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SPREAD, ovvero arma di ricatto di massa (corsivo di Petruska)
Anche a ridosso (prima e dopo) delle elezioni europee del 26 maggio si sta verificando il tentativo di ricostruire quel “clima” da “spread” del 2011 che sfociò nel “golpe bianco” con l’incarico al neo-senatore a vita Mario Monti – nominato in 48 ore dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Un Senatore a vita si nomina per “meriti”, ma, come riportò il settimanale Panorama del 19/03/2013, il professor Monti non ne aveva alcuno, né accademici né altri degni dello scranno senatoriale. (A meno che non contino – tra i “meriti – l’essere sato nei board delle banche d’affari!)
Il 99% dei media e delle forze politiche d’opposizione (cioè della reazione contro ogni “cambiamento” dello status quo) gridano che lo spread è aumentato per colpa del governo giallo-verde: un Governo che fa gravare alti costi sulle spalle degli italiani, un Governo incapace e dannoso (può darsi ). Sottointendendo: quant’era bravo il Governo Monti che salvò l’Italia, insieme alla Ministra Fornero, come si andava bene col Governo PD-FI! col rigore, l’austerità, l’obbedienza ai parametri europei. Nonostante che il senatore Monti – non molto tempo fa – abbia dichiarato che l’austerità serve innanzitutto a togliere sovranità agli Stati.
In sostanza: lo spread è una balla colossale, una falsificazione immensa perché: non ci saranno aste di titoli dello Stato prima di tre mesi! dunque oggi, lo spread a 290 – 300 punti, fosse effettivo (considerando la volatilità) riguarderebbe quote minime di debito trattate nel cosiddetto mercato secondario. Non dimentichiamo che il debito pubblico italiano aumentò di quasi il 100% per gentile concessione del prof. Prodi al collega tedesco Kholl, come lo stesso irridente Prodi ha ammesso.
Lo spread è il differenziale di tasso di rendimento, ossia gli interessi da versare ai gruppi finanziari privati, dei titoli italici in vendita rispetto al tasso di interesse dei titoli tedeschi. Perché referenti sono i titoli tedeschi e non di altri paesi? Perché l’economia tedesca è centrale e inossidabile? No. Fu deciso a suo tempo, in prima fila dagli USA, per controllare la finanza della Germania e della nascente Unione Europea. (Gli USA considerano ancora l’Europa la perdente della guerra, non l’alleato, subalterna ai suoi diktat economici. Basta ricordare le “sanzioni”che gli USA fanno a destra e a manca, costringendo gli Stati Europei ad allinearsi, fottendo loro quote di mercato ricche, come quella Cinese, Russa, o Iraniana).
I media e i politici raccontano che sono i “ mercati” che decidono il differenziale di spread, è tutto falso: il differenziale viene deciso dalle centrali del grande capitale finanziario straniero “globalista” e liberista.
Si vuole controllare, intimorire l’elettorato per evitare il “salto nel buio”.
Il vero salto nel buio è stato togliere agli Stati e alla Comunità Europea (al potere politico) il potere sul denaro da prestare agli Stati, avendone dato il potere eventuale alla Banca Europea (BCE, privatizzata!) di emettere Bond-europei; che, però, ad oggi non ha emesso, lasciando gli Stati alla mercè della finanza privata.
Petruska
Euro: una questione di classe
I cittadini che andranno a votare per il rinnovo del Parlamento europeo devono sapere che la scelta non è se uscire o riformare l’UE, per il semplice fatto che la UE è strutturata in maniera tale da non essere riformabile né in senso democratico-progressivo-sociale e nemmeno nella direzione di una Stato Federale.
Basti pensare che poter riformare i trattati europei è necessaria l’unanimità di tutti i 28 Stati membri dell’UE. Ora non bisogna essere particolarmente dotati per capire che ciò non accadrà facilmente. La ragione è che le condizioni economiche-sociali sono estremamente eterogenee e differenti tra gli Stati.
Gli interessi degli italiani non sono gli stessi dei tedeschi, e non perché la Germania è particolarmente cattiva, ma perché non sussistono le condizioni giuridiche, economiche per una reale riforma dell’UE in uno Stato democratico sovranazionale.
La democrazia si fonda in una comunità e una comunità si contraddistingue per storia, cultura, lingua in cui i membri della comunità si sentono sufficientemente uniti per accettare di impegnarsi in prassi solidaristiche e politiche redistributive tra le classi e/o regioni.
Senza demos (comunità) non può esistere democrazia sociale/solidaristica e il demos europeo semplicemente non esiste: tra i membri dell’UE abbiamo prassi sociali, storia, cultura, lingua differenti. È falsa l’idea che oggi stiamo assistendo al declino degli Stati nazionale. È l’esatto contrario.
Quindi non si tratta di riformare l’UE o uscire dall’UE. Si tratta di scegliere se rimanere nell’UE così com’è, o uscire dal sistema dell’euro e recuperare autonomia economica, politica e democrazia.
