La vita agreste

Nato in una casa mezzadrile nei primi anni Cinquanta – nel confine Umbro-Toscano, a Piazzano di Tuoro nel toponimo Casa Bianca -, mamma Bruna m’impose il nome di Ferruccio (suo fratello scomparso). La famiglia del babbo Ferdinando (Nando), ignorata come Fabilli, era chiamata Senserini. (Coltivatori diretti, senza figli, nell’Ottocento adottarono un bambino – mio trisavolo – abbandonato dalla nobile – inguaiata – madre).

I primi anni di vita trascorsero in un ambiente da realismo magico. La grande casa colonica – nella collina affacciata sulla Val d’Esse – era immersa tra boschi e campi coltivati a olivi, viti, grano, mais e tabacco; maiali, galline, oche e nane razzolavano nell’aia e d’intorni; nelle stalle: grandi bovini chianini, scrofe e conigli. Di giorno si viveva all’aria aperta, spesso scalzi, abbronzati e un po’ sudiciotti. In casa non c’era acqua corrente, né elettricità. In buona salute, soffrii rare febbrate se m’ingozzavo di farinata! Gli adulti di casa si lamentavano del cibo poco variabile (farinata, minestra di pane, insalata, fagioli, patate, polezze; di rado pastasciutta, baccalà, aringa, uova e carne), mentre io ero appagato: a due anni pesavo venti chili. Al lume stentoreo di lucerne a petrolio o carburo, le serate passavano in discussioni animate tra familiari o vicini, oppure recitando il rosario, guidati dal nonno paterno Beppe. “Oh, Santa Eurosia impetraci il buon Gesù dai turbini…”, invocazioni salmodianti, che mi mandavano fuori di testa: armoniose e cariche di mistero. Nonno Beppe fu il primo mito: perno degli affari e della vita familiare, grande affabulatore, col piccolo di casa, sulle avventure al fronte nella prima guerra mondiale, o sulle turbolente peripezie giovanili sue o del vicino di casa Buio. (Incallito bevitore, anarchico sparò al prete ferendolo, uccise un superiore sotto le armi, si finse pazzo per non andare in guerra…). Ricoperto di fantastici tatuaggi e cicatrici, parlava poco ma con me era molto tenero. Gli affettuosi e laboriosi genitori, sebbene occupati da mane a sera, mi crebbero con saggio tatto educativo. Espresso stupendamente alla vigilia del mio primo giorno di scuola, autorizzandomi a gironzolare in bicicletta tutto il giorno! Libero dalle pur piccole ma necessarie incombenze: badare a oche o maiali al pascolo. Loro erano consapevoli dell’incipiente cesura: entrando a scuola, finiva il dolce far niente e iniziava la complicata corsa della vita. Indimenticabile gesto d’amore di quel giorno. Uno dei più belli della mia vita! Ore libere e spensierate. Sospeso in una dimensione onirica che non avrei più goduto a quel modo: innocente e assettato di vita.

Nel caos della vita e delle  passioniberlinguer

Scuole medie presso il Seminario diocesano di Cortona. (Per un po’, fui “pretocciolo”). Studi classici nella stessa città. Iniziai studi medici, ma presi la via più breve: sette anni infermiere professionale negli ospedali di Arezzo e Cortona. Incapace di sopportare l’empatia quotidiana con la sofferenza dei malati, passai nei ruoli amministrativi, sempre in ambito sanitario o sociale (come direttore della Casa di Riposo a Sarteano). Attivista comunista nel PCI, ricoprii pure cariche amministrative: sindaco di Cortona (1980-85), consigliere e assessore provinciale ad Arezzo (1985-95). Nello scenario fatidico del 1989-90, decisi di cambiare status: da politico a tecnico-amministrativo. Laureato in Lettere e Scienze Politiche; ho frequentato la SPISA di Bologna, specializzandomi in Scienze organizzative e Diritto amministrativo; ho conseguito pure l’abilitazione a dirigente di Azienda sanitaria. Studi necessari a svolgere ruoli apicali nei Comuni di Cortona e Tuoro sul Trasimeno. Quando per motivi di salute mi sono ritirato dal lavoro, il futuro (l’attuale presente) era già preparato, m’è bastato dare spazio a vecchie passioni: viaggi, storia e scrittura,  con cui continua il mio libero dialogo col mondo.

Vivo in collina – con moglie, Carla, figlia, Brunella, e Piero, il cagnolino – a Borgo san Pietro di Cortona. (Nato a Casa Bianca, da trent’anni sto a San Pietroburgo di noialtri!).

