A Paternopoli e nell’Irpinia Felix a primavera esplodono i ciliegi

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paternopoli 3Raccolgo l’invito a riprendere i viaggi, appena sarà consentito, dall’Italia. Grazie alle offerte infinite nel nostro paese, scegliere una meta è arduo. Ho usato due canoni: uno sentimentale, in ricordo del devastante terremoto del 1980 che mise in contatto Cortona e Paternopoli (4 morti, 18 feriti, 406 senzatetto); l’altro infantile, dell’età in cui nulla era più goloso dell’assalto ai ciliegi - propri e dei vicini – dei quali l’Irpinia è coronata. A quarant’anni dal terremoto. Per quei luoghi paragonabile al corona virus odierno, avendo subito disastri con morti e distruzioni. Di cui fummo testimoni diretti, grazie ai generosi cortonesi che, coi mezzi raccolti, vollero recar sollievo a persone nel panico. D’allora, poche amicizie sopravvivono. Vivida è con Pietro Palermo, primo paternese incontrato al centro raccolta di Grottaminarda, allora assessore comunale alla ricerca di soccorsi. Bontà la Misericordia di Cortona – di Silvio Santiccioli e Francesco Moré – che dopo il terremoto incoraggiò la nascita d’una consorella a Paternopoli, altri amici recenti si sono aggiunti, funzionando ancora quel gemellaggio, grazie ai Presidenti Luciano Bernardini e Giovanni Tecce. Mentre tra i due Comuni gemellati, dalla memoria corta, l’amicizia presto s’è spenta.

Di recente, con Claudio Basco – che laggiù trovò moglie, Michelina, a una festa gemellare delle Misericordie – abbiamo organizzato un viaggio. Foriero di tante sorprese. L’Irpinia mantiene il problema dell’emigrazione giovanile, ma molti aspetti sono evoluti in meglio. La primavera ci avvolse colorata nel rosso verde dei ciliegi carichi di frutti turgidi, complice il satellitare indicandoci percorsi più brevi infilammo stradine, per valli e colline, nel paesaggio agrario florido per coltivazioni intensive tra vigne e oliveti, fino a Paternopoli.

Da un acrocoro nel comune di Castelfranci, sistemati in agriturismo, lo sguardo poté spaziare sul paesaggio Irpino, fantastico! Che mai prima avevo apprezzato nella sua vastità. Ondulato, coronato da vette montane, vi si nascondono tesori tra pliche verdeggianti: cittadine, chiese, musei e dimore storiche, riserve naturali, luoghi sacri, oliveti, cantine e vigne, prodotti agroalimentari naturali o abilmente trasformati.

Tra bevitori, chi non conosce i vini Taurasi, Fiano di Avellino, Greco di Tufo? Vengono da lì. La cantina Mastroberardino di Atripalda, la migliore negli anni del terremoto, ne faceva le sue bandiere. A essa si sono accodati produttori altrettanto validi. Da quei vini sono nate grappe omonime. A proposito del bere, la prima sera accampati nella Paternopoli terremotata, i cortonesi allestirono la cena da campo, ma la damigiana di aglianico scolata fino all’ultima goccia fu offerta in loco. Scoprimmo così a garganella il grande aglianico (vitigno preromanico, da “hellenico” d’origini greche) che, seguendo un disciplinare, diventa DOCG Taurasi. Prodotto entro i comuni di Paternopoli, Taurasi, Bonito, Castelfranci,  Castelvetere sul Calore, Fontanarosa, Lapio, Luogosano, Mirabella Eclano, Montefalcione, Montemarano, Montemileto, Pietradefusi, Sant’Angelo all’Esca, San Mango sul Calore, Torre Le Nocelle, Venticano, in provincia di Avellino. Alcuni di questi luoghi resi familiari dalla TV dopo il terremoto – porzioni minori dell’Irpinia estesa in tre provincie: Avellino, Benevento, Foggia – sarebbero sufficienti ad appagare molte curiosità nel nostro viaggio ideale. Anche scorrendo solo una lista sommaria dei loro prodotti, molti dei quali DOP: broccoli di Paternopoli, nocciole, cipolle ramate, capicolli e salami, torroni, pane, pecorino, castagne, aglio bianco, tartufo, caciocavallo, ciliegie, …, offerti anche nelle locali trattorie, pizzerie, e ristoranti.

Una guida dice: “Visitate i piccoli borghi avellinesi e potrete dire di avere visto alcuni dei luoghi più belli del mondo. L’Irpinia è costellata di piccoli borghi medioevali arroccati sui monti dove il tempo pare si sia fermato”, sciorinando siti rilevanti: il castello Normanno e la Cattedrale romanica di Ariano Irpino; a Mirabella Eclano gli scavi dell’antica città Aeclanum, tra i principali centri della tribù sannita degli irpini; Gesualdo coi suoi vicoli e il Castello che lo domina; l’Abbazia del Goleto a Sant’Angelo dei Lombardi; Montella dal paesaggio bellissimo e il santuario di San Salvatore che domina un monte del tutto deserto; e, sempre tra i borghi più belli d’Italia, Rocca San Felice, e Monteverde, dal Castello dedicato al brigantaggio (dove il sottoscritto vinse un premio letterario, ed essendo circondato da pale eoliche, mi parve d’essere il modesto emulo di Don Chisciotte in cerca di ventura).

Per gli appassionati di trekking c’è l’imbarazzo della scelta. A partire dal sentiero E1 (unisce la Norvegia a Capo Passero, in Sicilia) che traversa il Parco Partenio. Il quale, a sua volta, offre una vasta scelta di sentieri circostanti. Di Mamma Schiavona: da Ospedaletto a Montevergine; tra le cime di Montevergine; via dei Cristiani: da Baiano a Summonte; la Bocca dell’Acqua; tra i due Campi: da Mercogliano a Montevergine; tra due vette: da Summonte a Montevergine; panoramico: da Monteforte Irpino a Campo san Giovanni; valle dell’Inferno; lungo la Trave del Fuoco, … alcuni esempi – tra i numerosi suggeriti al camminatore dal Parco Partenio – di angoli suggestivi, panoramici, naturalistici, storici, soddisfacendo tutti i gusti.

Senza tralasciare le feste folkloristiche disseminate in vari centri e periodi dell’anno. Iniziative recenti o consolidate tradizioni. Feste che legano gli addobbi barocchi delle classiche luminarie su strade ed edifici cittadini, ai fuochi d’artificio, spettacoli, balli, gastronomia. Sud tradizionalista ma non avaro, tutt’altro, dove per la gioia di vivere e ostentare benessere, in certe circostanze come nei matrimoni, si è disposti a spendere patrimoni per aggregare alla festa amici, parenti, e persino comunità intere.

Perciò, partendo da Paternopoli, troveremo amici desiderosi di suggerire il meglio per la nostra vacanza Irpina che può durare dal fine settimana a tutto il tempo disponibile.

fabilli1952@gmail.com

paternopoli ieri 1 Gemellaggio MISERICORDIE (Moré e Santiccioli, per Cortona)

paternopoli 2Amministratori comunali Paternopoli ai tempi del TERREMOTO (1980)

Paternopoli 1Broccoli Dop

paternopoli 3 CILIEGIE, corallo rosso dell’ IRPINIA

La fantastica colonna sonora che sale dai cascinali della Val di Loreto

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Berni - OlivetiDecenni fa, in Valdichiana, era naturale che risuonassero voci umane confuse con varie espressioni animali di uccelli, cani, galli, maiali, bovi, pecore, asini … segni d’una agricoltura tradizionale ancor viva, insieme alle invadenze olfattive tipo la puzza di porcili e pollerie. Sinfonie naso uditive lentamente spentesi, cancellando così la diversità tra il vivere in città o in campagna; sempre gli stessi rumori: traffico, treni, ambulanze, e motociclisti rombanti nella buona stagione. Da casa, in collina, tale metamorfosi è percettibile –  par d’essere a teatro per quanto giungono chiari i suoni dal basso –, se non che, ai piedi dell’altura, dalla casa colonica degli eredi di Gino e Piero Conti partono ogni tanto scoppiettanti avvisi di presenze bovine, e degli asinelli di Corrado e dei Milani, prodi allevatori. (Per fortuna, è chiuso il vicino porcile che, soffiando vento senese, ammorbava l’aria). Gino ci ha lasciato anzitempo, ma gli eredi mantengono la fattoria canterina di animali a ricordo che un tempo loro, nelle stalle e nei cortili, erano più numerosi degli umani. Ragliando e muggendo avvertono d’aver fame, o, forse, di soffrire solitudine e clausura. Il loro controcanto naturale, opposto ai rumori tecnologici dilaganti, è godibile compagnia. Dalla fattoria, nei pomeriggi festivi, partiva Piero per l’aeroporto a guidare un piccolo aereo per volteggiare sulla Val di Loreto, e, per quanto tecnologico, quel sorvolo rimarcava la festa, il bel tempo (col brutto non volava), e l’amicizia per i concittadini. Motivi di salute hanno distolto Piero dal volo, e le giornate risultano meno spensierate senza quei volteggi. Come se un passero stagionale rinunciasse al suo ritorno.

