Il sogno di Lavagnini, Bistarelli ed altri deve continuare a volare – di Ivo Camerini

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pci cortoneseIl sogno di Lavagnini, di Bistarelli ed altri cortonesi può e deve essere ripreso per continuare a volare nel cielo di Cortona e della Valdichiana. Cent’anni fa nel gennaio 1921 nasceva il Pci anche a Cortona. 

Rileggendo l’Etruria del 1921 troviamo queste parole che G.L.Passerini dedica al nascente partito politico dei comunisti italiani in quell’inverno di cent’anni fa : “Ben vengano,dunque,conserte tra i rami di pacifico olivo e di lauro vittorioso, falce e martello: e siano insieme segno di volontà tenace e di solerte energia, affermazione di ideale e forza, di diritti umani ma anche di umani doveri , conforto ne’ buoni propositi di fratellanza e di amore , ammonimento a chi contro a que’ propositi osasse di opporsi.” Sia ben chiaro: queste parole Passerini le inserisce nel suo editoriale come arte retorica per respingere l’idea comunista e il mito della Rivoluzione sovietica del 1917,  che sta facendo proseliti anche da noi. Ma le riporto perché sono testimonianza di un clima sociale, dove la lotta alle ingiustizie sociali ed economiche veniva avvertita anche dalla borghesia e da quella proprietà agraria, che, in gran parte, ormai stava finanziando l’opera politica del socialista Mussolini, che, nel 1919 a Milano, aveva fondato il Partito nazionale fascista.

Nella stessa Etruria e nell’Azione democratica di Carlo Nibbi ( a Cortona in tutto il Novecento, tolto il ventennio della dittatura fascista, abbiamo tanti fogli di libera discussione democratica) sempre si dà la notizia , seppur in termini molto essenziali,  che al Congresso socialista di Livorno del 15-21 gennaio 1921 ha partecipato anche un delegato socialista cortonese, che abita e vive a Terontola.

La notizia di cronaca ci dice inoltre che questo delegato di cui, per ovvi motivi, non si fa il nome, “ abbracciò il comunismo e ritornato a casa con sé comunistizzò anche tutta la sezione di Terontola”. Questa notizia di cronaca è, dal 1981,  una bella storia che in pochi conoscono e che rispolvero volentieri per i nostri lettori, avendola già pubblicata in quell’anno , nel mio libro “ Il Pci cortonese: 1921-1946”, pubblicato su invito dell’amico Ferruccio Fabilli, allora sindaco di Cortona.

Si trattò di una interessante ricerca storica sulle origini del Partito comunista a Cortona, che feci volentieri nella mia veste di professore di storia e di cattolico democratico impegnato nel sociale e, per l’alba di un mattino, anche in alcuni ambiti di militanza politica. Mi costò l’espulsione, infatti, dalla Dc, da cui però, senza che i miei amici ne volessero prendere contezza, mi ero già allontanato dopo la tragedia dell’assassinio del presidente Aldo Moro, di cui ero giovane amico ed allievo in Roma e per la cui salvezza poco fece la direzione nazionale democristiana all’infuori dell’estremo tentativo di Amintore Fanfani, che solo nei primi giorni di maggio si schierò apertamente con l’azione di trattativa iniziata venti giorni prima da Craxi, da alcuni socialisti e da alcuni esponenti del mondo cattolico.

Ma questo è un altro discorso e ritorno subito a quei mesi invernali del 1921 quando, in una piccola capanna contadina di Terontola, allora sezione del partito socialista, questo ferroviere cortonese ritorna comunista da Livorno e converte tutti gli iscritti al Pci di Terracini e Gramsci, creando la prima “cellula” di comunisti che poi si allargherà a Chianacce, dove il contadino Bistarelli, nel 1926, con l’emanazione delle leggi speciali del fascismo che abolirono i partiti politici anti fascisti sarà un protagonista clandestino della bandiera rossa della falce e martello cortonese. Una bandiera  che riemergerà poi maggioritaria e ed egemone negli anni 1946-1948, quando prenderà il governo del Comune tenendolo ininterrottamente fino al 1994, allorché nasce il Pds. Un partito che poi, nel 2008, con la convergenza di socialisti, di cristiano-sociali, di cattolici del Ppi e liberaldemocratici della Margherita accetta il  Pd sognato da Veltroni, Marini, Rutelli ed altri.

In quel Pd convergono i sogni italiani novecenteschi dei diritti umani, della liberazione dalle ingiustizie , dalla subalternità sociale ed economica, della eguaglianza tra le persone, tra gli uomini e le donne d’Italia. Oggi , ma forse già dal 2016, quel sogno naviga in brutte acque, sballottato tra i marosi della globalizzazione selvaggia e sembra che stia sul punto di affondare nel dramma parlamentare venuto fuori dai risultati delle elezioni del 18 marzo 2018 e in questi ultimi mesi incartarsi nel dolore nazionale ed europeo dovuto alla pandemia Covid-19.

Tra l’inverno e la primavera del 1921 a Cortona il clima politico è molto incandescente per via delle elezioni politiche che si svolgono nel maggio. Grandi discussioni politiche impegnano i cortonesi e i chianini di allora, che sono coinvolti anche nei primi episodi di violenza squadristico-fascista, come nel caso dei fatti di Renzino dove morirono contadini e fascisti aretini andati colà in spedizione punitiva e che segnarono i prodromi di quella guerra civile che poi sarebbe esplosa dopo l’otto settembre 1943.

Tra le poche cronache di quei mesi invernali del 1921 ne riassumo tre. Le prime due sono de L’Etruria. Una è dedicata al furto della bicicletta di “tale Arsenio Frati di Monsigliolo, consigliere comunale social-comunista” cui il furto “ metterà alla prova la fede comunista, visto che la proprietà è un furto”. L’altra è invece dedicata ad un comizio tenuto da “ un certo Tarozzi, venuto a Cortona a predicare il verbo di Bombacci” , accolto dai socialisti unitari “ gentilmente con una salve di fischi” e con il quale “ il buon Vannuccio Faralli ha tenuto in tono molto sentimentale un breve contraddittorio”.

Un altro articolo di cronaca lo troviamo invece nel giornale “ La parola repubblicana” che invece parla di questa prima conferenza pubblica dei comunisti cortonesi in maniera più documentata e circoscritta: “ una conferenza comunista si è tenuta a Cortona nei locali della Camera del Lavoro. L’oratore Leonardo Tarozzi ha parlato sul tema ‘Il comunismo e il momento attuale’ e nel dibattito è intervenuto in contraddittorio per difendere la posizione dei socialisti unitari e riformisti Vannuccio Faralli”. L’estensore dell’articolo commenta che il Tarozzi, arrivato per illustrare il programma e l’azione dei comunisti italiani costituitisi al recente Congresso socialista di Livorno, in realtà ha solo fatto “un comizio apologetico della rivoluzione russa”.

Un altro articolo  ancora de L’Etruria viene dedicato ai comunisti di Renzino rei, secondo tale Franco l’articolista filofascista, di avere teso “ una feroce imboscata ad alcuni fascisti aretini che tornavano da una pacifica gita di propaganda nei paesi della Valdichiana”. Per la verità storica questi squadristi erano stati a distruggere i locali della Camera del Lavoro di Renzino, dove i contadini chiedevano il rispetto e il rinnovo dei patti agrari concordati nel 1920. E comunque, per tutta quella violenza scatenatasi vicino alla chiesetta di Renzino, divenne capro espriatorio Bernardo Melacci, che era solo un giovane contadino comunista di quella frazione foianese e che con l’avvenimento dello scontro aveva poco a che spartire, in quanto non presente, ma che per tali fatti fu condannato a trent’anni di reclusione.

Nel libro sopracitato, oggi quasi introvabile e ormai una vera rarità per bibliofili, pubblicai un breve saggio di Giustino Gabrielli su Spartaco Lavagnini, il barocciaio sindacalista e socialista cortonese immigrato a Firenze ed ucciso dai fascisti il 17 febbraio 1921.

Ed inoltre pubblicai una mia intervista a Sante Bistarelli, che in quegli anni venti viveva alle Chianacce e poi nel secondo dopoguerrra mondiale si trasferì a Tuoro, dove fu anche sindaco, che mi raccontò anche il suo essere stato comunista membro della prima cellula clandestina del Pci cortonese.

