Spartaco Mennini, impegnato e, infine, perplesso sui suoi ideali trascorsi

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venezuela e cambogia 2013 001 (218)Spartaco, più d’una volta, raccontava l’interrogativo che aveva posto al figlio: “Bernardo, che pensi: è più importante la Massoneria o il Partito Socialista?” (votava Forza Italia e Partito Socialista, in base a simpatie per questo o quel candidato; a lungo, era stato militante socialista). Senza attendere la risposta, soggiungeva: “Gli ho detto: nessuno dei due è importante!”…nessuna ideologia varrebbe in assoluto.
Da persone di buon senso, al tramonto della vita, non di rado si ascoltano giudizi disincantati, persino dissacranti, frutti amari dell’esperienza: frequentando il potere – qualsiasi – è facile imbattersi “nel sangue e merda”, evocati da Rino Formica a proposito degli ambienti politici. Se pure, tali conclusioni fatte da Spartaco avrebbero potuto sorprendere. Impegnato, un’intera vita, nella massoneria, in incarichi primari: Grande Archivista e Gran Segretario del Grande Oriente d’Italia, giunto al livello massimo del 33. Trasmigrato, infine, nel rito massonico Scozzese, per dissensi. Socialista, aveva tessuto relazioni con dirigenti di partito nazionali ed esteri, tra cui François Mitterrand. Colui che, negli anni ’60, sottoscrisse il gemellaggio Cortona – Chateau-Chinon. Senza escludere, tra Spartaco e François, intese massoniche.
Su quel giudizio lapidario, non riuscii mai a strappargli alcun commento. Ogni volta, mi rimandava a ipotetiche riflessioni che intendeva scrivere, ma, presumo, non fece.
Per un trentennio, fummo ottimi vicini di casa. Fatto non secondario. Nello scegliere dove abitare, è affatto meglio stare dove, al bisogno, tra vicini ci si aiuta, senza impicciarsi negli affari altrui. Per di più, avevamo nei paraggi l’amico comune Vittorio Scarabicchi, che ci fece fare le reciproche presentazioni. Al festeggiamento delle nuove conoscenze, in un pomeriggio successivo a casa mia, libando whisky in abbondanza, facemmo dimenticare a Spartaco, fino a sera inoltrata, il motivo per cui era sceso da casa: recuperare la sua signora Loretta, in inutile attesa a Foiano.
Al primo incontro, scambiate poche battute politiche, Spartaco mi liquidò: “sei un gesuita!”, facendomi ridere. Infatti, associavo i gesuiti ai retori che, usando porre interrogativi al proprio zuccotto come interlocutore, han sempre ragione. Poi però ho capito che, per un massone, dar del “gesuita” a qualcuno non è un complimento! Ma le amicizie notevoli son così: franche, spontanee, senza remore; uno strofinarsi allegro, come carte vetrate, che non allontana, anzi, è spassoso. Infatti, con Spartaco abbiamo continuato a sfotterci, sempre. Anche viaggiando insieme a Parigi e Nevers, per estendere, con successo, il gemellaggio Cortona-Chateau-Chinon tra il Dipartimento della Nièvre e la Provincia di Arezzo. Dove ero assessore, e, allo scopo, avevo utilmente attivato vecchie conoscenze. Così ebbi modo di scoprire la fitta rete di relazioni di Spartaco, che si propagavano fino alla stampa locale francese. Infatti, nel giornale dei Montagnardi, egli si era preso il merito del gemellaggio tra Provincia e Dipartimento… il protagonismo, un tantino, gli piaceva. A me non disturbava. Anzi. Divertiva. Non escludo, invece, che, altri, gliel’avessero rinfacciato, anche nel nostro piccolo mondo. Ne fu esempio l’osteggiata costituzione a Cortona d’una succursale della Fondazione Mitterrand. A cui teneva, convinto che con lui avrebbe potuto funzionare.
Nel tessere relazioni, oltre a motivi culturali e ideali, gli giocava il gusto di viaggiare (innamorato in particolare della Francia, di Parigi, degli chansonniers,…), ciò che gli capitò spesso, in virtù di cariche massoniche, o di Console onorario di uno Stato africano (di cui non ricordo il nome), o di segretario della “Lega per i diritti umani”; lasciato per ultimo, tra i suoi impegni sociali. Ricordo, alla stazione a Terontola, elegante come sempre in missione ufficiale, mi confidò di recarsi a dar le dimissioni da quell’incarico, rassegnato e triste. Di lì a poco mi fu chiaro: gli gravavano seri motivi di salute che, in breve tempo, gli avrebbero chiuso il ciclo vitale.
Grazie a norme agevolanti l’esodo dei dipendenti, aveva lasciato in età giovanile l’impiego all’Archivio storico comunale. Potendo così dedicarsi agli olivi, e agli incarichi massonici; non mancandogli astuzia e talento, necessari a ricoprirli. Mescolava ruoli istituzionali a svaghi da giramondo. Viaggi che, per sua ammissione, non si sarebbe potuto permettere senza svolgere ruoli pubblici, contando solo sui proventi da pensionato. Conduceva una vita spartana, nel poderino collinare di Castelluccio, insieme a moglie e due figli; abituati, fin da piccoli, a impegnarsi negli studi e al viver sobrio. Ogni giorno, infatti, salendo sull’autobus alla statale, Valerio e Bernardo, dovevano sobbarcarsi una bella scarpinata a piedi, in salita, per circa un kilometro, al ritorno da scuola, dalla statale a casa. Vedevo un padre severo, che temprava i figli al sacrificio e ai doveri. Spartaco, frequentatore di jet-set politici e massonici di rango elevato, attraeva, nella sua modesta dimora, un incredibile via vai di gente che viaggiava in macchinone; però, al fondo, restava il popolano che non rinnegava radici paesane Foianesi, e uno spirito libertario. Non a caso, aveva chiamato il figlio Bernardo, dai “fatti di Renzino”: dove l’anarchico Bernardo Melacci fu protagonista, dalla parte dei contadini insorti, negli scontri sanguinosi con squadristi fascisti. Un vezzo curioso di Spartaco, era la simpatia per Stalin. Forse attratto dall’idea d’un repulisti radicale (nella sua generazione era in voga il motto: ha da veni’ baffone!) di parassiti, demagoghi,…di figure antisociali, insomma. Per costoro, non ci sarebbe stata altra misura contenitiva che: eliminarli!… paradosso sciorinato da toscanaccio verace. Violento, però va sottolineato, solo a chiacchiere.
Nella parabola di impegni, successi, e delusioni, nel suo mondo assisté a non piccole “frane”. Esiti di intrighi nefasti per l’Italia, dagli anni Settanta ai Novanta, tra poteri più o meno occulti: politici, finanziari, economici, mafiosi, in cui furono coinvolti apparati apicali statali, e la stessa massoneria con le trame della P2; come, non meno dolorosa, fu la dissoluzione del Partito Socialista. Facile, perciò, comprendere le amarezze, trasmesse a Bernardo, nei riguardi di ideali da lui, a lungo, professati.
A Spartaco, come a ciascuno consapevole della vacuità di tanti miraggi di cui è cosparsa la vita, è giusto concedere l’onore delle armi. Combattenti che, di fronte ai collassi del loro mondo ideale, riflettono sull’assurdo agitarsi umano. Inseguendo ideologie e miti, nel breve intermezzo tra due realtà ineludibili: prima della nascita e dopo la morte, c’è il nulla. Verità universale, che s’affaccia nuda e cruda al tramonto della vita. Vita, di cui occorre fare il miglior uso, come invita Lucrezio nel De rerum natura: cercando di costruirla retta, onorando i valori dell’amicizia, del civismo, dell’integrità, della fedeltà alla parola data e della tensione morale. Considerazioni che condividemmo anche quella mattina di primavera, e sulle quali ci salutammo, nell’ultimo incontro tra me, Spartaco, e il contadino Beppe Berni – pure lui scomparso. Mentre raccoglievo asparagi selvatici, e i due scacchiavano gli ulivi, tutti immersi nella materia cosmica, di cui siamo parte effimera ed infinitesima, in esperienze uniche e irripetibili, che, assolutamente, val la pena vivere e raccontarle.
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Ferruccio, alias Ferrutto, un brutto simpatico

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tutti-dormono-sulla-collina-di-dardano-di-ferruccio-fabilliA scuola di medicina, tra le patologie caratteristiche di certi luoghi e di certi momenti storici, ci insegnarono anche il gozzo tiroideo endemico o del cretinismo. Malformazione, dovuta a carenza iodica, caratterizzata da un gozzo enorme, occhi protrusi e faccia inespressiva (facendo facile ironia, un po’ come accade alle persone iperbotulinizzate!). Sindrome destinata a ridursi, se non scomparire, coi progressi della prevenzione medica.

