Quito e l’Ecuador piacevoli porte di accesso al Sud America [Altri percorsi]

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ecuador 3 389È utile curare il respiro a 2800 metri s.l.m. Il Centro Historico di Quito è visitabile a piedi, magari a tappe. Per vedute panoramiche, suggerirei salire al Panecillo (Panino). Il mammellone, a lato del Centro Historico, partecipa a comporre la corona naturale di rilievi che nascondeva la vista ai nemici dell’abitato primitivo, alle pendici del vulcano Pichincha e d’una cascata.  Punto d’osservazione sulla città vecchia e sulla sterminata città nuova, spartiacque ideale tra il Nord e il Sud della metropoli, sviluppata tra gole di vulcani per decine di kilometri. Oltre a bancarelle varie, un’imponente Madonna alata alta trenta metri domina l’altura. Scendendo in città, s’incontrano scene popolari: venditori d’ogni sorta fiancheggiano le strade, agitandosi e ciarlando come nei mercati rionali d’ogni latitudine.

In Quito, – per esteso: San Francisco De Quito – lo spirito francescano offre architetture simili alla Verna nella chiesa convento di San Diego degli Scalzi, con a fianco il Museo “Del Padre Almeida”. Convento un tempo ai margini urbani (ora inglobato) per allontanare i frati dalle tentazioni. L’arguzia francescana, facendo di necessità virtù, dedicò il Museo a un frate impenitente rubacuori e festaiolo, redento da un miracoloso crocifisso ligneo parlante, scocciato da Padre Almeida che l’usava come scala per scavalcare le mura del convento, nottetempo, durante le  scappatelle.  

Maestosa è la chiesa-monastero omonima dell’antistante Plaza San Francisco (San Diego dei frati Scalzi, simile alla Verna, è ben più contenuto). Il complesso sovrasta un gigantesco “atrio”: alto 4metri, lungo 80, largo 15. Sull’armoniosa architettura del gigantesco manufatto – di proporzioni Vitruviane e dai ricchi arredi artistici interni -, per giustificarne lo sfarzo e i molti soldi spesi, i frati inventarono una leggenda: Cantugna e il diavolo. Cantugna era il costruttore vincolato a ultimare il complesso entro una certa data, oltre cui non avrebbe ricevuto alcun compenso. La notte prima della consegna, i lavori in alto mare, era disperato. Gli si presentò in aiuto il diavolo che gli propose, in cambio dell’anima, di ultimare i lavori per l’indomani. Cantugna accettò, a condizione che ogni pietra fosse collocata al suo posto, nessuna esclusa. Il diavolo accettò e mosse l’inferno. Sul far del giorno era tutto fatto! E il diavolo si presentò a Cantugna per prendersi l’anima. Costui, però, negò quella pretesa: mancava una pietra! Che il birbante aveva divelta di nascosto. Così il diavolo fu sconfitto. Ma taluni, non troppo convinti dalla versione dei frati, ipotizzarono che gli stessi, scavando, avessero trovato tesori nascosti. In effetti, il monastero era sorto sopra l’antico abitato raso al suolo dagli Incas. Terza ipotesi, forse più vera: Cantugna avrebbe scoperto il mitico tesoro Incas, e donato ai frati in cambio d’una cappella ricca di arredi a lui dedicata, costruita lì a fianco.

Si contano poco meno di venti, tra chiese e complessi chiesa-monastero, a presidiare i quartieri cittadini. Opere agibili, destinate a funzioni religiose, benché, alcune, son divenute: musei scuole università uffici. Qualificando un tessuto cittadino ricco, a fianco di altri grandi edifici laici destinati: al Governo, alla Banca Nazionale, al Carcere. Alla visita a collezioni preincaiche, già suggerita, aggiungerei il Museo della Città, dove n’è repertata l’evoluzione. Dai primi insediamenti in capanne alle dimore coloniali dei ricchi latifondisti e pubblici ufficiali; ornamenti e armi primitive a confronto con le temibili armi spagnole; disegni e plastici sulle vessazioni verso i nativi commesse dai conquistadores e i loro eredi, metixos che considerarono senz’anima, inizialmente, i nativi; l’“educazione” data agli indios da religiosi dei vari ordini: imponendo il cristianesimo, la lingua spagnola, e nuove tecniche agricole e artigianali. Colonie Sudamericane sfruttate, per secoli, dalla Corona spagnola con tasse inique, depredando forza lavoro, ricchezze minerarie, e artigianali. Varietà di produzioni tessili, specie in lana alpaca, oggi concentrate nel mercato settimanale coloritissimo di Otavalo. A nord di Quito. Sulla strada, villaggi abitati ancora da sciamani, specchi d’acqua pescosi, varietà di flora e uccelli ambite da frotte di turisti. Fenomeni naturalistici concentrati  presso le foreste pluviali a Mindo. Seguendo poi la strada panoramica Panamericana, a destra e manca, splendide gole tra alti vulcani, coltivate e abitate, offrono itinerari alternativi. Verso foreste, fiumi, cascate, remoti  villaggi andini e amazzonici, città storiche come Cuenca, buen retiro di pensionati da tutto il mondo, per bellezze architettoniche e clima perenne primaverile. D’interesse, la scesa da Quito al mare di Montagnita e Guayaquil. S’incontrano aree specializzate agricole (famosi i bananeti, e non solo), zone desertiche, e abitati quale Montecristi, dov’è prodotto il famoso cappello Panama superfino. Città natale del liberale modernizzatore Presidente della repubblica (1895-1901), José Eloy Alfaro Delgado, contrastato e trucidato, perché deciso sostenitore dei diritti umani. A lui è dedicato un memoriale. I nativi amazzonici, tutt’oggi, sono mobilitati a difesa del loro habitat, violato da barbari prelievi petroliferi che stanno distruggendo, a ritmi forsennati, siti incontaminati nel polmone del mondo: l’Amazzonia. Prima di arrivare al bel Malecon (Molo lungofiume) nella torrida Guayaquil, seconda città ecuadoriana, si può deviare. Verso la piccola Isla de Plata, impropriamente detta Galapagos dei poveri, dinanzi Puerto Lopez. Tartarughe marine, sule piedi azzurri e altre rare specie aviarie sostano nell’ostile habitat della foresta secca, assistendo paciose a incessanti via vai turistici. Nel mare circostante si pescava coi cormorani, ai quali, stretti i gozzi con anelli, si faceva rigurgitare il pesce a bastonate! Oggi è proibito. Oltre, ci si rilassa nella rivierasca Montagnita – clima festaiolo e onde ambite dai surfisti -, assaltata da giovani freak da tutta l’America, del Nord e del Sud. E, ancora, spiagge sabbiose e scavi arcaici (Las Vegas) nel circondario di Santa Elena. Il volo per casa attende a Guayaquil, che per prima si rese indipendente dagli spagnoli, nel 1820.[Fine]

fabilli1952@gmail.com

Cover_viaje en quitoquitoecuador 3 011equador 2014, 1 888Gita a Mindo,ecuador 3 150Quito, statua di BenalcazarChiesa e convento di San Diego, piazzale antistanteCasa del Alabdo - figura sciamanica- arte preincaica equador 2014, 2ecuador 3 423equador 2014, 2 293ecuador 3 449Isola de la Plata, coppia di sule piedi azzurri (2)ecuador 3 190ecuador 3 355ecuador 3 139ecuador 3 411

Bruno Benigni, prima della carriera curò ideali, impegno, e opere importanti

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bruno benigniSchivo e riservato, di Bruno Benigni ebbi la prima impressione, più che favorevole direi entusiastica, dal dottor Emilio Farina. A Cortona, negli anni Ottanta, eravamo alle prese con seri problemi sanitari, tra cui: l’incontrollato inquinamento da deiezioni suine; la mancanza del depuratore anche per i liquami urbani; e le diatribe sul futuro ospedaliero in Valdichiana, conteso tra Cortona e Castiglion Fiorentino, in previsione della riorganizzazione, per cui sarebbe sopravvissuto un solo ospedale. (In Consiglio Provinciale, il parere sul progetto del nuovo ospedale a Fratta passò con due voti favorevoli, il mio e di Bruno Borgogni, e uno contrario della Consigliera di Foiano, tutti gli altri, dei trenta Consiglieri, astenuti!… per dire il clima pilatesco prevalente).

