FRANCO TONELLI, “TENEBRONE”, GIRAMONDO E AVIDO DI PIACERI

postato in: Senza categoria | 0

 

Conobbi Franco a cena con amici nel suo ristorante Il Cacciatore. Un modo di sdebitarmi per l’intercessione presso il dottor Fanfani, che mi fece fare il militare vicino casa, ad Arezzo. (La 1^ Compagnia era detta dei “Raccomandati di Fanfani!”)

Al primo impatto, svelava un carattere ruvido ben descritto dal suo soprannome: Tenebrone. Risoluto nel difendere le sue convinzioni, ricordava  Diogene (quello che disse ad Alessandro Magno: “Scansati, che mi copri il sole!”) e l’edonista Epicuro per l’avidità verso i piaceri della vita. D’origini (se ben ricordo) emiliano-romagnole, aveva fatto il militare in marina a Taranto. Sposato con la cortonese Gina Billi, emigrò per tanti anni in Francia, da muratore. Prima di tornare a Cortona, gerente del ristorante Il Cacciatore. Cucina toscana di ottimo livello. Ai fornelli Gina, e i figli Guglielmo e Franca ad aiutare nel servizio al pubblico. Franco riscuoteva e intratteneva i clienti. Non tutti. In particolare, chi gli era simpatico.

Una vita – dal peregrinare all’apparenza complicato – disseminata di tanti piacevoli ricordi, che raccontava divertito a chi guadagnava la sua amicizia. Non avendo dimenticato le gran mangiate di pesce e le succulente cozze della sua gioventù marinara, ogni tanto faceva un salto a Taranto per un ripasso gastronomico. Così come, da emiliano-romagnolo, attinse agli ospedali Bolognesi com’ebbe problemi di salute. Di rapida ed essenziale comunicativa, gli brillavano gli occhi ricordando la cortese assistenza ricevuta dalle disinibite infermiere, che non gli negarono anche prestazioni intime. Confermando – a suo dire – quei luoghi comuni che circondano la fama delle amanti alla Bolognese. Aperte, in tutte le vie del piacere sessuale.

La lunga parentesi francese gli procurò soddisfazioni economiche, professionali, amicizie e, insieme alla lingua, una seconda cittadinanza affettiva. Come molti francesi, si dichiarava gollista e mitterrandiano. Avendo girato la Francia in lungo e in largo, fin nei più reconditi paesi in cui era vissuto, gli erano rimaste amicizie. Tra cui spiccava quella del futuro presidente francese Francois Mitterrand. Non credo millantasse quando Franco raccontava le serate – a chiacchiere o a giocare a carte – trascorse col brillante politico francese. Il quale, era noto, conclusi gli impegni derivati dalle sue numerose cariche politiche, specie dopocena, smesse le vesti dell’ufficialità e dell’impegno, non disdegnava mescolarsi agli svaghi popolari con amici e amiche (la cui fama di seduttore non fu certo usurpata). Oltretutto, Mitterrand – avendo favorito negli anni Sessanta il gemellaggio tra il suo Comune di Chateau-Chinon con Cortona – ebbe sempre occhi di riguardo per i cortonesi. Apprezzai quella relazione gentile, tra Mitterrand e Franco, durante un pranzo di gemellaggio. Allorché, a tavola, i due si scambiarono più che semplici convenevoli chiedendosi a vicenda opinioni e spiegazioni su questo o quel fatto e su questa o quella persona presente. Al tavolo di Franco – dirimpetto a Mitterrand – i commensali erano di beva forte e le bottiglie di vino svuotavano rapide, mentre al tavolo presidenziale calavano lente. L’arguto Franco non  fece altro, durante tutto il pranzo, che scambiare  i suoi vuoti con le bottiglie quasi piene nel tavolo d’onore, sotto lo sguardo divertito del futuro Presidente dei francesi. Il quale chiese chi fosse il signore accanto a Franco, che l’eguagliava quanto a bicchieri scolati. Franco rispose: “Il est un entrepreneur de massonerie”. Un capo muratore. Ma il vicino, digiuno di francese, avendo frainteso d’essere considerato massone, s’alzò in piedi malfermo, negando: “Io non sono massone!” e, con il dito rivolto al presidente cortonese del gemellaggio, aggiunse: “Lui è un massone!” procurando ilarità tra quanti avevano seguito quello scambio di battute. Franco amava oltremodo i vini francesi, dei quali ne conosceva una quantità infinita, anche se preferiva lo champagne. Di ritorno dalla Francia, una volta, ebbe problemi alla dogana, allorché il limite massimo consentito era trasportare due bottiglie di vino lui n’aveva acquistate un cartone da sei. Fermato dai doganieri, intenzionati a sequestrargli le bottiglie in eccesso, non si perse d’animo. Sceso dalla macchina, iniziò a sorseggiare lentamente una bottiglia dopo l’altra, non volendo regalare nulla del prezioso carico. Finché i doganieri l’invitarono a risalire in auto e portarsi dietro lo champagne residuo. Ben presto capirono che avrebbe scolato senza problemi le bottiglie, per legge, detenute in eccesso. A Franco piacevano i rituali da gran bevitore dei cugini francesi, che di prima mattina attaccano al bar non con un caffè ma avec un verre de vin. E, nei giorni festivi, proseguono finché non han fatto il pieno. Come gli capitò festeggiando l’arrivo in Francia del casentinese Sergio. A notte fonda, Franco resosi conto di star perdendo il lume della ragione, prima di ritirarsi prese un biglietto che appuntò al cappotto del nuovo arrivato, già in cembanelle, scrivendoci sopra nome e domicilio. Con lui, rimasero amici per sempre. Andando a trovarlo ogni volta che passava per Bourg en Bresse. (Il paese dei polli dai piedi celesti). Rimasto senza denti, e mal sopportando la dentiera, le sue ganasce rimasero inesauste, come la sete di buon vino. All’ultimo pranzo consumato insieme, alle quattro del pomeriggio ancora alle prese con portate di pesce e bottiglie di bianco fresco, fummo allontanati dal personale. Al ristorante Tonio, di Prato. Giunti a casa mia, alle sei, telefonò alla moglie Gina ordinando la cena. Dove non fui in grado di seguirlo, tant’ero ingozzato.

Sapendolo costretto in una corsia d’ospedale, non ebbi il coraggio di visitarlo negli ultimi giorni di vita. Secondo le sue volontà, fu sepolto sotto una grande pietra nuda. La bara trasportata al cimitero sopra un carretto trainato da pochi intimi, sul far del giorno. Agli amici eletti lasciò pagato il pranzo in sua memoria, e cinque litri di ottimo Macon blanc. Come m’aveva confidato consumando grenouilles a Macon.

www.ferrucciofabilli.it

I 100 ANNI DI INGRAO COMUNISTA SEMPREVERDE

postato in: Senza categoria | 0

 

Innanzi tutto verrebbe da domandargli il segreto di tanta longevità. Di una vita  intensa, trascorsa in gran parte nell’impegno politico. Forse gli giovò  appartenere a quella specie di idealisti (non a caso uno dei suoi libri più intensi è intitolato “Volevo la luna”) che si nutrirono di slanci morali e non di abbuffate di potere, o peggio ancora, di corse all’arricchimento famelico (politici proliferati come la gramigna).

Fece il suo bel cursus honorum, fino a giungere presidente della Camera dei Deputati, senza svendersi o snaturare il suo spirito ribelle da comunista convinto. Di una specie  che un tempo parevano molti, ma che, crollato il Muro di Berlino, la gran parte si squagliarono come neve al sole, per non perdere il loro potere.  E’ stato dignitoso anche nel reggere la sua fiammella ideale pure a fine carriera, quand’era circondato più da “parolai” che da rivoluzionari professionali, come fu, invece, il suo impegno.

