita di materiale archeologico. Quando vox populi parlava di veri e propri traffici di reperti, negli anni dell’esplosione edilizia in Camucia. Dagli anni Sessanta in poi. Oltretutto, Giovanni aveva consegnato tutti i reperti, come risultò dalle perquisizioni, domiciliari e in auto, eseguite dai carabinieri. Perciò, quali motivi avrebbe mosso l’autorità a metterlo in scacco? Uno. Fondamentale. Non riconoscergli l’indennizzo, se messo fuorilegge.

Essendogli costato un botto di soldi ripulirsi dall’infamia di ladro, si domandò come avrebbe potuto avanzare la costosa procedura di richiesta d’indennizzo.

Frattanto, la storia della tavoletta bronzea era ascesa a interesse internazionale per la peculiarità: pochi reperti al mondo contengono testi etruschi di lunghezza pari alla Tabula Cortonensis. Che, giustamente, il bravo storico locale Santino Gallorini ribattezzò Tavoletta Ghiottini, in onore dello scopritore. Fosse stato un intellettuale, forse, l’avrebbero assecondato, ma si trattava d’un umile carpentiere. Al quale venne in aiuto lo studio Niccolai (interessato al guadagno, ma solo se ottenuto il buon fine), senza fargli cacciare soldi anticipati, sostenendolo nell’incerta battaglia legale per ottenere dallo Stato quanto dovuto. La causa, lunghissima, si concluse nel 2005. Dopo aver interpellato più Ministri (mai una risposta), un Presidente del Consiglio, Berlusconi, (risposta d’ufficio) e, finanche, il Presidente della Repubblica, Ciampi, (risposta, ancora, d’ufficio), ed essere intervenuto a manifestazioni, presenti autorità legate ai Beni Archeologici, in silenziosa protesta con  scritte beffarde sulle magliette indossate da Ghiottini. In un’occasione ne sfoggiò 5 o 6 con diciture tipo: “Chi riconsegna reperti archeologici (una croce funerea seguiva il testo), chi non li riconsegna ha (seguiva la foto d’una fiammante Ferrari)”. Era chiaro, l’ostacolo principale alla conclusione favorevole della vertenza risultava essere il decisore finale: il Sovrintendente archeologico toscano, Francesco Nicosia. Il quale riuscì pure a infiocchettare sulla stampa il racconto del “carpentiere calabrese” che avrebbe consegnato alle autorità la Tavoletta bronzea per nascondere ritrovamenti ben più importanti, nel tentativo di sviare la Soprintendenza. Inganno in cui, Nicosia, dichiarava, sprezzantemente, che non ci sarebbe cascato.

Un giorno, Giovanni fu chiamato a Firenze da Nicosia. Si trattò del primo  incontro tra i due, nonostante il lungo tempo trascorso dallo scangeo mediatico e dai fatti giudiziari accaduti. Nell’incontro, il Soprintendente – lui sì calabrese verace – chiese bruscamente a Giovanni: “Devi dirmi: dove hai trovato veramente quei reperti?” Domanda che gliela avrebbe dovuta porre da quel dì… Non è semplice riassumere, in poche battute, l’incazzatura di Giovanni e il finale burrascoso del colloquio, tanto che, l’archeologo per caso, scendendo precipitosamente le scale, ebbe timore d’un attentato alla propria incolumità!  [fine prima parte]

tabula cortonensis

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Ricciotti Valdarnini, primo sindaco comunista eletto a Cortona (1946), espulso dal Partito che aveva creato

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Valdarnini 2Ricciotti Valdarnini nacque ad Arezzo (1896), ma negli anni Venti, dopo scontri coi fascisti, si stabilì a Camucia con la moglie Maria Borri. Risoluto negli ideali, nel 1933 fu imprigionato “per aver svolto, insieme a Bistarelli Santi e Rachini Cesare, attività comunista creando in Camucia un aggregato di individui della stessa idea dei quali egli era il capo”. “Ammonito”, schedato, e vigilato dalla polizia, nel 1938 fu arrestato di nuovo alla vigilia del viaggio di Hitler in Italia, insieme a Sem Faralli e Antonio Marcelli, perché “persone da arrestare in determinate circostanze”.