Così Bistarelli mi raccontò la vita dei primi comunisti cortonesi nei difficili anni 1920 e 1930. “ Divenni comunista nei primi anni trenta e feci questa scelta per combattere il fascismo e lottare assieme ad altri per riconquistare le libertà soppresse con le leggi dittatoriali del 1926. Ci si riuniva clandestinamente in posti diversi della Valdichiana , nei dintorni di Camucia. In queste riunioni clandestine ebbi i primi incontri con il compagno Ricciotto Valdarnini , responsabile del Pci a Camucia e nel cortonese. Io non conoscevo la rete clandestina del Pci cortonese ed aretino , ma solo il Valdarnini che, come propaganda, ci passava libri di marxismo e di antifascismo. Talvolta numeri clandestini de L’Unità e anche alcuni libri di autori democratico-socialisti di fine ottocento e primo novecento . Ricordo di aver letto La Madre di Grazia Deledda e L’Idiota di Dostojeski. Insomma eravamo comunisti che più che la rivoluzione russa si sognava l’uguaglianza tra le persone, la dignità sociale ed economica di tutti gli italiani esclusi dal sistema borghese e capitalista”.

Ecco, quel sogno di Bistarelli è ancor oggi vivo e necessario,soprattutto davanti a questi mesi di pandemia covid-19, dove il lusso italiano, europeo e mondiale è cresciuto del venti per cento e dove , secondo i dati statistici del consuntivo 2020, i ricchi hanno avuto guadagni del quarantacinque per cento in più rispetto all’anno 2019.

Il sogno democratico e socialista di Lavagnini, di Bistarelli e di quei primi comunisti cortonesi di cent’anni fa , credo proprio che possa essere ripreso e , coniugato con quello evangelico di Papa Francesco di “Fratelli tutti”, possa essere fatto ancora volare in alto nel cielo di Cortona, della Valdichiana e d’Italia, visto che in Europa e nel mondo la globalizzazione selvaggia sta cercando di imporre a tutti i popoli la tragica, barbarica ricetta del capitalismo selvaggio e del consumismo usa e getta.

Ivo Camerini

L’Inghilterra è più vicina di quanto si pensi

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Londra, Cancellata ReggiaAnche chiusi in casa, ogni giorno, molte famiglie italiane  sono in contatto con la Gran Bretagna, per figli o parenti emigrati o espatriati (questo termine, di recente, è  preferito).  Dati freschi (2019) quantificano in 350mila Italiani iscritti all’AIRE (anagrafe residenti all’estero), ma stime consolari dicono che almeno altrettanti connazionali vi risiedano,  non iscritti all’AIRE perché arrivati da poco, per pigrizia, o incerti sulla  loro futura permanenza. Dei 700mila espatriati in Gran Bretagnaa Londra c’è la fetta più consistente, stimata la maggiore comunità italiana all’estero. Tanto che, nella settimana trascorsa (a settembre) in Gran Bretagna, con mia figlia Brunella, abbiamo potuto far visita solo a due dei nostri amici e conoscenti cortonesi colà stabiliti; mi vengono in mente Ida, Pietro, Glenda, Antonio, Silvia,… prendendo rimproveri da alcuni, con promesse di riparare in futuro, sperando di mantenerle.

In verità, la gita in Britannia l’ha inserita Brunella nel nostro progetto annuale di visita in una città, più volentieri europea. E Londra era l’obiettivo principe, con una  deviazione a Manchester, a trovare Eleonora Ciufini, dove insegna Lingua italiana. Con lei, abbiamo funto anche da vivandieri portandole salsicce, che,  per cucinarle all’uccelletto, era riuscita a procurarsi la salvia, rara a quelle latitudini.

Eleonora ci ha ringraziato anche per aver portato giorni di sole!… Il clima di Manchester, che lamentava, è grigio freddo e piovoso. Quella luce ci ha consentito di apprezzare meglio i caratteri della struttura cittadina. Resa famosa da due squadre di calcio di livello mondiale, – City e United –  e dall’inventore dei computer Alan Turing e, prima ancora, per la sua storia di grande polo manifatturiero (industria tessile), e di cantieri navali (a 60 Km dal mare, è collegata al porto di Liverpool via fiume). Non a caso, simboli della città operosa sono le api. Scesa la parabola industriale, pagando pesanti scotti sociali, ha cercato di nuove prospettive economiche, progettando  maquillages urbani, in parte già completati, da noi apprezzati passeggiando lungo strade e corsi d’acqua che la traversano. Vedendo l’ammodernamento del sistema dei trasporti, su acqua, su ruote ferrate e strade, e dei molti edifici storici restaurati, e vie centrali pedonalizzate, o a traffico ridotto che invitano allo shopping. Elemento ricorrente caratteristico dell’arredo urbano è il mattone rosso: in grandi edifici, palazzi, ex fabbriche, magazzini (docks), e case, che degradano in altezza allontanandosi dal centro. Sistemati nell’area centrale di Picadilly Gardens, camminando, abbiamo visitato gran parte del centro storico,  gli esterni del Town Hall (architettura gotica) infagottato in restauro, e della University Library. Mentre osservavamo la Cattedrale gotica, un premuroso prelato aveva ordinato al poliziotto di guardia di predisporre la segnaletica anti covid 19, mettendo egli stesso il giubbetto security. Incerti sul da farsi, abbiamo preferito guardare solo gli esterni. Secondo Eleonora, il virus nell’area era divampato, perciò meglio non chiudersi. Però abbiamo apprezzato quell’offerta ospitale.  Due statue ci han dato il senso civico della città, dedicate: alle Suffragette e a Gandhi, nel serto di monumenti bronzei dedicati a glorie passate britanniche. Londra ha una scala urbanistica di quasi 9 milioni di abitanti, 14 nell’area metropolitana, contro il circa mezzo milione di Manchester; mentre le due storie urbane risalgono ai romani-britanni: l’una fu Mancunium (collina a forma di seno), l’altra Londinium. Volendo indicare elementi leganti le due città, tra i tanti, sceglieremmo lo sviluppo industriale (a Manchester) che grazie al vapore portò tanta ricchezza al Regno da elevarlo a grande potenza,  e Crystal Palace (a Londra), sede della prima esposizione mondiale del progresso (1851), che mostrò quale fosse lo Stato tecnologicamente più avanzato di allora.

Seguii – stanco – parte della  frenetica escursione di Brunella nell’immensa Londra, partendo dal Parlamento di Westminster, la Torre del Big Ben (fasciata in restauro), il Ponte storico sul Tamigi (London Bridge), la Reggia (Buckingham Palace), senza  cambio della guardia e scarso pubblico esterno, causa coronavirus, la Cattedrale di Westminster, … Il resto lo vidi nelle foto della figlia che, determinata,   entrò negli splendidi Musei, National Gallery e  British Museum,  che, soli, valgono la gita, per le ricche collezioni che spaziano nella storia dell’arte: dalle più remote civiltà ai capolavori pittorici europei.  Quattro giorni di soggiorno non avrebbero consentito visitare altro, tanto che incontrando la brava musicista cortonese Elena Zucchini che, troppo generosa, riconobbe a  Brunella di aver fatto una rassegna di Londra più completa della sua, vivendoci da tempo come insegnante di Musica.  Inutile dire che, per visitare Londra e godersela, è necessario avere idee precise sul che fare e vedere. Non dimentichiamone, inoltre, il carattere multietnico e multiculturale, forse è la città più cosmopolita al mondo, riscontrandolo nelle offerte turistiche: dalla ristorazione, alla moda, agli intrattenimenti giovanili, alle mostre d’arte, agli spettacoli teatrali e musicali, ante e, auspichiamo, post virus. C’è poi l’interrogativo: come muteranno i rapporti con gli immigrati dopo la Brexit?  Quel ch’è certo, ad oggi, la Gran Bretagna è stata molto ospitale, offrendo tante opportunità: dai meno prestigiosi lavori manuali alle attività manageriali, agli insegnamenti, alla ricerca scientifica e nel sistema sanitario. Rappresentando, con i limiti che pur ci saranno, un esempio di accoglienza.

