Paolo Civitelli architettò una scuola aerostatica

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Corriere Innovazione 1Leggendo sul Corriere Innovazione l’anteprima del Padiglione Italia: “Barche sopra Dubai”, all’Esposizione Universale (rinviata a ottobre 2021),  che prevedrà tre grandi barche rovesciate, sospese in aria, ciascuna d’un colore del tricolore, ho ripensato all’architetto cortonese Paolo Civitelli, la cui tesi di Laurea fu il Progetto di scuola aerea, tipo mongolfiera. L’avveniristico Padiglione Italia, sintesi delle più avanzate tecnologie costruttive con materiali biologici e di riciclo, energia prodotta in modo naturale da alghe che fungeranno da climatizzatore e cibo, connessioni elettroniche a distanza con università e centri di ricerca, e, invece delle fondamenta in cemento, sarà fissata su strutture colleganti a terra su sabbia pressata, raccolta in loco…tanto avveniristico e spettacolare che gli Emirati Arabi hanno chiesto il mantenimento in loco del Padiglione per sei anni. Perciò ho provato dispiacere a non aver chiesto dettagli, allora, a Paolo sul suo progetto approvato dai professori, elevato a Tesi di Laurea. Paolo non si dava tanta boria. Gravemente depresso, ai buschi cambi meteo, si presentava nell’ufficio di sindaco chiedendomi il permesso di sostare seduto, giusto il tempo di scorrere in silenzio i titoli del fascio di giornali che portava sottobraccio. Ovvio, glielo consentivo. Instaurando, tra noi, dialoghi spezzati dai ritmi forsennati imposti da telefonate, e impiegati che andavano e venivano per firme o porre questioni urgenti. Paolo si scherniva dei nostri incontri, a ritmi meteo: ciclicità di cui, presumo, non fosse consapevole. Consideravo l’ospitalità dovere solidale verso persone tormentate dalla depressione, e verso i loro familiari oppressi da pesi altrettanto scioccanti. Com’era il caso di Bruna. Anch’essa, assidua, si presentava gli stessi giorni delle brusche variazioni meteo a prospettare traversie d’un figlio, ex ricoverato in manicomio, che, a suo avviso, non fosse ben seguito dai servizi territoriali di Igiene mentale, sostitutivi del manicomio. Ella, insoddisfatta e angosciata. Quegli incontri vertevano su presunte inefficienze e ritardi nell’ applicazione della Legge 180/1978 – la Basaglia -, sulle chiusure dei manicomi. In effetti, scontavo inesperienze non tanto sulle malattie, essendo Infermiere, quanto sulle cure prestate presso i Servizi territoriali d’Igiene Mentale, sui cui presto mi aggiornai anche per reggere le prevedibili obiezioni di Bruna. D’altronde, i Servizi territoriali furono costretti ad adeguarsi a nuovi scenari in breve tempo, dal 1978 in poi,  chiusi i manicomi si passò alla presa in carico degli ex  ricoverati sui Territori. Processo complicato pure dall’ampio spettro di sindromi, per età sesso e condizioni sociali dei “malati” da assistere, presso famiglie o case famiglia. Ricordo, a proposito, il caso d’una psicoterapeuta colta durante il lavoro da grave choc, tanto da interrogarsi, lei stessa, sulla propria adeguatezza a sopportare il carico di stress alle prese coi pazienti. A rivoluzione in atto – i malati non più rinchiusi – in primo luogo i sanitari ma anche le istituzioni pubbliche dovettero prodigarsi per soccorrere “malati” e parenti. Parenti, a volte, “disturbati” quasi quanto i loro cari. Inutile nascondere complessità e durezze di quei drammi. Infatti, com’era accettabile che giovani come Paolo capaci di portare a termine studi fino alla Laurea, con Progetti che definiremmo avveniristici, fossero colpiti da incapacità di adattamento tanto gravi? Prima di lui, avevo conosciuta la vicenda di Tullio. Altro giovane culturalmente dotato, fino a giungere alla Laurea in Ingegneria elettronica, le cui nebbie mentali invece di regredire si aggravarono al punto da pregiudicargli l’insegnamento della sua materia, l’elettronica, della quale era brillante cultore.

Paolo, pur protetto da affetto materno, scomparve precocemente. Lo stesso accadde a Tullio. Forse anche a causa di terapie che se, da un lato, alleviavano certi sintomi, dall’altro, pareva la cura stessa esser causa di dipendenze da farmaci e disfunzioni metaboliche gravi. Spero, nel frattempo, che sui farmaci siano stati fatti progressi, tant’era l’alienazione che pareva inducessero. Così come confido in passi avanti sulle pratiche assistenziali, agli inizi, non di rado, approssimative se non paternalistiche.

La casistica sulle malattie mentali è in continua evoluzione: dalle “schizofrenie”  agli abusi di sostanze psicotrope, a fattori genetici e ambientali, Parkinson, Alzheimer, demenze senili, autismi, e, addirittura, sempre più frequenti “raptus” omicidi,… insomma una gran massa di disturbi comportamentali, descritti anche nel libro: “Malaria Urbana” (patologie della civiltà urbana) di  Giovanni Berlinguer.

Le famiglie non devono esser lasciate sole. Solo pensando alla vicenda di Paolo che la malattia portò a morte precoce. A breve, seguito dalla madre. Pur non mancando l’affetto reciproco tra madre e figlio. Forse, i due, affondarono lentamente sommersi nelle sabbie mobili dei disagi mentali. Ma società e istituzioni fecero abbastanza in loro soccorso? L’interrogativo è d’obbligo. Se penso alla condotta d’una parte della collettività locale: quella di sfottere Paolo, crudelmente! Destino analogo capitò Tullio: insegnante in Valdarno, gli studenti, senza tregua, lo coprirono di dispetti e scherno. Pur non essendo psichiatra, sono certo che per i sofferenti di deficit mentali siano importanti le coccole, quando non esclusivo farmaco di certe malattie.

La “cattiveria”, di cui si dice siano capaci i bambini, tra loro, col più debole, negli adulti è inaccettabile, senza mezzi termini da definire: vigliaccheria vergognosa!

Spero di non essere facile profeta, ma così come abbiamo assistito persino a suicidi per depressione post crisi economica, prepariamoci ad assistere a fenomeni simili post corona virus. In tal caso, saremmo pronti, come individui e istituzioni, a offrire ai bisognosi una mano? Più cure e attenzioni, al prossimo in difficoltà, di quanto è accaduto nel recente passato?

fabilli1952@gmail.com