La Grecia e i bambimi martiri del liberismo (corsivo di Petruska)

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bambini greciaNotizie non gradite al Potere politico-economico vengono censurate (vedi  il “crimine”  perpetrato su J. Assange),  o puntualmente taciute per falsificare la realtà dei fatti.

Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera, ha confessato a TV2000 (televisione vicino al Vaticano) di aver taciuto sulla terribile strage di bambini in Grecia morti per mancanza di servizi sanitari, cure, farmaci e cibo.

 Confessa di aver taciuto  consapevolmente la verità per non favorire  gli antieuropeisti.

I responsabili di questo assassinio sono gli autori dei memorandum della Troika, cioè EU, Fondo Monetario, Banca Centrale Europea  e il Governo greco di Tsipras.

Non si può dimenticare che tempo fa il Senatore a vita (per quali meriti sia stato nominato, dopo il suo governo si è capito!) Mario Monti dichiarò che la Grecia era stato il più grande successo della Comunità Europea, cioè  dell’euro.

 Il vicedirettore Fubini non si dovrebbe  perdonare, minimo andrebbe radiato dall’albo dei giornalisti. Ammette che lo abbia fatto per non favorire gli anti EU, sic! Cosa non  si è disposti a fare per giustificare le politiche liberiste e ingraziarsi  i propri padroni. Facciano però attenzione che il castello neoliberista sta crollando, e dalle macerie stanno scappando i cittadini europei consapevoli dell’inganno che a fronte delle ricchezze smodate per pochi ai più son tolti diritti e sicurezza sociale.

Nonostante la confessione sulla Grecia, il Corriere della Sera, insieme alle televisioni e a gran parte dei giornali continuano a  censurare o falsificare  sul conflitto in Medio Oriente e sulla situazione in Venezuela e su ogni altra situazione che deragli dal “pensiero unico” liberista.

Mentre la confessione del Corsera è dovuta  uscire dopo la denuncia dell’UNICEF che ha destato giustamente un’indignazione mondiale.

Che squallore!

 

Petruska

Sapere è potere – Potere è non far sapere (corsivo di Petruska)

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assangeJ. Assange ha svolto un formidabile servizio a tutti coloro che nel mondo hanno cari i valori di libertà e democrazia e di  conseguenza hanno il diritto di conoscere ciò che combinano i loro rappresentanti eletti.

Esattamente per questo motivo Assange è diventato un pericoloso criminale delle società “libere e democratiche”.

Il principio fondante di un governo è il potere. Il Potere (quello dispotico-criminale) conserva la sua forza rimanendo nell’oscurità. Esposto alla luce inizia e evaporare.

Assange ha commesso il grave di crimine di aver esposto il Potere alla luce, il che potrebbe portare all’evaporazione il Potere se la popolazione si rendesse conto dell’opportunità di diventare cittadini liberi in una società libera invece che soggetti di un Padrone che agisce in segreto.

I governanti  non hanno nulla che li possa supportare, al di fuori dell’opinione, e di conseguenza è sulla pura opinione che i governanti edificano il loro potere.

Per questo motivo i Padroni, i governanti hanno sviluppato l’enorme struttura delle relazioni pubbliche, un ente di propaganda.

Lo scopo principale della segretazione dei documenti è controllare le popolazioni e agire in segreto in modo che le masse rimangano al proprio posto, lontane dalle leve del potere.

 Il crimine di Assange è aver violato i principali fondamenti del Potere lobbystico-imprenditoriale.

 In realtà il Potere appartiene al popolo.

Petruska

P.S.  La Commissione Europea vieta le verbalizzazioni delle riunioni.

 

 Seconda uscita in questo blog del mio amico Petruska (Pierino)

Da Tsipras a Sanchez gli idoli della sinistra europea (corsivo di Petruska)

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PEDRO SANCHEZMa davvero in Spagna ha vinto la sinistra?

I socialisti spagnoli vogliono aprire una nuova stagione politica dove le istanze socialiste riprendono importanza con una chiara discontinuità con il passato?

Le prime parole del segretario Pedro Sanchez  dopo il risultato elettorale delle politiche , dove il Psoe raccoglie  circa il 29%,  “ con noi hanno vinto la democrazia e l’Europa, ha vinto il futuro. Mentre il passato e la restaurazione sono stati sconfitti”.

Lo stesso Sanchez ha provveduto a spegnere ogni speranza per coloro che pensavano a una discontinuità con le politiche neofasciste e liberiste dell’Unione Europea, (austerità e neoliberismo).

 Il segretario del Psoe dopo aver fieramente riconosciuto  in seno alla EU il golpista  venezuelano Guaidò . Ha sostenuto fieramente l’ex Presidente neo-nazista ucraino Poroshenko. Fiero nel mantenere l’immorale vendita di armi all’Arabia Saudita per la sua guerra allo Yemen. Fiero di aumentare le spese militari in seno alla Nato.

Per concludere, quest’idolo della sinistra europea si è lanciato in sperticati elogi della monarchia spagnola “abbiamo una monarchia rinnovata e esemplare nella figura di Felipe VI” . Sic! Sic!

Ancora “La Spagna ha fatto vedere a tutti, in questo voto, che le idee e le proposte dei progressisti possono battere il totalitarismo, il razzismo e la destra”.

Questa terminologia ripete, echeggiandolei, le narrazioni politiche fatte in Grecia (Tsipras) , e  in Italia (Renzi).

Tanta subalternità  alle politiche neoliberiste e tanta ambiguità politica non è beneaugurante. Anzi,  non è da escludere che alle prossime elezioni i franchisti di Vox potrebbero andare diritti al governo.

Petruska

ALEXI TSIPRAS

(Petruska è lo pseudonimo di un carissimo amico di cui ho deciso, d’ora in poi, di raccoglierne, sotto forma di corsivi, le sue battute politiche brucianti, con le quali mi “provoca” nei nostri incontri. E se susciteranno reazioni e commenti su Facebook, ne sarò ben lieto. F. Ferruccio))

 

 

 

Francesco Nunziato Morè, Commendatore, Grand’Ufficiale, Cavaliere, Ragioniere

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tutti-dormono-sulla-collina-di-dardano-di-ferruccio-fabilliLa prima volta in Ospedale da neoinfermiere, dalla bacheca all’entrata conobbi il nome di uno dei miei futuri capi: il Direttore Amministrativo, scritto in appendice a deliberazioni, comunicati, ordini di servizio. Dall’estensione dei titoli e mansioni, non poteva non incutere soggezione. Al contrario, di persona, si mostrò gentile e disponibile;  gestiva il potere conoscendo minuziosamente persone, cose, procedure e quant’altro fosse stato utile all’ammaraggio morbido, in quel pianeta, d’un pivello, quale mi presentai.

Alla scrivania di rado stava seduto, sempre in movimento dagli scaffali al tavolo, convocava continuamente questo o quel collega amministrativo per dare incombenze o chiarire il miglior modo di procedere nella quotidiana nassa di adempimenti. Elegante, in cravatta, giacca e pantaloni abbinati, capelli folti e candidi pettinati con cura, occhiali spessi con montatura dorata. Dai modi fini e formali, ma non creava distanze. Anzi, induceva ad affrontare subito il nocciolo della conversazione,  senza tergiversare in cerimoniosi inutili orpelli. Era la sua filosofia: nel lavoro, tempo e concentrazione erano preziosi alleati. Senza negarsi, però, a un sorriso sbrogliato il problema, o in occasione di ritrovi coi colleghi a festeggiare ricorrenze, o partecipando ai non rari convivi goderecci organizzati dal personale, in questo o quel ristorante. Era un gastro-resacato (mi pare), ma considerava il suo stomaco di acciaio, dandone ampie dimostrazioni a gambe sotto la tavola.

L’Ospedale era una specie di famiglia allargata, dato le tante ore di lavoro insieme, compresi i turni pomeridiani e notturni. Per l’attaccamento al lavoro, e la mole di impegni, spesso il Commendatore (così lo chiamavamo, i più) entrava presto la mattina e usciva nel tardo pomeriggio. Sapevamo, insomma, ch’era presente e rintracciabile al bisogno, senza difficoltà. Lui stesso faceva qualche visitina nei reparti anche solo per un saluto, o scambiare battute col suo allegro umorismo all’inglese: misurato e pungente.

Ma com’era giunto a Cortona? Ne parlava come la storia d’un innamoramento.

Nativo del Catanese, e impiegato per tanti anni al Ministero della Sanità a Roma. Già in quegli uffici, per meriti di lavoro, aveva guadagnato quasi per intero una sfilza di titoli onorifici: Cavaliere, Grand’Ufficiale, fino al massimo, Commendatore. Proprio da ministeriale era stato incaricato di recarsi a Cortona a controllare i conti dell’Ospedale. Una volta pensionato dal Ministero, questa Città gli era  piaciuta al punto da proporsi come impiegato presso l’Ospedale, che non gli era più estraneo. A proposito del clamore che seguì il pensionamento in massa di dirigenti ministeriali, si parlò di “pensioni e liquidazioni d’oro”, e se qualcuno associava Moré a quella fortuna lui ci rideva, lasciando nel dubbio. Comunque sia andata, il Commendatore – ben accolto dagli amministratori, vuoi per il positivo approccio da controllore, vuoi per la straordinaria esperienza maturata al Ministero – ben presto si fece una splendida dimora alle porte della Città, dove riunì e crebbe la famiglia. E da qui non si sarebbe più mosso. Dimostrando impegno e passione nel lavoro e nel volontariato – Governatore della Misericordia e presidente della cooperativa del periodico L’Etruria – avendo scelto, felicemente, Cortona città adottiva.

Discreto fumatore anche in ufficio – ancora non era partita la crociata dei divieti antitabagismo –, nei momenti caldi allentava la disciplina dell’eleganza stando in maniche di camicia, e, per me non senza sorpresa, rimpallava domande e risposte, dalle rispettive stanze, col fido vice ragioniere Mauro Ulivelli – altro strafumatore. Credo, l’unico autorizzato a chiamarlo Gegé. Gli anni Settanta assisterono a momenti di rinnovato splendore ed efficienza dell’Ospedale, anche per merito di Moré. Una specie di canto del cigno, prima della chiusura per confluire, con altri presidi ospedalieri, nel nuovo stabile della Fratta. Il Commendatore e l’Economo Salvicchi, in quegli anni dettero il meglio di sé da dirigenti ospedalieri amministrativi, avendo favorito trasformazioni radicali, in pochi anni Settanta. Con il restauro completo della struttura, decaduta e abbandonata dall’utenza, e con l’immissione di personale, per qualità e quantità,  idoneo a reggere degnamente i servizi attivi: Chirurgia, Medicina, Ostetricia e Ginecologia e Ortopedia. (Bisogna considerare la difficoltà di attrarre a Cortona specialisti d’una certa qualità, e farli rimanere, convincendoli che la struttura era degna non di un fugace transito ma di una definitiva collocazione). Senza quell’intervento radicale, le condizioni dell’Ospedale erano come se fosse in via di chiusura. Anzi, sarebbe stato meglio chiuderlo.