Nell’ospedale in cui svolgevo il tirocinio infermieristico, fu lo stesso docente a proporci l’osservazione di un caso simile. Era un paziente ricoverato per una banale (quanto dolorosa) suppurazione di una puntura da ago. Ma quella persona l’avevo conosciuta da ragazzino, quando sgonnellavo da seminarista alle messe solenni in Cattedrale. Era Ferruccio.

Vestito con sottana chiara e mantellina colorata, era impegnato con altri, vestiti come lui, in mansioni da sacrista: incaricato di suonare le campane, o portare a spalla in processione o in chiesa le immagini sacre. Lui, in certe occasioni, indossava anche la divisa da monatto, le più volte senza cappuccio calato in faccia. Se non ricordo male, invece, nella processione del Venerdì Santo, i monatti si incappucciavano. Appartenevano alla compagnia della Buona Morte. Volontari in via di estinzione, con l’avvento delle pompe funebri, deputati al trasporto gratuito dei morti dall’abitazione fino al cimitero. La loro vista, da ragazzino,  mi procurava una certa inquietudine, sia perché li associavo mentalmente al loro caritatevole, quanto lugubre, ufficio, sia per le facce seriose che, per dovere d’ufficio, dovevano aver sempre.

E fu proprio durante l’illustrazione della sindrome di cui era affetto Ferruccio che mi fu chiara un’altra cosa: non gli era facile cambiare espressione del volto; ad esempio: sorridere. Allegria, invece, stampata in faccia agli altri suoi colleghi sacristi, finita la messa. Quando,  appesi alle corde delle possenti campane, per comunicare al mondo la gaiezza della festa, salivano in alto, staccando i piedi da terra, o tornando in basso abbracciati ai canapi, tenuti con forza, se la ridevano come discoli autorizzati a fare una marachella. Anche Ferruccio volava in alto e in basso ai ritmi del suo campanone, ma restava fisso nella sua espressione severa. Anzi, i suoi occhioni tristi parevano implorare che nulla di male gli accadesse, in quel turbinoso svolazzo aereo da campanari. Non sapevo esattamente se quelle mansioni fossero, in qualche maniera, remunerate dai preti del capitolo diocesano.  Quel che è certo, il fiasco di vino non doveva mancare. Non direttamente in sacrestia, ma nelle vicinanze. Quella specie di remunerazione a fiaschi di vino, ebbe anche la sua manifestazione solenne. La notte di Pasqua. Allorché i portatori venivano parcheggiati nella chiesa del Gesù, insieme all’immagine di Cristo risorto. Da trasportare in trionfo,  a pochi passi da lì, in Duomo, al canto del Vescovo: Resurrexit! Quando dovevano comparire,  di corsa, al centro della chiesa. Accadde che, un anno, il prete incaricato di avvertire i sacristi dell’imminente esclamazione del Vescovo si era un po’ distratto. All’ultimo momento piombò tra i volenterosi portatori, acquartierati nella prospiciente chiesa del Gesù, e con fare molto agitato dette l’ordine di partenza: “Via ragazzi, sbrigatevi! Resurrexit! Resurrexit!”.  I portantini, diligenti, si misero sotto le stanghe, e, in men che non si dica, erano già al cospetto del Vescovo, acclamante la Resurrezione. Se non che, un fiasco di vino traditore era rimasto ai piedi della statua del Cristo risorto.

Col tempo, fu proprio il vino a rovinare, fino alla morte, il povero Ferruccio. Limitato dal torpore psichico, ne soffrirono sia la vita di relazione che lavorativa. Amato e rispettato da tutti, sempre dignitosamente vestito. Se capitava di incontrarlo per le vie della città, rispondeva al saluto, proseguendo la sua strada con la solita faccia triste e severa.

Gli ultimi anni di vita, a causa del bere e di una serie di acciacchi collaterali, diventò ospite assiduo dell’ospedale. Dove fu accudito amorevolmente. Così come altrettanto amorevolmente veniva rimproverato dai medici e dagli infermieri perché, nonostante tutti i malanni, lui seguitava a bere vino, nascondendolo nei posti più impensati: finanche nei secchioni della spazzatura.

E non mancarono simpatici quotidiani siparietti, tra lui e il personale ospedaliero, divenuto la sua seconda famiglia. Come quando l’infermiera Tita lo rimproverava: “Ferrutto, smetti di bere, altrimenti ti porto in dacciaia!”, simulando il modo di articolare le parole del povero Ferruccio, gli prospettava il trasporto nella ghiacciaia dei morti. Il quale, a sua volta, reagiva deciso a quella minaccia: “Ntulo Tita! Io Tane!” . Così come non si faceva scrupoli a protestare per il solito pasto: “Tita! Io Tane, tutti i dorni o tavolo o tavolella!” scocciato dei soliti cavolo o cavolella.

www.ferrucciofabilli

tutti-dormono-sulla-collina-di-dardano-di-ferruccio-fabilliFerruccio è uno dei circa trenta personaggi pubblicati su questo libro.

Ferlice Ragazzo, collezionista trovarobe, ispirato dal nonno contadino

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RAGAZZO 2A Felice Ragazzo, conversatore estroverso, piace collezionare robe vecchie, usate, che raccontano umili e faticosi mestieri del passato. Tantoché, anche se lui non è in casa, certi gli depositano in cortile oggetti da cui intendono liberarsi. Di raccolta in raccolta, con spirito tra il collezionista e il rigattiere, possiede molti reperti persino di antica fattura, recuperati durante il lavoro da carpentiere, come le ben sagomate tegole sfiatatoio in cotto, medievali, o altro materiale fittile, di incerta datazione e derivazione, che svela l’aspirazione mancata di Felice: di fare l’archeologo.
Oltre a musei e collezioni tematiche in giro per l’Italia, sulla vita materiale di un tempo, nel cortonese, ho conosciuto, immersi nei loro “tesori”, eccellenti ricercatori che nulla hanno da invidiare alle più note raccolte. Dal più anziano, oggi scomparso, capostipite del collezionismo locale di attrezzi agricoli, Quinto Santucci. Al più giovane, Alessandro Pelucchini, titolare del museo dei Borghi, imponente e ordinata collezione di trattori e attrezzi agricoli di grandi dimensioni, e notevoli, anche, per il loro valore storico ed economico intrinseco.
Pure la raccolta di Felice ha la sua peculiarità: ogni oggetto, attraverso la sua bocca, racconta una storia. Come il malandato giogo per bovini, che rimanda alla miseria del nonno contadino. Vissuto nel Beneventano. Così povero che, al posto delle corde (troppo costose) come legature, aveva rimediato con strisce di cuoio bovino, conciato alla buona con le proprie mani. Oggi i tarli stanno mangiando le parti legnose della giogatura, non realizzata da falegnami, bensì, rabberciata alla meglio dal nonno. Però, a suo tempo, quel giogo svolse egregiamente i suoi compiti. Come furono efficienti gli altri attrezzi raccolti da Felice, ivi compresi quelli (numerosi) sortiti da mani non professionali, ma costruiti da chi n’ebbe bisogno. I contadini – lo sappiamo – s’ingegnavano nell’arte del tuttofare, non disponendo sempre dei soldi per pagare esperti artigiani, e avendo da impegnare i loro tempi morti dal lavoro nei campi.
Già a colpo d’occhio, disposti in bell’ordine sul fronte casa prospiciente il cortile, si distinguono gli oggetti forgiati a regola d’arte da quelli realizzati alla bene meglio. Roncole, tenaglie, imbuti, falce, falce fienaie, zappe, vanghe, accette, zeppe di ferro, trinciarapi e trinciaforaggi, grossolani rubinetti in legno e ottone (per travasare il vino da botti e tini), lumi a carburo, campanacci sardi da pecora, grossi chiodi, bilance portatili col piatto e senza piatto, tagliole, morse e museruole per bovini,… Insomma, un vasto assortimento di strumenti in uso nelle famiglie rurali, al piano e ai monti. E ancora, disposti a fianco: un grosso cilindro in ceramica isolante per linee elettriche aeree, firmato Richard Ginori; ferri da stiro (patinati di ruggine, come gli altri oggetti in ferro) con serbatoio per la carbonella infuocata e senza serbatoio; uno smisurato mantice da fabbro, alto un paio di metri, recuperato in quel di Vitiano; e, altrettanto maestoso, uno spremitoio (strettoio) da uva (d’inizio Novecento), nelle parti metalliche in ghisa. Ancora funzionante e “manovrabile con un dito”, afferma Felice. Dotato di ben otto zeppe metalliche laterali e due centrali. Zeppe che, saltellando (‘nticchiando) sulla testa metallica dello strettoio, calata sulla grande vite centrale senza fine, scorrevano sonoramente, producendo quel ticchettio tipico che si udiva, alla vendemmia, passando nei pressi delle cantine. Strettoio monumentale, donato dalla famiglia Borresi della Fratta, col vincolo di non venderlo.
Nelle facciate di casa, sono appesi altri attrezzi usati in vari mestieri: dal boscaiolo al falegname, dal calzolaio al barbiere, dal cardatore della lana allo sfibratore della canapa,… Non manca la sella da cavallo, di provenienza inglese, il setaccio o staccia, il crovello (setaccio più grande), lo staio, scale in legno, pale da forno in legno,… In definitiva, impressiona come, in uno spazio limitato, Felice sia riuscito a stivare tale quantità di attrezzi da lavoro e d’uso domestico. Su ciascuno dei quali, avendo tempo, è capace di intrattenere con storie di persone, lavori, luoghi, momenti di vita, fatiche,… Ma non finisce in cortile questo “museo” incantato e ordinato, bricabrac narrante già allo sguardo, un mondo vicino nel tempo, ma in dissolvenza nella memoria collettiva. In soggiorno, nella fuciliera riadattata a portaoggetti, sono stipati contenitori in vetro soffiato di varie fogge, e, sparsi qua e là, altri oggetti dall’indubbia patina vetusta: radio a valvole, una in ciliegio, e, sempre in legno, interruttori (perette) della luce elettrica, porta candele in ottone, brocche di rame, brocche da lavabo, oggetti in cotto, legno, ferro, marmo,…RAGAZZO 1
All’arrivo, Felice si era scusato: “Non far caso alla definizione di ‘museo’…è semplicemente la mia collezione”, per giustificare l’innocente abbocco che m’aveva teso, avendomi invitato a visitare il suo “museo contadino”. A visita conclusa, riconosco la singolarità della raccolta e il modo appassionato con cui, agli oggetti, Felice sia in grado di ridare memoria; e quanta dedizione e dispendio di energie vi abbia speso. Darei anche merito alla sua compagna (Felice e la moglie, li unii in matrimonio negli anni Ottanta), per aver sopportato l’occupazione di parti importanti della casa con tale messe di oggetti.
Non tanto rivolto al presente di queste collezioni di materiale povero (che raccontano un tempo in cui la maggioranza della gente era altrettanto povera), quanto al loro futuro, ho già espresso un parere: sulla necessità di trovare a Cortona un centro aggregante in cui, nel tempo, far convogliare le varie collezioni di questo tipo. O, perlomeno, quelle in predicato di essere disperse. Credo nell’alto valore e dignità culturale trasmessaci dalle precedenti generazioni, anche da quelle che non producevano o non usufruivano di libri, stampe, quadri, sculture,…ma, semplicemente, realizzavano oggetti essenziali alla sopravvivenza e al progresso del genere umano. Che non mi pare poca cosa.