Un lontano legame incrociò le nostre vicende familiari. Nel podere a Casa Bianca di Piazzano, lasciato dalla mia famiglia mezzadrile diretta al podere di Caldarino, vi subentrò la famiglia Conti, retta da mamma Rosa. Mezzadri nelle stesse proprietà Catani di Montalla. Con Gino, per un trentennio, siamo stati vicini di casa e amici. Con Piero ci fu l’incontro d’una sera alla Polisportiva di Tavarnelle, dove, generoso, appena conosciuti si offrì di portarmi con l’aereo in vacanza all’Elba. L’evento non si verificò per i mutevoli casi della vita, non per volontà di Piero. Gino era assai attivo nella vita sociale. Piacente, pare fosse uno sciupa femmine, passava elegantemente dalla cura del podere e degli animali a serate galanti, allegro e vitale.

Nell’irreale silenzio indotto dal coronavirus, rotto dalle sirene spiegate delle ambulanze, fortunatamente, è ancor vivo l’allegro coro animale che rompe il silenzio senza precise cadenze, mentre i rintocchi delle campane han cadenze più prevedibili. E le sere delle vigilie festive non echeggiano più all’altoparlante i richiami di don Ferruccio, i quali, anche se inosservati dal sottoscritto, erano benauguranti a riprova del dimani al dì di festa… sperando che  tornino  feste vere.

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Giuseppe Berni l’agricoltore che pregava gli ulivi

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Berni - oliveto 1Nella solitudine agreste, accentuata dal silenzio da coronavirus, potazzavo ulivi felice, in compagnia del mastro potatore scomparso, il saggio Beppe. Vicinanza speciale, di quelle che ci seguono in intime vibrazioni. Ondate di ricordi che il filosofo Emanuele Severino attribuiva agli “eterni”; avendo ciascuno i suoi “eterni”: persone care defunte. Da certi luoghi e situazioni riaffiorano. In questo angolo del Borgo, lo spirito di Beppe staziona ancora, avendovi trascorso una lunga vita a “pettinare” ulivi tanto bene da sottoporli al giudizio del prof. Lanari; fattore nella zona tra Montecchio e Manzano e docente di Agronomia alle Capezzine. Beppe non aveva fatto scuole tecniche, ma quella dei campi diretta dal babbo e da zio Romolo, avendo lui smesso gli studi alla quinta elementare. Per la regola contadina: “Se il giogo del lavoro dei campi non ti vien messo da piccolo, da grande non è più possibile”. L’assenza fisica di Beppe, però, è palpabile, deturpante quanto mancasse un dente anteriore al sorriso dei luoghi. Ne soffrono gli olivi, lentamente stingendo il verde turgido di salute e gioia trasmessa dalle sue cure maniacali. Ne soffrono le strade vicinali di Borro del Castelluccio e delle Scuole, dove, solo, stendeva il breccino riparando buche e riattando sciacqui; ora tutto va in rovina. Ne soffrono la perdita gli amici – come m’onoravo essergli -, avendo trasmesso a piene mani  tanto buon umore e insegnamenti nella tenuta dei campi. Non indossando mai il cappello gallonato da maestro, pur essendolo. “Quando incontro una persona la saluto, anche se non la conosco! So quanto bene gli trasmetto”, gentilezze usate fin da ragazzo. Nelle conversazioni, sempre allegre, era capace, anche dopo i settant’anni, di capitombolare a terra per mimare le scene d’un racconto. E ci sarà di nuovo qui uno, come lui, capace di certe descrizioni della natura? “Avverto dei cambiamenti, come quello degli uccelli che non emigrano più! Quando ero ragazzo arrivavano tordi, quaglie; oggi non ci sono più! Sono comparsi gli storni, da almeno sette o otto anni, addirittura covano qui, non emigrano più. Dei pettirossi che in passato erano presenti, oggi non c’è quasi traccia… Le capinere erano fitte nelle lastre dei tetti, oggi quasi niente! Il mio tetto era pieno di rondoni – n’ero innamorato! – oggi chiudiamo le buche del muro, essendo quasi scomparsi. Spariti non perché la gente se li è mangiati, ma ne arrivano sempre meno. Avevo 17 buche sulla casa per i rondoni, molto utili per mangiare insetti, mosche e moscerini. Con il bestiame gli insetti erano tantissimi e i rondoni volteggiando, senza toccare terra, svolgevano un lavoro utilissimo nella pulizia dell’aria […]. Hanno una grande bocca come quella del cuculo, anch’egli insettivoro, come la spiatascia. Il rondone ha gambe piccole, le unghie, come per la civetta, sono la sua difesa. Non sta a terra anche perché non può difendersi con il becco, somigliando a un pulcino. Vivendo di moscerini, ha una vita aerea e depone le uova in alto sui tetti. Resta qui novanta giorni. Viene, fa l’amore, nascono i piccoli e poi, dal dieci al venti luglio riparte. Quelli che non partono muoiono, non facendo in tempo a salvarsi al caldo. […] Al posto dei rondoni sono arrivati gli storni, ai quali ho sparato, sono andato a distruggerne i nidi, cercando in tutte le manieri di ucciderli, ma loro restano. Siamo invasi da storni! Divorano tutto: grano, granoturco, ciliegie, uva. La loro carne è sgradevole. Arrivano animali nocivi e non tornano più quelli buoni, c’è uno sconvolgimento anche nel mondo degli uccelli. In cinquant’anni ho visto  cambiamenti enormi!” Pensieri, vicende personali e familiari che raccolsi nel romanzo: Ascoltando il respiro di una notte d’estate, tra i miei preferiti. Dove l’ intrigante vita di Pio Colono (così l’avevo ribattezzato) rivela una visione positiva, fortemente legata agli affetti umani e persino agli adorati ulivi ai quali, emulo Francescano, dedicò la preghiera “Carissimo ulivo” “[…] Giovane sono maturato con la preghiera quotidiana: il Pater. Signore dacci oggi il nostro pane quotidiano… nonché – aggiungo – il grande alimento che mi sostiene nel corpo e nell’anima – piacendo al Creatore! – grazie all’olio! Quanto a te olivo, vengo a liberarti da quei rami che non fanno più frutto. Quei rami sono legna preziosa, che nell’inverno riscalda le mie membra e non patisco il freddo, quando sto al focolare, accanto a quel robusto fuoco, con la brace mi ci faccio una bella bruschetta, con il buon pane e il buonissimo olio, grazie olio!” Espressioni sincere d’una mente accorta nel denunciare la fine dell’arte contadina causata dalla Globalizzazione, annullatrice di tante culture tradizionali, come gli olivi secolari soppiantati da specie lavorate solo a macchina. Aveva capito tante cose, sul suo mondo in estinzione, prima che accadessero. Quella degli ulivi secolari è una causa pressoché persa. Basti guardare le nostre colline olivate per rendersi conto del progressivo abbandono a sé stesse delle piante argentee, tipiche di questo antico paesaggio, per motivi economici: non più redditizie; e motivi antropologici: gli anziani, che vi si dedicano senza calcoli di tornaconto, stanno scomparendo, e nuovi appassionati per gli ulivi sono sempre più rari. Dunque, non si tratta di nostalgie passatiste, di cui non sarebbe da vergognarsi, nati e cresciuti in mezzo alla natura come siamo stati… è un segno dei tempi. Se pure, sulle tradizioni alimentari contadine, sulla genuinità delle trasformazioni di materie prime (in salumi e conserve), sul modo di cucinare cibi, pare ci sia un’onda di riscoperte. Però è andata a perdersi  l’affabulazione, la socievolezza, la cura delle cose proprie e dei beni comuni, come strade o sorgenti d’acqua fresca, di cui furono protagonisti quelli come Beppe. Che avevano quella dote sempre più rara – nell’epoca dei social e dei media -: di cui splendevano! La loro luce era visibile come aura speciale che li circondava,  e capaci di trasmetterci quello splendore: amore assoluto per la vita e la natura.