Moré era Repubblicano. Simpatia politica che gli si attagliava come gli abiti eleganti. I Repubblicani erano laici e ritenevano prioritario uno stato efficiente, perciò giusto. Anche se di lì a poco sarebbero scomparsi. Però, se non ricordo male, furono rari i repubblicani scovati con un po’ di “marmellata” in bocca ai tempi di tangentopoli, mentre negli altri partiti la “marmellata” era scorsa a secchiate! Il Moré repubblicano, oltretutto, era vicino a istanze popolari. E, di questo, n’ebbi esplicita testimonianza diretta. Allorché, quel ch’era il mio partito, il PCI, decise di cambiare nome e simbolo, incontrandomi, m’apostrofò: “Ma cosa stanno facendo i tuoi compagni? Distruggono il partito dei lavoratori?!… Mi sembrate tutti matti!… Se ne avessi le forze, lo ricostituirei io quel Partito!” lasciandomi di stucco. In genere ci si aspetta da persone mature tendenze moderate, ed era questa le mia convinzione sul Cav. Granduff. Comm. Rag. Francesco Nunziato Moré. Il quale, invece, m’insinuò il tarlo del dubbio su quella trasformazione politica che avevo accettato – oggi posso dirlo –, sconsideratamente, di buon grado. Si stava creando in Italia un vuoto assurdo.

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Il carteggio Leonetti-Trotskij (1930-1937), donato a Cortona, presto sarà pubblicato

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Foto LeonettiCon quanti, intellettuali e politici, transitarono nella villa di Umberto Morra si potrebbe scrivere un saggio storico sull’Italia del Novecento. Colto, generoso, spirito libertario, Morra ospitò menti combattive, creative, libere, che l’ebbero amico, consigliere, sostegno materiale. Del flusso di quei personaggi beneficiò Cortona. Basti ricordare, nel Palazzo comunale e al Teatro Signorelli, le conferenze letterarie di Alberto Moravia (a Metelliano, scrisse gli Indifferenti), o storico filosofiche con Alessandro Passerin D’Entrèves e Norberto Bobbio, amici di Morra. Tra costoro, con Giustino Gabrielli (allora, capogruppo PCI in Consiglio comunale) incontrammo un compagno anziano e gentile, Alfonso Leonetti. Primo direttore de L’Unità di Antonio Gramsci. Cofondatore del Partito comunista, nel 1921. Antifascista perseguitato, esule in Francia a fine anni Venti, espulso dal partito comunista nel 1930, perché contrario alla stalinizzazione del partito. Antifascista e dissidente comunista vicino a Trotskij, fino al ‘45 ebbe vita grama, senza mai rinunciare alla missione prescelta, maturata in gioventù, d’essere  “rivoluzionario di professione”. Giornalista  socialista e comunista, agitatore politico-sindacale. Figlio d’un umile sarto di Andria, nella Puglia contadina e bracciantile, dove sfruttamento degli agrari, abbrutimento, ignoranza e indigenza, umiliavano gran parte della popolazione. Personaggio rilevante per meriti politici, ma noto solo a pochi studiosi, per il motivo che la storia è scritta dai vincitori. La rottura di Leonetti col partito di Togliatti, e la conseguente espulsione, ne decise la diminuitio memoriae. Pur riaccolto nel PCI (1962), perché  onesto e rigoroso, come gli riconobbero Umberto Terracini, Camilla Ravera, e Palmiro Togliatti (da stalinista, convertito alla via nazionale al socialismo, policentrico rispetto al partito guida sovietico), tutti quanti antichi compagni di militanza politica e coredattori ne L’Avanti o ne L’Ordine Nuovo.

Sindaco negli anni Ottanta, conobbi Leonetti quasi novantenne (nato nel 1895, morto nel 1984), vivace, curioso, spontaneo. Amichevole. In brevi lettere, scritte a penna, suggeriva iniziative culturali, spesso accompagnate da note su  personaggi a lui cari. Tra questi, Camillo Berneri. Insegnante anarchico, ospite  di Morra a Metelliano, negli anni Trenta. Ucciso in Spagna dai comunisti staliniani.  Finché Leonetti donò a Cortona molti libri e un suo carteggio inedito (salvo poche lettere) con Lev Trotskij, dal 1930 al 1937. Depositato in  Biblioteca, nel  “Fondo Leonetti”. A oltre trent’anni dalla scomparsa di Alfonso, ho ripreso quella corrispondenza. Ordinata, recuperata fortunosamente, lo si capisce dalle varie grafie:  brogliacci scritti a mano, fotocopie, certe persino illeggibili. Scritti in francese – lingua adottata dai Trotzkisti -, ho coinvolto Mirella Marucelli di madre lingua francese. Traduttrice alla prima esperienza, presa da quel mondo d’esuli e perseguitati come il babbo, antifascista riparato in Marocco e Francia, all’epoca stessa del carteggio. Poi ho reso complice Valeria Checconi – studi classici e paleografici – per seconde e terze letture di testi molto estesi. In gergo politico, allusivi di personaggi sotto pseudonimo da meglio identificare – clandestini, esposti a controlli polizieschi e a spie avversarie non meno pericolose.  Oltre a dover illuminare, con note aggiunte, la strada al lettore. Questo lavoro di gruppo, presto, sarà reso pubblico a stampa.

Consapevole della sua fine prossima, il vecchio rivoluzionario, dubbioso sugli eventi futuri, salutandoci, l’ultima volta, esclamò: “Che dite, la talpa scava ancora?”. Per “talpa” intendeva l’idea rivoluzionaria della trasformazione socialista delle società capitaliste. Domanda mica da ridere!… Alla quale, di lì a poco, seguì la dissoluzione della Russia sovietica e la fine dei regimi staliniani nell’Europa dell’Est. Di riflesso, i partiti comunisti occidentali, tesi a schivare conseguenze dalla caduta del Muro di Berlino, cambiarono nome, obiettivi e categorie (classi) politiche di riferimento. Abbandonarono Marx, proletariato, socialismo,… accettando il neoliberismo, dietro ai socialdemocratici, salvo residui di socialismo classico tra progressisti, specie anglosassoni. Ciononostante, rimangono due potenze ispirate al comunismo: Cina, tra un po’ prima potenza economica mondiale, e  Vietnam, che ha sconfitto in guerra gli USA, forza militare planetaria. Cina e Vietnam però, ritenuti modelli lontani dall’ occidente, sono stati da sempre poco considerati. Intanto, tra gli studiosi, pescando su cataste di libri, si va da un estremo all’altro: da “Il passato di un’illusione – L’idea comunista nel XX secolo” di François Furet (1995), all’ “Attualità di Marx” di Giulio Sapelli (2014). In breve, è evidente quanto sia difficile e complesso rispondere al quesito di Leonetti sulla sua “talpa” scavatrice.

Protagonisti politici rilevanti del Novecento, saggisti di valore, la corrispondenza  Leonetti-Trotskij è fonte singolare nell’evocare momenti cruciali degli anni Trenta: diatribe mondiali tra comunisti stalinisti e antistalinisti; fervore e drammi parigini degli esuli antifascisti italiani; previsioni profetiche di sventure incipienti (Hitler al potere); e future, quale l’implosione del regime sovietico. I due, invisi a desta e a sinistra, furono tenuti sotto scacco pesante da governi, polizie e avversari politici, pur disponendo d’armi spuntate: articoli di giornale, pamphlet, e piccoli gruppi di agitatori politici. Riuniti nel nome di Trotskij, votati alla rivoluzione permanente, contrari al partito guida stalinista, contrari alla rottura delle alleanze con anarchici e socialisti (quest’ultimi, bollati social fascisti dalla Terza internazionale comunista), favorevoli a battaglie comuni con chiunque interessato a libertà e giustizia sociale.

Rileggendo il carteggio e gli scritti di Leonetti, un suo lascito è duraturo: in nome della libertà di pensiero e in difesa dei più deboli, non rinunciò mai a battaglie ritenute giuste, anche a costo di enormi sacrifici, subendo soprusi ed emarginazione. E non gli andò tanto male: prese una scarica di legnate fasciste, fu ridotto in miseria dagli stalinisti, tuttavia  salvò la buccia, Trotskij, invece , fu picconato in testa (1940).

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Foto LeonettiRitratto di Alfonso Leonetti, terracotta dell’artista Raffaele Fienga.

Lo sventurato rispose: Okkey!…Che gli fu rifilato per soprannome

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tutti-dormono-sulla-collina-di-dardano-di-ferruccio-fabilliL’interessato stesso raccontava l’origine del suo strano soprannome: Okkey. Durante un bombardamento, da adolescente, riparato in un cunicolo – non del tutto chiaro se consenziente o senza scampo –  fu preso da dietro da un aitante colored soldato nord-americano. Tra farsi sodomizzare o uscire allo scoperto sotto una gragnola di proiettili aerei, cedé alla libidine altrui, dando il suo assenso: Okkey!

Non si sa se la storia, tra i due riparati nell’interrato, ebbe un seguito sotto forma di mercimonio com’era iniziato: sesso passivo in cambio di fiaschi di vino. Non era da escluderlo dai racconti frammentari e allusivi, non reticenti, caso mai indecifrabili tra farfuglii da bevitore. Tuttavia, Okkey, nonostante l’episodico rapporto omosessuale, mise su famiglia ed ebbe dei figli; marito e padre, non è il caso giudicare quanto adeguato, certo sorretto da una paziente, per non dire, santa moglie.

Il vizio del bere l’aveva perseguitato fin d’adolescente. Cinquantenne, dimostrava una decina di anni in più: ingobbito, pareva poggiare le spalle all’altezza della cintola dei calzoni, e sdentato, a causa del gusto per i sigari, l’arco boccale gli s’era incavato; portando un cappelluccio a falde corte, andamento incerto, l’avresti riconosciuto a distanza.

Conversatore mite e gioviale, tra i nuovi vicini di casa tutti chianaioli,  si distingueva per inflessioni umbro-tifernate. Era stato operaio in varie attività, in particolare agricole, presenti in Val di Pierle: vigne, oliveti, mais,…e, soprattutto, tabacco, coltura in pieno boom in quella zona. Acque irrigue copiose e terreni adatti crebbero (e seguitano a crescere) ottimo Kentucky, utilizzato nei migliori sigari toscani.

Okkey gran parte della vita combatté, perdendola, la battaglia  contro l’etilismo. Cosciente delle sue sregolatezze, tormentato da continue sbornie, più volte era stato sul punto di guarire, aiutato in mille modi da medici premurosi: gli somministrarono persino vino misto a cenere, nell’intento di procurargli un disgusto tale da indurlo a smetter di bere. Ma l’astinenza durava poco. Per un verso o per l’altro, ricadeva. Anche se non perse mai l’illusione di riuscire ad affrancarsi.

La sua ubriachezza non era molesta, come si vedeva anche nei nostri paraggi: persone amabili da sobrie, ubriache malferme sulle gambe – che un soffio di vento avrebbe steso a terra – minacciavano questo o quello  brandendo coltellacci, trincetti, roncole, qualsiasi oggetto fosse capitato loro alle mani. Okkey, no. Calmo, pur mentalmente bollito, arrancando per strada nel tipico zigzagare etilista, salutava chiunque incontrasse, e, volendo, era possibile intrattenersi con lui ascoltandone storie strampalate riesumate da vicende grottesche capitategli. Era il suo modo pacioso di ottenere facili captatio benevolentiae. Anche se brillo, nessuno si prendeva gioco di lui con malanimo, casomai, assecondandolo, ci si sarebbe lasciati trascinare con ilare bonomia nei suoi ragionamenti bislacchi. Nel rione di Camucia, recente esito d’uno sviluppo robusto, Okkey era protetto dall’indulgenza di tutti. Gli stessi ragazzini – che se liberi, d’acchito, non avrebbero portato rispetto verso i più deboli -, in quel contesto, erano stati educati a far finta di nulla, o limitarsi al saluto, per quanto fosse un sardonico: Okkeyyy!!!.. lasciandolo però in pace.  Quel rione era avvezzo alla mescolanza di persone, in gran parte tra loro estranee, ma inculcate nell’atavica cultura contadina tollerante verso le bizzarrie della vita; sfiga e disgrazie avrebbero potuto colpire ogni casa. C’era il detto: fosse stato possibile portare in piazza la “croce” familiare, per scambiarsela, ognuno sarebbe tornato a casa con la propria.