Presidente della Banca popolare di Cortona, Direttore del Laboratorio provinciale di igiene e profilassi, Farina, liberale, mi colpì col giudizio su Benigni, comunista,  (che egli ebbe assessore provinciale dal 1970 all’80), elogiandone la coerenza sulla tutela della salute a tutto tondo. Partendo dalla prevenzione, in cui Farina era impegnato, e Benigni gli aveva fornito linee guida e strumenti utili ai suoi compiti. Tra Benigni, di Castiglion Fiorentino, e me, sindaco di Cortona, entrambi comunisti, le occasioni d’incontro prima d’allora erano state poche, tali da non consentirmi un’opinione compiuta sulle capacità del navigato amministratore, salvo la sua fama nazionale acquisita nell’impegno al superamento dei manicomi. Argomento su cui, in Internet, è documentato il valore di Benigni in tema di salute mentale, a cui si dedicò, smesse le vesti d’amministratore pubblico, nel “Centro F. Basaglia” da lui promosso e  presieduto. Fino alla campagna a sostegno della legge 81/2014, che fissa la chiusura definitiva degli OPG (ospedali psichiatrici giudiziari), a un anno dalla sua scomparsa, il 21 agosto 2015.

Divenuto assessore regionale alla Sanità, nel 1983, pesai subito il valore di Benigni, conoscitore dei nostri principali assilli territoriali. A distanza di poco tempo, da un progetto all’altro, si presentò con progettisti e finanziamenti già definiti: sia per il depuratore di Monsigliolo, sia per il nuovo distretto socio-sanitario di Camucia. Fin’allora, servizi e uffici, oggi raccolti nella cosiddetta Casa della Salute, erano sparsi in varie sedi, molte non possedute dalla USL. Si trattava d’investimenti, in lire, d’una decina di miliardi. Ciò accadde per semplici convergenze  programmatiche. Senza particolari pressioni locali. Benigni – che, primo, adottò un Piano Sanitario regionale toscano – aveva fatto proprie le previsioni del Bilancio di Cortona, valutate in linea con gli indirizzi regionali. In un caso e nell’altro, si trattò di scelte epocali. Soprattutto, sopperire alla mancanza del depuratore rappresentò una novità assoluta, prevedendone l’“uso plurimo”: sia per reflui urbani che animali. Dal medioevo, dello spargimento dei liquami sui fossi, si passava alla modernità del risanamento territoriale. Grazie a Bruno Benigni. Il quale addossò alla Regione i costi principali, altrimenti spettanti al Comune, utilizzando la formula dell’“uso plurimo”. Il Comune era sommerso nella cacca dei suini per una popolazione equivalente a centinaia di migliaia di persone, neanche fosse stata una metropoli!

Dopo l’85, terminato il mandato di sindaco, ed entrato nella sfera d’azione politica provinciale, incontrai più volte Benigni, del quale m’ero fatto piena nozione sui trascorsi alla Provincia di Arezzo e, sul  presente, da Assessore regionale toscano e stimato esperto, a livello nazionale, nel settore di sua competenza: la sanità. Competenza non fine a sé stessa, bensì improntata all’attuazione dei principi costituzionali d’una sanità universale, non discriminante le condizioni sociali ed economiche del cittadino-utente. Per l’infrastrutture sanitarie, inoltre, fu determinante sia nel procedimento del nuovo ospedale di Fratta, superando i precedenti nosocomi, sia nel privato, autorizzando il Centro diagnostico “Andrea Cesalpino”, a Terontola.

Delle ultime occasioni d’incontro con Benigni, ricordo la partecipazione da delegati al XIX ultimo Congresso del PCI a Bologna, nel 1990, nel quale, tra mille contrasti, se ne sancì la fine. Benigni cercava, anche da noi più giovani, argomenti per convincersi sulla necessità d’un passaggio su cui era poco convinto. Come l’eravamo in tanti. Convinti della necessaria evoluzione d’una forza politica, ma non della sua liquidazione, che di fatto avvenne. Persa la forma, venne meno anche la sostanza politica: avendo scaricato i ceti sociali di riferimento tradizionali, il mondo del lavoro, e rinunciato alla critica e contrasto alle molte storture del capitalismo. Vidi, nelle reazioni di Benigni, una sofferenza persino fisica a capacitarsi, più di noi giovani, incautamente guasconi, che pensavamo la soluzione adottata la meno peggio, nelle circostanze storiche del crollo del sistema comunista sovietico. Benigni, come la gran massa di attivisti, s’accodò alle direttive del nuovo partito, il PDS. Da cui non ricevette più altri incarichi istituzionali, finita la decennale esperienza regionale. Avrebbe meritato un seggio in Parlamento, che non gli fu offerto. L’evoluzione politica, tra le altre cose, avvenne per far fuori i vecchi dirigenti, senza andare per il sottile, meritevoli o meno non importava. Al Congresso di Bologna, per poco non venne rieletto lo stesso segretario Occhetto! Segnale inquietante, anche se avrebbe meritato d’esser fatto fuori, ma coloro che attendevano di sostituirlo, non so quanto, per Benigni, rispondessero ai suoi criteri di comunista e cattolico severo e rigoroso nell’impegno quotidiano, per sé stesso innanzi tutto, mai dimentico dei ceti sociali più disagiati da difendere. In tal senso, ligio ai suoi principi, rimase un compagno coscienzioso, anteponendo alla carriera un infaticabile impegno.

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L’Ecuador e Quito piacevoli porte d’accesso al Sud America

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Quito, veduta città dal tetto di S.Diego -ecuador 3 174Se un viaggiatore mi chiedesse: “Dove inizieresti a scoprire il Sud America”? senza dubbio, risponderei: “Da Quito, e l’Ecuador”. Perché, in spazi poco più estesi dell’Italia, circa 380mila Kilometri quadrati e 17milioni scarsi di abitanti, in Ecuador sono codificati ben 14 biotipi naturalistici. Città coloniali patrimonio UNESCO, foreste primarie nebulose e amazzoniche, fantastiche varietà di flora e fauna, cordigliera delle Ande con gole  profonde e alte vette vulcaniche, fiumi gonfi e spettacolari cascate, calde placide spiagge marine e onde ideali per surfisti, scene di vita primitiva in remoti villaggi andini, megalopoli moderne, climi estremi: caldo torrido, cime innevate, eterne primavere… l’elenco di curiosità potrebbe proseguire.

Lingua principale: spagnolo, facile da intendere. Pure diffusa, ufficiale, e insegnata a scuola è la Quechua dei nativi, usata gioiosamente anche da poeti e scrittori.

Come giunsi in Ecuador? Mio cugino Franco – sposata un’ecuadoriana – me ne fece un racconto eccitante. E, conosciuti Venezuela Paraguay Argentina, la conclusione m’è sorta spontanea: l’Ecuador è sintesi ideale del Sud America.

Si può organizzare il viaggio tramite agenzia, unendosi a gruppi organizzati, o col “fai da te”. Che non è, per forza, l’esperienza tragicomica raccontata nella pubblicità (turista fai da te?!… aiaiaii!), purché si legga un buon libro e, in loco, si prenda una guida. Il viaggiatore esperto può rinunciare all’appoggio locale avendo tempo, ma, di fretta, senza guida si perdono molti particolari dei luoghi, dove, forse, non torneremo mai più. La prima volta, cercai un contatto locale in Ecuador: il giovane architetto José. Che aveva sostenuto la tesi di Laurea su origini e struttura della città di Quito. Niente di più desiderabile. Girovagando per Quito, col lieve affanno che prende a 2.800 metri d’altitudine, seguendo descrizioni dettagliate e storia delle strutture in vista, divagammo su politica, progetti urbanistici presenti e futuri, e sulle infinite curiosità sorte strada facendo. A casa, avendo raccolto così abbondanti appunti, di getto scrissi l’unico libro di viaggio: Quito – Bellezze ambientali, storie e leggende. Apprezzato dai lettori, tradotto anche in spagnolo.