Come disse il sociologo, prof. Luciano Gambino poco prima di morire: “Nessuna realistica modifica dell’euro sarà possibile, è la camicia di forza per impedire ogni politica sociale e progressista”.
“Tertium non datur”
Pertanto la domanda che ognuno di noi dovrebbe farsi, non è se sia nell’interesse dell’Italia restare o non restare nell’euro, ma se sia nell’interesse del lavoratore precario, del disoccupato, di quello che arriva a fatica a fine mese, della classe lavoratrice, e di chiunque sia interessato al rilancio di investimenti, produzione e occupazione.
L’euro non ha fatto del male a tutti gli italiani. Anzi, c’è chi ci ha fortemente guadagnato.
Quindi quando andiamo a votare la prima domanda da porsi: “A quale classe sociale appartengo?” E cercare di capire tra i partiti in lizza “qual’è il più vicino?”.
Petruska
Nina Sokolova, la sommozzatrice che tenne aperta “la via della vita” nella Leningrado assediata (corsivo di Petruska)
Nove maggio 1945, l’armata sovietica “accettò” la resa incondizionata della Germania nazista. La seconda guerra mondiale non ha paragoni storici per quantità di distruzioni e numero di morti: 50 milioni di cui 29 milioni sovietici.
In un documento della CIA, di qualche anno fa, ancora non ci si spiegava come l’URSS avesse potuto reggere l’urto d’una armata di 9 milioni di soldati sotto il comando tedesco. Vuol dire che contro il piano Barbarossa, nome in codice dell’invasori, fu combattuto da un popolo intero: uomini, donne, vecchi, giovani. Ciascuno mise le sue competenze per salvare la Patria e l’Europa dal nazi-fascismo.
Un ruolo fondamentale, che determinò l’esito del conflitto, lo svolsero le donne in tutta l’URSS. L’elenco dei ruoli svolti dalle donne in Russia durante il secondo conflitto mondiale riempirebbe pagine su pagine.Un ruolo di primo piano l’ebbe una ragazza, Nina Sokolova, la prima donna sommozzatrice.
Fu lei a suggerire la costruzione di un oleodotto sul fondo del lago Ladoga, attraverso cui la città di Leningrado, assediata da truppe tedesche e finniche, avrebbe ricevuto il prezioso combustibile durante il blocco durato dal 8/9/1941 al 27/01/1944. (Oltre trenta mesi di assedio durante i quale la gente moriva di fame come mosche, ridotta a cibarsi persino di cinture di cuoio lessate se non di peggio!). Pur immergendosi ogni giorno prendeva 300 grammi di pane al dì. Decine di migliaia furono i feriti e i morti causati dalla pioggia di bombe e dai colpi di cannone quotidiani. Un martellamento infernale.
Durante l’assedio, il gruppo Sokolova recuperò 4000 sacchi di grano, mandati nella città affamata.
L’idea geniale di Nina Sokolova fornì carburante alla città, aiutando a difendere Leningrado e salvare migliaia di cittadini. Oltre 45000 tonnellate di carburante furono trasportate attraverso il l’oleodotto sommerso.
Dopo la fine dell’assedio di Leningrado, Nina Vasilievna ricevette il grado di colonnello-ingegnere, avendo trascorse centinaia di ore sott’acqua. Dopo guerra, Sokolova si dedicò all’insegnamento.
Tutti noi dovremmo recuperare il concetto di appartenenza così come lo cantava Giorgio Gaber.
Petruska
Il contadino e la vecchia India, Bruschi Quintilio scultore in mostra, di Vanessa Bigliazzi
Lo scorso 5 aprile è stata inaugurata alla Fortezza del Girifalco la mostra La Vecchia India di Quintilio Bruschi. Come ha correttamente osservato il Prof. Marco Pacioni, intervenuto durante l’inaugurazione: «“Vecchia” sta per arcaico, atemporale e “India” è ciò che aiuta a evocare una dimensione fuori dal tempo cronologico».
A quasi venti anni dalla sua morte, l’articolo “Quintilio Bruschi , ex contadino, geniale scultore creativo del legno” pubblicato su questo stesso giornale da Ferruccio Fabilli (edizione del 15 maggio 2017) è stato uno stimolo importante per ricostruire la storia dello scultore e delle sue opere.
Quintilio Bruschi nacque in una famiglia contadina di Cortona nel 1912 e visse nel cuore della Valdichiana: prima a Cortona poi ad Acquaviva di Montepulciano dove morì nel 2002.
All’inizio degli anni Trenta, fu artigliere e responsabile di un deposito di armamenti al Forte Santa Caterina di Verona. Durante la guerra combatté in Libia, dove fu ferito gravemente al cranio e fu costretto a rimpatriare. Aveva sposato nel 1937 Mafalda Crocini. La coppia non ebbe figli e poté vivere della pensione d’invalidità di Quintilio.