Oltre alla politica, ha avuto contemporaneamente almeno due altre passioni: il cinema (da giovane frequentò il centro sperimentale di Cinecittà) e la poesia. Contrappesi leggeri, contro la pesantezza delle battaglie politiche, che hanno dimostrato la sua vitalità intellettuale contro la sclerosi del politico professionale tout-court.

A me non piace la retorica – che sarebbe facile e fors’anche opportuna – mettendo a confronto la generazione politica a cui è appartenuto Ingrao e le nuove generazioni al potere. Ricorderò solo alcuni impegni in cui si cimentarono più che degnamente.

La scrittura della Carta costituzionale, capace di tenere unite le molte anime di un popolo diviso e tutto sommato ignorante di democrazia, quando non antidemocratico.

La formazione e la diffusione di partiti politici e di sindacati, punti di incontro e di crescita culturale di masse bisognose di lavoro, diritti, e riconoscimenti di pari dignità tra classi e generi, in Italia non s’era mai vista prima. Che non senza difficoltà e contraddizioni in parte ancora da interpretare – dovute a una democrazia  “fragile” (come la definì Aldo Moro) – portarono il Paese, prostrato dalla guerra, tra i più importanti paesi industrializzati al mondo. Aprendo una stagione di riforme importanti: sul diritto alla casa, alla pensione, alla sanità gratuita ed universale, al diritto allo studio (con l’entrata in massa all’Università anche dei figli di non abbienti), lo Statuto dei Lavoratori … Nolenti o volenti, quelle organizzazioni sia pure imperfette furono punti di riferimento  in Italia  per quanti, per passione vera o dissimulati interessi di carriera, s’impegnarono politicamente.

La mia generazione s’avvicinò al PCI nella stagione delle battaglie civili sul divorzio, attratta anche da personalità politiche carismatiche e in gran parte oneste e vivaci, tra cui l’indimenticabile Enrico Berlinguer, oltre agli Ingrao, Pajetta, Terracini, Iotti, Amendola… Senza dimenticare gli “eretici” espulsi dal PCI finiti al Manifesto, comunque rispettabili: Rossanda e Magri. Pur non essendo appartenuto ad alcuna corrente – già presenti nel PCI – eravamo consapevoli degli scontri al vertice in atto, inevitabili e dall’esito incerto, in quei momenti di forti cambiamenti non solo nella vita interna la PCI, ma nell’intera società italiana ed europea. Ingrao fu considerato l’ala sinistra di quelle tenzoni, apprezzato per la sua “narrazione” politica, sempre critica, alla ricerca di equilibri  spostati verso gli interessi delle classi subalterne. Almeno questa fu la mia lettura. Fu merito del segretario Enrico Berlinguer denunciare il distacco del PCI dall’esperienza sovietica che “aveva perso la spinta propulsiva” verso il socialismo. Come, lui stesso, fu lucido nell’analisi di un Paese governato da classi dirigenti invasive e dallo scarso senso etico nella vita pubblica. (Moniti – allora come oggi – miseramente caduti nel dimenticatoio). E’ quanto di più grave oggi i cittadini imputano, generalizzando, alla classe politica. Con scarse speranze di veder migliorato l’andazzo.

Fu in quel contesto che anche la mia generazione visse un momento di grande partecipazione politica, che coinvolse gran parte del Paese. Quanti considerammo l’impegno politico un contributo alla crescita civica del Paese, sia pure schierati all’interno di logiche di partito, che già manifestavano lacune e difetti, ma che ritenemmo (erroneamente?) fisiologici, comunque emendabili nel tempo.

Oggi più di ieri siamo consapevoli che l’attuale allontanamento e disincanto dalla politica ha avuto origini forse proprio in quegli anni e in quei partiti che non seppero migliorarsi, e che con il declino dei loro valori travolsero l’intero Stato, portandolo sull’orlo del baratro e del prevalere della legge della giungla.

A questa critica, non da poco, è giusto aggiungere anche valutazioni sui comportamenti delle classi dirigenti italiane in merito alla spregiudicata fedeltà che, specie i partiti principali – il PCI e la DC – tennero nei confronti dei loro “modelli” ideali (e finanziatori più o meno occulti): l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Da una parte la DC, coi suoi servizi “deviati”, assecondando logiche golpiste e da strategia della tensione per tenere lontani i Comunisti dal potere; dall’altro il PCI, per solidarietà con l’URSS, non denunciando la repressione del dissenso nei paesi sottoposti al blocco di Varsavia. Valutazioni e critiche legittime, di cui gli studiosi dovranno descrivere le giuste dimensioni dei fenomeni.

Meno convincenti mi paiono i mal di pancia postumi di quei dirigenti politici allievi degli Ingrao & C. che addebitando tutte le responsabilità ai loro capi di allora, facendo finta di non aver capito – se non a Muro di Berlino crollato – i condizionamenti a cui la ragion di partito tenne sottomessi quanti valutarono prioritaria la causa della loro Ditta, nei confronti di oneste denunce che li avrebbero portati direttamente fuori dalla Ditta stessa.

Se c’è, dunque, un insegnamento da trarre dal sempreverde centenario comunista Ingrao è che il mondo avrà sempre bisogno di ribelli e idealisti, che, di fronte anche a momentanei fallimenti, perseguono nella loro causa egualitaria. Miti e Risoluti.

E’ SCOMPARSO GIUSEPPE BERNI, POETA CONTADINO, UCCISO DAL GERME CHE STA SOFFOCANDO GLI ULIVI?

postato in: Senza categoria | 0

Quando trenta anni fa conobbi Beppe, mio nuovo vicino di casa, avvertii subito la persona speciale. Allegro, ironico, curioso, solare, chiacchierone rispettoso, si prendeva cura di cose anche non sue, come gli sciacqui e il rinnovo della risetta sulla strada vicinale, perché a lui piacevano le cose ben fatte, ben tenute. Era un altruista. Da lui ho imparato quel poco che so sulla cura degli ulivi, considerati addirittura suoi fratelli. Ci parlava. Chiedeva loro scusa, se costretto a potarli. Gli aveva pure dedicato una preghiera [ho raccolto questa preghiera e altri spunti di saggezza contadina di Beppe, in Ascoltando il respiro di una notte d’estate, dove lo chiamai Pio Colono]. Niente di retorico. Sullo stile di s. Francesco d’Assisi, Beppe si sentiva parte del Creato e fratello di ogni Creatura, e, tra queste, all’Ulivo tributava la massima riconoscenza, per il dono del prezioso olio.

Beppe aveva il senso profondo della natura e dei suoi cicli. Dal canto di un uccello capiva il variare delle stagioni. Seguiva i cicli lunari per accudire orto piante e allevamenti. Aveva subito danni da certe gelate cicliche ai suoi ulivi, ma aveva imparato come non perdere del tutto il raccolto e come far ripartire in pochi anni le piante danneggiate.

Intervallava le lunghe ore di lavoro con momenti di meditazione, preghiera, dialogo con fiori e piante circostanti.

Beppe aveva senso e rispetto della storia. La sua famiglia, di origini greche, era stata protagonista nella recente storia d’Italia: uno zio era morto in battaglia nella prima Grande guerra; nonno Zucchini era stato volontario garibaldino, con la singolarità (non per i suoi tempi ?) di portare gli orecchini. Questo dettaglio di moda gli aveva fatto apprezzare – anziché come molti furono portati a criticarli – quei giovani che per primi rindossarono gli orecchini nel secolo passato. Anzi, mi raccontò, che come vide la prima volta un giovano con l’orecchino l’avrebbe abbracciato e gli avrebbe raccontato la storia di nonno Zucchini. Ma si trattenne, per non apparire molesto.

