Don Renato Tacconi, sacerdote generoso dalla voce roboante

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Tacconi 2Sessantatreenne, don Renato Tacconi morì. In quel momento si conobbe a pieno la sua moralità, grazie ai legati testamentari in tre lettere: alla famiglia, a don Giovanni Basanieri, economo diocesano, e a Giovanni Materazzi, vicario vescovile. Alla famiglia numerosa, amata in modo ricambiato, lasciò gli immobili. Niente denaro. Il poco o tanto residuo fu destinato a saldare librettini di parrocchiani bisognosi. Ai quali, da tempo, aveva aperto crediti presso il macellaio Tacconi e gli alimentari Molesini, incaricando post mortem don Basanieri a provvedere in sua vece. La miseria, in ogni epoca, morde forte sui deboli. A costoro, oltre ai conforti religiosi, don Renato pensò bene di regalare salutari sostegni corporali. Prova cristiana, umana, di estremo affetto. Lo stesso approccio, semplice e premuroso, che rivolse all’amico Carrai (divenuto pittore stimato) in procinto di emigrare da Cortona: don Renato si presentò ai saluti di commiato con un vassoio di paste, acquistate dal Banchelli.
Il cibo, in età matura, gli fu conforto e piacere, tanto da mutarsi nel classico pretone. Figura su cui si sbizzarriva l’inventiva popolare, per l’eccezionale voracità degli extra-large in nero; battezzando certi maccheroni in strozzapreti! o narrando aneddoti, su questo o quel prete, capace di ingurgitare in un sol pasto un tacchino intero ripieno di caldarroste, o un’anatra sana farcita di pastasciutta, …, imprese pantagrueliche, mitizzate in epoche di fame insoddisfatta.
Nacque nel Natale del 1909, in una famiglia con numerosi fratelli. All’epoca, in casi simili, spesso un figlio (o figlia) veniva avviato ai voti religiosi. Renato, quasi ventenne, si fece seminarista. Scelta consapevole, in età matura; avendo bypassata l’esperienza del seminario minorile (in genere ambiente infido, a causa dell’endemica diffusione della pedofilia). Dopo il militare, nei ruoli sanitari presso la reggia di Caserta, svolse numerosi incarichi sacerdotali in parrocchie di campagna (S. Angelo, S. Martino a Bocena), e città (S. Marco). Chiamato a sostituire don Amilcare Caloni, in seguito alla tragedia dell’amante uccisa da Caloni in una sconsiderata pratica abortiva. Sulla vicenda, don Renato fu pure incaricato dalla Curia di redigere l’istruttoria preliminare al processo ecclesiastico. Egli, infatti, ricopriva l’incarico di Cancelliere diocesano a fianco di Giuseppe Franciolini, vescovo, garante disciplinare del clero. Don Renato, stimato dal Vescovo, n’era vicino d’ufficio. Si ricorda l’episodio tra il Vescovo e un don Renato solerte a vestire il clergyman. Pressato dai critici del clergyman, Franciolini lo convocò, e, dopo averlo osservato, ebbe a dirgli un’imprevedibile: “Mica stai male!” Il Vescovo era un conservatore, prudente verso talune innovazioni seguite al Concilio Vaticano II; mentre don Renato fu pronto a seguirne le novità, almeno nell’indossare la nuova veste talare. In effetti, la semplificazione dell’abito era matura. I preti, fino agli anni Sessanta, erano obbligati a indossare sottanoni bottonuti dal collo ai piedi, mantelloni e copricapo in fogge risalenti a epoche remote, tanto da risultare caricaturali. E’ famosa la battuta di Giovanni XXIII, a un ricevimento, da Nunzio apostolico: “Scusate l’abito da satrapo persiano!”. L’ingoffamento pretesco, in inverno, era tale da produrre un ingombro superiore, quasi il doppio, d’un tizio vestito in abiti “normali”. E il colore nero non passava inosservato. A una vista simile, don Renato entrando in un bar a Cortona, dove altri preti consumavano qualcosa, esclamò: “Dove siamo?!… A Badia Pretaglia?!…” confermandosi arguto battutista. Come nell’altra uscita spiritosa, allorquando nominato parroco di S. Filippo – sottratti alla parrocchia tutti i registri che ne raccontavano la storia centenaria, per portarli all’archivio diocesano – ridendo, esclamò: “Tutte le teste al Tempio, e a S. Filippo niente!”. Nel suo piccolo, don Renato contestava lo spostamento di notevoli documenti storici dalla loro sede naturale, sia pure a poche decine di metri. Chissà cosa avrebbe detto oggi sulle scelte vescovili? Scelte, non solo ad occhi estranei, ma agli stessi fedeli paiono improntate più agli affari e al guadagno che alla tutela della storia, della religiosità, e delle culture locali. Purtroppo, però, non può meravigliare simile condotta del clero verso la propria storia, nel tempo in cui le autorità civili hanno quasi regalato ai privati, e all’abbandono in cui versa, un monumento unico di Cortona: l’ospedale fondato da S. Margherita. Oggi, è destino comune, civico e religioso, subire autorità, quantomeno, facilone nel gestire il patrimonio a loro disposizione.
Don Renato aveva un carattere risoluto. In famiglia, gli si rivolgevano col “lei” anche i fratelli, che, tra loro, si davano del “tu”; pur essendo gioviale e affettuoso in casa e fuori. Voce tonante inconfondibile. Oratore e cantante, singolo e in coro, ne avresti distinta la voce tra decine. Con potenza vocale, e sapiente estensione delle note, ad esempio nel Te Deum, don Renato faceva vibrare l’aria di ebbrezza gioiosa, spronando l’eco corale dei fedeli. Egli, nei riti religiosi collettivi svolgeva una sorta di regia, a cui tutti sottostavano. Canonico nel Capitolo della cattedrale, e monsignore in fusciacca rossa. Nei riti sacri si esaltava, in vigile trasporto. E se qualcuno gli fosse parso distratto, con occhiate severe e modulando il tono di voce in direzione dell’ allocco, l’avrebbe richiamato all’ordine!… Così come per anni, in età giovanile, aveva fatto osservare disciplina e studio, da diligente educatore e assistente religioso: nel collegio di S. Giuseppe, nell’Azione Cattolica, e nel circolo Piergiorgio Frassati.
Cancelliere, censore della disciplina del clero, forse, sarà stato la prima “vittima” di sé stesso, dovendo vivere in modo integerrimo, dando il buon esempio. Se pure, tra i pregi migliori, chi l’ebbe conosciuto ne ricordava il timbro vocale unico e inebriante nei canti sacri, e la speciale generosità (nascosta, lui vivente) verso i bisognosi. In contrasto con quei prelati confratelli, più o meno coetanei, ricordati per lasciti scandalosi, ad amici e familiari, di vere fortune!… evviva la chiesa dei poveri.
fabilli1952@gmail.com

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In Asuncion, Paraguay, da Riccardo Torresi nei giorni dell’ultimo colpo di stato

