Basilicata, storia cultura e natura concentrate in un piccolo territorio

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noepoliLa Basilicata è conosciuta anche come Lucania. I due termini indicano periodi storici diversi. La Lucania tellus del poeta Orazio, popolazione lucana che i romani sottomisero nel secolo I a. C.; Basilicata è riferita al periodo del governo bizantino (iniziato nel V secolo d.C.) e ai legami con l’impero d’Oriente. Le due civiltà, romana e bizantina, hanno lasciato tracce importanti del loro passaggio, ma altre culture e storie vi si sono affacciate: reperti Neolitici, Greci (Magna Grecia), Longobardi, Saraceni, flussi migratori dall’Oriente bizantino (Armeni, Siri) spinti da invasori saraceni dettero luogo a insediamenti scavati nella roccia, i quali avviarono l’abitudine del vivere in grotta, soprattutto nelle gravine, valloni prodotti nel terreno calcareo delle Murge. Nella dominazione Normanna (X secolo) Melfi diventa capitale del regno del Sud, e il re Svevo Federico II incentivò la costruzione di castelli come linea difensiva (Melfi, Palazzo s. Gervasio, Lagopésole). In campo religioso sorgono molte chiese, esempi di architetture romaniche, più sobrie, e, tante altre, dai modelli più complessi. Finiti gli Svevi e gli Angioini, la Basilicata è quasi tutta infeudata, e i nuovi signori poco contribuiscono al miglioramento fondiario. Da quel tempo si snoda così una storia fatta di frammenti, diversi da paese a paese, che ci riportano quasi sempre a individuare, nella povertà dei modelli urbani, il palazzo feudale per la mole più che per qualità architettoniche. La popolazione si concentra intorno ai palazzi feudali su alture, da cui ogni giorno partivano verso i campi contadini e braccianti in lunghe trasferte quotidiane. Con l’Unità d’Italia non cambia il carattere prevalente regionale agro-pastorale. La svolta avviene negli anni ’50 con la Riforma Agraria nella costa jonica. L’eliminazione della malaria e moderni sistemi di coltivazione fanno si che nel Metapontino, dove nacque la civiltà in Basilicata portata dai Greci, si è creata una notevole crescita demografica e condizioni migliori di vita rispetto all’atavica arretratezza della regione. A grandi passi, la Basilicata è oggi tra le mete turistiche più attrattive. Traino importante sono i suoi due sbocchi al mare: sul Tirreno, Maratea offre un mare trasparente, adatto ai bagni e alle escursioni snorkeling e subacquee; sullo Jonio, lunghi arenili ben organizzati per la balneazione hanno alle spalle territori ricchi  di memorie storiche, colture intensive di ortofrutta di prima qualità, centri di ricerca di alto livello tecnologico (Enea). Il confine con la Calabria è marcato dalla maggiore area protetta d’Italia, il Parco nazionale del Pollino, natura incontaminata e paesaggi selvaggi, per oltre 190.000 ettari. Altezze cha arrivano a 2.200 metri s.l.m., rocce dolomitiche, bastioni calcarei, dirupi, gole profonde di grotte carsiche, di timpe di origini vulcaniche, di inghiottitoi, di pianori, di prati, pascoli di alta quota, accumuli morenici di circhi glaciali e di massi erratici. Nel Parco sono presenti numerosi reperti fossili, spiccano le Rudiste, molluschi marini di oltre 60 milioni di anni fa, ed è stato trovato lo scheletro di elefante. Molti fiumi (Sinni, Lao, Coscile Esaro, Sarmento, Abatemarco) solcano canaloni dove si possono fare anche attività sportive, come il rafting; numerose le erbe officinali, piante (faggi e abeti), e fauna (lupo, capriolo, lontra, volpe, riccio, lepre faina, donnola, ghiro, e il rarissimo driomio calabrese), disegnano un quadro naturalistico straordinario, gran parte accessibile al pubblico. Pur non volendo creare una gerarchia tra città e siti da visitare, di interesse risultano centri quali Matera e i Sassi, Tricarico, Venosa, Melfi, e i reperti archeologici (romani) di Grumento e Metaponto (Magna Grecia). Non senza interesse sono gli altri centri “minori” per dimensioni, ma dove è possibile godere il l’ospitalità delle persone, il sapore dei cibi tradizionali, e la vista di panorami spettacolari, come quello a Noepoli, originaria del nostro concittadino Pietro Rinaldi. Figlio di un appassionato coltivatore che ci ospitò nella sua cantina, dove stazionavano botti di vino, ma anche persone a conversare cordialmente tra un bicchiere e l’altro. Un ramo Rinaldi, rimasto a Noepoli, sfornava pane e focacce memorabili. E dalla piazza del paese e dalle finestre si ammirano i primi contrafforti del Parco del Pollino e l’impressionante fiumara diretta al Sinni. Prossima al Parco Letterario (Valsinni), dedicato a Isabella Morra, vissuta in un castello prigioniera dei fratelli, dando sfogo a traversie umane e sentimentali, scrisse delicate poesie: Le rime, Crudel fortuna, Isabella Morra: Canzoniere. La digressione su Noepoli è un grazie a Pietro Rinaldi per averci fatto vivere la Basilicata dall’interno della sua famiglia, vale pure a dimostrare che il viaggiatore troverà ogni dove piacevoli spunti di soggiorno. Le dimensioni fisiche e umane hanno ispirato i protagonisti del film Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo, in cui una scalcinata e simpatica compagnia percorre a piedi l’intera Regione. In cui ho avuto altri amici: di Pisticci (Michele Di Trani), Miglionico (Francesco Frescura), Lagonegro (Nicola Sisinni), ognuno dei quali, come ogni lucano avrebbe fatto, proponevano visite alla chiesa madre della loro cittadina e al castello, o palazzo  del notabile del posto, oltre a una passeggiata nel corso e nella piazza principale. Questa ricchezza è non solo Lucana, ma dell’Italia intera. Infine, vengono i suggerimenti gastronomici. In Basilicata la scelta di materie prime ortofrutticole verrebbe da dire è ricca come in California, se non fosse riduttivo. Si cucina piccante, carni e salse, e vasta è la scelta di pesce, ricotte e formaggi. Sta prendendo campo un buon bianco IGT, ma la scelta che mette tutti quanti d’accordo è l’Aglianico del Vulture, in diverse stagionature e terroir. La zona del Vulture, per paradosso, è ricca di acque minerali, e graziosi laghi (Monticchio). Volendo aggiungere una nota meno turistica, sono le estrazioni degli idrocarburi (Val d’Agri), con l’auspicio che almeno parte della ricchezza serva a migliorare la vita della gente, possibilmente non rovinando irreversibilmente un territorio affascinante, come quello dei calanchi brulli e scoscesi che ricordano set da film western.