Di religiosità cristiana profonda, ma non bigotta, che gli era stata trasmessa da nonna Loreta, fu senz’altro un parrocchiano attivo. Così ogni anno, in occasione della Sagra della Ciaccia Fritta, l’avresti trovato intento a friggere con l’olio nuovo. Sotto casa, lungo la strada del Borgo, si può ammirare la grande edicola sacra in pietra, di proprietà familiare, di cui Beppe s’è continuamente occupato del restauro murario e del grande affresco interno.

Nonostante avesse superato gli ottanta anni, a cavallo del suo trattorone, seguitava ogni giorno a curare i suoi uliveti e i terreni di pianura. Anche se amareggiato e indignato, perché il mondo capitalistico stava privilegiando una agricoltura non di qualità, ma di quantità. Soffriva per la scomparsa di frutti, sementi, produzioni domestiche di salse, marmellate, insaccati, cibi cotti in certe antiche maniere…più che una critica da vecchio conservatore, la sua era l’indignazione del saggio che ha apprezzato certe qualità della vita che non conosceranno i suoi nipoti. Per di più, col suo lavoro indefesso dei campi  riusciva a cavare solo un misero reddito, se non addirittura a rimetterci.

Beppe ha impersonato la generazione dei nostri genitori che nel dopoguerra coi loro sacrifici e il loro lavoro hanno consentito alle famiglie di risparmiare quel tanto necessario per mandare i figli alle scuole più alte, fino all’Università, e intanto costruire casa o riadattare vecchi immobili trasformati in case confortevoli.  Gente che non ha conosciuto settimane bianche, crociere, estati al mare, pizza al sabato, cinema…proprietari di un paio di scarpe lucide e di un abito buono per le feste e le cerimonie familiari. Uno stile di vita molto morigerato, condotto certo senza entusiasmo, ma come un carico del quale la generazione di Beppe s’è accollato senza rinfacci, né lagnanze o eroismi. Come accade in natura, quando gli adulti si tolgono di bocca il cibo per darlo ai famelici frugoletti, lo stesso ha fatto la generazione di Beppe. Che pure qualche soddisfazione se l’era tolta, acquistando da giovanotto una quattro ruote con cui scorrazzava per la Valdichiana, finché non si chetò scegliendo l’Angiolina come anima gemella con cui accasarsi

Dopo lunghe sperimentazioni, in questi terreni pietrosi e, d’estate, semiaridi, Beppe aveva adottato una singolare potatura, che solo negli ultimi anni sto vedendo diffondersi in molti uliveti.  Una potatura bassa realizzabile da terra senza l’uso di scale. La pianta così soffre meno la siccità estiva, e non subisce bruscamente le cicliche oscillazioni produttive delle drupacee [per cui un anno si e uno no sono più o meno produttive]. A Beppe i 3 o 4 kili d’olio a pianta erano comunque garantiti ogni anno. Fiero di questa innovazione colturale, ne aveva reso partecipe lo stesso prof. Lanari, preside dell’istituto Agrario di Capezzine.

Non c’è dubbio che gli uliveti del Berni erano ammirati da tutti. E neppure le periodiche gelate impedivano a Beppe di fare un raccolto dignitoso.

Ma il 2014 è stato un anno horribilis per gli ulivi. E non si sa ancora come la storia finirà. Né Beppe né altri, in questi paraggi, hanno raccolto un’oliva!

Così da ottobre le visite frequenti di Beppe agli oliveti sopra casa mia si sono diradate, fino a sparire del tutto. Finché, ieri, mia moglie tornando dalla parrucchiera mi ha dato la tristissima notizia della scomparsa di questo grande amico speciale. Non so esattamente le cause della sua morte, ma non mi meraviglierei se, per lo meno una qualche concausa, discendesse da questa maledetta malaria che ha colpito gli olivi, di cui Beppe era maestro curatore e fratello.

DUE CORTONESI CINQUANTENNI SUICIDATISI NEL GIRO DI POCHI GIORNI AVEVANO QUALCOSA IN COMUNE?

postato in: Senza categoria | 7

 

A distanza di pochi giorni sono stati segnalati due suicidi di cinquantenni cortonesi. Non riesco a capire i motivi per cui i media abbiano dato scarsa importanza a simili tragedie e soprattutto abbiano fatto sparire velocemente queste disgrazie dalla cronaca. Quando, specie come in questi due casi, alla base delle tragiche decisioni ci sarebbero stati problemi legati alle difficoltà nel lavoro. Comuni sia ai lavoratori che ai piccoli imprenditori: mancanza di reddito e di prospettive; debiti; carichi familiari insostenibili; ecc.

Per senso civico e solidarietà umana, in queste circostanze, non vedo il silenzio come soluzione ottimale, ma guardare in faccia la nuda, cruda realtà, se possibile, anche per trarne utili suggerimenti sugli atteggiamenti da assumere quando malauguratamente ci trovassimo a fianco persone in procinto di perdere il proprio equilibrio mentale.

Perché sono crollati così tragicamente dei cinquantenni di fronte a difficoltà sul lavoro?

Qualcosa posso dire, perché per l’età avrebbero potuto essere i miei fratelli minori. Oltretutto, uno dei due era un caro amico. Ci siamo frequentati pochissimo, ma quant’è bastato per saldare una amicizia sincera. Amava di sicuro la sua famiglia. Così come amava il suo lavoro da esperto agro-zootecnico. Un impiego, ottenuto poco dopo il diploma di perito agrario, a cui s’era molto affezionato. Quando non impegnato nel lavoro dipendente aveva sempre qualcosa di cui occuparsi nei beni di sua proprietà. Aveva la forza e la costanza lavorativa di una locomotiva capace di trainare non importa quanti vagoni, per la passione agro-zootecnica, e orgoglioso del suo status di lavoratore onesto e impegnato. Tutto ciò, in gran parte, era finito. Ridimensionato all’impegno nella propria piccola azienda familiare. Niente più lavoro in fattoria a coordinare i lavori giornalieri. E niente più stipendio. Anche se, per come lo conoscevo io, lo stipendio forse era l’ultimo dei suoi pensieri. Mentre considero un punto delicatissimo la fine del lavoro, inteso come status sociale azzerato insieme alle quotidiane incombenze in cui esercitare le proprie energie fisiche e intellettive. E, forsanche, non aver trovato nel lavoro in proprio risultati utili.

Fare ipotesi – da tradurre in pratica – di vedersi in altri ruoli, magari nello stesso settore produttivo, a cinquantasette anni non è facile. Anzi, da molti è escluso a priori. Specie se vissuti non nella percezione di una potenziale precarietà del lavoro, ma addirittura nel costante impegno per anni e anni negli stessi luoghi e con le stesse persone, nella stessa azienda, metti pure, dai conti attivi. Che un tempo erano condizioni necessarie e sufficienti a proseguire un’azienda. Non oggi, con la finanziarizzazione della economia, non si ragiona più in termini di sviluppo futuro e di valorizzazione di risorse umane ampiamente formate, ma in base a un semplice calcolo d’utilità immediata. Dunque, se cedere o dismettere un ramo di azienda o licenziare del personale incrementa gli utili, si procede.

Se il mercato del lavoro per i giovani è di difficile accesso, per gli occupati attuali è iniziata l’altalena dentro/fuori, già in atto, ma santificata dal Job act. Per chi è più minacciosa questa roulette dentro/fuori?