Bruschi iniziò a scolpire e a disegnare nel 1970, all’età di cinquantotto anni. Prima di allora non aveva mai lavorato il legno, eppure una mattina decise di procurarsi scalpello e mazzuolo e cominciò a scolpire il primo pezzo di legno che gli era capitato sottomano, finché non riuscì a creare una figura intera che avrebbe donato in seguito a papa Paolo VI. L’opera, ancora oggi conservata presso la collezione d’arte contemporanea dei Musei Vaticani, gli consentì di ottenere la Benedizione Apostolica del Santo Padre nel 1972.
Grazie alla scultura, Bruschi riuscì a liberarsi delle proprie angosce, rielaborandole e trasformando la realtà in un mondo immaginario. L’arte gli permise di superare una profonda crisi depressiva che molto probabilmente risaliva alla ferita subita in guerra. È come se dopo questa grave ferita le difese psichiche che esistono ordinariamente tra il conscio e l’inconscio, ossia tra le parti razionali ed emozionali fossero in parte cadute.
Bruschi realizzò imponenti sculture in rovere, noce, ciliegio, ma utilizzò anche vecchi copertoni di automobili, ritagli di latta e cartone.
Tra i suoi soggetti più frequenti, gli autoritratti e le raffigurazioni di donne e uomini da lui definiti «delle prime epoche». Queste figure hanno un carattere sacrale e allargano le braccia, esprimendo stupore e una riverenza ipnotica, quasi magica. Le sue figure femminili – busti e madonne a seno nudo circondate da animali senza nome – denotano una prorompente sensualità.
Intorno alle statue femminili ricorre una corona di nodi di querce, simbolo di fertilità. Il Bruschi esaltava la donna nella sua femminilità: il suo era un amore estetico puro capace di vedere nelle forme di ogni donna qualcosa di vivo, di gioioso, di creativo.
Le sue opere richiamano le tradizioni artistiche di popoli esotici, come i totem delle tribù indiane, l’arte precolombiana e le raffigurazioni scultoree dell’isola di Pasqua. Nei suoi lavori c’è una profonda commistione tra gli esseri viventi del presente e del passato, aspetto evidente già dalle colte citazioni che si nascondono nei titoli: “La carbonaia dell’800 che va sul monte a fare calorie per la famiglia”, “Il Duca D’Aosta”, “La Nonna”, “Infanzia”, “Il Faraone”, “ La Via Crucis”, “Minerva che nasce dalla testa di Giove”.
Ciò che sorprende è che Bruschi, autentico autodidatta, non ha mai avuto influenze tecniche e culturali: la sua è una creatività spontanea e singolare, che consente di inquadrarlo nell’ambito dell’arte naïf, istintiva e priva di una vera tradizione. Come ha scritto lo storico dell’arte Oto Bihalji-Merin, «come i bambini e i primitivi, i naïf non dipingono né scolpiscono ciò che vedono, ma ciò che sanno o credono».
In vita, Bruschi ottenne encomi, articoli, recensioni, buoni giudizi da parte dei critici e apparizioni televisive. Nel 1990 venne insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
Poté mettere in mostra la propria arte in città come Torino, Bolzano, Bari e Palermo.
Uno dei più assidui frequentatori della sua bottega fu il giornalista e scrittore Ettore Masina che grazie alle sue recensioni dette al Bruschi una visibilità nazionale.
Le sue opere furono esposte per l’ultima volta nel 1997 presso la mostra Arte Necessaria ai Cantieri Culturali della Zisa di Palermo. Per il Bruschi, ormai ottantacinquenne, quest’ultima mostra rappresentò la consacrazione del proprio lavoro artistico. I suoi lavori furono esposti insieme alle opere di artisti come Fillippo Bentivegna, Francesco Cusumano, Agostino Goldani, Tarcisio Merati, Salvatore Bonura, Franca Settembrini . Alessandra Ottieri, curatrice della mostra, lo definì un outsider, un irregolare, accomunandolo ad altri undici artisti in grado di creare un’arte profondamente espressiva e di valore, pur essendo completamente autodidatti, di umili condizioni, in certi casi con problematiche psicologiche e senza nessun rapporto con l’ambiente dell’arte ufficiale.
La mostra, realizzata con la collaborazione dell’Associazione Cortona on the Move e del Comune di Cortona, resterà alla Fortezza del Girifalco fino al prossimo 5 maggio.
Vanessa Bigliazzi
I soci fondatori delle Case del popolo, altruisti d’altri tempi
Tornando col pensiero alle condizioni sociali e politiche del secondo dopoguerra, si comprenderà il fenomeno che caratterizzò alcune zone cortonesi dal rosso intenso – per l’alta concentrazione di comunisti e socialisti –. Dove la gente, con abnegazione, si ostinò a costruire ritrovi pubblici per attività ricreative e politiche: le Case del popolo.