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Pailon del diablo, cascata[In procinto di tornare da Riccardo ad Asunción, curioso di vedere le novità della sua vita (è diventato babbo) e della città che l’ospita, ho rispolverato – trascritte integralmente di seguito -, pagine del diario del 2012, comprese le divagazioni e un golpe in diretta! Segno drammatico del dominio straniero nord americano sugli stati sudamericani,ancora attuale, per la vecchia dottrina Monroe. Golpe che si concretizzò, inatteso e repentino, quasi al mio arrivo: nel giro di ore, fu deposto il secondo presidente di sinistra della repubblica nella storia repubblicana, l’ex vescovo Fernando Armindo Lugo Méndez. Preceduto, in Paraguay, negli anni Trenta, da un’altra breve esperienza presidenziale sinistrorsa. Ha comandato sempre la destra, capeggiata, per un lungo periodo, da Stroessener].
15.6.2012
Stagista presso l’Ambasciata italiana, Riccardo Torresi giunto ad Asunción, capitale del Paraguay, la prima reazione ch’ebbe fu di tornare a casa! Non tanto per la lingua, lo spagnolo, che conosceva appena, bensì gli stava crollando il mondo interiore, nello scioccante straniamento ambientale provocatogli dalla vita in quella città. Poiché tornare indietro avrebbe avuto costi insostenibili, adottando strategie giovanili, si conciliò col nuovo mondo frequentando discoteche e altri ritrovi per giovani. Anche a me non ha rapito la bellezza di Asunción, ma il mio soggiorno sarà breve: pochi giorni, a vedere com’è sistemato Riccardo. In Italia dopo la laurea, per un migliaio di euro al mese, era stato impiegato nel commercio; in Asunción invece, non ancora trentenne, insegna Diritto Internazionale all’Università e Italiano al liceo Dante Alighieri, guadagnando un paio di mila euro mensili. L’Italia, è dimostrato da tempo, non favorisce i giovani, tantomeno se non sono raccomandati. E’giugno 2012, in un comune del Trasimeno sono giunte mille domande per 1 posto d’impiegato semplice!
Insomma, spinto dall’amicizia per il compaesano, giungo in questo buco del culo del mondo (all’apparenza) senza vere emozioni. Clima sereno subtropicale, sbalzi termici notevoli tra giorno e notte, temperature minime intorno ai 10 centigradi, nell’inverno australe. La strada, dall’aeroporto Pettirossi – dove m’ha atteso Riccardo – al centro, attraversa un paesaggio rurale, rigoglioso e ondulato. Disseminato da villette senza pretese. L’albergo offre una stanza ariosa e confortevole, a fianco d’una piscinetta. Dove, incautamente, mi sono tuffato subito – il sole del giorno scalda, però l’acqua risente l’umore dell’inverno incipiente. Non ci riproverò a bagnarmi. L’albergo ha l’aria da nobiltà decaduta. Spazi ariosi, mobili massicci, architettura pomposetta, tappezzerie vissute, tutto in ordine e pulito. Di fronte, vedo un centro commerciale. A sinistra, scendendo, a circa 500 metri si giunge diritti al centro del potere nazionale: politico, poliziesco, militare e religioso. Le strade si intersecano a reticoli regolari, dando luogo a “quadre”, equivalenti a isolati. Pochi palazzi superano i quattro/cinque piani, prevale il basso profilo edilizio. Imbattiamo nell’esito d’un incidente stradale. Sul selciato non giacciono persone. Una vecchia motocicletta adagiata sul fianco mostra la pancia, percorsa da un tubo rugginoso usato negli acquedotti: è il sostituto della marmitta catalitica! Riccardo mi dedicherà momenti liberi dal suo lavoro, pomeridiani e serali. Avrò tempo di passeggiare e leggere. Completerò la lettura di due libri che hanno viaggiato con me, di Milan Kundera e Giorgio Colli.
16 giugno 2012.
“…niente è più incontrollabile del farsi sfuggire l’essere che abbiamo amato” (Milan Kundera, “Il libro del riso e dell’oblio”, p. 20). “I ricordi si sono dispersi nel vasto mondo e bisogna viaggiare per ritrovarli e farli uscire dai loro nascondigli!” (idem, p. 203). “Chiuse di nuovo gli occhi per godere del proprio corpo, perché per la prima volta nella sua vita il suo corpo provava piacere senza la presenza dell’anima, la quale non immaginava niente, non ricordava niente e uscì senza rumore dalla stanza” (idem, p. 214).
Una mia considerazione, a chiusura del libro sui contadini a cui sto lavorando (Chj lavora fa la gobba, Chj ‘n lavora fa la robba). La storia contadina italiana volse al declino non come luce che si spegne, bensì da torrente che confluisce su un corpo idrico maggiore. Etruschi e contadini hanno disperso la loro cultura e i loro sentimenti in una nuova civiltà. La quale non ha amato tutto ciò che essi hanno amato. Costoro, di generazione in generazione, dalla notte dei tempi, s’erano trasmessi: mestiere, feste, coturnali, lamentazioni, giochi e invocazioni a Dioniso e Cerere, superstizioni, imprecazioni nei quadrivi,… Vissuti con l’orologio solare e delle stagioni, nel buono e nel brutto tempo, nella carestia e nell’abbondanza, nella gioia e nell’invidia dell’altrui felicità; nelle danze spontanee, e nei fugaci abbracci sensuali “proibiti”, nascosti in ripari, tra una faccenda e l’altra. Contadini e borghesi, italiani ed europei, giunti nel Nuovo Mondo, introducendo nuove tecniche agronomiche foriere di maggiore produttività, furono portatori di minore libertà per se stessi, “schiavi” del proprio lavoro, e ricchezze per pochi. In Paraguay, come in tutta l’America Latina, colpisce il fenomeno del latifondismo sfacciato, che lascia ai nativi e ai campesinos fazzoletti di terra, insufficienti a sopravvivere. A fianco di proprietà estese anche quanto una provincia italiana.
18 giugno 2016.
Terminata la lettura, e parziale rilettura de: “Il libro del riso e dell’oblio” di Kundera. Mi sono trovato sulla stessa lunghezza d’onda nell’approccio alla sessualità: il sesso è un gioco da ragazzi. Sciupato (insieme alla vita di milioni di persone per generazioni) dalla cultura giudaico-cristiana. Bisognerebbe, una buona volta, fare i conti – dicendo pane al pane – sui danni profondi e diffusi provocati dalla “castrazione” sessuale, specialmente a opera del catechismo romano e dalle religioni imparentate. Forse saremo in fase di superamento – almeno lo spero – dall’angoscia disseminata a piene mani dal controllo religioso sulle coscienze. Iattura confermata dall’esperienza del mio amico fabbro. Operaio impegnato in cantieri in svariate parti del mondo. “Il sesso?! L’unico problema a praticarlo è stato in Italia!… Ho girato mezzo mondo per lavoro, paesi islamici compresi. Da nessuna parte ho trovato – con i miei compagni di lavoro – difficoltà a scopare!”. Ergo, quasi dappertutto, le donne si sentirebbero sessualmente libere, fuorché in Italia, perché represse dai diktat vaticani.
Kundera tratta la questione della sessualità libera e leggera, non sottacendo il fenomeno delle tante persone intrappolate nei tabù sessuali giudaico-cristiani.
La riforma del concilio di Trento diede l’avvio alla costituzione dei seminari diocesani (anche per minorenni) sparsi in tutto il mondo, e con essi si diffuse la pedofilia! Lo stesso è accaduto nelle scholae cantorum, come in altre attività, legate all’infanzia e all’adolescenza, affidate a preti e monache (a loro volta pedofilizzati in seminari e conventi fin dalla tenera età, stagione in cui il sesso è una scoperta giocosa). La Chiesa nega la possibilità di praticare il sesso come gioco, libero da obblighi procreativi. Sebbene nei conventi, seminari, oratori, ecc., è stata ed è praticata la pedofilia perfino violenta. Dagli adulti sui piccoli, con inganni e soprusi, forzando i bambini a praticare sesso, in genere, omosessuale. Creando turbe e sofferenze tali da indurre i violentati a trasformarsi, nel tempo, in violentatori, in una catena perpetua di schifo e sopraffazioni. Tra Novecento e Ventesimo secolo, è emerso, dalla rimozione, tale fenomeno spaventoso e universale! Finchè gli stessi Papi hanno ammesso tanta aberrazione. Senza però trarne le dovute conseguenze: chiudendo i seminari minorili e, soprattutto, denunciando i criminali nascosti tra i religiosi, e liberando i fedeli dall’infinita congerie di tabù sessuali codificati dai Papi stessi. Si fa sesso per procreare; vietato usare preservativi e pillole, usare metodi naturali di prevenzione delle gravidanze; o peggio, non usare contraccettivi, anche se a protezione da malattie sessualmente trasmissibili; vietata la masturbazione; ecc.. Sfilza di corbellerie dolose non seguite, per fortuna, dagli stessi credenti, per quanto siano dogmi contenuti nell’enciclica “Humanae vitae” di Paolo VI. Ma di quale umanità si parla? Di deficienti?! O risulta ancora vigente l’inveterata ipocrisia, del “fate quel che dico ma non quel che faccio”, predicata dai preti? Voci dissonanti esistono interne alla chiesa romana, sia pure parziali e circoscritte, perciò poco incisive, come quella dell’abate Bianchi di Bose a proposito, ad esempio, del cosiddetto “adulterio” considerato – da lui – tale “ nei rapporti sessuali senza amore”. Come il vino adulterato non andrebbe bevuto, così l’amore andrebbe praticato solo con chi sia ama… a prescindere dai legami formali? Da tali premesse, a nessuno sarebbe consentito il libero arbitrio su quando e con chi praticare sesso. Mi domando: forse c’è traccia nei Vangeli di tale etica sessuale inibitoria? Non certo nella storia dell’adultera in procinto d’esser lapidata: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra!” Caso mai, troveremmo in quei testi l’espressione massima dell’Amore, nella più ampia accezione, verso il genere umano. Intanto però la storia racconta aberrazioni, violenze, soprusi, cattiva educazione, disseminate dal cristianesimo. Come descritto dal vescovo Bartlomé de las Casas, nella “Istoria, ò, Brevissima Relazione della distruttione dell’Indie Occidentali”, sul trattamento applicato verso i nativi dai cattolici, religiosi e militari spagnoli, nelle terre dell’America del Sud.
E un altro appunto, sulla coerenza di tanti religiosi, va aggiunto: sulla povertà.
Insieme all’Amore per il prossimo, troviamo il precetto di stare dalla parte dei poveri (vedi il fondamentale Discorso della montagna, nel vangelo di Matteo). In pratica, se parole di attenzione verso i poveri sono usate di frequente in toni pomposi, però risultano vacui ipocriti orpelli nei discorsi ecclesiastici. Il mondo è disseminato di poveri, dunque vasta sarebbe la missione in loro aiuto. Tuttavia, come dovremmo giudicare la coerenza di tanti religiosi che – anche dinanzi ai media – ostentano ai polsi camicie con gemelli d’oro, orologi di lusso, al collo crocifissi pendenti d’oro massiccio e pietre preziose, copricapo dorati tempestati di gemme, damascati o di seta,…; per non dire degli estesi patrimoni immobiliari proprietà della Chiesa e dei prelati. Beni spesso sottratti al giusto pagamento dei tributi, su cui sguazzano invece interessi personali, destinazioni dei proventi a lucrosi e scandalosi investimenti, quando non siano devoluti a nepotismi o all’acquisto di servizi indecenti. Che c’entrerebbe Cristo, figlio d’un falegname, con tali faraoni dei tempi moderni?! Dove sarebbe la coerenza con il pensiero originale cristiano, elaborato tra pescatori, artigiani, bassa plebe, nell’antica Galilea?! Caso mai, il cristianesimo avrebbe ripreso, attualizzandoli, simboli e riti appartenuti ai ceti ricchi della storia: imperatori, caste sacerdotali, faraoni, satrapi, mandarini. Così come non potremmo tacere sulle scarpe scarlatte di Papa Benedetto, firmate Prada, dal valore di centinaia di euro! Ma indumenti e monili lussuosi non sono esclusivi del Papa, li indossano cardinali, vescovi, e persino frotte di preti scimmiottanti lussi vaticani anche nei loro strumenti di lavoro: turiboli, ostensori, pissidi, pastorali, calici, di fine fattura e in metalli pregiati. Chiesa che, oltretutto, alle donne ha riservato funzioni ancillari (da domestiche) e inibito l’accesso al sacerdozio. Quando mai Cristo propose quel “mestiere” ai discepoli, a metà strada tra mago e rabbino, ovvero capo religioso d’una comunità, dai poteri divinatori, dispensatore di sacramenti, assolutore dai peccati?