Quali pregi avrebbe Quito? È tra le prime iscritte nell’elenco del patrimonio culturale UNESCO (1978) per aver mantenuto i caratteri di città coloniale spagnola: strade strette, piazze, chiese, edifici pubblici e privati, monumenti, un insieme che ben palesa i cinquecento anni d’esistenza, appagando lo sguardo. Il costruito, ben conservato, è in scala compatta unitaria, in armonia con le sagome maestose di chiese e conventi che presidiano i quartieri. Da cui si deduce la supremazia delle varie congregazioni religiose sulla vita cittadina, sulle coscienze, sulla storia. Sensazione accresciuta varcando chiostri e presbiteri che racchiudono oggetti artistici prodotti in loco, d’ispirazione europea, ispanica e italiana. Sorprendente, la statua dedicata al conquistador Benalcazar, violento e spietato verso gli indios, la cui faccia truce è tutt’un programma!  Soffrii quel paradosso. Solidale col popolo primitivo, convinto da José sulla mitezza indigena dei cacciatori raccoglitori che s’insediarono in quella gola, alle pendici del vulcano Pichincha. Indigeni – ottanta anni prima l’avvento dei conquistatodores -, sopraffatti pure dai non meno truci invasori Incas, provenienti dal Perù. Sconfitti dagli spagnoli, gli Incas rasero al suolo l’abitato. Cosicché, non restando reperti urbani, per documentarsi su civiltà precolombiane e preincaiche serve visitare i Musei della Casa del Alabado, e La Capilla del Hombre: complesso museale costruito dall’artista contemporaneo Oswaldo  Guayasmin presso un’antica necropoli, ricca di corredi funebri. Oltre i reperti preincaici, Guayasmin lasciò sue struggenti prove pittoriche sui drammi sudamericani, mai finiti anche chiuso il dominio spagnolo, proseguiti nella storia tragica del secolo XX, segnato da guerre mondiali, guerre civili, genocidi, campi di concentramento, dittature e torture continuate quasi per tutto il secolo.

La storia di Quito è ricca di leggende ironiche e tradizioni del bel vivere, che ricavai da letture fatte tra una scarpinata e l’altra. Accenno, ad esempio, i miti di Padre Almeida, francescano libertino, e il Chulla quitegno, tipico debosciato sopravvissuto secoli. Non sorprenda, perciò, se el buen vivir è sancito nella Costituzione Ecuadoriana. Principio (distorto) presente nei motivi che spinsero i primi avventurieri spagnoli nel mitico Eldorado: provenienti da una società tradizionalista, dove la Chiesa perseguiva quale crimine religioso ogni forma di libertà sessuale, soldati e frati trovarono nel Nuovo Mondo il posto adatto per soddisfare i più inconfessabili istinti: cupidigia e  lussuria. Lo scienziato Humboldt, (tra Sette-ottocento) visitando Quito, ricalcava: “In nessuna città ho riscontrato, come in questa, uno spirito così deciso e generalizzato a divertirsi”. Il viaggiatore odierno non godrà più tali suggestioni: il mondo è omologato, dappertutto. Mentre sarà sedotto dalla ospitalità cordiale, e da scelte tra mille curiosità e attività: culturali, ambientali, artigianali, sportive, … muovendosi su strade ottime, comodi e puliti hotel e aree di sosta, cibi gustosi, tutto a costi ragionevoli in dollari USA,  moneta corrente. Cosa si mangia? È la prima domanda dell’italiano medio. Il riso sostituisce pasta e pane, insieme alla yucca. Cucinano carne, legumi, pesce, frutta e verdure fresche tutto l’anno. Ritenuto ghiotto il Cuy chactado (maialino d’india) arrosto. Nei ristoranti la cucina è internazionale, le varie gustose specialità (platano fritto, ceviche, ciccioli, salsicce, brasati, zuppe di pesce o pollo, fanesca, maiale, agnello, manzo, trippa, cacio) si scoprono nei ristoranti tipici, in Hosterias, o nei baracchini stradali.

[Fine prima parte, seguirà la seconda e ultima: “Altri Percorsi”].

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Aimo Petrucci infermiare coscienzioso e burlone

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ospedale antico di cortonaSembrerebbe illogico essere gioiosi mentre si presta cure a persone sofferenti. Era, invece, la qualità speciale dell’infermiere professionale Aimo Petrucci: affrontare le malattie trasmettendo umanità e buon umore, velando ansie e traversie proprie.

Giunse all’ospedale di Cortona in ripresa, dopo il quasi svuotamento del reparto chirurgico, e in sala operatoria stazionavano le mosche. Segaligno, profilo da rapace, una cicatrice gli segnava una guancia, pelle ambrata di chi sta all’aria aperta, se libero dal lavoro, a caccia o curando l’orto. Scrutava l’interlocutore per coglierne l’umore. Il suo era positivo, anche immerso in pensieri grigi, deciso a far virare al buono lo stato d’animo altrui. Riuscendoci. Sorridente e giocherellone, esperto nei suoi compiti, spontaneo, legava facile usando lo scarno e buffo linguaggio di strada misto al dialetto, seguendo alla lettera il principio del parla come mangi. A noi colleghi, in alternativa al “buongiorno!”, ci apostrofava con epiteti poco eleganti: “Finocchio!” o,  altrimenti, “Trombatore!”, dando vita a spassosi convenevoli. Abbracci virtuali, scevri di malizia e doppi sensi. Equivalenti a “Ciao, ci sono!”, “Al bisogno, chiama!” “Come stai?” saluti rassicuranti, all’apparenza demenziali, quanto invece spiritosi e calorosi. Scintille mattutine, preludi a giornate senza paura, pur immersi in mille sofferenze umane. Fatalisti pronti ad aiutarsi in ogni imprevisto, specie se difficile.

Il mestiere l’aveva maturato nel servizio militare in marina e in altri ospedali toscani. Quando venne a Cortona le corsie ospedaliere si stavano riempiendo di nuovo. Dopo la crisi, a metà anni Settanta, a causa della ridotta attività di Rino Baldelli (chirurgo e ginecologo), funestato da radiodermite alle mani. Allora, un solo infermiere bastava a tenere aperto il reparto chirurgico, pulizie comprese. I pazienti erano così rari che li ricordavi tutti, uno ad uno. Come quell’anziano a cui, al pasto, proposi la minestra grandinina. “Ma scherzi?!… Dal ‘49 non mangio più minestra. Operato allo stomaco, quando tornai a casa, pensando di farmi piacere, mi prepararono grandinina in brodo d’oca! Fui riportato, di corsa, in ospedale coi ai crampi allo stomaco… da morire!”

Il brodo di carne ospedaliero, dato ai pazienti, era più digeribile del grasso d’oca, e qualcuno, come Aimo, gli avanzi l’imbustava per portarli al suo cane. Se non che, un tardo pomeriggio al cambio turno,  nel nutrito via vai dei parenti all’ingresso, ad Aimo, mortificato, schiantò la busta della grandinina! che si sparse, bloccando il traffico. Rapidamente, ripulimmo il pavimento, mentre lui, con verve consueta, raccontò scene ridicole dell’amato cane, facendoci sbellicare. Ghiotto di cotiche di porco, una volta gliene aveva gettata una sana, che il povero cane, poco dopo, la rifece intera! “Non l’aveva masticata sto stupido… l’aveva succhiata! (mimando il verso del cane, bramoso d’ingozzarsi). Dopodiché ha strusciato le chiappe in terra per mezz’ora, sto coglione”. Tanto che, in seguito, volendo fare una sana risata, bastava ricordare una delle scenette del can di Aimo. Fatti simili capitano a tutti, però trasformarli in gag ci vuol talento, soprattutto a saperli raccontare; ad Aimo veniva spontaneo e a getto continuo. Egli vedeva la realtà come sarebbe ideale viverla: con leggerezza e ironia. Quel modo spensierato di porsi farebbe crollare di colpo i clienti a psicoterapeuti e  farmacisti.

Smilzo, a tavola era una forchetta insuperabile. Scherzando, gli si diceva: “Per caso, hai la tenia?!” In realtà, apparteneva al tipo di persone mai sazie davanti a cibi appetitosi. Ricordo la scommessa tra lui ed altri, tra cui il povero Giorgio Ceppi  – altra gran forchetta – dopo una cena succulenta, a Montanare. Scommisero chi per primo fosse riuscito a mangiare una grossa bistecca con l’uovo sopra, alla Bismarck. Non importa chi vinse, ogni rivale spazzolò il piatto, voraci quanto il can di Aimo.