Fin dai primi del Novecento, nel Capoluogo non mancavano luoghi di incontro, dalle caratteristiche ricreative, culturali e politiche (cinema, teatro, bar, sale giochi e da ballo), come il Circolo Operaio Signorelli e il Circolo Benedetti. Nel resto del territorio comunale avresti trovato pochi bar, e rare sale da ballo. I più diffusi e organizzati ritrovi per conferenze, giochi per ragazzi, erano adiacenze parrocchiali: oratori, cinemini, sale per feste e riunioni. Trenta o quaranta parrocchie, presidiate allora da un clero autoctono, addestrato non solo a dispensare sacramenti e dottrina cristiana, ma anche a tessere trame politiche filogovernative e anticomuniste, in modo più o meno esplicito ed esagitato. Pure le sedi del Fascio, unico e incontrastato presidio politico territoriale durante il Ventennio, non furono così tante, insediate nelle frazioni principali.
Finita la guerra – iniziata l’acuta divaricazione politica tra i partiti del Fronte popolare di sinistra, da una parte, e, dall’altra, la DC e gli alleati centristi – sorse l’impegno, divenuto esigenza impellente, di costruire nelle frazioni più rosse e popolose ritrovi polifunzionali. Aperti, nelle intenzioni, alle varie tendenze culturali, sportive e politiche presenti nel luogo, non rappresentate dalla Chiesa. Nonostante le difficoltà materiali di molte famiglie, strette tra miseria diffusa e alla perenne ricerca di lavori spesso precari e malpagati, il moto a favore della edificazione delle Case del popolo fu così partecipato e virtuoso che, nel giro di pochi anni, fiorirono molte costruzioni. A mente, ricordo a Cignano, Montecchio, S. Lorenzo, Farneta, Chianacce, Camucia.
Tra i primi, a contrastarne la realizzazione, furono gli avversari politici del Fronte social comunista, e i preti. Nel ’48, la scomunica contro i comunisti ebbe ripercussioni anche sulle processioni, almeno in qualche parrocchia, dove, per l’assenza delle possenti spalle contadine, toccò alle donne sorreggere le pesanti stanghe delle statue sacre. Dimostrazioni tangibili del distacco massiccio dalle funzioni religiose avvenuto nelle campagne, per via della scomunica. Alla quale reagirono tanti, indignati, dovendo scegliere tra due fedi: religiosa e di partito. Nel cerchio dei favorevoli a costruire Case del popolo, insieme ai rossi, si aggregarono non pochi laici, indipendenti dai partiti e dal clero. Tra loro, a Camucia, si distinse il farmacista Edo Bianchi. Il quale donò il suo obolo pensando al fatto positivo di una frazione che stava organizzando una nuova sede di svago e incontri. Per più generazioni, in quei ritrovi si formarono coppie di innamorati al ballo, vi si riunivano persone sprovviste delle prime televisioni, o in incontri politici e ricreativi, a partire dalle Feste de L’Unità, che presero campo in molte delle numerose frazioni cortonesi.
Il concorso popolare alla costruzione andava dalla sottoscrizione di quote sociali, a fornire lavoro volontario e gratuito, o conferire, a gratis o a prezzi scontati, materiale da costruzione: mattoni, cemento, sabbia, ecc. Nei primi anni, la gestione delle Case del popolo fu concorde tra socialisti e comunisti. Ma in virtù del maggiore attivismo dei comunisti, più numerosi, e a seguito di certi episodi politici scatenanti polemiche tra i social comunisti (i fatti di Ungheria, la riunificazione socialista, e l’avvento del Craxismo), furono, spesso, i comunisti a egemonizzare le cooperative di gestione delle Casa del popolo. Spazi stretti furono concessi ai partiti minori di sinistra, PSIUP e Rifondazione Comunista. Gradualmente, furono allontanati dalla sede, anche fisicamente, i socialisti, che, a Camucia, trovarono ricovero in piazza De Gasperi. (Fino a non molto tempo fa, quel locale apparentemente abbandonato, alla scomparsa di Craxi dalla scena politica, lasciava in bella mostra in vetrina una rosa nel pugno che nel tempo stingeva il colore). Infine, sorte disonorevole è toccata alla Casa del popolo di via s. Lazzaro. Rimasta in mano agli eredi del patrimonio (non degli ideali) comunista, versa da anni in triste abbandono: dettato dall’inadeguatezza della struttura a nuove esigenze? O pur anche dalla scomparsa di soci volenterosi a prestare gratuitamente mano d’opera e denari, come furono i primi fondatori, animati da incrollabile fede nel futuro dei loro ideali?
In realtà, quel che alcuni eredi dei soci fondatori hanno sommessamente lamentato è stata la carenza di informazione sui motivi dell’abbandono di questa Casa del popolo, che fa penosa mostra di sé in mezzo a Camucia.