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Sassi_di_Matera al tramonto Matera al tramonto noepoliNoepoli, città di Pietro RinaldiMontePollino- Pino LoricatoParco del Pollino, pino loricato Metaponto-mare bandiera bluSpiaggia nel Metaponto

Michele Di Trani, medico impegnato sulla prevenzione della salute nei luoghi di lavoro, morto tragicamente

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Di Tani Michele 2Michele Di Trani, medico del lavoro, fu un professionista di quelli che, al passaggio, lasciano segni concreti e positivi, negli anni Ottanta, ricoprendo l’incarico di Responsabile del Servizio di Prevenzione, Igiene e Sicurezza nei Luoghi di Lavoro (SPISLL) della USL 24 Valdichiana, con sede a Camucia. Servizio nuovo, esito della Riforma Sanitaria gestita dalle Regioni, nell’intento di rafforzare la prevenzione delle malattie contratte nei luoghi di lavoro. Prima era un servizio inesistente, e le competenze in materia frazionate tra più enti (con ridotta efficacia preventiva): Ispettorato del Lavoro, Inail, ecc., non coordinati tra loro, e prevalendo l’ottica ispettiva. Cioè, (se andava bene) s’interveniva su carenze strutturali dei luoghi di lavoro e mancate protezioni del lavoratore, curando dettagli e incidenti, senza valutare l’insieme delle condizioni ambientali favorenti l’insorgere di malattie professionali. Nei nuovi Servizi, centrale era il medico con competenze specifiche, obbligato a confrontarsi con tutte le componenti del mondo del lavoro: imprenditori, dirigenti, lavoratori. Di Trani era aggiornato sui metodi per cogliere le criticità, nel territorio e nelle aziende, in presenza di rischi infortunistici nei processi produttivi. E fu capace di valorizzare varie competenze professionali affiancategli dalle direttive regionali: sanitari (medici e infermieri), ingegneri, tecnici ambientali e impiantisti. Di Trani, alieno da formalismi burocratici,  organizzò il Servizio rendendo coerenti tra loro fasi ispettive, formazione dei lavoratori, e screening a tappeto anche extraluoghi di lavoro: audiometrici e spirometrici. In collegamento continuo con le nuove generazioni di medici e tecnici, provinciali, regionali – con l’apporto culturale del prof. Giuseppe Battista dell’Università di Siena –, persone entusiaste nello svolgere la  “missione” della Medicina del Lavoro, con metodi mai applicati prima.

Michele Di Trani, laureato a Bologna e specializzato in Medicina del Lavoro a Siena dal prof. Giuseppe Battista (Franco per gli amici), era Lucano di Pisticci (Matera).  Michele approfondì l’interesse sui problemi del lavoro: dall’igiene ambientale alla salute dei lavoratori, e fu assunto  da varie USL come specialista di quei temi. Fino a diventare Responsabile della Medicina del Lavoro della USL Valdichiana Est. Dove prese residenza, e, impegnato politicamente, fu anche Assessore stimato nella giunta di sinistra al Comune di Foiano. Attività amministrativa a cui si dedicò con passione, ricevendo ampi consensi. Pur giovane, si rivelò trascinatore, maturo, operoso, onesto, in ogni impegno pubblico affrontato.

Di altezza media, occhi chiari, aspetto gradevole, dialogava affabilmente guardando in faccia l’interlocutore, stabilendo facili empatie.

Per un breve periodo, aggregato al suo Servizio, fui testimone del suo percorso professionale, a fine anni Ottanta. Il collaboratore più esperto di Michele era l’ing. Bruno Frattini, altra colonna del Servizio, con cui fece crescere professionalmente tutti gli altri collaboratori. Quale esempio della forza propulsiva dei due, ricordo il compito assegnatomi: redigere l’archivio informatico delle ditte dei cinque Comuni della Valdichiana Est. Senza pratica di PC, né di software, Frattini fu per me un maestro efficace: quell’archivio, anche in tempi recenti, dicono che sia ancora usato!

Nel clima amichevole, creato da Michele e Bruno, fervevano attività a tutto campo. Collaborazioni tra USL, Comuni, Circoscrizioni, aziende produttive, lavoratori, favorirono anche screening a tappeto sulle capacità uditive e respiratorie della popolazione. E, sulla falsariga delle visite periodiche svolte dai medici, anche i tecnici ispettivi – dai più anziani Nasi e Galeazzi ai più giovani Gudini e Magini – adottarono precisi scadenziari nelle visite aziendali, segnalando criticità che strada facendo incontravano, mobilitando tutte le competenze del Servizio per risolverle. I problemi più rilevanti furono oggetto persino di Convegni Nazionali, quali: “Sicurezza e Igiene del Lavoro del Settore dell’edilizia abitativa” (1984),  e “Presidi sanitari”(1987), sull’uso dei fitofarmaci in agricoltura. Iniziative a cui parteciparono esperti nazionali grazie alla credibilità dei promotori, Di Trani e Frattini, e al supporto organizzativo  della USL, con in testa il rag. Francesco Nunziato Moré.

In breve, la Medicina del Lavoro del dott. Di Trani riscuoté apprezzamenti generali: dai territori (Comuni e Circoscrizioni), dalle Aziende, dai lavoratori, e il gradimento degli Amministratori USL 24, diretta prima da Dino Rulli e poi da Remo Rossi. Furono anni di svolta nell’affrontare con spirito nuovo, quello della Riforma Sanitaria, una materia centrale nella vita sociale: la salute nei luoghi di lavoro. La cui centralità non è mai superata, anzi, torna tristemente di attualità ogni volta che in cronaca sappiamo di incidenti gravi, mortali, sul lavoro.

Senza sminuire le capacità dei successori, una volta che per ragioni personali si  allontanarono Di Trani e Frattini da quel  Servizio, di esso ne calò la “visibilità”.

Del dott. Michele Di Trani, trasferitosi in altra sede di Medicina del Lavoro, e non risiedendo più a Foiano, si ebbero sporadiche notizie. Finchè, trent’anni fa, leggemmo la sua tragica fine: annegato in mare a  Campiglia Marittima. Era uscito in pattino col figlioletto, mentre il mare si fece grosso e i due caddero in acqua. Il piccolo fu salvato, mentre per Michele non ci fu nulla da fare.

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In Venezuela, ospiti della famiglia Migliacci

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venezuela 2013 410Grazie all’amicizia tra Fernando Ciufini e l’ospitale famiglia di Giorgio Migliacci, visitai il Venezuela più volte, godendone appieno, bontà la guida speciale del figlio di Giorgio, Paolo, conoscitore del territorio e autista provetto di gipponi potenti. Privilegio notevole, in vasti territori per lo più carenti di servizi turistici, entro uno dei patrimoni naturalistici più ricchi al mondo. Da cui partì (da Cumanà) Alexander Von Humboldt alla scoperta del sud America; straordinario naturalista, fondatore di branche di studio naturalistiche, ispiratore di Charles Darwin. Humboldt per primo, immerso in quelle meraviglie, teorizzò quanto oggi è idea condivisa: la  connessione tra tutti gli organismi viventi e il mondo fisico. Dal Venezuela all’Ecuador, trovi tracce del suo straordinario passaggio di duecento anni fa, narrato nel famoso libro Cosmos. Scienziato venerato in quelle regioni quasi come santo.

Di oltre 900.000 Kmq, tre volte l’Italia, da Nord a Sud a ridosso dell’ Equatore, dalla Costa Caraibica all’Amazzonia, il Venezuela concentra su sé il maggior numero di biotipi naturali del sud America. A Nord, lungo la costa si trovano isole tropicali, tra cui Margarita e l’arcipelago Los Roques. A nord-ovest, le Ande e la città coloniale di Merida, accesso al Parco Nazionale della Sierra Nevada. La regione sudorientale del Gran Sabana è caratterizzata da grandi tratti di savana, intramezzati da imponenti altipiani chiamati “tepuis”, e dal Parco nazionale di Canaima con le cascate Salto Angel, più alte al mondo. A sud-est delle Ande, Los Llanos pianure inondate stagionalmente, la cui fauna selvatica comprende caimani, capybara, anaconda, anguille elettriche, e varie specie di uccelli. A sud, estese foreste amazzoniche. A est, il delta dell’Orinoco, in gran parte disabitato, in cui sfociano miriadi di fiumi che attraversano fitte foreste fluviali. Con Paolo, visitammo molti siti vincendo disagi, evitando rischi e malanni: punture d’insetti, febbre gialla, malaria.

La prima tappa del soggiorno era sulle golene sull’Orinoco, nei dintorni della villa Migliacci, campionario naturalistico dell’intensa vita golenale, variabile al variare dei livelli del fiume. Vegetazione e fauna tipiche d’aree umide tropicali, pesci e anfibi guazzavano intrappolati in pozze golenali, nascondigli di anaconda, e area di sorvolo di varie specie di uccelli. Nella proprietà Migliacci, la natura rispettata era affiancata da allevamenti bovini ed equini. Curato da Paolo l’allevamento pregiato di Quarter Horse, incroci tra Mustang e razze Inglesi. Più veloci al mondo nel quarto di miglio, e adatti al lavoro col bestiame. Paolo aveva costruito anche un’arena per corride incruente. Dove cow-boy, in groppa a Quarter Horse, si sfidavano a bloccare un toro. Nel clima festoso, con birra fresca e musica caraibica, si adunavano frotte di giovani attratti da calienti bellezze di cui il paese è generoso, in cui l’età media è 27 anni.