Vissuto fino agli ottant’anni, rischiò la pelle più volte. Salvato dalla sua perizia, autodiagnosticandosi a tempo l’insorgere dei pneumotoraci spontanei di cui soffriva, riuscendo a guidare i soccorritori sul trattamento da fargli.

Uscito dal ruolo d’infermiere, lasciai io ad Aimo lo scomodo posto di ferrista in sala operatoria. A cui si accedeva per capacità tecniche, ma anche se graditi ai colleghi di reparto: le sorelle Dina e Gina, Anna, Marino, Nevia, Milena. In quel lavoro, lealtà e fiducia reciproca tra collaboratori devono essere massime, per la sicurezza degli operatori e di chi sta sotto i ferri. Aimo mi rimproverò più volte d’avergli lasciato quel posto: appagante, ma stressante e faticoso. Se pure nel contesto tranquillo e sicuro creato dal chirurgo, Lucio Consiglio. In sala operatoria si può pensare che ci sia poco da zubbare, ed è vero, specie di fronte a frequenti sorprese crudeli, aprendo addomi di amici, parenti e sconosciuti, ma nel clima di buon umore si lavora meglio.

Caso volle che il mio dirimpettaio, sindaco di Tuoro, fosse Danilo Fruscoloni, fratello della moglie di Aimo. Da tale coincidenza, ebbi modo di valutare uno dei sindaci più amati nella storia del suo Comune. Scomparso precocemente, e non solo dalla scena politica. Era “comunista, comunista!”, avrebbe fatto esclamare Verdone, in un film, a un personaggio simile, brandendo non uno ma due pugni. Danilo e Aimo furono tra  quelli più consapevoli che la fine del PCI sarebbe stata una iattura non solo per i comunisti ma per tutti: cittadini e lavoratori.  Dei cui diritti sociali conquistati s’è fatto strame sull’altare del mercato.

Insieme a Danilo, conobbi l’ottima cucina di sua sorella, accasata Petrucci.

La nostalgia è suscitata da persone, cose, situazioni, e, al trascorrer del tempo, tra le nostalgie più ghiotte ci sono sapori e profumi del cibo di mamme e nonne, ingredienti sui quali la moglie di Aimo era maestra nel ricrearli. Momenti di gioia. Gioia avara con Aimo, negli ultimi anni di vita. Per quanto lui  avesse dispensato allegria a piene mani con la sua presenza in ogni ambiente frequentato. Il destino, spesso, è crudele.

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Aldo Ducci, sindaco di Arezzo, perorò la causa del metano a Cortona

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Aldo DucciSucceduto a Tito Barbini, sindaco di Cortona, nell’80 ereditai un bel bagaglio di servizi attivati: asili nido, mense scolastiche e trasporti a “prezzi politici”, e ambiziosi pacchetti di idee sullo sviluppo economico e civile. Ma nel dar gambe ai progetti, oltre ai progetti, ci volevano soldi. Gli anni ’70 furono avari col Comune di Cortona (consistente azienda territoriale), creandosi un debito di quasi 2 miliardi di lire. Ma il vento cambiò rapidamente, (intuito da chi aveva creato il debito, che lo Stato avrebbe ripianato), perciò furono necessarie  concretezza e rapidità. Seguendo i filoni finanziari in cui lo Stato incentivava i Comuni, e, se necessario, associandosi ad altri per le stesse finalità. Come lo fu per il metano. Fonte energetica, allora, a basso costo e di minore impatto ambientale rispetto ad altri combustibili fossili. Per motivi diversi, e in mancanza di grosse utenze industriali che avrebbero attirato investitori, Cortona era sprovvista della rete metanifera. Mentre il Comune era socio di COINGAS,  Consorzio dei comuni aretini per la metanizzazione, ma ogni volta che in assemblea si poneva il problema dell’estensione della rete a Cortona e Castiglion Fiorentino si lamentavano costi esorbitanti, e la cosa moriva lì. Posi la questione al sindaco di Arezzo, Aldo Ducci, maggiore azionista di COINGAS: se le intenzioni del Consorzio fossero rimaste le stesse di sempre, negative, avremmo tentato strade autonome. Un mezzo bluff,  non avendo nulla di certo, se non la volontà di saggiare il mercato, quella sì, verso  soggetti interessati all’operazione.

Ducci, autorevole decano dei sindaci aretini in seno al Consorzio,  godeva la fama di ottimo amministratore di Arezzo, tra i più avanzati d’Italia. Con calma olimpica, mi dissuase dall’uscire dal sodalizio – già altri territori della provincia s’erano arrangiati da soli – dandomi la sua parola che avrebbe seguito personalmente la questione. L’attesa fu breve. Combinò un incontro a Metanopoli, (frazione di San Donato Milanese) sede dell’ENI, a cui mi recai con Ducci e l’amministratore di COINGAS, Polverini. Per quanto più anziano e l’aura del vecchio saggio, si rivelò piacevole compagno di strada, nella tirata automobilistica di un’intera giornata. Faticosa non solo per la distanza, ma anche per la disabilità di Aldo che soffriva di una gobba notevole. Sulla quale non consentiva a nessuno battute spiritose. Con l’eccezione di un vecchio compagno socialista. Il quale, nelle occasioni politiche in cui si incontravano, gli gettava le braccia al collo gridando: scopa! (Nel gioco a carte, una figura sul tavolo può essere presa da un’altra figura uguale di seme diverso). Nel caso dei due compagni socialisti, un gobbo elideva l’altro, ecco la scopa! Anche Aldo si lasciava al sorriso e allo scherzo.

La trattativa tra dirigenti di ENI e Aldo, negoziatore calmo e tenace di parte aretina, fu favorevole. Una dorsale metanifera di ENI passava in territorio aretino, nel comune di Marciano. Da lì ENI avrebbe costruito a sue spese il raccordo fino a Manciano, sede dello Zuccherificio castiglionese, pretendendone la gestione dell’utenza. Però, a Manciano, avrebbe concesso a COINGAS di fare gli allacci per Cortona e Castiglion Fiorentino. In breve tempo furono pronti i progetti dall’una e dall’altra parte. Nel frattempo, la legge consentiva al Comune di Cortona di accedere a un mutuo a carico dello Stato, e, per tale agevolazione, nel tratto tra Manciano e Camucia le condutture furono rafforzate, fungendo anche da deposito di scorta. Soddisfatti della trattativa, guidati dal buongustaio Polverini, ci “ricoverammo” a pranzo presso la Clinica Gastronomica, a Rubiera di Reggio Emilia.

A quell’incontro, con Ducci, ne seguirono altri istituzionali, dove ne apprezzai  doti di chiarezza, praticità, e lungimiranza. Scuola politico-amministrativa rara.

In particolare, ricordo Aldo al convegno tra Enti Locali europei organizzato dal comune Berlino Ovest. Città ancora divisa dal Muro (1986). Con le autorità dell’Est che però non frapposero particolari ostacoli a più di un passaggio, anche la stessa giornata, al Check Point Charlie. In qualità di Assessori provinciali, col collega Rino Giardini compimmo lo sforzo di andare in macchina, anziché in aereo, come fecero gran parte dei colleghi aretini, compreso Ducci, accompagnato dalla moglie Pia. Col vantaggio nostro di poter scorrazzare a piacimento in città, oltre alle gite in bus organizzate dal Comune di Berlino, a cui partecipammo. Quell’autonomia di movimento ci consentì di recuperare gli stanchi coniugi Ducci davanti all’Opera, in attesa di un bus o taxi. Assistendo a uno dei loro simpatici battibecchi: “Aldo è voluto venire all’Opera, ma, stanchi come siamo, ha russato tutto il tempo! finché non l’ho convinto a uscire!” così Pia incalzava Aldo, spossato e remissivo. Coppia unita, dalle battute spiritose rivelavano affetto e protezione reciproca. Pia esuberante, quanto Aldo pacato e remissivo.  Come accadde nella gita, in bus a due piani, organizzato per la visita al Muro. Incuriosita dal bus a due livelli, Aldo stentava a stare al passo di Pia che l’incitava a seguirla, a gran voce, nella parte alta. Poi, colta da claustrofobia, urlando: “Aldo, non respiro!” costrinse il meno sbrinco Aldo a seguirla, sgambettando, in basso. Finchè, l’intera comitiva salì sulla piattaforma aerea prospiciente la zona del bunker in cui era morto Hitler. Qui sentimmo Aldo ammonire: “Pia, parla piano!” a costei che berciava a squarciagola da comiziante: “Poverini!” di fronte alla visione desolante dell’area abbandonata a se stessa.