Certo il destino delle Case del popolo è stato condizionato dalla loro duttilità strutturale a servire alle nuove esigenze aggregative e ricreative. Non c’è dubbio, però, che dove i gestori si sono impegnati con lungimiranza ne hanno conservato l’uso sociale, in modi più o meno brillanti, ma pur sempre funzionali alla vita di paese. L’esempio più eclatante è a Chianacce, dove, resisi conto delle nuove esigenze, se n’è costruita, ex novo, un’altra. Negli anni Ottanta. Alla cui inaugurazione, addirittura, intervenne Alessandro Natta, allora segretario nazionale del PCI. Meno brillanti, tuttavia ancora aperte, le Case del popolo di Montecchio, s. Lorenzo e Cignano. Non che sia venuta meno l’esigenza dei luoghi di aggregazione laica paesana. Anzi. Specialmente con l’aumento della popolazione anziana, lo stesso Comune è stato sollecitato a provvedere. Da ricordare in proposito, l’impegno dello scomparso Angiolo Fanicchi per le sedi nuove di incontri realizzate a Terontola e a Pietraia. Modello che richiederebbe d’essere esteso laddove strutture private o parrocchiali non fossero in grado di fornire funzioni analoghe.
www.ferrucciofabilli.it
La Grecia e i bambimi martiri del liberismo (corsivo di Petruska)
Notizie non gradite al Potere politico-economico vengono censurate (vedi il “crimine” perpetrato su J. Assange), o puntualmente taciute per falsificare la realtà dei fatti.
Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera, ha confessato a TV2000 (televisione vicino al Vaticano) di aver taciuto sulla terribile strage di bambini in Grecia morti per mancanza di servizi sanitari, cure, farmaci e cibo.
Confessa di aver taciuto consapevolmente la verità per non favorire gli antieuropeisti.
I responsabili di questo assassinio sono gli autori dei memorandum della Troika, cioè EU, Fondo Monetario, Banca Centrale Europea e il Governo greco di Tsipras.
Non si può dimenticare che tempo fa il Senatore a vita (per quali meriti sia stato nominato, dopo il suo governo si è capito!) Mario Monti dichiarò che la Grecia era stato il più grande successo della Comunità Europea, cioè dell’euro.
Il vicedirettore Fubini non si dovrebbe perdonare, minimo andrebbe radiato dall’albo dei giornalisti. Ammette che lo abbia fatto per non favorire gli anti EU, sic! Cosa non si è disposti a fare per giustificare le politiche liberiste e ingraziarsi i propri padroni. Facciano però attenzione che il castello neoliberista sta crollando, e dalle macerie stanno scappando i cittadini europei consapevoli dell’inganno che a fronte delle ricchezze smodate per pochi ai più son tolti diritti e sicurezza sociale.
Nonostante la confessione sulla Grecia, il Corriere della Sera, insieme alle televisioni e a gran parte dei giornali continuano a censurare o falsificare sul conflitto in Medio Oriente e sulla situazione in Venezuela e su ogni altra situazione che deragli dal “pensiero unico” liberista.
Mentre la confessione del Corsera è dovuta uscire dopo la denuncia dell’UNICEF che ha destato giustamente un’indignazione mondiale.
Che squallore!
Petruska
Sapere è potere – Potere è non far sapere (corsivo di Petruska)
J. Assange ha svolto un formidabile servizio a tutti coloro che nel mondo hanno cari i valori di libertà e democrazia e di conseguenza hanno il diritto di conoscere ciò che combinano i loro rappresentanti eletti.
Esattamente per questo motivo Assange è diventato un pericoloso criminale delle società “libere e democratiche”.
Il principio fondante di un governo è il potere. Il Potere (quello dispotico-criminale) conserva la sua forza rimanendo nell’oscurità. Esposto alla luce inizia e evaporare.
Assange ha commesso il grave di crimine di aver esposto il Potere alla luce, il che potrebbe portare all’evaporazione il Potere se la popolazione si rendesse conto dell’opportunità di diventare cittadini liberi in una società libera invece che soggetti di un Padrone che agisce in segreto.
I governanti non hanno nulla che li possa supportare, al di fuori dell’opinione, e di conseguenza è sulla pura opinione che i governanti edificano il loro potere.
Per questo motivo i Padroni, i governanti hanno sviluppato l’enorme struttura delle relazioni pubbliche, un ente di propaganda.
Lo scopo principale della segretazione dei documenti è controllare le popolazioni e agire in segreto in modo che le masse rimangano al proprio posto, lontane dalle leve del potere.
Il crimine di Assange è aver violato i principali fondamenti del Potere lobbystico-imprenditoriale.
In realtà il Potere appartiene al popolo.
Petruska
P.S. La Commissione Europea vieta le verbalizzazioni delle riunioni.
Seconda uscita in questo blog del mio amico Petruska (Pierino)
Da Tsipras a Sanchez gli idoli della sinistra europea (corsivo di Petruska)
Ma davvero in Spagna ha vinto la sinistra?
I socialisti spagnoli vogliono aprire una nuova stagione politica dove le istanze socialiste riprendono importanza con una chiara discontinuità con il passato?
Le prime parole del segretario Pedro Sanchez dopo il risultato elettorale delle politiche , dove il Psoe raccoglie circa il 29%, “ con noi hanno vinto la democrazia e l’Europa, ha vinto il futuro. Mentre il passato e la restaurazione sono stati sconfitti”.
Lo stesso Sanchez ha provveduto a spegnere ogni speranza per coloro che pensavano a una discontinuità con le politiche neofasciste e liberiste dell’Unione Europea, (austerità e neoliberismo).