Protetti a distanza da Giorgio, sostammo nella caraibica Isla Margarita, paradiso di spiagge ospitali e ottima cucina di pescato. I turisti stranieri sono diradati per il clima insicuro (in sud America malavita e rapimenti spaventano i facoltosi), e per le incertezze nei rifornimenti di beni di prima necessità, dovute all’embargo USA, vigente. A Los Roques, pensionati gioiosi, ciascun gruppo distinto dai colori delle magliette, godevano vacanze di Stato. Dalle fresche alture del Caripe, produttrici di caffè e fragole, luoghi ambiti di soggiorni e vacanze per fuggire alla calura, giungemmo a Puerto la Cruz. Laguna attrezzata per panfili, ospiti in hotel di lusso incrociammo una nutrita delegazione di vescovi a convegno. Prima di essere ospiti dei Tomassini a bere a garganella ottimi whisky (pare che il Venezuela fosse tra i maggiori consumatori di whisky di marca, noi ne avemmo la prova, superando indenni il bagordo). Tomassini, imprenditore di origini italiane, bell’uomo dalla pelle scurissima: evidente mistura di sangue creata dal nonno sposando una nativa. Al successo imprenditoriale di Tomassini non era estraneo il sostegno di Giorgio Migliacci. Sapemmo anche altre storie di successi imprenditoriali italiani, in vari modi, supportati dall’anziano costruttore d’origini cortonesi.

Nel Caripe visitammo la Cueva del Guacharo – inserita nell’omonimo Parco primo Monumento Naturale Venezuelano (1949) – scoperta da Humboldt (1799). Il cui nome deriva dal Guacharo, specie Steatornis, grosso volatile dalle abitudini notturne, che si ciba di frutta e bacche di caffè. Estese savane ospitano laghi, fiumi pescosi, cascate, piantagioni di platano infestate da giaguari, re della savana. (Vedemmo le foto di resti a brandelli d’un incauto cacciatore). Per quanto gli spazi selvaggi siano ridotti da molteplici attività umane: coltivazioni agricole (mais), allevamenti bovini,  ed estrazioni  minerarie di oro, rame, coltan, ferro, bauxite, torio, diamanti, ferro e petrolio, come nella regione  di Anzoategui. Un Eldorado mineralogico che fa gola a tanti, e ciò spiega la determinazione nell’embargo USA,  che toccammo con mano visitando una diga gigantesca sull’Orinoco: su dodici mega turbine erano rimaste in funzione meno della metà, gli USA non fornivano più pezzi di ricambio… Ma, nonostante vicende politiche contrastanti, in quel meraviglioso angolo di mondo  resta la potenza e bellezza della natura, come espressa in modo elevato dall’Orinoco. Pescoso, navigabile in lunghi tratti, usato per gare sportive, quarto fiume al mondo per portata d’acqua, area umida ricca di flora, fauna, uccelli di ogni specie, metafora d’una terra affascinante che spinse la guida Looney Planet a definire il Venezuela: “diamante nascosto”. Sotto un caldo tropicale, simile al carattere delle donne (più d’una eletta miss Mondo) e uomini, in gran parte esiti felici di incroci meticci, dove hanno trovato rifugio e fortuna tanti emigrati europei. Tolto l’embargo, il Venezuela sarà meta vacanziera tra le più intriganti e avventurose. C’è molto da lavorare sulla recettività, ma gli obiettivi turistici potenziali sono inesauribili.

fabilli1952@gmail.com

 

Giorgio Migliacci Giorgio Migliacci venezuela 2013 094 Didie Leroi, WeWevenezuela 2013 484Il signor Tomassini e l sua compagnavenezuela 2013 024 Esposizione di prodotti vari in vendita lungo la stradavenezuela 2013 253 casa plafittavenezuela 2013 033 esempio di cavallo Quarter Horse allevati da Paolo Migliaccivenezuela 2013 070 un angolo delle enormi golene intorno al fiume Orinoco      

Giorgio Migliacci, nostalgie italiane dell’imprenditore di successo in Venezuela

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Giorgio MigliacciTramite Fernando Ciufini conobbi l’imprenditore Giorgio Migliacci, a Ciudad Bolivar. Grazie a incroci nostalgici: di Nando per il Venezuela, dove aveva lavorato presso le compagnie di Giorgio, di origini Cortonesi, (cugino di Franco,  famoso autore di canzoni); mentre Giorgio fondeva in quel vecchio legame: affetto ricambiato per Nando, e ricordi nostalgici dei luoghi natii e conoscenze giovanili.

A Caracas ci attendeva il figlio Paolo, sopra un grosso gippone di cui era amante e provetto guidatore – il carburante, costando pochi centesimi al litro, favoriva smerci di cilindrate pazzesche. Nelle centinaia di kilometri in auto, diretti a Ciudad Bolivar, osservavo la familiarità di Paolo con abitudini e ambienti incontrati strada facendo; e, alle soste stradali, in acquisti di cibarie esotiche e gustose. Attenti alla nostra salute, Paolo e il co-autista, armati di revolver vigilavano nelle soste fisiologiche. Per colmo: in autogrill vendevano proiettili, però era vietato entrare armati! Divieto trascurato dai nostri “custodi”. Era chiaro: a certe precauzioni Paolo era avvezzo. Il sud America è splendido, ma, in certe zone, i ricchi, ma non solo, devono tutelarsi da rapine e rapimenti. Traversando Caracas, fiumana di grattacieli e bidonville coprenti pianori e pendici di gole montane, avemmo immagini speculari a tante metropoli sud americane. Pure le dinamiche urbane erano metafore del continente: vitalissime, colori briosi, caos in equilibrio precario, come le bidonville inerpicate sui bordi montani che, dopo acquazzoni, franavano a valle. Al triste fenomeno si stava dando rimedio costruendo stabili case popolari in pianura. Fiori all’occhiello rivendicati dal regime chavista. Lungo le strade, affiancavano l’azione della polizia pattuglie armate della “Guardia Nacional Bolivariana” per la sicurezza interna e dei confini, elevando il Venezuela tra i paesi a maggior densità armata sul territorio. Al potere, Hugo Chávez (della cui scomparsa, nel 2013, si accusarono gli USA per ipotetico attentato “biologico”, cioè: avvelenamento) aveva accresciuto molto la sicurezza sociale, nella cura degli anziani, le pensioni, la scolarità diffusa, e la medicina estesa fino a sperduti villaggi, assoldando pure medici cubani. Però, il legame con Cuba, l’adozione della costituzione Bolivariana socialisteggiante, e la statalizzazione di produzioni strategiche (petrolio, elettricità, miniere), aveva infuocato i rapporti con gli USA (il loro business innanzi tutto), tanto da subire, il Venezuela, un duro embargo con effetti vistosi su forniture alimentari e disfunzioni in erogazioni di servizi essenziali; mancavano, ad esempio, ricambi per auto e turbine elettriche, e benzine: privati dei reagenti non potevano raffinarle, pur possedendo riserve petrolifere straordinarie. Nonostante ciò, la famiglia Migliacci, disponendo di ampie reti di relazioni e capacità economiche notevoli, se la cavava bene.