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Parte, infine, il governo dei popupilisti e “plebei”

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L’allegoria usata da Eugenio Scalfari - sulla contesa nel nostro Paese tra “patrizi”, come lui, europeisti doc, veri democratici e di sinistra, liberali, ecc., e “plebei”, populisti, ignorantoni, destrorsi, sfasciatori dei conti pubblici, ecc. -, mi ha fatto tornare sui banchi di scuola. Ragazzini, tifavamo – come per le squadre di calcio – chi per gli Orazi chi per i Curiazi, chi per Roma chi per Cartagine, chi per Achille chi per Ettore, e, nell’infinita serie di dualismi, trovava spazio pure la divisione tra filo-patrizi e filo-plebei, della Roma repubblicana. Giochi da ragazzi. Che l’illustre giornalista ha riproposto non come gioco, ma esemplificazione tra scenari di governo contrapposti in Italia e in Europa. Col vetusto opinion leader schierato a favore dei “patrizi”, del caotico e informe centrosinistra, contro i “pleblei”, Grillini e Leghisti.
La metafora storica rimanda d’acchito alle tragiche vicende dei fratelli Gracchi: Tiberio e Gaio, figli di Cornelia. Discendenti della nobile Gens Sempronia (statisti e uomini d’armi, come Scipione l’Africano), politici “populares”, e tribuni della plebe: difensori dei plebei e della legalità (nell’illegalità, il povero perde sempre). Molti ricorderanno cosa accadde ai due Gracchi.
Tiberio,- eletto tribuno della plebe nel 133 a.c., distintosi nelle campagne militari in Africa e Spagna -, era consapevole del problema rappresentato dall’impoverimento dei medi e piccoli proprietari terrieri. Classi sociali fondamentali nella composizione dell’esercito romano, poiché i nullatenenti non potevano essere arruolati. Però, alla ripartizione delle nuove terre conquistate, venivano illegalmente occupate dai grandi proprietari terrieri che potevano avvalersi pure del lavoro gratuito di innumerevoli schiavi, anch’essi bottino di guerra. Cosicché le spese di gestione dei contadini liberi, rispetto ai grandi agrari, divennero insostenibili al punto da pregiudicare la sopravvivenza dell’esercito romano, per mancanza di arruolabili tra i contadini liberi. Per arrestare la penuria di legionari, Tiberio riuscì a far approvare una riforma agraria (ager publicum), prevedendo un limite massimo, all’occupazione di nuove terre, per ogni nucleo familiare. La legge non impediva acquisti o espansioni di latifondi, ma dovevano avvenire nella legalità. Siccome vi erano resistenze nell’applicare la riforma, Tiberio si candidò per un nuovo mandato da tribuno della plebe. Accusato di sete di potere, fu ucciso.

Dieci anni dopo, il fratello Gaio, percorrendo la strada di Tiberio, ripropose la stessa riforma agraria, stabilendo inoltre la inalienabilità dei terreni concessi legalmente ai contadini liberi. A cui aggiunse una riforma giudiziaria, togliendo i tribunali all’arbitrio dei senatori, riconoscendo la sovranità al popolo nella nomina dei giudici. Inoltre stabilì, con la legge frumentaria, di vendere il grano alla plebe romana a bassissimo costo. La reazione violenta dei patrizi romani costrinse Gaio a farsi uccidere da un servo, per non cadere nelle mani dei nemici.
Significativa fu anche la risposta dignitosa (non so se leggenda o verità) della madre Cornelia, di fronte alla richiesta di un’amica di esibirle i suoi gioielli, ella rispose: “I miei gioielli, sono i miei figli!”. Forse presaga delle loro future virtù civiche.
Il discorso occuperebbe spazio, ma sarebbe possibile tentare similitudini tra passato e presente: ricchi insaziabili, allora, come l’odierna finanza mondiale; il disprezzo della legalità, a favore della legge del più forte; il rigetto di misure a favore di poveracci stremati e senza lavoro (è pauperismo!); ecc. ecc.. Non so quanti abbiano abboccato alla metafora di Scalfari, divertente ma sconsiderata.

Presa per buona, costringerebbe gli eredi della sinistra a domandarsi il motivo per cui, spudoratamente, dovrebbero considerarsi partigiani dell’aristocrazia (dell’Europa a trazione tedesca e del turbo-capitalismo). Oltretutto, tra gli stessi, potrebbero esserci superstiti memori delle lezioni di Togliatti e Berlinguer sulla alleanza necessaria (coi compromessi che essa comporta) tra ceti medi produttivi e proletariato e sottoproletariato, fondamento di qualsiasi programma di governo democratico. E, capendo un po’ di storia, si sa che, in momenti di grave e prolungata crisi economica, non è solo esigenza retorica favorire larghe intese tra interessi popolari, bensì corrisponde a urgenze vitali, onde evitare imprevedibili sommovimenti sociali (persino rivoluzioni! prevedeva Marx).
Piaccia o meno, nell’elettorato, si è verificato che la Lega, da un lato, rappresenti gli interessi della borghesia produttiva (oltre a elettori in cerca di maggiore “sicurezza”), e i 5 Stelle, dall’altro, hanno preso un botto di voti per le molte attese popolari suscitate; tra cui: il diffondersi di lavori dignitosi (per qualità e quantità) e la difesa del welfare da aggressioni globalizzatrici, al ribasso, delle multinazionali (comprese quelle cinesi), che privilegiano utili societari da favola al benessere delle persone.
Sarebbe impossibile non trovare difetti nell’uno e nell’altro programma dei Gialli e dei Verdi, anche avendo a paradigma i principi dei simpatizzanti stessi della Lega e dei 5 Stelle, figurarsi se adottassimo i principi di elettori degli altri partiti. Ma il responso delle urne è stato chiaro: si vuole il cambiamento! Affidandone la responsabilità a quelle due forze politiche. D’altro canto, è oggettivo, il sistema Italia, se vuol uscire dallo stallo economico in cui versa da un decennio, non può prescindere dal coinvolgimento delle principali componenti sociali ed economiche, né può rinunciare a mettere a confronto idee diverse sul governo nazionale e sull’Europa, utili a dare risposte alle aspettative della maggioranza dei cittadini. Ai quali interessa la ripresa dell’Italia non il suo incartamento. Fin dalle prime uscite, abbiamo visto sul “contratto di governo”, tra Lega e M5S, resistenze e giudizi trancianti: irrealizzabile, contraddittorio, costoso, destrorso, …, col passare del tempo si vede come, pur con non minore animosità, si sta concentrando l’attenzione su qualità modi e tempi delle scelte. (Addirittura, il “contratto di governo” è stato valutato orientato molto a “sinistra” dall’istituto Cattaneo di Bologna, composto da studiosi vicini al PD). Come, ad esempio, portare a limiti ragionevoli l’età pensionabile (cancellando parti della Fornero), o limitare stipendi, pensioni e prebende varie, cancellando assurdi privilegi. C’è voglia di equità, insomma. Serviranno, perciò, giudizi costruttivi su quell’elenco di priorità. A meno che non si abbiano idee più forti e convincenti, che, però, all’elettorato non sono, ad oggi, pervenute.