Che noi abbiamo toccato con mano, da Manchester a Londra, non solo nella soddisfazione delle concittadine,  Eleonora ed Elena (che definire integrate è poco), vedendo tante etnie diverse alla guida di taxi, nei servizi informazione, negli hotel,  bar, ristoranti. E l’evidenti influenze nel fornire vaste scelte culinarie, dove orientali e italiani si contendono i clienti, essendo la cucina tipica inglese poco fantasiosa (fish and chips), ma singolari: il rito della pinta di birra e dei cicchetti di whisky scozzese.

fabilli1952@gmail.com

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Vitaliano Marilli, esperto di recezione turistica di qualità

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Cortona - Angolo LoggettaGià abbiamo ricordato il ruolo della famiglia legata al Ristorante Tonino, dal fondatore Antonio, al figlio Ivan Accordi e a sua moglie Adriana, grande scuola di ristorazione da essi rappresentata  a favore dell’immagine gastronomica di Cortona, in Italia e nel mondo. In parallelo, a quella cucina di gamma elevata e innovativa, seguitava l’opera appetitosa delle Trattorie, prevalenti in via Dardano,  dov’erano curati  piatti tipici della tradizione, toccando vette gustose nella trippa, consumata specie il sabato,  giorno di mercato, da avventori golosi: campagnoli  montagnini e cittadini. Oggi, quella  geografia culinaria sarebbe da aggiornare, con la nascita di tante (troppe?) offerte: dal piatto pronto a pranzo, a proposte di media  e più alta elaborazione. Un patrimonio Cortonese attrattivo per turisti forestieri, apprezzato anche nel  circondario Tosco – umbro. Inutile ricordare l’attuale stallo economico, dovuto al virus, che speriamo non faccia troppi morti e feriti tra le imprese, sarebbe un impoverimento economico grave per il territorio.

La recente scomparsa di Vitaliano Marilli, mi ha fatto ricordare come, negli anni Settanta, la ristorazione cortonese,  e con essa l’immagine turistica della Città, fosse in tanta crescita da indurre operatori capaci, come Vitaliano e Signora, a spostarsi da Chianciano (affermato centro termale) a Cortona, nel Ristorante La Loggetta. Di cui fu promotore Paolo Poccetti, eclettico imprenditore con interessi antiquari, altra eccellenza locale (allora),  impostasi nell’annuale Mostra Antiquaria del Mobile Antico, tra le più longeve del settore.

Vitaliano, elegante e gentile (dalla melodiosa parlata senese), e l’infaticabile sua Signora (dietro un grand’uomo c’è sempre una gran donna),  avevano dato alla Loggetta una precisa connotazione, dall’arredo elegante, al menù dai gusti originali, variazioni nuove sul panorama dell’offerta cittadina.

Mentre la Signora presidiava la cucina, Vitaliano serviva gli avventori in sala, suggerendo piatti e abbinamenti enologici, intrattenendo flemmatico e ironico. E, a tavola, non mancarono occasioni di approfondire la nostra reciproca conoscenza. Iniziata il giorno in cui i risultati elettorali dissero che potevo essere il prossimo sindaco della Città. Da allora non ci siamo persi di vista. Per quanto mi dedicavo a incontrare gli operatori turistici, a cogliere suggerimenti, e sondare  l’economia del settore che stava diventando l’industria principale: nei bar, ristoranti, alberghi, ostello della gioventù, agenzie immobiliari, agriturismi, e negozi. (Ricordo l’incontro col rappresentante dei commercianti, Giuliano Molesini, per comunicargli la decisione del Comune di applicare la norma che dava la facoltà ai comuni turistici di aprire i negozi anche i giorni festivi, che rispose: “Ufficialmente, devo dirti che noi siamo contrari!… ma io domani apro”, era sabato, e la delibera era efficace dall’indomani).

Con Vitaliano condividevo anche simpatie politiche di sinistra (allora, molti  eravamo comunisti, ogni tanto mi domando: che fine ci han fatto fare!?). Mi capitò anche chiedergli il favore di trovare lavoro a un giovane, che sistemò cameriere a Chianciano, per dirne la disponibilità nell’aiutare gli altri. Stesso altruismo di quando raccolse l’invito a partecipare, da ristoratore, alla “settimana aretina a Wettingen”, ideata dal prof  Karl Huber (che ogni anno portava studenti a Cortona per corsi estivi) e patrocinata dalla Provincia di Arezzo. Si trattava d’un sacrificio, assentarsi dal suo ristorante, portandosi dietro aiutanti, per un’intera settimana. In appoggio, aderì anche Paolo Poccetti (proprietario della Loggetta), esibendosi elegante in abito da chef di sala. Salito a Wettingen  – per vedere come stesse andando l’organizzazione –, scoprii il piacere di commensali svizzeri per la ristorazione cortonese. E una simpatia palpabile aleggiava intorno a Vitaliano e Paolo, stremati dalla fatica, ma che non si sottraevano agli impegni, compreso far giri di valzer con signore eleganti, a conclusione di serate brillanti. Mi piace testimoniare i bei ricordi, da veri gentiluomini, che lasciarono Vitaliano e Paolo.

Vitaliano e famiglia, imprenditori coraggiosi e operativi, avviarono pure l’Hotel Sabrina in via Roma, restaurando un immobile, e arredandolo con mobili in vecchio stile, col solito gusto elegante di cui erano capaci. Immagino che fu per loro un discreto impegno economico. La fortuna di Cortona, a quei tempi, era una sorta di emulazione a restaurare vecchi immobili, senza stravolgerne i caratteri, adattandoli a nuove  funzioni.  Come  fece il Comune all’ostello della gioventù, alle case popolari di via Benedetti e via Roma, e al centro convegni Sant’Agostino, modelli seguiti da cittadini e imprenditori come Paolo Alunno, affrontando il progetto di trasformare il gigantesco palazzo Bourbon di Petrella nell’Albergo San Michele.

Ma l’inventiva di Vitaliano e famiglia non era finita. (Non importa sapere i motivi dei cambi di attività, bensì la perizia dimostrata nell’una e nell’altra, e la volontà di affrontare nuovi rischi d’impresa).  Per ultimo, aprirono il laboratorio di Pasta fresca in via Dardano. Dove vedevi la Signora Marilli produrre grandi quantità e varietà di pasta fresca, e salse da abbinarci. Il cerchio era completo. Vitaliano e Signora avevano offerto a Cortona  esempi eccellenti nel destreggiarsi a tutto tondo nel sistema recettivo turistico. Il ristorante La Loggetta, l’Hotel Sabrina, e, non meno importante per qualità, la Pasta fresca.

Gli ultimi saluti con Vitaliano –  acciaccato da problemi di salute, ma non abbattuto nello spirito realistico suo solito – ce li  scambiammo, per caso, in un bar di Camucia. Era l’addio a un uomo che avevo stimato.

fabilli1952@gmail.com

Cortona - Angolo LoggettaCortona. Lato della Piazzetta Pescheria, il RISTORANTE LA LOGGETTA è dietro gli archetti

“Una Nuova Innocenza. Oltre la Pandemia, un altro mondo possibile” di Raffaele Luise – Intermedia Edizioni – Meditazioni sulla vita per credenti e laici

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UNA NUOVA INNOCENZA_def (1)In mano il libro del vaticanista RAI  Raffaele Luise, “Una Nuova Innocenza”, con  prefazione di due cardinali, Coccopalmerio e Kasper, ho pensato a un testo a  soggetto “religioso”. Ma i Prefatori, esordendo, chiariscono subito i concetti universali dal libro –  evocante scritti di papa Francesco sulla Natura violata da uno sviluppo economico distruttivo di risorse e vorace di guadagni – dove affermano: “La  posta in gioco è immensa. Non solo la sopravvivenza, e la fedeltà al comandamento divino di custodire il Creato, ma la gioia di una vita che si apre alla bellezza e all’amore”. Dopo aver sottolineato: “Poiché l’origine prima del contagio universale del covid-19 sta proprio nell’attacco alla Natura. E qui l’Autore ci invita a presentare molta attenzione, perché si deve parlare di Natura e non di generico ambiente, di un mare di un cielo una terra considerata come pura estensione materica, ma della Natura, della Madre Terra, che vivono, ricordano, crescono, invecchiano e ci parlano come “anima mundi”; e che ora chiedono a noi – che siamo parte di loro come un’unica Famiglia universale (come afferma Francesco) – il riconoscimento della pari dignità a vivere e il rispetto dei loro diritti.”

