Parte, infine, il governo dei popupilisti e “plebei”

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L’allegoria usata da Eugenio Scalfari - sulla contesa nel nostro Paese tra “patrizi”, come lui, europeisti doc, veri democratici e di sinistra, liberali, ecc., e “plebei”, populisti, ignorantoni, destrorsi, sfasciatori dei conti pubblici, ecc. -, mi ha fatto tornare sui banchi di scuola. Ragazzini, tifavamo – come per le squadre di calcio – chi per gli Orazi chi per i Curiazi, chi per Roma chi per Cartagine, chi per Achille chi per Ettore, e, nell’infinita serie di dualismi, trovava spazio pure la divisione tra filo-patrizi e filo-plebei, della Roma repubblicana. Giochi da ragazzi. Che l’illustre giornalista ha riproposto non come gioco, ma esemplificazione tra scenari di governo contrapposti in Italia e in Europa. Col vetusto opinion leader schierato a favore dei “patrizi”, del caotico e informe centrosinistra, contro i “pleblei”, Grillini e Leghisti.
La metafora storica rimanda d’acchito alle tragiche vicende dei fratelli Gracchi: Tiberio e Gaio, figli di Cornelia. Discendenti della nobile Gens Sempronia (statisti e uomini d’armi, come Scipione l’Africano), politici “populares”, e tribuni della plebe: difensori dei plebei e della legalità (nell’illegalità, il povero perde sempre). Molti ricorderanno cosa accadde ai due Gracchi.
Tiberio,- eletto tribuno della plebe nel 133 a.c., distintosi nelle campagne militari in Africa e Spagna -, era consapevole del problema rappresentato dall’impoverimento dei medi e piccoli proprietari terrieri. Classi sociali fondamentali nella composizione dell’esercito romano, poiché i nullatenenti non potevano essere arruolati. Però, alla ripartizione delle nuove terre conquistate, venivano illegalmente occupate dai grandi proprietari terrieri che potevano avvalersi pure del lavoro gratuito di innumerevoli schiavi, anch’essi bottino di guerra. Cosicché le spese di gestione dei contadini liberi, rispetto ai grandi agrari, divennero insostenibili al punto da pregiudicare la sopravvivenza dell’esercito romano, per mancanza di arruolabili tra i contadini liberi. Per arrestare la penuria di legionari, Tiberio riuscì a far approvare una riforma agraria (ager publicum), prevedendo un limite massimo, all’occupazione di nuove terre, per ogni nucleo familiare. La legge non impediva acquisti o espansioni di latifondi, ma dovevano avvenire nella legalità. Siccome vi erano resistenze nell’applicare la riforma, Tiberio si candidò per un nuovo mandato da tribuno della plebe. Accusato di sete di potere, fu ucciso.

Dieci anni dopo, il fratello Gaio, percorrendo la strada di Tiberio, ripropose la stessa riforma agraria, stabilendo inoltre la inalienabilità dei terreni concessi legalmente ai contadini liberi. A cui aggiunse una riforma giudiziaria, togliendo i tribunali all’arbitrio dei senatori, riconoscendo la sovranità al popolo nella nomina dei giudici. Inoltre stabilì, con la legge frumentaria, di vendere il grano alla plebe romana a bassissimo costo. La reazione violenta dei patrizi romani costrinse Gaio a farsi uccidere da un servo, per non cadere nelle mani dei nemici.
Significativa fu anche la risposta dignitosa (non so se leggenda o verità) della madre Cornelia, di fronte alla richiesta di un’amica di esibirle i suoi gioielli, ella rispose: “I miei gioielli, sono i miei figli!”. Forse presaga delle loro future virtù civiche.
Il discorso occuperebbe spazio, ma sarebbe possibile tentare similitudini tra passato e presente: ricchi insaziabili, allora, come l’odierna finanza mondiale; il disprezzo della legalità, a favore della legge del più forte; il rigetto di misure a favore di poveracci stremati e senza lavoro (è pauperismo!); ecc. ecc.. Non so quanti abbiano abboccato alla metafora di Scalfari, divertente ma sconsiderata.

Presa per buona, costringerebbe gli eredi della sinistra a domandarsi il motivo per cui, spudoratamente, dovrebbero considerarsi partigiani dell’aristocrazia (dell’Europa a trazione tedesca e del turbo-capitalismo). Oltretutto, tra gli stessi, potrebbero esserci superstiti memori delle lezioni di Togliatti e Berlinguer sulla alleanza necessaria (coi compromessi che essa comporta) tra ceti medi produttivi e proletariato e sottoproletariato, fondamento di qualsiasi programma di governo democratico. E, capendo un po’ di storia, si sa che, in momenti di grave e prolungata crisi economica, non è solo esigenza retorica favorire larghe intese tra interessi popolari, bensì corrisponde a urgenze vitali, onde evitare imprevedibili sommovimenti sociali (persino rivoluzioni! prevedeva Marx).
Piaccia o meno, nell’elettorato, si è verificato che la Lega, da un lato, rappresenti gli interessi della borghesia produttiva (oltre a elettori in cerca di maggiore “sicurezza”), e i 5 Stelle, dall’altro, hanno preso un botto di voti per le molte attese popolari suscitate; tra cui: il diffondersi di lavori dignitosi (per qualità e quantità) e la difesa del welfare da aggressioni globalizzatrici, al ribasso, delle multinazionali (comprese quelle cinesi), che privilegiano utili societari da favola al benessere delle persone.
Sarebbe impossibile non trovare difetti nell’uno e nell’altro programma dei Gialli e dei Verdi, anche avendo a paradigma i principi dei simpatizzanti stessi della Lega e dei 5 Stelle, figurarsi se adottassimo i principi di elettori degli altri partiti. Ma il responso delle urne è stato chiaro: si vuole il cambiamento! Affidandone la responsabilità a quelle due forze politiche. D’altro canto, è oggettivo, il sistema Italia, se vuol uscire dallo stallo economico in cui versa da un decennio, non può prescindere dal coinvolgimento delle principali componenti sociali ed economiche, né può rinunciare a mettere a confronto idee diverse sul governo nazionale e sull’Europa, utili a dare risposte alle aspettative della maggioranza dei cittadini. Ai quali interessa la ripresa dell’Italia non il suo incartamento. Fin dalle prime uscite, abbiamo visto sul “contratto di governo”, tra Lega e M5S, resistenze e giudizi trancianti: irrealizzabile, contraddittorio, costoso, destrorso, …, col passare del tempo si vede come, pur con non minore animosità, si sta concentrando l’attenzione su qualità modi e tempi delle scelte. (Addirittura, il “contratto di governo” è stato valutato orientato molto a “sinistra” dall’istituto Cattaneo di Bologna, composto da studiosi vicini al PD). Come, ad esempio, portare a limiti ragionevoli l’età pensionabile (cancellando parti della Fornero), o limitare stipendi, pensioni e prebende varie, cancellando assurdi privilegi. C’è voglia di equità, insomma. Serviranno, perciò, giudizi costruttivi su quell’elenco di priorità. A meno che non si abbiano idee più forti e convincenti, che, però, all’elettorato non sono, ad oggi, pervenute.

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