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Cortona Magica, cronache, storie, miti e satire in Raimondo Bistacci “Farfallino”

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Copertina Cortona magicaCenni biografici su Raimondo Bistacci – Farfallino, giornalista

Raimondo Bistacci, nato a Cortona il 30 agosto 1889, vi è morto il 26 Maggio 1973. Per un cinquantennio è stato direttore e stampatore de L’Etruria, specchio della vita e della cronaca cortonese a partire dal 1892. E, pubblicati postumi, gli appunti di guerra in Cronistoria 1943-1945, a cura della Biblioteca Comunale e dell’Accademia Etrusca, Grafiche Calosci, Cortona, 1984; il titolo originale era: Cronistoria dei fatti bellici accaduti in Cortona dalla venuta dei tedeschi fino al 31 gennaio 1945. Appunti storici pel giornale L’Etruria. Proibite le uscite de L’Etruria, prima dai tedeschi poi dagli occupanti inglesi, Raimondo Bistacci aveva seguitato ad annotare gli avvenimenti.

Farfallino riversò ne L’Etruria oltre mezzo secolo di cronache e saghe

Entrava in scena quasi in punta di piedi, dardeggiando sguardi inconfondibili. Occhi vispi e intelligenti, dal taglio simile a un orientale. Abbracciava l’insieme, cercava i dettagli, si soffermava sul focus, quasi simultaneamente. La prima volta, lo vidi entrare nel presbiterio del Duomo di Cortona a cerimonia avviata. (Ragazzino partecipavo alle Messe solenni nel coro delle voci bianche). Qualcuno più grande disse che anche lui era stato seminarista. Si soffermò giusto il tempo per mandare a mente quel che gli interessava, dileguandosi furtivo com’era entrato. Era Raimondo Bistacci, cronista cittadino.
Piccolo di statura, calvo, elegante, mezzo sigaro Toscano tra le dita, indossava il farfallino. Da qui il soprannome. A cui teneva talmente da intitolarci una rubrica: “Farfallino in giro pel territorio cortonese”, e usarlo come firma sotto molti articoli.
Ancor giovane, aveva ereditato il periodico L’Etruria, unico superstite cortonese di “altri 16 giornali che oggi dormono il sonno della morte”, scrisse, spegnendo le 78 candeline di compleanno del suo “giornale”, nell’aprile del 1970. Mentre lui ne compiva 81. Mirabile a dirsi, anche quel numero celebrativo aveva lo stesso slancio degli anni migliori. Senza eredi, era preoccupato per il futuro della sua creatura a stampa, della quale era stato: Gerente, Direttore, Amministratore e Redattore. Sorta di missionario laico, a tempo pieno, dell’informazione. Avendole dedicato tutto quanto era nelle sue disponibilità: soldi, tempo, affetti,… Una vita – all’apparenza – grama, passata dietro al vecchio torchio, usando caratteri di piombo sciolti (i Bodoni) elegantissimi ma consunti, e a racimolar soldi (spesso scarsi) per l’acquisto della carta. Impegno che gli aveva reso popolarità e simpatie anche fuori dal cortonese, pure in ambienti colti. Gli avevano fatto visita Benedetto Croce, Curzio Malaparte, Enzo Tortora, e – anche per merito del critico letterario Pietro Pancrazi – numerosi altri intellettuali. Scrissero di lui e del suo periodico: L’Università P. di Innsbruck, L’Alto Adige, Il Globo, Il Mattino, Anna Bella, La Nazione di Firenze, L’Avanti, Il Giornale d’Italia, e in Borghi e Città d’Italia, edito da Pizzi di Milano. Così come si compiaceva d’aver partecipato alla trasmissione televisiva “Campanile Sera”, durante la quale “parlando di incaciatine di neve e di etimologie etrusche relative al verso fatto dai contadini per chiamare le galline è riuscito a tappar la bocca a Bongiorno, Tortora e Tagliani [conduttori della trasmissione. N.d.R.] per buoni dieci minuti. Impresa epica della quale potrà andare più orgoglioso delle visite domiciliari di Benedetto Croce e Curzio Malaparte”.
Non si capirebbero i motivi di tanta attenzione mediatica, su Farfallino e la sua creatura L’Etruria, senza prenderne in mano una copia. E’ sufficiente un numero qualsiasi di quel che lui chiamava il suo “giornale”.
Tecnicamente era un periodico, non un quotidiano, ciononostante non gli sfuggivano gli eventi principali della città e del territorio, fino alle minuzie: dal prezzo al quintale dei “lattoni, figli di troia” nel mercato di Camucia; o “una perturbazione nel 16 marzo, vento freddo e nevischio fece rincasare gli abitanti e in Ruga Piana nn se vedde un annema chiué en duelle” [in giro, non si vide un’anima]. Ecco uno dei “trucchi” di Farfallino: raccontare il fatto e farci una risata sopra. Anche su eventi paludati ci andava con poco riguardo. Neppure di sé stesso: “Anch’io finirò all’inferno per somarite cronica e non credo più a niente”, scrisse rispondendo alla disputa con don Benedetto Magi – al tempo suo interlocutore, spesso polemico, quale direttore del settimanale locale clericale La Voce – a proposito della installazione in Fortezza d’un ascensore. Per Farfallino troppo costoso (quattro milioni di lire) e utile solo a ciccioni che mai sarebbero saliti nel fortino, mentre per lui sarebbe stato utile ripararne parti pericolanti. Nella prosa chiara, libera, d’un realismo diretto, spesso ridanciano, in momenti e luoghi più disparati, mescolava il linguaggio colto col dialetto. Come ad esempio in: “Freddo e tempo perturbato lunedì 13 aprile. L’ucieglie han ringuatto i piea sotto l’èglie come de genèo. Le piante de biancospino e lillà nn fiurischeno ma manco” [Gli uccelli hanno nascosto i piedi sotto le ali come a gennaio. Neppure fioriscono biancospini e lillà]. A modo suo, anche poetico. E pure pettegolo, lui stesso diffusore di malignità, partecipava ad allegre combriccole citando (o inventando) salaci episodi della Cortona passata, burlando scriveva verità. Come una maschera. Anche questo fu Farfallino: la maschera di Cortona. Rappresentazione d’un umore perennemente critico, ma allegro, da cortonino medio. Però, a quel carattere, aggiungeva una volontà decisa a migliorare le cose che non andavano. Contrario a lagne inoperose, capace, in piena estate, di rinfrescare a colpi d’innaffiatoio le numerose pianticelle appena interrate al Parterre, sostituendosi alla poltroneria dei dipendenti comunali.
Cattolico (“né prete, né bizzoco”), rispettoso dei culti e delle tradizioni, fine politico, moderato, partigiano senza pregiudizi, riuscì a districarsi col “giornale” pure nelle tormente censorie fasciste (come rammentò in un necrologio: “Verso il 1930, quando un gruppetto di facinorosi fascisti dettero l’assalto a questo giornale per fascistizzarlo o sopprimerlo, il dottor Tito Ricci presso il Questore e il Prefetto si interpose validamente perché ciò non avvenisse”); allo stesso modo, nel turbolento secondo dopoguerra, si difese dalla critica di spalleggiare il sindaco comunista Gino Morelli: dimostrando ch’era un buon amministratore e stimato artista plastico e pittore. Non a caso, si trattava di due personaggi “popolari”, propensi al bene d’una malmessa Cortona: senza lavoro, spopolata, scarsa di acqua potabile, ecc., Farfallino – non rinunciando al suo punto di vista – sosteneva ogni azione, da chiunque ideata, tesa a migliorare le condizioni della gente e della Città.

