La panchina dedicata ad Alfredino Bianchi a Camucia

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Alfredo BianchiAmici irriducibili del farmacista Alfredo Bianchi hanno festeggiato con sobria cerimonia laica, bagnata da semplici bicchieri di vino, la posa d’una panchina in Piazza XXV Aprile a Camucia; posto ritenuto appropriato e definitivo. Il 27 giugno, alle 21.00. Ora e luogo simbolici, legati ambedue alle abitudini dell’indimenticato Alfredino. Il quale, nei crepuscoli estivi, seduto lì, raccoglieva a chiacchiere e burle buontemponi come lui. Quel simbolico memoriale – la panchina -, a chi non ha conosciuto Alfredino, suggerirà almeno la pacifica condivisione d’una seduta: dove conversare con chiunque abbia “cinque minuti da perdere” cazzeggiando in attimi di leggerezza…antidepressivo naturale. Chi sa le vicende di Camucia nel boom economico capisce i motivi per cui Alfredino, col suo teatro di strada estivo, avesse voluto rinverdire atmosfere rese fantastiche da generazioni coeve dei suoi genitori. Quando gli svaghi erano pochi e concentrati a fine settimana: la televisioni in bianco e nero, seguita in massa negli spettacoli del sabato, la pizza, e il cinema. E la “vegghja” tra fidanzati. Mentre nello spiazzo Camuciese,  tra l’Extra bar l’Edicola e via Regina Elena, tutte le sere c’erano spettacoli nazional-popolari… Teatro di strada senza copione. I cui protagonisti principali erano attori navigati che, ridendo e scherzando, sguazzavano su pettegolezzi, commenti politici, sportivi, e ogni altro genere di notizie che si prestassero a irridenti commenti. Nei modi tipici  comuni, da sempre, della Toscana profonda: diretta, pettegola, beffarda, battutista, anticonformista, senza timori reverenziali. Tradotta magistralmente nel Decameron di Giovanni Boccaccio, nella serie dei film Amici miei di Mario Monicelli, e ancor viva, in spolvero scritto e caricaturale, nel Vernacoliere livornese. Nell’apparente anarchia, c’era spazio per ogni argomento e per chiunque volesse dir la sua; qualcuno, in disparte, trattava pure affari. E come in ogni spettacolo, sulle comparse svettavano i capocomici. Quale fu Edo Bianchi (babbo di Alfredino) –  farmacista dal sapere enciclopedico, compulsivo bestemmiatore ma non ateo, appassionato cineasta e di modellismo, hobby condivisi  con Giandomenico  Ciculi – capace di intervenire tra il serio e il faceto su qualsiasi questione. Educatore e informatore gratuito di gente dedita tutto il giorno al lavoro e agli affari, e di rado a sfogliare giornali e libri. E Alfiero Pelucchini, il Pittiri, parvenze intellettuali, albergatore, imprigionato per lenocinio, modi eleganti e linguaggio forbito, lui i giornali li leggeva e li commentava. Vulcano in eruzione, quando trattava le intromissioni frequenti della Chiesa sulla vita politica. Favorevole al divorzio, auspicava pure il matrimonio dei preti, per la fissa di poterli finalmente cornificare, come loro facevano impuniti senza possibilità d’essere ripagati della stessa moneta. Destino volle che lo zio prete gli lasciasse un bel gruzzolo in eredità!… Altri ancora erano i protagonisti di quegli spettacoli a cielo aperto, meno assidui dei due – Edo e Alfiero – residenti a pochi passi dalla Piazzetta; tra costoro  ricordiamo: il Ghjoghjolo, il Mèchena, il Principino, Bruggiamanne,… Quel mondo folkloristico si dissolse pian piano, venendo meno i protagonisti, ed essendo subentrati nella società nuovi e più variegati approcci al tempo libero, specie nei dopo cena. Alfredino – goduta la fortuna di quelle animazioni a costo zero, ed ereditate da Edo doti comunicative, umore scherzoso e socievole – spontaneamente, seduto nella solita Piazzetta, creò intorno a sé frotte di buontemponi par suo, rinverdendo così passati gioiosi memorabili. Le persone presenti nella fotografia, insieme ad altri (Patrizio Sorchi, Alberto Salavatori, Euro Attoniti,  Giandomenico Gorgai, Elvio Bartolozzi, Angelo Rosadoni, Franco Colzi, Giulio Picchi, Ceccarelli Romeo, Massimo Castellani, Ivo Camerini, Poldo) hanno contribuito a postare quel ricordo per Alfredino. I memoriali, solenni o modesti, sono sempre significativi. In questo caso, dell’affetto per un amico perso troppo presto, la cui umanità è riassunta nella panchina: ospite di viandanti in momenti spensierati, favorendo incontri tra vecchi e nuovi conoscenti. Niente di meglio, dopo lunghi periodi d’isolamento sociale vissuti in pandemia. Mancherà, purtroppo, Alfredino. Mentre resistono ancora altri. Come Alberto Salvatori, il Bambara. Compagno di zingarate di Alfredino, epigono Boccaccesco, le cui storie che tiene segrete sarebbero in grado di ridefinire l’immagine di Camucia: non solo laborioso paese di provincia, ma anche parente del luogo sessualmente trasgressivo rivelato nei I peccati di Peyton Place, scritto all’epoca (1956) dalla casalinga americana Grace Metalious.

fabilli1952@gmail.com

Alfredo Bianchi - Panchina la targhetta sulla panchina Alfredo Bianchi - Panchina 2i protagonisti principali della collocazione del piccolo memoriale

Fabrizio Bernini, intervista al Presidente Confindustria Toscana Sud (CTS)

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Bernini 1Personalità di valore generale, a prescindere dall’origine Valdarnese, l’ho inserito in questa Rubrica. Oggi amministratore del gruppo Zucchetti, Cavaliere del Lavoro, Presidente Confindustria Toscana Sud (CTS), Fabrizio  Bernini, nei primi anni Novanta, si presentò in Provincia di Arezzo, dov’ero Assessore, prospettando innovazioni che segnarono svolte epocali nei sistemi informatici. Sappiamo che il primo collegamento Internet risale al 1986, da Pisa agli Stati Uniti, giusto pochi anni dopo, nel ’90, Bernini ci fece partecipi dell’emozione del primo collegamento via etere – da Arezzo a Pisa – ricevendo stupiti una pur lenta scansione della foto di Monna Lisa. Era l’occasione in cui demmo l’incarico alla ditta Centro Sistemi di Bernini di riassettare il sistema informatico della Provincia: dotando le postazioni di lavoro di PC di nuova generazione. Superando il sistema  centralizzato, complicato dal linguaggio Cobol (risalente agli anni ’60), in cui l’operatore gestiva le pratiche davanti a un “terminale stupido”, privo di CPU e disco rigido, incapace di elaborare dati dovendo chiedere quelle funzioni a un elaboratore remoto.

  1. Complimenti a Fabrizio Bernini per l’elezione a Presidente Confindustria Toscana Sud! Da Valdarnese hai avuto relazioni di vita e lavoro in Val di Chiana?

Ho molti ricordi che mi legano alla Valdichiana. Ho studiato al Collegio di Serristori a Castiglion Fiorentino. Ero poco più di un ragazzino e raggiungevo il Collegio in bicicletta partendo da Mercatale Valdarno. Poi negli anni l’ho frequentata anche per motivi professionali: recentemente sono stato ospite di un importante convegno a Cortona

  1. Nella crisi pandemica da Covid, il gruppo Zucchetti Centro Sistemi (ZCS) che dirigi quali attività specifiche ha svolto?

Lo scoppio della pandemia ha sorpreso e stravolto tutto e tutti. Come ZCS abbiamo reagito in modo positivo, sicuramente aiutati dalla forte propensione alla tecnologia, dalla proiezione sui mercati internazionali, da una visione più green data dai più giovani e dalla responsabilità di tutto il personale che è rimasto connesso e vicino. Abbiamo spinto sull’acceleratore ed investito in risorse umane, nella ricerca di nuove soluzioni da proporre ad un mercato più ricettivo da un punto di vista tecnologico e sostenibile, in infrastrutture digitali ed ecosostenibili come il nuovo edificio destinato alla logistica. Siamo interpreti concreti dei valori smart & green. Abbiamo riportato al centro delle attività di ricerca e produzione l’innovazione e la sostenibilità, nella sua accezione più ampia, ovvero una sostenibilità integrata in termini economici, ambientali, sociali ed umani. Nello specifico, abbiamo sviluppato nuove soluzioni, a supporto della sicurezza delle persone e delle aziende: distributori automatici di DPI integrati con i gestionali oppure in chiave software, soluzioni in Cloud per permettere alle aziende di lavorare sempre e comunque (anche in smart working).

  1. Tra le tue capacità imprenditoriali sono notevoli quelle legate a brevetti innovativi. Ci ricordi i brevetti di cui sei più orgoglioso?

Tutti i brevetti si riagganciano a progetti nei quali ho creduto ed ho investito molto. Sicuramente i primi brevetti legati al robot rasaerba Ambrogio sono quelli che mi hanno poi portato molte soddisfazioni. Ambrogio è nato nel giardino di casa mia utilizzando una carrozzina ed una scatola elettrica Gewiss. Avevo una preparazione in campo elettronico, avevo imparato a programmare durante i primi lavori da professionista e mi ero improvvisato con la meccanica: una idea nata da una esigenza e da un bisogno latente di coloro che hanno un giardino – avere un prato bello senza durare fatica – che si è trasformata in un prodotto di successo internazionale. Oggi Ambrogio è un prodotto intelligente: è connesso al Cloud, lo si può gestire e programmare anche da remoto, ed è dotato di Intelligenza artificiale che gli permette di prendere decisioni in autonomia .

