Lo storico letterario Giacomo Pellicanò, ha tentato la difficile impresa, dopo aver raccontato per esteso in un primo libro “Ettore Patrizi. Da Montecastrilli a San Francisco” l’intensa, avvincente e, per moti aspetti, infelice storia d’amore tra Ettore Patrizi e Ada Negri, vi ritorna sopra, con un secondo libro. Riuscendo a carpire l’emozione del lettore, squadernando l’intero epistolario della poetessa nella fase cruciale della sua passione, consumatasi tra i 1892 e il 1896. Sapere già come andrà a finire la storia, anzi, “Due Vite Una Storia (Intermedia Edizioni)” – è il titolo della raccolta di lettere di Ada Negri – non toglie patos al lettore, condotto per mano da Pellicanò, a sfogliare il carteggio amoroso, con penna leggera e partecipe.
Potremmo pensare a una storia di altri tempi – essendo di poco più d’un centinaio di anni fa -: romantica, retorica, sdolcinata…un feuilleton sentimentale patetico insomma. Non voglio dire: niente di tutto ciò in questo libro. Perché le storie sentimentali han quasi tutte andamenti simili fino al finale che, in questo caso, è il disamoramento; come pure consueti sono i caratteri passionali: in cui l’amore si trasforma in folle allucinazione verso l’amato/a, continua, ossessiva, travolgente corpo e mente. Ma in questa storia c’è di più.
Ada Negri – giova ricordarlo – esordisce giovanissima e con successo con la raccolta “Fatalità”, del 1892, poco più che adolescente, facendo nascere la sua leggenda di “vergine rossa”, per aver scritto liriche improntate a libertà, eguaglianza, giustizia sociale, risvegliando coscienze proletarie, invitandole alla ribellione verso soprusi e sofferenze. Bastano pochi versi de “La sfida” per dimostrare la forza d’animo d’una ventenne ribelle: “O mondo grasso di borghesi astuti/ Di calcoli nudrito e di polpette/
Mondo di milionari ben pasciuti/ E di bimbe civette;/ O mondo di clorotiche donnine/ che vanno a messa per guardar l’amante,/ O mondo d’adulteri e di rapine/ E di speranze infrante;/ E sei tu dunque, tu, mondo bugiardo,/ Che vuoi celarmi il sol de gl’ideali,/ E sei tu dunque, tu, pigmeo codardo,/ Che vuoi tarparmi l’ali?… […]” .
La vita in un paese di campagna (Motta Visconti) dove regnava il duro lavoro dei campi, o la degradante disoccupazione, e la morte precoce del padre che costrinse la madre di Ada a impiegarsi in pesanti lavori manuali, furono circostanze e contiguità che aprirono gli occhi alla giovane maestrina: sul duro mondo del lavoro subordinato e le miserie materiali del tempo, portandola all’indignazione e all’adesione ai nascenti ideali socialisti. Ancor più alimentati dal fortuito incontro, che si trasformerà in amore, con lo studente di ingegneria Ettore Patrizi, proveniente da Montecastrilli, attivista socialista, inserito nella Milano “sovversiva” dei Costa, Turati, Kuliscioff,… e collaboratore del giornalista pacifista Moneta, unico italiano premio Nobel per la Pace.
Ettore Patrizi, oltre a condividerne i medesimi ideali umanitari, amerà Ada con gesti affettuosi, come il procurarle un lavoro da insegnante a Milano, e introducendola in ambienti culturali e giornalistici favorevoli alla cura della sua precoce fama artistica, scatenando in Ada smisurata considerazione, riconoscenza e dipendenza affettiva da Ettore. In modo tale da superare, per alcuni anni (fino al 1986), la sofferta lontananza dall’amato, che, poco dopo l’inizio del loro fidanzamento, sceglierà gli Stati Uniti come nuova destinazione senza portar con sé Ada. E’ questo periodo di lontananza, per Ada, causa di un tormentato, appassionato, immenso amore per Ettore, fino alla conclusione. Il tutto, ben documentato da Giacomo Pellicanò con poesie, anche inedite, e il fitto carteggio della poetessa (99 lettere e carte postali) che consentono al lettore di rivivere quegli struggenti momenti.
Negli anni di lontananza, Ada, sviluppando anche liriche dal tenore più intimistico degli esordi, vive nell’illusione di poter riabbracciare l’amato e costruire una famiglia, sollecitando epistolarmente Ettore a compiere il passo del ritorno, o, in alternativa, chiamandola a sé in America. Ella è disposta a ogni sacrificio, pur di realizzare il sogno d’amore. Finché l’attesa non si rivelerà vana, come descritto nella poesia “Mentre tu speri” “Mentre tu speri, e indomito/ L’onesto sguardo affisi a l’avvenire/ Mentre tu speri io soffro,/ E il gran delirio dei vent’anni e i sogni/ lentamente nel cor sento morire./ Io la struggente febbre/ Del tempo che ne incalza e ne sospinge/ Sento, e a la vita supplico/ Una sola, una sola ora di gioia,/ ma lo spazio s’oscura e si restringe./ La gioventù precipita,/ L’attimo fugge; – in lidi aspri e lontani/ tu lotti e m’ami e palpiti,/ E ridi, illuso, a le future ebbrezze,/ Ma non ritorni – e noi morrem domani.”
Il corposo carteggio non contiene solo le infinite sfumature d’un amore, ma, insieme alla trama di relazioni tra Ada e i parenti di Ettore, a Milano e Montecastrilli, documenta il fervore intellettuale e politico di Milano, epicentro culturale di una Italietta che vuol diventare grande. Anche se Ada sente più vicina la vita agreste del suo paese natio, più delle lusinghe e delle ipocrisie dei salotti metropolitani. Finchè, esausta dell’attesa, e quasi a dispetto, si sposa con uno strano ammiratore, cascando, sentimentalmente, dalla padella nella brace d’un infelice e breve matrimonio. E qui si conclude la storia.
Senonché Giacomo Pellicanò, in ultimo, lascia trasparire che avrebbe trovato nelle carte altri spunti da svelare: “Tra Ada e Ettore, in seguito calerà un fragoroso e assoluto silenzio. Caro lettore, la storia, però, non finisce qui, anzi, continua…” E, noi, se ci saranno sviluppi, saremmo curiosi di leggerli.
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