Il segretario del Psoe dopo aver fieramente riconosciuto in seno alla EU il golpista venezuelano Guaidò . Ha sostenuto fieramente l’ex Presidente neo-nazista ucraino Poroshenko. Fiero nel mantenere l’immorale vendita di armi all’Arabia Saudita per la sua guerra allo Yemen. Fiero di aumentare le spese militari in seno alla Nato.
Per concludere, quest’idolo della sinistra europea si è lanciato in sperticati elogi della monarchia spagnola “abbiamo una monarchia rinnovata e esemplare nella figura di Felipe VI” . Sic! Sic!
Ancora “La Spagna ha fatto vedere a tutti, in questo voto, che le idee e le proposte dei progressisti possono battere il totalitarismo, il razzismo e la destra”.
Questa terminologia ripete, echeggiandolei, le narrazioni politiche fatte in Grecia (Tsipras) , e in Italia (Renzi).
Tanta subalternità alle politiche neoliberiste e tanta ambiguità politica non è beneaugurante. Anzi, non è da escludere che alle prossime elezioni i franchisti di Vox potrebbero andare diritti al governo.
Petruska
(Petruska è lo pseudonimo di un carissimo amico di cui ho deciso, d’ora in poi, di raccoglierne, sotto forma di corsivi, le sue battute politiche brucianti, con le quali mi “provoca” nei nostri incontri. E se susciteranno reazioni e commenti su Facebook, ne sarò ben lieto. F. Ferruccio))
Francesco Nunziato Morè, Commendatore, Grand’Ufficiale, Cavaliere, Ragioniere
La prima volta in Ospedale da neoinfermiere, dalla bacheca all’entrata conobbi il nome di uno dei miei futuri capi: il Direttore Amministrativo, scritto in appendice a deliberazioni, comunicati, ordini di servizio. Dall’estensione dei titoli e mansioni, non poteva non incutere soggezione. Al contrario, di persona, si mostrò gentile e disponibile; gestiva il potere conoscendo minuziosamente persone, cose, procedure e quant’altro fosse stato utile all’ammaraggio morbido, in quel pianeta, d’un pivello, quale mi presentai.
Alla scrivania di rado stava seduto, sempre in movimento dagli scaffali al tavolo, convocava continuamente questo o quel collega amministrativo per dare incombenze o chiarire il miglior modo di procedere nella quotidiana nassa di adempimenti. Elegante, in cravatta, giacca e pantaloni abbinati, capelli folti e candidi pettinati con cura, occhiali spessi con montatura dorata. Dai modi fini e formali, ma non creava distanze. Anzi, induceva ad affrontare subito il nocciolo della conversazione, senza tergiversare in cerimoniosi inutili orpelli. Era la sua filosofia: nel lavoro, tempo e concentrazione erano preziosi alleati. Senza negarsi, però, a un sorriso sbrogliato il problema, o in occasione di ritrovi coi colleghi a festeggiare ricorrenze, o partecipando ai non rari convivi goderecci organizzati dal personale, in questo o quel ristorante. Era un gastro-resacato (mi pare), ma considerava il suo stomaco di acciaio, dandone ampie dimostrazioni a gambe sotto la tavola.
L’Ospedale era una specie di famiglia allargata, dato le tante ore di lavoro insieme, compresi i turni pomeridiani e notturni. Per l’attaccamento al lavoro, e la mole di impegni, spesso il Commendatore (così lo chiamavamo, i più) entrava presto la mattina e usciva nel tardo pomeriggio. Sapevamo, insomma, ch’era presente e rintracciabile al bisogno, senza difficoltà. Lui stesso faceva qualche visitina nei reparti anche solo per un saluto, o scambiare battute col suo allegro umorismo all’inglese: misurato e pungente.
Ma com’era giunto a Cortona? Ne parlava come la storia d’un innamoramento.
Nativo del Catanese, e impiegato per tanti anni al Ministero della Sanità a Roma. Già in quegli uffici, per meriti di lavoro, aveva guadagnato quasi per intero una sfilza di titoli onorifici: Cavaliere, Grand’Ufficiale, fino al massimo, Commendatore. Proprio da ministeriale era stato incaricato di recarsi a Cortona a controllare i conti dell’Ospedale. Una volta pensionato dal Ministero, questa Città gli era piaciuta al punto da proporsi come impiegato presso l’Ospedale, che non gli era più estraneo. A proposito del clamore che seguì il pensionamento in massa di dirigenti ministeriali, si parlò di “pensioni e liquidazioni d’oro”, e se qualcuno associava Moré a quella fortuna lui ci rideva, lasciando nel dubbio. Comunque sia andata, il Commendatore – ben accolto dagli amministratori, vuoi per il positivo approccio da controllore, vuoi per la straordinaria esperienza maturata al Ministero – ben presto si fece una splendida dimora alle porte della Città, dove riunì e crebbe la famiglia. E da qui non si sarebbe più mosso. Dimostrando impegno e passione nel lavoro e nel volontariato – Governatore della Misericordia e presidente della cooperativa del periodico L’Etruria – avendo scelto, felicemente, Cortona città adottiva.