  1. Quali nuove sfide attendono le imprese nel distretto Toscana Sud nella fase di ripresa post-Covid?

In generale, la sfida fondamentale su cui lavorare sarà la cultura dell’ imprenditore. La ripresa e lo sviluppo delle aziende del territorio  passeranno dalla transizione tecnologica e dall’innovazione digitale a 360°, alla transizione green, tenendo conto che l’economia circolare sarà un pilastro ineludibile per il futuro.

  1. Quali politiche agevolanti la ripresa si attendono le imprese dalle istituzioni: Regione Toscana, Province, e Comuni?

Le aziende manifatturiere devono essere riportate al centro dell’attenzione delle Istituzioni. La crescita del Paese, della Regione, dei singoli territori dipende dalla capacità delle imprese di aumentare la loro produttività. Le incentivazioni statali dovrebbero stimolare l’acquisto di prodotti “Made in Italy”, in modo da muovere una filiera produttiva a favore di un intero indotto. L’agevolazione al consumo di beni che provengono prevalentemente dalla Cina (penso ai monopattini, ma anche all’ecobonus al 110% – del quale beneficia anche la mia divisione che si occupa di Energie Rinnovabili, e che ha comportato un incremento sensibile del fatturato – ) porta beneficio solamente a chi commercializza quel tipo di prodotto. Un vantaggio solo per pochi che rischia di esaurirsi molto velocemente e può portare a una destabilizzazione dell’impresa e un indebitamento pubblico difficilmente recuperabile con il PIL.

  1. Quali momenti sistemici indicheresti, nell’aretino e in Toscana, che leghino le imprese dei comparti industriali, artigianali, commerciali, turistici, agricoli? Pensi a sviluppi di piattaforme promozionali dei “prodotti” territoriali, o che altro?

Il ruolo di tutte le associazioni di categoria del territorio sarà molto importante: stimolare e preparare le imprese industriali, agricole, turistiche, commerciali a rinnovarsi, cambiare, innovare. Come designato alla Presidenza di CTS, mi impegnerò a rappresentare tutti gli associati grandi e piccoli, ed accogliere le istanze di ogni impresa che compone il tessuto economico dei nostri territori.

  1. Quali percorsi formativi suggerisci ai nostri ragazzi per inserirsi nel mondo del lavoro? Condividi il fatalismo di chi dice  che i nostri giovani avrebbero futuro solo all’estero?

Oggi molte aziende stentano a reperire figure professionali con competenze tecniche adeguate, aggiornate e in linea con i propri fabbisogni lavorativi. Oltre ai soliti corsi di laurea nell’area tecnologica-digitale, si stanno attivando corsi professionalizzanti, per favorire la crescita di nuove figure professionali e per facilitare lo sviluppo di una forte Technological Valley nella provincia aretina.

E’ indispensabile allineare la formazione con le competenze tecnologiche necessarie al  rilancio e allo sviluppo delle nostre imprese.  Dobbiamo però sostenere i nostri ragazzi, avvicinandoli a quelli del resto d’Europa più all’avanguardia, con una formazione in quelle competenze chiave – digitali, tecnologiche e ambientali - che sempre più permetteranno di avere uno sbocco professionale.

Sono ottimista per il futuro e confido nelle idee e nell’entusiasmo delle nuove generazioni che presto saranno alla guida delle nostre imprese e rappresentano il domani del nostro territorio.

fabilli1952@gmail.com

 

Enrico Lavagnino, architetto colto dalla sensibilità artigianale

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Lavagnino 1A fine anni Settanta, giovane Ligure, ricercatore universitario di Composizione architettonica (Progettazione), assistente del prof. Paolo Vaccaro, con cui collaborò alla stesura del Piano Particolareggiato del Centro Storico di Cortona, Enrico Lavagnino si sentì “adottato” da Cortona. Senza conoscenze personali, fu “adottato” da alcuni dipendenti comunali, che ricorda con gratitudine: Vittorio Scarabicchi, Carlo Viti, Sergio Scorcucchi (il Pollo), Carlo Crivelli… In effetti, confermerei per esperienza diretta: tra i dipendenti comunali vigeva empatia e collaborazione, pure tra persone di orientamento politico diverso dagli amministratori di sinistra. Enrico mise il suo per farsi accogliere: gioviale, competente senza saccenteria, ben disposto al dialogo e a far brigate goderecce o impegnate in confronti politici. Erano gli anni dei consensi politici a sinistra, a Cortona, e lui si sentiva vicino alle idee dei comunisti.

Il recupero del Centro Storico fu prioritario per l’Amministrazione Comunale, e lo snodo era convincere cittadini e imprese a quella filosofia. Non si seminava nel deserto, già certi operatori il recupero conservativo del patrimonio edilizio lo praticavano. Ricordo tra i più recettivi: l’immobiliare Alunno, e le imprese Carlini, Pantella, Carresi e Magini, c’era da convincere il cittadino comune alle prese col restauro di casa propria. Il Comune dette quel compito gli architetti Vaccaro e Lavagnino, istruttori delle pratiche edilizie nel Centro Storico. Nel confronto, tra tecnici e cittadini, prese campo l’idea che conveniva anche economicamente: gli immobili aumentavano valore di mercato e spesso recuperare costava meno di demolire e ricostruire. Favorire il recupero dei manufatti incentivava lavori artigianali – del legno della pietra della ceramica dei metalli e della muratura – professioni allora molto presenti nel Cortonese. Crescendo il favore verso i restauri, il Comune proseguì nel dare esempio. Coinvolto nei nuovi progetti, Lavagnino scelse di lasciare impegni universitari dedicandosi  a tempo pieno agli incarichi comunali. (Negli anni 2000 riprese docenze universitarie a Cesena e Bologna, nel comune riferimento ai suoi studi universitari di Tipologia Edilizia, facenti capo alle nuove metodologie di Saverio Muratori e della sua scuola). Si aprì per lui un’esperienza di cui è fiero, facendogli fare, oggi, un bilancio positivo della sua carriera professionale, legata intimamente alla storia Cortonese. In un ciclo forse irripetibile per quantità e qualità di interventi pubblici, favoriti dal Comune – che fui onorato di guidare da sindaco – ch’ebbe disponibilità finanziarie copiose quanto mai prima. (Ricordo la consegna che ci demmo: nel perseguire obiettivi bisogna avere  “sogni” e gettarcisi, strada facendo arriveranno i finanziamenti… che arrivarono).

A ripercorrere quei momenti topici per Cortona, basta scorrere l’elenco sommario dei lavori di recupero e riuso immobiliari progettati e diretti da Lavagnino, da solo o in associazione con altri.

La Caserma dei Carabinieri di via Dardano; il Centro Convegni S. Agostino; Case popolari in via Roma: Palazzo Cinaglia, ex Carceri, Palazzetto Venuti e Arcioni;  altro blocco di Case popolari in via Benedetti; il restauro della Casa di Riposo Sernini; la Casa della Salute a Camucia (finanziata dalla Regione). A cui seguirono in tempi successivi: il restauro e adeguamento a Museo di Palazzo Casali; la nuova Casa di Riposo a Camucia; il Parcheggio dello Spirito Santo; l’apertura della Porta Bifora. Oltre ad altri progetti importanti commissionati a Lavagnino da privati: l’ex monastero di S. Antonio, albergo Il Monastero, e il Residence Il Melone del Sodo.

Quel contatto continuo, nel recupero del patrimonio storico immenso e irripetibile, tra Architetto e artigiani arricchì vicendevolmente i mestieri a confronto, tanto da far dire a Lavagnino: “Mi considero un architetto artigiano!”, svelando nostalgie per la sapienza  di artigiani un tempo largamente diffusi e oggi in gran parte scomparsi.