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Alfonso Leonetti-Lev Trotsky, Carteggio 1930-1937, prefazione di Giorgio Sacchetti

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Cover pag 1TROTSKYLa talpa scava ancora?

Prefazione di Giorgio Sacchetti

Nell’epocale interrogativo di Alfonso Leonetti, reiterato in età senile, risiede forse la percezione dell’imminenza dell’ultimo atto di un travagliato percorso. Il muro di Berlino non era ancora caduto, ma quel socialismo da caserma, burocratico e oppressivo non poteva durare, certo meritando quell’epilogo rovinoso senza rigenerazione. Eppure quell’Idea che l’uguaglianza e la libertà non dovessero mai essere disgiunte sembrava riemergere dai gorghi della Storia, come un fiume carsico, leggibile in filigrana perfino nelle riflessioni di un vecchio comunista dissidente, di un trotskista dalle “venature libertarie”.

Quasi un secolo fa nella Russia sovietica si consumava l’estromissione di Trotsky, massimo protagonista della rivoluzione, dagli organi dirigenti del partito. In Italia l’inizio della vera fortuna editoriale del suo pensiero risale all’anno 1963 quando, per la prima volta senza demonizzare, usciva un importante studio dello storico Giuliano Procacci dedicato alla Rivoluzione permanente. Sempre in quegli anni veniva fondata la Samonà Savelli, editrice di orientamento affine che pubblicava un’importante antologia di scritti del rivoluzionario russo e un saggio di Silverio Corvisieri su Trotsky e il comunismo italiano; nel 1983 ci sarebbe poi stata la creazione del Centro studi “Pietro Tresso” con sede iniziale a Foligno in Umbria. Riguardo invece le fortune politiche e i primi passi di questa corrente del comunismo internazionale nel nostro paese l’indicazione per gli studiosi è stata, da sempre, quella di far riferimento alla fornitissima biblioteca di un illustre “trotskista pentito”, Leonetti appunto, con il suo archivio ubiquo e disseminato, suddiviso tra Fondazione Feltrinelli a Milano, Istituto Gramsci a Roma e Biblioteca comunale a Cortona.

Questo pregevole corposo Carteggio che i lettori hanno tra le mani, curato da Valeria Checconi e Ferruccio Fabilli, costituisce un’indubbia fonte primaria e un tassello fondamentale non solo per la ricostruzione delle intricate vicende novecentesche del trotskismo italiano e internazionale, ma anche per quelle più ampie e generali del movimento comunista. E merita un posto di rilievo nella nutrita storiografia specialistica sull’argomento. D’altronde le cesure estreme della corrispondenza, 1930-1937, racchiudono snodi cruciali sullo scenario geopolitico globale, con l’Europa in fiamme e sull’orlo del baratro.

Molteplici gli aspetti e le considerazioni che emergono dalla compulsa di queste pagine. La prima, abbastanza scontata, è che essendo i due corrispondenti protagonisti ed esponenti di primo piano di quella peculiare storia (quella del comunismo s’intende) che così tanto ha marcato il secolo XX, le informazioni inedite e le novità che qui emergono abbiano una valenza comunque ragguardevole. Esse cioè aggiungono ulteriori necessari elementi di conoscenza partendo proprio dall’analisi minuta e profonda di carte fino ad oggi misconosciute. La seconda considerazione riguarda proprio la natura di questi particolari documenti ed il loro trattamento per le finalità euristiche. È appena il caso di ricordare che, nella fattispecie, ci si trova di fronte alla pubblicazione integrale di fonti soggettive di primo grado, pregiatissime. Siamo cioè alla base della piramide, ad una profondità alla quale non sempre è consentito l’accesso agli storici. Nell’ambito di una strutturazione gerarchica documentale si comprende bene la differenza fra queste carte e, invece, gli atti ufficiali. I secondi sono, con tutta evidenza, il risultato di uno spirito mobilitante che sta a monte, elaborati su materiali di istruttoria che non sempre è dato di conoscere; e sono finalizzati alla comunicazione esterna efficace ed alla rappresentazione ottimale di sé dell’organizzazione, frutto in genere di sintesi e dibattiti, confezionati per durare in eterno o quasi. Considerate implicitamente memoria labile dagli stessi estensori – strumento della comunicazione intersoggettiva che s’immagina (a torto) “riservata” o, in ogni caso, inaccessibile agli estranei – le carte e la corrispondenza in genere, proprio per la loro funzione propedeutica ancillare rispetto alla stesura dei documenti ufficiali ci aprono invece, in quanto espressione estemporanea “sincera”, una inedita dimensione intima, libera e meno condizionata dal contesto. Quest’ultimo genere di fonti, spesso connotate da specifiche peculiarità, ci permette quindi di entrare nella psicologia degli attori e nelle dinamiche di gruppo utilizzando perfino dispositivi e approcci metodologici mutuati da discipline non prettamente storiche. L’euristica, quale scienza della ricerca, assume qui anche un significato più propriamente tecnico, ossia relativo all’atto concreto di esperire la materia prima. Così si mette a disposizione di chi voglia il risultato eccezionale di un “lavoro sotterraneo” nel quale si sono esercitate “le arti del minatore” indispensabili per la confezione del manufatto storiografico.

La presente pubblicazione costituisce la prova provata di come i fondi epistolari rappresentino uno strumento indispensabile di conoscenza. E ci permettano visuali inedite utilizzando ad esempio il metodo della cosiddetta network analysis, ossia attraverso l’esplicitazione di una “rete”, sistema / disegno strutturato di connessioni fra diversi punti, e magari di una rappresentazione sinottica sotto forma di diagramma. Ciò al fine di analizzare le attività svolte dai vari soggetti chiamati in causa, eventualmente finalizzate alla realizzazione di un progetto, oppure anche di tipo informale.

La terza considerazione concerne invece il rapporto di conoscenza amicale e di frequentazione intercorso tra il curatore dell’opera, Fabilli, ed il protagonista Leonetti, che non solo sta alla base della presente meritoria iniziativa editoriale, ma che ci fa intravedere un interessante “nesso comunicativo” intergenerazionale che ormai è quasi diventato una prassi nella storiografia sul movimento operaio in questi ultimi decenni. Insomma gli storici e gli studiosi formatisi culturalmente negli anni cruciali Sessanta-Settanta hanno spesso rivolto il loro sguardo d’indagine verso un’altra generazione-contro rassomigliante almeno nell’esprit alla loro, quella dei nati al volgere dell’Ottocento; forse alla ricerca inconscia di una possibile pedagogia rivoluzionaria, oppure di mere risposte alle inquietudini politiche e sociali poste dalla modernità. L’ultima considerazione attiene i contenuti insiti nello stesso soggetto narrativo che, anche nella disamina di quest’opera, ci rimandano alla categoria politica, culturale e soprattutto etica, del “tradimento”. Con una dinamica in parte analoga a quella già in atto per le masse cattoliche nei confronti dell’autorità millenaria dell’istituzione Chiesa, si instaura un vincolo di tipo ideologico fideistico, mutuato dall’attesa messianica del “Sol dell’avvenire”, nei confronti dello Stato sovietico. Ed era proprio nel nome di quella nuova fede che il movimento di simpatia verso la Russia rivoluzionaria si era istituzionalizzato nei partiti comunisti. Si creava in tal modo (e qui vale ancora l’analogia di cui sopra) quell’armonia artificiosa tra movimento e istituzione utile soltanto al perpetuarsi dei rapporti di potere, alla preservazione del nucleo originario da ogni istanza di contestazione. In tal senso ogni dissidenza doveva o essere riassorbita, oppure eliminata senza esitazioni; quindi ogni presa di posizione controcorrente rivestiva i connotati di “tradimento”.