La passione compulsiva di bere, soprattutto vino, in molti anziani era alquanto comune – “il vino è la poccia [mammella] dei vecchi!”, si diceva. L’alcolismo precoce ha cause comuni alle tossicodipendenze: compagnie sbagliate,  provare lo sballo,  scordare delusioni, … pensando, poi, di smettere a piacimento. Evento che accade, ma in casi fortunati.  E, in certe circostanze, l’esibizionismo trasgressivo è usuale tra i giovani. Okkey ricordava la moda della “passatella”, accostata al gioco della morra e delle carte. Nei bar o nelle bettole, spesso, il gioco, oltre ai protagonisti, coinvolgeva pure gli spettatori: il perdente pagava un bicchiere di vino ai presenti.  La “passatella” era un giro di fiasco tra gli astanti, da cui ciascuno trangugiava un bicchier di vino. I giri di fiaschi finivano a notte fonda, quando i più avevano caricato la sbornia. Sottrarsi al rito del bere, al proprio turno, era un evento neppure da considerare: si giocava, o si faceva codazzo al gioco, allo scopo di trincare a sbafo bicchieri a iosa. Chi più chi meno reggeva l’alcol, tuttavia, iniziata la “passatella” era vergognoso uscire dal cerchio. Okkey mai s’era sottratto, al contrario, tendeva a intrufolarsi nel maggior numero di brigate di bumbazzieri.

Gli ultimi anni di Okkey, conteso tra il bere e velleitari tentativi di smettere, si conclusero tristemente, funestati dalla morte d’un nipotino finito in un pozzo aperto. Quando le sere d’estate il rione si riuniva a chiacchiere, Okkey in forma diveniva un’attrazione simpatica. Con cadenza umbra, rievocando fatti e personaggi dei luoghi d’origine, allegro e leggero trasportava l’uditorio in tempi e luoghi fantastici, così particolari da sembrare un altro mondo, sconosciuto a noi ragazzi che non avevamo mai valicato i colli tra Val d’Esse e Val di Pierle. Eppure del tutto simili agli stessi personaggi che avremmo incontrati al bar, dal barbiere, al mercato: il boss, il porcaio, il professore sputasentenze, il politico sfegatato, il donnaiolo fanfarone, il fungaiolo baciato dalla fortuna sfacciata, lo strullo del villaggio,…tutto il mondo è paese. Ma, da ragazzi, non essendone ancora del tutto coscienti, scambiavamo beatamente per avventure esotiche gli sgangherati racconti del buon bevitore.

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Incontri inattesi a Chiang Mai, nord Thailandia, meta turistica internazionale

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thai-1Sorpreso ormai non più di tanto, nel gruppo di persone con guida locale parlante inglese l’unica di tale lingua madre era britannica; due studenti giovanissimi erano messicani, cinque peruviani, nonno nonna figlia e nipoti parlanti spagnolo dai lineamenti estremo orientali, mescolati a noi italiani formavamo una comitiva, per la mia esperienza, insolita. Una ventina d’anni fa, in tour nel Nord Thailandia, eravamo due italiani e otto di lingua inglese, oceanici: neozelandesi e australiani. Che dall’Oceania giungessero in massa nella “giocheria” mondiale era risaputo. Tra costoro, anziani pensionati a consumare il loro tramonto, e giovani impegnati nel gran tour post laurea. Invece non  m’era capitato incontrare persone distanti trentotto ore di viaggio, come i ragazzini messicani nell’escursione classica da Chiang Mai al Triangolo d’oro. Prova del fascino attrattivo di quei luoghi, del clima, della qualità della vita,  per viaggiatori da tutto il mondo. Essendo combinate molte giornate festive a ridosso di Capodanno, prevedendo mescole linguistiche straordinarie, ci siamo limitati a partecipare a una sola escursione organizzata da operatori turistici. Mentre, per fatti nostri, ogni giorno con autisti diversi abbiamo vissuto gran parte delle mete confusi tra  la gente del posto, in festa. Più affollati: i templi e il giardino reale, Royal flora nel palazzo Bhubing. Il richiamo religioso di folle consentiva osservare, senza l’assillo delle guide, il contegno dei fedeli. Come nel panoramico tempio Doi Suthep, sopra Chiang Mai, a oltre mille cinquecento metri di altitudine, circondato da foreste. Luogo sacro, amalgama di religioni presenti nel sudest asiatico. Più venerate le statue del Buddha. Coperto da stole dorate, il Buddha  è vestito nella stagione anche qui considerata  invernale, pur nella calura per noi estiva. Seguivano nella venerazione statue di monaci scomparsi in odore di santità, e un olimpo di divinità e figure mitiche religiose buddiste, induiste, confuciane, descritte nel libro “Ka”, di Roberto Calasso. A scelta, il devoto si prostrava al suo idolo, offrendo bastoncini profumati accesi, serti floreali e foglie d’oro. Altri pregavano facendo suonare, una ad una, lunghe teorie di campane bronzee di media grandezza, o percuotendo tamburi e gong rituali. A quest’ultimi strumenti, più rumorosi, erano applicati riduttori di sonorità. Onde evitare che la devozione si trasformasse in schiamazzo. Di fatto,  nonostante la massiccia adesione, tutto scorreva in sommessi brusii. Da estranei ammiravamo quell’esito spettacolare: presenze composte, a basso impatto sonoro. Nello scorrimento lento e silenzioso i fedeli non sembravano disturbati dai turisti, ai quali era chiesto solo il rispetto della quiete e di togliersi le scarpe. Stessa pacifica calca umana, in processione intorno allo stupa o all’interno del tempio-pagoda, notavamo al Wat Phra That di Lampang Luang. Circondato da vecchie mura ben conservate che racchiudono anche un antico tempio ligneo. Fuori le mura sostano carrozzelle trainate da cavallini, oggetto di foto ricordo, e adibiti a non saprei quali gite. La località si presta anche ad ameni soggiorni, nella cittadina adiacente il fiume. Comune ai più noti e frequentati templi è il mercato attiguo con ampia tipologia commerciale: vestiario, cibo di strada, gadget di cui sono ingordi i turisti. Tipica, a Lampang Luang, è la produzione e vendita di ceramica fatta a mano, tra cui un galletto. Del quale non conosco il significato simbolico. Presente nelle rivendite di cocci e anche in empori all’aperto di arredi da giardino. Dove trionfano tempietti montati su colonnette cementizie. Animisti e superstiziosi, i thailandesi, nel cortile di casa di fronte all’albergo o al negozio, collocano un tempietto pagoda, su cui posano ogni giorno: acqua frutta fiori e bastoncini profumati. In modo da ingraziarsi gli spiriti del luogo, perché  se trascurati potrebbero vendicarsi procurando guai familiari o aziendali. Qui al Nord, nei cortili, al fianco dei tempietti sono frequenti galletti colorati manufatti. Il Wat Phra Kaeo Don Tao, a Lamphun, è altrettanto venerato, avendo ospitato per 32 anni il Buddha di smeraldo, oggi a Bangkok. La piccola città ha numerosi templi e un museo, attestanti un passato prestigioso attraversato da varie influenze, compresa la birmana. In antico, il Nord Thailandia aveva il suo regno, Lanna (distinto da quello del sud), soggetto a invasioni  di vari popoli, compresi i Khmer dal regno di Angkor. Lasciando tracce nei loro passaggi. Tracce in gran parte incluse con cura nei contesti artistici e architettonici oggi superstiti. Salvo il caso visto a Feng, parco naturale caratterizzato dai soffioni boraciferi. Ai margini d’una specie di autogrill, con annessi soffioni nelle cui acque i viaggiatori bagnano i piedi, cautamente, o vi lessano uova, c’è un bel tempio abbandonato di ispirazione Khmer. Circondato da sterpaglie, senza crepe apparenti sulla  massiccia struttura lapidea, sovrastata da imponenti pinnacoli a forma di pigna, nei quali è evidente la rappresentazione stilizzata del monte Meru, l’Olimpo Indù. In attesa, com’è accaduto in tempi simili ad Angkor, che volenterosi bonzi lo riaprano al culto. Quell’abbandono striderebbe con la cultura tollerante thailandese, terzo paese al mondo per alta percentuale di lettori (meglio non sapere dove è classificata l’Italia!). Laddove sono ben conservati e frequentati circa 300 templi a Chiang Mai, molti inclusi nell’affascinante reticolo di viuzze del centro storico. O, proseguendo verso il Triangolo d’Oro in provincia di Chiang Rai, sono presi d’assalto dai turisti e considerati dai thailandesi luoghi di culto pure edifici strambi costruiti di recente come il Tempio Bianco (Wat Rong Khun o White Temple all’inglese) e la Casa Nera (Baan Si Dum – Museo Bandum), a poca distanza tra loro. Il mistero dell’abbandono del tempio angkoriano di Feng prosegue anche sulle guide ufficiali e su Internet. Dov’è possibile cliccare i nomi riportati in questi appunti ottenendo informazioni di dettaglio soddisfacenti molte curiosità, eccettuato il vecchio tempio, vittima pure dell’obbrobrio edilizio dell’autogrill. Non che scandalizzi tale presenza commerciale. (Gran parte dei templi, infatti, sono assediati da negozi e costruzioni  orrende, i bonzi di tutte le religioni hanno il senso degli affari). Però mi domando il motivo della damnatio del vecchio tempio.

