COMPLIMENTI A PAOLO GIULIERINI – STESSI CRITERI DI SCELTA PER IL SUO SOSTITUTO AL MAEC

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La notizia che uno studioso cortonese, emergendo da una selezione pubblica europea, sia stato scelto a sorpresa responsabile del Museo Archeologico di Napoli  riempie tutti di soddisfazione, non solo tra chi l’ha conosciuto e apprezzato.

Senza dubbio le sue qualità professionali da sole non avrebbero raggiunto questo prestigioso traguardo, senza il meraviglioso retroterra costituito dal rinnovato Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona.

Un successo siffatto non si  improvvisa. Parte da lontano. Sia con l’impegno e le attitudini di Paolo negli studi e nel lavoro svolto; sia per il contesto in cui ha operato. Frutto di lungimiranza amministrativa e tecnico-scientifica nel realizzare nel Museo la rivoluzione copernicana degli ultimi decenni: collocando vecchie e nuove acquisizioni nell’intera struttura di Palazzo Casali. Scelte  tecniche e ricerca delle ingenti risorse ascrivibili all’Accademia Etrusca nel suo insieme e, in particolare, a quanti si impegnarono in prima linea come i professori Edoardo Mirri e Paolo Bruschetti in sintonia con l’Amministrazione Comunale, retta dal sindaco Emanuele Rachini.

Già il ridisegno totale del Museo, della sua nuova organizzazione e gestione nacquero da un’illuminata apertura alle migliori competenze disponibili: locali, regionali e nazionali.

Una volta individuate e reperite le risorse (ingenti) necessarie per gli obiettivi prefissati, i tempi di realizzazione furono abbastanza rapidi.

Raggiunta la nuova veste museale, furono individuate le persone più adatte a gestirlo: esperti, dipendenti pubblici, e una cooperativa di giovani volenterosi e capaci. Ed è qui che si innestarono le attitudini e le competenze di Paolo Giulierini e dello staff direzionale che l’ha circondato nella rinnovata azione promozionale e nell’apertura verso i più prestigiosi musei europei, con scambi culturali e oggetti di valore rilevante.

Perciò, ora che si chiude la parentesi cortonese di Paolo, si dovrà aprire una riflessione tra Accademia Etrusca e Comune sul modo migliore di sostituirlo, evitando scelte che non siano di garanzia certa di continuità nella qualità.

E’ pur vero che Giulierini giunse a Cortona “casualmente” per mobilità da funzionario del Comune di Foiano, coincidendo la sua volontà con quella del sindaco Rachini che n’intravide le qualità potenziali e, contemporaneamente, fu favorito lo scorrimento della graduatoria del concorso a Foiano, in cui il successivo era Andrea Vignini. (Di questa agevolazione – i fatti diranno – Vignini non tenne alcun conto rispetto a Rachini).

Pure in tale casualità di intenti, Giulierini dimostrò ben presto che la scelta era ben fatta per se e nell’interesse del Comune, in particolare, guadagnando la stima degli Enti proprietari del Museo, nel momento in cui si doveva provvedere a costituirne i nuovi organi dirigenti. Fino a conquistare la fiducia – sancita oggi – dello stesso Ministro dei Beni Culturali che lo ritiene idoneo a governare una realtà museale prestigiosa  e complessa: l’Archeologico di Napoli.

Possiamo affermare che Giulierini si sta accingendo a ripercorrere gli antichi passi dell’archeologo cortonese Venuti, tra le maggiori autorità scientifiche del suo tempo in territorio napoletano.

L’auspicio odierno è che Accademia Etrusca e Comune di Cortona procedano all’avvicendamento di Giulierini valutando qualità e prestigio di chi dovrà sostituirlo: che sia una persona altrettanto valida. In potenza o già affermata. Sia essa già attiva all’interno del MAEC, o, qualora non ci fosse, necessitando un nuovo innesto, si proceda in assoluta trasparenza ad una selezione pubblica sulla falsariga del Ministro dei Beni Culturali.

 

EVARISTO BARACCHI POETA E ARTISTA PLASTICO, MI “MANDO’ A SETTEMBRE” A DISEGNO…

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E fece bene. Sfogliando la sua “Raccolta postuma” di poesie – curata da Ivo Camerini – intercalata da leggeri, eleganti e sensuali disegni di nudi femminili, mi rendo conto del disgusto che dovette provare di fronte ai miei schizzi agli esami di terza media!  La prima prova, a giugno, consisteva nel riprodurre un limone, rimandato a settembre, era l’apparentemente più facile bottiglia di vetro; oggetti che il prof. Evaristo m’avrebbe senz’altro tirato in testa, vedendo la pesantezza grafica delle mie riproduzioni. La colpa sarà stata dei lapis poco appuntiti che lasciarono una traccia simile a una bitumatura stradale?!… Eppure il Prof. ci aveva insegnato come scegliere la rugosità giusta della carta: diversa fra il disegno geometrico e  il disegno dal vero, e stessa attenzione avremmo dovuto avere per i lapis: ben appuntiti e appropriati a ciascun tipo di esercizio. Ma no. Non erano state le mie sciatte punte del lapis a sprofondarmi nella sciattezza, mi mancava quel che invece  aveva Evaristo: il tocco artistico e una matura sensibilità poetica anche nelle creazioni grafiche.

La produzione poetica di Evaristo – numericamente contenuta – rappresenta tappe importanti della sua vita, evocando mutevoli sentimenti: affettivi, malinconici, ironici, estetici… al variare dell’età, dei luoghi e delle stagioni. Compresa una piccola serie di poesie in romanesco sulla falsariga di Belli e Trilussa: garbate prese in giro, in prevalenza, rivolte a situazioni o personaggi politici. La facile e gradevole consultazione è favorita dalla meticolosa e amorevole ricerca critica di Ivo Camerini, sollecitato dalla vedova Wilma Alari, compagna d’una vita di Evaristo Baracchi, che ha raccolto e messo a disposizione i fogli sciolti delle rime.

Questo piccolo libro, per chi ha conosciuto Baracchi, ne completa il profilo: massiccio, apparentemente severo, studioso di questioni agricole, impegnato nell’insegnamento e nella gestione della Banca Popolare di Cortona da vice-presidente, dotato di sottile ironia da toscanaccio –  espressa nelle vignette pubblicate in quarant’anni nell’Etruria di Enzo Lucente  – coltivava anche una vena poetica che distillò con parsimonia.

Leggendo e rileggendo le poesie di Baracchi – nella snella e curata pubblicazione dell’Editore Calosci – m’è tornata in mente una saggia considerazione d’un amico cultore di letteratura: “Ad ognuno, per riassumere il proprio senso della vita, si dovrebbero consentire al massimo 180 pagine!” In questo caso, in meno della metà è raccolto la sensibilità estetica e i mutevoli sentimenti d’un uomo in poche e piacevoli rime, accompagnate da una serie di disegni di nudi che rimandano agli affetti materni e alla inesauribile fonte di turbamenti e passioni suscitate dal corpo di una donna.