Giorgio ci accolse con calore, in perfetto stile toscano. Nella villa, con vasto parco circondata da recinzioni imponenti simile a ricca dimora da soap opera, il padrone di casa aveva instaurato relazioni familiari e gusti alimentari mutuati dalla patria originaria, ben adattati a cibi e tradizioni locali. La moglie Nancy cucinava sapori toscani (sughi, arrosti, pasta al forno) che meglio non si sarebbe potuto. I figli Paolo e Sheila (costei impegnata in azienda col babbo, Paolo curava un allevamento di cavalli Quarter Horse), ogni giorno, chiedevano la benedizione paterna, come un tempo usava nelle famiglie patriarcali italiane. Nonostante l’età avanzata e qualche acciacco, Giorgio seguiva ancora le gestioni complesse delle sue Compagnie, in ufficio e nell’officina meccanica. I suoi occhi chiari brillavano gioiosi nei dopo pasto, allorché gli piaceva intrattenersi, sotto il porticato, riaprendo capitoli del suo passato ancora in ricordi vivissimi. Mettendomi, a volte,  pure in difficoltà: avevamo vissuto gli stessi luoghi ma con la differenza, tra me e lui più anziano, d’una ventina di anni. Interrogandomi sul destino di questo o quello, di certi avevo ricordi vaghi. Come sul conte Alessandro Ferretti, egli ricordava la volta in cui gli consentì, con poco entusiasmo vista la mole del Conte, di provare una fiammante moto Morini sulle “ritte” tra Camucia e Cortona. Pareva vedere Giorgio, mingherlino, geloso della sua moto, assistere costernato alla cavalcata dell’amico colosso, a cui non poté negare il favore. In quell’ambiente giovanile dove godeva i privilegi della famiglia agiata, il padre Giuseppe era fattore e proprietario terriero, Giorgio, non riuscendo a smaltire una cocente delusione amorosa, maturò l’idea d’una vacanza in Brasile. Passando per la Colombia a salutare amici, gli fu prospettato l’impiego immediato da topografo, che accettò, avendo praticato il giusto tirocinio. In seguito a quell’esperienza, decise di mettersi in proprio, con successo, nei lavori stradali: vie di penetrazione, fogne, acquedotti, urbanizzazioni, aeroporti, … gestendo fino a 5 Compagnie: dall’acquisto d’un bullone per macchine operatrici gigantesche, alla progettazione ed esecuzione lavori. Così conobbe il mondo politico venezuelano ai più alti livelli governativi, nazionali e locali. Simpatie di destra (spesso ridevamo sui nostri ideali opposti: rossi e neri), improntato a realismo (Gianni Agnelli definì l’approccio politico degli industriali: “non possiamo non essere  filo governativi”), aveva investito milioni di dollari in televisioni e giornali di tendenze chaviste. Scomparso di recente, non potrò rivivere i colloqui con Giorgio, e le sue schermaglie allegre col factotum domestico Didier Leroy, detto We-We. (Francese, esperto di diamanti in una società belga, fallita la ditta, privo di patente e passaporto, si destreggiava nelle commissioni cittadine senza temere controlli polizieschi, tant’era simpatico). I due erano stati capaci di conversare, per l’intero tragitto tra casa e ufficio, su “crostata” e “prostata”. Didier aveva mangiato il dolce, e mentre Giorgio gli chiedeva: “Hai mangiato tu la crostata?”, lo scaltro We-We replicava: “Che? La prostata?!”… quell’insistito motteggio giocoso si tramutò in una pièce degna della commedia dell’arte.

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Chateau-Chinon e la Nièvre territori suggestivi a pochi passi da Parigi

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Castello dell'ingegnere militare VAUBANNon dirò l’amicizia sessantennale tra Cortona Chateau-Chinon e il Dipartimento della Nièvre, che pur meriterebbe, pensando al promotore François Mitterrand, Presidente Francese per 14 anni; invece, vestirò i panni del viaggiatore, ripensando ciò che m’ha intrigato di quel territorio in tante visite. Posto nel cuore della Francia “campagnola” ma non arretrata, basti pensare al circuito motoristico Nevers Magny-Cours, che ha ospitato campionati mondiali di Formula 1, o alle industrie meccaniche, tessili, e chimiche. Area svantaggiata, nel secondo dopoguerra, dal massiccio spopolamento (100mila abitanti), simile alle zone rurali aretine di quei tempi, che s’è rilanciata grazie all’operosità della gente, e – diciamolo –  all’azione di Mitterrand. Che scelse il Dipartimento della Nièvre per scalare la vita politica francese. Lui stesso, definiva con affetto quegli abitanti: una miscela di  verve, tenacia, ponderazione e amabilità.

Crocevia francese tra Nord-Sud Est-Ovest, servito da ottime vie di comunicazione, a sud di Parigi, prossimo al Massiccio  Centrale, dalle Rive della Loira ai contrafforti del Morvan, paesaggio gradevolmente ondulato. Diviso in parti uguali tra: foreste, campagne coltivate, e pascoli. Ricco di laghi: Settons, Chaumecon, Pannecière, e  fiumi: Loira, Yonne, Alène, Nièvre, Beuvron, e altri. Pescosi, e usati nel trasporto di materiali vari, tronchi dalle foreste, carbone, e persone. Gli insediamenti umani,  in centri e case sparse, raccontano storie millenarie di abitati: preistorici, gallo-romani, medioevali, Château dimore storiche, ponti, chiese, abbazie, palazzi, e fortificazioni. Chateau-Chinon rimase per secoli sotto giurisdizione regia, altre città come Nevers ebbero, invece, varie signorie tra cui Ludovico Gonzaga, che v’introdusse la maiolica (1584), con artigiani di Albissola, detta faïence (da Faenza), godendo, tuttora, di rilievo artistico ed economico. Ricercata per lo smalto blu simile a ceramica egizia. La cui storia è presente nel Museo della Faïence. Il Dipartimento organizza una rete museale dalla preistoria ai tempi nostri, fino al Museo del Settennato, a Chateau-Chinon, che raccoglie omaggi da tutto il mondo ricevuti da Mitterrand nei 2 Settennati presidenziali. Però, senza seguire la falsariga di guide stampate, avendo già descritto in breve il territorio, racconterò mie impressioni fungendo da guida pratica. Superate Alpi e Savoia, siamo a Bourg-en-Bresse, patria del pollo dalle zampe blu. Da Remo (scomparso), casentinese ospitale, compagno nei lavori edili di Franco Tonelli, oltre al pollo si offrivano leccornie francesi, e vini, che cambiavano a ogni portata. Se incauti, era possibile caricare sbornie colossali. Da lì in avanti era bene limitarsi ad assaggi, perché, proseguendo per Chateau-Chinon, non mancano tentazioni nelle zone vinicole dei freschi rossi Beaujolais, e dei Borgogna più tosti, e già attendono grandi bianchi, come il Macon da abbinare a piatti di grenouilles (rane), fino al Puilly-Fumé, eccellenza AOC della Nièvre. Stando attento a non deludere la calda ospitalità locale che, da colazione in poi, non offre un caffè bensì un verre du vin.  Passando per Autun, città della copia minore del Colosseo, si raggiungono resti d’epoca gallo-romana. Evocati da Giulia Cesare nel De Bello Gallico: il re Vercingetorige e la battaglia di Bibracte, oppidum fortificato, già antico insediamento neolitico, sui contrafforti del Morvan. Su quelle epoche remote è interessante la visita a scavi e ricostruzioni museali allestite a Nevers e Clamecy. Questa città – dell’ex Presidente del Dipartimento Pierre Bardin -, è centro raccolta per via fluviale (flottage) dei tronchi calati dalle foreste. Legnami abbondanti e, oggi, preziosi per barricare vini di qualità. Storia notevole è evocata dai territori coronati da Castelli, in cui fu ospite anche Leonardo da Vinci; e il gran Monastero cistercense de La Charité-sur-Loire. Con la più grande chiesa del tempo, dopo Cluny, sul cammino di Santiago, complesso distrutto durante la guerra dei Cento Anni e le Guerre di Religione, memoria tragica di scontri religiosi. Ricorrendo anniversari di personaggi originari o in relazione con la Nièvre, frequentai conferenze e mostre su: Santa  Bernadette (sepolta a Nevers), la visionaria di Lourdes; Vauban, ingegnere di fortificazioni più famoso di Francia; Louis Antoine Saint-Just, rivoluzionario francese all’epoca del Terrore; e Romain Rolland, scrittore, premio Nobel (1915). Ai Colloques, sullo scrittore e politico pacifista libertario, incontrai Mitterrand. Presenza testimone della persistente rete amicale del colto Presidente mantenuta nella Nièvre, dov’egli amava riposare dalle fatiche istituzionali. (Seduttore politico, per capacità e idee socialiste, scomparso, gli eredi n’hanno dilapidato il lascito). Rete amicale da cui attinse il Primo Ministro Pierre Bérégovoiy, ex sindaco di Nevers, suicidatosi perché fu scoperto d’aver ottenuto un mutuo agevolato! (non regalato). Suprema dignità dell’ex operaio giunto agli apici politici. In effetti, scoprivo il fascino di Mitterrand su personalità eminenti, culturali e politiche (tra attivisti e dirigenti socialisti c’erano molti ex comunisti, come Bérégovoiy e Bardin). E, ogni volta, spuntavano nuove opere rilevanti ad arricchire il territorio, risultato d’un gioco di squadra, come la costruzione del circuito motoristico di Nevers Magny-Cours. Dove, appollaiato sulla terrazza sopra i pit-stop, assistei a ben due vittorie in coppia (prima e seconda) delle Ferrari! Grazie ai generosi amici di Chateau-Chinon, maestri di ospitalità. Fieri delle loro tradizioni, dei canti e balli (su You Tube è presente un assaggio delizioso dei Galvachers du Morvan), oltre ai prodotti della terra che ne fanno ricca la cucina. All’avvolgente clima amichevole, si aggiungeva la suggestione dei paesaggi, a volte sfocati da umide brume, dove pascolano placidi bovini Charolaise; e, viaggiando, a poco a poco, ci s’imbatte in gioielli architettonici di antiche abbazie, castelli, ponti, dighe, e la collina mistica di Vézelay, borgo medievale cinto da mura, da cui Bernardo di Chiaravalle predicò la seconda crociata (1146). Altura da cui si gode una vista  panoramica sintesi suggestiva del Nivernese.