Discreto fumatore anche in ufficio – ancora non era partita la crociata dei divieti antitabagismo –, nei momenti caldi allentava la disciplina dell’eleganza stando in maniche di camicia, e, per me non senza sorpresa, rimpallava domande e risposte, dalle rispettive stanze, col fido vice ragioniere Mauro Ulivelli – altro strafumatore. Credo, l’unico autorizzato a chiamarlo Gegé. Gli anni Settanta assisterono a momenti di rinnovato splendore ed efficienza dell’Ospedale, anche per merito di Moré. Una specie di canto del cigno, prima della chiusura per confluire, con altri presidi ospedalieri, nel nuovo stabile della Fratta. Il Commendatore e l’Economo Salvicchi, in quegli anni dettero il meglio di sé da dirigenti ospedalieri amministrativi, avendo favorito trasformazioni radicali, in pochi anni Settanta. Con il restauro completo della struttura, decaduta e abbandonata dall’utenza, e con l’immissione di personale, per qualità e quantità, idoneo a reggere degnamente i servizi attivi: Chirurgia, Medicina, Ostetricia e Ginecologia e Ortopedia. (Bisogna considerare la difficoltà di attrarre a Cortona specialisti d’una certa qualità, e farli rimanere, convincendoli che la struttura era degna non di un fugace transito ma di una definitiva collocazione). Senza quell’intervento radicale, le condizioni dell’Ospedale erano come se fosse in via di chiusura. Anzi, sarebbe stato meglio chiuderlo.
Moré era Repubblicano. Simpatia politica che gli si attagliava come gli abiti eleganti. I Repubblicani erano laici e ritenevano prioritario uno stato efficiente, perciò giusto. Anche se di lì a poco sarebbero scomparsi. Però, se non ricordo male, furono rari i repubblicani scovati con un po’ di “marmellata” in bocca ai tempi di tangentopoli, mentre negli altri partiti la “marmellata” era scorsa a secchiate! Il Moré repubblicano, oltretutto, era vicino a istanze popolari. E, di questo, n’ebbi esplicita testimonianza diretta. Allorché, quel ch’era il mio partito, il PCI, decise di cambiare nome e simbolo, incontrandomi, m’apostrofò: “Ma cosa stanno facendo i tuoi compagni? Distruggono il partito dei lavoratori?!… Mi sembrate tutti matti!… Se ne avessi le forze, lo ricostituirei io quel Partito!” lasciandomi di stucco. In genere ci si aspetta da persone mature tendenze moderate, ed era questa le mia convinzione sul Cav. Granduff. Comm. Rag. Francesco Nunziato Moré. Il quale, invece, m’insinuò il tarlo del dubbio su quella trasformazione politica che avevo accettato – oggi posso dirlo –, sconsideratamente, di buon grado. Si stava creando in Italia un vuoto assurdo.
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Il carteggio Leonetti-Trotskij (1930-1937), donato a Cortona, presto sarà pubblicato
Con quanti, intellettuali e politici, transitarono nella villa di Umberto Morra si potrebbe scrivere un saggio storico sull’Italia del Novecento. Colto, generoso, spirito libertario, Morra ospitò menti combattive, creative, libere, che l’ebbero amico, consigliere, sostegno materiale. Del flusso di quei personaggi beneficiò Cortona. Basti ricordare, nel Palazzo comunale e al Teatro Signorelli, le conferenze letterarie di Alberto Moravia (a Metelliano, scrisse gli Indifferenti), o storico filosofiche con Alessandro Passerin D’Entrèves e Norberto Bobbio, amici di Morra. Tra costoro, con Giustino Gabrielli (allora, capogruppo PCI in Consiglio comunale) incontrammo un compagno anziano e gentile, Alfonso Leonetti. Primo direttore de L’Unità di Antonio Gramsci. Cofondatore del Partito comunista, nel 1921. Antifascista perseguitato, esule in Francia a fine anni Venti, espulso dal partito comunista nel 1930, perché contrario alla stalinizzazione del partito. Antifascista e dissidente comunista vicino a Trotskij, fino al ‘45 ebbe vita grama, senza mai rinunciare alla missione prescelta, maturata in gioventù, d’essere “rivoluzionario di professione”. Giornalista socialista e comunista, agitatore politico-sindacale. Figlio d’un umile sarto di Andria, nella Puglia contadina e bracciantile, dove sfruttamento degli agrari, abbrutimento, ignoranza e indigenza, umiliavano gran parte della popolazione. Personaggio rilevante per meriti politici, ma noto solo a pochi studiosi, per il motivo che la storia è scritta dai vincitori. La rottura di Leonetti col partito di Togliatti, e la conseguente espulsione, ne decise la diminuitio memoriae. Pur riaccolto nel PCI (1962), perché onesto e rigoroso, come gli riconobbero Umberto Terracini, Camilla Ravera, e Palmiro Togliatti (da stalinista, convertito alla via nazionale al socialismo, policentrico rispetto al partito guida sovietico), tutti quanti antichi compagni di militanza politica e coredattori ne L’Avanti o ne L’Ordine Nuovo.