Per tutti i lavori che non richiedono molta formazione di partenza, o che s’imparano facilmente, perché c’è molta manodopera disponibile pronta a subentrare. Ma il dentro/fuori dal lavoro coinvolge anche figure professionali di tutti i livelli. Anche tra i più formati. Se infatti un neo laureato costa la metà di uno con venti/trenta anni di anzianità, non c’è dubbio sulla scelta dell’azienda: licenzierà il “vecchio” e si prenderà il giovane. Si salveranno solo alte professionalità, intese anche come manualità artigianali o persone sottopostesi a percorsi formativi d’eccellenza. Così come varrà sempre il fattore umano, cioè la qualità delle persone, nelle tante aziende che debbano offrire alla clientela servizi di qualità elevata e costante.

Ma torniamo ai nostri cinquantenni suicidi. La prevenzione di un fenomeno così terribile (il suicidio come via d’uscita dai problemi) ed esteso non è facile, ma va fatta!  Va costruita una rete capillare pronta ad affiancare le famiglie  con figure professionali (psicologi, esperti di formazione, del credito, ecc.) capaci di ricondurre i molti traumi causati dai “fallimenti” sul lavoro a una dimensione grave ma non catastrofica, suggerendo nuovi percorsi  formativi; cambi di attività; fonti di sostegno finanziario etiche, ecc. ecc..

Sarebbe l’ora – dopo l’esibizione del vanto dell’apertura legalizzata alla precarizzazione di massa – che lo Stato desse immediatamente il via al “reddito di cittadinanza” con il quale intervenire quando al disagio psichico del lavoratore si aggiunga l’indigenza. L’incapacità di sopravvivere. E, al tempo stesso,  tessere la prima trama della rete di sostegno alla ripartenza verso una nuova occupazione.

Forse per il mio amico suicida non sarebbe stato determinante il reddito di cittadinanza? Secondo me, il suo dramma maggiore è stata la inoperosità e la mancanza di prospettiva in una nuova appagante occupazione. Tuttavia vedo nel reddito di cittadinanza un momento di tregua per il “condannato” alla disoccupazione o al fallimento imprenditoriale, che gli faccia sentire tangibilmente vicino lo Stato e la società, consentendogli di ragionare il tanto necessario per uscire dal tunnel della sua totale disistima, che gli sarebbe fatale. Ho più che l’impressione, che sia la realtà: con la mia generazione è finita l’epoca di un lavoro per una vita. E che a un lavoro corrispondevano diritti e doveri tali da rendere “stabile” un’intera vita. Oggi la china è diversa: lavoro e diritti sono difficilmente coniugati e, soprattutto, stabili.  Perciò, alziamo le antenne e occupiamoci in ogni modo – facendoci sentire vicini come persone e come gruppi –  a quelli tra noi colpiti da improvvisi rovesci sul lavoro, perché per loro potrebbe essere questione di vita o di morte.

HO PORTATO DENTRO PER ANNI UN KILLER SILENSIOSO

postato in: Senza categoria | 0

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla mortalità umana hanno concluso che dai 55 ai 65 anni la linea nell’istogramma si impenna vertiginosamente, dando luogo a una inequivoca “campana della morte”. In sostanza, prima dei 55 e dopo i 65, si tende a morire in modo sostanzialmente progressivo all’età. Poi, misteriosamente (?), si entra nel decennio che rappresenta il triangolo delle Bermuda del genere umano. Personalmente, ancora dento l’età della “campana della morte”, non avevo preso particolari iniziative a sostegno della mia salute: dieta, smettere di fumare…, salvo una presenza più assidua in palestra. Né m’ero curato di fare periodici controlli preventivi, salvo quello suggerito dalla USL per il cancro al colon e gli annuali controlli ematici che  vengono fatti a noi donatori AVIS. Insomma, il mio approccio preventivo alla salute, in quest’età che io sapevo particolare, era fatto alla Carlona. Approssimativo. Senza particolare metodo. Stesso atteggiamento adottato per il mio tallone d’Achille: la cura dell’ipertensione. Avevo raggiunto un equilibrio mescolando movimento in palestra, la domenica passeggiando per la nostra meravigliosa campagna, e le compresse che m’erano state prescritte. Più volte, negli ultimi dieci anni, diversi cardiologi m’avevano fatto accertamenti: elettrocardiografici ed ecografici. Con esiti sempre favorevoli sulle buone condizioni del cuore. Salvo farmi notare un certo aumento della dimensione del cuore e dei vasi sanguigni vicini. E con questo rovello ho aspettato quattro anni senza altre indagini.

Fino a due settimane fa. Quando, sollecitato anche dai miei cari, ho deciso di fare nuovi controlli attraverso persone nuove, ritenute qualificate e competenti.

La prima sorpresa: la cardiologa nella vista ecografica, dopo avermi sostanzialmente tranquillizzato sul mio grande cuore sportivo e crapulone, è uscita dal torace, scendendo nell’addome. Senza allarmarmi, ma freddamente, come io preferisco, mi ha svelato la presenza in pancia di un ospite strano e di una certa dimensione. “Potrebbe essere una ciste da echinococco, ma vai da un buon ecografista”. Non ero uscito dall’ambulatorio che avevo già contattato per l’indomani il dr. Caremani.

Per i pochi rudimenti medici che avevo, dissi subito a mia moglie: “Questa non è una ciste da echinococco!” Amo gli animali domestici, ma non ho mai usato loro cure materne o coccole; ci ragiono a sguardi, a parole o con piccoli premi alimentari.

L’esito della visita del dr. Caremani chiarì esattamente il mio problema: portavo in pancia un aneurisma aortico delle dimensioni di sette centimetri. Una specie di palloncino, pieno di sangue, che se si fosse accidentalmente rotto, la mia aspettativa di vita sarebbe stata di tre minuti. Quel killer silenzioso (non è che non mi avesse avvertito, ma con segnali che ho sempre sottovalutato), forse, me lo portavo dietro da un decennio: essendo la sua crescita annuale stimata in circa mezzo centimetro l’anno, lui era quasi otto centimetri… Volendo sdrammatizzare, confidai al medico la mia relativa soddisfazione: “Toccandomi, preferisco l’aneurisma al tumore!…” “Toccati! Toccati!…” fu l’unica replica alla mia facezia. Caremani mi consegnò l’esito delle sue indagini chiarissime e l’indirizzo a cui avrei dovuto immediatamente rivolgermi – il dr. Mario Neri della Chirurgia Vascolare -, che presi come assoluta garanzia di professionalità. Come ho sempre stimato il dr. Caremani, da quando lo conobbi in corsia d’ospedale, una quarantina di anni fa.

Senza perdere tempo, per una casualità fortunosa (?), il pomeriggio successivo, venerdì, ero sul lettino dell’ambulatorio, dentro una luce soffusa, e una piacevole musica di sottofondo, il dr. Neri non mise molto tempo per confermare l’esatta diagnosi di Caremani “Marcello non sbaglia mai! Ci ha insegnato a tutti a usare l’ecografo!”. Giusto il tempo di rivestirmi, già il medico mi prospettava le possibili soluzioni chirurgiche. Nella mia totale ignoranza, avrei preferito che nel mio caso il dr. Neri avesse indicato l’intervento meno traumatico, per endoscopia. Ma lontano da me l’idea di non affrontare al meglio il problema, qualsiasi fosse stata la tecnica necessaria. Mentre nel mio cervello m’interrogavo sulla soluzione al problema, il dr. Neri aveva già messo in moto il meccanismo di completamento degli esami necessari anche per una eventuale emergenza. Ero un codice giallo. Non era opportuno tornare a casa. Avrei dovuto attendere da ricoverato in ospedale, salvo imprevisti, il mercoledì successivo in cui sarei stato operato.