Copertina Cortona magica

Campana e Maso, apparizioni cordiali…ma inquietanti

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Per avviare alle buone abitudini, un tempo, i genitori usavano minacciare i bambini ricorrendo a qualsivoglia babau: “Se non fai il bravo ti consegno a…” soggetti immaginari – ogni famiglia usava i suoi -, ch’avrebbero sottratto il piccolo bizzoso alle braccia amorevoli della mamma. L’orco, il più temuto, ma pure il lupo e la strega cattiva non erano da meno, e persino un terribile carabiniere avrebbe potuto portarti in prigione, come Pinocchio. Quelle minacce pedagogiche, col passar del tempo, divenivano sempre meno efficaci. Finché, grandicelli, non credendo più tanto a quei sinistri fantasmi, i genitori, per raddrizzare i monelli, passavano a vie di fatto: sculacciate, scappellotti,…, ruschiatine di giunchiglia fresca, su gambette scoperte dai calzoncini corti.
Nell’enclave umbra di Piazzano in territorio cortonese, piccolino, avevo così presente il timore d’esser ceduto a qualche babau da impersonarli in certi tipi che mi fossero parsi strani, dai quali mi sarei tenuto a prudente distanza. Se non, addirittura, sarei fuggito alla loro comparsa. Com’accadde al primo incontro col Ceppo.
Oggi, grazie alla Coca Cola e alla televisione, i ragazzini sanno bene che Babbo Natale è un signore anziano grassoccio canuto e barbuto, vestito di rosso, dispensatore di giocattoli. Ma, vivendo in campagna in una casa colonica senza acqua né luce né gabinetto, il Ceppo non era ancora esattamente definito nella mia fantasia, sapendo solo che, la vigilia di Natale, sarebbe arrivato un vecchio a portare leccornie. Non si trattava ancora di balocchi, quelli sarebbero arrivati più avanti. Ghiotto di dolciumi, nei ricordi della mamma, avrei trangugiato, insieme allo zucchero, persino una discreta quantità di ciucci di gomma!
Quel che si chiamava Ceppo – incarnazione del grosso ceppo ardente, a cui il nonno, attizzandolo con paletta e molle, fingeva di fargli cagare frutti e dolciumi – era uno travestito nell’equivalente odierno di Babbo Natale. Il quale, da una bisaccia, avrebbe dispensato frutta (arance, mandarini, noci,…), caramelle e dolcetti vari, tipo i cavallucci. Al contrario, ai bimbi birbanti avrebbe portato carbone! Non quello zuccheroso commestibile, ma veri residui di tizzi bruciati. Il carbone era carbone, allora. Così, scalpicciando tra le gambe di babbo e mamma a ridosso d’un gran focolare acceso – alla luce stentorea del lume a carburo che illuminava giusto le facce vicine, lasciando semibuio il resto della cucina -, attendevo il primo incontro col Ceppo. Quel vecchio, in groppa a un asino, sarebbe passato prima o poi di là, per dare, col suo carico, la conferma s’ero stato buono o cattivo. All’improvviso, dopo alcuni colpi alla porta, entrò dal buio della strada un tizio ricurvo con un sacco sulle spalle, la faccia in ombra, coperto d’un mantello scuro – di quelli indossati dai soldati nella prima guerra mondiale –, quand’egli, accostandosi, disse: “C’è un cittino?!… Pe’ ‘sto cittino ho qualcosa…” non finì la frase, ch’ero già saltato nelle braccia della mamma, strillando da ossesso!… Nella concitazione, non ci furono parole in grado di chetarmi, né funzionarono i gesti del vecchio che, toltosi cappello barba di stoppa e pastrano, si presentò: “So’ Maso! ‘n me riconosci?!…De ch’è paura?! Ho tante robine bone per te!…” Macché. Ero un pazzo incontenibile! Talmente convinto che il vecchio (a me poco noto) volesse portarmi via, che i genitori furono costretti ad allontanarmi dall’anziano Maso del Barabuffi, dolce e affabile, che s’era prestato a fungere da primo e ultimo Ceppo della mia vita. In seguito, alla luce del giorno, rividi più volte il buon Maso, che s’intratteneva ricordando, sorridente, la fatidica sera del Ceppo… tuttavia, pur chiarito il motivo del suo terrorizzante travestimento, rimasi sempre guardingo alla vista dell’incolpevole vecchio.
L’incontro con Campana, invece, fu alla luce del giorno. In pieno solleone.
Nel bel mezzo dell’estate, girovagavo accostato alla sottana della mamma, intenta a sbrigare faccende, incamminata su viottoli di campagna. Nei cui pressi, operai stavano scavando formoni. Mia madre, bella donna gioviale, non mancava di fermarsi per brevi scambi di convenevoli. Considerando che gli operai al lavoro erano sparsi qua e là, dentro lunghi e profondi scavi, adatti a impianti di alberi da frutta, il rito del saluto si ripeteva ogni volta alla solita maniera fugace: “Buon giorno…! Che bel bambino…! ecc. ecc.”, tranquillo, seguivo mamma mano nella mano. Quando un operaio, sulle cui spalle umide di sudore rifletteva il sole cocente, girandosi mostrò un volto diverso dagli altri: metà faccia era deturpata da un angioma scuro… mentre, dondolando la testa (difetto patologico, da cui gli derivava il soprannome Campana), disse alla mamma: “Buongiorno bella sposa! Me lo dai ‘sto cittino, che lo porto a casa mia che ‘nn’ho figlioli?!…” Ah, com’ebbe detto che m’avrebbe portato con sé, scoppiai in un pianto isterico, di cui son capaci i bambini, gemendo più d’un porcellino al mattatoio! Il pover’uomo, frastornato, si prodigò usando gesti e parole gentili, dispiacendosi di non aver dietro caramelle o dolciumi per rabbonirmi,… La notte mi colpì un febbrone, come quella successiva all’apparizione del Ceppo.
Digiuno di psicologia infantile, tutt’oggi m’interrogo, senza una risposta esauriente, su quelle mie reazioni abnormi e sguaiate; trovando l’unica giustificazione nel timore del distacco dalla mamma; ripensando alle parole del povero Campana: “Me lo dai ‘sto cittino che lo porto con me…?!” Ma il povero Maso? Il buon Ceppo, forse che, nella penombra d’una cucina poco illuminata, può essermi parso, più che un buon vecchio che portava doni, l’orco che mangiava bambini?!… Di solito, sbagliando s’impara, e il fluire del tempo ci rende più ragionevoli. Oggi ricordo con grande nostalgia Campana e Maso, fantasmi benigni dell’infanzia, felice di averli avuti, che abbraccerei volentieri…ma, all’epoca, sarò parso loro “un gran bischero de cittino” Chissà.
fabilli1952@gmail.com

Kark Huber, insegnante svizzero, cavaliere della Repubblica italiana e Cittadino onorario