Il libro breve di Luise – appena 100 pagine -, scritto durante il lockdawn di primavera, si presenta come una Meditazione, svolta “All’incrocio tra ecologia, poesia, filosofia e spiritualità, la Meditazione riprende la grande lezione della “Laudato Si’” di Papa Francesco, e mostra come questo nuovo abbraccio alla Terra sia la condizione per costruire un altro mondo possibile”.

Il risultato è uno spaziare incalzante, fluente, poetico e filosofico davvero, che a ogni riga, anche su concetti già familiari al lettore, lo persuade a proseguire,  offrendogli, insieme ai momenti di Meditazione personale, anche lo svolgimento di temi impellenti che dovrebbero permeare i dibattiti pubblici, culturali e politici. Mentre ahimè sorbiamo contenuti anche sguaiati e fuorvianti, o effimeri di breve respiro su tecnicità come assolvere a problemi contingenti (orari, chiusure, calendari, statistiche, ecc.), lasciando spazio pure a tesi folli (è capitato) quale le inutili vite degli anziani, scatenando latrati mediatici funzionali al sistema di distrazione totale.

C’è voluto un religioso, il Papa, per sollevare il tema dei temi: l’abisso imminente, la distruzione irreversibile della Natura. Iniziata nel 1970 – secondo stime di organismi tecnici internazionali –, data da cui si è calcolato che il consumo delle risorse del pianeta è superiore alle sue capacità di reintegro.  A cui è intimamente connessa l’espansione del dolore di milioni di persone: affamate, misere, senza istruzione, che non sanno neppure dove trovare riparo; problemi aggravati nella pandemia.

Le riflessioni di Luise, sostenute da discorsi pacati e  pungenti,  penetranti intelletto e sentimenti, supportano intuizioni già presenti nelle nostre coscienze, indagandole in modo efficace, sereno, avvincente. Tanto che, quale conclusione naturale, ci attenderemmo il miracolo della diffusione dell’amore per un’Umanità Nuova, basata su Eguaglianza e Giustizia tra gli uomini, in assonanza ai principi  cristiani, recepiti anche da visioni laiche. Così come l’umanità intera dovrebbe convergere sull’idea di proteggere la Natura, giunta agli estremi della sopravvivenza.  Il miracolo, cui accenno, dovrebbe iniziare  convincendo per primo il 20 percento della popolazione che detiene l’80 percento della ricchezza mondiale (e, quasi per intero, il potere) a condividere la prospettiva del “passaggio dal tragico Antropocene alla nuova era dell’Ecozoico”, come evidenziato dagli stessi cardinali Prefatori.

Se Luise rimprovera al mondo religioso d’aver reagito alla catastrofe umanitaria e naturale, in cui siamo immersi, dall’unica voce di Papa Francesco, che dovrebbero dire i laici? Dalla cultura e dalla politica riceviamo analisi e proposte episodiche e frammentarie, non equiparabili alla fermezza e autorevolezza del Capo cattolico. Comunque, qualcosa si sta movendo anche nell’opinione pubblica, in sintonia col Papa. Mi riferisco ai propositi di Greta Thunberg, seguita da movimenti giovanili globali, stoppati solo dalla pandemia, e da sproni intellettuali crescenti, sparsi nel mondo, a cui aggiungeremo Raffaele Luise con questo libro. Che ci invita a non abbandonare la speranza, già nel sottotitolo del libro: “Oltre la Pandemia Per un altro mondo possibile”, ma c’è tanto da lavorare, e far presto.

fabilli1952@gmail.com

UNA NUOVA INNOCENZA_def (1) Copertina del libroRaffaele LuiseL’autore, Raffaele Luise

“L’Ombra delle Rose” di Spartaco Mencaroni, romanzo storico intrigante e gentile (Intermedia Edizioni)

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COVER_ombra-rose_1Altre volte avevo incrociato a distanza il medico-scrittore Spartaco Mencaroni. Fummo premiati, al Tagete degli scrittori aretini, in categorie diverse; lui assente, era sostituito dal padre. Di recente, mi fu chiesto di metterlo in contatto con l’editore Intermedia Edizioni della dottoressa Isabella Gambini.  Grazie a lei, avuta la copia de L’Ombra delle Rose, finalmente ho conosciuto l’Autore tramite il bel romanzo. Svolto con penna gentile e suggestiva, e molto apprezzato su Facebook dai primi lettori di Spartaco Coniglio Mannaro Mencaroni (simpatico nickname autoironico).

È la  storia trecentesca avventurosa di due piccoli gruppi di viaggiatori, durante una pandemia pestilenziale, in regioni turbolente ai confini tra il decadente Impero Bizantino e i domini dei Khan orientali. Nella vasta area tra le coste nord dell’odierna Turchia e le regioni a sud della Russia –  tra Mar Nero e Mar Caspio, entroterra compreso –, i due gruppetti di viaggiatori traversano mari, fiumi, zone brulle, foreste, gole montane, villaggi più o meno popolati nel clima spettrale della pestilenza, animati da intenti diversi. Gli uni (Marco e Duccio), inseguendo interessi commerciali, e gli altri (Erdon  Vania e Burqam),  in fuga minacciati da vendette  mortali. Passioni,  personalità, e luoghi d’origine dei personaggi, molto distanti tra loro (Marco e Duccio, genovesi e pisani, e mediorientali gli altri tre) destinati a incontrarsi in un finale mosso e in situazioni complici; dopo aver vissuto scontri cruenti, intrichi, disavventure, amori romantici e amori fugaci…

Al  caleidoscopio di  personaggi in azione, l’Autore da credibilità storica avendo studiato con cura le vicende del tempo, elencando in appendice bibliografia e storiografia attinte. Mentalità  scientifica e afflato umano, del medico- scrittore, tornano altrettanto efficaci nella costruzione psicologica dei personaggi, suscitando empatia nel lettore, spinto a seguirne le peripezie fino all’ultimo capitolo. La crudezza del racconto non è disgiunta da gentilezza e misura. Come vedere il film del romanzo senza effetti speciali stordenti, o eccessi descrittivi di crudeltà, o musiche di sottofondo angoscianti, bensì, nulla togliendo all’intensa tensione narrativa, i toni misurati di Mencaroni sono indulgenti verso miserie e disavventure, seguendo  i destini dei protagonisti, quand’anche sordidi e crudeli, velandoli di realistica partecipazione, rendendoli esseri umani verosimili. Dimostrando che la fiction, quella vera, è capace di raccontare la realtà molto meglio della cronaca o di un saggio. Per tutto ciò e per lo stile suadente, Mencaroni va oltre la letteratura d’intrattenimento,  meritando d’esser noverato tra romanzieri storici di valore.

Alla stregua del fondatore del romanzo storico, Walter Scott, con Ivanhoe,  e del contemporaneo  Umberto Eco, ne Il nome della rosa, anche Mencaroni inserisce la sua storia nel medioevo.  Collocando, però, le vicende non in Europa – in contese curtensi,  dispute teologiche abbaziali, o trame dell’Inquisizione – bensì nel vicino Medio Oriente, approfondendo usi costumi e vicende popolari proprie di quel Mondo. Impresa superata brillantemente. Mencaroni traccia personaggi attribuendo loro sentimenti eterni, proprie della gente comune, cioè, non di quelle speciali dotate di  alta cultura o calate in ruoli sociali straordinari, presenti in altri romanzi storici.

Intrica la lettura anche la descrizione della pandemia pestilenziale che traversa la narrazione. Non fosse elemento storico ricorrente nel medioevo, verrebbe da pensare a capacità premonitrici di Mencaroni sull’attualità del fenomeno, invece, è probabile ch’egli abbia elaborato lo scritto ancor prima della pandemia virale in corso.  Efficacemente, cala il lettore nei disagi e sofferenze in epoca pestilenziale, di fronte alla quale (in ogni pandemia)  le reazioni umane s’assomigliano, come dimostrato da Saramago in Cecità, ne La Peste di Camus, e nei Promessi Sposi di Manzoni. Prove terribili che, in ogni epoca, accomunano le condizioni sociali, sia ricchi che poveri.