Collocati in genere nell’arcipelago della dissidenza di sinistra, gli epigoni italiani di Lev Davidovich Bronstejn hanno una storia, un filo rosso che si dipana, senza soluzione di continuità, dal 1930 – quando “i tre” (Tresso, Leonetti e Ravazzoli) venivano espulsi dal partito comunista – fino ai giorni nostri, passando per la Nuova Opposizione Italiana e la Quarta internazionale. È un percorso costellato di persecuzioni, dibattiti estenuanti, scissioni in piccoli gruppi. I presupposti di questo movimento sono sempre stati quelli di un recupero puntiglioso delle fondamentali battaglie condotte da Trotsky, dal periodo prerivoluzionario alla NEP, fino all’affermarsi dello stalinismo, teorizzando la “Rivoluzione permanente”, denunciando la degenerazione dell’URSS e i crimini di Stalin, per un diverso rapporto partito-masse.

Il 17 febbraio 1962 “L’Unità” registrava una delle più cocenti sconfitte di questo movimento: Alfonso Leonetti, uno dei suoi massimi esponenti storici, rientrava nei ranghi del PCI, dopo avervi militato per nove anni dalla fondazione. Extra Ecclesiam nulla salus: “Fu un errore aver rotto con il Partito, poiché i fatti hanno sempre dimostrato che un comunista non ha ragione che nel Partito e con il Partito…”. Ma, non molti anni dopo, nel suo testamento politico – messo proprio come epigrafe all’incipit di questo volume – egli avrebbe riconfermato la sua identità di marxista rivoluzionario internazionalista nulla rinnegando delle lotte condotte “sotto la bandiera di Trotsky e della Quarta Internazionale”. Con una chiosa finale che piuttosto rimandava al valore etico e, aggiungiamo noi, anche esistenziale dell’Utopia.

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Quito e l’Ecuador piacevoli porte di accesso al Sud America [Altri percorsi]

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ecuador 3 389È utile curare il respiro a 2800 metri s.l.m. Il Centro Historico di Quito è visitabile a piedi, magari a tappe. Per vedute panoramiche, suggerirei salire al Panecillo (Panino). Il mammellone, a lato del Centro Historico, partecipa a comporre la corona naturale di rilievi che nascondeva la vista ai nemici dell’abitato primitivo, alle pendici del vulcano Pichincha e d’una cascata.  Punto d’osservazione sulla città vecchia e sulla sterminata città nuova, spartiacque ideale tra il Nord e il Sud della metropoli, sviluppata tra gole di vulcani per decine di kilometri. Oltre a bancarelle varie, un’imponente Madonna alata alta trenta metri domina l’altura. Scendendo in città, s’incontrano scene popolari: venditori d’ogni sorta fiancheggiano le strade, agitandosi e ciarlando come nei mercati rionali d’ogni latitudine.

In Quito, – per esteso: San Francisco De Quito – lo spirito francescano offre architetture simili alla Verna nella chiesa convento di San Diego degli Scalzi, con a fianco il Museo “Del Padre Almeida”. Convento un tempo ai margini urbani (ora inglobato) per allontanare i frati dalle tentazioni. L’arguzia francescana, facendo di necessità virtù, dedicò il Museo a un frate impenitente rubacuori e festaiolo, redento da un miracoloso crocifisso ligneo parlante, scocciato da Padre Almeida che l’usava come scala per scavalcare le mura del convento, nottetempo, durante le  scappatelle.  

Maestosa è la chiesa-monastero omonima dell’antistante Plaza San Francisco (San Diego dei frati Scalzi, simile alla Verna, è ben più contenuto). Il complesso sovrasta un gigantesco “atrio”: alto 4metri, lungo 80, largo 15. Sull’armoniosa architettura del gigantesco manufatto – di proporzioni Vitruviane e dai ricchi arredi artistici interni -, per giustificarne lo sfarzo e i molti soldi spesi, i frati inventarono una leggenda: Cantugna e il diavolo. Cantugna era il costruttore vincolato a ultimare il complesso entro una certa data, oltre cui non avrebbe ricevuto alcun compenso. La notte prima della consegna, i lavori in alto mare, era disperato. Gli si presentò in aiuto il diavolo che gli propose, in cambio dell’anima, di ultimare i lavori per l’indomani. Cantugna accettò, a condizione che ogni pietra fosse collocata al suo posto, nessuna esclusa. Il diavolo accettò e mosse l’inferno. Sul far del giorno era tutto fatto! E il diavolo si presentò a Cantugna per prendersi l’anima. Costui, però, negò quella pretesa: mancava una pietra! Che il birbante aveva divelta di nascosto. Così il diavolo fu sconfitto. Ma taluni, non troppo convinti dalla versione dei frati, ipotizzarono che gli stessi, scavando, avessero trovato tesori nascosti. In effetti, il monastero era sorto sopra l’antico abitato raso al suolo dagli Incas. Terza ipotesi, forse più vera: Cantugna avrebbe scoperto il mitico tesoro Incas, e donato ai frati in cambio d’una cappella ricca di arredi a lui dedicata, costruita lì a fianco.

Si contano poco meno di venti, tra chiese e complessi chiesa-monastero, a presidiare i quartieri cittadini. Opere agibili, destinate a funzioni religiose, benché, alcune, son divenute: musei scuole università uffici. Qualificando un tessuto cittadino ricco, a fianco di altri grandi edifici laici destinati: al Governo, alla Banca Nazionale, al Carcere. Alla visita a collezioni preincaiche, già suggerita, aggiungerei il Museo della Città, dove n’è repertata l’evoluzione. Dai primi insediamenti in capanne alle dimore coloniali dei ricchi latifondisti e pubblici ufficiali; ornamenti e armi primitive a confronto con le temibili armi spagnole; disegni e plastici sulle vessazioni verso i nativi commesse dai conquistadores e i loro eredi, metixos che considerarono senz’anima, inizialmente, i nativi; l’“educazione” data agli indios da religiosi dei vari ordini: imponendo il cristianesimo, la lingua spagnola, e nuove tecniche agricole e artigianali. Colonie Sudamericane sfruttate, per secoli, dalla Corona spagnola con tasse inique, depredando forza lavoro, ricchezze minerarie, e artigianali. Varietà di produzioni tessili, specie in lana alpaca, oggi concentrate nel mercato settimanale coloritissimo di Otavalo. A nord di Quito. Sulla strada, villaggi abitati ancora da sciamani, specchi d’acqua pescosi, varietà di flora e uccelli ambite da frotte di turisti. Fenomeni naturalistici concentrati  presso le foreste pluviali a Mindo. Seguendo poi la strada panoramica Panamericana, a destra e manca, splendide gole tra alti vulcani, coltivate e abitate, offrono itinerari alternativi. Verso foreste, fiumi, cascate, remoti  villaggi andini e amazzonici, città storiche come Cuenca, buen retiro di pensionati da tutto il mondo, per bellezze architettoniche e clima perenne primaverile. D’interesse, la scesa da Quito al mare di Montagnita e Guayaquil. S’incontrano aree specializzate agricole (famosi i bananeti, e non solo), zone desertiche, e abitati quale Montecristi, dov’è prodotto il famoso cappello Panama superfino. Città natale del liberale modernizzatore Presidente della repubblica (1895-1901), José Eloy Alfaro Delgado, contrastato e trucidato, perché deciso sostenitore dei diritti umani. A lui è dedicato un memoriale. I nativi amazzonici, tutt’oggi, sono mobilitati a difesa del loro habitat, violato da barbari prelievi petroliferi che stanno distruggendo, a ritmi forsennati, siti incontaminati nel polmone del mondo: l’Amazzonia. Prima di arrivare al bel Malecon (Molo lungofiume) nella torrida Guayaquil, seconda città ecuadoriana, si può deviare. Verso la piccola Isla de Plata, impropriamente detta Galapagos dei poveri, dinanzi Puerto Lopez. Tartarughe marine, sule piedi azzurri e altre rare specie aviarie sostano nell’ostile habitat della foresta secca, assistendo paciose a incessanti via vai turistici. Nel mare circostante si pescava coi cormorani, ai quali, stretti i gozzi con anelli, si faceva rigurgitare il pesce a bastonate! Oggi è proibito. Oltre, ci si rilassa nella rivierasca Montagnita – clima festaiolo e onde ambite dai surfisti -, assaltata da giovani freak da tutta l’America, del Nord e del Sud. E, ancora, spiagge sabbiose e scavi arcaici (Las Vegas) nel circondario di Santa Elena. Il volo per casa attende a Guayaquil, che per prima si rese indipendente dagli spagnoli, nel 1820.[Fine]

fabilli1952@gmail.com

Cover_viaje en quitoquitoecuador 3 011equador 2014, 1 888Gita a Mindo,ecuador 3 150Quito, statua di BenalcazarChiesa e convento di San Diego, piazzale antistanteCasa del Alabdo - figura sciamanica- arte preincaica equador 2014, 2ecuador 3 423equador 2014, 2 293ecuador 3 449Isola de la Plata, coppia di sule piedi azzurri (2)ecuador 3 190ecuador 3 355ecuador 3 139ecuador 3 411