Sindaco negli anni Ottanta, conobbi Leonetti quasi novantenne (nato nel 1895, morto nel 1984), vivace, curioso, spontaneo. Amichevole. In brevi lettere, scritte a penna, suggeriva iniziative culturali, spesso accompagnate da note su personaggi a lui cari. Tra questi, Camillo Berneri. Insegnante anarchico, ospite di Morra a Metelliano, negli anni Trenta. Ucciso in Spagna dai comunisti staliniani. Finché Leonetti donò a Cortona molti libri e un suo carteggio inedito (salvo poche lettere) con Lev Trotskij, dal 1930 al 1937. Depositato in Biblioteca, nel “Fondo Leonetti”. A oltre trent’anni dalla scomparsa di Alfonso, ho ripreso quella corrispondenza. Ordinata, recuperata fortunosamente, lo si capisce dalle varie grafie: brogliacci scritti a mano, fotocopie, certe persino illeggibili. Scritti in francese – lingua adottata dai Trotzkisti -, ho coinvolto Mirella Marucelli di madre lingua francese. Traduttrice alla prima esperienza, presa da quel mondo d’esuli e perseguitati come il babbo, antifascista riparato in Marocco e Francia, all’epoca stessa del carteggio. Poi ho reso complice Valeria Checconi – studi classici e paleografici – per seconde e terze letture di testi molto estesi. In gergo politico, allusivi di personaggi sotto pseudonimo da meglio identificare – clandestini, esposti a controlli polizieschi e a spie avversarie non meno pericolose. Oltre a dover illuminare, con note aggiunte, la strada al lettore. Questo lavoro di gruppo, presto, sarà reso pubblico a stampa.
Consapevole della sua fine prossima, il vecchio rivoluzionario, dubbioso sugli eventi futuri, salutandoci, l’ultima volta, esclamò: “Che dite, la talpa scava ancora?”. Per “talpa” intendeva l’idea rivoluzionaria della trasformazione socialista delle società capitaliste. Domanda mica da ridere!… Alla quale, di lì a poco, seguì la dissoluzione della Russia sovietica e la fine dei regimi staliniani nell’Europa dell’Est. Di riflesso, i partiti comunisti occidentali, tesi a schivare conseguenze dalla caduta del Muro di Berlino, cambiarono nome, obiettivi e categorie (classi) politiche di riferimento. Abbandonarono Marx, proletariato, socialismo,… accettando il neoliberismo, dietro ai socialdemocratici, salvo residui di socialismo classico tra progressisti, specie anglosassoni. Ciononostante, rimangono due potenze ispirate al comunismo: Cina, tra un po’ prima potenza economica mondiale, e Vietnam, che ha sconfitto in guerra gli USA, forza militare planetaria. Cina e Vietnam però, ritenuti modelli lontani dall’ occidente, sono stati da sempre poco considerati. Intanto, tra gli studiosi, pescando su cataste di libri, si va da un estremo all’altro: da “Il passato di un’illusione – L’idea comunista nel XX secolo” di François Furet (1995), all’ “Attualità di Marx” di Giulio Sapelli (2014). In breve, è evidente quanto sia difficile e complesso rispondere al quesito di Leonetti sulla sua “talpa” scavatrice.
Protagonisti politici rilevanti del Novecento, saggisti di valore, la corrispondenza Leonetti-Trotskij è fonte singolare nell’evocare momenti cruciali degli anni Trenta: diatribe mondiali tra comunisti stalinisti e antistalinisti; fervore e drammi parigini degli esuli antifascisti italiani; previsioni profetiche di sventure incipienti (Hitler al potere); e future, quale l’implosione del regime sovietico. I due, invisi a desta e a sinistra, furono tenuti sotto scacco pesante da governi, polizie e avversari politici, pur disponendo d’armi spuntate: articoli di giornale, pamphlet, e piccoli gruppi di agitatori politici. Riuniti nel nome di Trotskij, votati alla rivoluzione permanente, contrari al partito guida stalinista, contrari alla rottura delle alleanze con anarchici e socialisti (quest’ultimi, bollati social fascisti dalla Terza internazionale comunista), favorevoli a battaglie comuni con chiunque interessato a libertà e giustizia sociale.
Rileggendo il carteggio e gli scritti di Leonetti, un suo lascito è duraturo: in nome della libertà di pensiero e in difesa dei più deboli, non rinunciò mai a battaglie ritenute giuste, anche a costo di enormi sacrifici, subendo soprusi ed emarginazione. E non gli andò tanto male: prese una scarica di legnate fasciste, fu ridotto in miseria dagli stalinisti, tuttavia salvò la buccia, Trotskij, invece , fu picconato in testa (1940).
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Ritratto di Alfonso Leonetti, terracotta dell’artista Raffaele Fienga.