E l’obbligo di castità ai religiosi maschi e femmine?! Non ne vedo traccia evangelica. Mentre, a causa della castità imposta, sono stati perpetrati stragi di feti e neonati, finanche, in clausure monastiche, per non rimarcare le vite distrutte di fanciulli e fanciulle abusati sessualmente, anche sotto effetti di droghe. Nel quadro di tali e tante aberrazioni sessuali, risulta scusabile la diffusione di relazioni, etero e omosessuali, tra preti e monache, adulti consenzienti. E’ normale. Sono esseri umani. Avrebbe senso l’esistenza di un Dio che avendo regalato la sessualità – fenomeno naturale, affettivo, dolce e giocoso – ne pretendesse l’astinenza a una categoria d’esseri umani, per giunta suoi supposti intermediari? E’ evidente la contraddizione tra le logiche insite nella vita naturale e ciò che caratterizzerebbe la figura dei religiosi: la castità forzata e la pretesa di essere intermediari tra uomo e Dio.
Il declino della Chiesa, dunque, non sarebbe attribuibile al materialismo, come spesso si è detto, né tantomeno al relativismo etico, ma dipende dalla Chiesa stessa, a causa di interpretazioni e pratiche evangeliche fatte accettare per fede, intrinsecamente inique, e, comunque, in contrasto con un’etica coerente alla natura umana.
19.6.2012
Più si vive la vita di astrazione (il pensiero del passato, il desiderio di far qualcosa) più siamo lontani dalla vita. Vivere è immergersi nelle pulsioni vitali: mangiare, bere, dormire, far l’amore. E’ in queste funzioni che possiamo trovare il momento dell’estasi, che, paradossalmente, in greco significa anomalia, in quanto distacco dalle regole naturali. (Trascrivo, di seguito, frasi lette nel testo di Giorgio Colli che mi hanno fatto riflettere). “E dove viene esaltato l’attimo è presente la conoscenza misterica da Parmenide a Nietzsche. L’istante testimonia la conoscenza misterica ciò che non appartiene alla rappresentazione, all’apparenza”…“Eraclito ci fornisce l’enunciazione generale: ‘ogni cosa governa la folgore’”… “La magia dello sguardo, nell’esperienza amorosa, la sua istantaneità sconvolgente, l’apriori e il chiudersi di un abisso, è un fenomeno puramente conoscitivo, tuttavia sulla soglia di ciò che non è più rappresentazione”… “La rivelazione dell’attimo scuote il cuore dell’uomo; ma questo non è che l’ultimo momento, l’emergere nell’individuazione, nella struttura corporea dell’uomo, di una conoscenza anomala. L’attimo come intuizione precede la scossa; nel fluire del tempo si erge improvvisamente un istante, che ‘non è in nessun tempo’, dice impropriamente Platone, ma che a rigore dà inizio al tempo, è già nel tempo, però allude a qualcosa che non è nel tempo, lo ripercuote, lo esprime. Nel bagliore dello sguardo i tre momenti si confondono, e soltanto l’analisi illusoria del pensiero è capace di distinguerli” … “Le sue intuizioni [di Nietzsche] sull’origine perversa e decadente delle virtù cristiane, sul travestimento del cristianesimo nelle idee democratiche moderne, e così via, hanno questa potenza di evocazione, di riaccostamento al concreto”…“Adesso che tutti i tabù sono stati superati, ridicolizzati, non rimane che eliminare l’ipocrisia. Ma l’ipocrisia è l’ultimo baluardo dove la potenza della morale, braccata da ogni parte, ha trovato un rifugio” [citazioni da Giorgio Colli, “Dopo Nietzsche” p. 67-68-69-73].
20.6.2012
Non sono ornitologo, perciò questa mia scoperta è da ridere: il canto del cuculo varia dalla regione del mondo in cui esso vive. Un cucù lento, dai toni come uscissero da un corno da caccia, a intervalli di decine di secondi tra un cucù e l’altro, questo accade qui ad Asunción. Il cuculo nostrano è più rapido nell’emettere il richiamo. In intervalli più brevi tra un cucù e l’altro. Quello subtropicale sembra si stia assopendo, se non sia già addormentato. Il nostrano, emettendo il cucù, è energico e squillante. Sebbene quello su cui ho tribolato maggiormente a identificarne l’autore fu il kekkò, nella Thailandia tropicale. Era un richiamo vigoroso, anche in ore buie (laddove giorno e notte sono pari: di dodici ore). Quel kekkò, pareva un interrogativo.
Sono sistemato in un albergo di via Manduvira…mi rivolgo la domanda scema: Ma ndù virè?! Non lo so. Spero di girovagare ancora un po’ di tempo.
22.6.2012
La cronaca è atroce, nella provincia di Curuguaty è avvenuta una carneficina: ammazzati 6 poliziotti e 11 campesinos. Il racconto dei fatti è confuso. Dei contadini avevano occupato le terre d’un latifondista. Riccardo dice che è prassi usuale, suggerita dai politici locali, un modo surrettizio per assegnare ai contadini terreni ai margini d’un latifondo. Di solito, interviene la mediazione dello Stato e si concedono pochi terreni ai campesinos. Ma stavolta non c’è stata mediazione politica. Alcuni poliziotti, armati di pallottole di gomma, sono stati accerchiati e uccisi. Da qui la reazione. Tra i campesinos erano presenti dirigenti politici dei senza terra. Ma, forse, anche dei provocatori armati che hanno sparato pallottole vere sulla polizia. Il fatto di sangue clamoroso ha avuto un’eco vastissima. I giorni seguenti, stampa e Tv non hanno parlato d’altro. Con l’obiettivo di addossarne la responsabilità.
Passeggiando per Asunción, mi sono imbattuto nei preparativi dei funerali solenni di stato per i poliziotti. Il “palazzo” è in gran fermento. Il partito Colorado (quello di Stroessener, per 60 anni al potere, ceduto solo nel 2008 a un vescovo sconsacrato di sinistra) ha presentato una mozione di sfiducia verso Fernando Lugo, chiedendone le dimissioni da Presidente della repubblica. Lui rifiuta di dimettersi. Il Senato, con una sola eccezione, gli è sfavorevole. L’ex vescovo rivendica di essere stato eletto dal popolo, e non intende rinunciare alla carica presidenziale. Sarebbe un colpo alla democrazia, solo il popolo, con il voto, lo potrebbe rimuovere o confermare nella carica. Invoca interventi vari. Si è recato all’ambasciata USA, ma non se ne sa l’esito. E’ stato dal nunzio apostolico e alla conferenza episcopale, che gli suggeriscono di dimettersi, onde evitare spargimenti di sangue.
Intanto il partito Colorado ha fatto scendere nella piazza del parlamento un piccolo drappello di dimostranti, contrari a Lugo. Questo accadeva ieri. Oggi, la stessa piazza è invasa da campesinos, a migliaia, giunti in cortei colorati – intonando “El pueblo unido jamàs serà vencido!” – provenienti dalle provincie rurali a sostegno di Lugo.
Il posto è presidiato dalla polizia, a piedi e a cavallo, in assetto antisommossa. L’area è isolata dalle forze dell’ordine. Riesco a oltrepassare le barriere senza fatica. Non mi chiedono neppure un documento. (Sembrerò una spia? un yankee? un giornalista?). Ho in mano una piccola macchina fotografica. Posso uscire ed entrare a piacimento nella zona isolata. La manifestazione di piazza, chiassosa ma senza tensione o incidenti, è circondata da barriere metalliche. Solo alla caduta d’una transenna – spinta della massa stipata all’inverosimile – c’è un principio di carica dei manganellatori a cavallo, che ammaccano qualche testa; ma la carica è stata subito interrotta, capita l’involontarietà nell’abbattimento della barriera. In pratica, si sta consumando un golpe bianco, incruento, se a pretesto non ci fosse stata la carneficina nella lontane terre di povertà e fame di giustizia. Golpe architettato in ogni particolare. Lugo – espressione d’un fronte di sinistra – salvo il sostegno dei campesinos, è isolato. Perfino il suo vice presidente, Federico Franco, gli ha voltato le spalle, accingendosi a sostituirlo. Le gerarchie ecclesiastiche non vedevano l’ora di sbarazzarsi dell’ex vescovo. Anche emissari di Chávez, capita l’antifona del golpe in itinere, si sarebbero mossi, però dopo la CIA. La quale avrebbe dato un milione e mezzo di dollari a ciascun senatore favorevole alla deposizione del presidente in carica. Anche i chavisti sarebbero stati disposti a dare ai 45 senatori l’equivalente importo corruttivo in dòlares. Ma, in ritardo a cose fatte, è risultata impossibile la retromarcia dei senatori.
Anche un golpe in diretta alla fine non è eccitante più di tanto. Quando i giochi sono palesemente fatti. Perciò decido di tornare a casa, un paio di giorni in anticipo (per di più, nell’andirivieni per assistere al golpe, non accortomi d’una buca sul marciapiede, mi sono infortunato al tendine di Achille).
La mia missione è al termine. Riccardo è perfetto nel ruolo di professore di “Storia dei trattati internazionali” e insegnante di Italiano alla Dante Alighieri. (Nella cui biblioteca ho preso a prestito “Il richiamo della foresta”, di Jack London. Splendida lettura, in una vecchia edizione scolastica). Nel tempo libero, Riccardo sta rivelandosi ottimo allenatore-giocatore di calcio in una nota squadra cittadina. Desideroso di fare una brillante carriera, si sta stabilizzando qui. Dove ha scelto la compagna di vita: Letizia. Bella, gioiosa, positiva. Laureata, in Italia, in Scienze della comunicazione.
Ho visitato in macchina, e, soprattutto, a piedi la città. Il suo centro direzionale. I cui principali edifici pubblici si affacciano, o sono prossimi, alla piazza quadrilatera del parlamento. Il vecchio parlamento (modesta ma elegante costruzione otto – novecentesca), oggi destinato a museo etno-musicale, è sul lato meridionale della piazza. Dalle cui finestre, dall’altura della città storica, si osserva un ampio panorama sottostante sulla valle e sul fiume Paraguay. I fiumi paraguaiani presumo siano molto importanti, strategicamente, dal fatto che, pur senza sbocchi al mare, questo Stato ha una marina militare. Il vecchio parlamento ha un’altra peculiarità: marca il confine con la parte sottostante che, degradando rapidamente, nel dirupo ospita una coloratissima bidonville. Considerata presenza pericolosa, per quanti transitano sulla piazza del potere, si starebbe studiando l’ipotesi di trasferirne gli abitanti nelle anse del grande fiume sottostante. In realtà, capitandomi a più riprese di attraversare la piazza, anche sul lato bidonville, non ho notato altro che bambini intenti a giocare. In un altro lato della piazza, c’è il nuovo parlamento. Grigia costruzione in vetro e cemento, donata dalla repubblica di Taiwan; in cui stanno svolgendosi i riti golpisti. Di fronte a un colorito popolo vociante, ma del tutto impotente. Non lontano si trovano caserme, sedi ministeriali, il Panteon, e la cattedrale. Il cui piazzale è già addobbato per la cerimonia religiosa dell’insediamento del nuovo presidente!
Ieri, 21 giugno, è iniziato l’inverno australe. L’aria notturna scende a 10 gradi, di giorno si sta bene anche in giacca. Nella notte, dalla finestra, vedo una bambina di 4-5 anni cercare, inutilmente, di svegliare il padre, accasciato sulla soglia d’un portone, drogato strafatto. Che pena!
Le persone sembrano tranquille. Il Paraguay figurerebbe tra i paesi, nel mondo, a maggiore tasso di felicità individuale. Riccardo dice che molti risolto il problema di mettere qualcosa sotto i denti almeno una volta al giorno – senza pretese, pure un panino -, non si curano del futuro. Le vetrine dei negozi espongono merci etniche dozzinali, come di modesta fattura sembrano gli abiti e le scarpe esposte in vendita.
Nei locali dell’università privata, dove insegna Riccardo, c’è fermento. Edificio moderno, ci sono pure lezioni serali (fino alle 22). Non esistendo il diritto allo studio, molti studenti lavorano. Anche le ragazze, certe praticando il mestiere più antico. Mestiere non svilito socialmente, procurando, in certi casi, integrazione al reddito.
A causa della crisi mondiale in corso, quest’anno è prevista una crescita del Pil all’1,8%, ma il prossimo anno se ne prevede l’incremento all’ 8%. Margini di crescita notevoli, visto il ritardo dalle economie più avanzate. Un anziano commentatore di “Ultima Hora”, Pa’ Oliva, ha sintetizzato la situazione in Paraguay. L’85% dei terreni coltivabili è in mano al 2,8% della popolazione. Senza riforma agraria non ci sarà sviluppo. Una riforma che favorisca il credito ai contadini, la formazione professionale, lo studio dei mercati, e produzioni richieste dal mercato stesso. Il suo pessimismo è tale da affermare: “La clave de todo esto la tiene la juventud en sus manos”. Vedendo quanto sta accadendo in queste ore, politicamente, l’unica speranza – credo anch’io – possa riporsi nei giovani. Le ricchezze ambientali enormi, sopra e sotto terra in Sud America, per assurdo, ne sono la sua condanna a permanere l’eterno cortile di casa dei vituperati (come nel resto del Sudamerica) yankee.
fabilli1952@gmail.com