Bruno Benigni, prima della carriera curò ideali, impegno, e opere importanti

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bruno benigniSchivo e riservato, di Bruno Benigni ebbi la prima impressione, più che favorevole direi entusiastica, dal dottor Emilio Farina. A Cortona, negli anni Ottanta, eravamo alle prese con seri problemi sanitari, tra cui: l’incontrollato inquinamento da deiezioni suine; la mancanza del depuratore anche per i liquami urbani; e le diatribe sul futuro ospedaliero in Valdichiana, conteso tra Cortona e Castiglion Fiorentino, in previsione della riorganizzazione, per cui sarebbe sopravvissuto un solo ospedale. (In Consiglio Provinciale, il parere sul progetto del nuovo ospedale a Fratta passò con due voti favorevoli, il mio e di Bruno Borgogni, e uno contrario della Consigliera di Foiano, tutti gli altri, dei trenta Consiglieri, astenuti!… per dire il clima pilatesco prevalente).

Presidente della Banca popolare di Cortona, Direttore del Laboratorio provinciale di igiene e profilassi, Farina, liberale, mi colpì col giudizio su Benigni, comunista,  (che egli ebbe assessore provinciale dal 1970 all’80), elogiandone la coerenza sulla tutela della salute a tutto tondo. Partendo dalla prevenzione, in cui Farina era impegnato, e Benigni gli aveva fornito linee guida e strumenti utili ai suoi compiti. Tra Benigni, di Castiglion Fiorentino, e me, sindaco di Cortona, entrambi comunisti, le occasioni d’incontro prima d’allora erano state poche, tali da non consentirmi un’opinione compiuta sulle capacità del navigato amministratore, salvo la sua fama nazionale acquisita nell’impegno al superamento dei manicomi. Argomento su cui, in Internet, è documentato il valore di Benigni in tema di salute mentale, a cui si dedicò, smesse le vesti d’amministratore pubblico, nel “Centro F. Basaglia” da lui promosso e  presieduto. Fino alla campagna a sostegno della legge 81/2014, che fissa la chiusura definitiva degli OPG (ospedali psichiatrici giudiziari), a un anno dalla sua scomparsa, il 21 agosto 2015.

Divenuto assessore regionale alla Sanità, nel 1983, pesai subito il valore di Benigni, conoscitore dei nostri principali assilli territoriali. A distanza di poco tempo, da un progetto all’altro, si presentò con progettisti e finanziamenti già definiti: sia per il depuratore di Monsigliolo, sia per il nuovo distretto socio-sanitario di Camucia. Fin’allora, servizi e uffici, oggi raccolti nella cosiddetta Casa della Salute, erano sparsi in varie sedi, molte non possedute dalla USL. Si trattava d’investimenti, in lire, d’una decina di miliardi. Ciò accadde per semplici convergenze  programmatiche. Senza particolari pressioni locali. Benigni – che, primo, adottò un Piano Sanitario regionale toscano – aveva fatto proprie le previsioni del Bilancio di Cortona, valutate in linea con gli indirizzi regionali. In un caso e nell’altro, si trattò di scelte epocali. Soprattutto, sopperire alla mancanza del depuratore rappresentò una novità assoluta, prevedendone l’“uso plurimo”: sia per reflui urbani che animali. Dal medioevo, dello spargimento dei liquami sui fossi, si passava alla modernità del risanamento territoriale. Grazie a Bruno Benigni. Il quale addossò alla Regione i costi principali, altrimenti spettanti al Comune, utilizzando la formula dell’“uso plurimo”. Il Comune era sommerso nella cacca dei suini per una popolazione equivalente a centinaia di migliaia di persone, neanche fosse stata una metropoli!

Dopo l’85, terminato il mandato di sindaco, ed entrato nella sfera d’azione politica provinciale, incontrai più volte Benigni, del quale m’ero fatto piena nozione sui trascorsi alla Provincia di Arezzo e, sul  presente, da Assessore regionale toscano e stimato esperto, a livello nazionale, nel settore di sua competenza: la sanità. Competenza non fine a sé stessa, bensì improntata all’attuazione dei principi costituzionali d’una sanità universale, non discriminante le condizioni sociali ed economiche del cittadino-utente. Per l’infrastrutture sanitarie, inoltre, fu determinante sia nel procedimento del nuovo ospedale di Fratta, superando i precedenti nosocomi, sia nel privato, autorizzando il Centro diagnostico “Andrea Cesalpino”, a Terontola.

Delle ultime occasioni d’incontro con Benigni, ricordo la partecipazione da delegati al XIX ultimo Congresso del PCI a Bologna, nel 1990, nel quale, tra mille contrasti, se ne sancì la fine. Benigni cercava, anche da noi più giovani, argomenti per convincersi sulla necessità d’un passaggio su cui era poco convinto. Come l’eravamo in tanti. Convinti della necessaria evoluzione d’una forza politica, ma non della sua liquidazione, che di fatto avvenne. Persa la forma, venne meno anche la sostanza politica: avendo scaricato i ceti sociali di riferimento tradizionali, il mondo del lavoro, e rinunciato alla critica e contrasto alle molte storture del capitalismo. Vidi, nelle reazioni di Benigni, una sofferenza persino fisica a capacitarsi, più di noi giovani, incautamente guasconi, che pensavamo la soluzione adottata la meno peggio, nelle circostanze storiche del crollo del sistema comunista sovietico. Benigni, come la gran massa di attivisti, s’accodò alle direttive del nuovo partito, il PDS. Da cui non ricevette più altri incarichi istituzionali, finita la decennale esperienza regionale. Avrebbe meritato un seggio in Parlamento, che non gli fu offerto. L’evoluzione politica, tra le altre cose, avvenne per far fuori i vecchi dirigenti, senza andare per il sottile, meritevoli o meno non importava. Al Congresso di Bologna, per poco non venne rieletto lo stesso segretario Occhetto! Segnale inquietante, anche se avrebbe meritato d’esser fatto fuori, ma coloro che attendevano di sostituirlo, non so quanto, per Benigni, rispondessero ai suoi criteri di comunista e cattolico severo e rigoroso nell’impegno quotidiano, per sé stesso innanzi tutto, mai dimentico dei ceti sociali più disagiati da difendere. In tal senso, ligio ai suoi principi, rimase un compagno coscienzioso, anteponendo alla carriera un infaticabile impegno.

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L’Ecuador e Quito piacevoli porte d’accesso al Sud America

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Quito, veduta città dal tetto di S.Diego -ecuador 3 174Se un viaggiatore mi chiedesse: “Dove inizieresti a scoprire il Sud America”? senza dubbio, risponderei: “Da Quito, e l’Ecuador”. Perché, in spazi poco più estesi dell’Italia, circa 380mila Kilometri quadrati e 17milioni scarsi di abitanti, in Ecuador sono codificati ben 14 biotipi naturalistici. Città coloniali patrimonio UNESCO, foreste primarie nebulose e amazzoniche, fantastiche varietà di flora e fauna, cordigliera delle Ande con gole  profonde e alte vette vulcaniche, fiumi gonfi e spettacolari cascate, calde placide spiagge marine e onde ideali per surfisti, scene di vita primitiva in remoti villaggi andini, megalopoli moderne, climi estremi: caldo torrido, cime innevate, eterne primavere… l’elenco di curiosità potrebbe proseguire.

Lingua principale: spagnolo, facile da intendere. Pure diffusa, ufficiale, e insegnata a scuola è la Quechua dei nativi, usata gioiosamente anche da poeti e scrittori.

Come giunsi in Ecuador? Mio cugino Franco – sposata un’ecuadoriana – me ne fece un racconto eccitante. E, conosciuti Venezuela Paraguay Argentina, la conclusione m’è sorta spontanea: l’Ecuador è sintesi ideale del Sud America.