4 AGOSTO 1974 – ITALICUS – GLI ARETINI COINVOLTI – FU SOLO STRAGE O GUERRA CIVILE A BASSO IMPATTO?

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A 41 anni di distanza, quale può essere il senso civico di ricordare quella tragica vicenda in cui persero la vita 12 persone e numerosi feriti? Per chi ha vissuto quei momenti come la mia generazione, ma anche per i figli e nipoti, ricordare intanto che protagonisti di una lunga sequela giudiziaria, processati per la strage sul treno Italicus, furono degli aretini. Insieme all’empolese Mario Tuti, furono aretini gli altri imputati: Luciano Franci, Piero Malentacchi e Margherita Luddi, mentre intervennero altri aretini coinvolti a vario titolo (gli avvocati Ghinelli e Graverini difensori degli accusati,  e altri in qualità di sospettati, fiancheggiatori se non, addirittura, mandanti). Per giungere alla loro assoluzione trascorsero quasi due decenni. Una specie di otto volante giudiziario che vide gli imputati prima condannati (un paio addirittura all’ergastolo) e infine assolti. Sottoposti alla galera, al confino, a una interminabile gogna mediatica, alla distruzione di affetti famiglie e, in definitiva, alla negazione della loro vita. Purtroppo, però, sulla estraneità degli aretini nella strage persistono voci non concordi, come testimoniato dal libro dell’amico Luca Innocenti, contrariamente alla mia convenzione sull’equità della sentenza finale (raccontata nel  “Nero dell’oblio, della violenza e della Ragione di Stato”). Tutto ciò perché accade?

Io e Luca non abbiamo scritto cose diverse per partigianeria politica, né tantomeno per simpatia o antipatia verso gli sventurati protagonisti giudiziari di quel tempo. Il motivo di tanta diversità va cercato nel groviglio di interessi nascosti da tanti segreti di Stato che ancor oggi impediscono di far luce piena sulla verità di quei fatti. Gli storici che scriveranno in futuro – tra quanti decenni? – saranno più fortunati di noi, potendo disporre di carte sparse in Italia e all’estero, oggi inaccessibili.

In breve, cosa ho scritto a proposito degli aretini al processo Italicus? Franci aveva rubato un grosso quantitativo di dinamite alle cave di Civitella. Tra i suoi obiettivi  dichiarati, messi per iscritto in un volantino autografo, c’era un attentato dimostrativo nottetempo alla Camera di Commercio, mandandone in frantumi i vetri. In seguito a quel furto si verificarono “botti” dinamitardi – tra Natale e Capodanno – lungo la linea ferroviaria tra Arezzo e Terontola. Con danni solo a materiale ferroviario. Franci dopo poco fu arrestato mentre in compagnia di Malentacchi si recava a prelevare la dinamite in un nascondiglio, con in tasca il biglietto rivendicativo dell’attentato alla Camera di Commercio, ovviamente non realizzato. In carcere gli fu notificata l’imputazione per la “strage” di Terontola. Dove il “botto” aveva divelto alcuni centimetri di binario,  senza morti né feriti, e i treni erano passati indenni. Pur avendo dimostrato che la notte dell’attentato era in servizio postale alla stazione di Firenze, fu condannato a 17 anni per strage – inesistente – “in concorso con ignoti”. Mai scoperti. Franci, in carcere ad Arezzo in attesa di giudizio, evase con altri due: Felice D’Alessandro e Aurelio Fianchini. Il D’Alessandro scomparve, mentre Fianchini nella redazione di Epoca si consegnò alla polizia dopo aver testimoniato de relato (per sentito dire) che Franci, Malentacchi, Luddi, e (facendo confusione sui nomi) aggiunse Gallastroni e Batani (quest’ultimo era persino in carcere il giorno dell’Italicus!). Gallastroni fu scagionato, ma gli altri furono imputati della strage in concorso con Tuti. A parte il dubbio che Franci abbia  potuto autodenunciarsi di un orrendo delitto, la sequenza del racconto di Fianchini franò al processo, fino addirittura a scomparire da Bologna (sede del processo) all’inizio della sua testimonianza. Ma in treno cosa era esploso: la dinamite di Franci? No! Un potente esplosivo solo di recente in dotazione alla Nato. Che oltre ad esplodere sviluppò un tale calore da liquefare le strutture del treno. Se avrete la curiosità di rileggere la mia ricostruzione del processo tra le tante contraddizioni, invenzioni, ecc., colpisce la messe di depistaggi, per i quali furono inquisiti uomini dei servizi segreti, generali in pensione, ecc. insomma uomini di Stato; senza giungere al perché, ai motivi di tanti depistaggi, ma limitandosi alla semplice condanna. Quando ci furono condanne…

Tuttavia nel polverone ancora impenetrabile, che circonda quel periodo, ad alcuni punti fermi ci siamo arrivati. La stagione della “strategia della tensione” ha rappresentato una delle pagine più infami della Repubblica italiana. Basti ricordare quante persone innocenti ne furono vittime: dalla strage alla Banca dell’Agricoltura a Milano, fino alla stazione di Bologna. E quanti furono i depistaggi messi in atto dagli apparati dello Stato (si dice “deviati”, ma da chi? non certo da estranei agli ambiti politici ), non consentendo alla magistratura di stabilire verità certe su quella sequela di delitti. Sempre che tutti i magistrati si fossero dimostrati desiderosi di giungervi… E quandanche prendessimo per buone le poche sentenze di condanna dei responsabili, restano all’oscuro i mandanti. Ed è solo conoscendo i mandanti che si chiarisce il quadro delle responsabilità.

E’ inutile sottolineare che esiste più del sospetto, bensì la certezza di una convenienza dello Stato-Potere (di ieri e di oggi?) affinché non si faccia piena luce sulla stagione stragista. Che – non sono il solo a pensarlo – rappresentò una vera e propria guerra a basso impatto, con tante vittime civili, militari, giudici, poliziotti…il cui scopo fu destabilizzare il Paese e favorire una sorta di regime autoritario, come in Grecia. Con la differenza che in Grecia il golpe avvenne. Mentre in Italia permase a lungo uno strascico di sangue, di fatto raggiungendo lo stesso scopo che in Grecia: annullando la democrazia impedendo l’alternanza al governo di coalizioni politiche tra loro in competizione. E, in questo senso, la storia italiana mi pare ancor oggi infinita…

(Per un aggiornamento sullo stato attuale della ricerca storica sulla strage dell’Italicus invito ad ascoltare il saggista Massimiliano Griner su RAI tre, il 4 agosto alle 14.)

 

Venezuela, note di colore

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Come ci si diverte in Venezuela? Senza banalizzare, mi par d’avere capito – come dappertutto – vigono bacco, tabacco e Venere. Poco tabacco. Ma, specie a fine settimana, ricchi e poveri s’imborracciano alla grande! In base alle finanze, birra,  rhum, e whiskey invecchiato sono i compagni di serate e nottate di brindisi a non finire, fino allo stordimento (nel caldo tropicale, il Venezuela è uno dei maggiori consumatori al mondo di whiskey!). Con più moderazione in pubblico – nelle discoteche o nelle feste danzanti all’aperto -, ma nel privato si va giù duro, in gara a chi più resiste all’alcol. Col sottofondo musicale di canzoni d’amore e tradimenti, ideale a scatenare arsione alcolica derivata da nostalgie e amarezze. In effetti, quando ho chiesto a una persona giovane e acculturata se gli piaceva quella musica, mi ha risposto: “No! è musica da borrachos (ubriachi)!  A me piace Zucchero, Pausini, Jovanotti, Ferro, Ramazzotti…” insomma, cantanti italiani. Tuttavia, dal vivo ed eseguita da orchestre professionali, quella musica ha fascino e i giusti ritmi per stimolare danze erotiche allusive. Fondamentali per il  “Buen vivir” – scritto di recente addirittura in molte costituzioni sud Americane. I miei ospiti, un tantino conservatori, spesso ironizzavano sulle funzioni del neo-istituito Ministerio de la Felicitad…anche se non facile da favorire tra tutto il popolo, onore al merito per lo meno di provarci.

Ho scritto che in Venezuela non solo che la famiglia negli strati medio bassi è  instabile – negli alti è più stabile, presumo, a salvaguardia dei patrimoni, perché, di fatto, è incasinata come nelle soap opera alla Beautiful  – ma la licenziosità sessuale è pari se non superiore alle nostre latitudini. L’ha capito pure il Papa nel viaggio odierno in sud America, riempiendoli di pistolotti sulla famiglia, chissà se efficaci?!