Alla partenza per Chiang Mai, m’ero proposto di tornare a far visita a Salvatore,  costruttore della pensione in cui risiedemmo una ventina di anni fa. Al Soi 5, graziosa stradina nel centro storico. Per ricevere consigli sull’escursioni da compiere. Come bellissima fu quella suggerita da Salvatore: nelle foreste di bambù al confine Birmano. Non lontane dagli accampamenti del generale Khun Sa, il “Re dell’Oppio”. Dove scivolammo in un tranquillo fiume sopra una zattera di bambù.  La guida, non so quanto fantasiosamente, disse che nelle foreste intorno v’erano nascosti Top Gun statunitensi, lanciatisi dagli aerei schiantati nelle foreste per farla finita con la guerra in Vietnam. Trascorremmo una notte in una capanna a osservare, nel buio totale, il passaggio della cometa di Halley, sotto un cielo stellato da cui pareva essere avvolti. Assistemmo a una danza tribale, con gente disposta a spirale dietro a due suonatori di strumenti primitivi, a corda e a fiato, a oltre duemila metri di altitudine. Nello spiazzo illuminato da lumi stentorei a olio, anziani  sorridenti invitavano a bere un distillato di frutta alcolico, forte e odoroso di fumo, fatto alla buona.  Spettacolo al quale seguì una pipata d’oppio dei giovani compagni di viaggio. A me fu proibito partecipare dal compagno d’avventura (anche se, una volta letta sulla guida l’esperienza paradisiaca che avremmo perso, più volte ci siamo riproposti di tornare su quei passi. Ma, si sa, ogni lasciata è persa!). La guida aveva assicurato che l’indomani non avremmo avuto il trip da oppio…però se il giorno seguente, circondato da quei fumati, non mi fossi messo all’opera a raddrizzare la zattera di bambù saremmo marciti per ore nelle acque del placido fiume. L’oppio per residenti e turisti, fu detto, rientrava nei patti tra le autorità e le popolazioni montane convertite al turismo e a coltivare  ficus benjamin al posto delle piantagioni di papavero. Completò il pacchetto, indicato da Salvatore, una passeggiata sul cestello in groppa a elefanti, che, svelti e sicuri, marciarono tranquilli sull’orlo di precipizi. Sui depliant turistici, ancor oggi, si offrono simili escursioni con varianti facoltative: il rafting su zattere di bambù o su gommoni, e fare il bagno agli elefanti. Stavolta, il nostro gruppo ha scartato questa escursione. Non rassicurati, come invece fummo allora, dal buon Salvatore. S’è persa traccia dell’ex assaggiatore siciliano di oli d’oliva, che scelse di finire i suoi anni al caldo. Di per se sarebbe stata una notizia malinconica, ma non in quel contesto in cui si crede alla circolarità della vita nelle reincarnazioni. Se deceduto, Salvatore potrebbe essersi già reincarnato in uno dei tanti marmocchi che la Thailandia ha la ventura di sfornare in quantità impensabili nelle nostre vecchie società postindustriali, prostrate e disgregate dal globalismo.

Turisti fai da te, ogni giorno abbiamo riempito la vacanza con splendide visite.

Chiang Mai e dintorni hanno mille attrazioni, ben organizzate e curiose.

Parchi tematici, come quelli dedicati al recupero di elefanti in difficoltà (di moda, al momento, era partecipare al bagnetto degli elefanti; dal gossip veniva la notizia della presenza dell’ex compagna di Briatore, la Gregoraci, intenta a quella faccenda). O il parco per il recupero delle tigri, meno disposte, immagino, a farsi fare il bidet. In altre parti delle foreste, sono ricostruiti villaggi etnici, con capanne, attrezzi e persone agghindate alla maniera di varie etnie. Per poche centinaia di bath è possibile incontrare le cosiddette “donne giraffa”. Poverette a cui, sin da piccole, venivano applicati al collo anelli che ne deformano il collo, allungandolo. Speriamo che l’attrazione turistica per un fenomeno antropologico del passato non incentivi  altre giovani donne a quell’assurda tortura. (Amo i popoli orientali, ma ne temo la tentazione cinica: combinare business ed esigenze occupazionali di giovani povere). Fantastica s’è rivelata la visita ai giardini floreali intorno alla residenza  reale, poco fuori città. Esperienza sensoriale ed estetica di rara bellezza. Da scatenare il desiderio di scattare fotografie anche al più tiepido visitatore. All’aperto, o in condizioni climatiche indotte, si squaderna alla vista un campionario di flora, non solo tropicale, estraniante, in quei momenti, da ogni altro pensiero se non il rapimento nella magnificenza della natura, in sinfonie compositive prossime a perfezioni assolute.  Di notevole importanza cognitiva risulta anche la visita allo zoo. Presenti migliaia di animali (circa settemila), compresi due panda concessi per dieci anni dalle autorità cinesi. Evidentemente, convinte dalla serietà di quella gestione. Inesperto di zoo, senza opinioni sull’opportunità di tenere in cattività degli animali, tuttavia la bravura degli organizzatori non è in discussione. In poche ore, il visitatore può osservare specie animali senza segni di stress in ambienti salubri e ben tenuti. I numerosi mammiferi sembrano occupati a osservare e farsi osservare in giochi di sguardi tranquilli. O riposano nelle tane. Alla stregua del cagnolino di casa Piero, o dei gatti, pur liberi, che sonnecchiano in angoli disparati domestici. Lo zoo offrirebbe anche spettacoli  serali, a cui non abbiamo partecipato. Preferendo serate al ristorante, o seguendo impulsi turistici in shopping demenziali. Non mancando mille tentazioni. Inclusi il Night Market, il Warorot Market e le numerose manifatture circostanti la città. Introdotti nei laboratori di sete, ombrelli di carta, lavorazioni in pelle, argenti e pietre preziose. Situazioni, facile immaginare ad usum turistico, che svelano procedimenti produttivi. Lo sforzo richiesto è non cadere a eccessive tentazioni di acquisto. Perché a Chiang Mai, tra le tante cose da vedere che richiamano curiosi da tutto il mondo, è necessario vaccinarsi contro il facile acquisto, nel mare di ninnoli e oggetti artigianali che assalgono il turista quali sirene irresistibili.

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Scolari ai tempi del maestro unico. Gioie e dolori… da tirate d’orecchie!

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Maestra LuiginaE’ difficile dimenticare gli insegnanti incontrati nei percorsi formativi, su tanti, i ricordi risultano sbiaditi. Gli unici indimenticabili sono i maestri elementari. Anche se mi era capitato di cambiarne uno all’anno; e averne avuti pure tre in un anno.

Fondamentale la spinta iniziale del maestro o maestra, per noi torzoloni di campagna che parlavamo in dialetto, e non avevamo visto libri, lapis, pennini e quaderni, prima d’indossare il grembiule e il fiocco sul colletto bianco. Per fortuna,  ebbi la maestra Luigina Crivelli. Graziosa, giovane,  affettuosa. Forse, anche lei alle prime armi. Quanto intenzionalmente non so, lei non mancava di evidenziare le qualità del mio compagno di banco, Leonardo, ripetente in prima classe. Bravo a scrivere, leggere, e mano felice in disegno. Proprio così, si bocciava anche in prima! Nel caso di Leonardo senza ragione, se non nella discriminazione verso figli di povera gente. Luigina era diversa. Nella pluriclasse (dalla prima alla terza), non lasciava indietro alcuno, anzi, valorizzava le capacità  di tutti. Anche dei duri di comprendonio. Che c’erano. Non era un problema di somaraggine. I ritardi di apprendimento (a qualsiasi causa imputabile), a quell’età, andavano trattati con dolcezza e tenacia, come faceva Luigina. Tutti bravi a curare piccoli fenomeni, i maestri veri erano coloro che “cavavano il sangue dai rapi”, si diceva allora. Gli insegnamenti, Luigina, li trasformava in gioco. Mettiamo, ad esempio, per incitarci a scrivere i primi pensierini, soggetto verbo complemento, prometteva un regalino: giornalini delle banche orientati al risparmio, anche se non capivi il testo, erano illustrati, salvadanai metallici sponsorizzati dalla banca, dolcetti, giochini,… bastava poco. Quei premi valevano più di mille: bravo!   A Natale, fece a tutti un bel regalo. Il mio fu una carrozza western colorata trainata da cavalli, in plastica! Chi avrebbe sperato in quel giocattolo?! A casa, i grandi ci aggeggiavano rocchetti di legno con elastici, a mo’ di ruote dentate semoventi, scrandole, che imitavano il gracidio delle rane, fionde, carretti di legno, pensa palle – tronchetti di sambuco svuotati del midollo, con un legnetto spinto all’interno, sputavano pallette di stoppa -…ma, giochini di plastica, pochi genitori se li permettevano.  E se qualche discolo importunava, come il mitico Gnerucci, schizzando l’inchiostro del calamaio sul colletto bianco d’una bambina, si chiamava la mamma giustiziera. La quale, seduta stante, a suon di scapaccioni eseguiva una sonora punizione! Questa era la tranquilla vita scolastica nelle pluriclassi di Pergo. Con l’esordio felice, guidato da Luigina, che, dopo il primo anno, ci lasciò per un’altra scuola. Ci aveva preparato pure per le “recite” a Cortona, al teatrino di via Guelfa. Piccolini, facevamo il verso ai sette nani, cantando una facile filastrocca, traversando il palco. Poca roba. Ma dagli imbranati, ch’eravamo, era il massimo ottenibile. Volle, pure, farci il test del quoziente d’intelligenza. A noi risultò un compito facile, mettendo croci e segni su un questionario. Da adulto seppi, dalla maestra stessa, di cosa si era trattato. All’epoca, era parso come un cruciverba.

Finchè la mia famiglia, durante la crisi mezzadrile del dopoguerra, s’inurbò in Camucia. Nel giorno di un’eclisse solare, caricate poche cose domestiche sul camion –  residuato bellico – del rosso malpelo Marino Vinerbi, traslocammo dalla casa colonica di Caldarino alla Bicheca. Centro storico della Camucia proletaria.  A seguire il babbo, da mezzadro a bracciante agricolo, e la mamma, domestica anche per altri, e sferruzzatrice di  golfi e cappelli di lana.

A metà anno, proseguire la terza elementare fu traumatico. Passare da una paciosa pluriclasse a una monoclasse, sezione maschile, con un maestro che dire severo è poco. In classe c’era uno dei suoi figli, insieme ad Alfredino Bianchi, figlio del farmacista, e Gaetano De Judicibus, figlio del medico condotto. L’ambizione del maestro era forgiare una classe d’eccellenza. Passai, in un sol giorno, dai problemini, dettatini, temini di Pergo, alle equivalenze, all’analisi logica e grammaticale, al calcolo delle superfici piane e dei solidi e, non ultimo, a imparare a memoria brani di canti danteschi. Dalle poesiole che, fino allora, avevo mandato a memoria. I metodi dolci di Luigina erano ricordi remoti. Il maestro ci teneva col pugno di ferro. Se sapevi, bene. Altrimenti volavano scapaccioni, nocchini, in ginocchio alla lavagna, banco degli asini, tirate d’orecchie… Punizioni corporali, che, interiormente, bruciavano ancor di più. Ma, poi, che tirate! A uno scolaro, persino,  cedette la parte molle dell’attaccatura d’un orecchio.

Me la cavai alla meno peggio, passando in quarta classe. Forse, favorito dal partecipare al doposcuola del maestro Piva. Aiutava a fare i compiti e poi, fuori, a passeggio o a giocare. Il volto umano di quel semestre scolastico. Dopo il  pranzo, ottimo, preparato da Pasquina – risotto al pomodoro, cacio olandese, carne o tonno in scatola -, guidata dal maestro Piva, si riuniva una pluriclasse raffazzonata e divertente. Figli di operai e artigiani (si diceva iscritti all’albo dei poveri), ripetenti o in corso normale non importava,  formavamo una miscela indimenticabile.  Amicizie perenni tra coetanei inquieti e discoli, tra cui ragazzi ripetenti vicini alla crescita della barba, tutti curiosi di scoprire esperienze, specie di birbanterie. Da fare, subire, o schivare. Però, a ottobre, chiesi e ottenni asilo in seminario. Abbandonai l’insegnante terribile. Volando, in un solo anno, dalla quarta alla quinta classe, tant’ero stato preparato in quel semestre di fuoco. Trovando don Domenico Ricci, maestro affabile e burlone. Era destino, direbbero i vecchi saggi, imbattersi alle elementari in maestri simpatici o antipatici. I maestri, oggi, si possono scegliere, potendo spostarsi con mezzi pubblici e privati da una scuola all’altra. Un tempo non era così. Oltretutto, il maestro elementare unico di allora è stato superato. Ma questo è un altro tema.