Altro capitolo importante del lavoro, nella sua adesione ai problemi territoriali, fu l’incarico urbanistico di aggiornare il Piano regolatore generale comunale (con gli studi associati dell’architetto Danilo Grifoni) seguito al Piano di recupero del Centro Storico. Nell’uno e nell’altro caso, fu adottato il metodo dell’urbanistica democratica, partecipata dai cittadini coinvolti in decine di incontri pubblici. E di quell’urbanistica se ne può discutere certi esiti concreti, in progetti edilizi non sempre felici dal punto di vista estetico, ma quelle previsioni di piano ebbero validità durature, per decenni, com’è giusto che sia. “Cose di cui oggi ne sentiamo bisogno: trasparenza, partecipazione popolare, proiezione nei decenni futuri. Tutto invece si discute in segrete stanze. E la qualità degli interventi non può non risentirne: basti vedere il parco pubblico in corso di realizzazione sull’ex campo di calcio della Maialina (assurda colata di cemento), o l’ingolfamento di centri commerciali a ridosso della ex statale 71, a Camucia. Trasgredendo consolidati principi urbanistici: che sconsigliano la creazione di centri commerciali nei centri abitati, preferendo le periferie”. Queste sono state alcune riflessioni espresse da Lavagnino, condivisibili, preoccupato su scelte urbanistiche comunali in gestazione. E, interrogandosi sul futuro, si domanda: “se  per qualificare i fabbisogni futuri del territorio ci siano state, o sono in previsione, consultazioni con le categorie economiche, coi residenti, e con gli stessi stranieri che hanno adottato Cortona come seconda patria?” E ancora, “assodato che a Camucia esiste una vasta area archeologica, risalente a epoca etrusca, non è il caso di circoscrivere quell’area con vincoli di tutela? O s’intende proseguire, come in passato, nella politica dello struzzo?” Per gestire piani di sviluppo economici e residenziali di lungo respiro, senza guastare il buono fatto, sono richieste al Comune alte professionalità e contatti veri con la popolazione. Perchè pensare in grande il futuro non è esclusivo dei detentori pro tempore del potere, ma di tutti.

fabilli1952@gmail.com

Lavagnino - Porta BiforaRiapertura Porta bifora Lavagnino - Parcheggio Spirito SantoParcheggio Spirito Santo Lvagnino - Parcheggo Sprito SantoParcheggio Spirito Santo Lavagnino - ex-carceri-prosp-prg (1)Ricostruzione per edilizia popolare diruto ex Carceri Lavagnino - Palazzetto Venuti e Arcioni (1)Recupero Palazzetti in Via Roma per edilizia popolareLavagnino - 3d- S.AntonioEx complesso monastico s. Antonio destinato ad albergoLvagnini -Borgo il Melone Complesso residenziale Il Melone al Sodo

Silvio Passerini, erede di antica nobiltà vissuta con impegno e ironia

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Silvio PasseriniFu il mito della mia fanciullezza, Silvio Passerini. Quand’era adolescente entrò col motorino rombante in chiesa a Pergo, in evoluzioni da gimkana!… mentre assistei alla blanda reazione di don Giuseppe: “Silvio che fai?! Lo dico al babbo!…” l’avesse fatto chiunque altro quel “sacrilegio”, minimo, il prete l’avrebbe preso a scapaccioni. L’amico comune Fernando mi consentì di ridere con Silvio su quei tempi andati. E appagai la curiosità di osservare, di passaggio, l’archivio di Casa Passerini. Dove ci fu lo stesso François Mitterrand – detto Le Florentin per il modo d’intendere la politica – a visionare lettere autografe del maestro di scienza politica Niccolò Machiavelli.  Di Silvio – qualche anno maggiore di me – frequentai nel parco domestico il secolare Platano, sotto cui sbrigliavamo fantasie infantili. Ancora è vivo. Sui cui lunghi rami furono iscritte storie personali infinite. (Scemenze da esecrare, ma accadute). Seduti al timido sole invernale davanti casa, Silvio raccontò in poche battute la storia del Platano e degli Angori, contadini plurisecolari dei Passerini che, epoche fa, interrarono la pianticella d’origini orientali. Legame mai estinto tra le due famiglie. Fino all’ultimo, Silvio si prodigò per risolvere la malattia mortale del compagno d’infanzia Sergio Angori attingendo invano alle sue conoscenze. Dispiacere che rievocò a noi ospiti. Affetti ed esperienze indelebili nella sua memoria, testimonianza d’animo generoso. Pur privo di studi elevati è molto colto, grazie a vite intense sua e familiare, citando vari casi di vicende e persone, semplici e illustri, che ha conosciuto. Come la storia di Gino Severini, vicino di casa. Del giovane ne capì il talento pittorico un chierico, Prozio di Silvio, che lo stipendiò da panettiere… Al benefattore, il pittore dedicò un ritratto. Il ritratto della sua motocicletta Silvio lo chiese a Balthus (pseudonimo di Balthasar Klossowski de Rola, artista sofisticato di equivoche fanciulle in fiore, che vendeva quadri a prezzi astronomici a persone scelte da lui stesso), ospite a villa Passerini. Il pittore rinviò il momento di soddisfare quella richiesta singolare, finchè si disse pronto. Ma Silvio glissò: quel giorno era preso da altri interessi… e non ebbe il ritratto della moto. Per l’ironia che lo distingue, Silvio commentò quella privazione che avrebbe avuto un valore  notevole: “Posso dire di aver rinunciato a profittare dei lavori di Balthus, anche per un’altra storia…” il pittore,  affiancando un regista belga  in uno spettacolo teatrale, ogni giorno gettava nel cestino bozzetti di scene non  piaciute…, d’indubbio pregio culturale e venale,  finite nei rifiuti senza che nessuno le raccogliesse!

Nell’androne di casa, dove seguitavano i racconti intriganti di Silvio, davanti a una MV Augusta corsaiola affiancata a finimenti da cavaliere, commentò: “Ecco due esempi di cavalcature!…” Mentre dalla parete ci guardava un bel ritratto femminile ottocentesco, non ricordo se amica o parente di Ugo Foscolo. Altro personaggio legato ai Passerini. Nella stanza adiacente c’è il ritratto del cardinale Silvio Passerini. Tra i capostipiti, colui che esaltò fama e ricchezza del casato. Grand commis politico dei Medici (evocati nel blasone Passerini, dove sono: il bue chianino a fianco delle sei palle medicee), servitore di Papi, proprietario di mille poderi tra Firenze e Orvieto (è scritto nella storia di Cortona nel Medioevo di Gerolamo Mancini), costruttore del Palazzone, dimora principesca oggi donata alla Scuola Normale di Pisa, e di palazzi e ville tra Toscana e Umbria. Nominato il famoso prozio, di cui porta il nome e ne cura l’eredità storica, Silvio (‘toscanaccio’, alla Curzio Malaparte) non rinunciò alla battuta: “Sapete l’origine del nome Montalla? Era il luogo dove il Cardinale… incontrava l’amante! Siccome il prete del posto non lo gradiva, minacciò di recarsi con la mula dal Papa a denunciare lo scandalo… ma il prete a Roma non giunse mai… Il Cardinale morì avvelenato da un cesto di fichi…” L’ironica vena narrativa di Silvio alternava battute sapide a digressioni storiche anche descrivendo l’archivio di casa, del cui riordino si curò la Fondazione della Cassa di Risparmio di Firenze. Fonte culturale d’inestimabile valore, che meriterebbe attenzioni anche di istituzioni pubbliche. L’archivio è, tuttavia, in ottime mani. Con la promessa di Silvio di farmelo frequentare di nuovo, che riterrei privilegio speciale sotto la sua guida lucida.

Ai saluti di commiato, regalai copia del mio libro I Mezzadri, dei quali, già guardando la copertina, Silvio mostrò di conoscerne la storia avendola vissuta. Le battiture in aie polverose, feste mobili contadine, dove ogni famiglia consumava in un giorno, in pranzi voluttuosi, equivalenti calorie d’un anno di alimentazione della famiglia stessa: prezzo da pagare per non sfigurare con gli altri. E le scartocciate del granturco, dove bastava un organetto a scatenare balli a non finire, che si mutavano, complici le notti, in occasioni ghiotte di conoscenze… sentimentali.

Insomma, dietro l’uomo affascinante che generazioni di donne hanno ammirato –  oggi agente immobiliare col figlio Gianluca, produttore di vini pregiati, e prestatore di signorili location per cerimonie – c’è il lucido testimone del territorio e del tempo, passato e presente, in ragione delle sue esperienze di lavoro e di vita in contatti internazionali avuti, tanto che potremmo definirlo: Conte Popolare e Cosmopolita. Non a caso ha sposato una delle più belle donne del Granducato di Lussemburgo: Simone. Esempio vivente di transizione della nobiltà agraria al mondo globalizzato, ben radicato nelle tradizioni del territorio.

Silvio, con nonchalance, sta con l’inclito e l’umile senza vanità, riflessivo su quanto accade: sia d’interesse generale sia riguardo a persone singole.  Per le quali si prodiga senza tornaconto. Anzi. È il primo a indignarsi sul modo dilagante d’arraffare: “A che serve arraffare a chi ha già tanti soldi da non avere il tempo da spenderli!?…” Sagge parole,  da sottoscrivere.

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Silvio PasseriniSilvio Psserini con il suo cane corso Il Platano Passerini - olio di Shelly GoldsteinL’antico platano Passerini. Olio su tela di Shelly Goldstein

L’impresa di Franco Bentenuti: volare in cielo e nel futuro coi “Baroni Rotti” ed “Etruria Volo”

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Bentenuti 2A cadere (dalla moto) spezzandosi la spina, rimettersi in sella (al Quad) e volare in aereo ci vuol gran volontà, applicazione e fantasia, com’è  capitato al cortonese Franco Bentenuti, oggi protagonista in attività complesse, raccolte presso l’Aeroclub Serristori, a Castiglion Fiorentino.

Percorrendo lungo la strada provinciale, che da Castiglion Fiorentino va a Cesa, curioso mi domandavo come funzionassero, in quell’angolo di campagna,  piste di volo, aerei, hangar, abitazioni, piscina,…  un complesso che si sviluppava di continuo, e, soprattutto, aveva l’aria di sfidare il tempo, di non decadere, anzi, crescere! Finchè un amico comune, l’ingegner Bruno Frattini, me ne ha portato a conoscerne il deus ex machina,   Franco Bentenuti. Nostro vicino di casa (mio e di Bruno), che non avevo mai incontrato prima. Strada facendo, Bruno s’era promesso di non anticiparmi nulla, poi, durante la chiacchierata sotto gli hangar, ho capito che anche Lui è tra i  protagonisti di quel gruppo di imprenditori e sognatori. Amanti del volo, della solidarietà coi portatori di handicap,  delle nuove tecnologie, dello sviluppo del territorio,… inseguitori di sogni, in gran parte definiti e realizzati, e sulla strada di realizzarne ancora nuovi, pur con i piedi piantati nella realtà.

