Dio e natura sono entità separate?

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Sere fa, a Focus tv, ho assistito a un bel reportage sull’origine dell’universo, o universi: i principi costitutivi di uno o più universi sono gli stessi.

La comunità scientifica condivide unanime le teorie sui processi di formazione della materia dall’energia, in base alla formula di Einstein: energia uguale a materia enormemente concentrata, così come vale l’inverso. Dopo il Big-Bang (creatosi l’universo per collisione tra energie diverse, o per espansione energetica?), ogni fenomeno fisico è retto da regole matematiche, vita terrestre inclusa.

Sempre in quella trasmissione, fu presentata una sintesi del confronto, tutt’oggi in atto, sull’esistenza o meno di Dio prima del Big-Bang: tappa fondamentale nella “creazione” o formazione della materia.

Un religioso sostenne che causa prima dell’Esistente è Dio; altri, in disaccordo, ritenevano che “potenza creatrice” è una qualità propria dell’energia primordiale.

Fu una discussione ben fatta, sostenuta con convinzione da entrambe le parti.

Mentre scorrevano le immagini, ricordai il filosofo Baruch Spinoza che risolse per sé brillantemente il dilemma. Nel Seicento – coi livelli di conoscenza scientifica del tempo – con coraggio, definì l’Essere supremo Deus, sive natura.  Cioè: Dio e natura non sono entità separate ma due aspetti differenti della medesima entità. Spinoza non intese materializzare Dio; anzi, divinizzò il mondo: la natura è divina, e deve essere quindi compresa ed amata.

L’affermazione, considerata blasfema, gli costò la messa al bando dalla comunità ebraica a cui apparteneva, e la coltellata d’un buontempone intenzionato a far giustizia (!), per fortuna, rovinandogli solo il cappotto. Secondo certe biografie, portò tutta la vita quel soprabito, segno della sua sobrietà: visse tornendo lenti ottiche.

Adottò una dieta ferrea: “..mangiava praticamente nulla, eccetto una zuppa di fiocchi d’avena con un po’ di burro e farinata d’avena mischiata a uvetta”; rinunciò a una ricca eredità, tenendo per sé l’indispensabile; rifiutò l’insegnamento all’università di Heidelberg, per tutelare la propria indipendenza intellettuale “…non aspirando io a più elevata posizione mondana di quella che mi trovo, e per amore di quella tranquillità che io penso non poter assicurarmi altrimenti, devo astenermi dall’intraprendere la carriera di pubblico insegnante”.

A lui si devono altre asserzioni, come la laicità dello stato, e la libertà di filosofare e di dire ciò che noi pensiamo, “che io desidero difendere in tutti i modi possibili e che qui rischia di esser soppressa a causa dell’eccessiva autorità e invadenza dei predicatori”. Pensiero attualissimo. Rivoluzionario, per quei tempi. Come radicale fu la sua professione d’amore per la filosofia: “La vita dell’intelletto è conoscenza, e in essa l’intelletto trova la sua gioia, che genera l’amore di Dio ed è parte dell’infinito amore col quale Dio stesso si ama, e con sé la realtà tutta del mondo, nel che consiste la beatitudine, che non è un premio conseguente di una vita buona, ma l’esercizio della virtù stessa, nella quale riposa”[in Spinoza, di Torno e Peratoner, RCS Grandangolo, Milano 2014].

Indipendente, onesto, coraggioso (pure in un involucro umano debilitato dalla tubercolosi) e mite,  fu emarginato. Come spesso accade a quel genere di persone.

Qualcosa di simile successe a Sandro Pertini. Considerato dai suoi stessi compagni socialisti: “coraggioso come un leone, ma col cervello d’una gallina”(Riccardo Lombardi). Perché praticava la sua militanza socialista curandosi dei problemi della gente, mentre disertava la vita correntizia e le fumose riunioni di partito. Ricordiamo tutti la fine di chi lo considerò “cervello d’una gallina”: estromessi dalla storia, grazie anche alla manona dei servizi segreti americani (ma questa è un’altra storia, di cui potremo parlare un’altra volta).

Spesso, penso al suggerimento prezioso di Spinoza: rifugiarsi nella filosofia (vita dell’intelletto e conoscenza) come rimedio per lenire le inquietudini, di fronte ai piccoli e grandi  fatti che affliggono ogni giorno la nostra vita personale e sociale.

Perché scrivi?

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In “Domenica” – supplemento di letture del Sole 24 Ore, il 12 ottobre – Nicola Gardini recensendo un libro su Truman Capote (1924-1984), romanziere tra i miei autori preferiti, m’ha servito la risposta che rivolgo al visitatore di questo blog, alla domanda: “Perché scrivi?”

“Difficile trovare un altro artista della parola che sappia professare una fede così certa e chiara nella corrispondenza tra il vivere e lo scrivere. Ognuno è il proprio romanzo, e il romanzo è sempre l’immagine di qualcuno, è sempre inevitabilmente quello che occorre essere, perché la natura segue il suo destino, e una mela – come ha affermato in un’intervista Capote – non può che essere una mela. Questa è la ragione per cui a scrivere non si impara da nessuno.”

E’ così: scriviamo per trattenere nella memoria frammenti di vita vissuta, azioni e impressioni.
“E, da scrittore, come ti consideri?”, conseguente alla prima domanda. Qui la risposta è meno facile. Inutile nascondersi dietro prevedibili “decidano gli altri” o “leggi le recensioni”, siccome scrivo se mi diverto, rubo la risposta a Patrick Modiano (Nobel letteratura 2014):

“Sono un cane e fingo di avere il pedigree.”

Definizione che non chiede commento. Essere “dilettante” nel senso vero, che con modestia porta avanti una passione, cercando sempre d’essere se stesso. Mi piace pure definirmi indipendente, e a volte “impegnato”, attratto anche da argomenti non seriosi. L’obiettivo è il divertimento letterario, da autore e lettore, sperando di dare o ricevere in ogni scrittura/lettura una botta di vita.

C’è una terza domanda: “Come riassumeresti il tuo pensiero?”
Qui, la risposta in pillole è un azzardo. Non rinnego il passato, e trovo sintonia con il Camus del “senso dell’assurdo” in cui è calata la vita umana, e “dell’uomo in rivolta”, che quotidianamente sostiene le battaglie giuste. Non credo alle favole religiose, in tal senso sono un ateo, ma apprezzo certe pagine evangeliche. Condivido con chi l’ha scritto: ogni giorno alzandomi cerco all’orizzonte un puntino rosa: la felicità.

[Questo spazio del blog è a tema libero, a scadenze non preordinate, anche su proposta dei visitatori che vorranno dialogare dicendo la loro scrivendo all’indirizzo email: ferrucciofabilli@libero.it.]

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