Si può organizzare il viaggio tramite agenzia, unendosi a gruppi organizzati, o col “fai da te”. Che non è, per forza, l’esperienza tragicomica raccontata nella pubblicità (turista fai da te?!… aiaiaii!), purché si legga un buon libro e, in loco, si prenda una guida. Il viaggiatore esperto può rinunciare all’appoggio locale avendo tempo, ma, di fretta, senza guida si perdono molti particolari dei luoghi, dove, forse, non torneremo mai più. La prima volta, cercai un contatto locale in Ecuador: il giovane architetto José. Che aveva sostenuto la tesi di Laurea su origini e struttura della città di Quito. Niente di più desiderabile. Girovagando per Quito, col lieve affanno che prende a 2.800 metri d’altitudine, seguendo descrizioni dettagliate e storia delle strutture in vista, divagammo su politica, progetti urbanistici presenti e futuri, e sulle infinite curiosità sorte strada facendo. A casa, avendo raccolto così abbondanti appunti, di getto scrissi l’unico libro di viaggio: Quito – Bellezze ambientali, storie e leggende. Apprezzato dai lettori, tradotto anche in spagnolo.

Quali pregi avrebbe Quito? È tra le prime iscritte nell’elenco del patrimonio culturale UNESCO (1978) per aver mantenuto i caratteri di città coloniale spagnola: strade strette, piazze, chiese, edifici pubblici e privati, monumenti, un insieme che ben palesa i cinquecento anni d’esistenza, appagando lo sguardo. Il costruito, ben conservato, è in scala compatta unitaria, in armonia con le sagome maestose di chiese e conventi che presidiano i quartieri. Da cui si deduce la supremazia delle varie congregazioni religiose sulla vita cittadina, sulle coscienze, sulla storia. Sensazione accresciuta varcando chiostri e presbiteri che racchiudono oggetti artistici prodotti in loco, d’ispirazione europea, ispanica e italiana. Sorprendente, la statua dedicata al conquistador Benalcazar, violento e spietato verso gli indios, la cui faccia truce è tutt’un programma!  Soffrii quel paradosso. Solidale col popolo primitivo, convinto da José sulla mitezza indigena dei cacciatori raccoglitori che s’insediarono in quella gola, alle pendici del vulcano Pichincha. Indigeni – ottanta anni prima l’avvento dei conquistatodores -, sopraffatti pure dai non meno truci invasori Incas, provenienti dal Perù. Sconfitti dagli spagnoli, gli Incas rasero al suolo l’abitato. Cosicché, non restando reperti urbani, per documentarsi su civiltà precolombiane e preincaiche serve visitare i Musei della Casa del Alabado, e La Capilla del Hombre: complesso museale costruito dall’artista contemporaneo Oswaldo  Guayasmin presso un’antica necropoli, ricca di corredi funebri. Oltre i reperti preincaici, Guayasmin lasciò sue struggenti prove pittoriche sui drammi sudamericani, mai finiti anche chiuso il dominio spagnolo, proseguiti nella storia tragica del secolo XX, segnato da guerre mondiali, guerre civili, genocidi, campi di concentramento, dittature e torture continuate quasi per tutto il secolo.

La storia di Quito è ricca di leggende ironiche e tradizioni del bel vivere, che ricavai da letture fatte tra una scarpinata e l’altra. Accenno, ad esempio, i miti di Padre Almeida, francescano libertino, e il Chulla quitegno, tipico debosciato sopravvissuto secoli. Non sorprenda, perciò, se el buen vivir è sancito nella Costituzione Ecuadoriana. Principio (distorto) presente nei motivi che spinsero i primi avventurieri spagnoli nel mitico Eldorado: provenienti da una società tradizionalista, dove la Chiesa perseguiva quale crimine religioso ogni forma di libertà sessuale, soldati e frati trovarono nel Nuovo Mondo il posto adatto per soddisfare i più inconfessabili istinti: cupidigia e  lussuria. Lo scienziato Humboldt, (tra Sette-ottocento) visitando Quito, ricalcava: “In nessuna città ho riscontrato, come in questa, uno spirito così deciso e generalizzato a divertirsi”. Il viaggiatore odierno non godrà più tali suggestioni: il mondo è omologato, dappertutto. Mentre sarà sedotto dalla ospitalità cordiale, e da scelte tra mille curiosità e attività: culturali, ambientali, artigianali, sportive, … muovendosi su strade ottime, comodi e puliti hotel e aree di sosta, cibi gustosi, tutto a costi ragionevoli in dollari USA,  moneta corrente. Cosa si mangia? È la prima domanda dell’italiano medio. Il riso sostituisce pasta e pane, insieme alla yucca. Cucinano carne, legumi, pesce, frutta e verdure fresche tutto l’anno. Ritenuto ghiotto il Cuy chactado (maialino d’india) arrosto. Nei ristoranti la cucina è internazionale, le varie gustose specialità (platano fritto, ceviche, ciccioli, salsicce, brasati, zuppe di pesce o pollo, fanesca, maiale, agnello, manzo, trippa, cacio) si scoprono nei ristoranti tipici, in Hosterias, o nei baracchini stradali.

[Fine prima parte, seguirà la seconda e ultima: “Altri Percorsi”].

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Aimo Petrucci infermiare coscienzioso e burlone

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ospedale antico di cortonaSembrerebbe illogico essere gioiosi mentre si presta cure a persone sofferenti. Era, invece, la qualità speciale dell’infermiere professionale Aimo Petrucci: affrontare le malattie trasmettendo umanità e buon umore, velando ansie e traversie proprie.

Giunse all’ospedale di Cortona in ripresa, dopo il quasi svuotamento del reparto chirurgico, e in sala operatoria stazionavano le mosche. Segaligno, profilo da rapace, una cicatrice gli segnava una guancia, pelle ambrata di chi sta all’aria aperta, se libero dal lavoro, a caccia o curando l’orto. Scrutava l’interlocutore per coglierne l’umore. Il suo era positivo, anche immerso in pensieri grigi, deciso a far virare al buono lo stato d’animo altrui. Riuscendoci. Sorridente e giocherellone, esperto nei suoi compiti, spontaneo, legava facile usando lo scarno e buffo linguaggio di strada misto al dialetto, seguendo alla lettera il principio del parla come mangi. A noi colleghi, in alternativa al “buongiorno!”, ci apostrofava con epiteti poco eleganti: “Finocchio!” o,  altrimenti, “Trombatore!”, dando vita a spassosi convenevoli. Abbracci virtuali, scevri di malizia e doppi sensi. Equivalenti a “Ciao, ci sono!”, “Al bisogno, chiama!” “Come stai?” saluti rassicuranti, all’apparenza demenziali, quanto invece spiritosi e calorosi. Scintille mattutine, preludi a giornate senza paura, pur immersi in mille sofferenze umane. Fatalisti pronti ad aiutarsi in ogni imprevisto, specie se difficile.

Il mestiere l’aveva maturato nel servizio militare in marina e in altri ospedali toscani. Quando venne a Cortona le corsie ospedaliere si stavano riempiendo di nuovo. Dopo la crisi, a metà anni Settanta, a causa della ridotta attività di Rino Baldelli (chirurgo e ginecologo), funestato da radiodermite alle mani. Allora, un solo infermiere bastava a tenere aperto il reparto chirurgico, pulizie comprese. I pazienti erano così rari che li ricordavi tutti, uno ad uno. Come quell’anziano a cui, al pasto, proposi la minestra grandinina. “Ma scherzi?!… Dal ‘49 non mangio più minestra. Operato allo stomaco, quando tornai a casa, pensando di farmi piacere, mi prepararono grandinina in brodo d’oca! Fui riportato, di corsa, in ospedale coi ai crampi allo stomaco… da morire!”

Il brodo di carne ospedaliero, dato ai pazienti, era più digeribile del grasso d’oca, e qualcuno, come Aimo, gli avanzi l’imbustava per portarli al suo cane. Se non che, un tardo pomeriggio al cambio turno,  nel nutrito via vai dei parenti all’ingresso, ad Aimo, mortificato, schiantò la busta della grandinina! che si sparse, bloccando il traffico. Rapidamente, ripulimmo il pavimento, mentre lui, con verve consueta, raccontò scene ridicole dell’amato cane, facendoci sbellicare. Ghiotto di cotiche di porco, una volta gliene aveva gettata una sana, che il povero cane, poco dopo, la rifece intera! “Non l’aveva masticata sto stupido… l’aveva succhiata! (mimando il verso del cane, bramoso d’ingozzarsi). Dopodiché ha strusciato le chiappe in terra per mezz’ora, sto coglione”. Tanto che, in seguito, volendo fare una sana risata, bastava ricordare una delle scenette del can di Aimo. Fatti simili capitano a tutti, però trasformarli in gag ci vuol talento, soprattutto a saperli raccontare; ad Aimo veniva spontaneo e a getto continuo. Egli vedeva la realtà come sarebbe ideale viverla: con leggerezza e ironia. Quel modo spensierato di porsi farebbe crollare di colpo i clienti a psicoterapeuti e  farmacisti.