Pian piano ho scoperto la forza di volontà di Franco Bentenuti che, nel 1991, ebbe un incidente di moto grave, con lesioni spinali cervicali, di quelle che possono lasciarti senza più l’uso di mani e gambe. Affermato programmatore e progettista industriale, presso l’orafo Tacchini a Terontola, Franco riuscì, dopo dolorose cure e lunga riabilitazione, a riprendere l’uso delle mani. E, con i miglioramenti fisici, crebbe la sua aspettativa di riprendere il lavoro, come fece, da progettista e programmatore, e insegnante di elettronica elettrotecnica e controllo numerico, presso l’ITIS e il Margaritone di Arezzo.

La svolta: Franco incontrò, presso l’Associazione Paraplegici di Arezzo, una persona che gli ventilò l’idea di condividere la passione del volo con altri disabili. L’idea affascinante richiedeva passaggi obbligatori: come adattare i velivoli ottenendo l’approvazione delle modifiche dall’Aero Club Italia. E, per dar seguito alla condivisione di quella passione, fu costituita l’Associazione nazionale per il volo “Baroni Rotti”. (Trasposizione ironica del “Barone Rosso”, il barone Manfred Von Richthofen, asso dell’aviazione tedesca nella I° guerra mondiale, che si era guadagnato il soprannome per aver dipinto completamente di rosso il suo Fokker da combattimento).  Con questa, in Valdichiana, s’avviava una scuola di volo con propri istruttori. E da lì – ottenuta la concessione d’una vasta area agricola, terreni e un rudere, dall’Ente Serristori di Castiglion Fiorentino – nacque il “Centro Volo Serristori”, scuola di volo per disabili, dal 1995. Si procedette alacremente al livellamento dei terreni per la pista di volo, fu costruito il primo hangar per ricovero e manutenzione velivoli, rendendo così effettiva la scuola: potendo gli allievi svolgere, in un’unica sede, la formazione  ottenendo l’abilitazione al volo, senza spostarsi in giro per l’Italia in cerca di istruttori, piste, aerei,… mentre casa Bentenuti fungeva quasi da ostello. Il problema dell’ospitalità non era secondario, provenendo gli allievi dalla Sicilia alla Lombardia; nonostante che l’Associazione Baroni Rotti curasse il dislocamento degli aspiranti al volo anche in altri centri di addestramento nazionali.

Fatti importanti intervennero a far crescere il Centro Volo Serristori. La progressiva chiusura di centri volo preesistenti a Siena, Perugia, Grosseto, Lucca, e la decisione dell’Ente Serristori (gestito dal Comune) di alienare i terreni concessi al Centro Volo, per finanziare interventi sul proprio patrimonio immobiliare. Era il 1999. Dei 60 soci del Centro Volo, 19 sottoscrissero l’impegno di partecipare all’asta pubblica per acquistare l’area, fin’allora in affitto dal Serristori. La base d’asta era fissata a 390 milioni di lire. A Franco, ancor giovane (aveva 28 anni), soci più esperti  suggerirono di offrire 401 milioni e 750 mila lire. E le 750mila lire furono decisive per vincere l’asta sulla concorrenza. Per gestire la nuova proprietà, di 11  ettari e un casale diroccato, fu costituita una società a responsabilità limitata di cui Franco fu eletto presidente. Invece di restaurare il casolare diruto, fu deciso di costruire  strutture residenziali nuove per gli aspiranti piloti. Costruita una piscina un ristorante e nuovi hangar, l’ultimo nel 2004. Nei vent’anni trascorsi dall’acquisto dell’area, sono sorti 7 blocchi di hangar, 2 piste di volo (una asfaltata e l’altra erbosa), 15 appartamenti (metà adattati a clienti disabili), vengono ospitati 30 aerei, di cui 25 di privati e 3 di proprietà della scuola, e altri aerei super leggeri.

Intanto crescevano, intorno a Franco, sia appassionati al volo  sia collaboratori e, con essi, progetti per il futuro. Così nacque l’Associazione Tuscan Easy, senza scopo di lucro, per sviluppare “turismo sostenibile e inclusivo”, a cui aderirono privati e istituzioni pubbliche (ICARO, MAEC, ditta Magini, ditta Athena, AION Cultura), come nacque un’altra Associazione di e-commerce per valorizzare prodotti locali. E, nel seguire l’evoluzione degli aeromobili, è venuto anche l’interesse per i droni, creando la società Etruria Volo SRL,  di cui Bentenuti è direttore, in collaborazione con  Bruno Frattini (amministratore di ICARO) e l’avvocato pisano Giuseppe Ramalli. Ramalli, a quarant’anni,  abbandonò la professione forense per dedicarsi a una nuova vita  in Valdichiana, quale: progettista, costruttore, programmatore, istruttore e guida di droni!   L’angolo dell’ hangar ch’egli occupa – con prototipi funzionanti, pezzi di ricambio, e un aereo leggero da turismo e scuola guida – è pure dotato d’un laboratorio, in cui Ramalli mette in opera le sue idee hardware e software, da provetto inventore. Tanto che, in risposta all’impegnativa domanda della figlia “Babbo, ma tu che fai?”, gli avrei suggerito – anche se l’ho visto un po’ perplesso, forse perché non legge fumetti – “Rispondile che emuli Archimede Pitagorico! il genio inventore nei fumetti di Topolino e Paperino.” Battute spiritose a parte, già è provata –  da Ramalli – la versatilità dei suoi droni nel produrre rilievi aerei in tempi rapidi, affrontando i più svariati temi: cartografici, geologici, ambientali, plani volumetrici, ecc. Perciò la società Etruria Volo, dal 2014, coi droni è in grado di realizzare monitoraggi vari sul territorio, oltre a formare nuovi tecnici: fornendo manuali operativi e rilasciando abilitazioni all’uso di droni; a cui si aggiunga la costruzione degli stessi, seguendo idee innovative. Servizi di cui già si avvalgono centri di ricerca nazionali,  universitari, enti pubblici e privati.  Per quanto sia impegnativo sviluppare ricerche e applicazioni in campo dronistico (a causa dei rischi dell’uso terroristico), ai protagonisti di Etruria Volo non mancano coraggio e inventiva.

A loro sostegno, sarebbe auspicabile un maggiore interesse dei soggetti pubblici e privati presenti sul territorio. I quali, comprese le innumerevoli potenzialità dei droni,  avrebbero  disponibili una vasta gamma di servizi: utili alla pianificazione territoriale, alla programmazione di infrastrutture, alla produzione di carte tematiche per il turismo, oltre alle  mappature di siti archeologici, industriali, urbani, ecc.

Dal 2015, l’abilitazione a centro addestramento all’uso dei droni, presso il Centro Volo Serristori, andava ad aggiungersi all’abilitazione a scuola volo per aerei leggeri e superleggeri e a scuola volo per aviazione civile, compreso il volo notturno, potendo così rilasciare licenze professionali. Si contano, ad oggi, almeno tre persone, qui abilitate, che esercitano la professione di piloti civili. Ecco un altro singolare valore del Centro Volo Serristori:  abilitato a scuola volo riconosciuta da ENAC (Ente Nazionale Aviazione Civile) e altresì abilitato  a livello europeo, come  numero 0 (zero), essendo stata la prima scuola europea abilitata. A certificare la crescita enorme, in prestigio e affidabilità, della scuola volo, conseguente  a capacità e responsabilità, dimostrate nel tempo, in campi altamente tecnologici. Sottoposti a rigide normative per la delicatezza del compito nell’abilitare al volo piloti di aerei leggeri e, persino, aerei civili.

A conclusione dell’incontro affascinante, al Centro Volo Serristori, ringrazio Franco Bentenuti e i suoi entusiasti collaboratori presenti alla chiacchierata, Bruno Frattini e Giuseppe Ramalli, per avermi illustrato un’eccellenza della Valdichiana. Nata nello spirito solidale di far accedere anche i disabili al piacere del volo aereo. Missione accresciutasi strada facendo di capitoli nuovi dalle valenze nazionali, ricadute importanti sul territorio, e  dal futuro promettente. Sul quale sarebbe auspicabile la collaborazione di  componenti civili e istituzionale della Valdichiana, della quale abbiano a cuore lo sviluppo. E, son convinto, che spinte dal territorio sarebbero molto apprezzate dai miei ospiti d’un pomeriggio al Centro Volo. Lieti di cimentarsi in sfide nuove, tante sono le loro capacità e fantasia imprenditoriale,  oltre all’affetto per il territorio dimostrato in tanti anni di impegno.