Otavalo, mercato del sabato, ecuador 2017.3

Spartaco Mennini, impegnato e, infine, perplesso sui suoi ideali trascorsi

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venezuela e cambogia 2013 001 (218)Spartaco, più d’una volta, raccontava l’interrogativo che aveva posto al figlio: “Bernardo, che pensi: è più importante la Massoneria o il Partito Socialista?” (votava Forza Italia e Partito Socialista, in base a simpatie per questo o quel candidato; a lungo, era stato militante socialista). Senza attendere la risposta, soggiungeva: “Gli ho detto: nessuno dei due è importante!”…nessuna ideologia varrebbe in assoluto.
Da persone di buon senso, al tramonto della vita, non di rado si ascoltano giudizi disincantati, persino dissacranti, frutti amari dell’esperienza: frequentando il potere – qualsiasi – è facile imbattersi “nel sangue e merda”, evocati da Rino Formica a proposito degli ambienti politici. Se pure, tali conclusioni fatte da Spartaco avrebbero potuto sorprendere. Impegnato, un’intera vita, nella massoneria, in incarichi primari: Grande Archivista e Gran Segretario del Grande Oriente d’Italia, giunto al livello massimo del 33. Trasmigrato, infine, nel rito massonico Scozzese, per dissensi. Socialista, aveva tessuto relazioni con dirigenti di partito nazionali ed esteri, tra cui François Mitterrand. Colui che, negli anni ’60, sottoscrisse il gemellaggio Cortona – Chateau-Chinon. Senza escludere, tra Spartaco e François, intese massoniche.
Su quel giudizio lapidario, non riuscii mai a strappargli alcun commento. Ogni volta, mi rimandava a ipotetiche riflessioni che intendeva scrivere, ma, presumo, non fece.
Per un trentennio, fummo ottimi vicini di casa. Fatto non secondario. Nello scegliere dove abitare, è affatto meglio stare dove, al bisogno, tra vicini ci si aiuta, senza impicciarsi negli affari altrui. Per di più, avevamo nei paraggi l’amico comune Vittorio Scarabicchi, che ci fece fare le reciproche presentazioni. Al festeggiamento delle nuove conoscenze, in un pomeriggio successivo a casa mia, libando whisky in abbondanza, facemmo dimenticare a Spartaco, fino a sera inoltrata, il motivo per cui era sceso da casa: recuperare la sua signora Loretta, in inutile attesa a Foiano.
Al primo incontro, scambiate poche battute politiche, Spartaco mi liquidò: “sei un gesuita!”, facendomi ridere. Infatti, associavo i gesuiti ai retori che, usando porre interrogativi al proprio zuccotto come interlocutore, han sempre ragione. Poi però ho capito che, per un massone, dar del “gesuita” a qualcuno non è un complimento! Ma le amicizie notevoli son così: franche, spontanee, senza remore; uno strofinarsi allegro, come carte vetrate, che non allontana, anzi, è spassoso. Infatti, con Spartaco abbiamo continuato a sfotterci, sempre. Anche viaggiando insieme a Parigi e Nevers, per estendere, con successo, il gemellaggio Cortona-Chateau-Chinon tra il Dipartimento della Nièvre e la Provincia di Arezzo. Dove ero assessore, e, allo scopo, avevo utilmente attivato vecchie conoscenze. Così ebbi modo di scoprire la fitta rete di relazioni di Spartaco, che si propagavano fino alla stampa locale francese. Infatti, nel giornale dei Montagnardi, egli si era preso il merito del gemellaggio tra Provincia e Dipartimento… il protagonismo, un tantino, gli piaceva. A me non disturbava. Anzi. Divertiva. Non escludo, invece, che, altri, gliel’avessero rinfacciato, anche nel nostro piccolo mondo. Ne fu esempio l’osteggiata costituzione a Cortona d’una succursale della Fondazione Mitterrand. A cui teneva, convinto che con lui avrebbe potuto funzionare.
Nel tessere relazioni, oltre a motivi culturali e ideali, gli giocava il gusto di viaggiare (innamorato in particolare della Francia, di Parigi, degli chansonniers,…), ciò che gli capitò spesso, in virtù di cariche massoniche, o di Console onorario di uno Stato africano (di cui non ricordo il nome), o di segretario della “Lega per i diritti umani”; lasciato per ultimo, tra i suoi impegni sociali. Ricordo, alla stazione a Terontola, elegante come sempre in missione ufficiale, mi confidò di recarsi a dar le dimissioni da quell’incarico, rassegnato e triste. Di lì a poco mi fu chiaro: gli gravavano seri motivi di salute che, in breve tempo, gli avrebbero chiuso il ciclo vitale.
Grazie a norme agevolanti l’esodo dei dipendenti, aveva lasciato in età giovanile l’impiego all’Archivio storico comunale. Potendo così dedicarsi agli olivi, e agli incarichi massonici; non mancandogli astuzia e talento, necessari a ricoprirli. Mescolava ruoli istituzionali a svaghi da giramondo. Viaggi che, per sua ammissione, non si sarebbe potuto permettere senza svolgere ruoli pubblici, contando solo sui proventi da pensionato. Conduceva una vita spartana, nel poderino collinare di Castelluccio, insieme a moglie e due figli; abituati, fin da piccoli, a impegnarsi negli studi e al viver sobrio. Ogni giorno, infatti, salendo sull’autobus alla statale, Valerio e Bernardo, dovevano sobbarcarsi una bella scarpinata a piedi, in salita, per circa un kilometro, al ritorno da scuola, dalla statale a casa. Vedevo un padre severo, che temprava i figli al sacrificio e ai doveri. Spartaco, frequentatore di jet-set politici e massonici di rango elevato, attraeva, nella sua modesta dimora, un incredibile via vai di gente che viaggiava in macchinone; però, al fondo, restava il popolano che non rinnegava radici paesane Foianesi, e uno spirito libertario. Non a caso, aveva chiamato il figlio Bernardo, dai “fatti di Renzino”: dove l’anarchico Bernardo Melacci fu protagonista, dalla parte dei contadini insorti, negli scontri sanguinosi con squadristi fascisti. Un vezzo curioso di Spartaco, era la simpatia per Stalin. Forse attratto dall’idea d’un repulisti radicale (nella sua generazione era in voga il motto: ha da veni’ baffone!) di parassiti, demagoghi,…di figure antisociali, insomma. Per costoro, non ci sarebbe stata altra misura contenitiva che: eliminarli!… paradosso sciorinato da toscanaccio verace. Violento, però va sottolineato, solo a chiacchiere.
Nella parabola di impegni, successi, e delusioni, nel suo mondo assisté a non piccole “frane”. Esiti di intrighi nefasti per l’Italia, dagli anni Settanta ai Novanta, tra poteri più o meno occulti: politici, finanziari, economici, mafiosi, in cui furono coinvolti apparati apicali statali, e la stessa massoneria con le trame della P2; come, non meno dolorosa, fu la dissoluzione del Partito Socialista. Facile, perciò, comprendere le amarezze, trasmesse a Bernardo, nei riguardi di ideali da lui, a lungo, professati.
A Spartaco, come a ciascuno consapevole della vacuità di tanti miraggi di cui è cosparsa la vita, è giusto concedere l’onore delle armi. Combattenti che, di fronte ai collassi del loro mondo ideale, riflettono sull’assurdo agitarsi umano. Inseguendo ideologie e miti, nel breve intermezzo tra due realtà ineludibili: prima della nascita e dopo la morte, c’è il nulla. Verità universale, che s’affaccia nuda e cruda al tramonto della vita. Vita, di cui occorre fare il miglior uso, come invita Lucrezio nel De rerum natura: cercando di costruirla retta, onorando i valori dell’amicizia, del civismo, dell’integrità, della fedeltà alla parola data e della tensione morale. Considerazioni che condividemmo anche quella mattina di primavera, e sulle quali ci salutammo, nell’ultimo incontro tra me, Spartaco, e il contadino Beppe Berni – pure lui scomparso. Mentre raccoglievo asparagi selvatici, e i due scacchiavano gli ulivi, tutti immersi nella materia cosmica, di cui siamo parte effimera ed infinitesima, in esperienze uniche e irripetibili, che, assolutamente, val la pena vivere e raccontarle.
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Ferruccio, alias Ferrutto, un brutto simpatico

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tutti-dormono-sulla-collina-di-dardano-di-ferruccio-fabilliA scuola di medicina, tra le patologie caratteristiche di certi luoghi e di certi momenti storici, ci insegnarono anche il gozzo tiroideo endemico o del cretinismo. Malformazione, dovuta a carenza iodica, caratterizzata da un gozzo enorme, occhi protrusi e faccia inespressiva (facendo facile ironia, un po’ come accade alle persone iperbotulinizzate!). Sindrome destinata a ridursi, se non scomparire, coi progressi della prevenzione medica.

Nell’ospedale in cui svolgevo il tirocinio infermieristico, fu lo stesso docente a proporci l’osservazione di un caso simile. Era un paziente ricoverato per una banale (quanto dolorosa) suppurazione di una puntura da ago. Ma quella persona l’avevo conosciuta da ragazzino, quando sgonnellavo da seminarista alle messe solenni in Cattedrale. Era Ferruccio.

Vestito con sottana chiara e mantellina colorata, era impegnato con altri, vestiti come lui, in mansioni da sacrista: incaricato di suonare le campane, o portare a spalla in processione o in chiesa le immagini sacre. Lui, in certe occasioni, indossava anche la divisa da monatto, le più volte senza cappuccio calato in faccia. Se non ricordo male, invece, nella processione del Venerdì Santo, i monatti si incappucciavano. Appartenevano alla compagnia della Buona Morte. Volontari in via di estinzione, con l’avvento delle pompe funebri, deputati al trasporto gratuito dei morti dall’abitazione fino al cimitero. La loro vista, da ragazzino,  mi procurava una certa inquietudine, sia perché li associavo mentalmente al loro caritatevole, quanto lugubre, ufficio, sia per le facce seriose che, per dovere d’ufficio, dovevano aver sempre.

E fu proprio durante l’illustrazione della sindrome di cui era affetto Ferruccio che mi fu chiara un’altra cosa: non gli era facile cambiare espressione del volto; ad esempio: sorridere. Allegria, invece, stampata in faccia agli altri suoi colleghi sacristi, finita la messa. Quando,  appesi alle corde delle possenti campane, per comunicare al mondo la gaiezza della festa, salivano in alto, staccando i piedi da terra, o tornando in basso abbracciati ai canapi, tenuti con forza, se la ridevano come discoli autorizzati a fare una marachella. Anche Ferruccio volava in alto e in basso ai ritmi del suo campanone, ma restava fisso nella sua espressione severa. Anzi, i suoi occhioni tristi parevano implorare che nulla di male gli accadesse, in quel turbinoso svolazzo aereo da campanari. Non sapevo esattamente se quelle mansioni fossero, in qualche maniera, remunerate dai preti del capitolo diocesano.  Quel che è certo, il fiasco di vino non doveva mancare. Non direttamente in sacrestia, ma nelle vicinanze. Quella specie di remunerazione a fiaschi di vino, ebbe anche la sua manifestazione solenne. La notte di Pasqua. Allorché i portatori venivano parcheggiati nella chiesa del Gesù, insieme all’immagine di Cristo risorto. Da trasportare in trionfo,  a pochi passi da lì, in Duomo, al canto del Vescovo: Resurrexit! Quando dovevano comparire,  di corsa, al centro della chiesa. Accadde che, un anno, il prete incaricato di avvertire i sacristi dell’imminente esclamazione del Vescovo si era un po’ distratto. All’ultimo momento piombò tra i volenterosi portatori, acquartierati nella prospiciente chiesa del Gesù, e con fare molto agitato dette l’ordine di partenza: “Via ragazzi, sbrigatevi! Resurrexit! Resurrexit!”.  I portantini, diligenti, si misero sotto le stanghe, e, in men che non si dica, erano già al cospetto del Vescovo, acclamante la Resurrezione. Se non che, un fiasco di vino traditore era rimasto ai piedi della statua del Cristo risorto.