Smilzo, a tavola era una forchetta insuperabile. Scherzando, gli si diceva: “Per caso, hai la tenia?!” In realtà, apparteneva al tipo di persone mai sazie davanti a cibi appetitosi. Ricordo la scommessa tra lui ed altri, tra cui il povero Giorgio Ceppi  – altra gran forchetta – dopo una cena succulenta, a Montanare. Scommisero chi per primo fosse riuscito a mangiare una grossa bistecca con l’uovo sopra, alla Bismarck. Non importa chi vinse, ogni rivale spazzolò il piatto, voraci quanto il can di Aimo.

Vissuto fino agli ottant’anni, rischiò la pelle più volte. Salvato dalla sua perizia, autodiagnosticandosi a tempo l’insorgere dei pneumotoraci spontanei di cui soffriva, riuscendo a guidare i soccorritori sul trattamento da fargli.

Uscito dal ruolo d’infermiere, lasciai io ad Aimo lo scomodo posto di ferrista in sala operatoria. A cui si accedeva per capacità tecniche, ma anche se graditi ai colleghi di reparto: le sorelle Dina e Gina, Anna, Marino, Nevia, Milena. In quel lavoro, lealtà e fiducia reciproca tra collaboratori devono essere massime, per la sicurezza degli operatori e di chi sta sotto i ferri. Aimo mi rimproverò più volte d’avergli lasciato quel posto: appagante, ma stressante e faticoso. Se pure nel contesto tranquillo e sicuro creato dal chirurgo, Lucio Consiglio. In sala operatoria si può pensare che ci sia poco da zubbare, ed è vero, specie di fronte a frequenti sorprese crudeli, aprendo addomi di amici, parenti e sconosciuti, ma nel clima di buon umore si lavora meglio.

Caso volle che il mio dirimpettaio, sindaco di Tuoro, fosse Danilo Fruscoloni, fratello della moglie di Aimo. Da tale coincidenza, ebbi modo di valutare uno dei sindaci più amati nella storia del suo Comune. Scomparso precocemente, e non solo dalla scena politica. Era “comunista, comunista!”, avrebbe fatto esclamare Verdone, in un film, a un personaggio simile, brandendo non uno ma due pugni. Danilo e Aimo furono tra  quelli più consapevoli che la fine del PCI sarebbe stata una iattura non solo per i comunisti ma per tutti: cittadini e lavoratori.  Dei cui diritti sociali conquistati s’è fatto strame sull’altare del mercato.

Insieme a Danilo, conobbi l’ottima cucina di sua sorella, accasata Petrucci.

La nostalgia è suscitata da persone, cose, situazioni, e, al trascorrer del tempo, tra le nostalgie più ghiotte ci sono sapori e profumi del cibo di mamme e nonne, ingredienti sui quali la moglie di Aimo era maestra nel ricrearli. Momenti di gioia. Gioia avara con Aimo, negli ultimi anni di vita. Per quanto lui  avesse dispensato allegria a piene mani con la sua presenza in ogni ambiente frequentato. Il destino, spesso, è crudele.

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Aldo Ducci, sindaco di Arezzo, perorò la causa del metano a Cortona

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Aldo DucciSucceduto a Tito Barbini, sindaco di Cortona, nell’80 ereditai un bel bagaglio di servizi attivati: asili nido, mense scolastiche e trasporti a “prezzi politici”, e ambiziosi pacchetti di idee sullo sviluppo economico e civile. Ma nel dar gambe ai progetti, oltre ai progetti, ci volevano soldi. Gli anni ’70 furono avari col Comune di Cortona (consistente azienda territoriale), creandosi un debito di quasi 2 miliardi di lire. Ma il vento cambiò rapidamente, (intuito da chi aveva creato il debito, che lo Stato avrebbe ripianato), perciò furono necessarie  concretezza e rapidità. Seguendo i filoni finanziari in cui lo Stato incentivava i Comuni, e, se necessario, associandosi ad altri per le stesse finalità. Come lo fu per il metano. Fonte energetica, allora, a basso costo e di minore impatto ambientale rispetto ad altri combustibili fossili. Per motivi diversi, e in mancanza di grosse utenze industriali che avrebbero attirato investitori, Cortona era sprovvista della rete metanifera. Mentre il Comune era socio di COINGAS,  Consorzio dei comuni aretini per la metanizzazione, ma ogni volta che in assemblea si poneva il problema dell’estensione della rete a Cortona e Castiglion Fiorentino si lamentavano costi esorbitanti, e la cosa moriva lì. Posi la questione al sindaco di Arezzo, Aldo Ducci, maggiore azionista di COINGAS: se le intenzioni del Consorzio fossero rimaste le stesse di sempre, negative, avremmo tentato strade autonome. Un mezzo bluff,  non avendo nulla di certo, se non la volontà di saggiare il mercato, quella sì, verso  soggetti interessati all’operazione.

Ducci, autorevole decano dei sindaci aretini in seno al Consorzio,  godeva la fama di ottimo amministratore di Arezzo, tra i più avanzati d’Italia. Con calma olimpica, mi dissuase dall’uscire dal sodalizio – già altri territori della provincia s’erano arrangiati da soli – dandomi la sua parola che avrebbe seguito personalmente la questione. L’attesa fu breve. Combinò un incontro a Metanopoli, (frazione di San Donato Milanese) sede dell’ENI, a cui mi recai con Ducci e l’amministratore di COINGAS, Polverini. Per quanto più anziano e l’aura del vecchio saggio, si rivelò piacevole compagno di strada, nella tirata automobilistica di un’intera giornata. Faticosa non solo per la distanza, ma anche per la disabilità di Aldo che soffriva di una gobba notevole. Sulla quale non consentiva a nessuno battute spiritose. Con l’eccezione di un vecchio compagno socialista. Il quale, nelle occasioni politiche in cui si incontravano, gli gettava le braccia al collo gridando: scopa! (Nel gioco a carte, una figura sul tavolo può essere presa da un’altra figura uguale di seme diverso). Nel caso dei due compagni socialisti, un gobbo elideva l’altro, ecco la scopa! Anche Aldo si lasciava al sorriso e allo scherzo.

La trattativa tra dirigenti di ENI e Aldo, negoziatore calmo e tenace di parte aretina, fu favorevole. Una dorsale metanifera di ENI passava in territorio aretino, nel comune di Marciano. Da lì ENI avrebbe costruito a sue spese il raccordo fino a Manciano, sede dello Zuccherificio castiglionese, pretendendone la gestione dell’utenza. Però, a Manciano, avrebbe concesso a COINGAS di fare gli allacci per Cortona e Castiglion Fiorentino. In breve tempo furono pronti i progetti dall’una e dall’altra parte. Nel frattempo, la legge consentiva al Comune di Cortona di accedere a un mutuo a carico dello Stato, e, per tale agevolazione, nel tratto tra Manciano e Camucia le condutture furono rafforzate, fungendo anche da deposito di scorta. Soddisfatti della trattativa, guidati dal buongustaio Polverini, ci “ricoverammo” a pranzo presso la Clinica Gastronomica, a Rubiera di Reggio Emilia.

A quell’incontro, con Ducci, ne seguirono altri istituzionali, dove ne apprezzai  doti di chiarezza, praticità, e lungimiranza. Scuola politico-amministrativa rara.