Così come ci sono divertenti luoghi comuni, da sfatare. Ad esempio, si dice che gli uomini italiani di seconda generazione son tutti gay! Ma a Isola Margarita ho incontrato il taxista Luigi – d’origini campane – che ha contemporaneamente due famiglie con due compagne diverse!… Dunque, più che di licenziosità sessuale tropicale, penso si tratti di una promiscuità dovuta alla instabilità economica e a un coacervo di culture in un popolo ad alta percentuale di emigranti, propensi alla sopravvivenza e al distacco da retaggi conformisti tradizionali. In fondo, tra le principali attrattive per l’uomo medievale europeo, fu  favoleggiata la nudità dei nativi e la loro promiscuità sessuale. Della nudità non è rimasto nulla (salvo tra i nativi sperduti nelle foreste), ma il clima caldo, 365 giorni all’anno, porta a vivere a ritmi blandi e lunghe pause nelle ore della massima calura, associata spesso a una umidità stordente. Perciò non è tutt’oro quel che luccica. Sempre che non si abbiano le possibilità economiche di acquistare condizionatori d’aria. Rari, se non inesistenti nei barrios.

Dai quali, una sera appostato al fresco, ho udito un crepitio d’armi, non certamente a festa. Mentre tra i ricchi c’è il timore di rapimenti a scopo di riscatto, perciò si barricano tra alte muraglie e fili ad alta tensione, nei barrios la delinquenza (quasi sempre organizzata) si spartisce con violenza i proventi del malaffare: droga, furti, rapimenti, estorsioni… tutto mondo è paese.

Sempre per bocca dei miei ospiti, un tantino conservatori, il fenomeno Chavez avrebbe alimentato nella gente comune sentimenti di odio, prossimi al farsi giustizia da sé, nei confronti dei ricchi.  Non saprei dire se l’affermazione corrisponda a verità. Il fatto è che mentre i ricchi si barricano nelle loro case, anche i negozi, fatti oggetto di frequenti rapine, hanno le loro barriere protettive. Ad esempio, un negozio 24 ore distribuisce sigarette, cibo, o bevande da una piccola finestra inferriata. I clienti sono interdetti dall’accedervi. Anche di giorno, vengono fatti entrare solo clienti ben conosciuti, altrimenti si serve dalla finestrella inferriata.

Così come in strada circolano vetture scassatissime, a fianco  di fuoriserie, anche le armi in circolazione vanno da ferrivecchi a pistole o mitragliatori in dotazione alle forze speciali di polizia.

Isola Margarita, fino a non molti anni fa, ospitava molti europei, italiani e francesi in particolare. Oggi i turisti, in prevalenza, sono Colombiani. La loro moneta è più forte, quindi frequentano i centri commerciali e, soprattutto, attratti dai Casinò. Di cui sono dotati anche i maggiori alberghi. Ho trovato una situazione analoga in Cambogia, meta vacanziera di Tailandesi e Vietnamiti dal maggiore potere di acquisto e attratti dal gioco di azzardo, proibito nei loro stati. L’impressione è, comunque, che l’Isola attraversi un momento di stallo economico. Confermato dai nostri tassisti,  Pedro e Luigi. Dove l’aria è molto meno carica di umidità delle aree interne e il mare offre possibilità di snorkeling, balneazione, e surf in tutte le salse. E il costo dei servizi e della vita in generale, pur variabile, non è molto caro.

Abbiamo mangiato la migliore paella nel ristorante da Pablo, grazie alla nostra guida. Che non è un luogo di VIP – più cari e meno gustosi -, anzi, fuori di lì circolavano oscuri figuri che chiamandoti “Hermano!”, offrivano di tutto… Il piccolo centro storico, con resti di fortificazioni spagnole, è molto frequentato di sera per i suoi negozietti pretenziosi, e, soprattutto per ristoranti di una certa classe e dai costi contenuti. Un paio di whiskey invecchiati ci sono costati meno di cinque euro.

Dappertutto, in Venezuela, le persone sono gentili e curiose. Pronte a risolvere qualsiasi problema, meglio se con una manciata di Bolivares. Già, ci siamo domandati come mai si debba viaggiare con pacchi di monete da 100 Bolivares (il taglio più grande) anche in presenza di una inflazione che suggerirebbe tagli maggiori? Sarà per risparmiare la carta? Solo di recente sono impiantati  ettari di pini per estrazione della carta, dipendendo totalmente dall’estero, compresa la usatissima carta igienica di difficile reperimento! O non hanno fatto l’errore europeo di stampare solo monete di grosso taglio che volano via rapide dalle nostre tasche!

Quando comunicai a mia figlia che stavo seguendo una Colea – una specie di corrida che si risolve facendo ruzzolare a terra un toro tirandolo per la coda – dalla sua disgustata reazione mi sforzai di capire se quel gioco fosse o meno da bandire. Ancora non sono giunto a una conclusione. Di fatto sarei un buono, gli animali sono fatti per essere i nostri compagni di vita. Ma, in realtà, la Colea è la ritualizzazione in gioco dell’azione quotidiana di atterramento fatta dai bovari per marcare tori e vacche. Ben peggiore è il loro destino: al macello. In definitiva il vero interrogativo potrebbe essere un altro: è possibile cancellare dalla nostra vita ogni forma di violenza? Per lo meno quella inutile?…è un ragionamento che ci porterebbe lontano, non risolvibile in poche battute. Specie da un viaggiatore sotto i cui occhi scorrono per un attimo film che, spesso, mai più rivedrà.

Ciao Venezuela!

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Ovunque andiamo, tra le prime curiosità mettiamo le “contraddizioni” incontrate, al pari delle “bellezze” o “bruttezze” d’un posto. Contraddizioni coi nostri modi di vivere e pensare, nelle relazioni sociali economiche e culturali del paese che stiamo visitando. Nella guida Lonely Planet il Venezuela è definito un diamante grezzo nascosto. Evidentemente riferito alle potenzialità turistiche, dunque alle sue risorse: – naturalistiche (animali, fiori, piante, pesci, rettili, uccelli…) di una varietà impressionante ed estrema, basti pensare alla presenza di decine, centinaia di grossi felini presenti nella savana; – ambientali (spiagge e fondali marini, savane, zone semidesertiche, foreste, possenti fiumi, cascate, paesaggi di alta quota andini…); – minerarie, essendo uno dei maggiori produttori al mondo di petrolio, ferro, bauxite, diamanti, terre rare (usate nella componentistica elettronica)…; – climatiche: dalla frescura delle montagne andine, al caldo torrido della savana, alle brezze marine, ognuno insomma può trovare le condizioni più gradite… ma non voglio sostituirmi a una guida turistica, sto solo accennando alla qualità di una natura eccezionalmente prodiga.