Purtroppo il vezzo del sistema italiano è promuovere letture mosso da esterofilia, e di puntare a nomi sponsorizzati dalle grandi case editrici; altrimenti,  L’Ombra delle Rose di Spartaco Mencaroni avrebbe le qualità per essere in ogni libreria.

L’augurio è che presto verrà il momento del meritato successo per Mencaroni.

 

fabilli1952@gmail.com

Napoli, splendida fusione, a toni vivaci, di storia arte cultura sapori folklore…

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Sclinata nel rione SanitàAnche un pigro non ha scuse a compiere un viaggio a Napoli. Dove, l’alta velocità in treno, da Arezzo o Chiusi, porta comodi in meno di tre ore. Lo stesso giorno si possono gustare sfogliatelle e babà, a colazione, visitare angoli cittadini fascinosi, e, prima del treno per casa, saggiare la cucina tipica, non solo pizza; comunque proposta in ogni angolo e in mille versioni. Dunque, in un sol giorno, sarebbe possibile fare un bell’assaggio della città tra le più seducenti al mondo. Ricordi liceali m’hanno spinto a tornarci – con più tempo e senza smanie giovanili -, desideroso di appagare curiosità mai spente, come rileggere un libro per rinfrescare particolari sfocati nella memoria. Mi sfugge se prima vi andai in gita scolastica o alle nozze del prof di Greco e Latino, Petruzzelli. Al quale, rivolto alla scolaresca, sfuggì: “Qualcuno verrebbe alle mie nozze?” In tre prendemmo al volo l’invito. Augusto – a Napoli era stato allievo dell’accademia militare Nunziatella – primo a proporsi convinse a seguirlo, senza fatica, Marco e il sottoscritto. Dopo esserci abbuffati al sontuoso pranzo di nozze, sulla terrazza panoramica d’un hotel in via Caracciolo, la notte dormimmo a Monte di Dio in una pensione scalcinata di un vicolo stretto e ombroso, animato dal campionario umano presente nelle commedie di Eduardo De Filippo, che ci piacque, quanto le pizze e i supplì salati, vere leccornie. Nei tre giorni di gita scolastica, visitammo la Stazione Zoologica, il Vesuvio, gli scavi di Ercolano,…il resto dei ricordi sfuma in ragazzate giocose che, spesso, vincevano sugli intenti pedagogici dei professori. Rassegnati, alla fine, anch’essi si convertivano allo spasso.

Poco tempo fa, con idee precise su quanto desideravo visitare, stazionai in residence a piazza Cavour - prossima al Museo Archeologico Nazionale (MANN) – dove fermano ben due linee metro: una fa capo a Pozzuoli, e l’altra circumnaviga il Centro storico. Avevo alle spalle Spaccanapoli, di fronte il quartiere Stella (che racchiude il rione Sanità, dove nacque Totò), e, vicino, diverse Catacombe e l’Orto Botanico. L’obiettivo era immergersi in città, ammirando monumenti e tesori d’arte, ma anche viverne le strade e conoscerne la storia, munito della tascabile: Napoli, guida per viaggiatori, Edizioni IntraMoenia. In via Costantinopoli, vicino ai ruderi di mura greche, l’Editore ha sede nell’omonimo Ristorante IntraMoenia, fornendo, insieme, informazioni e pasti. Una siluette stilizzata di Totò, illuminata di sera, sovrasta l’accesso al rione Sanità, dedalo di strade e vicoli sopra cui pendono, per esteso, le lettere della canzone Napule è di Pino Daniele. Descrizione poetica di quel mondo: Napule è mille culure/ Napule è mille paure/ Napule è a voce de’ criature/ che saglie  chianu chianu/ e tu sai che ca’ non si sulo…. soli proprio no, anzi, da mattina a sera un fiume di persone preme indaffarato tra bancarelle del mercato, negozi, ristoranti, pizzerie – compresa la stellata Michelin, Concettina ai Tre Santi. Nel ventre del serpentone umano s’infilano pure auto e motorette. Sottostante, al caos della Sanità, c’è l’immota pace delle Catacombe di San Gennaro, San Gaudioso e San Severo, e il Cimitero delle Fontanelle, vasto contenitore ipogeo di morti sconosciuti. Dov’è praticata l’adozione di reliquie d’un morto (capuzzella) in cambio di richieste di favori. In quest’area di congiunzione, tra la città vecchia e la sovrastante Reggia di Capodimonte, si trovano splendide chiese, e palazzi come quelli dello Spagnolo e di Sanfelice dalle scalinate ad ali di falco, ritratte anche in qualche film. Per eleggere Napoli ai vertici delle capitali culturali mondiali basterebbero due musei: la Reggia, oggi Museo di Capodimonte, con una quadreria di capolavori (Tiziano, Raffaello, Brueghel il Vecchio e il Giovane, Carracci, Reni, Tintoretto, Ribera) presenti in ogni manuale di Storia dell’arte, al pari delle raccolte, uniche al mondo, nel Museo Archeologico Nazionale (diretto dal Cortonese Paolo Giliarini), di statuaria greco-romana, antichità egizie, e splendidi reperti di scavi, compresi alcuni di Pompei ed Ercolano. Giusto, perciò, riconoscere ai regnanti napoletani l’aver raccolto un ingente patrimonio culturale, emulati dai nobili dalla chiesa e dal popolo (pagante per tutti), costruendo splendide piazze chiese monasteri palazzi e statue. Napoli ha una vita millenaria, fondata dai Greci il 21 dicembre 475 a. c., anche se i primi insediamenti son legati alla leggenda della sirena Partenope (Omero, XII canto Odissea), che, delusa di non essere riuscita a trattenere Ulisse, volando si schiantò sul lido di Megaride, dov’è oggi Castel dell’Ovo. La stessa struttura urbanistica, reticolata in cardini e decumani,  racconta la storia millenaria. Con l’antico Decumano maggiore, di via dei Tribunali, dov’è il MANN, la Galleria Principe di Napoli, Piazza San Gaetano antica Agorà greca, San Lorenzo Maggiore, il Duomo, via San Gregorio Armeno, e vicoli suggestivi, dove miseria e nobiltà sono affiancate. Il Decumano inferiore, attuale Spaccanapoli, presenta molti palazzi nobili, chiese, obelischi, cappelle, monasteri. Forse, è il quartiere a più alta densità turistica giornaliera, dal folklore singolare: misto di turisti e affaccendati venditori di souvenir e posti a tavola nel proprio ristorante. L’accoglienza turistica – va detto – è cortese e di qualità. Prima dello stop causato dal virus, Napoli era molto lanciata nel proporsi al mondo intero, aiutata anche dalla collocazione geografica nel suo golfo magnifico sovrastato dal Vesuvio. Palazzi pregevoli si trovano anche discosti dal centro storico. Come quelli prossimi al mare (Castel dell’Ovo, Palazzo Reale, Teatro San Carlo, Piazza Politeama), e quelli del salotto europeo Liberty in via dei Mille, nel rione Chiaia, che accoglie numerosi negozi del lusso. Suggerisco, imperdibile, l’escursione agli scavi di Ercolano (scoperti dal Cortonese Marcello Venuti, nel 1738). Di minori dimensioni di Pompei, però, più che sufficienti a illustrare la vita romana ai tempi dell’eruzione Vesuviana, compresi gli abitanti pietrificati, in attesa vana di soccorsi dal mare.

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Stazione Metro ToledoStazione Metro Toledo Sclinata nel rione SanitàBalconata rione Sanità MANN (5)MANN NAPOLI -MANNMANN NAPOLI - MANN (2)MANN MANN (7)MANN NAPOLI - MANN (3)MANN Napoli Castel dell'OvoCaste dell’Ovo Palazzo RealePalazzo Reale NAPOLI - CAPODIMONTEReggia-Museo Capodimonte Napoli - Teatro San CarloTeatro S. Carlo Monastero S. Chiara-CortileCortile Monastero Liberty-Via dei Mille Palazzo Liberty via dei MilleScavi Ercolano (2)Ercolano – ScaviScavi ErcolanoErcolano – Scavi

Terremoto dell’Irpinia e l’incontro tra Cortona e Paternopoli, a 40 anni dagli eventi

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Terremoto 1Per gli italiani fu un evento straordinario, nel novembre ’80, il più grande disastro ambientale e umano del dopoguerra, in quel che fu definito il “cratere” del terremoto in Irpinia, esteso tra più provincie e regioni. Colpiti duro furono: gli abitanti (molti morti), case e palazzi (paesi rasi al suolo), la coscienza del paese (alla TV vedemmo spettacoli apocalittici), e lo Stato, del tutto inefficiente! Trascorsero non ore, ma giorni prima che arrivassero i primi soccorsi efficaci. In qualche modo, anche certi soccorsi improvvisati (pur generosi) contribuirono ad alimentare il caos. Non a caso da quell’esperienza nacque l’idea della Protezione Civile.