Tolto la particolare gravità potenziale dell’aneurisma, le mie condizioni fisiche mi consentivano di trascorrere l’attesa riflettendo pacatamente su tutto quanto può interessare i bilanci di una vita di una persona. Il maggiore timore era riservato al dolore successivo all’intervento chirurgico. A quello dovevo prepararmi. Isolandomi da amici e conoscenti.

Il resto si è svolto, grosso modo, come previsto. Scoprendo un reparto chirurgico dal personale competente, determinato, che lavora in squadra spalla a spalla, con l’unico obiettivo, ridare salute al malato, togliendolo dall’impiccio, se possibile, nel minor tempo possibile. Capii che non era solo professionalità quella del dr. Mario Neri, ma passione per il suo lavoro ed empatia con le persone che gli si affidano. Lo stesso commovente atteggiamento notai nel medico di turno alle prese con la mia lenta ricanalizzazione, quando anche nel suo sguardo lessi il rimprovero e l’incitamento alla mia peristalsi pigra a ridarsi una mossa. A fianco mio c’era un medico, padrone del suo lavoro, ma che aggiungeva alla tecnica corretta un tenero pensiero: “Su, datti una mossa, tanto devi arrenderti!” rivolto al mio intestino.  Al fine di ridurre la mia sofferenza.

 

 

 

RAIMONDO BISTACCI, “FARFALLINO”, ANIMO POPOLARE, RIVERSO’ NEL “L’ETRURIA” OLTRE MEZZO SECOLO DI CRONACHE E SAGHE

postato in: Senza categoria | 3

Entrava  in scena quasi in punta di piedi, dardeggiando uno sguardo inconfondibile. Occhi vispi e intelligenti, dal taglio simile a uno sguardo orientale. Abbracciava l’insieme, cercava i dettagli, si soffermava sul focus, tutto quasi simultaneamente. La prima volta, lo vidi entrare nel presbiterio del Duomo di Cortona a cerimonia già avviata. (Ragazzino partecipavo alle Messe solenni nel coro delle voci bianche). Qualcuno più grande mi disse che anche lui era stato seminarista.  Si soffermò giusto il tempo per mandare a mente quel che gli interessava, dileguandosi poi furtivo com’era entrato. Era Raimondo Bistacci, cronista cittadino.

Piccolo di statura, calvo, elegante, mezzo sigaro Toscano tra le dita, indossava il farfallino. Da qui il soprannome. A cui teneva talmente da intitolarci una rubrica, “Farfallino in giro per il territorio cortonese”, e usarlo come firma sotto certi articoli.

Ancora giovane, aveva ereditato il periodico “L’Etruria”, unico superstite cortonese di “altri 16 giornali che oggi dormono il sonno della morte”, scrisse spegnendo le 78 candeline di compleanno del “suo giornale”, nell’aprile del 1970. Mentre lui ne compiva 81. Mirabile a dirsi, anche quel numero celebrativo aveva lo stesso slancio degli anni migliori. Senza eredi, era preoccupato per il futuro della sua creatura a stampa. Della quale era stato Gerente, Direttore, Amministratore e Redattore. Sorta di missionario laico, a tempo pieno, dell’informazione. Avendole dedicato tutto quanto era nelle sue disponibilità: soldi, tempo, affetti… Una vita – all’apparenza – grama, passata dietro al vecchio torchio, ai caratteri di piombo sciolti (i Bodoni) elegantissimi ma consunti, e a racimolar soldi (spesso scarsi) per l’acquisto della carta. Che, però,  gli aveva reso popolarità e simpatie, anche fuori dal cortonese e pure in ambienti colti. Gli avevano fatto visita Benedetto Croce, Curzio Malaparte, Enzo Tortora, e – anche per merito del critico letterario Pietro Pancrazi – numerosi altri intellettuali. Scrissero di lui e del suo periodico: L’Università P. di Innsbruck, L’Alto Adige, Il Globo, Il Mattino, Anna Bella, La Nazione di Firenze, L’Avanti, Il Giornale d’Italia, e in Borghi e città d’Italia, edito da Pizzi di Milano. Così come si compiaceva di aver partecipato alla trasmissione televisiva  “Campanile Sera”, durante la quale “parlando di incaciatine di neve e di etimologie etrusche relative al verso fatto dai contadini per chiamare le galline è riuscito a tappar la bocca a Bongiorno, Tortora e Tagliani [conduttori della trasmissione. N.d.R.] per buoni dieci minuti. Impresa epica della quale potrà andare più orgoglioso delle visite domiciliari di Benedetto Croce e Curzio Malaparte”.

Non si capirebbero i motivi di tanta attenzione mediatica su Farfallino e la sua creatura “L’Etruria” senza prenderne in mano una copia. Certo, è sufficiente un numero qualsiasi di quello che lui chiamava il suo “giornale”.

Tecnicamente era un periodico, non un quotidiano, ciononostante non gli sfuggivano gli eventi principali della città e del territorio, fino alle minuzie: del prezzo al quintale dei “lattoni, figli di troia” al mercato di Camucia; o “una perturbazione nel 16 marzo, vento freddo e nevischio fece rincasare gli abitanti e in Ruga Piana nn se vedde un annema chiué en duelle”. Ecco uno dei “trucchi” di Farfallino, raccontare il fatto e farci una risata sopra. Anche negli eventi più paludati, con pochi riguardi. Neppure di se stesso: “Anch’io finirò all’inferno per somarite cronica e non credo più a niente”, scrisse, in risposta nella disputa giornalistica con don Benedetto Magi – al tempo suo interlocutore, spesso polemico, quale direttore del settimanale locale clericale “La Voce” -, a proposito dell’installazione in Fortezza di un ascensore, per Farfallino troppo costoso (quattro milioni di lire) e utile solo a ciccioni che mai sarebbero saliti nel fortino, mentre sarebbe stato utile ripararne il tetto pericolante. Insomma, la sua prosa era chiara, libera, di un realismo immediato, spesso ridanciano, nei momenti e luoghi più disparati, mescolando il linguaggio colto con il dialetto. Come ad esempio in: “ Freddo e tempo perturbato lunedì 13 aprile. L’ucieglie han ringuatto i piea sotto l’èglie come de genèo. Le piante de biancospino e lillà nn fiurischeno ma manco”. A modo suo, poetico. E anche pettegolo, lui stesso diffusore di malignità, partecipava ad allegre combriccole, citando autori salaci della Cortona del passato, burlando scriveva verità. Come una maschera. Anche questo fu “Farfallino” per Cortona. Rappresentazione di un umore critico, ma allegro, da cortonino medio. Spesso scontento. Anche se a quel carattere lui aggiungeva una volontà determinata a migliorare le cose che non andavano. Contrario alle lagne inoperose. Capace, in piena estate, di rinfrescare a colpi di innaffiatoio le numerose pianticelle appena interrate al Parterre, sostituendosi alla poltroneria dei dipendenti comunali.