Però, nonostante le potenzialità attrattive siano enormi, il turismo raccoglie quote insignificanti di visitatori. Basti pensare che dall’Europa si trovano con difficoltà voli per Caracas (per non parlare della scarsa mobilità aerea interna e verso il sud America). Sembrerebbe che le compagnie aeree non abbiamo utenza per questa destinazione. Chi trova la causa di tale disinteresse commerciale nella volatilità della moneta, il Bolivar, che in anno ha perso oltre il 100% del suo valore e che ogni giorno seguita a indebolirsi. Chi accusa un sistema recettivo turistico di basso profilo, com’è in realtà. Chi punta il dito sulle inquietudini politiche, in seguito agli anni di socialismo populista instaurato da Chavez. Probabilmente è l’insieme di queste cause a fare del Venezuela un paese turisticamente poco attrattivo e recettivo. Dall’entrata in scena di Chavez, tutti conosciamo il decennale conflitto economico durissimo tra gli USA e il Venezuela, dichiarato paese dannoso per gli interessi economici americani. In effetti, Chavez avendo preso la bandiera anti-USA, paese capitalista e imperialista per antonomasia, aveva calamitato sentimenti diffusi in Sudamerica in quasi tutti gli schieramenti politici dall’Argentina fino al Messico. Utilizzando le enormi ricchezze petrolifere, nazionalizzando (espropriandole con lauti compensi) compagnie – molte nordamericane – energetiche, idriche, estrattive, manifatturiere,… e, contemporaneamente, assistendo con enorme dispendio di risorse paesi  Centro-Sud-americani dichiaratisi apertamente anti-USA, con Cuba in testa. Moderno Simon Bolivar (non a caso, il Venezuela è stato ribattezzato in costituzione: repubblica socialista Bolivariana) Chavez si fece promotore di una politica antineocolonialista estrema. Alla quale gli USA hanno risposto tentando di strangolare economicamente l’avversario con embarghi rigidi, come ad esempio sulle forniture dei pezzi di ricambio. Dalle batterie per le autovetture, fino alle turbine per le centrali elettriche o ai deterrenti chimici per trasformare il petrolio in benzine e suoi derivati. Con il risultato d’un rallentamento complessivo dell’economia venezuelana.  Quanto durerà questo aspro conflitto e con quali esiti lo vedremo nel passare del tempo. Intanto la povertà in Venezuela è diminuita: i caimani e i coccodrilli che abitavano fiumi e paludi non sono più animali in estinzione, prede di gente affamata, ma protetti. Gli anziani hanno tutti una pur modesta pensione, l’orario di lavoro è stato regolamentato così come lo stipendio minimo mensile e il riposo settimanale. Lo stipendio di un lavoratore oscilla tra gli 8.000 ai 10.000 Bolivares (una ventina di euro). Con pochi spiccioli (cioè con una frazione ridicola di euro) si fa il pieno di carburante; così si vedono in giro – insieme a ferri vecchi di 40-50 anni fa – auto, suv, fuoristrada dalle cilindrate pazzesche dai 4-5000 cc in su! Se da un lato è stata combattuta la povertà e i ragazzi sono incentivati a studiare, il mercato del lavoro ha i suoi problemi nella scarsa affezione al posto di lavoro. Derivante in parte dalle migliori condizioni di vita (basta fare la coda al supermercato per mantenersi il minimo vitale), ma anche da usi e costumi particolari, come l’alcolismo e la labilità dei legami familiari. Per cui le relazioni si sciolgono con estrema facilità e il carico dei figli grava sulle donne, avvalendosi anche della rete parentale.

Certo non giova al viaggiatore ritirare monete al bancomat. Al cambio ufficiale un euro è valutato 180 Bolivares, mentre al mercato nero si può cambiare un euro in 500, fino a 600 Bolivares. (Sono dati di ieri, oggi già potrebbero essere diversi). Ma, per i suoi cittadini, queste paurose oscillazioni monetarie come sono compensate?

Un fenomeno che dà subito nell’occhio sono le code lunghissime ai supermercati dove i prodotti sono venduti ai prezzi imposti dal governo. Tali file non sono un’eccezione, bensì la quotidianità. Uno penserà che i Venezuelani ne siano incazzati. Sembra invece che ne traggano profitto: acquistando i prodotti a prezzi calmierati e rivendendoli al mercato nero, certi non si preoccupano neppure di avere un lavoro stabile, perché fatta la coda una volta al giorno è realizzato il guadagno per la sopravvivenza. Insomma i prodotti non mancano e chi ha soldi compra al nero, e chi non ce l’ha fa la fila per rivenderli!

Per quanto la polizia sia molto presente, affiancata da una specie di polizia popolare (Chavez aveva fatto distribuire ben 800.000 fucili kalashnikov), omicidi, furti, rapine e rapimenti, nelle città maggiori, sono all’ordine del giorno. Come un po’ in tutto il sud America. Senza le punte raggiunte in Messico, dove si stimano 7 rapimenti al minuto, ma, in compenso, gli omicidi in Venezuela sono stimati in 53,6 ogni 100.000 abitanti, contro i 21,5 del Messico. Anche se, in una bidonville vicina al mio soggiorno, si racconta come forma di difesa la tecnica (difficile!) del Flecha.

Un meccanico carrozziere colombiano, al ritorno dal lavoro fu bloccato da alcuni malviventi nell’intento di rapinarlo. Freddamente Flecha, nella sua sporca multicolore tuta da lavoro, domandò agli altri: “Come vi è andata la giornata? Io non ho rubato neppure un Bolivar! Potresti darmi qualcosa per mangiare?…” Impietositi, i manigoldi gli donarono 20 Bolivares!…

Per paradosso, la delinquenza, spesso, è direttamente proporzionale al benessere diffuso e a uno scollamento sociale – parliamo pure di crisi di valori – estesa in  molte parti del mondo. Il sogno di Chavez di una società più giusta ha dato luogo a rilevanti cambiamenti, non c’è dubbio, intanto però scalfendo solo in parte antiche mentalità e relazioni (disgregazioni familiari diffuse, discriminazione tra ricchi e poveri, settarismi religiosi, aspirazione a sopravvivere giorno per giorno…)  ma l’aspetto peggiore è che la sua eredità pare in mano a una casta politica corrotta, insinuatasi per opportunismo in un progetto politico di cui restano solo vacui slogan propagandistici.

Vedremo alle elezioni politiche per il rinnovo del Congresso, del prossimo dicembre, se riceverà ancora consensi o sarà soppiantata da una classe politica più propensa a far affari con gli Stati Uniti, come mi pare si stia accingendo a fare Cuba, considerata fino a ieri il modello da seguire. La situazione economica è in grave stallo – anche in Italia c’è poco da stare allegri. Così come sono scarse le opportunità di lavoro offerte ai giovani che non siano in grado di inventarsele.

In definitiva, posso suggerire il Venezuela come meta turistica?

Direi di sì, a chi ha sufficiente esperienza nel cavarsela senza tante pretese di confort nella ospitalità e nei mezzi di trasporto. E a chi piace addentrarsi in paesaggi incontaminati della natura selvaggia o immischiarsi in interminabili movide e fandango notturni al suono di orchestre popolari di salsa o merengue o di ogni altro ritmo musicale creolo. Il costo della vita è molto basso, e le precauzioni per la sicurezza personale sono, in definitiva, le stesse da adottare in tutto il Sud America. Evitando barrios o bidonville, non ostentando cellulari, orologi, bracciali e catenelle preziose. Affidandosi a persone che ispirino fiducia o suggerite da altri parimenti affidabili, evitando di confondersi col primo incontrato.

Riassumere in poche battute l’impatto col Venezuela è rischioso e arbitrario, ma darne un assaggio, senza le pretese dell’analista ma del semplice racconto della realtà incontrata, può interessare. E questo era l’unico obiettivo che m’ero prefissato.

GIUSEPPE IPPOLITI, vescovo “padre dei poveri e delle arti liberali”

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Perché i familiari scrissero sulla sua tomba: “Padre dei poveri e delle arti liberali”?

La sua passione per gli studi l’abbiamo già raccontata, così come la cura particolare nella formazione del clero diocesano. Giova ricordarne anche la  duttilità intellettuale e apertura alla società colta del tempo, che lo portò ad essere socio dell’Accademia Etrusca di Cortona, della quale fu Lucumone nel 1767. Intenditore di musica, curò questo aspetto liturgico, musicando e traducendo in italiano canti e orazioni tra le più praticate, come il Pater, l’Ave e il Miserere. Solo a Cortona emise più di 50 pastorali, editti e istruzioni, e pronunziò non meno di tre omelie all’anno. Perciò, riconoscerlo padre delle arti liberali fu più che meritato.