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Il Paraguay, Stato rurale dal passato combattivo, meno lontano e misterioso che si pensi. Note di viaggio

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paraguay -8paraguay -5Asunción 20-30 novembre 2018. [Appunti di getto, scritti in tempo reale, ascoltando persone, raccogliendo notizie da pieghevoli, da quotidiani, da materiale informativo procurato da Riccardo Torresi nell’Ambasciata italiana, e da un saggio storico preso in libreria. Se pure il Paraguay non abbondi di informazioni turistiche – data la scarsa presenza di viaggiatori che, invece, meriterebbe -, al curioso non mancano spunti  in ogni angolo visitato. Anzi. Alla fine, del materiale raccolto, devi fare una cernita. E limitare il racconto. Innanzi tutto, bisogna privilegiare il vivere per raccontarlo, direbbe Gabriel Garcia Marquez].  

 

Arrivo notturno, ad attendere c’è Riccardo Torresi,  cortonese trapiantato in Paraguay. Dopo il tirocinio nell’Ambasciata italiana, nel 2006, egli, oggi, vi ricopre il ruolo di funzionario commerciale. Ha famiglia, con Letizia e il figlio Nico di quattro anni. Accoglienza calorosa del trentacinquenne, alto e dinoccolato, agile e pronto nel fisico e nella mente, come nella visita del 2013. Tra le attività, consigliere economico presso l’ambasciata e insegnante universitario, è pure allenatore d’una squadra di calcio militante nell’equivalente serie B italiana. Sono accompagnato da Fernando e Massimo, al loro esordio in questo paese. Il centro città non è lontano dall’aeroporto Silvio Pettirossi. Siciliano, primo aviatore in questa parte del mondo, assurto a mito. La Sicilia qua si contraddistinse, tra le regioni italiane, agli inizi delle migrazioni europee. Nella seconda metà dell’Ottocento, la prima “colonia” organizzata fu di espatriati palermitani guidati dall’avvocato Giuseppe Di Stefano Paternò, che fondò la Sociedad Colonizadora Italo-Americana. Relazioni  intense, tra Trinacria e Paraguay, in quel periodo favorirono il distacco in Sicilia d’un console Paraguayo. Nel frattempo, nei pressi di Asunción, nel 1887, il dott. Francesco Morra, in circa 110 ettari di sua proprietà, fondava Villa Morra, che ebbe un periodico, il telefono e una tranvia, risultando tra gli insediamenti italiani di maggior successo, nella nazione povera di infrastrutture civili, ricca però d’immensi territori fertili, fiumi pescosi, e legnami. Verso il 1915, gli italiani in Asunción si stimavano in circa 15.000. Oggi, si dice che, la metà degli abitanti di Asuncion, nell’albero genealogico, abbia un avo italiano. Al primo periodo dell’Unità d’Italia risale la scuola Dante Alighieri – che copre ogni grado d’istruzione prima dell’Università – in origine intitolata a Margherita di Savoia, ancor oggi gode ottima salute.  In  Ecuador e Argentina, mi si diceva, che lì, i Dante Alighieri, non navigassero in buone acque.

Il transito, dall’aeroporto al centro cittadino, rivela un paesaggio urbano in netta trasformazione. Sulla sponda del Rio Paraguay è stato costruito un asse stradale, a più corsie, illuminato, che da respiro a un traffico urbano intenso, di non facile regimazione. Infatti, la struttura cittadina tracciata in “quadre” regolari – con  strade parallele e intersecanti ad angolo retto, in gran parte a senso unico -, forma una specie di labirinto in cui, a un estraneo, sarebbe facile perdersi. Nel lungofiume si intravedono accenni di future urbanizzazioni ricreative fluviali.  In passato, nelle golene del grande fiume era insediata una bidonville. Sopravvissuta nella parte spondale più elevata, dismessa, invece, nelle golene e nelle sponde basse. Con l’ondata di piena della stagione piovosa, gli abitanti della bidonville golenale sono accolti nelle piazze soprastanti. Sistemati in tende e abitacoli di compensato e lamiera. A partire dalla piazza principale, circondata nei quattro lati da cattedrale, università cattolica, vecchio e nuovo parlamento, uffici pubblici, caserme. In città, è tangibile il problema abitativo da risolvere. E’ aperto un dialogo tra  autorità e accampati, sulla futura sistemazione. D’altronde la bidonville non è più sul lato nascosto del fiume, ma tutta esposta, dopo la costruzione del raccordo autostradale lungo il Rio Paraguay. Le autorità sarebbero intenzionate a trasferire i senza casa in nuove costruzioni, già pronte. Ma la gran parte dei diseredati resiste. Andare in abitazioni regolari ha dei costi, se pur minimi, che non vogliono o temono di non sopportare. Non v’è dubbio, i Paraguayi più coerenti con la grammatica Guaranì (lingua ufficiale, insieme allo spagnolo, parlata dal settanta per cento della popolazione) sono gli abitanti della bidonville, per costoro esiste solo un tempo verbale: il presente. Risolto il problema quotidiano del cibo, non esiste altro assillo, né tantomeno fanno progetti per il futuro. Gran parte dei nullatenenti urbani ha il sangue dei nativi Guaranì, i quali rivendicano maggiori ricompense dallo Stato “colonizzatore”, spogliati dei territori appartenuti ai loro avi. (In Paraguay, oltretutto, il latifondo è la principale forma di proprietà terriera). Rivendicazioni non sono solo teoriche ma portate di continuo in piazza da gruppi organizzati, solcando ciclicamente le strade principali con clamori di canti, slogan e suoni di tamburi, fischietti, e trombette. Su queste e altre proteste, che hanno il loro sfogo nelle strade e nelle piazze principali di Asunción, sembra ci sia tacita intesa tra manifestanti e  autorità. Infatti la polizia, disseminata qua e là, è in vesti ordinarie. Niente poliziotti a cavallo dotati di manganello né in assetto antisommossa, solo un gendarme in maniche di camicia precede i cortei, parlottando, su modi e tempi del procedere, coi manifestanti in testa al corteo. Evoluzione paternalistica del post Stroessener? Dopo la fama di regime autoritario che imprigionava (se non peggio) gli oppositori, e accoglieva fuggitivi nazifascisti europei nel secondo dopoguerra, e gli epigoni neofascisti Clemente Graziani e Elio Massagrande (quest’ultimo, impiegato nell’Ambasciata italiana). Capo del governo è Mario Abdo Benitez, figlio del braccio destro di Stroessener, il quale, come altri figli della casta politica di destra, fu mandato a studiare negli Stati Uniti. Fors’anche nel timore di eventuali violenze ai figli in caso di imprevisti disordini politici. Che fosse il paese della bella gioia, per i neri italiani transfughi, l’aveva confermato Augusto Cauchi, evocando, con malcelata nostalgia, fasti d’una Asunción, anni Settanta e Ottanta, prodiga di bagordi e pupe, sotto l’ala protettrice del vecchio dittatore Stroessener, capo del partito Colorado. (Contraddizioni storiche, il Colorado, partito di destra, ha come simbolo una bandiera rossa con stella bianca).

Ma non è necessario l’impegno politico per trovare una tranquilla accoglienza in Paraguay,  forse più usata è la strada della corruzione, quella seguita da Carlo Sama, genero del  Gardini “suicidatosi” ai tempi di tangentopoli. Sama fuggì dall’Italia con qualche problema giudiziario, certo non privo di soldi. Adeguando il genio italico agli abusi politici subtropicali, Sama, giudizialmente, risulta non perseguibile: è console onorario a Monaco, dove si astiene da risiedervi stabilmente. La “corruzione” pare sia il metodo sistematico per risolvere piccole e grandi questioni in questo paese.

La gente  comune, per Riccardo, è benevola e socievole, mentre il crimine comune e organizzato (di tipo mafioso) è praticato da persone potenti e scaltre. Sulla lotta al crimine organizzato si stanno facendo i primi passi, anche in collaborazione con l’Italia, studiandone norme vigenti. Come la recente costituzione Paraguayana avrebbe tratto spunto dalle costituzioni tedesca e italiana. Ma sulla strada della “democratizzazione”, in questo paese, pare non ci sia fretta. La strada, lunga e tortuosa, perché farla in fretta? Lo stesso procedere lento è adottato per sistemare gli abitanti delle bidonville, per ora, parcheggiati sulle piazze principali. Le autorità trattano, e gli accampati, pur in situazioni scomode, si adeguano a una vita sotto gli occhi di tutti. Dimostrando educazione nel tenere puliti se stessi e gli spazi occupati. Qui torna la grammatica Guaranì dal solo verbo presente: mancando il futuro, si campa alla giornata come non dovesse seguire altra alternativa. La mattina gli infermieri portano medicine, che vengono prese mettendosi ordinatamente in coda, intanto gruppetti di capi si riuniscono in conciliaboli tranquilli a valutare il da farsi. Le stesse richieste di elemosina ai passanti non sono fastidiose (si chiedono soldi e cibo, anche mezzo panino non consumato). Si fanno più insistenti le richieste lontano dagli assembramenti di persone: bar, ristoranti e sagrato della chiesa. Il caos è lento e armonioso. I pochi spazi residui per i parcheggi delle vetture sono gestiti da ragazzi abili a trovare un incastro libero, per pochi spiccioli di ricompensa. I panni tesi ad asciugare, una volta lavati, fanno pendant col verde dei prati, le chiome colorate degli alberi e dei fiori nei giardini, accuratamente rispettati. Le statue servono per tendere cordami e asciugare materiali letterecci. Magari, nell’intonaco dei piedistalli, capita di vedere scritto: morte al padrone! Nella nuova bidonville di piazza del parlamento, in continua evoluzione, c’è pure chi vende il proprio alloggio precario, con scritte sulle pareti di faesite: vendesi.  Potrebbe trattarsi di qualcuno che preferisce accamparsi in tenda,  usando la plusvalenza per mangiare e abborracciarsi (borracho qui è il bumbazziere). Pure il borracho non infastidisce. Fatto il pieno, si stende sul morbido prato erboso. Grazie a Riccardo – stato allenatore di una squadra di calciatori della bidonville, che ancora lo salutano al passaggio – abbiamo traversato una baraccopoli ancora in piedi, dove la vita è dinamica e organizzata, con negozi, artigiani, barbieri, e strade fracassate, che costeggiano rigagnoli maleodoranti pieni di rifiuti. Risultando una piccola cittadina di diseredati, ma a suo modo efficiente e vivibile. Sconsigliabile agli estranei, certo. Potresti uscirne senza macchina e in mutande. Però fuori da quei territori, come nella piazza dinanzi ai parlamenti (vecchio e nuovo), lasciano scorrere, senza importunarlo, il pur modesto flusso turistico, intenzionato a visitare la scuola di musica e il museo polivalente, riguardante gli antichi insediamenti: regioni dei nativi, tessuti prodotti, abiti cerimoniali, strumenti musicali, vecchie fotografie, e storie di immigrazioni. Un bric a brac ben allestito, in spazi stretti; suggestione antropologica su mondi ancestrali.