Col tempo, fu proprio il vino a rovinare, fino alla morte, il povero Ferruccio. Limitato dal torpore psichico, ne soffrirono sia la vita di relazione che lavorativa. Amato e rispettato da tutti, sempre dignitosamente vestito. Se capitava di incontrarlo per le vie della città, rispondeva al saluto, proseguendo la sua strada con la solita faccia triste e severa.

Gli ultimi anni di vita, a causa del bere e di una serie di acciacchi collaterali, diventò ospite assiduo dell’ospedale. Dove fu accudito amorevolmente. Così come altrettanto amorevolmente veniva rimproverato dai medici e dagli infermieri perché, nonostante tutti i malanni, lui seguitava a bere vino, nascondendolo nei posti più impensati: finanche nei secchioni della spazzatura.

E non mancarono simpatici quotidiani siparietti, tra lui e il personale ospedaliero, divenuto la sua seconda famiglia. Come quando l’infermiera Tita lo rimproverava: “Ferrutto, smetti di bere, altrimenti ti porto in dacciaia!”, simulando il modo di articolare le parole del povero Ferruccio, gli prospettava il trasporto nella ghiacciaia dei morti. Il quale, a sua volta, reagiva deciso a quella minaccia: “Ntulo Tita! Io Tane!” . Così come non si faceva scrupoli a protestare per il solito pasto: “Tita! Io Tane, tutti i dorni o tavolo o tavolella!” scocciato dei soliti cavolo o cavolella.

www.ferrucciofabilli

tutti-dormono-sulla-collina-di-dardano-di-ferruccio-fabilliFerruccio è uno dei circa trenta personaggi pubblicati su questo libro.

Ferlice Ragazzo, collezionista trovarobe, ispirato dal nonno contadino

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RAGAZZO 2A Felice Ragazzo, conversatore estroverso, piace collezionare robe vecchie, usate, che raccontano umili e faticosi mestieri del passato. Tantoché, anche se lui non è in casa, certi gli depositano in cortile oggetti da cui intendono liberarsi. Di raccolta in raccolta, con spirito tra il collezionista e il rigattiere, possiede molti reperti persino di antica fattura, recuperati durante il lavoro da carpentiere, come le ben sagomate tegole sfiatatoio in cotto, medievali, o altro materiale fittile, di incerta datazione e derivazione, che svela l’aspirazione mancata di Felice: di fare l’archeologo.
Oltre a musei e collezioni tematiche in giro per l’Italia, sulla vita materiale di un tempo, nel cortonese, ho conosciuto, immersi nei loro “tesori”, eccellenti ricercatori che nulla hanno da invidiare alle più note raccolte. Dal più anziano, oggi scomparso, capostipite del collezionismo locale di attrezzi agricoli, Quinto Santucci. Al più giovane, Alessandro Pelucchini, titolare del museo dei Borghi, imponente e ordinata collezione di trattori e attrezzi agricoli di grandi dimensioni, e notevoli, anche, per il loro valore storico ed economico intrinseco.
Pure la raccolta di Felice ha la sua peculiarità: ogni oggetto, attraverso la sua bocca, racconta una storia. Come il malandato giogo per bovini, che rimanda alla miseria del nonno contadino. Vissuto nel Beneventano. Così povero che, al posto delle corde (troppo costose) come legature, aveva rimediato con strisce di cuoio bovino, conciato alla buona con le proprie mani. Oggi i tarli stanno mangiando le parti legnose della giogatura, non realizzata da falegnami, bensì, rabberciata alla meglio dal nonno. Però, a suo tempo, quel giogo svolse egregiamente i suoi compiti. Come furono efficienti gli altri attrezzi raccolti da Felice, ivi compresi quelli (numerosi) sortiti da mani non professionali, ma costruiti da chi n’ebbe bisogno. I contadini – lo sappiamo – s’ingegnavano nell’arte del tuttofare, non disponendo sempre dei soldi per pagare esperti artigiani, e avendo da impegnare i loro tempi morti dal lavoro nei campi.
Già a colpo d’occhio, disposti in bell’ordine sul fronte casa prospiciente il cortile, si distinguono gli oggetti forgiati a regola d’arte da quelli realizzati alla bene meglio. Roncole, tenaglie, imbuti, falce, falce fienaie, zappe, vanghe, accette, zeppe di ferro, trinciarapi e trinciaforaggi, grossolani rubinetti in legno e ottone (per travasare il vino da botti e tini), lumi a carburo, campanacci sardi da pecora, grossi chiodi, bilance portatili col piatto e senza piatto, tagliole, morse e museruole per bovini,… Insomma, un vasto assortimento di strumenti in uso nelle famiglie rurali, al piano e ai monti. E ancora, disposti a fianco: un grosso cilindro in ceramica isolante per linee elettriche aeree, firmato Richard Ginori; ferri da stiro (patinati di ruggine, come gli altri oggetti in ferro) con serbatoio per la carbonella infuocata e senza serbatoio; uno smisurato mantice da fabbro, alto un paio di metri, recuperato in quel di Vitiano; e, altrettanto maestoso, uno spremitoio (strettoio) da uva (d’inizio Novecento), nelle parti metalliche in ghisa. Ancora funzionante e “manovrabile con un dito”, afferma Felice. Dotato di ben otto zeppe metalliche laterali e due centrali. Zeppe che, saltellando (‘nticchiando) sulla testa metallica dello strettoio, calata sulla grande vite centrale senza fine, scorrevano sonoramente, producendo quel ticchettio tipico che si udiva, alla vendemmia, passando nei pressi delle cantine. Strettoio monumentale, donato dalla famiglia Borresi della Fratta, col vincolo di non venderlo.
Nelle facciate di casa, sono appesi altri attrezzi usati in vari mestieri: dal boscaiolo al falegname, dal calzolaio al barbiere, dal cardatore della lana allo sfibratore della canapa,… Non manca la sella da cavallo, di provenienza inglese, il setaccio o staccia, il crovello (setaccio più grande), lo staio, scale in legno, pale da forno in legno,… In definitiva, impressiona come, in uno spazio limitato, Felice sia riuscito a stivare tale quantità di attrezzi da lavoro e d’uso domestico. Su ciascuno dei quali, avendo tempo, è capace di intrattenere con storie di persone, lavori, luoghi, momenti di vita, fatiche,… Ma non finisce in cortile questo “museo” incantato e ordinato, bricabrac narrante già allo sguardo, un mondo vicino nel tempo, ma in dissolvenza nella memoria collettiva. In soggiorno, nella fuciliera riadattata a portaoggetti, sono stipati contenitori in vetro soffiato di varie fogge, e, sparsi qua e là, altri oggetti dall’indubbia patina vetusta: radio a valvole, una in ciliegio, e, sempre in legno, interruttori (perette) della luce elettrica, porta candele in ottone, brocche di rame, brocche da lavabo, oggetti in cotto, legno, ferro, marmo,…RAGAZZO 1
All’arrivo, Felice si era scusato: “Non far caso alla definizione di ‘museo’…è semplicemente la mia collezione”, per giustificare l’innocente abbocco che m’aveva teso, avendomi invitato a visitare il suo “museo contadino”. A visita conclusa, riconosco la singolarità della raccolta e il modo appassionato con cui, agli oggetti, Felice sia in grado di ridare memoria; e quanta dedizione e dispendio di energie vi abbia speso. Darei anche merito alla sua compagna (Felice e la moglie, li unii in matrimonio negli anni Ottanta), per aver sopportato l’occupazione di parti importanti della casa con tale messe di oggetti.
Non tanto rivolto al presente di queste collezioni di materiale povero (che raccontano un tempo in cui la maggioranza della gente era altrettanto povera), quanto al loro futuro, ho già espresso un parere: sulla necessità di trovare a Cortona un centro aggregante in cui, nel tempo, far convogliare le varie collezioni di questo tipo. O, perlomeno, quelle in predicato di essere disperse. Credo nell’alto valore e dignità culturale trasmessaci dalle precedenti generazioni, anche da quelle che non producevano o non usufruivano di libri, stampe, quadri, sculture,…ma, semplicemente, realizzavano oggetti essenziali alla sopravvivenza e al progresso del genere umano. Che non mi pare poca cosa.

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Parte, infine, il governo dei popupilisti e “plebei”

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L’allegoria usata da Eugenio Scalfari - sulla contesa nel nostro Paese tra “patrizi”, come lui, europeisti doc, veri democratici e di sinistra, liberali, ecc., e “plebei”, populisti, ignorantoni, destrorsi, sfasciatori dei conti pubblici, ecc. -, mi ha fatto tornare sui banchi di scuola. Ragazzini, tifavamo – come per le squadre di calcio – chi per gli Orazi chi per i Curiazi, chi per Roma chi per Cartagine, chi per Achille chi per Ettore, e, nell’infinita serie di dualismi, trovava spazio pure la divisione tra filo-patrizi e filo-plebei, della Roma repubblicana. Giochi da ragazzi. Che l’illustre giornalista ha riproposto non come gioco, ma esemplificazione tra scenari di governo contrapposti in Italia e in Europa. Col vetusto opinion leader schierato a favore dei “patrizi”, del caotico e informe centrosinistra, contro i “pleblei”, Grillini e Leghisti.
La metafora storica rimanda d’acchito alle tragiche vicende dei fratelli Gracchi: Tiberio e Gaio, figli di Cornelia. Discendenti della nobile Gens Sempronia (statisti e uomini d’armi, come Scipione l’Africano), politici “populares”, e tribuni della plebe: difensori dei plebei e della legalità (nell’illegalità, il povero perde sempre). Molti ricorderanno cosa accadde ai due Gracchi.
Tiberio,- eletto tribuno della plebe nel 133 a.c., distintosi nelle campagne militari in Africa e Spagna -, era consapevole del problema rappresentato dall’impoverimento dei medi e piccoli proprietari terrieri. Classi sociali fondamentali nella composizione dell’esercito romano, poiché i nullatenenti non potevano essere arruolati. Però, alla ripartizione delle nuove terre conquistate, venivano illegalmente occupate dai grandi proprietari terrieri che potevano avvalersi pure del lavoro gratuito di innumerevoli schiavi, anch’essi bottino di guerra. Cosicché le spese di gestione dei contadini liberi, rispetto ai grandi agrari, divennero insostenibili al punto da pregiudicare la sopravvivenza dell’esercito romano, per mancanza di arruolabili tra i contadini liberi. Per arrestare la penuria di legionari, Tiberio riuscì a far approvare una riforma agraria (ager publicum), prevedendo un limite massimo, all’occupazione di nuove terre, per ogni nucleo familiare. La legge non impediva acquisti o espansioni di latifondi, ma dovevano avvenire nella legalità. Siccome vi erano resistenze nell’applicare la riforma, Tiberio si candidò per un nuovo mandato da tribuno della plebe. Accusato di sete di potere, fu ucciso.