Produttore di mattonelle di cemento, visse dignitosamente senza padroni. Nella passione politica, associò letture impegnative e direzione clandestina d’una ridotta ma efficiente struttura di partito. Autodidatta, raggiunse un buon livello di preparazione. Al passaggio del fronte di guerra, stampò un libretto: “ La Democrazia progressiva”. Conforme alla svolta di Salerno (1944), imposta da Togliatti al PCI, che prevedeva: l’accordo coi monarchici e gli altri partiti antifascisti (democristiani, socialisti, liberali, azionisti), e la rinuncia alla conquista del potere per via “rivoluzionaria”,  battendosi per il “progresso” in regime democratico. Valdarnini, per quattr’anni, fu il primo sindaco di Cortona eletto a suffragio universale (1946). Preceduto nella carica, dopo la Liberazione, da nominati dal Governatore inglese quale autorità occupante: Alessandro Ferretti, Camillo Buorbon di Petrella e Nibbi. Anni convulsi, la società piagata dalla guerra, il territorio, carente di sbocchi occupazionali, prevalentemente agricolo. Valdarnini sindaco s’ingegnò a combattere la “miseria nera” procurando lavoro ai tanti disoccupati presso grandi aziende agricole, e a riassettare disastrati servizi e infrastrutture vitali: scuole, fogne, strade, acquedotti,…(sua la Relazione consuntiva dei 4 anni, in Biblioteca).  A lungo, rimase la sua firma in piazza Sergardi a Camucia: una grande stella rossa centrale. Politico e amministratore, tentò la carriera parlamentare, candidandosi al Senato. Qui vennero al pettine i nodi dei conflitti con l’apparato burocratico della federazione aretina del PCI. In lizza con il concorrente Gervasi, da Foiano, buon pedigree politico e miglior sintonia con la federazione del partito, Valdarnini non fu eletto. Pur essendo Cortona tre volte più popolosa di Foiano, ma, nelle preferenze provinciali, i conti favorirono Gervasi. Nel frattempo, all’espansione organizzativa e dei consensi elettorali, i dirigenti aretini inviarono a Cortona, da altre piazze, funzionari politici professionisti più obbedienti. Natale Bracci al sindacato, da Terranova Bracciolini, e Luigi Agostini al partito, dal Casentino (anche se incarichi politici e sindacali erano scambiabili o sovrapponibili). Valdarnini rimase svincolato dall’apparato di partito, avendo preferito mantenere il mestiere di piastrellista. Leader indiscusso nella ricostruzione, e colonna portante in clandestinità: capo di attivisti sparsi nel vasto Comune che da lui si rifornivano di materiale propagandistico, notizie, e direttive dal “centro”. Fu pure collettore di materiale destinato ai partigiani alla macchia. Coadiuvato da attivisti, come Umberto Berni (Fagiolo), ricordato, incosciente e spavaldo, viaggiare in paese con un fucilaccio a tracolla! Compagni folkloristici ma efficienti, quanto la burocrazia stalinista del PCI. Contro cui Valdarnini ingaggiò uno scontro “autonomista”: in loco, le questioni dovevano essere risolte dai cortonesi non dall’apparato federale; finché fu processato ed espulso dal PCI accusato di “titoismo”. Da Tito, leader in conflitto con l’URSS fino alla scomparsa di Stalin (1953). In realtà, riferimento di Valdarnini e del suo seguito non era Tito ma Trotsky, teorico della “rivoluzione permanente”. Contrario al ruolo dell’URSS guida mondiale del socialismo, pur rispettandone le “conquiste”, contrario all’invadenza burocratica del partito sullo Stato, contrario al culto del capo Stalin, che aveva soffocato nel sangue il dissenso, inviando gli oppositori in carcere, nei lager, o soppressi, con o senza processi sommari.  Quello stalinizzato non era il partito atteso da Valdarnini, Ciro e Alfiero Cenderoni, Dino Baldi, Gino Rinaldi (Spallone), Fulvio Castellani (Punzino), Ettore Crivelli, e dai giovani Luciano Salvadori e Gino Schippa. Di Trotsky, ucciso con una piccozza in testa (1940), alcuni eredi ne seguirono le orme nella IV Internazionale. Alla quale aderirono i trotzkisti cortonesi, ospitando più volte il leader Livio Maitan, riunendosi le domeniche pomeriggio a leggere e discutere di politica, anziché seguire “Tutto il calcio minuto per minuto”, come faceva gran parte dei coetanei. Girava varia stampa comunista: “L’Unità” “Rinascita” “Il Pioniere”, “Bandiera rossa” bollettino della IV internazionale, “Il Programma comunista” e “Battaglia comunista” bollettini bordighisti. Alcuni del gruppo presero la via dell’“entrismo”, teorizzato da Trotsky stesso: siccome siamo pochi, entriamo con  le nostre idee in altri partiti e sindacati vicini al proletariato. Valdarnini era noto per sue definizioni lapidarie: “I bordighisti sono bravi ma duri…” e “Tante cose in Russia non tornano…” Così come ricorrevano accuse (dal PCI) contro lui e i seguaci: “I comunisti di Ricciotti dicono che in Russia non c’è più il comunismo!” o anche: “A loro non sta bene niente!” I compagni di Valdarnini – fino alla morte della moglie Maria (1965), da cui ne uscì prostrato – lo considerarono un caposcuola. Formatore che trasmetteva passione, di quelle che possono catturare per la vita intera. Una volta espulso, molti militanti del PCI lo isolarono, pochi gli tributarono, ancora, rispetto e riconoscenza, avendo egli sacrificato i migliori anni della vita a tesser trame antiregime in clandestinità. Senza di che non sarebbe sorto il PCI, forza travolgente e primo partito cortonese nell’ immediato dopoguerra. Ma cotanto merito non servì a impedirgli l’espulsione! Morì a 79 anni. La salma fu esposta nella Sala consiliare comunale, quale ex sindaco. E – col senno di poi – anche per meriti politici: essendo stato tra i più generosi liberi pensatori del suo tempo, filantropo ribelle a ogni sorta di autoritarismo prevaricante.