Cattolico (“né prete, né bizzoco”), rispettoso dei culti e delle tradizioni, fine politico, moderato, partigiano senza pregiudizi, riuscì a districarsi con il giornale nelle tormente censorie fasciste (come rammentò addirittura in un necrologio: “verso il 1930, quando un gruppetto di facinorosi fascisti dettero l’assalto a questo giornale per fascistizzarlo o sopprimerlo, il dottor Tito Ricci presso il Questore e il Prefetto si interpose validamente perché ciò non avvenisse”); e, nel turbolento secondo dopoguerra, allorché si difese dalle critiche di spalleggiare il sindaco comunista Gino Morelli: dimostrando che era stato un buon amministratore, oltre che stimato artista plastico e pittore. Non a caso, si trattò di due personalità “popolari” che collaborarono al bene di una malmessa Cortona: senza lavoro, spopolata, scarsa di acqua potabile, ecc. Farfallino sostenne – non rinunciando al personale punto di vista – ogni azione, da qualunque parte ideata, tesa a migliorare le condizioni della gente e della Città.

www,ferrucciofabilli.it

ENZO OLIVASTRI, “PALETTA”. PITTORE POPOLARE, SOLARE, GIOCOSO

postato in: Senza categoria | 0

 

Il passo lento caracollante, da piedi piatti, gli era tipico. Come il sorriso scoppiettante con cui salutava per strada o nei vicoli, che conosceva come le tasche. Battuta pronta, allegra, ironica, pungente. Erede di certe tradizioni popolari cortonesi: sostava per un bicchiere di vino tra amici nelle trattorie di via Dardano (tra le sue preferite, anche per l’ottima cucina “casalinga”, quella del Tacconi, detto “Schiacciamandele”); o  partecipava al settimanale rito della bicchierata al ristorante da Stefano (lo “Zozzo”), al Torreone, consumando un “tordo” (a volte un po’ duro! Era uno storno o altro passeraceo meno gustoso, spacciato per tordo). Non gli dispiaceva essere apostrofato “Maestro!” della sua passione, la pittura. Marito di un’insegnante – raffinata ed elegante – la emulò. Come Maestro dette vita a numerose scuole pittoriche, implicando nel suo mondo chiunque lo desiderava. Ne godettero parecchi hobbisti. A modo suo, avrebbe desiderato rinverdire le “botteghe” d’arte medievali. Idea nobile, destinata all’insuccesso, in un mondo in cui solo rari artisti possono campare di quel mestiere. E, scomparsa la lentezza dei tempi andati, la vita corre rapida.

La calma apparente e il lento incedere non gli impedirono di girare il mondo. In Francia, Spagna, Olanda, Paesi dell’Est che non si chiamano più come allora, e in molte città  italiane. Allestì mostre, o barattò quadri propri in cambio di soggiorni: intensi, operosi, allegri, giocosi. L’altra faccia di Enzo: irriducibile buontempone. Come quando – complice il “gemello” d’arte e di scherzi, Roberto Borgni –   collocarono davanti al Comune un manichino di Cicciolina (pornostar che diventò deputato). Nella cronaca locale, si gridò allo scandalo. Eravamo in piena campagna elettorale. Ma ai due interessava la beffa, non la provocazione la politica. Inscenarono uno scherzo simile in pizzeria, al “Bastian contrario”. Raccolti due manichini femminili – dal cassonetto della spazzatura – se li posero a fianco, al tavolo della consumazione. Davanti al cameriere intento a ricevere gli ordini, finsero di chiedere alle loro ospiti ciò che gradivano dal menù. Fu ordinato il pasto per quattro persone! Discosti da loro, proprietario e commensali, a gesti, dettero dei matti ai due. La scena surreale si concluse col cameriere che esclamò: “Grazie signora!” a un manichino. Convinto da Enzo, con cinquemila lire di mancia, a compiere quella galanteria. Durante una trasferta per mostre, sorte analoga toccò a un loro compagno di tavola. Un astemio convinto. Per dipiù, di quelli che confondono l’alcol col diavolo, spacciandosi per ferventi virtuosi. A fine cena, il proprietario regalò a ciascuno una bottiglia di grappa. Ma, non appena il delegato dell’esercito della salvezza si assentò un attimo, i due, travasata in un’altra bottiglia la grappa, gli riempirono il vuoto con l’acqua: “Così non gli farà male!” commentarono.

Enzo era appassionato colombofilo e cacciatore. Tra i più solerti costruttori di “capanni” nella montagna cortonese. Ben fatti. Anche in cima agli alberi. Che condivideva con amici. (Gli piaceva la combriccola). Per pigrizia da bradipo o rispettoso dei passeri, più che altro quell’hobby era il pretesto per allestire rosticciane, preferendo stare a terra, ai piedi del capanno, bisbocciando in allegria.

S’impegnò anche in politica. Socialista. Convinto seguace di Craxi (all’apice del  suo successo), coprì la carica di consigliere circoscrizionale nel capoluogo. Con passione e convincimento, portava i colleghi a sposare le sue cause con discreto successo. Tra tutti, più presente ai quotidiani problemi della gente. Fino alle minute sfumature, raccolte in piazza, o al mercato del sabato. Dove, raramente, mancò al settimanale acquisto di cinque acciughe ghiotte e profumate, tirate fuori al momento dal secchio.

Enzo Olivastri – come gran parte dei ragazzi cortonesi nel dopoguerra – mise tempo a trovare un lavoro stabile. Finché non divenne uno dei più stimati panettieri della città. Da lì, senza infastidirlo, lo seguì il soprannome “Paletta” (pala di legno da fornaio).

Maturata la passione pittorica, dato il successo commerciale – i suoi quadri piacquero subito -, abbracciò l’arte come mestiere esclusivo. Padrone del colore, fu un originale post-macchiaiolo. Lo distingueva l’accento particolare sui gialli e sui rossi. Nelle prime opere – esposte nel Ristorante Tonino – la pittura è delicata, nei toni chiari; la narrazione di scorci e vedute di Cortona e dei suoi personaggi risultano gesti affettuosi, che fissano in eterno espressioni di volti, e sprazzi di luce. Alla sua formazione influirono due artisti: il napoletano Ignazio Lucibello (per i caldi toni mediterranei) e Achille Sartorio, pirografo, e fine maestro nel riprodurre dal vero ritratti e nature morte. Tentò pure l’esperienza concettuale. Aderendo al movimento “Nuovo Rinascimento”, nel gruppo fiorentino dell’antiquario Luigi Bellini.  “L’uovo e gli specchi”, furono per lui gli oggetti più intriganti. Anche se attratto – c’era un filone riflessivo nel suo carattere -, fu messo in crisi da quell’esperienza, avendogli sovvertito tecnica e poetica abituali. Si convinse perciò che il suo spirito “filosofico” (traeva massime saggie da esperienze e sensazioni) era meglio riservarlo alla conversazione tra amici. L’arte per lui era un’altra cosa.

Tornò all’antico mondo post-macchiaiolo, dando il meglio di sé. Viaggiava con la macchina fotografica per cogliere luci, colori, squarci; o dipingeva direttamente sul campo, rapidamente, in estemporanea. Lasciandoci per sempre – in formato grande, o piccolo, in tele larghe di altezza ridotta – il racconto dei suoi affetti: paesaggi, scorci urbani,  ritratti immediati ed essenziali, di un mondo che amò gioiosamente.

www.ferrucciofabilli.it

 

DALLA TASSA SUGLI ORTI ALLA PROSSIMA GUERRA LIBICA? UN PAESE SENZA DISCERNIMENTO

postato in: Senza categoria | 0

Non c’è bisogno d’essere politologi navigati per comprendere l’origine di tanta insicurezza, incertezza sul futuro, paura e miseria in piena espansione: siamo alla mercé dell’Impero, cioè degli Stati Uniti. Lo dicono e scrivono prestigiosi commentatori, economisti e già eminenze politiche di quel paese. Molti dei quali, intervistati da veri giornalisti (non imbavagliati o autocensurati come gli italiani), alla domanda: ma cosa si può fare? Rispondono: ribellatevi! Moniti che – non si sa perché – a noi lettori italiani, o non arrivano, o aspettiamo che siano altri a farlo per noi.