Ad Aldo furono tributati funerali di Stato, meritati. Politico eminente e longevo del dopoguerra aretino, emarginato dal rampantismo, in voga, del compagno socialista Vannucci, che, da sindaco di Arezzo, risultò fuoco fatuo nel cuore degli aretini. Contro la lunga permanenza di Ducci ai vertici comunali, capace di migliorare a fondo importanti aspetti culturali, urbanistici e socioeconomici della Città che tutt’oggi permangono.

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Il ricordo del vescovo Franciolini e il danno a Cortona soppressa la Diocesi

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ferruccio 1In Comune, non era intenzione degli organizzatori de L’Etruria svolgere una cerimonia retorica, vuota di senso, a trent’anni dalla scomparsa dall’ultimo Vescovo residente a Cortona, Giuseppe Franciolini. Infatti, il memoriale è partito subito crepitando. La piccola truppa di opinionisti locali de L’Etruria veniva rimproverata dal sindaco Meoni di non aver invitato il Vescovo di Arezzo, contestando la “grave scorrettezza istituzionale”, a cui ha fatto seguire ricordi di infanzie felici, come la sua, all’ombra dell’educazione religiosa, in parrocchie e oratori. La replica di Lucente è stata chiara. In difetto non erano gli organizzatori dell’evento, giornalisti  laici e indipendenti, bensì le gerarchie ecclesiastiche aretine, alle quali spettava prendere un’iniziativa simile. Meglio ancora se più articolata della breve cerimonia di due ore, basata su ricordi spontanei dei partecipanti. Il Vescovo, vissuto un cinquantennio a Cortona, avrebbe meritato almeno una giornata di memorie organizzata dai suoi confratelli. A cui, magari, sarebbe stato opportuno far seguire studi approfonditi su Franciolini, per capire i motivi dell’ampia stima riscossa in vita, in ogni ambito, cultuale e sociale cittadino. Avendo, Egli, traversato mezzo secolo tra i più duri – in tempi recenti –  della storia nazionale e locale, dagli anni trenta agli anni settanta/ottanta del Novecento. Tuttavia, della Curia aretina, era presente il Vicario del Vescovo. Un giovane quarantenne, il cui compito principale è stato lodare il sindaco per le parole spese a favore della pedagogia religiosa, ma era  evidente il sottinteso: la lode al sindaco era per la smaccata presa di posizione a favore del grande Assente, il Vescovo Fontana, contro gli organizzatori dell’evento. La premessa polemica non ha impedito un ricordo corale pacato, piena di spunti, inteso a evidenziare, con numerose testimonianze personali, il carattere poliedrico di Franciolini, attento alla vita dei singoli, alla cura del suo ministero, alla vita cittadina. Cura amorevole,  risuonata in aula dalla sua viva voce nella nota frase: “Cortona è la mia sposa e io sono il suo sposo indegno”, dal documentario di Luigi Vannucchi, girato poco avanti la sua scomparsa. Già dal 1977 si sapeva che Franciolini sarebbe stato l’ultimo vescovo residente a Cortona. Vicenda che l’aveva angustiato, per giunta  impotente, imposta contro la sua volontà. La nuova autorità del Vescovo di Arezzo presto gravò su Cortona, dando prova tangibile del nuovo potere già all’esequie di Franciolini. Immortalate in una poesia, letta da Carlo Roccanti, in cui si ricorda il funerale di Franciolini fatto alla chetichella. Il vescovo di Arezzo, D’Ascenzi, richiesto di traslare la salma con processione dal palazzo vescovile, dov’era il feretro, al Duomo, per la cerimonia funebre, in risposta, impose lo spostamento della salma alla chetichella. Ciò non impedì grande afflusso di popolo al Duomo, che si rivelò incapace di contenere la folla accorsa. Ma il segnale era chiaro: c’era una nuova gerarchia nella diocesi Arezzo-Cortona-Sansepolcro. Prima veniva Arezzo, le altre diocesi, ufficialmente non soppresse ma accorpate, di fatto ridotte a semplici nessi storici; la nuova organizzazione irradiava dispoticamente il potere dal centro alle periferie. Non ci volle intelligenza a capire tale evoluzione, già dal ‘77, quando fu decisa questa novità. Oltretutto la chiesa non è governata da princìpi “democratici”, essendo basata sull’autorità del vescovo. In previsione di tale scenario pessimo, io, sindaco, e, il presidente di Circoscrizione, Nicola Caldarone, ci recammo dal primate toscano, cardinal Benelli, a reclamare il nostro dissenso. Ragionando che altre diocesi erano rimaste in vita, come Fiesole e Orvieto (Lucumonie etrusche) e altre ancora, dai requisiti simili a Cortona. Fu un buco nell’acqua. Però, ci provammo. La storia recente ha accentuato il divario di prospettive e interessi tra Arezzo e Cortona. Come sull’uso dell’ex episcopio, che ha coinciso con l’altro conflitto tra le città: sulla destinazione d’uso dell’antico ospedale di Cortona. Dimostrando, in entrambi i casi, che il potere aretino considera Cortona subalterna. Dove il potere locale è stato ventre molle, il Comune, sulle vicende dell’ex ospedale; mentre non si è tenuto conto del parere del clero e dei parrocchiani cortonesi, sull’ex episcopio, non essendo interpellati. Sul conflitto di interessi, tra Arezzo e Cortona, ho centrato l’intervento in ricordo di Franciolini. Egli vivente, seminarista prima e sindaco poi, io ne avevo ammirato il ruolo nella società cortonese, di collante socioculturale anche per non credenti, grazie a doti umane, politiche, e di mecenatismo. Egli arricchì Cortona in modo straordinario. Basterebbe ricordare, per l’arte, i mosaici di Gino Severini,  finanziati anche a sue spese. E la lista di opere recuperate, tutelate e acquisite da Franciolini, sarebbe lunga, alle quali si  è accennato, nell’occasione, anche da Isabella Bietolini. Tantoché, il vescovo Bassetti pensò di fare dell’ex episcopio un Museo, contenitore degli oggetti raccolti da Franciolini, a cui aggiungerne, magari, gli archivi. Quand’era tutto pronto, il vescovo subentrato, Fontana, decise di destinare a uffici l’immobile restaurato. Tutti zitti, tranne L’Etruria, col direttore Lucente. Polemica che sortì il solo l’effetto di sapere dove, pare, sia depositato il materiale museale. Questo è il motivo maggiore dei dissapori tra Curia aretina e il periodico locale. Tuttavia, la memoria di esempi di civismo e altruismo dati da Franciolini ha suscitato nei presenti molti interventi, evocando l’esigenza del “confronto”, anche tra opinioni contrapposte, indispensabile alla crescita comunitaria. Tema su cui, particolarmente, s’è soffermato  Italo Castellani, consacrato prete da Franciolini, e oggi vescovo “in pensione”. Tema cruciale, il “confronto” come metodo, presupponendo idee da sviscerare e condividere, condizione auspicabile a Cortona, anche in memoria di Franciolini, ma che troppa strada allontana da tale obiettivo. L’assenza di partecipazione, in questo momento, sta impoverendo sia la chiesa che la società civile. Che “la società liquida” sia processo irreversibile, come previsto da Zygmunt Bauman? Povera democrazia.

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franciolini

Giuseppe Franciolini vescovo aristocratico, mecenate, poeta,…dal passo lento

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francioliniSan_Marco_DSC_2635aLa Chiesa offre variegate figure di sacerdoti, vescovi e cardinali. Papa Bergoglio – preferendoli di moralità specchiata, usi al contatto con la gente comune –  fronteggia curiali resistenti alla sua visione evangelica pauperista, presi da privilegi e mondanità, se non lussuriosi malversatori di beni destinati al culto e alla carità.