L’onda lunga dell’afflato emotivo, nel desiderio di alleviare sofferenze, toccò tutto il resto d’Italia. Anche a Cortona, con un tamtam improvvisato, ci mettemmo in cerchio per stabilire cosa fare. Nel giro breve, con il Comune punto di riferimento, tutta la società si mosse (associazioni laiche e religiose, privati e imprese, e volontari pronti a partire),  allestendo un convoglio consistente di beni primari, che partì diretto al terremoto. Già in TV si assisteva a sprechi di materiale donato, ammonticchiato a caso qua e là, destinato al macero, perciò decidemmo di seguire il carico sino al suo buon fine. Usciti dall’autostrada, prendemmo la via per il cuore dell’Irpinia. Era freddo e imbruniva. Ci trovammo in un crocevia dietro a un grosso camion di aiuti del Comune di s. Gimignano, il cui unico rappresentante, l’autista del camion,  stava ascoltando un tipo che gli diceva: “Sono Mario Leone, presidente della Regione Toscana, seguimi!”, con accento campano… Costernato, non sapendo che fare,  invitammo il camionista a seguirci. Nostra intenzione, a quel punto,  fu cercare a Grottaminarda un centro informazioni affidabile, che doveva pur esserci, a una settimana dal sisma. Appena scesi sul piazzale, ci venne incontro un giovane in eschimo, Pietro Palermo, che si presentò Assessore del comune di Paternopoli, lamentando che da loro nessun aiuto era arrivato, pur avendo  necessità estrema di tutto: il sistema distributivo era saltato, alimentari e farmaci compresi! Avevano anche morti, e molti edifici lesionati o distrutti. Ci fidammo, e  seguimmo Pietro, compreso il camionista di s. Gimignano. (Essere  diffidenti era giustificato: la malavita, subito dopo il sisma, impiantò truffe maramalde verso i soccorritori depredandone i carichi, e, in seguito, taglieggiando, con la violenza, la ricostruzione).

Trovammo, a tarda sera, molti abitanti in attesa, con il Sindaco la Giunta e il Consiglio comunale in testa: esempio dei Consigli dei terremotati, molto efficienti. I quali furono esautorati nella fase ricostruttiva (troppo democratici ed efficienti!), sopraffatti da Comitati d’affari (superfetazioni burocratiche di cui  lo stato banditesco, spesso, si è dotato) che fecero bottino di soldi pubblici!

Erano adunati, a discutere e decidere iniziative, in un capannone dove per la prima volta dal terremoto videro scaricare derrate alimentari e altri beni necessari. In seguito, portammo alcuni moduli abitativi provvisori, prodotti nella falegnameria comunale. Non avevamo certo risolto i problemi di Paternopoli. Fu, però, un approccio amichevole tra rappresentanti di due comunità fisicamente lontane, ma, in pochi attimi, legate da sincera simpatia - sollevando per un momento persone depresse e sperdute -, tramutatasi in una spaghettata corale (per pentola un grosso secchio) innaffiata da abbondante e genuino aglianico locale. Il vino tanto buono che a notte fonda dovemmo calmare lo spirito battagliero di Angelo Salvicchi (Scandaglio), intento a  incitare gli astanti a correre a Grottaminarda per rivendicare altri soccorsi… Dormimmo sul cassone telonato del camion, senza sentire alcun disagio, non si sa se per merito dell’aglianico, o per la sequela di scherzi  frizzi e lazzi che fecero da ninna nanna ai ragazzi attempati cortonesi. Purtroppo, molti di loro, della prima spedizione in soccorso, sono scomparsi, impegnati anche nella seconda mandata di aiuti, sempre più convinti della buona azione da compiere, sentendo dietro la spinta generale dei cortonesi a proseguire.

Mesi dopo il sisma, fu anche stabilito un gemellaggio tra le due città, naturale tappa di un’amicizia. A quello, fece seguito un altro gemellaggio, tra la Misericordia di Cortona e la consorella nata a Paternopoli dopo il terremoto, sull’esempio e il sostegno della più stagionata associazione di volontari.  Sodalizio tuttora vigente. Mentre tra i due Comuni residuano solo amicizie tra persone che si conobbero allora.

Tutto è bene quel che finisce bene. Visitando, poco tempo fa, l’Irpinia e Paternopoli, era evidente non solo la ricostruzione conclusa,  ma segnali di crescita economica importanti, valorizzando prodotti agricoli eccellenti, come vino olio e il broccolo DOP, e stava prendendo campo la recezione turistica, in quei territori ricchi di emergenze ambientali e di centri urbani carichi di memorie storiche.

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Michele Boenzi, simpatico scugnizzo napoletano trapiantato a Cortona

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boenzi1 (3)Di origini campane e ben integrata, la famiglia Boenzi, genitori e sei figli, visse alle Case Popolari a Camucia, negli anni Sessanta. Il babbo, Nicola, veniva dalla elegante scuola sartoriale napoletana. Fatto singolare, un sarto napoletano nel fenomeno migratorio Cortonese del dopoguerra, quando larga parte degli immigrati furono lavoratori della terra provenienti da Benevento e Avellino.

Michele, maggiore dei fratelli, era canzonato: “Napoli” o “Napoletano”, da certi bulletti, alludendo allo stupido luogo comune del “napoletano che si lava poco”, riemerso, di recente, in squallide cronache politiche. Michele, moretto mingherlino, salvo stupide bullaggini, era benvoluto. Socievole, allegro, giocoso, amava il calcio anche se non era tanto versato, intelligenza vivace, bravo a scuola. Il corpo gracile celava un tipo tosto: rispondendo a tono a giudizi malevoli, o facendosi amabilmente dispettoso se molestato, dimostrando fantasia – a dieci anni – nel replicare a scherzi e dispetti. La vita collegiale, sin da piccoli, costringeva a svegliarsi anche non volendo; d’altronde, non son nate a caso le battute sugli “scherzi da prete”, e  “dalla scuola dei preti non escono bischeri!”. Michelino, vispo e in fretta, si adattava alle circostanze.

Nel Seminario diocesano, forte d’una sessantina di allievi, pareva fiorissero infinite “vocazioni”. La società contadina aveva dato molti preti a Cortona, mentre nel passaggio alla società industriale e della televisione corrispose un crollo di “vocazioni”. Il Seminario Cortonese chiuse a fine anni Sessanta. Michelino mal ne sopportava la disciplina, anche se cercava di adeguarsi. Stare in gruppo gli piaceva, specie nei giochi. Oltre al calcio, si praticavano giochi da tavolo: pingpong, scacchi, dama, carte, monopoli, calciobalilla. Dopo pranzo, erano corse sgomitanti alla conquista del gioco preferito. Gli istitutori di camerata governavano le giornate del seminarista. Studenti più grandi, in veste di “prefetto” e “viceprefetto”, sorvegliavano, disciplinavano, e si univano pure ai giochi. E, per far rispettare le regole, comminavano punizioni ai trasgressori degli infiniti dettami quotidiani, dalla sveglia al coricarsi. Lavarsi bene, scender lesti da letto, ordinati nelle vesti e calzature, procedere in fila stando in silenzio, buon contegno nelle funzioni religiose, educati a tavola, diligenti a scuola, riverenti verso i superiori,…ordini minuziosi, a cui non sfuggiva alcun attimo della giornata del seminarista. E non mancavano nel gruppo gli spioni, “riportini” ai superiori di marachelle. In caso d’infrazione, a loro scelta, i superiori sancivano richiami, scappellotti, e punizioni: niente giochi, niente passeggiata pomeridiana, pranzo in piedi e in silenzio, … sia per colpe individuali che di gruppo. Dai pesi variabili nelle punizioni, Michele spesso si sentiva discriminato: con lui il Prefetto avrebbe calcato troppo la mano, senza scusargli niente. Vivendo  lo stato d’animo di “soggetto a ingiustizie”, non di rado, reagiva ideando altre birbonate.