Dieci anni dopo, il fratello Gaio, percorrendo la strada di Tiberio, ripropose la stessa riforma agraria, stabilendo inoltre la inalienabilità dei terreni concessi legalmente ai contadini liberi. A cui aggiunse una riforma giudiziaria, togliendo i tribunali all’arbitrio dei senatori, riconoscendo la sovranità al popolo nella nomina dei giudici. Inoltre stabilì, con la legge frumentaria, di vendere il grano alla plebe romana a bassissimo costo. La reazione violenta dei patrizi romani costrinse Gaio a farsi uccidere da un servo, per non cadere nelle mani dei nemici.
Significativa fu anche la risposta dignitosa (non so se leggenda o verità) della madre Cornelia, di fronte alla richiesta di un’amica di esibirle i suoi gioielli, ella rispose: “I miei gioielli, sono i miei figli!”. Forse presaga delle loro future virtù civiche.
Il discorso occuperebbe spazio, ma sarebbe possibile tentare similitudini tra passato e presente: ricchi insaziabili, allora, come l’odierna finanza mondiale; il disprezzo della legalità, a favore della legge del più forte; il rigetto di misure a favore di poveracci stremati e senza lavoro (è pauperismo!); ecc. ecc.. Non so quanti abbiano abboccato alla metafora di Scalfari, divertente ma sconsiderata.

Presa per buona, costringerebbe gli eredi della sinistra a domandarsi il motivo per cui, spudoratamente, dovrebbero considerarsi partigiani dell’aristocrazia (dell’Europa a trazione tedesca e del turbo-capitalismo). Oltretutto, tra gli stessi, potrebbero esserci superstiti memori delle lezioni di Togliatti e Berlinguer sulla alleanza necessaria (coi compromessi che essa comporta) tra ceti medi produttivi e proletariato e sottoproletariato, fondamento di qualsiasi programma di governo democratico. E, capendo un po’ di storia, si sa che, in momenti di grave e prolungata crisi economica, non è solo esigenza retorica favorire larghe intese tra interessi popolari, bensì corrisponde a urgenze vitali, onde evitare imprevedibili sommovimenti sociali (persino rivoluzioni! prevedeva Marx).
Piaccia o meno, nell’elettorato, si è verificato che la Lega, da un lato, rappresenti gli interessi della borghesia produttiva (oltre a elettori in cerca di maggiore “sicurezza”), e i 5 Stelle, dall’altro, hanno preso un botto di voti per le molte attese popolari suscitate; tra cui: il diffondersi di lavori dignitosi (per qualità e quantità) e la difesa del welfare da aggressioni globalizzatrici, al ribasso, delle multinazionali (comprese quelle cinesi), che privilegiano utili societari da favola al benessere delle persone.
Sarebbe impossibile non trovare difetti nell’uno e nell’altro programma dei Gialli e dei Verdi, anche avendo a paradigma i principi dei simpatizzanti stessi della Lega e dei 5 Stelle, figurarsi se adottassimo i principi di elettori degli altri partiti. Ma il responso delle urne è stato chiaro: si vuole il cambiamento! Affidandone la responsabilità a quelle due forze politiche. D’altro canto, è oggettivo, il sistema Italia, se vuol uscire dallo stallo economico in cui versa da un decennio, non può prescindere dal coinvolgimento delle principali componenti sociali ed economiche, né può rinunciare a mettere a confronto idee diverse sul governo nazionale e sull’Europa, utili a dare risposte alle aspettative della maggioranza dei cittadini. Ai quali interessa la ripresa dell’Italia non il suo incartamento. Fin dalle prime uscite, abbiamo visto sul “contratto di governo”, tra Lega e M5S, resistenze e giudizi trancianti: irrealizzabile, contraddittorio, costoso, destrorso, …, col passare del tempo si vede come, pur con non minore animosità, si sta concentrando l’attenzione su qualità modi e tempi delle scelte. (Addirittura, il “contratto di governo” è stato valutato orientato molto a “sinistra” dall’istituto Cattaneo di Bologna, composto da studiosi vicini al PD). Come, ad esempio, portare a limiti ragionevoli l’età pensionabile (cancellando parti della Fornero), o limitare stipendi, pensioni e prebende varie, cancellando assurdi privilegi. C’è voglia di equità, insomma. Serviranno, perciò, giudizi costruttivi su quell’elenco di priorità. A meno che non si abbiano idee più forti e convincenti, che, però, all’elettorato non sono, ad oggi, pervenute.

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Cortona Magica, cronache, storie, miti e satire in Raimondo Bistacci “Farfallino”

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Copertina Cortona magicaCenni biografici su Raimondo Bistacci – Farfallino, giornalista

Raimondo Bistacci, nato a Cortona il 30 agosto 1889, vi è morto il 26 Maggio 1973. Per un cinquantennio è stato direttore e stampatore de L’Etruria, specchio della vita e della cronaca cortonese a partire dal 1892. E, pubblicati postumi, gli appunti di guerra in Cronistoria 1943-1945, a cura della Biblioteca Comunale e dell’Accademia Etrusca, Grafiche Calosci, Cortona, 1984; il titolo originale era: Cronistoria dei fatti bellici accaduti in Cortona dalla venuta dei tedeschi fino al 31 gennaio 1945. Appunti storici pel giornale L’Etruria. Proibite le uscite de L’Etruria, prima dai tedeschi poi dagli occupanti inglesi, Raimondo Bistacci aveva seguitato ad annotare gli avvenimenti.

Farfallino riversò ne L’Etruria oltre mezzo secolo di cronache e saghe

Entrava in scena quasi in punta di piedi, dardeggiando sguardi inconfondibili. Occhi vispi e intelligenti, dal taglio simile a un orientale. Abbracciava l’insieme, cercava i dettagli, si soffermava sul focus, quasi simultaneamente. La prima volta, lo vidi entrare nel presbiterio del Duomo di Cortona a cerimonia avviata. (Ragazzino partecipavo alle Messe solenni nel coro delle voci bianche). Qualcuno più grande disse che anche lui era stato seminarista. Si soffermò giusto il tempo per mandare a mente quel che gli interessava, dileguandosi furtivo com’era entrato. Era Raimondo Bistacci, cronista cittadino.
Piccolo di statura, calvo, elegante, mezzo sigaro Toscano tra le dita, indossava il farfallino. Da qui il soprannome. A cui teneva talmente da intitolarci una rubrica: “Farfallino in giro pel territorio cortonese”, e usarlo come firma sotto molti articoli.
Ancor giovane, aveva ereditato il periodico L’Etruria, unico superstite cortonese di “altri 16 giornali che oggi dormono il sonno della morte”, scrisse, spegnendo le 78 candeline di compleanno del suo “giornale”, nell’aprile del 1970. Mentre lui ne compiva 81. Mirabile a dirsi, anche quel numero celebrativo aveva lo stesso slancio degli anni migliori. Senza eredi, era preoccupato per il futuro della sua creatura a stampa, della quale era stato: Gerente, Direttore, Amministratore e Redattore. Sorta di missionario laico, a tempo pieno, dell’informazione. Avendole dedicato tutto quanto era nelle sue disponibilità: soldi, tempo, affetti,… Una vita – all’apparenza – grama, passata dietro al vecchio torchio, usando caratteri di piombo sciolti (i Bodoni) elegantissimi ma consunti, e a racimolar soldi (spesso scarsi) per l’acquisto della carta. Impegno che gli aveva reso popolarità e simpatie anche fuori dal cortonese, pure in ambienti colti. Gli avevano fatto visita Benedetto Croce, Curzio Malaparte, Enzo Tortora, e – anche per merito del critico letterario Pietro Pancrazi – numerosi altri intellettuali. Scrissero di lui e del suo periodico: L’Università P. di Innsbruck, L’Alto Adige, Il Globo, Il Mattino, Anna Bella, La Nazione di Firenze, L’Avanti, Il Giornale d’Italia, e in Borghi e Città d’Italia, edito da Pizzi di Milano. Così come si compiaceva d’aver partecipato alla trasmissione televisiva “Campanile Sera”, durante la quale “parlando di incaciatine di neve e di etimologie etrusche relative al verso fatto dai contadini per chiamare le galline è riuscito a tappar la bocca a Bongiorno, Tortora e Tagliani [conduttori della trasmissione. N.d.R.] per buoni dieci minuti. Impresa epica della quale potrà andare più orgoglioso delle visite domiciliari di Benedetto Croce e Curzio Malaparte”.
Non si capirebbero i motivi di tanta attenzione mediatica, su Farfallino e la sua creatura L’Etruria, senza prenderne in mano una copia. E’ sufficiente un numero qualsiasi di quel che lui chiamava il suo “giornale”.
Tecnicamente era un periodico, non un quotidiano, ciononostante non gli sfuggivano gli eventi principali della città e del territorio, fino alle minuzie: dal prezzo al quintale dei “lattoni, figli di troia” nel mercato di Camucia; o “una perturbazione nel 16 marzo, vento freddo e nevischio fece rincasare gli abitanti e in Ruga Piana nn se vedde un annema chiué en duelle” [in giro, non si vide un’anima]. Ecco uno dei “trucchi” di Farfallino: raccontare il fatto e farci una risata sopra. Anche su eventi paludati ci andava con poco riguardo. Neppure di sé stesso: “Anch’io finirò all’inferno per somarite cronica e non credo più a niente”, scrisse rispondendo alla disputa con don Benedetto Magi – al tempo suo interlocutore, spesso polemico, quale direttore del settimanale locale clericale La Voce – a proposito della installazione in Fortezza d’un ascensore. Per Farfallino troppo costoso (quattro milioni di lire) e utile solo a ciccioni che mai sarebbero saliti nel fortino, mentre per lui sarebbe stato utile ripararne parti pericolanti. Nella prosa chiara, libera, d’un realismo diretto, spesso ridanciano, in momenti e luoghi più disparati, mescolava il linguaggio colto col dialetto. Come ad esempio in: “Freddo e tempo perturbato lunedì 13 aprile. L’ucieglie han ringuatto i piea sotto l’èglie come de genèo. Le piante de biancospino e lillà nn fiurischeno ma manco” [Gli uccelli hanno nascosto i piedi sotto le ali come a gennaio. Neppure fioriscono biancospini e lillà]. A modo suo, anche poetico. E pure pettegolo, lui stesso diffusore di malignità, partecipava ad allegre combriccole citando (o inventando) salaci episodi della Cortona passata, burlando scriveva verità. Come una maschera. Anche questo fu Farfallino: la maschera di Cortona. Rappresentazione d’un umore perennemente critico, ma allegro, da cortonino medio. Però, a quel carattere, aggiungeva una volontà decisa a migliorare le cose che non andavano. Contrario a lagne inoperose, capace, in piena estate, di rinfrescare a colpi d’innaffiatoio le numerose pianticelle appena interrate al Parterre, sostituendosi alla poltroneria dei dipendenti comunali.
Cattolico (“né prete, né bizzoco”), rispettoso dei culti e delle tradizioni, fine politico, moderato, partigiano senza pregiudizi, riuscì a districarsi col “giornale” pure nelle tormente censorie fasciste (come rammentò in un necrologio: “Verso il 1930, quando un gruppetto di facinorosi fascisti dettero l’assalto a questo giornale per fascistizzarlo o sopprimerlo, il dottor Tito Ricci presso il Questore e il Prefetto si interpose validamente perché ciò non avvenisse”); allo stesso modo, nel turbolento secondo dopoguerra, si difese dalla critica di spalleggiare il sindaco comunista Gino Morelli: dimostrando ch’era un buon amministratore e stimato artista plastico e pittore. Non a caso, si trattava di due personaggi “popolari”, propensi al bene d’una malmessa Cortona: senza lavoro, spopolata, scarsa di acqua potabile, ecc., Farfallino – non rinunciando al suo punto di vista – sosteneva ogni azione, da chiunque ideata, tesa a migliorare le condizioni della gente e della Città.