Così come le masse popolari, per fenomeni di psicologia di gruppo abilmente manipolate dai media, aderiscono, sostengono, plaudono (dando parvenza democratica) al genio dell’occasionale vincitore, risolutore di tutti i guai, lo stesso accade a livello planetario. Allorché sono i politici governati dei satelliti  dell’Impero ad aderire ossequiosi e adoranti ai voleri del più forte.

Fino al crollo del muro di Berlino, giusto o sbagliato che fosse, il mondo era bipolare, ora non più. C’è solo uno stato al mondo che stabilisce quel che è giusto o sbagliato. Per tutti. Una volta sistemata la questione comunista, con lo squagliamento di quel sistema, per seguitare a esercitare il potere (economico e politico) sul mondo, giustificando un dispiegamento pazzesco di uomini, mezzi, tecnologie al servizio della sicurezza, diventata sempre più “espansiva”, ma (volutamente?) meno efficace, che ci si è inventati? Il terrorismo.

Se non erro, finanziamenti “occidentali” ad Al Qaeda sono apparsi anche negli ultimi elenchi di soldi imboscati nella banca HBCS. Anche se è oramai storicamente provata la compartecipazione occidentale alla nascita di tanti moti “terroristici” mondiali, a fini destabilizzanti per fare affari. L’esportazione della democrazia era una scemenza non creduta, neppure dagli stessi che l’hanno inventata. Stessi obiettivi raggiunti, fino ai giorni nostri, col sostegno a regimi golpisti in ogni area del pianeta. Uno per tutti, ricordiamo quanto è accaduto in Libia. Con la sostituzione violenta di una classe politica corrotta quanto vuoi, ma che, oggi, agli stessi che l’hanno deposta parrebbe oro a paragone di quanto si è generato di nuovo.

In questa azione degli USA gendarme del mondo, paesi come l’Inghilterra Francia e Italia non hanno voluto esser da meno. Imbrogliando pure sui principi della nostra Costituzione, che prevede la risoluzione di controversie internazionali senza la guerra (art. 11). Inventando il peace keeping! La pace con le armi. Molti diranno: ma non c’era altro da fare, essendo alleati degli americani… Intanto, almeno un paio di Papi l’hanno pensata e la pensano diversamente. Giovanni Paolo II e Francesco.

E’ scoppiata una crisi economica mai vista, incubata negli USA, per il selvaggio liberalismo del cavolo che in finanza non prevede regole, per cui le banche a stelle e strisce hanno inondato il mondo della loro spazzatura. E chi ha pagato, e sta pagando? Un tantino la nazione che ha provocato la valanga merdosa. Ma il peggio è toccato ai paesi più deboli e ai ceti più deboli del pianeta. Con un immiserimento complessivo dell’umanità da fare spavento. Ma, non basta ancora?

In questa situazione di crisi, partner fedeli all’Impero come l’Italia – che avrebbero avuto i titoli per dire: basta guerre, colpi di stato, invasione di titoli finanziari spazzatura, ecc. – anche in modo sfacciato, diciamo pure dittatoriale, se la sono rifatta coi cittadini più deboli. Per mantenere a galla un paese che fa acqua da tutte le parti e, soprattutto, luogo di privilegi sfacciati per le sue classi dirigenti: politici, magistrati, manager pubblici e privati, e persino per gli uscieri e i barbieri del Parlamento! Cosa hanno fatto è sotto gli occhi di tutti. Hanno mandato all’inferno milioni di poveri pensionati INPS, tagliando rendite pur misere e allungando i tempi del ritiro dal lavoro. Ma non basta. Bisognava far vedere al FMI e alla BCE che l’Italia  al governo ha squaletti che mordono tutto quel c’è da mordere: tagliando fondi alle scuole, alla sanità (dove ci sono sì sprechi per mantenere feudi e baronie di incapaci, ma questi non si toccano, mentre si allungano liste di attesa e tra un po’ ci dovremo fare l’assicurazione per avere servizi nei tempi dovuti). E, ultima, ma non per significato hanno messo la “tassa sugli orti”! cioè hanno tassato quegli sventurati che già con sacrificio accudiscono terreni la cui resa è spesso inferiore ai costi di gestione e al lavoro impiegato. Bene. Però i pescecani nostrali sono tosti!

L’Impero stia tranquillo. Anzi, i nostri squaletti sono diventati pure perspicaci. (A stare con lo zoppo…). Siccome arrivano troppi emigranti dalla Libia, saremmo pronti all’assalto! Il capo della nostra diplomazia, Gentiloni, ha già dichiarata l’Italia pronta a menar le mani. Perché è solo andando armati in Libia che bloccheremo la fiumana di immigrati. Io dico: roba da matti! E mi astengo da ogni altro commento. Spero solo in un atto di resipiscenza degli italiani. Di tutti. Noi con le guerre dobbiamo fare solo una cosa: staraci alla larga! Comunque la pensiamo.

ADEMARO BORGNI, SEDUTTORE DISCRETO E ROMANTICO

postato in: Senza categoria | 0

 

In un’operazione della memoria, dal valore affettivo e liberatorio, riaffiorano soggetti della “mitologia” popolare. Vissuti in un determinato periodo storico (il nostro) nell’antica, piccola città provinciale. Ciascuno di pari rilievo simbolico. Siano stati essi nobili, popolani, artisti, intellettuali, perdigiorno, artigiani, virtuosi, debosciati, ubriaconi, preti, suore,… ognuno speciale nel mosaico sociale del tempo. Per poi disperdersi nel nulla, accomunati dallo stesso destino. E nessuno è stato solo come ci è parso. Bensì – citando Pirandello – tutti finiamo per esser: uno, nessuno, centomila.

Ademaro apparteneva a un casato popolare piuttosto numeroso, i Borgni. Anche il babbo Dino, tornato dalla prigionia in Germania, fece la sua parte con la moglie Caterina dando vita a tre gemelli. Il figlio maggiore Ademaro, nato prima della sua lunga e dolorosa assenza, partecipò già grandicello al matrimonio dei genitori. Lo sfortunato padre faticò a recuperare la salute e ben presto morì. Lasciando nel figlio maggiore un caro ricordo di uomo affettuoso e lavoratore. Anche se, come molti suoi parenti, affetto dalla passione per il gioco e le bisbocce. Si racconta di un Borgni che, recatosi in maremma a vendere un gregge, tornò senza soldi e senza pecore!

Caterina fu assunta al macello comunale. Ademaro s’ingegnò alla giornata. Finché fu preso da una grande ditta di spedizionieri fiorentini, i Mazzoni. Divenuto provetto autista, l’esperienza lo rese audace. Forse anche troppo, per il mite architetto comunale Mario Mariotti. Quando gli rimproverava una guida spericolata nel traffico urbano: “Faccia piano! Il guaio non sono gli incidenti, ma le discussioni che ne seguono!”, gli ripeteva spesso. L’ambiente fiorentine l’iniziò al gusto raffinato dell’abbigliamento sartoriale, che mantenne sempre. Rimase a Firenze alcuni anni. Insieme alla dolce e amata moglie Rina. Sodalizio coniugale durato l’intera esistenza di lei. Donna sfortunata. Non poté avere figli desiderati, e lottò a lungo con una malattia degenerativa crudele che la consumò per anni, fino alla morte. Ciò nonostante, la coppia generosa accudì come figlia una nipote orfana, debole di salute mentale, dalla vita tormentata. Al contrario, Ademaro, fisico vigoroso e animo sensibile, cercò a modo suo di spremere il meglio dalla vita. Era goloso. A tavola (grazie anche a Rina, cuoca eccellente) e di attenzioni femminili. I primi successi con le donne e l’esperienza di nuovi piaceri divennero per lui una specie di droga. Senza quasi accorgersi, entrò nel vortice di passioni romantiche e carnali. Al punto che fu ricoverato in ospedale, preda di lancinanti dolori ossei. Il medico, nel somministrargli la cura, gli spiegò che abbuffandosi senza misura di quel cibo avrebbe potuto compromettersi la salute. Le ossa gli si stavano decalcificando.