fabilli1952@gmail.com

Terrina Rivoluzionariaterrina rivoluzionaria Faiance Blu di Neversblu faienceCastello dell'ingegnere militare VAUBANCastello dell’ingegnere militare Vauban nella Nievre

Donatori AVIS Cortonesi, settanta anni di solidarietà nella cura della salute

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avisNasce a Cortona, nel 1948, la sezione comunale AVIS. Merito di alcuni volenterosi donatori, tra cui Adelina Scorcucchi in Parigi, su imput del chirurgo Rino Baldelli. Essendo, all’epoca, il bisogno maggiore di sangue nelle terapie chirurgiche, e non essendo organizzata la donazione di sangue, si viveva improvvisando, chiedendo, lì per lì, sangue ad amici e parenti dei malati. Nei casi urgenti, era prevista l’infusione diretta di sangue da donatore a paziente con la speciale siringa a doppia via. In mancanza di volontari, il chirurgo Baldelli inviava qualcuno nelle trattorie a recuperare donatori “abitudinari” loro malgrado (incentivati dagli indennizzi: ciccia cotta e litri di vino!), senza badare agli intervalli tra una donazione e l’altra, e, in certi casi, anche allo stato di sobrietà del donatore. Il sangue era comunque efficace, salvo risvegli in sala operatoria di malati un po’ alticci… Erano gli esordi pionieristici cortonesi delle donazioni sangue.

Da allora molta strada si è fatta. Nel soddisfare il fabbisogno di sangue (non più a prevalente uso chirurgico, e non più solo sangue intero ma anche frazioni di esso),  allestendo la raccolta tramite strutture specialistiche delle ASL, poggiando su capillari organizzazioni sul territorio di donatori volontari.

Da poche decine di persone agli esordi, oggi, la più vecchia organizzazione di donatori locali, AVIS, conta da 350 a 400 donatori attivi, mentre circa 600 sono i “donatori storici”, comprendendo pure chi ha chiuso il ciclo attivo per motivi di età o salute. Come si sa, donatore può essere chiunque sia in buona salute, dai 18 ai 65 anni. Gli uomini possono donare ogni 90 giorni, mentre le donne possono farlo 2 volte all’anno (non per forza ogni sei mesi, ma che, tra una donazione e l’altra, siano trascorsi almeno 3 mesi). Queste le regole per la raccolta di sangue intero. Mentre per donare plasma (operazione più lenta ma meno invasiva), prelevando solo parti liquide e non corpuscolari, si può fare una volta al mese. In ogni caso, è previsto il congedo retribuito nel giorno della donazione, rimborsato al datore di lavoro dall’INPS. Datori di lavoro che i donatori è giusto avvertano prima, per non creare disservizi alle aziende.

Il Presidente AVIS, Ivo Pieroni, ricorda con orgoglio altre attività svolte sul territorio, oltre al coordinamento quotidiano, con altre associazioni, nel fornire un numero preciso di donatori. Per inciso, in tale adempimento, Ivo rileva la possibilità, vista la disponibilità di donatori, di ampliarne il numero quotidiano di accessi, modificando gli orari, senza escludere aperture domenicali del Centro Sangue. E, a chi scrive, pare assurdo non approfittare di tale disponibilità, visto l’ampio uso di sangue e derivati, tenendo conto pur della deperibilità del prodotto, ma anche della possibilità di trasformarlo in medicamenti meno deperibili. Sarebbe cioè auspicabile da parte delle strutture ASL una maggiore intraprendenza, meno barriere burocratiche, a fronte della generosa disponibilità dei  donatori volontari.

Gestendo oculatamente gli introiti, AVIS Cortona è intervenuta a sostegno del Comune nell’attivare servizi per anziani, e ha donato defibrillatori nei campi sportivi di Monsigliolo, Montecchio, Tavarnelle, Centoia.

Mentre, nella vicenda Covid-19, ha messo a disposizione, presso l’Ospedale di Fratta, un mezzo mobile per prelievo tamponi nel triage allestito nell’ immediatezza della crisi pandemica. Nello stesso periodo, ha provveduto a distribuire mascherine nella frazione di Monsigliolo, e fatto presidi anticovid-19 agli ingressi dei mercati  settimanali.

Attualmente proseguono le attività antipandemiche del sodalizio – dal 15 giugno al 15 dicembre – effettuando per i suoi volontari screening sierologici anticorpali, per controlli sulla positività/negatività al Covid-19. Virus terribile, che ha interrotto Ivo Pieroni nella campagna AVIS a favore delle donazioni sangue rivolta agli studenti medi superiori del nostro territorio. Campagna informativa che si propone di riprendere non appena possibile. Per l’alto valore civico rappresentato dal gesto della donazione. Anonimo. A cui è giusto indirizzare, ognuno in buona salute, fin dalla maggiore età. Di cui beneficerà chiunque ne abbia bisogno, senza distinzioni di colore della pelle, credo, lingua.

Intanto, ciascun interessato, può interpellare lo stesso Presidente AVIS Pieroni al cellulare 338 3850692, o inviando una e-mail a: cortona.cortona@avis.it, avrà notizie sulla iscrizione, o appuntamento per la donazione. Ricordiamo che AVIS è presente in tutto il territorio nazionale dal 1927, annoverando 1.700.000 iscritti, prima associazione in Italia, offrendo circa 2.500.000 donazioni nel 2018.