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wettingenElegante nel vestire, alto, portamento eretto, folta canizie, affabile, parlava un italiano corretto: pronuncia, grammatica e lessico appropriati. Dagli anni Settanta, Karl Huber guidava a Cortona, in estate, nutrite scolaresche del Liceo Linguistico di Wettingen per render loro più tangibile la cultura italiana. Huber, originario di Lucerna (dove viveva il padre, falegname in pensione), insegnante di lettere, di sentimenti cristiani (religiosità di cui la moglie era esegeta e saggista), attivo anche nella vita pubblica a Wettingen, nel cantone di Argovia prossimo a Zurigo. Grazie a tali sue relazioni fu organizzata una settimana aretina a Wettingen, dove intervennero ristoratori cortonesi con prodotti gastronomici toscani, dai quali Huber era stato sedotto. Egli conosceva l’Italia in modo incredibile. Non solo letteraria, bagaglio del suo mestiere (come nel caso di Italo Calvino che conosceva mane dito), ma pure politica, sociale, artistica e storica, specie sui luoghi da lui visitati era informatissimo. Sul cielo toscano diceva: “Scendendo in autostrada verso Firenze cambia la luce… par d’entrare in paradiso!”. Amante dell’ospitalità, s’inebriava davanti a piatti casarecci: crostini neri, prosciutto, tagliatelle, gnocchi al sugo d’anatra, arrosti, salmì,…, dimostrandosi eccellente forchetta. Con pari avidità e stupore s’immergeva in paesaggi peculiari come Bagno Vignoni, sospintosi in omaggio al film Nostalghia di Tarkovskij (1983). (A parte i capogiri di cui il Prof. soffrì nel tortuoso percorso stradale). In seguito, Huber volle ricambiare l’ospitalità invitandomi alcuni giorni a casa sua, per guidarmi in escursioni indimenticabili nella Svizzera a lui prossima.
A Baden, località termale, l’acqua sgorga a 47 gradi da 18 sorgenti sulfuree, frequentata da tempi remoti dai ricchi centro europei. Il fiume Limmat, che scorre a Baden, è rappresentato sullo stemma del Cantone di Argovia sotto una grande stella. Il castello medievale di Habsburg, residenza originaria della dinastia degli Asburgo (dinastia millenaria, un cui ramo regnò pure sul Granducato di Toscana); non lontano, una chiesa barocca accoglie alcune sepolture imperiali asburgiche. Interessante l’influenza italiana sulla edilizia religiosa barocca di molte chiese, dai colori confetto, e dai decori e allestimenti fantasmagorici. Le cascate spettacolari a Neuhausen am Rheinfall, nota come Sciaffusa, sul lago di Costanza. Nei pressi, visitammo il paese del monumento ai Lanzichenecchi. Mercenari in prevalenza tedeschi, ma il mestiere era stato in origine svizzero. Paese all’epoca povero di lavoro, per molti mesi innevato, dove gli uomini validi si dedicavano alla guerra a integrazione del reddito familiare… Tra le ultime tappe del viaggio, passeggiando sull’originale pontile ligneo coperto, fu lo spettacolare lago di Lucerna, dove facemmo visita al vecchio ma ancora sbrinco padre di Karl.
Giornate piene, organizzate con meticolosità svizzera, come gli incontri con personaggi pubblici o i colleghi insegnanti di Huber, e, soprattutto, dedicate a visite turistiche, dettagliate e ragionate. Incontrammo ad esempio un insegnante del Liceo in divisa militare. In Svizzera l’obbligo militare durava fino a età avanzata. Dopo l’intruppamento, congedato, il cittadino veniva richiamato per esercitazioni e aggiornamenti su tattiche militari e uso delle armi, a cadenze regolari (ogni anno?) e per brevi periodi. Caposaldo della neutralità Svizzera, infatti, era l’organizzazione di una difesa militare senza pari. I cittadini e l’intero territorio predisposti alla difesa. Nelle pance delle montagne erano nascoste armi, munizioni, velivoli, carri armati, missili, cannoni,… e le strade principali occultavano pilomat, che uscendo dal suolo avrebbero formato barriere di acciaio e cemento,… In sintesi, Huber profuse così tante nozioni sulla Svizzera per le quali avrei dovuto leggere molti libri e guide turistiche.
Di primo acchito, del Paese dei Cantoni, ero stato preso dal paesaggio armonioso tra edificato e natura fatta di monti, foreste, valli, laghi, fiumi, dove l’intervento umano non disturbava. Consentito con poche regole ma efficaci, e rispettate alla lettera. Una civiltà confinante con l’Italia, che, purtroppo, risulta a distanze siderali nella organizzazione statale e nella sensibilità civile del popolo, che favoriscono benessere materiale diffuso, pur disponendo di un territorio piccolo e prevalentemente montano.
A Huber piacevano gli aforismi. Pillole di saggezza e arguzie estratte dalla letteratura universale, o inventate da lui stesso, oltre a scrivere di arte storia e letteratura. Purtroppo per me, non conoscendo il tedesco, non potei apprezzare il valore dei suoi libri, mentre Karl era esperto lettore di pubblicazioni su Cortona, in prevalenza edite in lingua italiana ma non solo, delle quali era pure un collezionista competente.
Ogni anno, guidando drappelli di liceali nei soggiorni estivi di studio, Huber si era integrato come un qualsiasi cittadino cortonese. Seguiva l’insegnamento e, con occhio paterno scevro da moralismi, vigilava sulla sicurezza degli studenti, maschi e femmine, che non vivevano certo appartati ma curiosi e coinvolti, specialmente nella dolce vita notturna. Nel tempo libero, il Prof. coltivava amicizie e conoscenze, interessandosi anche a questioni spicciole del territorio, quanto, e a volte più, dei resistenti stabili. Meritava, insomma, la cittadinanza onoraria, e la ricevette.
Maggior sorpresa e commozione investì Karl Huber ricevendo la nomina a Cavaliere della Repubblica italiana, per interessamento di Giuseppe Favilli, presidente dell’Azienda turistica. D’allora in poi, fiero, viaggiava con la piccola coccarda di cavaliere sul bavero della giacca. Mai riconoscimento fu tanto meritato da uno straniero quanto Karl Huber. Paladino nel trasmettere ai suoi ragazzi conoscenza e ammirazione per la cultura italiana, intesa nel senso più esteso possibile. Esempio ammirevole di connubio intellettuale e affettivo tra popoli, travalicante le frontiere.
fabilli1952@gmail.com

Guardiamo in faccia la povertà che ci circonda

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“Ora ci siamo!… Siamo arrivati a toccare il fondo!” è stata l’espressione preoccupata di Silvano – nel salutarmi una di queste mattine -, titolare di un’impresa di impianti elettrici, amico da una vita. “Noi ceto medio, fino ad oggi, non ce la siamo cavata male con questa crisi… però ora rischiamo di essere travolti anche noi!…” Cercavo di capire il senso di quel saluto, mentre gli leggevo in volto non tanto la preoccupazione per il “ceto medio” ma la partecipazione al dramma della povertà, con cui sempre più spesso è a contatto nel suo lavoro. “Ieri sera è venuto da me l’ultimo di una serie di persone in difficoltà”, ha proseguito. “Tempo fa gli avevo fatto riparazioni per  duemila euro. Non avendoli subito disponibili, glieli avevo diluiti a rate mensili di 150 euro, che, fino a ieri, puntualmente aveva onorato”. “Quasi piangendo, vergognandosi (la maggior parte delle persone di una certa età, pur di modeste condizioni, negli affari sono oneste), mi ha confessato di non essere  più in grado di pagare a cadenza certa i 150 euro pattuiti. Dopo la separazione dalla moglie, il figlio è tornato a gravare sulle sue modeste entrate…”.  Silvano ha dimostrato come da tempo riflettesse sui drammi di tante persone in difficoltà: “Mia madre, ultranovantenne, negli ultimi anni di vita spendeva ogni mese 250 euro, dei suoi 500 scarsi di pensione, per medicine, pannoloni e bendaggi. Cosa avrebbe fatto se non avesse avuto me a coprirle le spalle? E cosa faranno, in situazioni simili, le tante famiglie povere?” Tralascio gli indignati commenti politici di Silvano.

Stesso tono seccato, contro l’inerzia pubblica verso le povertà che ci circondano, avevo trovato in quei giorni andando per saluti augurali pre-pasquali in certi uffici pubblici, per bocca di Lia: “Ci hanno aumentato ottanta euro lordi al mese di stipendio. Mi sono vergognata!… al pensiero che si fa nulla per aiutare a trovare lavoro ai nostri figli. Non avrebbero potuto destinare quei soldi a chi ne ha più bisogno?!” Lia, che avrà uno stipendio medio giusto per partecipare alle spese familiari, disposta a rinunciare al più che meritato aumento di stipendio, era l’ennesima dimostrazione del dramma in atto, anche in quella che un tempo è stata la Toscana felix della piena occupazione. Visto l’incerto destino lavorativo di intere generazioni.

Come quello di due laureandi in ingegneria. Non vedendoli più la mattina in palestra, ho chiesto cosa fosse capitato a quei cultori motivati del proprio fisico. Qualcuno ha detto: “Vengono a fine settimana, la sera. Laureati, hanno trovato un lavoro… guadagnano così poco che basta loro a mala pena per pagarsi le spese quotidiane… i laureati ci dicono: spendiamo quel che ci rimane in palestra il venerdì e il sabato… senza più un soldo per gli svaghi festivi!”.

Il giorno di Pasqua, conversando su episodi simili, il cognato, infermiere a Firenze, ha raccontato che, più di una volta, una collega, separata con tre figli a carico, gli ha chiesto il prestito di 50 euro: “Ho dimenticato a casa i soldi, me li presti per la spesa, che poi te li rendo?”  Prestiti  sempre onorati.  Ma il cognato, capendo il disagio economico, ogni volta, è più imbarazzato della collega.

E’ del tutto lampante: imbattersi nel dramma della povertà non è necessario grande ingegno, o studi approfonditi, perché tanto vi siamo immersi.

In Italia, si è detto, sul modo civile di affrontare l’argomento saremmo 70 anni indietro. A paragone di nazioni nord europee, in Italia, dal dopoguerra, si sono usate, per combattere disoccupazione e indigenza, misure episodiche più simili a prestazioni “caritatevoli” che a un sistema di protezione sociale efficace verso i più deboli: nel dare dignità alle persone, o, meglio, l’opportunità di risalire la china fino a tornare a situazioni lavorative idonee, e vivere sotto un tetto, senza l’ansia del domani.

Povertà di cui soffrono in Italia, secondo l’ISTAT (dati del 2016, già superati in peggio), 5 milioni di individui, equivalenti a 1 milione e 619mila famiglie considerate in condizione di “povertà assoluta”. L’8% degli italiani. Dati stabili, da almeno cinque anni. A cui vanno aggiunti 8 milioni e mezzo di individui considerati in “povertà relativa”, che colpisce di più le famiglie con 4 (17,1%) o 5 (30,9%) componenti, le famiglie giovani, ed è elevata tra gli operai e assimilati (18,7%) e nelle famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione (31%). I dati dimostrano chiaramente lo stretto legame tra disoccupazione, occupazioni precarie e malpagate, e la povertà.