Franciolini, ultimo vescovo cortonese residente nella diocesi, apparteneva ai prelati dal pensiero aristocratico, in graduale riduzione con la fine della monarchia in Italia, e la rinuncia al triregno da parte dei Papi.

Se pure le sue mani robuste rivelassero che, forse, da giovane le usò in lavori faticosi regalandogli una robusta fibra fisica, con cui superò novant’anni con pochi acciacchi.

Dagli anni Trenta agli Ottanta del secolo passato, resse la diocesi distinguendosi per moralità, senso civico, cultura raffinata, vita sobria, destinando propri averi all’incremento del patrimonio artistico cittadino. Il più prestigioso, commissionato a Gino Severini, fu il mosaico sulla facciata a valle della chiesa di san Marco, dedicato all’evangelista – dal leone simbolico, simile a quello dello stemma cittadino -, e le edicole musive della Via crucis che, da via delle Santucce, finiscono nel piazzale di Santa Margherita. Santa a cui fu molto devoto. Raffigurata sullo sfondo del ritratto giovanile di Franciolini. Vescovo arrivato a Cortona da Nocera Umbra, dov’era stato Rettore del seminario. Altro lavoro artistico finanziato dallo stesso è il portale bronzeo sul pavimento della Cattedrale: copertura della cripta dov’è sepolto.

Indole aristocratica – si sosteneva nutrisse simpatie monarchiche – non si distaccò dagli eventi contemporanei: il passaggio del fronte di guerra e il Concilio Vaticano secondo, a cui partecipò in qualità assistente al soglio pontificio.

Al passaggio del fronte, aveva invitato i curati a tenere il diario degli eventi nelle loro parrocchie, e molte di quelle vicende confluirono nella raccolta intitolata Piccola Patria, curata da Pietro Pancrazi. E, da dietro le quinte, autorizzò il giovane don Giovanni Materazzi a partecipare al locale Comitato di Liberazione, in quota Democristiana, e a impegnarsi con altri partiti al riassetto del Comune disastrato.

Franciolini, consapevole della frattura che divise il popolo cristiano  per la scomunica dei comunisti (componente massiccia tra i fedeli), dopo rigidità iniziali, negando loro i sacramenti, ammorbidì la linea, consentendo nuovamente l’accesso in chiesa a tutti, comprese le giovani coppie di sposi. (Anche se i fedeli non torneranno in chiesa nella consistenza ante scomunica). Così come introdusse innovazioni suggerite dal Concilio: gli altari rivolti al popolo e la liturgia, canti compresi, in lingua italiana. Invitò alcuni vescovi conciliari a Cortona, favorendo il confronto su quella vicenda storica in corso, come fu col vescovo Pollio, ex missionario in Cina, al quale, durante la prigionia, si disse ch’era stata mozzata la lingua, perciò parlava stentatamente.

Sul pronunciato naso rosso (couperose?) di Franciolini, si mormorava indulgesse in alcoliche libagioni; ma la diceria gli portò bene: visse molto più a lungo di tanti astemi. Altra caratteristica era il suo lento incedere (camminando e parlando) che si tramutava in riti dalla lunghezza esasperante. I fedeli dovettero farsene rassegnata ragione. Specie d’inverno, senza riscaldamento in Duomo, al freddo fino alla fine di cerimonie interminabili. Tempi dilatati negli spostamenti da passi lenti e complessi protocolli, indossando vesti pesanti e preziose che gli donavano un’aura maestosa e surreale. Il suo incedere era complicato dalla vista difettosa. Operato alle cataratte, fu costretto a indossare occhiali dalle spesse lenti che gli ingigantivano i bulbi oculari, sbrigliando fantasie giovanili sul personaggio regale, quanto buffo a vedersi.

Al rigore del Vescovo nel seguire pontificali tradizionali, corrispondeva altrettanto scrupolo nell’interpretazione dottrinale. Ne fui testimone in Cattedrale, genuflesso in fila con altri in attesa della cresima: segno della croce con olio sulla fronte, fasciato da un laccetto bianco, e un buffetto dato nella guancia al neosoldatino della fede.  Franciolini stava negando la cresima a un bambino il cui nome non appariva nel martirologio cattolico. Mi pare che il vicino si chiamasse Renzo, privo di santo corrispettivo. Gli assistenti si affannavano a far considerare Renzo diminutivo di Lorenzo, ma il Vescovo insisteva: quel ragazzo era da ribattezzare… Non ricordo l’esito della disputa, preoccupato per quel che mi stava capitando. Gli adulti s’erano divertiti a intimorirmi con la storia della fascia in fronte, che avrebbe coperto la ferita inflitta dal Vescovo con un chiodo! Ne dubitavo… però avevo la strizza.

Anche in cerimonie laiche, si temeva la lunghezza della chiacchiera del Vescovo, che, però, non era banale né fuori tema, ricca di spunti culturali ed esperienza. Mecenate, umanista, spiccata sensibilità artistica e poetica, espressa pure nella sua “Ghirlandetta Cortonese”: elegia d’un mondo religioso giocondo, d’una innocenza quasi infantile.

L’ultimo incontro con Franciolini a pranzo, in occasione dei suoi novant’anni. Finito il desinare, chiesi il permesso d’accendere il sigaro. Che il buon Vescovo accordò, verseggiando: “Io non fumo, ma volentieri sumo l’altrui fumo!” Gli piacevano giochi di parole. Come quella mattina – in visita alle aule scolastiche del seminario – udito un “Bischero!” urlato tra ragazzi, lemme lemme, s’avvicinò loro dicendo: “Bischero è una parola che, derivando dal latino, possiamo scomporre in bis carus due volte caro. Di per sé affettuosa. Però con quel tono v’invito a non usarla!”. Il monito pedagogico, mite e raffinato, cadde presto nel dimenticatoio, anche se i discoli non scordarono quella ed altre lezioni di calembour, impartite dal vescovo e dagli insegnati preti. Saranno state pure arguzie pretesche, ma c’è un detto:  dalla scuola dei preti non escono bischeri! Appunto.

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PRIMA_COVER_TUTTI DORMONO copiaTra i 30 personaggi del libro, è inserito anche Giuseppe Franciolini

E’ certa la morte di Augusto Cauchi

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CauchiSu L’Etruria  avevo espresso il convincimento, senza prove, sul decesso di Augusto Cauchi, avendone oggi la certezza, basterebbe ricordarne la data della morte: il 23 luglio 2017. I motivi di quel sospetto li avevo già paventati in due articoli su L’Etruria, ai quali non ho altro da aggiungere. Così come avevo sommariamente riassunto la sua vita, non facile, per molti versi controversa, che ho trattata in due libri, e, anche su ciò, non avrei altro da aggiungere.

Fui interessato alla sua storia, non ascoltando critiche immotivate. In quanto quella ricerca avrebbe attinto a fonti primarie, com’era la testimonianza diretta di due protagonisti (Augusto Cauchi e Luciano Franci) di quel periodo tragico,  indicato in più modi, basta ricordarne due: “strategia della tensione” e “anni di piombo” . Quello studio m’aprì una finestra su un mondo ignoto, fisicamente contiguo (Cauchi era stato compagno di Liceo, a Cortona),  e idealmente distante da me.

Non tutte le domande che ci facemmo, io come Ricercatore e loro due Protagonisti, ebbero risposte chiare ed esaurienti. Non soltanto per omertà cameratesca, che ci fu senz’altro, e non avrebbe potuto essere diversamente (chi si darebbe la zappa sui piedi? o racconterebbe cose sulle quali avesse dato la parola di non dirle?), e anche perché la storia di quegli anni è ancora in gran parte avvolta da misteri, in particolare sulle stragi, a partire dalle responsabilità più alte dello Stato.