Bibliografia un po’ ragionata

Anni Ottanta. Per merito di Ivo Camerini, demmo vita al periodico “Valdichiana Oggi”. Con lo stesso Ivo e Giustino Gabrielli fu stampata una breve Storia del PCI cortonese. A cui seguì per qualche anno – con un gruppo più nutrito di collaboratori – la redazione dell’altro periodico: “Cortona Oggi”, su questioni politiche, economiche e sociali. Anni Novanta. Esce il mio primo saggio storico impegnativo: I Mezzadri, lavoro, conflitti sociali, trasformazioni economiche, politiche e culturali a Cortona dal 1900 ad oggi, edito da CGIL Valdichiana (1992). Era l’elaborazione della mia prima tesi di laurea, grazie ai consigli dei professori Camillo Brezzi e Giulio Sapelli. Quest’ultimo scrisse la premessa al libro, spingendomi a vincere le titubanze del neofita. Con Carmelita Setteposte e Mario Berardi pubblicammo Cortona immagini di ieri, 1857-1930, Grafiche l’Etruria (1990); in cui avevo abbozzato il profilo dei primi fotografi cortonesi, dagli esordi agli anni Trenta. Nel 2004, con Ettore Barneschi e Maurizio Kovacevich, uscì La grande Nevicata di Primavera. L’importanza della Razza Chianina nel territorio Cortonese, edito dal Comune di Cortona. Dove anticipai un capitolo dell’ultimo saggio in tema contadino: Chj lavora fa la gobba chj ‘lavora fa la robba – La famiglia contadina tra Toscana e Umbria (1854-1940), introdotto del compianto professor Antonio Cardini (2013), edito da Intermedia Edizioni di Orvieto – il mio attuale editore. Premiato col “Tagete” degli scrittori aretini – commissione presieduta dal professor Ivo Biagianti. Quel testo – rielaborazione della tesi di laurea in Scienze politiche, pubblicata di recente, ma partorita negli anni Novanta – conclude il ciclo avviato con I Mezzadri quale tributo a un mondo scomparso, a cui sono appartenuto e da cui ho tratto i migliori insegnamenti politici e morali: non importa se poveri, umili, ai margini sociali e culturali, ma mai sottomessi; dignitosi e a schiena dritta, sempre pronti alle giuste battaglie quotidiane in un mondo spesso assurdo.

Dalla storia alla narrativa l’evoluzione è stata  “naturale”. Scrivere di storia richiede rispetto di regole e accademismi, e, di norma, si considerano marginali aspetti emotivi e psicologici dei protagonisti, perciò, per dare spessore ai miei personaggi, decisi di provare col romanzo o racconto libero. Il primo azzardo letterario fu la storia d’una prostituta: La vita a modo mio (2006), usando il trasparente nome de plume Ferrù D’effe. (Ancora al lavoro nella pubblica amministrazione, non intesi confondere l’aspirante letterato col diligente funzionario). Il libro piacque, non solo alla stretta cerchia di amici entusiasti del racconto libertino, fu pure il prescelto in una tenzone letteraria: nel premio Città di Monteverde Irpino. La valutazione della giuria – alunni delle ultime classi liceali della città di Melfi – è riportata  nelle “Recensioni” del blog. Come fu benevolo il commento di Ivo Camerini su L’Etruria: accennando al nuovo fenomeno letterario della Valdichiana emulo di Jack Kerouac! Altri due libri, firmati nello stesso acronimo, completano una trilogia di personaggi, a mio gusto, emblematici del tempo e dell’ambiente vissuto: Ascoltando il respiro di una notte d’estate. Essere e vivere (2008); e Volo tragico, nella stagione dei primi amori (2010). In tutti, facendo parlare direttamente i protagonisti, l’intreccio è rappresentato dalla loro stessa vita: giovani, anziani, badanti, contadini, sciamani…, preoccupati più di essere che di avere, anche se border-line, tuttavia intensi e interessanti. Poi, il fuoco storico che covava ancora dentro s’è riacceso in due lavori impegnativi: ricostruzioni romanzate di vicende locali clamorose. In un caso, accettai la sfida lanciata del giornalista Michele Lupetti :“Perché non scrivi un romanzo sul delitto Gorgai?”. Si trattava dell’atroce delitto tra coetanei ventenni cortonesi, ricostruito in Falce e coltello – Diario di un omicidio – Amori e politica negli anni di piombo. Più d’un lettore confessò di aver rivissuto, tra stordimento e malinconia, quei terribili giorni degli anni Settanta. Lì non erano più i protagonisti a raccontarsi (uno di loro era morto), ma l’io narrante era un amico scomparso, giornalista e insegnate. L’effetto desiderato riuscì. Anche questo libro ottenne un riconoscimento dall’associazione “Tagete”.  (La partecipazione a rari cimenti letterari non è segno di vanità, caso mai di umiltà dovendosi sottoporre all’ennesimo esame, che, sostenuto tra gente conosciuta, è forsanche più difficile). A quella faticaccia e sofferenza – nel ripercorrere sentieri tormentati – è seguito l’ultimo racconto lungo a sfondo storico: Il nero dell’oblio, della violenza e della Ragione di Stato – sollecitatomi da uno dei protagonisti, Augusto Cauchi. Risultato dall’incontro tra due temerarietà. Augusto Cauchi e Luciano Franci – neofascisti aretini coinvolti negli anni Settanta in vicende terroristiche – si fidarono d’uno scrittore “dilettante”, per giunta comunista, anche se non più attivista (in Italia esistono ancora partiti berlinguerianamente comunisti?). Preso l’impegno a scrivere sui due, incontrai facce perplesse. Ma il lavoro concluso è stato apprezzato da storici eccellenti in materia di terrorismo nero, come Massimiliano Griner (nel recente: Anime nere), per aver trattato l’argomento torbido e scivoloso in modo originale, e libero da pregiudizi.
quito labirintismo
Ho scritto pochi racconti brevi. Uno è nell’ Antologia di poesia e narrativa labirintista (www.labirintismo.it), Edizioni Stravagario (2009), promossa da Massimiliano Badiali, giovane letterato aretino. Oltre ad essermi care alcune pagine in ricordo di persone scomparse, che ho inserite nel blog.

Attualmente, attratto dall’eterno viaggiare (Claudio Magris), sta per uscire un libro anche e-book – in italiano e spagnolo – come primo racconto di un Viaggio a Quito. (Città Unesco, carica di fascino).