E padre dei poveri? Lo dimostrò materialmente, ed esponendosi in scritti veementi.

Due carestie consecutive, nel 1763 e tra il 1766-77, (che causarono la morte di ben 3000 cortonesi specialmente nelle campagne, mentre in città ospedale e opere pie riuscirono ad attenuare l’asprezza della fame), furono affrontate dall’Ippoliti con la massima apertura evangelica. Impegnò ogni suo bene, comprese le argenterie, per fornire il pane, due volte alla settimana, a quei sacerdoti che gli avevano indicato le necessità per i poveri della loro parrocchia. Ma l’intellettuale e uomo di fede andò oltre, pubblicando sotto la trasparente firma di un Parroco della Val di Chiana la Lettera parenetica, morale, economica di un parroco della Val di Chiana a tutti i possidenti comodi o ricchi, concernente i doveri loro rispetto ai contadini (Firenze 1772). Un sasso nello stagno. Coraggioso. Anche perché chi doveva coprirgli le spalle, il clero, in gran parte era “comodo” proprietario o beneficiario terriero. Ippoliti, risoluto, parteggiò contro i soprusi e le sopraffazioni a cui la parte più debole, ignorante e povera era sottoposta. (Ha ragione papa Bergoglio a dire che la difesa dei poveri appartiene prima dei marxisti alla Chiesa, ma con tanti limiti che lui stesso, ancor oggi, deve catechizzare i suoi seguaci per convincerli a seguirlo). Un testo chiaro, nella cui premessa c’è una dettagliata analisi statistica ed economica sugli effetti dell’applicazione dei contratti mezzadrili, dal 1762 al 1771. Dove rivela lo scopo prefissato: “difendere la causa dei lavoratori in faccia ai padroni”. Confutando le accuse rivolte dai proprietari ai contadini, fra cui la principale quella di rubare, sostiene che si tratta di un vizio imposto dall’estrema povertà (che i padroni stessi manterrebbero per meglio controllarli), che porta a piccoli furti alimentari di nessun rilievo nell’economia dei fondi. Testo illuminato. Anticipatore del superamento dei patti di mezzadria. Che ha dato luogo a vari studi e commenti: nel Dizionario biografico (Treccani) di Fagioli Vercellone, nella Critica alla mezzadria di un vescovo del ‘700, di Maria Rosa Caroselli, economista, allieva di Amintore Fanfani, ne Il Giansenismo nell’Italia del Settecento di Mario Rosa, e nella riedizione della Lettera Parenetica e delle Istruzioni ai contadini di Ivo Camerini.

Per ricchezza di spunti etici, economici, storici, antropologici la Lettera Parenetica è una fotografia reale di quel tempo, integrata dalle Istruzioni ai contadini, dopo il vespaio di polemiche sollevate contro Ippoliti. (Ispirate dagli agrari, in Novelle Letterarie). A suo tempo, ho dedicato un ampio spazio all’analisi dei due testi, in Chj lavora fa la gobba chj n’lavora fa la robba – la famiglia contadina tra Toscana e Umbria (Intermedia, 2013). Evidenziandone la valenza eterna, per chiunque volesse capire a fondo le effettive condizioni di vita e di relazione tra padroni e contadini; la religiosità; gli usi e i costumi padronali e contadini. Questi ultimi oggetto di una minuziosa descrizione dall’attento vescovo. Oltre a contenere suoi moniti e suggerimenti; un’infinità. Non banali, né noiosi. Comprensibili, anche se non tutti condivisibili. Come quando eccede in moralismi: al contadino traditore della vanga avrebbe applicato forti sanzioni pecuniarie! In ossequio a una visione statica della società, dove ognuno doveva mantenere il proprio mestiere.  Ma fondamentale è il suo senso di giustizia sociale. Come la necessità di dare al contadino la giusta quantità di cibo per farlo vivere dignitosamente; di non vessarlo di debiti con prestiti usurai; di impartirgli l’istruzione; di considerarlo un fratello e non alla stregua d’un animale; e così via. Seguendo insegnamenti evangelici, e quanto suggeriva l’esperienza d’un vescovo che dimostrò padronanza dei principi fondamentali morali, economici e di equità sociale. Sui quali Ippoliti fu antesignano purtroppo inascoltato, o, peggio, criticato. Ma vide lungo. Così come, duecento anni dopo, il Concilio Vaticano II recepì innovazioni applicate dall’Ippoliti (la liturgia celebrata nella lingua del popolo), così accadde per i patti mezzadrili (applicati in modo vessatorio, erano insostenibili dalla parte debole), che furono cancellati dall’ordinamento perché non più riformabili, anch’essi duecento anni dopo le sue denunce e inviti a più eque ripartizioni dei prodotti del lavoro nei campi.

La coscienza storica, tra i tanti meriti, ha anche difetti. Come quello di sottovalutare, quando non rimuovere, personalità scomode, originali, libere, dotate d’una visione dei fatti e del mondo in anticipo sui tempi. Quanto, in gran parte, è accaduto al vescovo Ippoliti. E mi sfugge in quale considerazione egli sia tenuto tra i suoi stessi confratelli odierni. Meritevole, se non altro, di nuovi studi e rivalutazione storiografica. (Non parlo di intestargli vicoli o piazze). E non ci meraviglieremo di trovare tra le sue affermazioni (da parte di un vescovo di quel tempo) “che sarebbe meglio un prete in meno e un cerusico in più”. Oggi che di cerusici siamo ben forniti, mentre, al contrario, i preti vengono attinti da luoghi “di missione”, non sempre pescando buoni pastori. Mentre, nel Settecento, le misere condizioni di vita, associate logicamente a tanti malanni, fecero uscire quell’auspicio provocatorio dalla bocca di quel grande vescovo generoso.

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ELEZIONI A CORTONA: CASUCCI MASTINO, MENNINI SIGNORE E VIGNINI DISARCIONATO

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Se fa comodo, si dice: “Quando il popolo vota ha ragione”, la massima o vale sempre o è sbagliata. Mi riferisco a una reazione tra i candidati cortonesi più in vista nelle elezioni regionali: quasi tutti – anche chi ha preso poche preferenze – hanno ringraziato gli elettori, confermando disponibilità e attaccamento ai partiti o movimenti di appartenenza. Salvo uno: Vignini. Che in un colpo solo ha mandato a quel paese il PD (lasciando la tessera), s’è dimesso dalla segreteria provinciale del partito e ha somministrato pistolotti. Prima a quelli del partito, che si sarebbero limitati a fare da “notai” (che vuol dire? avranno lavorato per il candidato preferito), poi agli ingrati chianini, che senza lui al Consiglio regionale saranno destinati alla “marginalità” politica (?)… non si capisce di che parla. Che lui sia stato il mancato depositario unico degli interessi chianini a Firenze? mi pare una panzana. Caso mai avrebbe dovuto rifletter sui motivi della sconfitta guardandosi allo specchio. Anche perché – volendo esser campanilisti – c’è il neoconsigliere Casucci di San Pietro a Dame. Marco Casucci, unico cortonese vincitore nelle liste della Lega.

Da anni, ne conosciamo l’attaccamento alla bandiera così come la determinazione a entrare nell’agone politico. Già alle comunali del 2009 sfiorò d’un soffio il seggio da consigliere. Era nella lista civica che, allora, da certi furboni fu etichettata come coacervo impresentabile di tendenze politiche, da destra a sinistra, per dipiù alleati con la destra…uno scandalo mai visto! Bisognerebbe chiedere agli stessi furboni, oggi, cosa pensano (se pensano) dell’accordo successivo, a livello nazionale, tra tutte le forze politiche – imposto da Napolitano – escluso la Lega e il M5S?!… Casucci ha speso energie (presumo anche soldi propri) per seguire ogni iniziativa del suo partito, che, entusiasta, riversava anche su Facebook. E, quando iniziò quel percorso, non era alle viste il fenomeno Salvini che avrebbe guadagnato un botto di voti, trainando al successo anche Casucci, che tre o quattro anni fa non ci avrebbe sperato, sembrava quasi un venditore d’ombrelli nel deserto. Lo spirito da can mastino di Marco s’è visto anche nella caccia alle preferenze, raccolte nei posti più disparati. Concludendo: il colpo di culo l’ha avuto, ma sudato!