Quando feci leggere la bozza de “Il Nero dell’oblio della violenza e della Ragione di Stato” a uno storico cattedratico, rimase impressionato dalla trama, che gli parve la scenografia d’un film, definendola “malmestosa”. Giudizio che condivisi. Ciò nonostante procedetti alla pubblicazione, suscitando interesse e riflessioni sui percorsi di quella generazione a cui appartengo, finita nel macello di giovani, e nella degenerazione antidemocratica della politica italiana di quegli anni. Com’era accaduto a destra, che giovani s’imbarcassaro nella lotta politica violenta, lo stesso era capitato a sinistra. Ricordo ancora un compagno socialista, scomparso prematuramente, di cui fui collega amministratore, confessarmi candidamente, che, ad Arezzo, per poco non entrò nelle Brigate Rosse! E qui torna in mente la riflessione che esternò Cauchi, sul disegno politico a monte, di far fuori una generazione di attivisti poltici, secondo lui troppo coinvolti emotivamente, incapaci di porsi limiti per un esasperato senso di giustizia, per quanto assurdo e disastroso. Analogo concetto espresso da Luciano Violante, magistato,  politico comunista, presidente della Camera dei deputati, quando disse: “una generazione politica è stata mandata al macello”, durante un convegno sul terrorismo. Egli, probabilmente, aveva più chiari i motivi e gli ispiratori di tale “macello”.

Senza voler somigliare all’attegiamento “neutro” del “Pescatore”, cantato da Fabrizio De Andrè, al passaggio d’un mariuolo,  voglio dire che, per chi studia la storia, non può esserci un approccio moralistico ma storico e politico nell’intento di produrre maggiore chiarezza possibile, così come feci, essendomi capitato ascoltare storie terribili. Come le carcerazioni simili a condanne a morte, data l’altissima conflittualità generata nelle carceri (in Italia come in Argentina), dovuta alla voluta commistione tra estremisti (accomunati nella definizione di “terroristi”) di destra e  sinistra, e con altri galeotti appartenenti alle varie mafie. Messi in stretto contatto quotidiano, ci poteva, e di fatto ci scapparono morti e feriti.

Ciò detto, non possiamo cancellare il passaggio a Cortona di Augusto Cauchi, che, insieme ai suoi  segreti, più o meno importanti, porterà sulla tomba anche il nostro, non retorico, riposi in pace.

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Maria Teresa Caballero Lagos, Teresita, e un elogio delle badanti

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Teresa Caballero 1 (2)La prima volta incontrai Maria Teresa Caballero Lagos, Teresita per gli amici, anni fa mentre era in viaggio di nozze – differito per motivi di lavoro – sposata col mio compagno di banco ginnasiale, Emilio Rosadoni. Ero diretto in Ecuador per turismo, Teresita portava Emilio, la prima volta, a casa sua. Può sembrare dettaglio marginale, quel differimento del viaggio di nozze per impegni di lavoro, anche se a me piace pensarlo legato al tipo di impiego svolto fino a quel momento: curando bambini e anziani bisognosi di “badante”, non sarebbe stato professionale interromperne un accudimento finché necessario. È un mio pensiero, non so se fu quello il motivo per Teresita. Conosciuta meglio, non me ne sarei meravigliato. Anche per quanto raccontò l’altro compagno di viaggio, Massimo Castellani (testimone di nozze degli sposi novelli), per come Teresita aveva assistito il babbo Fulvio, “Punzino”, ultranovantenne, fino alla fine dei suoi giorni.

L’universo badanti è sfaccettato, per provenienza (dall’Est come dall’Ovest del mondo) e, soprattutto, per comportamenti. Nella gran parte dei casi, affettuosi verso gli assisti, certe volte fino a matrimoni e convivenze, anche se non mancano casi di maltrattamenti e truffe su persone a loro affidate. Tuttavia, non si può negare il valore sociale, umano e affettivo da esse rappresentato, negli anni recenti della nostra storia, sopperendo alla frammentazione mononucleare delle famiglie e all’invecchiamento della popolazione, spintosi fino ad età molto avanzata, in cui è facile incappare in non autosufficienze: decadenza fisica, o malattie degenerative del sistema nervoso (Alzheimer e demenze). In centinaia, migliaia di casi, le badanti coprono necessità sociali massicce. E dietro ognuna di esse ci sono storie particolari, prevalendo il bisogno di denaro per mantenere famiglie di origine, figli agli studi, per un gruzzoletto con cui acquistare casa, o aprire  attività economiche nel paese di origine, senza dimenticare che molte si sono stabilite in modo duraturo in Italia. Come nel caso di Teresita.

Lei scelse di venire in Italia spinta dalla curiosità di sperimentare un’altra vita, indotta, in modo martellante, da amiche che vi s’erano trasferite. Dopo cinquecento anni di europei in Sud America, il flusso migratorio si invertiva in modo massiccio: dal Sud al Nord del mondo! Teresita  non aveva bisogno di lavoro, in quanto direttrice di un negozio di ferramenta, possedeva casa, e, non avendo figli, il suo reddito le consentiva una vita agiata e tranquilla, presso una grande moderna città, Guayaquil. Dunque, fu curiosa e coraggiosa. Esordendo babysitter presso i Della Valle, produttori di beni di lusso, non le mancarono riconoscimenti economici. Benché, alla lunga, non potendo disporre di tempo libero, ventiquattro ore al giorno in servizio, a malincuore rinunciò al ben remunerato impegno, allontanandosi dal bambino amorevolmente curato, per darsi  respiro.

Così come il suo primo contatto italiano era stato condizionato dalle amicizie, sulla stessa falsariga giunse a Cortona.

Cattolica praticante, donna matura, libera da vincoli matrimoniali, presa dal lavoro assistenziale, forse, non immaginava di incontrare tardivamente il grande amore della vita, che l’avrebbe portata all’altare. Incontrando Emilio, gentile e positivo, anch’egli non più giovanotto, cattolico, libero da legami, lavoratore, non ricco ma benestante. Colonna portante della vita sociale e ricreativa nella sua Farneta. Testimoniato dalla sala civica strapiena di amici suoi, quando presentammo, con Albano Ricci, il mio libro su Quito in cui condensavo l’esperienza del viaggio in Ecuador, in parte condiviso coi novelli sposi, essendo, costoro, tra i protagonisti.

In tempi recenti, la crisi economica, attanagliando anche le famiglie italiane, vede flettere l’impiego nel badantato di persone estranee alla famiglia. Il bisogno di lavoro infatti non fa più considerare “ripiego” l’impegno di familiari nella cura d’un parente bisognoso di assistenza. Anche se resta di gran lunga prevalente il ricorso a badanti straniere, e, in misura minore, di uomini badanti.

Le prime persone, in Italia, dedicate a tale incombenza provenivano dal sud America, Perù ed Ecuador in particolare. Paesi in cui il reddito da lavoro è inferiore al nostro. In seguito all’abbattimento del Muro di Berlino, è esploso anche il caso delle badanti dall’Est Europa. Effetto dello stravolgimento capitalistico avvenuto in quei paesi, con la fine dello stato socialista in cui si garantiva occupazione, casa, diritto allo studio e sanità gratuiti. Pure donne dagli studi elevati (ingegneri, notai, insegnanti,…) si sono adattate al nuovo impiego. Superando difficoltà linguistiche e ambientali, spezzando, spesso, famiglie di origine, superando l’umiliante adeguamento al massiccio bisogno italiano di accudire persone con handicap.

Questo processo ha determinato significativi rimescolamenti antropologici e sociali. Al fenomeno suddetto, intanto, si aggiungeva l’esigenza di coprire carenze di persone in altri campi lavorativi, ritenuti dai nostri concittadini faticosi e poco rimunerativi. Fino ad oggi, quando alle precedenti ondate migratorie si sono aggiunte nuove e massicce provenienze, con cui siamo alle prese, in un dibattito politico piuttosto acceso. Alimentato anche da moti di opinione pubblica, gran parte, digiuna sul tema: su quanto e come sia utile favorire nuovi incrementi migratori. Ma questo è un altro argomento.

Resta il positivo ruolo svolto dalle badanti straniere, come Teresita, avendoci arricchito di umanità e nuove conoscenze sul mondo globalizzato, che dovrebbe predisporci al fenomeno dei migranti con più razionalità e lungimiranza.