Di questo baratro sociale chi ne sarebbe responsabile? Baratro di cui l’artigiano Silvano, giustamente, si preoccupa, temendo il vortice che porterebbe altre fasce di ceto medio alla deriva economica. E quali sarebbero le soluzioni indicate dai politici?

Pur alieno da facili entusiasmi, se le attuali forze politiche emergenti volessero essere all’altezza delle aspettative, il messaggio degli elettori è stato chiaro e forte a favore di chi ha prospettato, quali priorità, la lotta alla povertà e gli incentivi al lavoro. Innanzi tutto, non vorremmo più sentire le calie che dicono mancherebbero le risorse per tali politiche, essendo stati trovati in un baleno ben 60 miliardi pubblici a sostegno delle banche. Ch’è tutto dire. Ancora, non vorremmo  più sentir dire a un anziano in difficoltà economiche  di cedere la sua casa alla banca in cambio di soldi per sopravvivere. Come non vorremmo più sentir dire ai giovani: fatevi il passaporto e andate all’estero!.. e via dicendo.

Nel frattempo, pur senza goder più di tanto, alcuni intellettuali stanno cominciando a spargersi il capo con piccole dosi di cenere, ma significative. Dopo esser stati penne brillanti in difesa di questa Europa. Dai provvedimenti, a partire dall’euro, improntati allo sviluppo del capitalismo più ingordo e disumano, camuffato  furbescamente da “mercato globale”. Come fosse un nuovo dio in terra: “Lo vuole il mercato!”.

Ho detto, non a caso, piccole tracce di cenere in capo, da parte di certe penne. Come quella del giurista Sabino Cassese. Indoratore d’alto livello di tutte le pillole somministrate dai governanti in decenni di certo “europeismo”. Recensendo, sulla “Domenica” del Sole 24 Ore, il libro di Mario Patrono “Europa. Il tempo delle scelte”, si ripercorrono le tappe della storia della UE, partendo da Maastricht del 1992, ragionando sull’euro come parto prematuro, sulla crisi economica del 2008, che ha dato una mazzata micidiale ai ceti popolari, riconoscendo la facile evidenza di alcune cause del fallimento in corso nella UE, pur limitandosi alla sola  analisi politica economica. Cause che avrebbe prodotto “una dissimmetria pericolosa”, a dir di Cassese, avendo tenute separate le politiche economiche in tre tronconi: monetaria, fiscale e di bilancio. Sciocchezzuole! Strade sbagliate, su cui però ancora si persevera. E così anche per quella che i professori, oggi, riconoscono “dissimmetria pericolosa”, gli europei, sulla loro pelle, pagano scotti pesanti in termini di welfare e prospettive incerte sul lavoro, sulla previdenza, sulla salute, sulla istruzione, ecc.

Ecco, ancora, come i professori, dopo aver scritto pagine velenose sui populismi – che stanno sostituendo nella fiducia della gente i partiti tradizionali –, riprendano il discorso con un altro filino di cenere in capo riconoscendo (un po’ tardino) che il “ ripudio delle culture politiche tradizionali (…) lo si deve anche al fatto che la sinistra nel suo complesso è rimasta una sorta di convitato di pietra, non avendo elaborato un nuovo progetto di società né una visione lungimirante del futuro, di fronte alle sfide cruciali in atto su più versanti e non sapendo più esercitare una robusta attrattiva fra i giovani”, così conclude il commento dello storico Valerio Castronovo al libro “Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie”, di Ilvo Diamanti e Marc Lazar. Il discorso si farebbe lungo, venendo spontaneo invitare molti studiosi a indugiare meno su termini quali democrazia, popolocrazia, et similia, usati per gettare discredito su questa o quella preferenza, mentre invece dovrebbero usare  più attenzione alla sostanza della “democrazia” (come e di quali interessi essa si cura?) piuttosto che alle forme, che saranno di per sé sempre nuove e discutibili. Basti ricordare, a proposito di democrazia formale, come quella italiana, in tutte le legislature recenti, sia stata ubriacata da una sventagliata di leggi elettorali, la maggior parte anticostituzionali, come il Rosatellum, il Porcellum, il Mattarellum, senza dimenticare la bocciatura con referendum dell’Italicum. Allo scopo, ben si sa, del tutto cambi fuorché nulla cambi.

fabilli1952@gmail.com

 

Nella Nardini Corazza, poetessa delle meraviglie del creato e di ansie esistenziali

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fiordalisoRicordare Nella nello splendore di donna bella, dagli occhi fiordaliso, conversatrice elegante, insegnante persuasiva e scrittrice, m’è capitato sfogliando una sua raccolta poetica del1981: La vita che non muore (Calosci, Cortona). Che ha un assunto: di noi resterà la memoria nelle persone conosciute, ma, più persistente ancora, quel “che non muore” di noi, è uno scritto e ogni altro prodotto materico reso fruibile ai posteri, meglio se ben fatto. Nelle alette del libriccino, è riassunta la vita in poche battute: “Nella Nardini Corazza, nata a Camucia di Cortona il 14 novembre 1937, insegna materie letterarie nella scuola media inferiore”, a cui segue un’altrettanto breve bibliografia. Ha scritto: Iconografia margaritiana in Cortona a S. Margherita nel VII centenario della conversione (Calosci, 1973); La Val d’Esse e le sue chiese in La Val d’Esse di Cortona (Calosci, 1974); Bibliografia dell’Accademia Etrusca (Calosci, 1977); Foglie di cielo (Gabrielli Editore); Un concorso letterario bandito dall’Accademia Etrusca nel 1786 in Annuario XVII-1978 (Calosci, 1979). Poche righe riassumono con modestia una vita molto impegnata. Nella, si qualifica insegnante di scuola media senza aggiungere altri impegni pure esercitati diligentemente: scrittrice, poetessa, bibliofila, … Per di più, a “insegna materie letterarie”, potremmo aggiungere “con amore, per la lingua madre e verso scolari acerbi nel passaggio critico dalla fanciullezza all’adolescenza”. A qualificarne il valore pedagogico, ricorderò un paio d’episodi. Nel libriccino menzionato, vi è un racconto breve. Ella, insegnante alla prese con Paolo, ragazzo difficile in classe e nei rapporti coi genitori: ipercinetico confusionario, che non segue le lezioni, mentre distrae con le sue corbellerie l’intera classe. Paziente, incontra i genitori, parla col ragazzo del suo disagio, convince la classe a non assecondarne le facezie, Nella riuscirà, infine, a impegnare Paolo. Al punto che: “Egli commette sempre molti errori quando scrive, ma spesso viene alla cattedra e mi chiede se va bene. A volte fa una capriola tra i banchi, si rialza subito e dice: ‘Scusi, professoressa!’ e torna al suo posto.”. Il ragazzo, per i miglioramenti ottenuti in tutte le materie, fu promosso. L’altro esempio racconta il rapporto difficile di mio fratello, Leonardo, con l’italiano fin dalle elementari. Ben si sa che vivere in un ambiente in cui si parla correttamente la lingua, si leggono libri e giornali, è la condizione migliore per acquisire abilità linguistiche. Mio fratello, in casa e nelle amicizie infantili, non ebbe queste opportunità, perciò parlava e scriveva poco e male, pur esprimendo concetti non banali. (Qualcuno chiederà: ma tu dov’eri? Ero a scuola dai preti. Dove – si dice – non crescono bischeri). Sotto le cure della Prof. avvenne la fioritura del ragazzo: promosso ogni anno, e preso dalla passione di scrivere e leggere. E’ logico pensare quanti, Nella, abbia trovato nelle condizioni di Paolo e di mio fratello e lì abbia messi pazientemente sulla strada giusta nell’apprendere l’italiano. E quanti ne avrà fatti innamorare della lettura. Competenze linguistiche e sensibilità che Nella espresse anche in poche distillate poesie. Prendiamo: “Il mio sogno”. “Nel respiro del sole/ lasciatemi sognare/ una terra pulita/ dove passano lievi/ figure di viventi/ con occhi di fiordaliso.” Evidente, allude ai suoi begli occhi color fiordaliso. Civetteria elegante, per colorire soavemente il passaggio terreno che auspica lieve all’umanità. Purtroppo, sa che è pia illusione, che la vita è ben altro: “Ogni vita è segnata/ da nembi nuvolosi,/ che stingono l’entusiasmo/ dell’esistenza umana./ Le bande nere/ dei dolori terreni/ ricoprono di luce/ della mente e del cuore”. Qui, il pessimismo esistenziale è senza requie; a cui – nella stessa poesia “Apri le vie del cuore” – indica spiragli di luce, praticando fratellanza e amore. Usando il condizionale: se singoli e collettività non praticheranno amore e fratellanza non c’è speranza di raggiungere quella che indica come “spiaggia ridente della Divina Aurora”. Anzi, nella poesia “Una piccola barca”, aggiunge altri tormenti. Rappresentati dalla perdita del timone della barca della vita, e dallo sballottamento nella corrente del tempo (incessante e fortuito) verso lidi sconosciuti. In percorsi decisamente insidiosi: “Una piccola barca/ è la vita dell’uomo/ destinata a seguire/ la corrente del tempo/ verso lidi ignorati./ Tra scogliere e burrasche/ essa teme il naufragio/ perché è fragile e sola/ la sua tenue speranza/ d’un pezzetto di cielo”. Sotto metafora, si evocano sentimenti comuni di paura di sventure incipienti: vecchiaia, malattie, perdita di persone care, ecc. Nella si accontenterebbe “d’un pezzetto di cielo”, sebbene sia tenue la speranza d’averlo, mentre è sicuro e inesorabile il debilitarsi di ogni facoltà, come se l’animo intenda staccarsi da noi prima ancora della morte. Il distacco dell’animo è drammaticamente diverso dall’ideale spirituale in “Gioia”: “Scivola nell’azzurro/ la mia anima tesa/ all’amore del mondo.” D’altronde, l’imbroglio della vita l’aveva scolpito in “Sitio”. “Abbiamo sete, /sempre./ Sete di sapere, / sete di credere,/ sete di amare./ L’imbroglio della vita/ non ci appaga/ che ad attimi./ Impastati di terra/ viviamo eternamente/ nella sete del Cielo.” Ma cosa intende per Cielo? Le figure cristiane appaiano nelle sue poesie in vesti umane: la Madonna è madre protettrice dai guai; a Gesù, nella solitudine del deserto, Nella auspica che qualcuno porti un fiore. L’essenza della sua religiosità la descrive nella poesia “La mia chiesa”. “Un raggio di luna,/ una piuma d’uccello,/ una alito di brezza:/ con queste,/ che sono le creature / più belle della terra, / vorrei edificare/ la mia chiesa.” Al solito, pacata armoniosa essenziale, esprime un intimo afflato mistico: il desiderio di fondersi con le creature che più ama: un raggio di luna, una piuma d’uccello, un alito di brezza. Idee assonanti con Spinoza: Deus sive natura, Dio è la natura di cui gli esseri umani sono parte. Preferendo, Nella, quel creato più vicino alla consistenza dei sogni, che alla materia terrestre di cui siamo impastati. (Poesie che meritano essere divulgate).
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Il voto delle casalinghe, e non solo, ha spiazzato la vecchia nomenclatura politica