Manifestazioni di piazza, frequenti e ordinate, significano che il potere non le teme. Godendo il paese di stabilità politica ed economica. Il PIL marcia da un decennio in positivo, alla media del 4,4% annuale. Il tasso di disoccupazione  è basso, intorno al 5,2%. L’alfabetizzazione è intorno al 95%. La moneta Guaranì, non forte però stabile, ha una modesta inflazione annua sempre inferiore al 5%, nell’ultimo decennio. Nello stesso periodo è pure migliorata la valutazione del Rischio Paese, con rating: Ba1 stabile e BB positiva. Potendosi permettere un sistema fiscale allettante, si applicano le principali aliquote al 10% (IRPEF, IRPEG, IVA), contro aliquote dei paesi confinanti che variano dal 35 al 21% . Tariffe doganali allo 0 %, quando materie prime e fattori produttivi importati si dimostra che sono utilizzati nei propri processi produttivi, e che non vi è produzione nazionale di questi. Forti incentivi sono dati alla partecipazione pubblico-privata a investimenti pubblici, avendo notevoli lacune da colmare, per qualità e quantità, nelle prestazioni erogate al pubblico, nell’istruzione, sanità, trasporti. A parziale scusante nella debolezza degli investimenti, e quindi nei servizi pubblici, si può portare la mancanza di prodotti minerari nel sottosuolo, petrolio compreso. Materie prime abbondanti in molti altri paesi sudamericani. L’economia risulta la più rurale del continente.  Bassissimi i costi della elettricità e sua grande produzione, grazie a corsi d’acqua poderosi.  Possiede la 3° flotta di barche commerciali del mondo, 4° esportatore mondiale di soia, 4°esportatore di amido, 4° di yerba mate, 8° esportatore di carne bovina. Oro, se paragonato alla disastrosa condizione economica argentina del Peso  con inflazione al 25% e tassi bancari al 40%. Servono 22,25 pesos per un dollaro, mentre un anno fa ne bastavano 15. Migliore dell’Argentina è la situazione nell’altro paese confinante, il Brasile, ma anch’esso non gode ottima salute. Disoccupazione al 13%, e crescita del Pil al ­più 1%, inferiore alla media degli altri BRICS. Mentre la moneta, il Real, nata equivalente a un Dollaro, oggi, un Dollaro è pari a 2,35 Real; notevole il deprezzamento. Tra le cause, l’instabilità politica seguita all’arresto dell’ex presidente Lula, per dubbie e modeste questioni patrimoniali, e alla rocambolesca deposizione di Dilma Rousseff, succedutagli alla guida del Brasile. Qualcosa di simile accadde nella rapida deposizione del presidente Lugo in Paraguay, colpevole anch’esso d’essere di sinistra e non gradito alla CIA, e quindi all’impero USA. Anche se vivono ed operano con discrezione, gli statunitensi in Asunción, al posto d’una normale ambasciata hanno uno sterminato insediamento protetto, che da adito a supporre un più che certo signoraggio esercitato, grazie alla connivenza col regime al potere. L’ambasciata immensa, è la palmare dimostrazione di strapotenza, utilizzata, forse, anche per intervenire negli altri stati sudamericani. Risultando inquietante quanto gli antichi palazzi dei viceré e dei governatori, per conto della Corona di Spagna, che in queste terre remote attuarono soprusi oltre ogni immaginazione, dal 1500 al 1800. Basta  ricordare – quanto la nostra generazione ha visto mettere in atto in Sudamerica – l’esempio del Cile, a dimostrare cosa è stato capace di fare il connubio tra poteri dispotici e apparati repressivi statunitensi. Il valore della vita umana meno che zero. La dignità umana ridotta a quella di un insetto: da schiacciare, mutilare, brutalizzare…Sull’altare di che? Di principi democratici?…di interessi meramente economici. Il maggior profitto possibile per le proprie imprese! Insieme gli orrori della guerra in Vietnam, mettiamo pure lo schifo delle dittature sudamericane.

Trovare un’edicola ad Asunción non è facile, ma per lettori evoluti, sul web, la lettura dei quotidiani è gratuita. Le principali testate nazionali, ABC, Crònica, Diario Popular, La Nacion, Neike, Tiempos del Mundo, Ultima ora, rispondono agli interessi sull’attualità: cronaca, politica, gossip, economia, sport. Ciascuno ammiccando a un suo pubblico, rappresentano sia opinioni filogovernative che dei critici. Media e società sportive di primo livello sono sostenute da finanziatori privati, tra cui importanti società estere che lavorano in Paraguay, come l’italiana COLACEM. Produttrice di cemento e materiali da costruzione, recente grande investitore industriale. Riccardo racconta, per incarichi avuti dall’Ambasciatore, di aver frequentato le carceri paraguayane, dove un terzo dei prigionieri hanno condanne definitive, mentre due terzi in attesa di giudizio, vivendo mescolati nelle stesse condizioni miserabili. Né sono attuati istituti come il carcere duro dell’isolamento, il famigerato articolo 41-bis, al quale pare che le autorità paraguaye si stiano interessando. La maggior parte dei prigionieri è costretta con cibo scarso, e pure senza brande né materassi su cui giacere. Dall’altro canto ci sono celle per i VIP. Una sistematica  “corruzione”, dal secondino, all’ispettore di polizia, al direttore del carcere, consente, a chi ha soldi, di vivere meglio della stragrande maggioranza della popolazione in stato di libertà!  In celle dotate di ogni confort: cellulare, cibi vari e abbondanti, a la carte, droga, sesso, e chi più ne ha più ne metta. Senza limiti. La cronaca offre subito un’orribile spaccato del Sudamerica violento. Un di questi VIP, delinquente al massimo, prima d’essere estradato in un altro paese sudamericano dal regime carcerario più duro, che ti fa? Si fa portare in cella una giovane prostituta e l’uccide in modo efferato, nell’intento di subire una condanna e scontarla nel confortevole carcere paraguaiano. Si sta indagando su chi e come abbia favorito quel crimine. Ma, se non ho capito male, il primo indiziato è il sistema corruttivo, contro cui,  anche a parere di Riccardo, è difficile porre argine. L’orrendo crimine sarà punito, ma il delinquente, paradossalmente, avrà raggiunto il suo obiettivo: seguitare la bella vita da galeotto privilegiato, e continuare a dirigere loschi traffici esterni, da cui trae la montagna di denaro di cui dispone. Condotte simili sono praticate, dal Sudamerica al Messico, dai potenti narcotrafficanti. Capaci di evadere, investendo milioni di euro nella costruzione di gallerie sotterranee di un’esattezza prodigiosa. Come nel caso del narcos  colombiano El Chapo (Joaquin Guzman), che fu raggiunto, con un tunnel d’oltre un kilometro alla profondità di venti metri, fino al piatto della doccia!  Nel soggiorno ad Asunción, abbiamo conosciuto le agre condizioni di vita di chi, pur non avendo commesso crimini ma per contiguità familiare,  è costretto a continui randagismi da un continente all’altro, al  fine di sottrarsi a  vendette. Non potendo essere più preciso, rispettando la mala sorte delle “vittime”, dirò solo di aver incrociato madre e figlio quindicenne in moto perpetuo, in luoghi tra loro lontanissimi e per lunghi periodi. Ad oggi salvi, sostenuti dalla famiglia di lei. La madre coraggio cerca di rendere meno aspra la vita d’un fragile ragazzino, che sogna di giocare al pallone senza poterlo fare, dimostrando una maturità inusuale per l’età, mentre una tristezza infinita pervade i due.  Il Paraguay non è tra i primi consumatori di droga, ma, complici le autorità, è snodo importante del traffico proveniente dalla Bolivia. Si dice, infatti, che l’attuale Presidente del Paraguay sia inviso anche ai suoi perché non malleabile su quel traffico, mentre si sospetta la compiacenza dei predecessori. Predominante, nei vertici politici e militari in tutto il Sudamerica, l’influenza massonica e della chiesa cattolica, perni di ogni potere durevole. A proposito di massoneria, a cui appartengono tutti gli ufficiali in carriera di ogni forza militare, ricordo la rapida lettura della autobiografia di Gelli (La mia verità), che feci da Augusto Cauchi. Dove mi parve intravedere le cause dell’imprevisto declino dal potere del venerabile aretino. Gelli godendo di relazioni ai più alti livelli statali, proprio in Paraguay, pensò di fondare una massoneria  parallela se non alternativa a quella in auge. Evidentemente, si scontrò con forze massoniche superiori alla sua rete, adunata in pompa magna per lanciare dal Paraguay  l’assalto al potere. Fracassato il progetto, da lì in poi la sua parabola iniziò a declinare anche in Italia. Vittima di presunzione. Gelli, potente in Italia e in Sudamerica, dimenticò d’essere lui stesso una pedina; importante, capace di costruire reti e intrighi per conto dei governanti, con mani in pasta in mezzo mondo, ma pur sempre una pedina.

Se c’è uno Stato sudamericano che non ha mai tradito la fedeltà agli ordini di ciò ch’è considerato dagli studiosi l’odierno Impero, gli Stati Uniti, è senz’altro il Paraguay. Tra i pochi paesi al mondo che tiene relazioni diplomatiche con Taiwan, anziché con la Cina, traendone cospicui benefit economici (il nuovo parlamento costruito a spese di), e può inviare ogni anno studenti a gratis in Taiwan con borse di studio. Ed è tra i pochi a sostenere, con gli Usa, la capitale di Israele in Gerusalemme.

Il clero secolare e gli ordini religiosi sono marciati sempre a braccetto col potere. Usando catechismo e sapere, in molti rami della conoscenza, sono rimasti sempre a galla, rispettati e temuti dalle autorità civili anche dopo cruenti scontri fra fazioni. Usando il grimaldello fondamentale: dominare le coscienze con vincoli immateriali, durevoli e pervasivi sulla società e sui singoli. Tanto efficaci, paradossalmente, quanto più di modeste condizioni sono le persone, che più d’altri hanno bisogno di speranza e consolazione. E quando sono state necessarie catene vere, torture fisiche, piombo e garrota, per piegare le coscienze, la chiesa non si è fatta scrupolo di avallarlo, se non di farlo. Prendendo a metro di misura le dimensioni della chiesa cattedrale e degli edifici circostanti, il vescovado, il seminario e l’università cattolica, ne risulta evidente il ruolo centrale nella società. Tuttavia, mettendo Asunción a paragone con Quito,  si nota minore pomposità e invadenza di chiese e monasteri. E’ pur vero che Quito coloniale è quasi del tutto conservata, mentre in Asunción non se ne vede più traccia, salvo, qua e là, edifici post coloniali che si cerca di restaurare, in un contesto in gran parte di edilizia contemporanea.  Per di più Asunción, da cui partirono i fondatori di Buenos Aires, pare non essere stata in grado di trattenere in loco le ricchezze prodotte, trasformandole in edilizia nobiliare, edifici di culto, e insediamenti religiosi. Al contrario, Buenos Aires a molti ricorda, con monumentali costruzioni, una capitale europea, specie con quanto vi fu eretto tra Otto e Novecento. La forza e la conservazione del clero sudamericano è emerso dalle cronache anche rispetto a papa Bergoglio, che, nelle intenzioni, avrebbe voluto debellare la pedofilia, diffusa come gramigna in tutto il clero del globo, esponendosi però a una figura cacina in mondovisione, allorché giustificò le colpevoli potenti gerarchie religiose cilene. Condanna che il papa, ravveduto, fece in un secondo momento, a frittata fatta. La bega mondiale della pedofilia clericale, anche Bergoglio non riesce a sradicarla.