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quito

 

Vita popolare e storie del Novecento nell’autobiografia del maestro Agostino Svetti

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Svetti 1Di norma ci accostiamo alle autobiografie prevenuti, temendo agiografie stuccose, rese esose da ego smodati. Ma se la lettura prende, fino all’ultima pagina 250,  significa ch’è un bel libro, come “Il Maestro” Storie della notte di Agostino Svetti, Murena Editrice. Curato postumo dalla figlia Maria Licia. Autoritratto del maestro, dalla nascita alla morte, calato tra la vita di ceti popolari. Difficile trovare, in un unico libro, migliore specchio sulle vicende umane del passato prossimo cortonese e chianino. In cui storie locali e nazionali, personali e collettive, si intrecciano per tutto il Novecento, filtrate da uno sguardo arguto e colto.

Una volta emancipatosi, non assunse pose da parvenu (frequenti in provincia), bensì Gostino – per gli intimi – uscito dalla miseria divenne amato e stimato maestro elementare, alla mano, mai dimentico delle radici. Dalla vita piena di affetti se pure tribolata – simile alla maggior parte dei conterranei –, lucidamente ripercorsa in un compendio di storie viste o vissute, narrate con schiettezza campagnola.

Scritto con mano fragile, ultranovantenne, a fatica, durante consuete veglie notturne. Abitudine mai smessa, presa da ragazzo per studiare la notte, e mantenuta anche da maestro per correggere i compiti. Il risultato è uno splendido affresco, dalla prima guerra mondiale ai giorni nostri, protagonista, insieme a lui, gente semplice.  L’intreccio costante tra storia nazionale ed eventi personali e familiari parte dal primo Svettino – nell’accenno alla saga familiare degli Svetti -. Di origini campane, deposto a Cortona tra gli orfanelli, a metà Ottocento, da madre amorevole ma “disonorata” da quella gravidanza.  Agostino cozza spesso amaro con la Storia. Partecipe, vittima, non di rado indignato e disgustato, prende le difese del popolo afflitto e impotente innanzi alle catastrofi belliche della prima e seconda guerra mondiale. Il primo dramma personale precedette addirittura la sua nascita! Nacque orfano del padre Agostino – ucciso da una malattia contratta in guerra (’15-18) – che lo concepì negli ultimi attimi d’amore con la sua sposa. Sventura che, nel bene e nel male, condizionò i destini familiari. Poi venne la seconda grande guerra, altro impatto tragico con la Storia. Pur essendo figlio unico maschio di vedova di guerra, venne chiamato alle armi in piena  rotta bellica italiana, nel 1943. Dove gli capitò di tutto: da stringere la mano al principe Umberto, subendone il fascino, all’assistere ai disastri della guerra. Di stanza nel Sud Italia bombardato dagli angloamericani, neo ufficiale dell’esercito, istruito in fretta e furia, raccolse a brandelli civili inermi e commilitoni, e compì la stessa opera pietosa raccapezzando corpi tra le macerie, al seguito delle battaglie a Montecassino e nei pressi della linea Gustav. Nell’Italia degli umili e dei semplici, sconfitta, umiliata, dilaniata dalla guerra civile, l’8 settembre segnò la svolta che lo ricongiunse alla sposa novella Wilma. Per i militari presenti al Sud, ci fu l’opzione di tornare a casa. Di quei momenti, Agostino ricorda l’assalto affettuoso e trepidante dei familiari al suo “Casone”, e, al contempo, vide l’incertezza tragica nel compagno di viaggio nel ripresentarsi a Montecchio, temendo ritorsioni: Beppino era partito volontario in guerra nella milizia fascista.

La scrittura semplice da dettato elementare – pregio, non limite – è incalzante come lo scorrere del film della vita nella mente del moribondo. Tono e lessico schietti e pacati del conversare tra amici. Gentile, educato al timore dei precetti cristiani, a cui si attenne. Agostino interloquisce, nell’intimo, tra sé e i personaggi narrati da cronista e storico (“Io, appassionato di Storia, sempre desideroso di sapere tanti avvenimenti, non smetterei mai di parlare con qualcuno di tante vicende che, una dopo l’altra, corrono nella mia mente”). Fatti e individui evocati senza perifrasi: sfruttati, onesti, disonesti, coglioni, affettuosi, malevoli,… quelli sono, senza code di aggettivi retorici edulcoranti, né orpelli inutili al racconto che scorrere come un fiume placido. Certi mantra  ricorrono.  Riguardando i suoi maggiori affetti: la moglie Wilma, la bambina dal cappellino bianco; il padre Agostino che gli donò la vita e, morto per cause belliche, gli lasciò in eredità una pensione che gli consentì studi magistrali; così come è grato alla mamma per avergli reso la vita meno aspra da misero studente pendolare (il retaggio dei tempi: la scelta di far studiare il figlio maschio anziché le femmine). Le scuole, a Cortona e Castiglion Fiorentino,  erano distanti molti kilometri, che egli, risoluto, perdurò  a raggiungere a piedi e in bicicletta tra fango e intemperie.

L’autobiografia di Svetti  non vedrei azzardato avvicinarla alla scrittura di Celine del Viaggio al termine della notte e  Morte a credito. Romanziere che seppe meglio capire e rappresentare il Novecento, illuminandone, con provocatoria originalità espressiva, gli aspetti essenziali. Descrivendo la vita così com’è, da cronista. Pur partendo, i due, da sostrati ideologici e caratteriali diversi. Ferdinand (Celine)  ragazzo discolo, combinandone di tutti i colori, fu messo in collegio e, adulto, passò alla storia come tenace filonazista e antisemita; Agostino ragazzo diligente e ubbidiente, adulto fu democratico cristiano, antifascista, rispettoso delle idee  altrui. Tuttavia, i due sono accomunati da doti speciali efficaci nel racconto  cronachistico dei loro tempi. Agostino, raccontando, non emette condanne verso i suoi pari, mentre si indigna (molto) verso i potenti (come il Duce) capaci di rovinare la vita ai semplici. Prendiamo la storia di Ciro, detto Ciccillo. Furbastro di Montecchio, scalmanato fascista poi capo comunista. Scansafatiche, piangendo miseria, grazie alla solidarietà dei compagni, alla sua morte si scoprì aver accumulato una fortuna milionaria “…eri così buffo, tutti stavamo volentieri con te, perché eri uno scaccia pensieri”. “Faceva il povero, vestito da straccione, non trovava lavoro perché non aveva voglia di faticare”. Risparmiò anche sulle spese della sepoltura: “Il tuo funerale scosse tanto me, quanto i tuoi cugini Attilio e Fiore. La buca dove foste messo ci inorridì: scavata con lo scavatore e racchiusa con grosse zolle di sabbione intriso di acqua”.

Seguendo l’avventura di Agostino, vien fuori una mappa di paesi, città, e semplici toponimi, anche lontani da Cortona e dalla Valdichiana, che, grazie a lui, diventano familiari al lettore, come fosse lui stesso in scena. Restringendo la topografia del racconto a livello locale, verrebbe facile figurarne il parco letterario della memoria di Agostino Svetti. Anche se molti edifici sono scomparsi e certe topografie mutate, riusciremmo lo stesso a immaginare il “Casone” e la scuola elementare a Montecchio, fulcro d’una giovinezza misera ma felice; la chiesetta a Chianacce, dove conobbe la bambina sua futura sposa; Cortona e il ginnasio, dove studiò ed estese amicizie, molte delle quali dureranno una vita; Castiglion Fiorentino delle scuole magistrali, forgia dei maestri chianini, studenti spesso costretti a interrompere gli studi liceali, non in grado di permettersi l’Università, convertiti in maestri; infine, Camucia. Dove Agostino visse gran parte dell’età adulta, prima alle case Popolari di via Scotoni, poi nella casa costruita a fatica con mucchi di cambiali. Camucia affamata di maestri, in piena espansione. Negli anni Sessanta se ne contarono almeno 16, tutti quanti rimasti nel ricordo di Agostino, insieme al Direttore Fabiani. Con cui resse l’associazione ex-combattenti, finchè, sopravvissuti solo loro due, decisero di liquidarla.

L’autobiografia di Agostino Svetti, lezione di scrittura realistica ed etica non moralistica, è patrimonio letterario e storico di tutti i chianini. Documento su quell’ universo popolare che ai nipoti sarà del tutto ignoto, oscurato dal consumismo e  dai nuovi costumi di vita molto più  spesi in effimere sfere virtuali, quando in passato esisteva solo, nuda e cruda, la vita reale.

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