Organizzazione basata sul volontariato, auspica la partecipazione al sodalizio offrendo sangue o plasma, ma anche l’eventuale disponibilità nella gestione di attività dell’AVIS, diretto da sette anni da Ivo Pieroni, succeduto a Luciano Bernardini. Persone, nel presente e nel passato impegnati nel volontariato, esempi da seguire e sostenere, in quanto arricchiscono il territorio di preziosi servizi umanitari, segni eccelsi di civiltà. Servizi dei quali abbiamo toccato con mano l’utilità anche in questi momenti di mobilitazione generale a tutela della salute. Rami nobili della società, contribuendo a contenere l’ampiezza di tragedie globali, e a supportare fabbisogni giornalieri di sangue, che è vita! Esempio massimo del popolo che si aiuta.

fabilli1952@gmail.com

avis 2 Il Presidente AVIS Ivo Pieroni e il suo predecessore, in primo piano,Luciano Bernardini, festeggiano tanti anni di attività dei DONATORI SANGUE CORTONESI

“Alfonso Leonetti Lev Trotsky, Carteggio 1930-1937″, commento di Albano Ricci

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Cover pag 1TROTSKYIn un momento di crisi valoriale come quello che ci sta attraversando la lettura di questo carteggio appare lontano altrove, appare un sistema di rappresentazioni distante, di una severità eccessiva.

Nella biblioteca, è conservato il “Fondo Leonetti”, raccolta di carte e libri donate dallo stesso Leonetti per testamento.

Rileggere queste lettere t’impone una riflessione, ti specchi, cerchi di applicare questa tensione alle dinamiche dell’oggi. La liturgia si fa cattedrale.

A una terza lettura le figure diventano giganti: impressiona la forma, l’arrovellarsi sulla struttura delle idee, la tenace interpretazione del sociale che non cede alla pena dell’intimità.

Integrità, dottrina, Europa. Parole a cui cerchiamo di dare una forza e un senso, smarrito in generazioni che dall’ombra si sono fatte buio.

Per questo la traduzione italiana curata da Valeria Checconi e Ferruccio Fabilli, con la preziosa consulenza di Mirella Malucelli Antonielli, non è un esercizio di stile o di memoria, o storiografia accademica: è utile.

Tanta aggregazione politica oggi non lo è. Senza accorgersene. Se l’esercizio dell’idea che si fa direzione è inutile… La politica non è.

Chi scrive bene, pensa bene, sceglie bene.

Leonetti e Trotsky non avevano instant media: le loro comunicazioni avevano la fortuna smodata di avere tempo: quello che serve per sedimentare, scernere, che dà luce alle cose, le trasforma e le organizza. Dallo stile siamo tornati al caos: la nevrosi bulimica contemporanea della comunicazione veloce.

Per noi che conosciamo il destino amaro di quei sogni commuove l’ossessione di voler dare agli uomini un barlume di speranza fatta di pane e non di aria, di terra e non di mito. Il comunismo era un tentativo di scalare il cielo con tutto il corpo, scarpe e berretto compreso: più che rivoluzione… Utopia. Più che libertà… Disciplina. Ha fallito perché i sogni non possono essere ordinati quando il tempo passa e cambia le persone.

Leonetti e Trotsky hanno barattato tutta la vita per dare un senso a questa perfetta follia. Questa corrispondenza ci ricorda che il metro degli uomini è l’intensità della presa in carico delle loro responsabilità morali. Altri tempi, altre parole… Tutte custodite nella nostra biblioteca cittadina dove è conservato il “Fondo Leonetti”, raccolta di carte e libri donate dallo stesso Leonetti per testamento.

(Valeria Checconi e Ferruccio Fabilli, Alfonso Leonetti Lev Trotsky Carteggio 1930-1937, Intermedia Edizioni, Orvieto, 2020)

Albano Ricci

Il volume “Carteggio (1930-37) Alfonso Leonetti-Lev Trotsky – Alle origini del Trotskismo italiano e internazionale”, arricchisce il patrimonio della Biblioteca di Cortona. di Segio Angori

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Cover pag 1TROTSKYLa Biblioteca del Comune e dell’Accademia Etrusca di Cortona, insieme ad altre preziose raccolte di documenti di storia contemporanea, conserva il cosiddetto “Fondo Leonetti” costituito  dal carteggio intercorso tra Alfanso Leonetti e Lev Trotskij  nell’arco temporale cha va dal 1930 al 1937, oltre che da un consistente numero di libri appartenuti a questa singolare figura di “marxista rivoluzionario internazionalista”.  Il “fondo” in questione è pervenuto alla Biblioteca ai primi degli anni Ottanta, per un atto di donazione da parte dello stesso Leonetti. Figlio di un umile sarto pugliese, già nell’infanzia ebbe modo di essere testimone delle tribolazioni del  mondo contadino e bracciantile meridionale, per poi incontrare quelle non meno pesanti vissute dagli operai di Torino, città  in cui strinse rapporti di amicizia e di conoscenza con rivoluzionari di diverso orientamento, come Gramsci e Gobetti.

Quelle esperienze incisero fortemente sulla sua formazione e lo indussero ad impegnarsi politicamente; giornalista e pubblicista, fu tra i fondatori del PCI e direttore de  L’Unità, fino a quando nel 1930 venne espulso dal Partito per le sue simpatie trotskiste. Antifascista, fu costretto a riparare in Francia dove, inviso anche agli ex compagni di partito, visse da clandestino anni di grandi ristrettezze economiche. Reintegrato nel PCI nel 1962, previa autocritica, non riuscì mai a vedere completamente risarcite le ferite prodotte dalle dispute che si erano accese più volte in seno ai gruppi dirigenti del Partito, dalle accuse di tradimento degli ideali rivoluzionari che le diverse fazioni e i singoli “rivoluzionari” hanno continuato a lungo  a scambiarsi, dai sospetti che in certi momenti aveva dovuto subire.

Uomo di spicco nella storia del PCI, conobbe Cortona tramite l’amicizia con Umberto Morra, di cui fu ripetutamente ospite nella villa di Metelliano. Gli incontri tra i due, nel secondo dopoguerra, fornirono l’occasione per condividere il ricordo delle esperienze giovanili torinesi, per confermare la fedeltà  di ciascuno di loro ai rispettivi ideali, per esprimere comuni simpatie verso liberi pensatori ma anche per confrontarsi sulle vicende della rivoluzione comunista e sul travaglio della sua evoluzione storica. Fu lo stesso Leonetti, agli inizi degli anni Ottanta, a volere – su sollecitazione di Ferruccio Fabilli, all’epoca Sindaco di Cortona, e di Giustino Gabrielli, capogruppo del PCI in Consiglio comunale – che Cortona custodisse gli scambi epistolari, sopra citati, che danno conto dei suoi rapporti con Trotskij e fu ancora Leonetti a condividere l’idea di affidare tale compito ad un istituto di cultura di solide tradizioni, come la Biblioteca pubblica della nostra Città.

Ciò detto è di tutta evidenza che il carteggio in questione costituisce una preziosa fonte di conoscenza dei fatti relativi ad un periodo cruciale della storia più recente: la corrispondenza intercorsa tra due dei più importanti esponenti della storia del comunismo (Lev Trotski, protagonista di primissimo piano della rivoluzione russa  fino al momento della sua espulsione dal partito perché in contrasto con le idee e i metodi staliniani e Alfonso Leonetti, tra i fondatori  del PCI, sostenitore di una prospettiva internazionalista, anch’egli espulso per aver espresso idee differenti rispetto a quelle gradite a Mosca ) offre l’opportunità di  attingere ad informazioni inedite, a considerazioni, giudizi, confessioni, divergenze, denunce di manovre ed intrighi, sfoghi intimi, e via dicendo, di diretti protagonisti di quelle vicende, in sostanza a “fonti soggettive di primo grado”, assai più ricche e significative degli atti ufficiali cui si affida comunemente la storiografia nell’analizzare e studiare i fatti del passato. E questo non potrà che contribuire ad una più puntuale e veritiera ricostruzione delle vicende del troskismo italiano e internazionale.