Bentenuti 6Centro Volo Serristori a Castiglion FiorentinoBentenuti 3Franco Bentenuti, Amministratore del CentroBentenuti 5Franco tra i suoi amati oggetti per il voloBentenuti 4Oltre alla abilitazione al volo, si abilita anche alla guida dei droniBentenuti 2Da questa scuola guida al volo abilitata anche per portatori di handicap sono transitati anche piloti attualmente attivi nei coli di aviazione commerciale

Bruno Frattini, da 35 anni con la società ICARO “vola” sulle innovazioni nel Lavoro e nell’Ambiente

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ICARO -Fotp di gruppoIl settantottenne Bruno Frattini – fondatore della più importante società di consulenze aziendali presente a Cortona con ottanta dipendenti – il tempo non sembra scalfirlo.  Stesso sguardo vivo dietro lenti squadrate, stessi amichevoli sorrisi misurati e frequenti, stesso incedere felpato, stessa corporatura, stessa ponderatezza e lungimiranza nell’analizzare problemi del mondo o argomenti  professionali, misto di scienza e filosofia… l’ho ritrovato, dopo oltre un trentennio, del tutto simile, per non dire uguale, a quando, negli anni Ottanta, l’ebbi maestro di nuove tecnologie. Allora, per me, rappresentate dal PC Olivetti M24 e dal software archivistico DB IV. Egli ingegnere chimico – colonna portante della Medicina del Lavoro,   nella USL24, a fianco del medico Michele Di Trani – che da quell’esperienza (conclusa nell’87) trasse spunti fondamentali per il suo futuro professionale. Sviluppato nella società ICARO, di cui fu fondatore (1985) e, poco dopo, amministratore unico e “dittatore illuminato”. L’avvento al potere di Khomeini gli aveva interrotte esperienze di lavoro precedenti in Iran (nel ’79), aggregato a una società di ingegneria, costretto a tornare in Italia con la compagna Daniela Piegai, che, giornalista prestata all’industria,   svolgerà compiti nell’espansione operativa di ICARO, dedicandosi alla formazione e informazione sulla prevenzione dei rischi ambientali e nel lavoro, nel raffinato microcosmo culturale tecnico umanistico, forza tranquilla, alla base del successo di ICARO.

Nonostante l’immagine folkloristica della Medicina del Lavoro della USL 24 – chi vestiva salopette alla Super Mario, chi vestita da Calamity Jane, con Bruno l’unico vestito in modo convenzionale –, quel gruppo fu accolto con rispetto e interesse, sia dagli amministratori pubblici che dal mondo  del lavoro, per idee innovative sulla protezione dai rischi a vantaggio della salute. Tanto avanzato, alla ricerca di soluzioni innovative, da inseguire sostegni finanziari ai loro progetti fino alla Comunità Europea: in Lussemburgo, presso la competente Commissione. O partecipando a Convegni di alta specializzazione, come quello ad Amburgo, dove – facendo infuriare il dottor Di Trani, meridionale insofferente lo stigma “del meridionale con la valigia di cartone” – furono sistemati in un hotel di quarta serie, “da Turchi”, a causa dell’immagine estetica non convenzionale del gruppo. Che, però, trasudava entusiasmo e competenze eccellenti nel portare avanti la propria missione nella prevenzione dai rischi e nella sicurezza nei luoghi di lavoro. Capaci di coinvolgere tutte le componenti interessate, dall’imprenditore al lavoratore singolo, suggerendo  nuove metodiche nei processi produttivi anche con dimostrazioni facili da recepire, semplici e risolutive dei problemi riscontrati nei casi concreti.

L’apogeo di tale dedizione fu rappresentato dal Convegno nazionale sulla “Sicurezza e igiene del lavoro del settore dell’edilizia abitativa”, a Cortona, nel giugno ‘84, a cui aderirono i maggiori esperti italiani in materia. Pari successo ebbe l’analoga manifestazione riguardo “I presidi sanitari”, cioè l’uso dei fitofarmaci in agricoltura (Cortona, ottobre ‘87). Attenzioni alla sicurezza curate fino ai dettagli, come nella campagna promossa dalla Medicina del Lavoro a favore dell’istallazione sui trattori del rollbar: arco metallico antiribaltamento, costruito anche con materiali di recupero, suggerito in dettaglio ai fabbri della Valdichiana. Vista l’ampia statistica di incidenti da ribaltamento dei trattori, quasi sempre mortali. Insomma, la squadra affiatata Di Trani-Frattini   spaziava a tutto tondo sulla prevenzione nei luoghi di lavoro; tenendo alta la qualità delle prestazioni, avvalendosi di contatti continui con referenti qualificati come l’Università, altri Servizi territoriali efficienti, Agenzie nazionali come l’ISPRA (deputata alla prevenzione dei grandi rischi industriali), e in collegamento col dirigente della Regione Toscana Raffaele Faillace, che apprezzava molto quel gruppo della Valdichiana aretina.

Nell’87, l’ingegner Frattini si trovò a scegliere tra lavoro a tempo pieno nella USL o dedicarsi esclusivamente alla sua impresa, ICARO. Scelse la seconda via. Forte dell’esperienza acquisita, e incoraggiato dall’introduzione continua di nuove normative settoriali che creavano spazi per consulenze private a fianco delle imprese. Era chiaro che stati nazionali ed Europa  intendevano creare sempre più avanzate tutele normative  a favore del mondo del  lavoro e dell’ambiente, delegando, però,  all’iniziativa privata l’applicazione di gran parte delle nuove forme di protezione.

Norme sulla tutela ambientale – emanate dal Ministero dell’Ambiente e dalla Comunità Europea – dopo l’incidente di Seveso, e norme sugli ambienti di lavoro (rumori, solventi),  sulla sicurezza industriale, sui processi di lavoro, sull’Impatto Ambientale, …, sollecitavano adeguamenti all’organizzazione del lavoro e l’obbligo della formazione del personale (DLgs 626/94 poi DLgs 81/08), vincoli, sulle procedure per nuovi insediamenti e infrastrutture, con il VIA (verifica impatto ambientale).

Rimasto solo al timone di ICARO, per la rinuncia a proseguire degli altri fondatori, Frattini – con la sua struttura che lievitava nel numero di dipendenti e in alleanze con altre società di consulenza – si applicava: specializzandosi e curando la qualità del prodotto finito, navigando tra normative in crescita,  ricerca scientifica sulle “buone pratiche” da applicare, e opportunità offerte dal mercato. Non senza incontrare momenti di crisi dovute a temporanee carenze di offerte dal mercato. Giungeva così a maturazione la fase delle tutele pubbliche in materia di ambiente, salute, sicurezza, con norme sugli impianti, sostanze e processi produttivi, sulla formazione del personale e organizzazione del lavoro, e, in tutto ciò, la società era all’altezza dei compiti.

Il 1996 rappresentò un’altra tappa nel percorso di ICARO, riassunto in un Convegno d’un certo rilievo. Allorché erano di grande attualità i sistemi di gestione con le ISO, e la salvaguardia ambientale.

La svolta successiva al 2000, su input del Ministero dell’Ambiente e  della CE, incentivava la collaborazione tra imprese, ministero, enti europei e agenzie ONU, sulla tutela Ambientale e della Salute. ICARO colse l’occasione per espandere le attività in progetti internazionali: in nord Europa, nei Balcani, in Asia Centrale, Turchia, Iran, Algeria, Serbia, Montenegro. Egitto, Slovenia, Croazia, Romania. La Società crebbe enormemente in attività internazionali, in cultura aziendale, con l’inglese lingua prevalente; dimostrandosi fondamentale la selezione del personale, sempre più vario per competenze e nell’internazionalizzazione degli operatori.

Frattini – nel focalizzare il tema occupazionale – sottolinea come nel suo gruppo di ottanta persone abbia una discreta mescolanza di rappresentanze: multietniche e multiculturali. E come, trattandosi di personale giovane, in una perfetta equivalenza tra uomini e donne, nel numero e nei ruoli, la sua impresa abbia favorito tanti matrimoni e generazioni di bambini.

Nonostante il fattore imprevisto della pandemia da Covid-19,  Frattini non solo è soddisfatto dei recenti progressi, ma guarda fiducioso al futuro dell’azienda, unica in Italia nel suo genere per dimensioni e competenze. Capace di sviluppare azioni – e ancor più lo sarà in futuro – sul terreno internazionale, da sola o in collaborazione con altre imprese. Intanto, avendo a cuore il futuro di ICARO, ha dotato  la società d’un consiglio di amministrazione che sta per celebrare il primo anno di vita. Ed è noto come, da più sedi operative dislocate in Cortona, recentemente, abbia raccolto l’impresa occupando l’intero palazzo vescovile. Dopo mesi di attenta valutazione, prima di compiere il passo, da anni propostogli dalla Curia vescovile aretina. Rimanendogli utile anche la precedente sede di via Nazionale, riaperta di recente per dare “distanziamento” al personale, imposto dalla crisi pandemica.

Dunque, Frattini è ottimista sul presente e sul futuro di ICARO. E tra gli obbiettivi futuri s’interroga, per ora senza risposta, sui contributi ulteriori che potrebbe fornire al territorio. Interrogativo – a dir poco lodevole – a cui sarebbe auspicabile partecipassero a dar risposte anche gli amministratori locali. Ai quali è offerta su un piatto d’argento l’opportunità di pronunciarsi, dopo aver focalizzato il potenziale insito in un’azienda leader nazionale. Sarebbe la realizzazione d’un altro sogno di Bruno Frattini, “socialista storico” nell’animo, e coerente nei fatti concreti, riscontrabile in ciò che ha compiuto nell’ultratrentennale percorso imprenditoriale.

fabilli1952@gmail.com

ICARO -Fotp di gruppo Lo squadrone di ICARO quasi al completo

Il sogno di Lavagnini, Bistarelli ed altri deve continuare a volare – di Ivo Camerini

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pci cortoneseIl sogno di Lavagnini, di Bistarelli ed altri cortonesi può e deve essere ripreso per continuare a volare nel cielo di Cortona e della Valdichiana. Cent’anni fa nel gennaio 1921 nasceva il Pci anche a Cortona. 