Copertina Cortona magica

Campana e Maso, apparizioni cordiali…ma inquietanti

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Per avviare alle buone abitudini, un tempo, i genitori usavano minacciare i bambini ricorrendo a qualsivoglia babau: “Se non fai il bravo ti consegno a…” soggetti immaginari – ogni famiglia usava i suoi -, ch’avrebbero sottratto il piccolo bizzoso alle braccia amorevoli della mamma. L’orco, il più temuto, ma pure il lupo e la strega cattiva non erano da meno, e persino un terribile carabiniere avrebbe potuto portarti in prigione, come Pinocchio. Quelle minacce pedagogiche, col passar del tempo, divenivano sempre meno efficaci. Finché, grandicelli, non credendo più tanto a quei sinistri fantasmi, i genitori, per raddrizzare i monelli, passavano a vie di fatto: sculacciate, scappellotti,…, ruschiatine di giunchiglia fresca, su gambette scoperte dai calzoncini corti.
Nell’enclave umbra di Piazzano in territorio cortonese, piccolino, avevo così presente il timore d’esser ceduto a qualche babau da impersonarli in certi tipi che mi fossero parsi strani, dai quali mi sarei tenuto a prudente distanza. Se non, addirittura, sarei fuggito alla loro comparsa. Com’accadde al primo incontro col Ceppo.
Oggi, grazie alla Coca Cola e alla televisione, i ragazzini sanno bene che Babbo Natale è un signore anziano grassoccio canuto e barbuto, vestito di rosso, dispensatore di giocattoli. Ma, vivendo in campagna in una casa colonica senza acqua né luce né gabinetto, il Ceppo non era ancora esattamente definito nella mia fantasia, sapendo solo che, la vigilia di Natale, sarebbe arrivato un vecchio a portare leccornie. Non si trattava ancora di balocchi, quelli sarebbero arrivati più avanti. Ghiotto di dolciumi, nei ricordi della mamma, avrei trangugiato, insieme allo zucchero, persino una discreta quantità di ciucci di gomma!
Quel che si chiamava Ceppo – incarnazione del grosso ceppo ardente, a cui il nonno, attizzandolo con paletta e molle, fingeva di fargli cagare frutti e dolciumi – era uno travestito nell’equivalente odierno di Babbo Natale. Il quale, da una bisaccia, avrebbe dispensato frutta (arance, mandarini, noci,…), caramelle e dolcetti vari, tipo i cavallucci. Al contrario, ai bimbi birbanti avrebbe portato carbone! Non quello zuccheroso commestibile, ma veri residui di tizzi bruciati. Il carbone era carbone, allora. Così, scalpicciando tra le gambe di babbo e mamma a ridosso d’un gran focolare acceso – alla luce stentorea del lume a carburo che illuminava giusto le facce vicine, lasciando semibuio il resto della cucina -, attendevo il primo incontro col Ceppo. Quel vecchio, in groppa a un asino, sarebbe passato prima o poi di là, per dare, col suo carico, la conferma s’ero stato buono o cattivo. All’improvviso, dopo alcuni colpi alla porta, entrò dal buio della strada un tizio ricurvo con un sacco sulle spalle, la faccia in ombra, coperto d’un mantello scuro – di quelli indossati dai soldati nella prima guerra mondiale –, quand’egli, accostandosi, disse: “C’è un cittino?!… Pe’ ‘sto cittino ho qualcosa…” non finì la frase, ch’ero già saltato nelle braccia della mamma, strillando da ossesso!… Nella concitazione, non ci furono parole in grado di chetarmi, né funzionarono i gesti del vecchio che, toltosi cappello barba di stoppa e pastrano, si presentò: “So’ Maso! ‘n me riconosci?!…De ch’è paura?! Ho tante robine bone per te!…” Macché. Ero un pazzo incontenibile! Talmente convinto che il vecchio (a me poco noto) volesse portarmi via, che i genitori furono costretti ad allontanarmi dall’anziano Maso del Barabuffi, dolce e affabile, che s’era prestato a fungere da primo e ultimo Ceppo della mia vita. In seguito, alla luce del giorno, rividi più volte il buon Maso, che s’intratteneva ricordando, sorridente, la fatidica sera del Ceppo… tuttavia, pur chiarito il motivo del suo terrorizzante travestimento, rimasi sempre guardingo alla vista dell’incolpevole vecchio.
L’incontro con Campana, invece, fu alla luce del giorno. In pieno solleone.
Nel bel mezzo dell’estate, girovagavo accostato alla sottana della mamma, intenta a sbrigare faccende, incamminata su viottoli di campagna. Nei cui pressi, operai stavano scavando formoni. Mia madre, bella donna gioviale, non mancava di fermarsi per brevi scambi di convenevoli. Considerando che gli operai al lavoro erano sparsi qua e là, dentro lunghi e profondi scavi, adatti a impianti di alberi da frutta, il rito del saluto si ripeteva ogni volta alla solita maniera fugace: “Buon giorno…! Che bel bambino…! ecc. ecc.”, tranquillo, seguivo mamma mano nella mano. Quando un operaio, sulle cui spalle umide di sudore rifletteva il sole cocente, girandosi mostrò un volto diverso dagli altri: metà faccia era deturpata da un angioma scuro… mentre, dondolando la testa (difetto patologico, da cui gli derivava il soprannome Campana), disse alla mamma: “Buongiorno bella sposa! Me lo dai ‘sto cittino, che lo porto a casa mia che ‘nn’ho figlioli?!…” Ah, com’ebbe detto che m’avrebbe portato con sé, scoppiai in un pianto isterico, di cui son capaci i bambini, gemendo più d’un porcellino al mattatoio! Il pover’uomo, frastornato, si prodigò usando gesti e parole gentili, dispiacendosi di non aver dietro caramelle o dolciumi per rabbonirmi,… La notte mi colpì un febbrone, come quella successiva all’apparizione del Ceppo.
Digiuno di psicologia infantile, tutt’oggi m’interrogo, senza una risposta esauriente, su quelle mie reazioni abnormi e sguaiate; trovando l’unica giustificazione nel timore del distacco dalla mamma; ripensando alle parole del povero Campana: “Me lo dai ‘sto cittino che lo porto con me…?!” Ma il povero Maso? Il buon Ceppo, forse che, nella penombra d’una cucina poco illuminata, può essermi parso, più che un buon vecchio che portava doni, l’orco che mangiava bambini?!… Di solito, sbagliando s’impara, e il fluire del tempo ci rende più ragionevoli. Oggi ricordo con grande nostalgia Campana e Maso, fantasmi benigni dell’infanzia, felice di averli avuti, che abbraccerei volentieri…ma, all’epoca, sarò parso loro “un gran bischero de cittino” Chissà.
fabilli1952@gmail.com

Kark Huber, insegnante svizzero, cavaliere della Repubblica italiana e Cittadino onorario

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wettingenElegante nel vestire, alto, portamento eretto, folta canizie, affabile, parlava un italiano corretto: pronuncia, grammatica e lessico appropriati. Dagli anni Settanta, Karl Huber guidava a Cortona, in estate, nutrite scolaresche del Liceo Linguistico di Wettingen per render loro più tangibile la cultura italiana. Huber, originario di Lucerna (dove viveva il padre, falegname in pensione), insegnante di lettere, di sentimenti cristiani (religiosità di cui la moglie era esegeta e saggista), attivo anche nella vita pubblica a Wettingen, nel cantone di Argovia prossimo a Zurigo. Grazie a tali sue relazioni fu organizzata una settimana aretina a Wettingen, dove intervennero ristoratori cortonesi con prodotti gastronomici toscani, dai quali Huber era stato sedotto. Egli conosceva l’Italia in modo incredibile. Non solo letteraria, bagaglio del suo mestiere (come nel caso di Italo Calvino che conosceva mane dito), ma pure politica, sociale, artistica e storica, specie sui luoghi da lui visitati era informatissimo. Sul cielo toscano diceva: “Scendendo in autostrada verso Firenze cambia la luce… par d’entrare in paradiso!”. Amante dell’ospitalità, s’inebriava davanti a piatti casarecci: crostini neri, prosciutto, tagliatelle, gnocchi al sugo d’anatra, arrosti, salmì,…, dimostrandosi eccellente forchetta. Con pari avidità e stupore s’immergeva in paesaggi peculiari come Bagno Vignoni, sospintosi in omaggio al film Nostalghia di Tarkovskij (1983). (A parte i capogiri di cui il Prof. soffrì nel tortuoso percorso stradale). In seguito, Huber volle ricambiare l’ospitalità invitandomi alcuni giorni a casa sua, per guidarmi in escursioni indimenticabili nella Svizzera a lui prossima.
A Baden, località termale, l’acqua sgorga a 47 gradi da 18 sorgenti sulfuree, frequentata da tempi remoti dai ricchi centro europei. Il fiume Limmat, che scorre a Baden, è rappresentato sullo stemma del Cantone di Argovia sotto una grande stella. Il castello medievale di Habsburg, residenza originaria della dinastia degli Asburgo (dinastia millenaria, un cui ramo regnò pure sul Granducato di Toscana); non lontano, una chiesa barocca accoglie alcune sepolture imperiali asburgiche. Interessante l’influenza italiana sulla edilizia religiosa barocca di molte chiese, dai colori confetto, e dai decori e allestimenti fantasmagorici. Le cascate spettacolari a Neuhausen am Rheinfall, nota come Sciaffusa, sul lago di Costanza. Nei pressi, visitammo il paese del monumento ai Lanzichenecchi. Mercenari in prevalenza tedeschi, ma il mestiere era stato in origine svizzero. Paese all’epoca povero di lavoro, per molti mesi innevato, dove gli uomini validi si dedicavano alla guerra a integrazione del reddito familiare… Tra le ultime tappe del viaggio, passeggiando sull’originale pontile ligneo coperto, fu lo spettacolare lago di Lucerna, dove facemmo visita al vecchio ma ancora sbrinco padre di Karl.
Giornate piene, organizzate con meticolosità svizzera, come gli incontri con personaggi pubblici o i colleghi insegnanti di Huber, e, soprattutto, dedicate a visite turistiche, dettagliate e ragionate. Incontrammo ad esempio un insegnante del Liceo in divisa militare. In Svizzera l’obbligo militare durava fino a età avanzata. Dopo l’intruppamento, congedato, il cittadino veniva richiamato per esercitazioni e aggiornamenti su tattiche militari e uso delle armi, a cadenze regolari (ogni anno?) e per brevi periodi. Caposaldo della neutralità Svizzera, infatti, era l’organizzazione di una difesa militare senza pari. I cittadini e l’intero territorio predisposti alla difesa. Nelle pance delle montagne erano nascoste armi, munizioni, velivoli, carri armati, missili, cannoni,… e le strade principali occultavano pilomat, che uscendo dal suolo avrebbero formato barriere di acciaio e cemento,… In sintesi, Huber profuse così tante nozioni sulla Svizzera per le quali avrei dovuto leggere molti libri e guide turistiche.
Di primo acchito, del Paese dei Cantoni, ero stato preso dal paesaggio armonioso tra edificato e natura fatta di monti, foreste, valli, laghi, fiumi, dove l’intervento umano non disturbava. Consentito con poche regole ma efficaci, e rispettate alla lettera. Una civiltà confinante con l’Italia, che, purtroppo, risulta a distanze siderali nella organizzazione statale e nella sensibilità civile del popolo, che favoriscono benessere materiale diffuso, pur disponendo di un territorio piccolo e prevalentemente montano.
A Huber piacevano gli aforismi. Pillole di saggezza e arguzie estratte dalla letteratura universale, o inventate da lui stesso, oltre a scrivere di arte storia e letteratura. Purtroppo per me, non conoscendo il tedesco, non potei apprezzare il valore dei suoi libri, mentre Karl era esperto lettore di pubblicazioni su Cortona, in prevalenza edite in lingua italiana ma non solo, delle quali era pure un collezionista competente.
Ogni anno, guidando drappelli di liceali nei soggiorni estivi di studio, Huber si era integrato come un qualsiasi cittadino cortonese. Seguiva l’insegnamento e, con occhio paterno scevro da moralismi, vigilava sulla sicurezza degli studenti, maschi e femmine, che non vivevano certo appartati ma curiosi e coinvolti, specialmente nella dolce vita notturna. Nel tempo libero, il Prof. coltivava amicizie e conoscenze, interessandosi anche a questioni spicciole del territorio, quanto, e a volte più, dei resistenti stabili. Meritava, insomma, la cittadinanza onoraria, e la ricevette.
Maggior sorpresa e commozione investì Karl Huber ricevendo la nomina a Cavaliere della Repubblica italiana, per interessamento di Giuseppe Favilli, presidente dell’Azienda turistica. D’allora in poi, fiero, viaggiava con la piccola coccarda di cavaliere sul bavero della giacca. Mai riconoscimento fu tanto meritato da uno straniero quanto Karl Huber. Paladino nel trasmettere ai suoi ragazzi conoscenza e ammirazione per la cultura italiana, intesa nel senso più esteso possibile. Esempio ammirevole di connubio intellettuale e affettivo tra popoli, travalicante le frontiere.
fabilli1952@gmail.com