Già maturo, tornato nella città nativa, fu assunto al mattatoio comunale. Come la madre. Prima dell’alba preparava la caldaia. Poi iniziava l’inferno giornaliero dell’uccisione e scuoiamento di decine di bovini, maiali e pecore. E’ il caso di dire: si trattava di uno sporco lavoro. Che svolse diligentemente. Fino a farsi la fama di possedere il “cazzotto proibito”. Lui si scherniva, smentendo la falsa diceria seguita all’atterramento con un pugno d’un vitello recalcitrante. Il povero bovino non fu tramortito dalla forza bruta, bensì, colpito in piena fronte, cadde a terra sul pavimento scivoloso avendo perso l’equilibrio. Quel lavoro sporco e brutale non lo  turbava, dandogli da vivere. Intanto che scorrevano le ore nelle quali pregustava l’avventura pomeridiana o serale. Quando, smessi i panni da scuoino, lavato, profumato e vestito di abiti sartoriali, sgattaiolando guardingo fuori dalle mura etrusche, partiva verso avventure galanti. Era gola. Ma anche romantici sentimenti verso il corpo e l’animo femminile. Fu proprio la vena poetica a tradirlo. Quando subì un processo per “adulterio” intentatogli dai figli della concupita, portando come “prova” le sue fantastiche lettere d’amore. Vena poetica prodiga in casa Borgni. Quasi fosse un talento genetico. (La cui matriarca fu considerata zia Bruna, fine parlatrice, madre del cugino Spinaldo, anch’egli scuoino e poeta; mentre l’altro cugino Roberto s’è dedicato all’arte figurativa). Non so l’esito della causa. Si trattò di uno degli ultimi processi a Cortona per quel “reato”. Di lì a poco, cancellato dal codice. Invece, son sicuro che, fossi stato il giudice, l’avrei assolto con lode, scrivendo “fesso” nella fedina penale di quei figli sciocchi.

L’ultimo impiego di Ademaro – a cui dedicò disponibilità e talento – fu autista del sindaco, addetto alla segreteria della Giunta municipale e al cerimoniale. Sempre elegante, discreto, efficiente. In tale incarico, accolse molti ospiti illustri che a quel tempo bazzicarono Cortona: Francois Mitterrand, Enrico Berlinguer, Bettino Craxi, solo per citarne alcuni.

L’inquieta vita sentimentale a fianco di Rina, si placò poco dopo la morte dell’amata e comprensiva compagna. Allorché incontrò Renata. Ultimo grande amore e sposa. Si trasferì pure nel paese dell’amata. Corteggiata quando la donna era ancora suora. Donna affascinante, che, trovata finalmente l’anima gemella, vi riversò coccole amorose e ogni tenerezza muliebre. Ademaro raggiunse così quel benessere forse cercato in tanta inquietudine affettiva. Però, ebbe sfortuna. Morì poco dopo quel matrimonio, e la pensione. Gli dei con lui almeno furono pietosi, facendolo cadere a terra senza quasi avvedersi della fine. Mentre conversava con gli amici. E, immagino, stesse gustando l’ultima sigaretta.

ferrucciofabilli@libero.it

 

JE SUI CHARLIE, TROPPE LACRIME DI COCCODRILLO

postato in: Senza categoria | 0

Le reazioni alla carneficina nel settimanale “irresponsabile” francese CHARLIE-EBDO sono state una cartina di tornasole universale sul modo di intendere la libertà di stampa e di espressione. Sincera e massiccia è stata la partecipazione del “popolo” francese – e con esso quanti nel mondo hanno a cuore la libertà tout-court – allo sgomento doloroso. Tutti innamorati dell’insuperabile motto Volteriano: Non condivido le tue idee, ma darei la vita per lasciartele esprimere!  Nell’altra sponda si sono collocati quanti sono stati e sono sinceramente Anti-Charlie, i reazionari di tutto il mondo.  Alcuni dei  quali – per non essere considerati alla stesa stregua dei terroristi assassini – hanno condannato il delitto, ma si sono dichiarati contrari all’uso della libertà di stampa, quando questa è offensiva, blasfema, oscena, bla bla.

Ci sarebbe da discutere a lungo sui concetti di offesa, oscenità e blasfemia, basterebbe guardarsi in torno per rendersi conto quanto c’è di offensivo, blasfemo, e osceno nei comportamenti quotidiani di stuoli di uomini di stato e religiosi, senza che, però, ciò indigni i benpensanti che si richiamano a valori “democratici”, “cristiani”, “musulmani”, o “ebraici”… E che dire poi delle teorie che sottendono a tali ipocriti comportamenti, come l’imposizione della democrazia con le armi, o l’imposizione di fedi religiose (presenti, ma non dimentichiamoci anche del passato)? Al contrario, che io sappia, ancora non si è verificato alcun caso di imposizione di idee libertarie o libertine. Un libello o un giornale libertario – per quanto sgradito –  non è stato mai imposto di leggerlo a nessuno, né con la legge, né con la forza. Anzi, a costoro si sa quali trattamenti sono stati loro riservati: rogo, crocifissione, torture, prigione, confine, gulag…In nome di che? Della “verità” dei dominatori! A cui, con le buone o le cattive, sono stati – e lo sono tutt’oggi – obbligati milioni di uomini.  Salvo poi, in rare eccezioni, ammettere a babbo morto che ci si era sbagliati!

L’altro aspetto non secondario emerso nell’eccidio del 7 gennaio a Parigi è la contestazione, se non la negazione del diritto di satira. Cioè il manifestare attraverso lo sberleffo, la presa in giro, la critica più irriverente verso personaggi, riti, credenze che condizionano – a giudizio di alcuni – negativamente, se non dannosamente l’esistenza umana. Mentre, al contrario, sarebbe sacro e intoccabile il loro “verbo”, magari frutto di fede, se non addirittura parola di Dio. Innanzi tutto vedo estreme contraddizioni tra quanto – politici o religiosi – dicono e i loro comportamenti (e su questo oceano di ipocrisie il pesce satirico ci sguazza),  per non parlare delle intangibili “verità” per le quali è stato insanguinato il mondo. Quale sarebbe la tenera innocenza, mettiamo religiosa, che può essere posta la di sopra di ogni sospetto? Di non essere frutto di invenzione, di credulità, di favole trasformate in verità storiche? E il satirico, da che mondo è mondo, non infierisce verso il basso, la vittima, ma verso l’alto: il dominatore, o presunto tale.

So benissimo la posta in gioco per tutte le parti in campo. Per i libertari tout-court, per i loro avversari e per chi, invece, “sopporta” una libertà condizionata. E non oso illudermi che d’un colpo l’umanità si trasformi in tollerante, che sarebbe la premessa di un salto in avanti di civiltà  incredibile. Speravo almeno che la morte dei giullari di Charlie-Hebdo avesse rimosso certi pregiudizi, considerando la libertà di stampa (sguaiata quanto vuoi) un patrimonio comune, da contrapporre all’inciviltà e all’intolleranza.

1 17 18 19 20