Ambedue sortiti di Seminario, tra grosse risate, Michele mi raccontava compiaciuto le sue ragazzate. Come quando tirò una riga continua, in punta di lapis, sugli intonaci bianchi: dalla cappella, a pian terreno, al camerone dei letti, all’ultimo piano. Ricordavo l’interrogatorio a tutta la camerata su chi fosse stato il colpevole.  Nessuno si fece avanti. La punizione fu collettiva: quel giorno, senza gioco del pallone!

In più occasioni, Michele espresse il proposito intrigante di fissare quelle esperienze scanzonate in un libro, simile al Giornalino di Giamburrasca di Luigi Bertelli. Il progetto non prese la luce a causa della sua prematura scomparsa, quando avrà avuto, forse, cinquant’anni.

Michele divenne funzionario di banca, superando tante difficoltà con la sua grinta consueta, uscito di Seminario dopo la terza media. Da vicino di casa, gli  insegnai a usare la bicicletta che non aveva posseduto fino a quattordici anni. Avendo sei  fratelli, Michele era conscio di dover conquistare tutto da solo, compresa la bicicletta comprata coi guadagni da apprendista nella fabbrica di radio transistor, in via di Murata. Deciso a proseguire gli studi lavorando, occupatosi stabilmente alla Confar di Rigutino, si diplomò Ragioniere alle scuole serali. Seguì l’impiego in Banca, raggiungendo l’agognata sicurezza economica e il meritato stato sociale. Formò una famiglia con figli,  dedicando ad essa ogni energia, accettando carichi di lavoro e sedi disagiate, pur di migliorare le entrate economiche domestiche.

Tuttavia, un tragico destino l’attendeva: fu colpito da una di quelle malattie che rendono il corpo inerte, gradualmente, fino alla morte. La coscienza intatta, fino alla fine, ne amplificò il dramma.

Sorretto da fede cristiana, angosciato dalla morte, scrisse in una preghiera: “Ho perso il controllo del corpo giorno dopo giorno/ E ora Signore non sono più mio”, offrendo i suoi dolori “Per i sofferenti, i derelitti e le vittime della prepotenza del potere./ Guarda la strada dei miei figli e dei miei cari, concedi loro/ La grazia della fede, della giustizia  e dell’onestà”. Pensieri trepidanti dedicati ai suoi “ragazzi”: “…la mia mente vi corre accanto”, pur avendo perso l’uso di braccia, mani, e gambe “ho un gran cuore per stringervi forte”. L’amaro calice di cui avrebbe fatto a meno,  fatalmente rassegnato, ne fece una delle tante vittime di quei percorsi emancipatori che colpirono, in età prematura, la nostra generazione e quella dei nostri genitori. Uccisi, precocemente, da condizioni stressanti nel mondo del lavoro. Mentre, oggi, è possibile morire anche per mancanza di lavoro.

I miei ricordi dolorosi su Michele perdurano. Solare onesto tenace, vita bruciata per obiettivi che molti di noi fortunati abbiamo raggiunto senza pagare scotti irreparabili.

fabilli1952@gmail.com

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Michele è quello al centro in basso. In alto a destra Giovanni Tanganelli, gli altri mi pare siano Luciano Pelucchini, Marino Faralli (?) Giampaolo Masserelli(?) non so se la memoria è ancora buona…

Basilicata, storia cultura e natura concentrate in un piccolo territorio

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noepoliLa Basilicata è conosciuta anche come Lucania. I due termini indicano periodi storici diversi. La Lucania tellus del poeta Orazio, popolazione lucana che i romani sottomisero nel secolo I a. C.; Basilicata è riferita al periodo del governo bizantino (iniziato nel V secolo d.C.) e ai legami con l’impero d’Oriente. Le due civiltà, romana e bizantina, hanno lasciato tracce importanti del loro passaggio, ma altre culture e storie vi si sono affacciate: reperti Neolitici, Greci (Magna Grecia), Longobardi, Saraceni, flussi migratori dall’Oriente bizantino (Armeni, Siri) spinti da invasori saraceni dettero luogo a insediamenti scavati nella roccia, i quali avviarono l’abitudine del vivere in grotta, soprattutto nelle gravine, valloni prodotti nel terreno calcareo delle Murge. Nella dominazione Normanna (X secolo) Melfi diventa capitale del regno del Sud, e il re Svevo Federico II incentivò la costruzione di castelli come linea difensiva (Melfi, Palazzo s. Gervasio, Lagopésole). In campo religioso sorgono molte chiese, esempi di architetture romaniche, più sobrie, e, tante altre, dai modelli più complessi. Finiti gli Svevi e gli Angioini, la Basilicata è quasi tutta infeudata, e i nuovi signori poco contribuiscono al miglioramento fondiario. Da quel tempo si snoda così una storia fatta di frammenti, diversi da paese a paese, che ci riportano quasi sempre a individuare, nella povertà dei modelli urbani, il palazzo feudale per la mole più che per qualità architettoniche. La popolazione si concentra intorno ai palazzi feudali su alture, da cui ogni giorno partivano verso i campi contadini e braccianti in lunghe trasferte quotidiane. Con l’Unità d’Italia non cambia il carattere prevalente regionale agro-pastorale. La svolta avviene negli anni ’50 con la Riforma Agraria nella costa jonica. L’eliminazione della malaria e moderni sistemi di coltivazione fanno si che nel Metapontino, dove nacque la civiltà in Basilicata portata dai Greci, si è creata una notevole crescita demografica e condizioni migliori di vita rispetto all’atavica arretratezza della regione. A grandi passi, la Basilicata è oggi tra le mete turistiche più attrattive. Traino importante sono i suoi due sbocchi al mare: sul Tirreno, Maratea offre un mare trasparente, adatto ai bagni e alle escursioni snorkeling e subacquee; sullo Jonio, lunghi arenili ben organizzati per la balneazione hanno alle spalle territori ricchi  di memorie storiche, colture intensive di ortofrutta di prima qualità, centri di ricerca di alto livello tecnologico (Enea). Il confine con la Calabria è marcato dalla maggiore area protetta d’Italia, il Parco nazionale del Pollino, natura incontaminata e paesaggi selvaggi, per oltre 190.000 ettari. Altezze cha arrivano a 2.200 metri s.l.m., rocce dolomitiche, bastioni calcarei, dirupi, gole profonde di grotte carsiche, di timpe di origini vulcaniche, di inghiottitoi, di pianori, di prati, pascoli di alta quota, accumuli morenici di circhi glaciali e di massi erratici. Nel Parco sono presenti numerosi reperti fossili, spiccano le Rudiste, molluschi marini di oltre 60 milioni di anni fa, ed è stato trovato lo scheletro di elefante. Molti fiumi (Sinni, Lao, Coscile Esaro, Sarmento, Abatemarco) solcano canaloni dove si possono fare anche attività sportive, come il rafting; numerose le erbe officinali, piante (faggi e abeti), e fauna (lupo, capriolo, lontra, volpe, riccio, lepre faina, donnola, ghiro, e il rarissimo driomio calabrese), disegnano un quadro naturalistico straordinario, gran parte accessibile al pubblico. Pur non volendo creare una gerarchia tra città e siti da visitare, di interesse risultano centri quali Matera e i Sassi, Tricarico, Venosa, Melfi, e i reperti archeologici (romani) di Grumento e Metaponto (Magna Grecia). Non senza interesse sono gli altri centri “minori” per dimensioni, ma dove è possibile godere il l’ospitalità delle persone, il sapore dei cibi tradizionali, e la vista di panorami spettacolari, come quello a Noepoli, originaria del nostro concittadino Pietro Rinaldi. Figlio di un appassionato coltivatore che ci ospitò nella sua cantina, dove stazionavano botti di vino, ma anche persone a conversare cordialmente tra un bicchiere e l’altro. Un ramo Rinaldi, rimasto a Noepoli, sfornava pane e focacce memorabili. E dalla piazza del paese e dalle finestre si ammirano i primi contrafforti del Parco del Pollino e l’impressionante fiumara diretta al Sinni. Prossima al Parco Letterario (Valsinni), dedicato a Isabella Morra, vissuta in un castello prigioniera dei fratelli, dando sfogo a traversie umane e sentimentali, scrisse delicate poesie: Le rime, Crudel fortuna, Isabella Morra: Canzoniere. La digressione su Noepoli è un grazie a Pietro Rinaldi per averci fatto vivere la Basilicata dall’interno della sua famiglia, vale pure a dimostrare che il viaggiatore troverà ogni dove piacevoli spunti di soggiorno. Le dimensioni fisiche e umane hanno ispirato i protagonisti del film Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo, in cui una scalcinata e simpatica compagnia percorre a piedi l’intera Regione. In cui ho avuto altri amici: di Pisticci (Michele Di Trani), Miglionico (Francesco Frescura), Lagonegro (Nicola Sisinni), ognuno dei quali, come ogni lucano avrebbe fatto, proponevano visite alla chiesa madre della loro cittadina e al castello, o palazzo  del notabile del posto, oltre a una passeggiata nel corso e nella piazza principale. Questa ricchezza è non solo Lucana, ma dell’Italia intera. Infine, vengono i suggerimenti gastronomici. In Basilicata la scelta di materie prime ortofrutticole verrebbe da dire è ricca come in California, se non fosse riduttivo. Si cucina piccante, carni e salse, e vasta è la scelta di pesce, ricotte e formaggi. Sta prendendo campo un buon bianco IGT, ma la scelta che mette tutti quanti d’accordo è l’Aglianico del Vulture, in diverse stagionature e terroir. La zona del Vulture, per paradosso, è ricca di acque minerali, e graziosi laghi (Monticchio). Volendo aggiungere una nota meno turistica, sono le estrazioni degli idrocarburi (Val d’Agri), con l’auspicio che almeno parte della ricchezza serva a migliorare la vita della gente, possibilmente non rovinando irreversibilmente un territorio affascinante, come quello dei calanchi brulli e scoscesi che ricordano set da film western.