Rileggendo l’Etruria del 1921 troviamo queste parole che G.L.Passerini dedica al nascente partito politico dei comunisti italiani in quell’inverno di cent’anni fa : “Ben vengano,dunque,conserte tra i rami di pacifico olivo e di lauro vittorioso, falce e martello: e siano insieme segno di volontà tenace e di solerte energia, affermazione di ideale e forza, di diritti umani ma anche di umani doveri , conforto ne’ buoni propositi di fratellanza e di amore , ammonimento a chi contro a que’ propositi osasse di opporsi.” Sia ben chiaro: queste parole Passerini le inserisce nel suo editoriale come arte retorica per respingere l’idea comunista e il mito della Rivoluzione sovietica del 1917,  che sta facendo proseliti anche da noi. Ma le riporto perché sono testimonianza di un clima sociale, dove la lotta alle ingiustizie sociali ed economiche veniva avvertita anche dalla borghesia e da quella proprietà agraria, che, in gran parte, ormai stava finanziando l’opera politica del socialista Mussolini, che, nel 1919 a Milano, aveva fondato il Partito nazionale fascista.

Nella stessa Etruria e nell’Azione democratica di Carlo Nibbi ( a Cortona in tutto il Novecento, tolto il ventennio della dittatura fascista, abbiamo tanti fogli di libera discussione democratica) sempre si dà la notizia , seppur in termini molto essenziali,  che al Congresso socialista di Livorno del 15-21 gennaio 1921 ha partecipato anche un delegato socialista cortonese, che abita e vive a Terontola.

La notizia di cronaca ci dice inoltre che questo delegato di cui, per ovvi motivi, non si fa il nome, “ abbracciò il comunismo e ritornato a casa con sé comunistizzò anche tutta la sezione di Terontola”. Questa notizia di cronaca è, dal 1981,  una bella storia che in pochi conoscono e che rispolvero volentieri per i nostri lettori, avendola già pubblicata in quell’anno , nel mio libro “ Il Pci cortonese: 1921-1946”, pubblicato su invito dell’amico Ferruccio Fabilli, allora sindaco di Cortona.

Si trattò di una interessante ricerca storica sulle origini del Partito comunista a Cortona, che feci volentieri nella mia veste di professore di storia e di cattolico democratico impegnato nel sociale e, per l’alba di un mattino, anche in alcuni ambiti di militanza politica. Mi costò l’espulsione, infatti, dalla Dc, da cui però, senza che i miei amici ne volessero prendere contezza, mi ero già allontanato dopo la tragedia dell’assassinio del presidente Aldo Moro, di cui ero giovane amico ed allievo in Roma e per la cui salvezza poco fece la direzione nazionale democristiana all’infuori dell’estremo tentativo di Amintore Fanfani, che solo nei primi giorni di maggio si schierò apertamente con l’azione di trattativa iniziata venti giorni prima da Craxi, da alcuni socialisti e da alcuni esponenti del mondo cattolico.

Ma questo è un altro discorso e ritorno subito a quei mesi invernali del 1921 quando, in una piccola capanna contadina di Terontola, allora sezione del partito socialista, questo ferroviere cortonese ritorna comunista da Livorno e converte tutti gli iscritti al Pci di Terracini e Gramsci, creando la prima “cellula” di comunisti che poi si allargherà a Chianacce, dove il contadino Bistarelli, nel 1926, con l’emanazione delle leggi speciali del fascismo che abolirono i partiti politici anti fascisti sarà un protagonista clandestino della bandiera rossa della falce e martello cortonese. Una bandiera  che riemergerà poi maggioritaria e ed egemone negli anni 1946-1948, quando prenderà il governo del Comune tenendolo ininterrottamente fino al 1994, allorché nasce il Pds. Un partito che poi, nel 2008, con la convergenza di socialisti, di cristiano-sociali, di cattolici del Ppi e liberaldemocratici della Margherita accetta il  Pd sognato da Veltroni, Marini, Rutelli ed altri.

In quel Pd convergono i sogni italiani novecenteschi dei diritti umani, della liberazione dalle ingiustizie , dalla subalternità sociale ed economica, della eguaglianza tra le persone, tra gli uomini e le donne d’Italia. Oggi , ma forse già dal 2016, quel sogno naviga in brutte acque, sballottato tra i marosi della globalizzazione selvaggia e sembra che stia sul punto di affondare nel dramma parlamentare venuto fuori dai risultati delle elezioni del 18 marzo 2018 e in questi ultimi mesi incartarsi nel dolore nazionale ed europeo dovuto alla pandemia Covid-19.

Tra l’inverno e la primavera del 1921 a Cortona il clima politico è molto incandescente per via delle elezioni politiche che si svolgono nel maggio. Grandi discussioni politiche impegnano i cortonesi e i chianini di allora, che sono coinvolti anche nei primi episodi di violenza squadristico-fascista, come nel caso dei fatti di Renzino dove morirono contadini e fascisti aretini andati colà in spedizione punitiva e che segnarono i prodromi di quella guerra civile che poi sarebbe esplosa dopo l’otto settembre 1943.

Tra le poche cronache di quei mesi invernali del 1921 ne riassumo tre. Le prime due sono de L’Etruria. Una è dedicata al furto della bicicletta di “tale Arsenio Frati di Monsigliolo, consigliere comunale social-comunista” cui il furto “ metterà alla prova la fede comunista, visto che la proprietà è un furto”. L’altra è invece dedicata ad un comizio tenuto da “ un certo Tarozzi, venuto a Cortona a predicare il verbo di Bombacci” , accolto dai socialisti unitari “ gentilmente con una salve di fischi” e con il quale “ il buon Vannuccio Faralli ha tenuto in tono molto sentimentale un breve contraddittorio”.

Un altro articolo di cronaca lo troviamo invece nel giornale “ La parola repubblicana” che invece parla di questa prima conferenza pubblica dei comunisti cortonesi in maniera più documentata e circoscritta: “ una conferenza comunista si è tenuta a Cortona nei locali della Camera del Lavoro. L’oratore Leonardo Tarozzi ha parlato sul tema ‘Il comunismo e il momento attuale’ e nel dibattito è intervenuto in contraddittorio per difendere la posizione dei socialisti unitari e riformisti Vannuccio Faralli”. L’estensore dell’articolo commenta che il Tarozzi, arrivato per illustrare il programma e l’azione dei comunisti italiani costituitisi al recente Congresso socialista di Livorno, in realtà ha solo fatto “un comizio apologetico della rivoluzione russa”.

Un altro articolo  ancora de L’Etruria viene dedicato ai comunisti di Renzino rei, secondo tale Franco l’articolista filofascista, di avere teso “ una feroce imboscata ad alcuni fascisti aretini che tornavano da una pacifica gita di propaganda nei paesi della Valdichiana”. Per la verità storica questi squadristi erano stati a distruggere i locali della Camera del Lavoro di Renzino, dove i contadini chiedevano il rispetto e il rinnovo dei patti agrari concordati nel 1920. E comunque, per tutta quella violenza scatenatasi vicino alla chiesetta di Renzino, divenne capro espriatorio Bernardo Melacci, che era solo un giovane contadino comunista di quella frazione foianese e che con l’avvenimento dello scontro aveva poco a che spartire, in quanto non presente, ma che per tali fatti fu condannato a trent’anni di reclusione.

Nel libro sopracitato, oggi quasi introvabile e ormai una vera rarità per bibliofili, pubblicai un breve saggio di Giustino Gabrielli su Spartaco Lavagnini, il barocciaio sindacalista e socialista cortonese immigrato a Firenze ed ucciso dai fascisti il 17 febbraio 1921.

Ed inoltre pubblicai una mia intervista a Sante Bistarelli, che in quegli anni venti viveva alle Chianacce e poi nel secondo dopoguerrra mondiale si trasferì a Tuoro, dove fu anche sindaco, che mi raccontò anche il suo essere stato comunista membro della prima cellula clandestina del Pci cortonese.

Così Bistarelli mi raccontò la vita dei primi comunisti cortonesi nei difficili anni 1920 e 1930. “ Divenni comunista nei primi anni trenta e feci questa scelta per combattere il fascismo e lottare assieme ad altri per riconquistare le libertà soppresse con le leggi dittatoriali del 1926. Ci si riuniva clandestinamente in posti diversi della Valdichiana , nei dintorni di Camucia. In queste riunioni clandestine ebbi i primi incontri con il compagno Ricciotto Valdarnini , responsabile del Pci a Camucia e nel cortonese. Io non conoscevo la rete clandestina del Pci cortonese ed aretino , ma solo il Valdarnini che, come propaganda, ci passava libri di marxismo e di antifascismo. Talvolta numeri clandestini de L’Unità e anche alcuni libri di autori democratico-socialisti di fine ottocento e primo novecento . Ricordo di aver letto La Madre di Grazia Deledda e L’Idiota di Dostojeski. Insomma eravamo comunisti che più che la rivoluzione russa si sognava l’uguaglianza tra le persone, la dignità sociale ed economica di tutti gli italiani esclusi dal sistema borghese e capitalista”.