Un ragionamento merita la vicenda delle ferrovie in Paraguay. Storia ricordata da due stazioni in città, una trasformata in museo ferroviario e l’altra in uffici. Il Paraguay fu tra i primi stati sudamericani a dotarsene (1861) e avere una linea di trasporto (1872-73), senza successivi sviluppi. Che ebbero, invece, i trasporti su vie d’acqua. Disponendo oggi della terza flotta commerciale al mondo. E la presenza di una marina militare. Pur essendogli negato lo sbocco al mare  dai bellicosi stati confinanti (Argentina, Brasile,Uruguay), che, gelosi dell’espansione territoriale del Paraguay, lo batterono, ridimensionandolo, in sanguinose battaglie del tutti contro uno. Se vollero metterlo in ombra, come potenza locale, ci riuscirono.

La storia del Paraguay merita d’essere conosciuta, tra le più interessanti del Sudamerica. Pur privo di minerali e metalli preziosi, la fertile agricoltura,  fiumi pescosi, foreste lignifere, e manifatture, fornirono ricchezze alla Corona di Spagna. Per quanto la Corona, scoperti giacimenti preziosi in altri luoghi, tenne in poco conto il Paraguay. Se pure questo paese,  confinante col Brasile, pose argine all’espansione portoghese, combattendo con l’ausilio determinante di nativi bellicosi (i Cari, sottogruppo dei Guaranì), contro le aggressive soldataglie “bandeirantes”, alle quali, i re del Portogallo, dettero mandato di conquistare quanta più America del Sud possibile. Il Paraguay contribuì alla fondazione di Buenos Aires, inviando uomini e alimenti in gran quantità. Soprattutto la storia del Paraguay è intrecciata ai nativi Guaranì, che popolarono un’ampia porzione dell’intero continente, dal Mar de la Plata alle Antille Olandesi, dalle Ande all’Amazzonia. Popolazione tanto importante e radicata da risultare componente maggioritaria in Paraguay, il cui idioma, il Guaranì, è lingua ufficiale statale, insieme allo spagnolo. I Guaranì erano valenti guerrieri che praticavano l’antropofagia rituale, un modo per ereditare le qualità eroiche del nemico sconfitto. Carenti di idoli, vivevano un mondo magico in continuo contatto col sovrannaturale a cui attribuivano sortilegi e malefici. “I boschi e le acque erano popolati di personaggi mitici, molti di loro informi.  Le loro credenze sull’origine e il fine dell’universo, la comparsa dell’uomo, la creazione del fuoco e del linguaggio, l’impianto dell’agricoltura, si traducevano in ricche cosmogonie mitologiche dal grande valore poetico” [in Efraim Cardozo, Breve Historia del Paraguay, pag. 9 e segg. Cardozo è l’autore a cui ho attinto informazioni storiche]. Avevano conoscenze botaniche e zoologiche. Erano avanzati nella medicina e nell’igiene. Il loro grande patrimonio era la lingua. Padre Lozano, nel 1754, la definiva “la più completa ed elegante che si conosce al mondo”. Ammirevole idioma con cui si descrivevano cose, sentimenti e idee, espresse con chiarezza, logica e precisione. Considerata “lingua generale” nell’antichità sudamericana, con la quale s’intendevano tutte le tribù, i cui dialetti erano intraducibili; fu il principale strumento di penetrazione dei conquistatori e missionari nell’eterogeneo e complicato mondo etnico americano. Le dure condizioni di vita forgiarono un poderoso istinto bellico. Non erano stanziali, né si dedicavano alla agricoltura, però ne apprezzavano i frutti. Erano cacciatori e pescatori. Sapevano approfittare della vegetazione. Nelle coste, da grandi navigatori, avevano imbarcazioni fino a dieci passeggeri. Conosciuto il cavallo, ne furono ottimi conduttori. Contro i conquistatori spagnoli e i loro successori, i Guaranì del Chaco combatterono una guerra valorosa e costante. I primi conquistatori che tentarono la via de la Plata e del Paranà, Garcia e Gaboto, fallirono nell’intento per la fiera resistenza dei Guaranì. Nel 1541 Asunción fu eretta a Cabildo, avendo gli spagnoli stretto un patto con i Carios (appartenenti al popolo Guaranì) come guerrieri ausiliari; l’alleanza, “stabilita nel letto dell’amore”, si trasformò in cemento della nuova comunità.  Non dimentichiamo che l’amore poligamo era stato una delle molle che spinsero avventurieri e religiosi alla conquista del Nuovo Mondo. Sorse, allo stesso tempo, un conflitto che perdurerà a lungo tra gruppi di indios “leales” (agli spagnoli) e “comuneros” che intendevano mantenere la loro autonomia. Frustrazione e anarchia seguirono dopo la comparsa dei conquistatori. Ai quali ben presto si era affievolito lo stimolo colonizzatore, non avendo trovato le miniere di preziosi (oro e argento) presenti in altri territori, pur tuttavia restava l’attrazione per la libertà degli indios, la vita agevolata dalla alleanza con i guerrieri Guaranì, la sfrenata poligamia, e l’instancabile esercizio del potere che alimentava incessanti lotte per il potere. In questa nuova situazione, di incontro/scontro tra nativi e conquistatori, emerse la figura di Irala, il più importante conquistatore, in un certo senso il fondatore del Paraguay, che evitò il caos, governando fino alla sua morte naturale (1556). I suoi successori, quasi sempre eletti con votazione popolare, affrontarono molti problemi. Privo di metalli preziosi, il Paraguay fu quasi dimenticato, e messo sotto l’autorità dei viceré del Perù. Mentre sorse un forte movimento dei “mancebos de la tierra” (figli della terra). Stazze vigorose, coraggiosi, abili lavoratori e artigiani, addestrati alla guerra e con la passione politica, come i progenitori, divennero il principale elemento di confusione. I conquistatori cominciarono a temere, da costoro, insurrezioni. Comunque, furono determinanti nella designazione dei nuovi Cabildo cittadini, e nelle fondazioni di nuove città. Come nel caso di Santa Fe, e nella rifondazione di Buenos Aires, posta nel mare del Rio de la Plata, divenuta lo sbocco al mare mancante al Paraguay. L’apice del potere dei “figli della terra” giunse eleggendo al potere in Asunción uno di loro, il creolo figlio di uno spagnolo, Hernando Arias de Saavedra, detto Hernandarias.  Tanto da far pensare, ai governanti a Lima, di aver perduto quella terra, tanto libera e lontana, per mano di superbi e inquieti figli creoli e meticci. Gli ordini del viceré del Perù, infatti, non sarebbero passati in Paraguay se non attraverso Hernandarias. Mentre suo fratello creolo diventava vescovo di Tucumán.  Negli sviluppi successivi, il Paraguay fu considerato “el agro del mundo”, per capacità produttive agricole, che accedevano ai mercati via Buenos Aires, sottomessa ad Asunción, per raggiungere Brasile e Spagna. Non durò a lungo questa situazione. Il Perù, geloso di tanta potenza, decise la chiusura del porto di Buenos Aires. A cui seguì una grave crisi economica, mettendo a repentaglio la produzione di yerba mate di cui il Paraguay era il maggiore produttore. Al peggioramento della crisi contribuirono le soldataglie del Brasile (bandeirantes) e i Guaycuri, bellicosi abitanti del Chaco, con drammatiche devastazioni territoriali.

Insieme ai primi conquistatori, giunsero in missione francescani, geronimiti, mercedari e domenicani, che contribuirono alla fondazione di numerosi pueblos (villaggi), e a consolidare il loro potere insieme a quello della Corona.   Hernandarias invitò i gesuiti a costituire città fortificate nelle ricche regioni agricole, per difenderle dalle incursioni dei bandeirantes brasiliani. Anche i gesuiti, come i francescani, furono grandi fondatori di pueblos. Obiettivo dei brasiliani, oltre ai fertili territori, era la tratta di schiavi, popolazioni guaranì da deportare in Brasile. Provviste di armi da fuoco, le truppe paraguaye inflissero memorabili sconfitte (nel 1639 e 1641) agli invasori paulisti (brasiliani provenienti da San Paulo). I gesuiti, insediati tra i fiumi Yguazu e Tebicuary e tra il fiume Paranà e l’Uruguay, crearono un nuovo tipo di organizzazione sociale su base comunitaria e militare. Un audace tentativo di mettere in pratica idee utopistiche. Tali da suscitare risentimenti presso gli altri Paraguayi.  Il motivo della discordia fu il non pagamento delle gabelle al governo da parte degli abitanti delle missioni gesuitiche sul commercio della yerba mate. Altro motivo di discordia fu la battaglia dei gesuiti  contro il pagamento delle tasse sulle rendite, su cui si basava la prosperità dei governi paraguaiani. Tutto ciò determinò un forte conflitto, anche con gli altri ordini religiosi, che, invece, erano favorevoli al pagamento delle tasse sulle rendite. Il vescovo francescano Bernardino de Cardenas decretò l’espulsione dei gesuiti nel 1649. Una lotta dura, anche militare, seguì a quel decreto, con molte vittorie sui rivali ottenute  dagli indios organizzati dai gesuiti. Intanto seguitava la pressione militare brasiliana che costrinse le autorità paraguaiane a istituire il regio servizio militare obbligatorio. Con ciò, accrescendo molto la pressione impositiva sulle campagne. Tale sistema impositivo prevedeva una tassa sulla yerba mate superiore a qualsiasi altro prodotto americano, incluso l’oro! Al fine di mantenere un  esercito poderoso per combattere guerre infinite: contro gli auracanos del Cile, gli abipones di Santa Fe, i corsari inglesi dell’Atlantico e i pirati del Pacifico. Lo scontro fu inevitabile tra due concezioni di vita comunitaria: quella civile e quella dei gesuiti. Il Paraguay, unica regione autorizzata a battere moneta propria, dotata di un esercito popolare con leva obbligatoria, con Cabildo eletto a suffragio popolare, si era trasformato in democrazia turbolenta, con il senso dell’interesse “comune” quale estrema ratio nel risolvere gravi emergenze. Pertanto, il sistema di tassazione era più simile a una gestione da pater familias che da sistema feudale. In tal sistema [secondo lo storico Efraim Cardozo] il Paraguayo si sentiva diretto dai suoi interessi e necessità, più che dalle leggi della Corona, nella sua concezione di autonomia, personale e politica, nominando e deponendo i governanti, forgiando istituzioni proprie. Tale impianto politico civile cozzava contro l’azione dei gesuiti delle Missioni – espansi nei loro insediamenti in ampie zone fertili – contrari al pagamento delle tasse. Le autorità locali, appoggiate dalla Corona, diedero battaglia alle Missioni, sconfitte definitivamente il 25 agosto del 1724 a Tebicuary.

Qui si interrompe la mia curiosità storica,  in visita ai ruderi più imponenti della Missione gesuitica de la Santissima Trinidad de Paranà. (patrimonio Unesco nel 1993). Sulla via del ritorno ad Asunción dalle spettacolari cascate Yguazu, non abbiamo preso la via diretta per la capitale, ma abbiamo deviato nei territori ancor oggi denominati Missioni. Passando per la gioiosa Encarnacion,  sulla riva destra del Paranà. Dove le sponde fluviali sono organizzate in spiagge balneari, e la città gode fama di festosa per un rinomato carnevale e il grande sambodromo.