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La PREMESSA. Tempo fa, commentando Alessandro Di Battista (Dibba) al circolo tennistico Seven Point, rilevavo una straordinaria partecipazione per l’ora e il freddo che alitava, dal variegato colore di politici locali presenti (anche del passato), sospinti da curiosità per un personaggio di punta del M5S, vedendolo col “vento in poppa”. Nel commento, spiegai anche la mia presenza, indirettamente sollecitata da un vecchio commilitone – tra gli scaffali della Coop – dalle passate simpatie centro-destrorse: “Vieni anche tu a sentire il Dibba?”. Intrigato dal vedere in azione un personaggio dall’indubbio talento comunicativo, e capire quell’invito sorprendente.
Dopo quell’evento mi fecero riflettere un altro paio di circostanze. In ambienti più vari la domanda frequente che mi si rivolgeva: “Stavolta chi si vota?” o, in misura minore, un significativo: “Son tutti uguali… Non andrò a votare”, che poi non era sempre vero quel che dicevano, forse intendevano: “Non ti dico il mio voto ma sarà diverso dal passato”. E, a ridosso del voto, stavolta da persone di genere femminile e in ambienti lavorativi diversi: “Noi donne abbiamo deciso di votare Lega…Abbiamo paura di troppe “strane” inquietanti presenze”. Era passato il messaggio di Salvini che intende stoppare l’immigrazione.
Intanto seguivo sui social pronunciamenti esagitati, sguaiati, offensivi contro questo o quel personaggio. Il modo peggiore e incivile di esprimersi pubblicamente. Mentre altri, pur non risparmiando agli avversari definizioni spregiative (populisti, razzisti, antieuropeisti, ignoranti, incapaci, testoni, ecc. ecc.), motivavano loro scelte di campo verso soggetti politici di nuova costituzione, che, a lume di naso, non avrebbero avuto tanta chance: quelli di LeU e di Potere al Popolo. Che seguivo per una sorta di solidarietà da comunista romantico ma assolutamente incredulo su tante ambizioni. Anche a destra ho visto l’impegno nel testimoniare nostalgie fasciste attraverso il sostegno a liste votate a sicuro insuccesso. Prese di posizione intramezzate da fatti e manifestazioni “fasciste” o “antifasciste” di un’asprezza anacronistica che spero finiscano presto. Senza trascurare l’attivismo dei simpatizzanti del PD. (Da noi, prima di questo voto, partito maggioritario in molti comuni). Salvo rare eccezioni, ridotti a renziani ed ex DC, astiosi verso i transfughi di LeU – modesta pattuglia di ex dirigenti PCI – e in difficoltà nell’intessere un dialogo con i propri elettori. Chiaro segnale di molti abbandoni verso la Lega e il M5S. Superfluo sottolinearlo, nella cabina elettorale sono saltati i vecchi vincoli anche per elettori di una certa età, che hanno votato in sintonia coi nuovi elettori. Un voto che, coi vecchi metodi analitici, si sarebbe detto di protesta. Ma oggi, o meglio già da ieri, non è più così. Per la sinistra, in passato, c’erano truppe ausiliarie efficienti e fedeli (su tutte ricordiamo la SPI-CGIL). Abbiamo anche in provincia di Arezzo esempi eclatanti di cambi di maggioranze. Il problema politico è prima ancora culturale e sociale. E quel che resta di una sinistra, un tempo granitica e maggioritaria nella società e nei luoghi di lavoro, ha subito una disgregazione che minaccia ulteriormente di approfondirsi, fino al disfacimento. Nonostante prove di orgoglio di ricostruire qualcosa che si richiami al passato o ai valori del socialismo. Tardive e presuntuose nella loro autoreferenzialità e autosufficienza, incapaci di cogliere nuove realtà sociali ed economiche. Compreso il ruolo dell’Europa, scaduto a oligarchie protettrici delle lobbie economiche. Nata invece per portare i cittadini del continente a vivere in un contesto di sviluppo economico e protezioni sociali. Insomma l’opinione pubblica europea, oggi quella italiana, guarda a quelle forze politiche non quiescenti attestate sulla linea della più equa ripartizione della ricchezza che è tanta, nonostante il debito pubblico. Formatosi anche per sostenere imprese che, una volta risollevatesi, hanno fatto cucù all’Italia, come la Fiat, che se la sono squagliata col malloppo! Volenti o nolenti, il quadro politico nuovo determinato da Lega e M5S sembra aver colto le nuove esigenze popolari. Portando anche molti intellettuali a non giudicare il nuovo come catastrofe, ma cercando di discernere il grano dal loglio. Forse quella di Scalfari sarà un’uscita estemporanea, ma fa riflettere: per i nuovi scenari politici sarebbe auspicabile, come è accaduto a destra, un analoga aggregazione popolare a sinistra tra PD e M5S.
L’EPILOGO. Limitato alla Valdichiana aretina. Stando alle politiche 2018, non esisterebbero più roccaforti di centrosinistra. Il centrodestra, rinsanguato dalla spinta leghista, contende in molti comuni il primato al centrosinistra. Il M5S, pur non raggiungendo vette eclatanti, è il terzo polo e conserva la sua deputata. Cosicché il futuro amministrativo dei Comuni si presenta incerto, anche nelle roccaforti storiche di centrosinistra. Quali saranno gli elementi determinanti nei futuri assetti? Sono tutti da valutare. Nei Comuni sotto i 15 mila abitanti – i più – saranno sempre le coalizioni civiche offerte agli elettori a determinare il governo delle Città. Con un dato numerico che balza agli occhi: saranno determinati i voti dei 5 stelle. A meno che questo Movimento non tenti da solo la scalata, com’è verosimile, con esiti incerti dal momento che ad oggi si presenterebbe per consistenza come terzo polo. Oltre al fatto che nelle elezioni amministrative è più scontata la conferma della coalizione al governo, salvo aver smarronato di brutto con gli amministratori uscenti. I Castiglionesi ne sanno qualcosa. Interessante, per l’incertezza sulla carta derivata dal voto politico, sarà il voto amministrativo a Cortona. Sarà un problema di candidati? Anche. Sarà un problema di coalizioni? Anche. Ma, se pur prematuro, il futuro del governo a Cortona dipenderà anche dagli sviluppi politici nazionali e regionali nelle relazioni tra PD e M5S. Almeno così parrebbe a colpo d’occhio.
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