Ecco, quel sogno di Bistarelli è ancor oggi vivo e necessario,soprattutto davanti a questi mesi di pandemia covid-19, dove il lusso italiano, europeo e mondiale è cresciuto del venti per cento e dove , secondo i dati statistici del consuntivo 2020, i ricchi hanno avuto guadagni del quarantacinque per cento in più rispetto all’anno 2019.

Il sogno democratico e socialista di Lavagnini, di Bistarelli e di quei primi comunisti cortonesi di cent’anni fa , credo proprio che possa essere ripreso e , coniugato con quello evangelico di Papa Francesco di “Fratelli tutti”, possa essere fatto ancora volare in alto nel cielo di Cortona, della Valdichiana e d’Italia, visto che in Europa e nel mondo la globalizzazione selvaggia sta cercando di imporre a tutti i popoli la tragica, barbarica ricetta del capitalismo selvaggio e del consumismo usa e getta.

Ivo Camerini

L’Inghilterra è più vicina di quanto si pensi

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Londra, Cancellata ReggiaAnche chiusi in casa, ogni giorno, molte famiglie italiane  sono in contatto con la Gran Bretagna, per figli o parenti emigrati o espatriati (questo termine, di recente, è  preferito).  Dati freschi (2019) quantificano in 350mila Italiani iscritti all’AIRE (anagrafe residenti all’estero), ma stime consolari dicono che almeno altrettanti connazionali vi risiedano,  non iscritti all’AIRE perché arrivati da poco, per pigrizia, o incerti sulla  loro futura permanenza. Dei 700mila espatriati in Gran Bretagnaa Londra c’è la fetta più consistente, stimata la maggiore comunità italiana all’estero. Tanto che, nella settimana trascorsa (a settembre) in Gran Bretagna, con mia figlia Brunella, abbiamo potuto far visita solo a due dei nostri amici e conoscenti cortonesi colà stabiliti; mi vengono in mente Ida, Pietro, Glenda, Antonio, Silvia,… prendendo rimproveri da alcuni, con promesse di riparare in futuro, sperando di mantenerle.

In verità, la gita in Britannia l’ha inserita Brunella nel nostro progetto annuale di visita in una città, più volentieri europea. E Londra era l’obiettivo principe, con una  deviazione a Manchester, a trovare Eleonora Ciufini, dove insegna Lingua italiana. Con lei, abbiamo funto anche da vivandieri portandole salsicce, che,  per cucinarle all’uccelletto, era riuscita a procurarsi la salvia, rara a quelle latitudini.

Eleonora ci ha ringraziato anche per aver portato giorni di sole!… Il clima di Manchester, che lamentava, è grigio freddo e piovoso. Quella luce ci ha consentito di apprezzare meglio i caratteri della struttura cittadina. Resa famosa da due squadre di calcio di livello mondiale, – City e United –  e dall’inventore dei computer Alan Turing e, prima ancora, per la sua storia di grande polo manifatturiero (industria tessile), e di cantieri navali (a 60 Km dal mare, è collegata al porto di Liverpool via fiume). Non a caso, simboli della città operosa sono le api. Scesa la parabola industriale, pagando pesanti scotti sociali, ha cercato di nuove prospettive economiche, progettando  maquillages urbani, in parte già completati, da noi apprezzati passeggiando lungo strade e corsi d’acqua che la traversano. Vedendo l’ammodernamento del sistema dei trasporti, su acqua, su ruote ferrate e strade, e dei molti edifici storici restaurati, e vie centrali pedonalizzate, o a traffico ridotto che invitano allo shopping. Elemento ricorrente caratteristico dell’arredo urbano è il mattone rosso: in grandi edifici, palazzi, ex fabbriche, magazzini (docks), e case, che degradano in altezza allontanandosi dal centro. Sistemati nell’area centrale di Picadilly Gardens, camminando, abbiamo visitato gran parte del centro storico,  gli esterni del Town Hall (architettura gotica) infagottato in restauro, e della University Library. Mentre osservavamo la Cattedrale gotica, un premuroso prelato aveva ordinato al poliziotto di guardia di predisporre la segnaletica anti covid 19, mettendo egli stesso il giubbetto security. Incerti sul da farsi, abbiamo preferito guardare solo gli esterni. Secondo Eleonora, il virus nell’area era divampato, perciò meglio non chiudersi. Però abbiamo apprezzato quell’offerta ospitale.  Due statue ci han dato il senso civico della città, dedicate: alle Suffragette e a Gandhi, nel serto di monumenti bronzei dedicati a glorie passate britanniche. Londra ha una scala urbanistica di quasi 9 milioni di abitanti, 14 nell’area metropolitana, contro il circa mezzo milione di Manchester; mentre le due storie urbane risalgono ai romani-britanni: l’una fu Mancunium (collina a forma di seno), l’altra Londinium. Volendo indicare elementi leganti le due città, tra i tanti, sceglieremmo lo sviluppo industriale (a Manchester) che grazie al vapore portò tanta ricchezza al Regno da elevarlo a grande potenza,  e Crystal Palace (a Londra), sede della prima esposizione mondiale del progresso (1851), che mostrò quale fosse lo Stato tecnologicamente più avanzato di allora.

Seguii – stanco – parte della  frenetica escursione di Brunella nell’immensa Londra, partendo dal Parlamento di Westminster, la Torre del Big Ben (fasciata in restauro), il Ponte storico sul Tamigi (London Bridge), la Reggia (Buckingham Palace), senza  cambio della guardia e scarso pubblico esterno, causa coronavirus, la Cattedrale di Westminster, … Il resto lo vidi nelle foto della figlia che, determinata,   entrò negli splendidi Musei, National Gallery e  British Museum,  che, soli, valgono la gita, per le ricche collezioni che spaziano nella storia dell’arte: dalle più remote civiltà ai capolavori pittorici europei.  Quattro giorni di soggiorno non avrebbero consentito visitare altro, tanto che incontrando la brava musicista cortonese Elena Zucchini che, troppo generosa, riconobbe a  Brunella di aver fatto una rassegna di Londra più completa della sua, vivendoci da tempo come insegnante di Musica.  Inutile dire che, per visitare Londra e godersela, è necessario avere idee precise sul che fare e vedere. Non dimentichiamone, inoltre, il carattere multietnico e multiculturale, forse è la città più cosmopolita al mondo, riscontrandolo nelle offerte turistiche: dalla ristorazione, alla moda, agli intrattenimenti giovanili, alle mostre d’arte, agli spettacoli teatrali e musicali, ante e, auspichiamo, post virus. C’è poi l’interrogativo: come muteranno i rapporti con gli immigrati dopo la Brexit?  Quel ch’è certo, ad oggi, la Gran Bretagna è stata molto ospitale, offrendo tante opportunità: dai meno prestigiosi lavori manuali alle attività manageriali, agli insegnamenti, alla ricerca scientifica e nel sistema sanitario. Rappresentando, con i limiti che pur ci saranno, un esempio di accoglienza.

Che noi abbiamo toccato con mano, da Manchester a Londra, non solo nella soddisfazione delle concittadine,  Eleonora ed Elena (che definire integrate è poco), vedendo tante etnie diverse alla guida di taxi, nei servizi informazione, negli hotel,  bar, ristoranti. E l’evidenti influenze nel fornire vaste scelte culinarie, dove orientali e italiani si contendono i clienti, essendo la cucina tipica inglese poco fantasiosa (fish and chips), ma singolari: il rito della pinta di birra e dei cicchetti di whisky scozzese.

fabilli1952@gmail.com

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Vitaliano Marilli, esperto di recezione turistica di qualità

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Cortona - Angolo LoggettaGià abbiamo ricordato il ruolo della famiglia legata al Ristorante Tonino, dal fondatore Antonio, al figlio Ivan Accordi e a sua moglie Adriana, grande scuola di ristorazione da essi rappresentata  a favore dell’immagine gastronomica di Cortona, in Italia e nel mondo. In parallelo, a quella cucina di gamma elevata e innovativa, seguitava l’opera appetitosa delle Trattorie, prevalenti in via Dardano,  dov’erano curati  piatti tipici della tradizione, toccando vette gustose nella trippa, consumata specie il sabato,  giorno di mercato, da avventori golosi: campagnoli  montagnini e cittadini. Oggi, quella  geografia culinaria sarebbe da aggiornare, con la nascita di tante (troppe?) offerte: dal piatto pronto a pranzo, a proposte di media  e più alta elaborazione. Un patrimonio Cortonese attrattivo per turisti forestieri, apprezzato anche nel  circondario Tosco – umbro. Inutile ricordare l’attuale stallo economico, dovuto al virus, che speriamo non faccia troppi morti e feriti tra le imprese, sarebbe un impoverimento economico grave per il territorio.

La recente scomparsa di Vitaliano Marilli, mi ha fatto ricordare come, negli anni Settanta, la ristorazione cortonese,  e con essa l’immagine turistica della Città, fosse in tanta crescita da indurre operatori capaci, come Vitaliano e Signora, a spostarsi da Chianciano (affermato centro termale) a Cortona, nel Ristorante La Loggetta. Di cui fu promotore Paolo Poccetti, eclettico imprenditore con interessi antiquari, altra eccellenza locale (allora),  impostasi nell’annuale Mostra Antiquaria del Mobile Antico, tra le più longeve del settore.

Vitaliano, elegante e gentile (dalla melodiosa parlata senese), e l’infaticabile sua Signora (dietro un grand’uomo c’è sempre una gran donna),  avevano dato alla Loggetta una precisa connotazione, dall’arredo elegante, al menù dai gusti originali, variazioni nuove sul panorama dell’offerta cittadina.