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Valdarnini 1Scheda segnaletica della polizia politica, dal libro: Il PCI cortonese -1921-1946 di Ivo Camerini e Giustino Gabrielli

I motivi del crollo politico della “sinistra” a Cortona vengono da lontano

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cortonaInnanzi tutto sfatiamo un mito: è la sinistra a governare Cortona o non già una lobbie di persone che da un quarantennio comandano scambiandosi ruoli tra loro?

Prima di rispondere, parliamo un po’ di politica generale. Dal 1990 non esiste più il PCI, che dal dopoguerra aveva avuto la maggioranza, per un periodo anche assoluta, in Consiglio comunale.  Uno dei motivi di tanto successo, anche in momenti di calo dei voti al PCI  (basta ricordare, nel 1985, il PCI nazionale calava mentre a  Cortona raggiunse l’apice della maggioranza assoluta) era dovuto al fatto che,  pur essendo la Giunta un monocolore comunista, avresti trovato in Giunta e in Consiglio comunale numerosi “indipendenti”, persone che non solo non avevano la tessera del partito ma avevano tutt’altre idee politiche. Perché era piena coscienza che la quantità di voti raccolta (tantissimi) non significava che le risorse umane e culturali interne al partito coprissero altrettanta capacità di dare le opportune risposte alla società in forte trasformazione, da agricola e artigianale in post industriale, dei servizi, del turismo,… Insomma bisognava (almeno) tentar di pescare nella società civile le competenze necessarie. Gli esiti non è che fossero sempre pari alle aspettative, ma, intanto, ci si  provava, guadagnando all’amministrazione persone che mai avrebbero pensato di fare il consigliere o l’assessore, men che meno insieme ai comunisti. E se qualcuno della squadra zoppicava, poco male, il resto gli veniva in soccorso. Non starò qui a giudicare se fu fatto tutto bene o se si poteva far meglio, essendo personalmente coinvolto a vario titolo fino alla fine degli anni 80. (Solo a mo’ di rimando storico ricordo qualcosa di ciò che si fece: la metanizzazione, le prime aree artigianali e commerciali, la piscina, il depuratore, l’avvio del centro convegni s. Agostino, i primi interventi sul Museo, molta edilizia popolare, compreso nel Centro storico, il ponte sull’Esse a Camucia, la palestra a Camucia,…per ora, basta così). Oltre al contributo degli “indipendenti” e il lavoro di squadra, avevamo avuto una eredità amministrativa ben strutturata dai predecessori,  una macchina comunale efficiente, e una contingenza finanziaria molto favorevole nell’accedere al credito. E noi la usammo, recuperando alla grande il gap che ci distanziava da città importanti come Arezzo.

Nel 1989, per la nota ragione del dissolvimento del PCI, le strade dei dirigenti e della base di quel gruppo si frantumarono pian piano, creandosi al vertice come alla base spaccature e incomprensioni, in molti casi mai risolti. Furono sciolte pure le Circoscrizioni che, come palestra politica per tutti i partiti, non erano male. Da lì si pescavano i futuri assessori e consiglieri comunali di ogni partito. Mentre negli altri partiti c’erano le “correnti”, nel PCI emersero alla fine, all’atto dello scioglimento, sotto forma di “mozioni”, trasformatesi poi in partiti. Il PDS e Rifondazione comunista (che, a sua volta, partorì i Comunisti Italiani) tutto sommato, pur divisi, quei partiti non persero i consensi precedenti dello scomparso PCI. A quel passaggio storico farei risalire molti “vizi” futuri della sinistra. Cambiare nome, ogni tanto, portava bene al partito, pur mantenendo gli stessi dirigenti. (Ricordo a proposito la battuta del prof. Karl Huber: PDS significa Partito degli Stessi! Lì per lì mi rose, ma aveva ragione!). Cioè a politiche nuove – al centro e in periferia – restavano al mestolo sempre i soliti con qualche cooptazione in più. Insomma, pur riuscendo nel nuovo millennio a distruggere – inesorabilmente – l’identità di “sinistra” dei soggetti politici sopravvissuti (un gran casino di nomi da ricordare, alcuni effimeri come le lucciole, dai programmi illeggibili, assurdi, che la gente votava sulla “fiducia” senza averci capito una mazza) in tantissimi della mia generazione di ultra sessantenni ci sono arrivati fino alla pensione, vivendo solo di politica! Evviva. Poi non ci si meravigli, come ultimamente sta succedendo, che la gente si sia rotta le scatole di quel teatrino (a destra e a sinistra è stato lo stesso) ed abbia votato in massa prima 5 Stelle e oggi Lega. Per disperazione!