L’altro cortonese che merita attenzione e plauso per la generosa dedizione alla causa di una Forza Italia allo sbando, specie in Toscana, è Bernardo Mennini. Una Forza Italia divisa in almeno tre anime: i Berlusconiani Doc, quelli di Fitto con Maurizio Bianconi e quelli di Verdini e Parisi (che da tempo inciuciavano col PD, prima regionale – basti citare la legge elettorale Toscana concordata tra il presidente PD Martini e lo stesso Verdini – poi nazionale con Renzi, da cui non vogliono ancor oggi staccarsi, nonostante lo stop di Berlusconi al patto del Nazareno). Mennini ha ottenuto molte preferenze, ma la candidatura al consiglio regionale gli è capitata nel momento peggiore della storia di Forza Italia. Però lui, nonostante la sconfitta, ha ringraziato gli elettori promettendo di impegnarsi ancora con e per loro. Un gesto che definirei signorile, magari dopo aver mortificato un amor proprio insoddisfatto. Noi di Bernardo siamo vicini di casa, e, pur non condividendo le stesse idee politiche, gli riconosciamo da sempre gentilezza e disponibilità al dialogo non comuni. Mennini ha ricoperto e ricopre importanti incarichi privati e pubblici, ma – per caso o per scelta – non ha svolto incarichi politici rilevanti. Eppure, fin dagli esordi tra i giovani Socialisti, molti suoi compagni ne descrivevano le ottime qualità dirigenziali. Purtroppo per lui, allorché stava emergendo nel PSI, quel partito finì come  sappiamo. Una “sfortuna” simile  l’ha perseguitato in questa tornata elettorale. Ma, per le capacità e l’impegno dimostrato, avrà il tempo di rifarsi!

La parabola di Vignini è diversa dagli altri due. Non solo nel finale, in cui ha fatto volar stracci contro i suoi stessi generosi e immeritati sostenitori. Il suo si direbbe un percorso “democristiano”. Iniziò l’attivismo politico bordeggiando molto, molto a destra. Ma appena capì che nella rossa – allora – Cortona per far carriera era necessario cambiar maglia, si tuffò nell’avventura dei Cristiani Sociali, che esaurita l’esperienza  DC, ebbero pronto il tragetto per saltare nel carro superstite –  dei DS – riservato ai democristiano di “sinistra”. Che lui non era sprovveduto lo dimostrò subito iscrivendosi direttamente alla segreteria provinciale dei DS, oggi PD. Vedi caso, passati molti anni,  e da un partito – i DS – si è passati a un altro dal nome nuovo – il PD -, dalle sue dimissioni, veniamo a sapere che faceva parte ancora della segreteria provinciale! Un posto strategico nello sviluppo di una carriera a certi livelli, superiori a quella di sindaco. Anche se in mezzo a volponi pari o superiori a lui. Però, nonostante la posizione privilegiata ed essere stato sindaco di Cortona, alle regionali è stato trombato. Forse avrà ritenuto sufficienti i galloni di cui era insignito, a cui avrebbe aggiunto “intese” coi sindaci chianini favorevoli alla sua elezione? Fatto sta che l’elettore vota chi gli è simpatico e, nel suo caso, nonostante il contributo di preferenze cortonesi espresse , non è bastato. Anzi, s’è lamentato di una ottantina di preferenze date a Cortona a candidati PD di altre zone. Dimenticandosi – sempre forse – che ogni candidato ha diritto a cercare voti in tutta la provincia. Come ha fatto con successo Casucci, pur partendo da una base elettorale d’incerta consistenza. Inutile chiedere a Vignini di interrogarsi – non lo farà! –  perché non è tanto simpatico? Che gli sarebbe utile, non solo a scopo elettorale. Con un colpo di palazzo estromesse il sindaco Rachini, senza neppure dargli la riprova delle primarie. Eletto sindaco, per parlarci ci volevano le carte bollate. Stessa spocchia l’ebbe coi dipendenti. Favorì l’inceneritore  a olio di palma di Renaia, autorizzò un pollificio a dispetto degli abitanti del Borghetto… Ma fermiamoci qui. Tanto non ascolta, è superiore alle minuzie. Ricorda il Marchese del Grillo: Io sono io e voi siete tutti…

LA SANITA’ PUBBLICA, POSTA IN GIOCO MAGGIORE ALLE ELEZIONI REGIONALI

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Già la campagna elettorale s’era fatta stancante: per giorni, solite facce, soliti discorsi, solita deleteria “propaganda” per ingrossare le file astensioniste,  non mancando persino fino all’ultimo minuto  l’ennesima polemica tra “i” PD sul caso De Luca. Ma, da volenterosi nonostante tutto, ci siamo chiesti se sia giusto guardare la ruota della bicicletta – le beghe interne e tra partiti – o la strada da percorrere: cioè quel che andranno a combinare gli eletti?

Oltre l’ottanta per cento della spesa regionale è  destinata alla sanità, perciò questa è la maggiore posta in gioco alle prossime elezioni. Il ricandidato a Presidente Rossi, in Toscana, ha voluto calare le carte prima delle elezioni, approvando la SUA RIFORMA SANITARIA. La reazione di gran parte degli operatori sanitari e dei cittadini più informati l’ha già giudicata: non va bene, perché pregiudica il futuro di una cosa preziosa: la sanità pubblica per tutti ed efficiente. Per comprendere l’abisso tra la riforma di Rossi e le fosche previsioni di coloro che se ne intendono, rinvio a consultare il sito COMITATO PER LA SANITA’ PUBBLICA. Attiva in tutta la provincia. Le mie parole sarebbero una ripetizione di quanto si è già detto e scritto. Voglio però esprimere l’amarezza di una vita vissuta anche professionalmente in larga parte all’interno del Servizio Sanitario. Quando entrai a metà anni Settanta Infermiere nell’Ospedale di Cortona pensai subito: questo che è un Ospedale?!…  Basti pensare che in sala operatoria ci entravano anche le mosche! Era il frutto di una gestione centralistica statale ( in aggiunta ai difetti degli amministratori locali, che, però, pensai non determinanti). Entrò in vigore la riforma delle regioni, che ebbero la delega alla Sanità, e, nel giro di tre/quattro anni, quell’ospedale inutile e fatiscente fu completamente ammodernato con dentro professionalità mai viste prima! Poi sono arrivati gli accorpamenti ospedalieri di zona, non sempre erogando prestazioni ineccepibili, ma nel complesso la sanità pubblica zonale, provinciale e regionale è a buoni livelli. Alla gestione delle USL è transitato personale in genere di qualità (tolti, di sicuro, gli amministratori della USL di Massa che hanno fatto quel buco milionario pazzesco sotto la “vigilanza” dell’assessore regionale Rossi! ), che hanno mantenuto il sistema in una discreta efficienza. Anche se non bisogna dimenticare le carenze – ad esempio nella diagnostica – per i tempi di attesa per ottenere una prestazione e per i costi aggiuntivi (ticket), per cui si può parlare tranquillamente di privatizzazione di una discreta fetta della sanità. In altre regioni virtuose, già si è provveduto a tagliare in molti casi i tempi di attesa per un esame. Ma su questo aspetto potemmo concedere ancora tempo alla politica per migliorare le cose. Ma è la Riforma Rossi a destare allarme. (Un politico, per quanto bravo, già 10 anni assessore alla sanità e 5 anni presidente di regione – dunque ancora lui a decidere – in una democrazia sana sarebbe ricandidabile per altri 5 anni? Nella “democratica” America, qualsiasi incarico non può durare più di due mandati di 4 più quattro anni, poi si passa a fare altro!).