Guardiamo in faccia la povertà che ci circonda

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“Ora ci siamo!… Siamo arrivati a toccare il fondo!” è stata l’espressione preoccupata di Silvano – nel salutarmi una di queste mattine -, titolare di un’impresa di impianti elettrici, amico da una vita. “Noi ceto medio, fino ad oggi, non ce la siamo cavata male con questa crisi… però ora rischiamo di essere travolti anche noi!…” Cercavo di capire il senso di quel saluto, mentre gli leggevo in volto non tanto la preoccupazione per il “ceto medio” ma la partecipazione al dramma della povertà, con cui sempre più spesso è a contatto nel suo lavoro. “Ieri sera è venuto da me l’ultimo di una serie di persone in difficoltà”, ha proseguito. “Tempo fa gli avevo fatto riparazioni per  duemila euro. Non avendoli subito disponibili, glieli avevo diluiti a rate mensili di 150 euro, che, fino a ieri, puntualmente aveva onorato”. “Quasi piangendo, vergognandosi (la maggior parte delle persone di una certa età, pur di modeste condizioni, negli affari sono oneste), mi ha confessato di non essere  più in grado di pagare a cadenza certa i 150 euro pattuiti. Dopo la separazione dalla moglie, il figlio è tornato a gravare sulle sue modeste entrate…”.  Silvano ha dimostrato come da tempo riflettesse sui drammi di tante persone in difficoltà: “Mia madre, ultranovantenne, negli ultimi anni di vita spendeva ogni mese 250 euro, dei suoi 500 scarsi di pensione, per medicine, pannoloni e bendaggi. Cosa avrebbe fatto se non avesse avuto me a coprirle le spalle? E cosa faranno, in situazioni simili, le tante famiglie povere?” Tralascio gli indignati commenti politici di Silvano.

Stesso tono seccato, contro l’inerzia pubblica verso le povertà che ci circondano, avevo trovato in quei giorni andando per saluti augurali pre-pasquali in certi uffici pubblici, per bocca di Lia: “Ci hanno aumentato ottanta euro lordi al mese di stipendio. Mi sono vergognata!… al pensiero che si fa nulla per aiutare a trovare lavoro ai nostri figli. Non avrebbero potuto destinare quei soldi a chi ne ha più bisogno?!” Lia, che avrà uno stipendio medio giusto per partecipare alle spese familiari, disposta a rinunciare al più che meritato aumento di stipendio, era l’ennesima dimostrazione del dramma in atto, anche in quella che un tempo è stata la Toscana felix della piena occupazione. Visto l’incerto destino lavorativo di intere generazioni.

Come quello di due laureandi in ingegneria. Non vedendoli più la mattina in palestra, ho chiesto cosa fosse capitato a quei cultori motivati del proprio fisico. Qualcuno ha detto: “Vengono a fine settimana, la sera. Laureati, hanno trovato un lavoro… guadagnano così poco che basta loro a mala pena per pagarsi le spese quotidiane… i laureati ci dicono: spendiamo quel che ci rimane in palestra il venerdì e il sabato… senza più un soldo per gli svaghi festivi!”.

Il giorno di Pasqua, conversando su episodi simili, il cognato, infermiere a Firenze, ha raccontato che, più di una volta, una collega, separata con tre figli a carico, gli ha chiesto il prestito di 50 euro: “Ho dimenticato a casa i soldi, me li presti per la spesa, che poi te li rendo?”  Prestiti  sempre onorati.  Ma il cognato, capendo il disagio economico, ogni volta, è più imbarazzato della collega.

E’ del tutto lampante: imbattersi nel dramma della povertà non è necessario grande ingegno, o studi approfonditi, perché tanto vi siamo immersi.

In Italia, si è detto, sul modo civile di affrontare l’argomento saremmo 70 anni indietro. A paragone di nazioni nord europee, in Italia, dal dopoguerra, si sono usate, per combattere disoccupazione e indigenza, misure episodiche più simili a prestazioni “caritatevoli” che a un sistema di protezione sociale efficace verso i più deboli: nel dare dignità alle persone, o, meglio, l’opportunità di risalire la china fino a tornare a situazioni lavorative idonee, e vivere sotto un tetto, senza l’ansia del domani.

Povertà di cui soffrono in Italia, secondo l’ISTAT (dati del 2016, già superati in peggio), 5 milioni di individui, equivalenti a 1 milione e 619mila famiglie considerate in condizione di “povertà assoluta”. L’8% degli italiani. Dati stabili, da almeno cinque anni. A cui vanno aggiunti 8 milioni e mezzo di individui considerati in “povertà relativa”, che colpisce di più le famiglie con 4 (17,1%) o 5 (30,9%) componenti, le famiglie giovani, ed è elevata tra gli operai e assimilati (18,7%) e nelle famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione (31%). I dati dimostrano chiaramente lo stretto legame tra disoccupazione, occupazioni precarie e malpagate, e la povertà.

Di questo baratro sociale chi ne sarebbe responsabile? Baratro di cui l’artigiano Silvano, giustamente, si preoccupa, temendo il vortice che porterebbe altre fasce di ceto medio alla deriva economica. E quali sarebbero le soluzioni indicate dai politici?

Pur alieno da facili entusiasmi, se le attuali forze politiche emergenti volessero essere all’altezza delle aspettative, il messaggio degli elettori è stato chiaro e forte a favore di chi ha prospettato, quali priorità, la lotta alla povertà e gli incentivi al lavoro. Innanzi tutto, non vorremmo più sentire le calie che dicono mancherebbero le risorse per tali politiche, essendo stati trovati in un baleno ben 60 miliardi pubblici a sostegno delle banche. Ch’è tutto dire. Ancora, non vorremmo  più sentir dire a un anziano in difficoltà economiche  di cedere la sua casa alla banca in cambio di soldi per sopravvivere. Come non vorremmo più sentir dire ai giovani: fatevi il passaporto e andate all’estero!.. e via dicendo.

Nel frattempo, pur senza goder più di tanto, alcuni intellettuali stanno cominciando a spargersi il capo con piccole dosi di cenere, ma significative. Dopo esser stati penne brillanti in difesa di questa Europa. Dai provvedimenti, a partire dall’euro, improntati allo sviluppo del capitalismo più ingordo e disumano, camuffato  furbescamente da “mercato globale”. Come fosse un nuovo dio in terra: “Lo vuole il mercato!”.

Ho detto, non a caso, piccole tracce di cenere in capo, da parte di certe penne. Come quella del giurista Sabino Cassese. Indoratore d’alto livello di tutte le pillole somministrate dai governanti in decenni di certo “europeismo”. Recensendo, sulla “Domenica” del Sole 24 Ore, il libro di Mario Patrono “Europa. Il tempo delle scelte”, si ripercorrono le tappe della storia della UE, partendo da Maastricht del 1992, ragionando sull’euro come parto prematuro, sulla crisi economica del 2008, che ha dato una mazzata micidiale ai ceti popolari, riconoscendo la facile evidenza di alcune cause del fallimento in corso nella UE, pur limitandosi alla sola  analisi politica economica. Cause che avrebbe prodotto “una dissimmetria pericolosa”, a dir di Cassese, avendo tenute separate le politiche economiche in tre tronconi: monetaria, fiscale e di bilancio. Sciocchezzuole! Strade sbagliate, su cui però ancora si persevera. E così anche per quella che i professori, oggi, riconoscono “dissimmetria pericolosa”, gli europei, sulla loro pelle, pagano scotti pesanti in termini di welfare e prospettive incerte sul lavoro, sulla previdenza, sulla salute, sulla istruzione, ecc.

Ecco, ancora, come i professori, dopo aver scritto pagine velenose sui populismi – che stanno sostituendo nella fiducia della gente i partiti tradizionali –, riprendano il discorso con un altro filino di cenere in capo riconoscendo (un po’ tardino) che il “ ripudio delle culture politiche tradizionali (…) lo si deve anche al fatto che la sinistra nel suo complesso è rimasta una sorta di convitato di pietra, non avendo elaborato un nuovo progetto di società né una visione lungimirante del futuro, di fronte alle sfide cruciali in atto su più versanti e non sapendo più esercitare una robusta attrattiva fra i giovani”, così conclude il commento dello storico Valerio Castronovo al libro “Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie”, di Ilvo Diamanti e Marc Lazar. Il discorso si farebbe lungo, venendo spontaneo invitare molti studiosi a indugiare meno su termini quali democrazia, popolocrazia, et similia, usati per gettare discredito su questa o quella preferenza, mentre invece dovrebbero usare  più attenzione alla sostanza della “democrazia” (come e di quali interessi essa si cura?) piuttosto che alle forme, che saranno di per sé sempre nuove e discutibili. Basti ricordare, a proposito di democrazia formale, come quella italiana, in tutte le legislature recenti, sia stata ubriacata da una sventagliata di leggi elettorali, la maggior parte anticostituzionali, come il Rosatellum, il Porcellum, il Mattarellum, senza dimenticare la bocciatura con referendum dell’Italicum. Allo scopo, ben si sa, del tutto cambi fuorché nulla cambi.

fabilli1952@gmail.com

 

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