Torniamo alle vicende del Comune. Seguendo lo stesso processo, dal Centro alla periferia,  a cosa abbiamo assistito? Crollato il PCI sono avanzate seconde e terze file con la fredda determinazione non solo di scalare tutti i livelli degli incarichi (normale ambizione) da consigliere comunale a sindaco a presidente Usl o Provincia, consigliere regionale, deputato,…ma con un’aggravante territoriale: costruendo un cerchio di comando con un nocciolo duro di alleati – cambiandosi i ruoli e cooptando nel cerchio magico solo persone affidabili e controllabili  - essere riusciti per 40 anni (e forse anche più!) a detenere a Cortona il potere! Come faccio a sostenerlo? non sarebbe neanche necessario farlo, perché in giro sono tanti coloro che han capito l’esistenza dei burattinai, pochi ma potenti. Mi limiterò a dare un indizio. Avete presente la lista Cortona Civica? Bene. Ci sono tante persone perbene e in buona fede, che mi auguro daranno il loro contributo al futuro amministrativo, visto che alla presentazione della lista sono intervenuti a sostegno ben tre ex sindaci. Ma, tra tutti costoro, chi ha raccolto un botto di preferenze? Un giovane, una persona impegnata nella società civile distintasi per meriti? No, è stato un “dinosauro” della politica locale che ha ricoperto, e potrebbe ancora ricoprire, incarichi istituzionali o in società partecipate, sempre collegate alla politica.

Quindi, qual è il mio augurio? Che il candidato sindaco del PD, Bernardini, chieda alla vecchia nomenclatura di ritirarsi e lasciarlo far da sé, con facce nuove non attaccate al filo dei burattinai occulti. Magari dando, prima del voto, segnali  in tal senso. Perché gli farebbe bene rimarcare anche platealmente questo scarto? C’è stato buon governo prima di lui? Certo. Quando si è trattato di gestire attività, ad esempio il turismo, dove il pilota doveva  solo tenere la barra dritta è stato facile. Le basi di tanto successo ricorrono al dopoguerra, persino alla vecchia Azienda di Soggiorno del commendator Favilli, bravo promotore. Ma sulla sanità ad esempio, cari miei, che fallimento! Avevamo un’eccellenza alla Fratta: l’ortopedia. Che fine ha fatto? Gli operatori se ne sono andati in una clinica privata perché l’azienda USL non avrebbe consentito loro di avere a disposizione quanto gli serviva. Cioè ne è stata “impedita” l’operatività, che invece nel privato è consentita loro, e, per fortuna dei pazienti, pagata dalla stessa USL!!! Sorvoliamo poi sul livello di sicurezza, in caso di ricovero d’urgenza alla Fratta, perché, da persona assennata, non voglio alimentare un discredito che danneggerebbe ciò che già è precario.

Formulata in modo diverso, farei una richiesta anche al suo contendente di centrodestra Meoni, (che, a modo suo, si è battuto negli anni a migliorare l’attività amministrativa del Comune) nella stessa logica della trasparenza: presenti la sua squadra di amministratori. Contentarsi dell’uomo solo al comando a molti piacerà, ma non a tutti.

Due parole, infine, all’improvvido candidato sindaco 5Stelle Donzelli: che i suoi elettori siano liberi di votare il sindaco che vorranno è lapalissiano. Ma che egli lo abbia “certificato” in un comunicato stampa prima della riunione del meet up, nel quale – per ipotesi – avrebbero potuto decidere diversamente, mi sembra un esordio infelice come “portavoce”. Designando – temo – il suo ruolo futuro all’insignificanza politica. Senza aver dietro un gruppo coinvolto  in ogni scelta non si può andar lontano.  Vista l’esigua differenza di voti tra i due candidati, un attimo di riflessione comune prima dell’uscita sulla stampa – penso – sarebbe stato meglio. Non sarebbe stato un pregio grillino votare su ogni decisione importante?

fabilli1952@gmail.com

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