Perché sono partito dalle condizioni pietose a metà anni Settanta dell’ospedale di Cortona? Il nodo è qui. La riforma Rossi, con il pretesto di ridurre i costi di gestione di amministratori e primariati, ha previsto un massiccio taglio di personale, compreso quello assistenziale sostituendo pure gli infermieri –  dagli stipendi non certo da nababbi – con personale meno qualificato (gli OSS), per il semplice fatto che costa meno. (A quel poco che ne so, già gli infermieri sarebbero carenti in molte situazioni assistenziali). Ha creato mega direzioni galattiche concentrate in circa tre/quattro aree regionali, in base a quale logica? se non del diretto controllo sulle USL da parte del Governatore toscano? Ma così non si tornerà alla situazione deprimente in cui versava il vecchio ospedale di Cortona – scarso di personale, fatiscente e con le mosche in sala operatoria – a causa di un centralismo amministrativo esasperato? Non esistevano altre soluzioni in Toscana per garantire maggiore partecipazione dei territori? Non dico tanto sulla programmazione delle risorse, ma almeno sull’indirizzo e sul controllo dell’efficienza  dei servizi e il loro adeguamento ai fabbisogni territoriali. Inoltre – la cosa è molto grave – si è parlato di un super ticket di migliaia di euro, a cranio, in caso di  accesso a certe prestazioni, tipo interventi chirurgici. Ma quale sarebbe il problema: che non paghiamo già abbastanza IVA, IRPEF, IRAP, tasse a favore del SSN e Accise varie in Toscana? O non sarà piuttosto un grimaldello – il super-ticket su certe prestazioni sanitarie – per aprire il campo alle assicurazioni private?

Diciamola tutta. Il presidente Rossi, nell’intento di ricandidarsi e non inimicarsi il nuovo corso Renziano, ha mollato le brache di fronte ai tagli sulla sanità di centinaia di milioni, contando sul consenso Bulgaro del PD in Toscana. Così come si è assistito alla afasia politica di gran parte dei sindaci per non turbare la Guida Suprema Fiorentina che sta a Roma. Ma ha che senso politico ha tutto ciò?

Dunque domani – al di là delle valutazioni politiche che ogni partito farà sull’esito delle elezioni – quel che conta per noi cittadini è conoscere concretamente le intenzioni dei candidati, oggi, e, domani, eletti al Consiglio Regionale. Io dico: in particolare sulla sanità pubblica. Oltretutto è possibile anche votare disgiuntamente il nome del candidato Presidente della giunta regionale dal/dai candidato/i al Consiglio.

 

IPPOLITI, cortonese del Settecento antesignano del Concilio Vaticano II

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Tra i memorabili cortonesi consideriamo i nativi, gli adottivi e quelli di passaggio come Giuseppe Ippoliti. Il quale, nonostante la salute fragile, rivelò grande tempra morale, capacità organizzative e intellettuali straordinarie come vescovo di Cortona. Per 20 anni e 11 mesi. Nominato da Benedetto XIV, il 20 maggio del 1755 (a soli 38 anni), prese possesso della diocesi il 28 ottobre successivo.

Nato a Pistoia il 12 marzo 1718 da famiglia patrizia, dimostrò attitudine agli studi: prima in lettere e filosofia, con ottimi risultati; poi lettore di sacre scritture e di storia ecclesiastica, sulle quali completò il ciclo di studi per essere ordinato sacerdote (18 marzo 1741); infine ottenne la laurea in sacra teologia alla Sapienza di Roma. Poco dopo fu nominato Vescovo.

Apprezzato predicatore per le sue doti di “amabile mitezza”, dedito alla carità verso gli indigenti, specialmente negli ospedali, ben presto rivelò anche capacità organizzative ed edificatorie. Aiutato dalla ricca famiglia e capace di districarsi nel clima delle leggi granducali sulla mano morta (che portò al demanio pubblico consistenti patrimoni, compresi lasciti testamentari intestati alla Chiesa), riuscì a riappropriarsi di una pingue eredità per ricostruire quasi dalle fondamenta  la casa (che volle comoda e vasta) della Congregazione pistoiese dell’Oratorio di san Filippo Neri. Di cui fu anche preposto, per alcuni anni. A Cortona non fu da meno. Fatta ripavimentare la cattedrale, nel 1760 mise mano alla ricostruzione dalle fondamenta del seminario diocesano (anch’esso comodo e vasto), modello d’edilizia collegiale. Tra i più imponenti palazzi cortonesi. Completato in cinque anni, ma inaugurato nel 1772. Occasione nella quale scrisse la Pastorale per la riapertura del seminario. Resoconto sulle difficoltà finanziarie superate, e carta istituiva di nuove regole per il seminario di qualche originalità per i tempi. Da cui emerge l’Ippoliti riformatore: stabilita la centralità della parrocchia, nella vita sociale e religiosa, i parroci dovevano essere rigorosamente preparati nella dottrina morale.

In che consisteva l’innovazione? Lo spiega il prof. Mario Rosa, ne Il giansenismo nell’Italia del Settecento (Carocci): “il rafforzamento dell’istituzione parrocchiale quale centro di rinnovamento della vita religiosa individuale e collettiva, di fronte alla sua tradizionale debolezza rispetto alla pervasiva presenza, nelle realtà urbane e rurali italiane, degli ordini regolari delle confraternite: una rete che, a giudizio dei giansenisti, e di quanti presero a impegnarsi  nelle riforme, aveva frantumato e resa esteriore la pratica religiosa dei fedeli”. Anche Ippoliti ambì a una nuova vita parrocchiale, democratica e rigorista in senso morale. Le pratiche religiose per lui non dovevano essere di facciata da beghina – sciorinando giaculatorie e avemarie a pappagallo – ma basate sulla persuasione e sulla conoscenza delle sacre scritture e del catechismo di Bellarmino, e partecipate. Per concretizzare l’idea di partecipazione, tradusse in italiano, e in questa lingua fece cantare (testimonianze conservate a Pistoia), il Pater e l’Ave, fece stampare orazioni in volgare compreso il Miserere, raccomandando ai parroci di seguirlo nelle sue novità. Per quei tempi, fu un processo “rivoluzionario”. Duecento anni dopo, recepito dal Concilio Vaticano II come   regola universale: d’ora in avanti, canti e funzioni saranno celebrate nella lingua del popolo, non più spettatore, ma coinvolto nelle assemblee sacre.

Per gli storici rimangono sul personaggio due interrogativi a prima vista irrisolti. Per quale motivo Ippoliti abbandonò la Congregazione di san Filippo Neri passando al clero diocesano? E se appartenne o meno alla corrente giansenista?

Alla prima domanda sembrò non rispondere, quando scrisse solo di avere deciso l’abbandono della Congregazione  “dopo lunga riflessione”. Mentre – a mio avviso – la risposta stava nei fatti. Più che nelle Confraternite confidava nella rigorosa formazione dei parroci, centrali nella vita parrocchiale rinvigorita, rinnovata e democratica. Un’idea seguita pure dai giansenisti. Anche se, non tanto lui, quanto i suoi seguaci cercarono di dimostrare che Ippoliti col giansenismo non c’entrava, il suo successore nel vescovato a Pistoia, Scipione de’ Ricci (giansenista militante), disse  d’aver trovato in biblioteca, appartenuti a Ippoliti,  riviste e libri divulgativi sulla corrente giansenista. Tanto che lo storico Mario Rosa usa il termine “giansenisteggiante” per inquadrare la figura del vescovo cortonese. Come a dire: Ippoliti, senza aggregarsi ad alcuna corrente, seguì una linea dai connotati giansenisti. Un pragmatico, insomma. Che alle discussioni ideologiche preferì pratiche innovative, e, alla luce degli eventi, pure efficaci. Infatti (sempre a giudizio di M. Rosa), all’epoca dell’Ippoliti, quello di Cortona, con Arezzo e Siena, fu considerato tra i più prestigiosi seminari Toscani, anche col contributo di insegnanti Vincenziani. Dette, insomma, al suo collegio per religiosi una qualità che oggi diremo oxfordiana.