L’autista Filipe, in questa deviazione non prevista in partenza per le cascate, si è impegnato a meravigliarci con le bellezze del Paraguay. Le verdi sterminate pianure, in questa stagione floride di soia, che a febbraio saranno seminate a granaglie. Tanto da produrre in un anno ben due raccolti. Il profilo dei terreni lievemente ondulati, unito al verde della vegetazione, fa somigliare queste campagne al centro Europa. A tratti pianure simili alla Pampa, con nugoli di bovini al pascolo. Grandi fiumi pescosi. Paradiso per gli appassionati di pesca sportiva. Rari villaggi, ognuno dei quali presenta lungo le strade i prodotti locali: tessuti, pellami lavorati,  palloni da calcio, …e soste in confortevoli Churrascherie di dimensioni gigantesche, per gustare grigliate (azados) spettacolari.

Ciò che ho raccontato varrebbe già per scegliere il Paraguay meta turistica che oggi non è. Senza considerare l’altra parte del Paese, il Chaco, caratterizzata da aree desertiche, e foreste Amazzoniche, dove ricercatori sono intenti a studiare e classificare specie animali e vegetali di rara bellezza e originalità. Un saggio  di flora e fauna tropicale (non solo Paraguaya) la si può incontrare visitando il Jardin Botanico y Zoologico in Asunción, di 272 acri con oltre 300 animali di 64 specie, e piccolo museo di storia naturale e cultura regionale. Nella espressione degli animali – specie nei grandi mammiferi – si coglie la mestizia della prigionia, compensata dall’essere ben tenuti in un parco molto arioso.

Eccellente è il Museo del Barro: piacevole mescolanza tra arte indigena (fino ad epoche precolombiane ) e arte moderna. Rivalutazione di artigianato,  vita reale urbana, rurale e forestale, nel passato e nel presente, a scopi didattici e turistici.

Gli ultimi giorni in Asunción, al seguito del nostro esule felice Riccardo Torresi, sono trascorsi ad assistere alla promozione dei prodotti culinari italiani, con in azione un affermato cuoco romano in Buenos Aires. Uno di questi grandi magazzini, ospitanti specialità e prodotti italiani, ha l’insegna con la stella di David gialla. Il proprietario è polacco di religione ebraica. Il Sudamerica, che aveva accolto i transfughi nazifascisti, ospita anche le loro vittime passate, gli ebrei. La cui presenza massiccia avevo notata a Buenos Aires, dalle colonne dei giornali zeppe di necrologi ebraici. E scuole e ospedali a loro riservati.

Ma la presenza di emigrati, che ad ogni piè sospinto viene evocata (saputa la nostra nazionalità), è quella italiana. Spesso, riferita a discendenti che non parlano più la nostra lingua. Di origini italiane è la moglie di Filipe, l’autista che pur a notte fonda, di ritorno dal nostro tour, ha voluto presentarci la famiglia.  La  figlia, seguendo all’università una laurea in architettura degli interni, finito quel ciclo di studi, già progetta di venire in Italia a completare la formazione in design. Ciò che non trasmettono le famiglie, gli idiomi dei paesi originali, se ne curano di farlo le scuole, numerose anche per la lingua italiana.

Le carte antropologiche vanno continuamente rimescolandosi attraverso migrazioni. Fino alla sorpresa di incontrare, all’aeroporto di San Paulo, Luna. Ragazza felice d’aver ottenuto, nella sue brevi vacanze, un diploma di lingua. Stava salutando mamma, che vive da tredici anni in Brasile, accompagnata dal suo compagno, il cui padre, un signore di 84 anni, sprizza salute da ogni poro. Originario di Foligno, il vecchietto sbrinco se la rideva, dicendo che, lui, dal 1956 sta bene a San Paulo, dove non arriva mai il freddo inverno, che non gli piace. Luna abita al Sodo, due passi da casa mia, e fa la cameriera a Cortona all’Osteria del Teatro. Commentammo con Fernando e Massimo che avessimo dato appuntamento a Luna non ci saremmo trovati così precisi all’imbarco. Stessa ora, stessa fila. Lei, esattamente, davanti a noi.

Le note di viaggio terminano citando due libri che avevo portato come compagnia: Venti di protesta di Noam Chomsky, il vecchio saggio che fa respirare aria fresca di libertà (liberi da armature dogmatiche e dal pensiero mediatico universale dominante); e Bentornato Marx! di Diego Fusaro.  Non avendo avuto il tempo di leggerlo, torna indietro intonso come l’avevo portato. Sarà per un altro viaggio?

 fabilli1952@gmail.com

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La rosa cremisi a lutto del compagno “Trafoglio”, monito al tradimento dei politici

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Trafoglio - rosaDissoltosi il Pci, fu disperso pure il gusto della mescolanza tra attivisti giovani e anziani, chi di cultura libresca e chi dell’altrettanto nobile cultura del lavoro e del sudore. In discussioni pur animate e in attività politiche, miscela di sentimenti fraterni e solidarietà di “classe”, nella famiglia allargata del Partito. Partecipazione che finì a causa dei furboni alla Achille Occhetto: “non è più tempo di inutili riunioni, nell’epoca dei fax, le decisioni vanno prese in tempo reale!” e “che senso ha consultare un partito di vecchi, con età media superiore a cinquant’anni?!”, s’impose così un’idea strana di democrazia, che avrebbe portato a disperdere un mare di consensi fino all’insignificanza, a causa d’identità – oramai perse in tutte le famiglie politiche – né carne né pesce. (Anni fa, conobbi un matematico inglese in vacanza a Cortona che confidò simpatie Trotzkiste, pur militando, senza disagio, nel Labour Party, ciò che sarebbe impossibile in Italia, dove non esiste un partito degno della tradizione socialista e comunista). Dopo quell’evoluzione finita in giravolta, da partito dei lavoratori a partito del capitale, persi di vista tanti compagni, tra cui i “Trafoglio”, Angiolo e Giovanni Faralli. Diaspora comune a migliaia di militanti comunisti, lo stesso che accadde in altri partiti contraddistinti da tradizioni ideali. Chi allontanatosi dalla partecipazione politica; chi rinnegando il passato privilegiò la carriera politica; chi alimentò militanze di scarso peso politico al solo effetto di mantenere seggi parlamentari e amministrativi, fidando sull’affetto irriducibile al simbolo della Falce e Martello, come professato dai fratelli “Trafoglio”.

In sporadici incontri, durante le mie biciclettate domenicali, vedevo Angiolo che, pur in età avanzata e con bei govoccioli venosi alle gambe, s’era dato al podismo!… Si allenava anche per gareggiare. Ne beneficiava l’umore. Lo vedevi quando ricambiava felice il saluto col sorriso a tutti i denti, sotto l’inconfondibile arco di baffetti scuri, mantenendo un’andatura spedita. Quest’anno a luglio, un manifesto annunciava la morte di Giovanni Faralli, ultimo superstite dei fratelli maschi “Trafoglio”, con una rosa scarlatta in evidenza. Senz’altro, stava a dire: sono stato sempre un compagno! Non credente e comunista. Alieno dal mascherare i suoi ideali. Qualcosa di simile al testamento di Lev Trotsky, nonostante già paventasse le picconate in testa staliniste: “Morirò da rivoluzionario proletario, da marxista, da materialista dialettico e quindi da ateo irriducibile. La mia fede nell’avvenire comunista del genere umano non è meno ardente che nei giorni della mia giovinezza, anzi è ancora più salda”. L’estremo saluto del compagno “Trafoglio” risultava un’accusa indiretta al tradimento degli ex compagni dirigenti di partito, fenomeno studiato da Julien Benda ne Il tradimento dei chierici. “I chierici qui in causa assicurano spesso che loro ce l’hanno solo con la democrazia ‘bacata’, com’essa si è dimostrata più volte nel corso di quest’ultimo cinquantennio, ma che son tutti per una democrazia ‘pulita e onesta ’. Non è vero niente, dato che la democrazia più pura costituisce, per il principio di uguaglianza civica insito in essa, la formale negazione di quella società gerarchizzata che essi vogliono” (dalla Prefazione di Davide Cadeddu, al libro di Julien Benda). Capi bastone di partito senza cultura e con una “narrazione” politica priva di etica.

Ma chi furono i compagni “Trafoglio”? dal soprannome di matrice agreste. Mezzadri, scapoli, autosufficienti nelle incombenze domestiche, e capaci nella cura dei terreni delle viti e della stalla. Mantenutisi, in vecchiaia, in un poderino di loro proprietà. Attivisti di partito dal secondo dopoguerra, impegnati in prima fila nelle aspre lotte mezzadrili, caratteristiche delle campagne fino a metà anni Sessanta. I “Trafoglio” solidalizzarono pure con vertenze operaie, nel dopoguerra, come quella per mantenere a Camucia la fabbrica Stilbert di confezioni tessili. Occupava decine di lavoratrici e operai, tuttavia fu trasferita ad Arezzo non per difficoltà produttive. Anzi, andava bene nell’opificio di Via Lauretana, in seguito sede scolastica INAPLI. Si sospettò che la proprietà fosse stata indotta a lasciare Camucia da mene politiche altolocate, per sfavorire la crescita di una classe operaia industriale in area comunista.
Angiolo, il più impegnato politicamente dei fratelli, rispondeva tra i più solleciti alle chiamate del Partito: manifestazioni di piazza e incontri alla Casa del popolo. Di rado interveniva nei dibattiti. Tuttavia li seguiva e ne recepiva attentamente il senso, e, restandogli dubbi su questa o quella questione, li chiariva con compagni di fiducia, come il Beppe Bianchi. Contatto fiduciario che Angiolo seguitò a coltivare anche dopo la dispersione comunista. Egli, di Rifondazione Comunista, seguitava a interloquire con Beppe, pur se costui si era allineato nelle varie formazioni partorite dal Pci: Pds, Ds, Pd. Finché lo stesso Beppe si è dichiarato, politicamente, tradito!
I compagni “Trafoglio”, giovani conquistati all’idea di giustizia sociale nella militanza comunista, le rimasero fedeli; pur nell’isolamento che avrebbe indotto gran parte del “popolo comunista” a entrare (o rientrare) in alvei politici e religiosi più conformisti. Loro due no. Con pochi altri che, fino agli anni recenti, hanno professato convinzioni simili anche nei manifesti a lutto. Così, nel caso in cui vedremo una rosa a lutto, sapremo gli ideali del defunto: non credente, ma di fede incrollabile nel socialismo. Beninteso si può dissentire su tanta fierezza, tuttavia non può mancare il rispetto verso persone che non fecero mai del male. Anzi. Indirizzarono il loro afflato ideale alla giustizia per i più deboli, di cui tanti si riempiono la bocca (politici e religiosi), senza dar seguito ad azioni coerenti. Questo ricordo, dunque, non vuol essere solo un malinconico amarcord, ma, per farmi capire meglio, userò parole recenti del famoso direttore d’orchestra Riccardo Muti: “A me in Italia colpisce l’assenza della parola cultura, i politici di adesso non la pronunciano mai, parlano ogni momento di spread, una parola inglese”.
                                                                                                                                                                                                  fabilli1952@gmail.com

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