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Sassi_di_Matera al tramonto Matera al tramonto noepoliNoepoli, città di Pietro RinaldiMontePollino- Pino LoricatoParco del Pollino, pino loricato Metaponto-mare bandiera bluSpiaggia nel Metaponto

Michele Di Trani, medico impegnato sulla prevenzione della salute nei luoghi di lavoro, morto tragicamente

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Di Tani Michele 2Michele Di Trani, medico del lavoro, fu un professionista di quelli che, al passaggio, lasciano segni concreti e positivi, negli anni Ottanta, ricoprendo l’incarico di Responsabile del Servizio di Prevenzione, Igiene e Sicurezza nei Luoghi di Lavoro (SPISLL) della USL 24 Valdichiana, con sede a Camucia. Servizio nuovo, esito della Riforma Sanitaria gestita dalle Regioni, nell’intento di rafforzare la prevenzione delle malattie contratte nei luoghi di lavoro. Prima era un servizio inesistente, e le competenze in materia frazionate tra più enti (con ridotta efficacia preventiva): Ispettorato del Lavoro, Inail, ecc., non coordinati tra loro, e prevalendo l’ottica ispettiva. Cioè, (se andava bene) s’interveniva su carenze strutturali dei luoghi di lavoro e mancate protezioni del lavoratore, curando dettagli e incidenti, senza valutare l’insieme delle condizioni ambientali favorenti l’insorgere di malattie professionali. Nei nuovi Servizi, centrale era il medico con competenze specifiche, obbligato a confrontarsi con tutte le componenti del mondo del lavoro: imprenditori, dirigenti, lavoratori. Di Trani era aggiornato sui metodi per cogliere le criticità, nel territorio e nelle aziende, in presenza di rischi infortunistici nei processi produttivi. E fu capace di valorizzare varie competenze professionali affiancategli dalle direttive regionali: sanitari (medici e infermieri), ingegneri, tecnici ambientali e impiantisti. Di Trani, alieno da formalismi burocratici,  organizzò il Servizio rendendo coerenti tra loro fasi ispettive, formazione dei lavoratori, e screening a tappeto anche extraluoghi di lavoro: audiometrici e spirometrici. In collegamento continuo con le nuove generazioni di medici e tecnici, provinciali, regionali – con l’apporto culturale del prof. Giuseppe Battista dell’Università di Siena –, persone entusiaste nello svolgere la  “missione” della Medicina del Lavoro, con metodi mai applicati prima.

Michele Di Trani, laureato a Bologna e specializzato in Medicina del Lavoro a Siena dal prof. Giuseppe Battista (Franco per gli amici), era Lucano di Pisticci (Matera).  Michele approfondì l’interesse sui problemi del lavoro: dall’igiene ambientale alla salute dei lavoratori, e fu assunto  da varie USL come specialista di quei temi. Fino a diventare Responsabile della Medicina del Lavoro della USL Valdichiana Est. Dove prese residenza, e, impegnato politicamente, fu anche Assessore stimato nella giunta di sinistra al Comune di Foiano. Attività amministrativa a cui si dedicò con passione, ricevendo ampi consensi. Pur giovane, si rivelò trascinatore, maturo, operoso, onesto, in ogni impegno pubblico affrontato.

Di altezza media, occhi chiari, aspetto gradevole, dialogava affabilmente guardando in faccia l’interlocutore, stabilendo facili empatie.

Per un breve periodo, aggregato al suo Servizio, fui testimone del suo percorso professionale, a fine anni Ottanta. Il collaboratore più esperto di Michele era l’ing. Bruno Frattini, altra colonna del Servizio, con cui fece crescere professionalmente tutti gli altri collaboratori. Quale esempio della forza propulsiva dei due, ricordo il compito assegnatomi: redigere l’archivio informatico delle ditte dei cinque Comuni della Valdichiana Est. Senza pratica di PC, né di software, Frattini fu per me un maestro efficace: quell’archivio, anche in tempi recenti, dicono che sia ancora usato!

Nel clima amichevole, creato da Michele e Bruno, fervevano attività a tutto campo. Collaborazioni tra USL, Comuni, Circoscrizioni, aziende produttive, lavoratori, favorirono anche screening a tappeto sulle capacità uditive e respiratorie della popolazione. E, sulla falsariga delle visite periodiche svolte dai medici, anche i tecnici ispettivi – dai più anziani Nasi e Galeazzi ai più giovani Gudini e Magini – adottarono precisi scadenziari nelle visite aziendali, segnalando criticità che strada facendo incontravano, mobilitando tutte le competenze del Servizio per risolverle. I problemi più rilevanti furono oggetto persino di Convegni Nazionali, quali: “Sicurezza e Igiene del Lavoro del Settore dell’edilizia abitativa” (1984),  e “Presidi sanitari”(1987), sull’uso dei fitofarmaci in agricoltura. Iniziative a cui parteciparono esperti nazionali grazie alla credibilità dei promotori, Di Trani e Frattini, e al supporto organizzativo  della USL, con in testa il rag. Francesco Nunziato Moré.

In breve, la Medicina del Lavoro del dott. Di Trani riscuoté apprezzamenti generali: dai territori (Comuni e Circoscrizioni), dalle Aziende, dai lavoratori, e il gradimento degli Amministratori USL 24, diretta prima da Dino Rulli e poi da Remo Rossi. Furono anni di svolta nell’affrontare con spirito nuovo, quello della Riforma Sanitaria, una materia centrale nella vita sociale: la salute nei luoghi di lavoro. La cui centralità non è mai superata, anzi, torna tristemente di attualità ogni volta che in cronaca sappiamo di incidenti gravi, mortali, sul lavoro.

Senza sminuire le capacità dei successori, una volta che per ragioni personali si  allontanarono Di Trani e Frattini da quel  Servizio, di esso ne calò la “visibilità”.

Del dott. Michele Di Trani, trasferitosi in altra sede di Medicina del Lavoro, e non risiedendo più a Foiano, si ebbero sporadiche notizie. Finchè, trent’anni fa, leggemmo la sua tragica fine: annegato in mare a  Campiglia Marittima. Era uscito in pattino col figlioletto, mentre il mare si fece grosso e i due caddero in acqua. Il piccolo fu salvato, mentre per Michele non ci fu nulla da fare.

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