Come scrive nella sua biografia Guido Gregorio Fagioli Vercellone (Enciclopedia Treccani): “La sua linea di governo della diocesi fu un continuo tentativo di equilibrio tra severità e rilassatezza”, umana e intelligente. Se pensiamo che, invece, dopo il Concilio di Trento la chiesa romana fu percorsa da furibonde controversie tra riformatori e conservatori arcigni di tradizioni più o meno antiche. Cosicché Ippoliti appare, nel suo vescovato, originale anticipatore dei tempi, e pontiere tra opposte sponde: coniugando rigore morale, innovazione e tolleranza. E, in ossequio al vangelo, al centro della sua  missione pose poveri e diseredati. Stragrande maggioranza della popolazione. L’aspetto merita un approfondimento, che faremo in seguito. Poiché, anche su quel tema, il pur malaticcio uomo, fu un grande! Così spiegheremo  il dettaglio non secondario: la semplicità della collana e del crocifisso pettorale nella foto (concessa gentilmente dal MAEC), né d’oro, né di pietre preziose.

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BOCCA di ROSA, faceva l’amore ma era delusa

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Un ritrattista difficilmente riuscirebbe a cogliere l’essenza d’un personaggio senza averlo di fronte, altrettanto impensabile è descriverlo a parole, senza tirar fuori uno sgorbio. Le difficoltà si aggravano volendo descrivere la storia di una donna dai facili costumi  realmente esistita, trattandosi d’una professione considerata disonorevole, la penna deve volar leggera senza offrire troppi indizi identitari.

Ho un carissimo amico, Enzo, col quale, adolescenti, condividevamo molte serate a chiacchiere e zingarate. E, per quanto di poco più giovane, sui divertimenti era più sveglio. Non avevamo compiuto venti anni. Più rapido e intuitivo di me, ero felice d’essergli amico. A volte, anche rischiando inconvenienti: quando al cinema faceva incazzare i vicini anticipando a voce alta la scena successiva. Mi chiedevo da dove gli derivasse quell’intuito cinematografico. Raccattava curiosità dappertutto.

Un giorno gli confidai la nomina a rilevatore nel Censimento della popolazione, e che, in quella veste, l’indomani avrei visitato la tal strada cittadina. Non finii di pronunciarne il nome che si propose come accompagnatore.

Poco prima di giungere a un certo numero civico, abitato da una persona che gli era nota per fama, sghignazzando disse: “Qui abita la Tal de’ Tali! Una che fa le marchette!” Condivisi il riso sguaiato, ma fui colto dall’imbarazzo, avrei preferito scoprirlo durante il rilevamento.

Stava svanendo la mia serenità, usuale nell’affrontare le persone, libero da pregiudizi.

Saranno state le undici di mattina. Ci ricevette in vestaglia (non trasparente) una signora per noi anziana (anche una cinquantenne ci pareva già vecchia), alta, slanciata,  attraente, e dai lineamenti del volto gradevoli non deturpati dalle rughe d’espressione, pur presenti. Dalla faccia e dallo sguardo, somigliava vagamente agli autoritratti di un artista cortonese riprodotti nel Duomo d’Orvieto.

Molto cortese, ci fece accomodare nel salotto dal finestrone che dava sul Trasimeno. Ben presto, capì che si trattava di un adempimento burocratico ordinato dal Comune, e non della visita di due venditori di chissà cosa. Però mise le mani avanti, dicendo di vivere in miseria… il palazzo e la vecchia mobilia l’aveva ereditati dai genitori… Meglio la prudenza, quel Censimento sarebbe valso anche per le tasse? Chissà?

Saranno stati i nostri sorrisi di circostanza, la nostra età, giustamente considerati di primo pelo, o il desiderio di giustificare il suo stato? Non saprei. Pareva avesse intuito la nostra conoscenza del suo “mestiere”, il più antico del mondo.

Ultimato il questionario, senza preamboli, volle darci una certa confidenza aprendo un cassetto da dove estrasse una manciata di fotografie –  le più in bianco e nero, altre a colori, tutte  risalenti a una trentina d’anni prima -, che stese sul tavolo.

Erano suoi ritratti giovanili. In abiti eleganti, pose fatte anche in studi fotografici. Alcune in costume da bagno. Una gnocca notevole. Elegante e seducente. Mentre sbirciavamo particolarmente le pose più audaci con occhi voyeuristici da segaioli, la signora commentò con accenti amari: “Ero una bella ragazza. Ma Lorenzo m’ha rovinata!” cercando di spiegare l’identità del cortonese che l’avrebbe “rovinata”. Con noi campagnoli, inutilmente. Tanto limitate erano le nostre conoscenze cittadine.

Spiegò diffusamente la sua rovina ai due tontoloni, nella retorica comune ai toscani: ridondante, ripetitiva, recitata…

In sintesi: un giovane della Cortona bene, con le lusinghe del matrimonio, l’aveva sedotta, messa incinta e abbandonata insieme alla prole, per sposarsi con un’altra!

Dopo quella batosta, fu costretta ad allontanare da casa il pargolo o la pargola – non ricordo – e s’era dovuta arrangiare, per mantenere sé stessa e il neonato. Tra mille difficoltà. Da  “svergognata”, non riuscì a trovare un lavoro decente, né alcun’altro con cui accasarsi, né un buono né un cattivo partito. Lei, bella e intelligente, senza sostegni familiari, ferita a morte nei sentimenti e nell’orgoglio d’essere considerata un’ingenua che la dava facile!

Raccontò la vita travagliata nella città provinciale, moralista  e maldicente, in cui l’unico aiuto concessole per vivere e crescere un figlio fu darsi agli uomini, a pagamento. Gradevoli o sgradevoli che fossero, costretta ad accontentarli tutti. Specialmente in quegli anni, giunta quasi all’età della pensione. (A pochi anni di distanza dal Censimento, si ricoverò nella Casa di Riposo Sernini).

Purtroppo per lei, noi due eravamo un ben misero uditorio. Pure maldestri nel trovare parole di occasionale solidarietà. Ma, forse, a lei bastò sfogarsi un po’.

Solo a freddo riuscii a trarre la morale da discorsi improntati a pudore e sottintesi. Che valevano anche per giustificarsi: “Faccio la prostituta, da allora. Delusa e amareggiata dalla vita, per come fui costretta, a quella maniera, a dare il mio corpo per soldi. Lorenzo e con lui tutti gli altri uomini, approfittando delle mie debolezze, m’han fatto passare una vita amara e rancorosa!”. Sentimenti leggibili nella espressione delle labbra: strette e piegate in una smorfia di sofferenza. Labbra che avevano baciato tanti uomini, non per amore. O, perlomeno, di rado per amore.

Uscendo da quella casa, per un po’ non proferimmo parola. Come intronati dall’incontro con una donna triste ch’avevano immaginato lussuriosa e viziata.

Per noi, fino a quel giorno, una Bocca di Rosa doveva somigliare, senz’ombra di dubbio, a quella cantata dal mitico Fabrizio De André: allegra, conturbante, concupiscente, che “faceva l’amore sopra ogni cosa”.

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