Mentre la Signora presidiava la cucina, Vitaliano serviva gli avventori in sala, suggerendo piatti e abbinamenti enologici, intrattenendo flemmatico e ironico. E, a tavola, non mancarono occasioni di approfondire la nostra reciproca conoscenza. Iniziata il giorno in cui i risultati elettorali dissero che potevo essere il prossimo sindaco della Città. Da allora non ci siamo persi di vista. Per quanto mi dedicavo a incontrare gli operatori turistici, a cogliere suggerimenti, e sondare  l’economia del settore che stava diventando l’industria principale: nei bar, ristoranti, alberghi, ostello della gioventù, agenzie immobiliari, agriturismi, e negozi. (Ricordo l’incontro col rappresentante dei commercianti, Giuliano Molesini, per comunicargli la decisione del Comune di applicare la norma che dava la facoltà ai comuni turistici di aprire i negozi anche i giorni festivi, che rispose: “Ufficialmente, devo dirti che noi siamo contrari!… ma io domani apro”, era sabato, e la delibera era efficace dall’indomani).

Con Vitaliano condividevo anche simpatie politiche di sinistra (allora, molti  eravamo comunisti, ogni tanto mi domando: che fine ci han fatto fare!?). Mi capitò anche chiedergli il favore di trovare lavoro a un giovane, che sistemò cameriere a Chianciano, per dirne la disponibilità nell’aiutare gli altri. Stesso altruismo di quando raccolse l’invito a partecipare, da ristoratore, alla “settimana aretina a Wettingen”, ideata dal prof  Karl Huber (che ogni anno portava studenti a Cortona per corsi estivi) e patrocinata dalla Provincia di Arezzo. Si trattava d’un sacrificio, assentarsi dal suo ristorante, portandosi dietro aiutanti, per un’intera settimana. In appoggio, aderì anche Paolo Poccetti (proprietario della Loggetta), esibendosi elegante in abito da chef di sala. Salito a Wettingen  – per vedere come stesse andando l’organizzazione –, scoprii il piacere di commensali svizzeri per la ristorazione cortonese. E una simpatia palpabile aleggiava intorno a Vitaliano e Paolo, stremati dalla fatica, ma che non si sottraevano agli impegni, compreso far giri di valzer con signore eleganti, a conclusione di serate brillanti. Mi piace testimoniare i bei ricordi, da veri gentiluomini, che lasciarono Vitaliano e Paolo.

Vitaliano e famiglia, imprenditori coraggiosi e operativi, avviarono pure l’Hotel Sabrina in via Roma, restaurando un immobile, e arredandolo con mobili in vecchio stile, col solito gusto elegante di cui erano capaci. Immagino che fu per loro un discreto impegno economico. La fortuna di Cortona, a quei tempi, era una sorta di emulazione a restaurare vecchi immobili, senza stravolgerne i caratteri, adattandoli a nuove  funzioni.  Come  fece il Comune all’ostello della gioventù, alle case popolari di via Benedetti e via Roma, e al centro convegni Sant’Agostino, modelli seguiti da cittadini e imprenditori come Paolo Alunno, affrontando il progetto di trasformare il gigantesco palazzo Bourbon di Petrella nell’Albergo San Michele.

Ma l’inventiva di Vitaliano e famiglia non era finita. (Non importa sapere i motivi dei cambi di attività, bensì la perizia dimostrata nell’una e nell’altra, e la volontà di affrontare nuovi rischi d’impresa).  Per ultimo, aprirono il laboratorio di Pasta fresca in via Dardano. Dove vedevi la Signora Marilli produrre grandi quantità e varietà di pasta fresca, e salse da abbinarci. Il cerchio era completo. Vitaliano e Signora avevano offerto a Cortona  esempi eccellenti nel destreggiarsi a tutto tondo nel sistema recettivo turistico. Il ristorante La Loggetta, l’Hotel Sabrina, e, non meno importante per qualità, la Pasta fresca.

Gli ultimi saluti con Vitaliano –  acciaccato da problemi di salute, ma non abbattuto nello spirito realistico suo solito – ce li  scambiammo, per caso, in un bar di Camucia. Era l’addio a un uomo che avevo stimato.

fabilli1952@gmail.com

Cortona - Angolo LoggettaCortona. Lato della Piazzetta Pescheria, il RISTORANTE LA LOGGETTA è dietro gli archetti

“Una Nuova Innocenza. Oltre la Pandemia, un altro mondo possibile” di Raffaele Luise – Intermedia Edizioni – Meditazioni sulla vita per credenti e laici

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UNA NUOVA INNOCENZA_def (1)In mano il libro del vaticanista RAI  Raffaele Luise, “Una Nuova Innocenza”, con  prefazione di due cardinali, Coccopalmerio e Kasper, ho pensato a un testo a  soggetto “religioso”. Ma i Prefatori, esordendo, chiariscono subito i concetti universali dal libro –  evocante scritti di papa Francesco sulla Natura violata da uno sviluppo economico distruttivo di risorse e vorace di guadagni – dove affermano: “La  posta in gioco è immensa. Non solo la sopravvivenza, e la fedeltà al comandamento divino di custodire il Creato, ma la gioia di una vita che si apre alla bellezza e all’amore”. Dopo aver sottolineato: “Poiché l’origine prima del contagio universale del covid-19 sta proprio nell’attacco alla Natura. E qui l’Autore ci invita a presentare molta attenzione, perché si deve parlare di Natura e non di generico ambiente, di un mare di un cielo una terra considerata come pura estensione materica, ma della Natura, della Madre Terra, che vivono, ricordano, crescono, invecchiano e ci parlano come “anima mundi”; e che ora chiedono a noi – che siamo parte di loro come un’unica Famiglia universale (come afferma Francesco) – il riconoscimento della pari dignità a vivere e il rispetto dei loro diritti.”

Il libro breve di Luise – appena 100 pagine -, scritto durante il lockdawn di primavera, si presenta come una Meditazione, svolta “All’incrocio tra ecologia, poesia, filosofia e spiritualità, la Meditazione riprende la grande lezione della “Laudato Si’” di Papa Francesco, e mostra come questo nuovo abbraccio alla Terra sia la condizione per costruire un altro mondo possibile”.

Il risultato è uno spaziare incalzante, fluente, poetico e filosofico davvero, che a ogni riga, anche su concetti già familiari al lettore, lo persuade a proseguire,  offrendogli, insieme ai momenti di Meditazione personale, anche lo svolgimento di temi impellenti che dovrebbero permeare i dibattiti pubblici, culturali e politici. Mentre ahimè sorbiamo contenuti anche sguaiati e fuorvianti, o effimeri di breve respiro su tecnicità come assolvere a problemi contingenti (orari, chiusure, calendari, statistiche, ecc.), lasciando spazio pure a tesi folli (è capitato) quale le inutili vite degli anziani, scatenando latrati mediatici funzionali al sistema di distrazione totale.

C’è voluto un religioso, il Papa, per sollevare il tema dei temi: l’abisso imminente, la distruzione irreversibile della Natura. Iniziata nel 1970 – secondo stime di organismi tecnici internazionali –, data da cui si è calcolato che il consumo delle risorse del pianeta è superiore alle sue capacità di reintegro.  A cui è intimamente connessa l’espansione del dolore di milioni di persone: affamate, misere, senza istruzione, che non sanno neppure dove trovare riparo; problemi aggravati nella pandemia.

Le riflessioni di Luise, sostenute da discorsi pacati e  pungenti,  penetranti intelletto e sentimenti, supportano intuizioni già presenti nelle nostre coscienze, indagandole in modo efficace, sereno, avvincente. Tanto che, quale conclusione naturale, ci attenderemmo il miracolo della diffusione dell’amore per un’Umanità Nuova, basata su Eguaglianza e Giustizia tra gli uomini, in assonanza ai principi  cristiani, recepiti anche da visioni laiche. Così come l’umanità intera dovrebbe convergere sull’idea di proteggere la Natura, giunta agli estremi della sopravvivenza.  Il miracolo, cui accenno, dovrebbe iniziare  convincendo per primo il 20 percento della popolazione che detiene l’80 percento della ricchezza mondiale (e, quasi per intero, il potere) a condividere la prospettiva del “passaggio dal tragico Antropocene alla nuova era dell’Ecozoico”, come evidenziato dagli stessi cardinali Prefatori.

Se Luise rimprovera al mondo religioso d’aver reagito alla catastrofe umanitaria e naturale, in cui siamo immersi, dall’unica voce di Papa Francesco, che dovrebbero dire i laici? Dalla cultura e dalla politica riceviamo analisi e proposte episodiche e frammentarie, non equiparabili alla fermezza e autorevolezza del Capo cattolico. Comunque, qualcosa si sta movendo anche nell’opinione pubblica, in sintonia col Papa. Mi riferisco ai propositi di Greta Thunberg, seguita da movimenti giovanili globali, stoppati solo dalla pandemia, e da sproni intellettuali crescenti, sparsi nel mondo, a cui aggiungeremo Raffaele Luise con questo libro. Che ci invita a non abbandonare la speranza, già nel sottotitolo del libro: “Oltre la Pandemia Per un altro mondo possibile”, ma c’è tanto da lavorare, e far presto.

fabilli1952@gmail.com

UNA NUOVA INNOCENZA_def (1) Copertina del libroRaffaele LuiseL’autore, Raffaele Luise

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