Il merito della pubblicazione del carteggio in questione è di Ferruccio Fabilli che, come si è detto, influì non poco nella decisione di Leonetti di donare tale materiale alla Biblioteca di Cortona. Materiale “fragile” (brogliacci scritti a mano, fotocopie, certe in alcuni punti illeggibili o deteriorate), quello su cui si è lavorato, che in molti casi ha richiesto la traduzione dal francese (lingua comune ai rivoluzionari di diversi Paesi) e di questo si sono fatte carico Mirella Malucelli Antonielli e Valeria Checconi, la quale, dando una veste definitiva,  ha riordinato  e ad arricchito di note esplicative un testo che inevitabilmente risulta complesso, se non altro, per i nomi in codice e i sottintesi che caratterizzano la corrispondenza tra persone che temono costantemente di veder intercettati i propri scritti. Ne è venuto fuori un ponderoso volume di oltre 650 pagine, con prefazione di Giorgio Sacchetti, pubblicato da Edizioni Intermedia. Il testo  offre uno spaccato della relazione epistolare intercorsa tra due “rivoluzionari di professione”, che si danno reciprocamente del “lei”, attenti a condividere la stessa terminologia politica e a chiarirne le varianti, che aspettano con trepidazione l’uno la lettera dell’altro per avere un parere, un giudizio, un assenso sulle idee e le iniziative da portare avanti.

La pubblicazione, in sintesi, ci sembra che abbia un doppio merito: consente, per un verso, a quanti coltivano interessi di carattere storico di avvicinarsi alla mole enorme di informazioni contenute negli scambi epistolari “di due profeti disarmati e perdenti che – come annota Fabilli –  non riuscirono a realizzare granché di ciò che s’erano prefissati” ma che furono punto di riferimento per chi, in anni cruciali della storia europea, non si riconosceva nello stalinismo e, dall’altro, offre l’opportunità di valorizzare un aspetto del patrimonio documentario  della Biblioteca che, oltre ad essere conservato con cura, esige anche di essere opportunamente fatto  conoscere. Questo è stato ed è il suo compito fin da quando essa è nata, tre secoli fa, in seno all’Accademia Etrusca: essere un luogo di incontro tra la grande Storia e quella locale, due “storie” (o, se si vuole, due modi di guardare la “storia”) che si intrecciano sempre, assai più di quanto possa apparire a prima vista, entrambe da custodire gelosamente.

Sergio Angori

Giuseppe Cavallucci, impegnato onestamente nella vita sociale della Valdesse

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Beppe CavallucciGiuseppe Cavallucci, conosciuto come “Beppe della Mirella” per il forte legame della coppia ben assortita, fu personaggio reso popolare dall’impegno civico in Valdesse. Nel Partito (PCI, fino al PD), in Circoscrizione (di cui fu Presidente), e nella Società di Calcio a Pergo. Metodico e tenace, sempre disposto a rimboccarsi le maniche, anche in momenti critici in cui serviva uno deciso a tener la barra dritta.

Nei ricordi giovanili dell’amico comune Fernando Ciufini, colpiva l’aspetto di Beppe, ambrato dal sole, energico, zucca pelata, faccia squadrata, denti radi davanti, fidanzato con Mirella, riservata e fascinosa. Lui segretario della sezione comunista, e lei democristiana, molto religiosa. 

Beppe, come tanti giovanotti degli anni Sessanta, ambendo a lasciare lavori pesanti e mal pagati – prima contadino e poi carpentiere -, frequentò scuole serali quel tanto che gli bastò per “entrare in ferrovia”. Oltre ad esser meno gravoso, quell’impiego gli lasciava abbastanza tempo per curare interessi personali e civici.

Presenza utile in ambiti in cui si decidevano iniziative a favore della collettività. Di poche parole, davanti a un problema era tra i primi a trovare la soluzione. Allo stesso modo, risolse il problema familiare della casa. A colpi di piccone, mazza, e martello, abbatté un seccatoio del tabacco in disuso – lungo la via provinciale per Mercatale, presso il Passaggio –, e, al suo posto, costruì,  aiutato dal fratello Angiolino, una bella casa in bozze e pietra. Insomma, non passava il tempo girandosi i pollici. Anzi, finito quel cantiere, smessi gli abiti da ferroviere, si trasformava in allevatore di fagiani da ripopolamento. Senza esser cacciatore. Doppio lavoro essenziale per meglio favorire gli studi ai figli: un maschio e una femmina.

D’altronde, anche Mirella si prestava a integrare il reddito familiare, da  brava cuoca, preparando pranzi su commissione. O anche a gratis, in ossequio a impeti spontanei di solidarietà: Nando ricorda,  in occasione di morti in famiglia, la coppia, Beppe e Mirella, portare cibo da loro confezionato alla famiglia in lutto.

Morigerato e riservato, non beveva alcolici, non fumava, e non usciva la sera al bar, tuttavia Beppe interveniva, caricandosi di responsabilità e lavoro, nella sezione di Partito, in Circoscrizione – di cui fu consigliere e presidente -, e nella Società di  Calcio, specie quando altri non se la sentivano di impegnarsi. Infatti, non era l’ambizione a spingerlo, ma la marcata attitudine sociale. Traduzione dell’atavico senso solidale che aveva caratterizzato secoli di storia contadina. Al bisogno, il vicinato dava una mano in caso di difficoltà, o anche, semplicemente, prestandosi a  scambi di opere gratuite, circolando tra i contadini poca o nulla moneta. Tanta sollecitudine e presenza sul territorio ne fecero il referente naturale per tanti, alle prese con piccoli o più seri problemi. Fiduciosi che, da Beppe, avrebbero avuto comunque un qualche “aiuto”, o un consiglio.

Un momento lo turbò in modo particolare: la scissione del PCI. Beppe seguì la maggioranza nelle successive mille evoluzioni di quel partito. Non tanto loquace, teneva per sé il processo logico che l’avrebbe portato a scegliere. C’è da credere che, al fondo, scegliesse la corrente maggioritaria per restare in ballo, offrendo le sue energie e la sua presenza, che il tempo avrebbe dimostrato essere utile non tanto quale testimonianza politica, quanto, invece, fruttuosa al prosieguo di azioni positive nell’accrescere il benessere collettivo, del pur ristretto ambito locale.

Sempre a fianco di Mirella, anche in omaggio alla sua pressante religiosità, festeggiarono solennemente un anniversario di matrimonio nella chiesa del Bagno, a mo’ di rinnovo dell’originaria promessa.

Finchè non lo colse una malattia grave, invalidante. E c’è chi lo ricorda ancora deciso a non rassegnarsi all’invalidità. Riprendendo a camminare col girello, come da bambini, sforzandosi di recuperare i ritmi vitali giusti: nel movimento, nel sonno, nella conversazione… non era stato un chiacchierone, ma l’interlocutore era colpito, nelle sue difficoltà, dalle poche parole proferite: sagge, convinte, di grande umanità.

Molto può insegnare il suo ricordo, di uomo semplice, d’animo generoso. Con rammarico, non ci resta che considerare non tanto la rarità di tali persone, quanto il venir meno delle condizioni favorevoli a nuove fioriture di simili individui gentili e altruisti. Oggi l’istruzione non è un problema per chi voglia studiare, anche senza frequentare scuole serali. Come non mancano associazioni culturali, sportive, politiche, dove dare il proprio contributo di idee ed azione. È carente, però, – mi pare –  quel sostrato ideale che dia la spinta allo sviluppo d’una socialità, individuale  e collettiva, filantropa e serena, non aggressiva verso chi la pensi diversamente. Mancando, oltretutto, i sostituti dell’università politica popolare d’un tempo: i partiti. È di questi giorni la notizia del noto scrittore giallista anglosassone che ha abbandonato Facebook – piazza virtuale universale per antonomasia -, perché funestato da false notizie, odi e rancori, e cattiva educazione. Senza tacere il discredito gravante su certo attivismo politico che, quando non è farsesco, in recite false e tendenziose, nasconde impegni interessati a tornaconti economici, sfociando sino al peculato:  tra i mali odierni il più diffuso e occulto, che dalla politica s’irradia alla società, e viceversa. Tali deformazioni son sempre esistite? Non lo escludiamo. Ma, oggi, l’assalto al potere, senza etica personale, è più sfacciato, incontrollabile, e diffuso.