In particolare, ricordo Aldo al convegno tra Enti Locali europei organizzato dal comune Berlino Ovest. Città ancora divisa dal Muro (1986). Con le autorità dell’Est che però non frapposero particolari ostacoli a più di un passaggio, anche la stessa giornata, al Check Point Charlie. In qualità di Assessori provinciali, col collega Rino Giardini compimmo lo sforzo di andare in macchina, anziché in aereo, come fecero gran parte dei colleghi aretini, compreso Ducci, accompagnato dalla moglie Pia. Col vantaggio nostro di poter scorrazzare a piacimento in città, oltre alle gite in bus organizzate dal Comune di Berlino, a cui partecipammo. Quell’autonomia di movimento ci consentì di recuperare gli stanchi coniugi Ducci davanti all’Opera, in attesa di un bus o taxi. Assistendo a uno dei loro simpatici battibecchi: “Aldo è voluto venire all’Opera, ma, stanchi come siamo, ha russato tutto il tempo! finché non l’ho convinto a uscire!” così Pia incalzava Aldo, spossato e remissivo. Coppia unita, dalle battute spiritose rivelavano affetto e protezione reciproca. Pia esuberante, quanto Aldo pacato e remissivo.  Come accadde nella gita, in bus a due piani, organizzato per la visita al Muro. Incuriosita dal bus a due livelli, Aldo stentava a stare al passo di Pia che l’incitava a seguirla, a gran voce, nella parte alta. Poi, colta da claustrofobia, urlando: “Aldo, non respiro!” costrinse il meno sbrinco Aldo a seguirla, sgambettando, in basso. Finchè, l’intera comitiva salì sulla piattaforma aerea prospiciente la zona del bunker in cui era morto Hitler. Qui sentimmo Aldo ammonire: “Pia, parla piano!” a costei che berciava a squarciagola da comiziante: “Poverini!” di fronte alla visione desolante dell’area abbandonata a se stessa.

Ad Aldo furono tributati funerali di Stato, meritati. Politico eminente e longevo del dopoguerra aretino, emarginato dal rampantismo, in voga, del compagno socialista Vannucci, che, da sindaco di Arezzo, risultò fuoco fatuo nel cuore degli aretini. Contro la lunga permanenza di Ducci ai vertici comunali, capace di migliorare a fondo importanti aspetti culturali, urbanistici e socioeconomici della Città che tutt’oggi permangono.

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Il ricordo del vescovo Franciolini e il danno a Cortona soppressa la Diocesi

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ferruccio 1In Comune, non era intenzione degli organizzatori de L’Etruria svolgere una cerimonia retorica, vuota di senso, a trent’anni dalla scomparsa dall’ultimo Vescovo residente a Cortona, Giuseppe Franciolini. Infatti, il memoriale è partito subito crepitando. La piccola truppa di opinionisti locali de L’Etruria veniva rimproverata dal sindaco Meoni di non aver invitato il Vescovo di Arezzo, contestando la “grave scorrettezza istituzionale”, a cui ha fatto seguire ricordi di infanzie felici, come la sua, all’ombra dell’educazione religiosa, in parrocchie e oratori. La replica di Lucente è stata chiara. In difetto non erano gli organizzatori dell’evento, giornalisti  laici e indipendenti, bensì le gerarchie ecclesiastiche aretine, alle quali spettava prendere un’iniziativa simile. Meglio ancora se più articolata della breve cerimonia di due ore, basata su ricordi spontanei dei partecipanti. Il Vescovo, vissuto un cinquantennio a Cortona, avrebbe meritato almeno una giornata di memorie organizzata dai suoi confratelli. A cui, magari, sarebbe stato opportuno far seguire studi approfonditi su Franciolini, per capire i motivi dell’ampia stima riscossa in vita, in ogni ambito, cultuale e sociale cittadino. Avendo, Egli, traversato mezzo secolo tra i più duri – in tempi recenti –  della storia nazionale e locale, dagli anni trenta agli anni settanta/ottanta del Novecento. Tuttavia, della Curia aretina, era presente il Vicario del Vescovo. Un giovane quarantenne, il cui compito principale è stato lodare il sindaco per le parole spese a favore della pedagogia religiosa, ma era  evidente il sottinteso: la lode al sindaco era per la smaccata presa di posizione a favore del grande Assente, il Vescovo Fontana, contro gli organizzatori dell’evento. La premessa polemica non ha impedito un ricordo corale pacato, piena di spunti, inteso a evidenziare, con numerose testimonianze personali, il carattere poliedrico di Franciolini, attento alla vita dei singoli, alla cura del suo ministero, alla vita cittadina. Cura amorevole,  risuonata in aula dalla sua viva voce nella nota frase: “Cortona è la mia sposa e io sono il suo sposo indegno”, dal documentario di Luigi Vannucchi, girato poco avanti la sua scomparsa. Già dal 1977 si sapeva che Franciolini sarebbe stato l’ultimo vescovo residente a Cortona. Vicenda che l’aveva angustiato, per giunta  impotente, imposta contro la sua volontà. La nuova autorità del Vescovo di Arezzo presto gravò su Cortona, dando prova tangibile del nuovo potere già all’esequie di Franciolini. Immortalate in una poesia, letta da Carlo Roccanti, in cui si ricorda il funerale di Franciolini fatto alla chetichella. Il vescovo di Arezzo, D’Ascenzi, richiesto di traslare la salma con processione dal palazzo vescovile, dov’era il feretro, al Duomo, per la cerimonia funebre, in risposta, impose lo spostamento della salma alla chetichella. Ciò non impedì grande afflusso di popolo al Duomo, che si rivelò incapace di contenere la folla accorsa. Ma il segnale era chiaro: c’era una nuova gerarchia nella diocesi Arezzo-Cortona-Sansepolcro. Prima veniva Arezzo, le altre diocesi, ufficialmente non soppresse ma accorpate, di fatto ridotte a semplici nessi storici; la nuova organizzazione irradiava dispoticamente il potere dal centro alle periferie. Non ci volle intelligenza a capire tale evoluzione, già dal ‘77, quando fu decisa questa novità. Oltretutto la chiesa non è governata da princìpi “democratici”, essendo basata sull’autorità del vescovo. In previsione di tale scenario pessimo, io, sindaco, e, il presidente di Circoscrizione, Nicola Caldarone, ci recammo dal primate toscano, cardinal Benelli, a reclamare il nostro dissenso. Ragionando che altre diocesi erano rimaste in vita, come Fiesole e Orvieto (Lucumonie etrusche) e altre ancora, dai requisiti simili a Cortona. Fu un buco nell’acqua. Però, ci provammo. La storia recente ha accentuato il divario di prospettive e interessi tra Arezzo e Cortona. Come sull’uso dell’ex episcopio, che ha coinciso con l’altro conflitto tra le città: sulla destinazione d’uso dell’antico ospedale di Cortona. Dimostrando, in entrambi i casi, che il potere aretino considera Cortona subalterna. Dove il potere locale è stato ventre molle, il Comune, sulle vicende dell’ex ospedale; mentre non si è tenuto conto del parere del clero e dei parrocchiani cortonesi, sull’ex episcopio, non essendo interpellati. Sul conflitto di interessi, tra Arezzo e Cortona, ho centrato l’intervento in ricordo di Franciolini. Egli vivente, seminarista prima e sindaco poi, io ne avevo ammirato il ruolo nella società cortonese, di collante socioculturale anche per non credenti, grazie a doti umane, politiche, e di mecenatismo. Egli arricchì Cortona in modo straordinario. Basterebbe ricordare, per l’arte, i mosaici di Gino Severini,  finanziati anche a sue spese. E la lista di opere recuperate, tutelate e acquisite da Franciolini, sarebbe lunga, alle quali si  è accennato, nell’occasione, anche da Isabella Bietolini. Tantoché, il vescovo Bassetti pensò di fare dell’ex episcopio un Museo, contenitore degli oggetti raccolti da Franciolini, a cui aggiungerne, magari, gli archivi. Quand’era tutto pronto, il vescovo subentrato, Fontana, decise di destinare a uffici l’immobile restaurato. Tutti zitti, tranne L’Etruria, col direttore Lucente. Polemica che sortì il solo l’effetto di sapere dove, pare, sia depositato il materiale museale. Questo è il motivo maggiore dei dissapori tra Curia aretina e il periodico locale. Tuttavia, la memoria di esempi di civismo e altruismo dati da Franciolini ha suscitato nei presenti molti interventi, evocando l’esigenza del “confronto”, anche tra opinioni contrapposte, indispensabile alla crescita comunitaria. Tema su cui, particolarmente, s’è soffermato  Italo Castellani, consacrato prete da Franciolini, e oggi vescovo “in pensione”. Tema cruciale, il “confronto” come metodo, presupponendo idee da sviscerare e condividere, condizione auspicabile a Cortona, anche in memoria di Franciolini, ma che troppa strada allontana da tale obiettivo. L’assenza di partecipazione, in questo momento, sta impoverendo sia la chiesa che la società civile. Che “la società liquida” sia processo irreversibile, come previsto da Zygmunt Bauman? Povera democrazia.

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