Dunque, teniamoci buoni e onoriamo Beppe Cavallucci e i suoi simili.

fabilli1952@gmail.com

 

 

 

San Pietroburgo, notti bianche e ponti levatoi, culla europea d’arte politica e letteratura

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P_20160624_131609Ancora incerti i futuri scenari turistici, voleremo nei ricordi d’un viaggio adatto a questo periodo, che feci con mia figlia Brunella, a San Pietroburgo, a  giugno. Mese delle notti bianche, protagoniste nell’eccelsa narrativa di Dostoevskij.

Pietro il Grande zar di Russia (dagli undici fusi orari) costruì dal nulla una capitale degna dell’impero sterminato, dirigendo i lavori dalla Casetta di Pietro il Grande, nel cuore della Città futura. Cambierà nome più volte. Pietroburgo, in origine. Leningrado, bolscevica. Post comunista, rinominata San Pietroburgo, in omaggio al fondatore e a uno dei Santi, Pietro e Paolo, titolari della Cattedrale nella Cittadella fortificata. Suggestiva enclave densa di memorie zariste, sorta in area paludosa, infatti un leprotto è simbolo della Città,  essendovi stato cacciato in gran quantità.

Alloggiando nel centrale viale Bolshoi, avevamo più alternative tra itinerari a piedi e in Metro, col vantaggio di quasi ventiquattro ore di luce, nelle notti bianche. Giorni in cui l’immensa Piazza del Palazzo d’Inverno, sede del Museo Ermitage, stracolma di gente si trasforma in macchina per spettacoli notturni: come quello del Vascello dalle vele rosse spiegate attraversare il fiume Neva; omaggio agli studenti neo diplomati. Dopo cena, vedevamo il campionato di calcio europeo (2016). Finite le partite, scendevamo per una birra e far due passi, essendo ancora giorno, era meraviglioso!

La Neva, nel gettarsi in mare, forma un reticolo fluviale. Noi eravamo vicini alla Cittadella fortificata Pietro e Paolo, in una delle isole collegate da ponti, certi spettacolari levatoi, consentono traffici urbani e fluviali. Eleganza, dovizia monumentale e architettonica in grande scala, sono i caratteri della Città. Al cui disegno urbanistico e architettonico – della Venezia o Rotterdam del Nord – partecipò il talento italiano Bartolomeo Rastrelli, nell’incantevole stile tardo barocco dai tenui colori pastello, firmando la Cattedrale della Resurrezione, l’Hermitage Pavillon e il Palazzo di Caterina, il Palazzo d’Inverno, il Palazzo Stroganov, il Convento Smolny. Altro italiano naturalizzato russo, Carlo Rossi lasciò tracce notevoli su piazze palazzi teatri in stile neoclassico; egli è sepolto nel Cimitero Tichvin presso il Monastero di Aleksandr Nevskij, necropoli dei Maestri dell’arte e della cultura. Tra costoro: Dostoevskij, Cajkovskij, Borodin, Rubinstejn, Stravinskij,…Puskin, vissuto a Pietroburgo, giace fuori nella tomba di famiglia. Scrittore amato, perseguitato dallo zar, esiliato per filo populismo contrario alla servitù della gleba, pur di famiglia possidente. I populisti, precursori dei rivoluzionari, compirono attentati mortali contro gli zar, come quello su Alessandro II, ricordato dal sangue sul pavimento nella chiesa del Salvatore sul Sangue Versato; dalle cupole a cipolla multicolori (stile neo bizantino). Altrettanto grandiosa la cattedrale di Sant’Isacco, neoclassica, cupola alta oltre 100 metri (su gigantesche colonne di granito rosso) da cui si gode un panorama unico. La Città, in appena 300 anni di vita, ha una storia intensa e cruciale per la Russia e l’Europa. Le collezioni museali dell’Ermitage, tra le più vaste al mondo; da qui partì la Rivoluzione bolscevica, condizionando 70 anni di storia nazionale e mondiale; nella seconda guerra mondiale, la Città subì il più feroce assedio  delle truppe tedesche a cui resistette 900 giorni, perdendo per fame e per armi oltre 600mila  abitanti, su poco più di 2 milioni.  Oggi, supera i 5milioni. Senza dubbio, il Centro Storico  “zarista” è  di gran lunga più affascinante, anche se non escluderei una capatina alla stazione Metro Moskovskaya, per l’architettura del regime comunista: la Casa dei Soviet; la gigantesca statua di Lenin; e il Monumento agli Eroici Difensori di Leningrado. Il quartiere offre poi una sorpresa: l’imperdibile Chiesa di Chesma (1780), dedicata da Caterina la Grande alla vittoria sulla Baia di Chesma (1770). Perché così periferica rispetto al Centro Storico? In quel luogo la Zarina ebbe la lieta notizia, durante una battuta di caccia!

Ampi volumi architettonici e distanze enormi, in scala col ruolo di capitale d’un impero sconfinato. Ciò non scoraggi passeggiate, aiutati dalla Metro. Purché non facciate come noi due, che, visitata la fortezza Pietro e Paolo, volendo vedere la corazzata Aurora (da cui fu sparata la cannonata dell’assalto del Palazzo d’Inverno), camminammo a vuoto una mattinata… Aurora era in restauro! Meglio informarsi sulle “aperture”. Memorabile l’escursione da Piazza dell’Ermitage alla Chiesa del Salvatore, a Palazzo Singer (il produttore delle macchine da cucire) stile liberty, sede d’una fornita libreria; infine, imboccammo l’immenso viale Prospettiva Nevskij, finendo al Monastero Nevskij e al Cimitero Tichvin. Area frequentata da turisti e fedeli; dove si affittano fazzoletti copricapo per signore per entrare nella chiesa ortodossa. La guida, Maria Lomaeva, risultò preziosa per non perdersi nell’immenso Museo Ermitage, portandoci diritti alle collezioni preferite. Perdemmo la pittura francese otto novecentesca per una manifestazione commerciale in atto – per campare i musei s’ingegnano. Mancammo pure la Camera d’Ambra, nel Palazzo di Caterina, non avendo prenotato a tempo, la meta è molto ambita. La stanza istoriata in ambra, depredata nella seconda guerra mondiale, è stata ricostruita integralmente.

Avevo visitato Mosca post comunista, bella e interessante per conoscere la millenaria storia Russa, che, nel Novecento, riprese il ruolo di Capitale, ma San Pietroburgo ti rimane dentro: i suoi colori e la luce incredibile  non ti abbandoneranno mai più, e ti strega la sua storia che rivisiti a ogni passo. Gli elementi culturali ed estetici sono sintesi mirabili d’un’Europa dal grande passato: nelle arti, nelle lettere, nella musica, in politica,… promettendo un futuro altrettanto radioso, anche solo conservando il bello che ha già, permettendoci di goderlo. Sebbene chi ha nozioni profonde su San Pietroburgo stimi che la sua vitalità presente sia all’altezza del passato. Di certo,  è un lato diverso e straordinario della Russia e dell’Europa.

fabilli1952@gmail.com

P_20160623_122711Lungo i canali granitici della Venezia del Nord P_20160622_173500 TeatroP_20160622_125532Palazzo della MarinaP_20160624_144114Scorcio dell ERMITAGE , con Maria Lomaeva (guida) e Brunella FabilliP_20160624_161207Arte rinascimentale italiana (Ermitage)P_20160629_024122Notti Bianche (alle tre di notte circa)P_20160625_122741Tomba di Dostoviesky P_20160623_140101Palazzo SingerP_20160624_131609Chiesa del Salvatore del Sangue Versato P_20160623_134507Altro angolo visualeP_20160622_113940Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo nella Cittadella

 

 

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