GIUSEPPE IPPOLITI, vescovo “padre dei poveri e delle arti liberali”

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Perché i familiari scrissero sulla sua tomba: “Padre dei poveri e delle arti liberali”?

La sua passione per gli studi l’abbiamo già raccontata, così come la cura particolare nella formazione del clero diocesano. Giova ricordarne anche la  duttilità intellettuale e apertura alla società colta del tempo, che lo portò ad essere socio dell’Accademia Etrusca di Cortona, della quale fu Lucumone nel 1767. Intenditore di musica, curò questo aspetto liturgico, musicando e traducendo in italiano canti e orazioni tra le più praticate, come il Pater, l’Ave e il Miserere. Solo a Cortona emise più di 50 pastorali, editti e istruzioni, e pronunziò non meno di tre omelie all’anno. Perciò, riconoscerlo padre delle arti liberali fu più che meritato.

E padre dei poveri? Lo dimostrò materialmente, ed esponendosi in scritti veementi.

Due carestie consecutive, nel 1763 e tra il 1766-77, (che causarono la morte di ben 3000 cortonesi specialmente nelle campagne, mentre in città ospedale e opere pie riuscirono ad attenuare l’asprezza della fame), furono affrontate dall’Ippoliti con la massima apertura evangelica. Impegnò ogni suo bene, comprese le argenterie, per fornire il pane, due volte alla settimana, a quei sacerdoti che gli avevano indicato le necessità per i poveri della loro parrocchia. Ma l’intellettuale e uomo di fede andò oltre, pubblicando sotto la trasparente firma di un Parroco della Val di Chiana la Lettera parenetica, morale, economica di un parroco della Val di Chiana a tutti i possidenti comodi o ricchi, concernente i doveri loro rispetto ai contadini (Firenze 1772). Un sasso nello stagno. Coraggioso. Anche perché chi doveva coprirgli le spalle, il clero, in gran parte era “comodo” proprietario o beneficiario terriero. Ippoliti, risoluto, parteggiò contro i soprusi e le sopraffazioni a cui la parte più debole, ignorante e povera era sottoposta. (Ha ragione papa Bergoglio a dire che la difesa dei poveri appartiene prima dei marxisti alla Chiesa, ma con tanti limiti che lui stesso, ancor oggi, deve catechizzare i suoi seguaci per convincerli a seguirlo). Un testo chiaro, nella cui premessa c’è una dettagliata analisi statistica ed economica sugli effetti dell’applicazione dei contratti mezzadrili, dal 1762 al 1771. Dove rivela lo scopo prefissato: “difendere la causa dei lavoratori in faccia ai padroni”. Confutando le accuse rivolte dai proprietari ai contadini, fra cui la principale quella di rubare, sostiene che si tratta di un vizio imposto dall’estrema povertà (che i padroni stessi manterrebbero per meglio controllarli), che porta a piccoli furti alimentari di nessun rilievo nell’economia dei fondi. Testo illuminato. Anticipatore del superamento dei patti di mezzadria. Che ha dato luogo a vari studi e commenti: nel Dizionario biografico (Treccani) di Fagioli Vercellone, nella Critica alla mezzadria di un vescovo del ‘700, di Maria Rosa Caroselli, economista, allieva di Amintore Fanfani, ne Il Giansenismo nell’Italia del Settecento di Mario Rosa, e nella riedizione della Lettera Parenetica e delle Istruzioni ai contadini di Ivo Camerini.

Per ricchezza di spunti etici, economici, storici, antropologici la Lettera Parenetica è una fotografia reale di quel tempo, integrata dalle Istruzioni ai contadini, dopo il vespaio di polemiche sollevate contro Ippoliti. (Ispirate dagli agrari, in Novelle Letterarie). A suo tempo, ho dedicato un ampio spazio all’analisi dei due testi, in Chj lavora fa la gobba chj n’lavora fa la robba – la famiglia contadina tra Toscana e Umbria (Intermedia, 2013). Evidenziandone la valenza eterna, per chiunque volesse capire a fondo le effettive condizioni di vita e di relazione tra padroni e contadini; la religiosità; gli usi e i costumi padronali e contadini. Questi ultimi oggetto di una minuziosa descrizione dall’attento vescovo. Oltre a contenere suoi moniti e suggerimenti; un’infinità. Non banali, né noiosi. Comprensibili, anche se non tutti condivisibili. Come quando eccede in moralismi: al contadino traditore della vanga avrebbe applicato forti sanzioni pecuniarie! In ossequio a una visione statica della società, dove ognuno doveva mantenere il proprio mestiere.  Ma fondamentale è il suo senso di giustizia sociale. Come la necessità di dare al contadino la giusta quantità di cibo per farlo vivere dignitosamente; di non vessarlo di debiti con prestiti usurai; di impartirgli l’istruzione; di considerarlo un fratello e non alla stregua d’un animale; e così via. Seguendo insegnamenti evangelici, e quanto suggeriva l’esperienza d’un vescovo che dimostrò padronanza dei principi fondamentali morali, economici e di equità sociale. Sui quali Ippoliti fu antesignano purtroppo inascoltato, o, peggio, criticato. Ma vide lungo. Così come, duecento anni dopo, il Concilio Vaticano II recepì innovazioni applicate dall’Ippoliti (la liturgia celebrata nella lingua del popolo), così accadde per i patti mezzadrili (applicati in modo vessatorio, erano insostenibili dalla parte debole), che furono cancellati dall’ordinamento perché non più riformabili, anch’essi duecento anni dopo le sue denunce e inviti a più eque ripartizioni dei prodotti del lavoro nei campi.

La coscienza storica, tra i tanti meriti, ha anche difetti. Come quello di sottovalutare, quando non rimuovere, personalità scomode, originali, libere, dotate d’una visione dei fatti e del mondo in anticipo sui tempi. Quanto, in gran parte, è accaduto al vescovo Ippoliti. E mi sfugge in quale considerazione egli sia tenuto tra i suoi stessi confratelli odierni. Meritevole, se non altro, di nuovi studi e rivalutazione storiografica. (Non parlo di intestargli vicoli o piazze). E non ci meraviglieremo di trovare tra le sue affermazioni (da parte di un vescovo di quel tempo) “che sarebbe meglio un prete in meno e un cerusico in più”. Oggi che di cerusici siamo ben forniti, mentre, al contrario, i preti vengono attinti da luoghi “di missione”, non sempre pescando buoni pastori. Mentre, nel Settecento, le misere condizioni di vita, associate logicamente a tanti malanni, fecero uscire quell’auspicio provocatorio dalla bocca di quel grande vescovo generoso.

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ELEZIONI A CORTONA: CASUCCI MASTINO, MENNINI SIGNORE E VIGNINI DISARCIONATO

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Se fa comodo, si dice: “Quando il popolo vota ha ragione”, la massima o vale sempre o è sbagliata. Mi riferisco a una reazione tra i candidati cortonesi più in vista nelle elezioni regionali: quasi tutti – anche chi ha preso poche preferenze – hanno ringraziato gli elettori, confermando disponibilità e attaccamento ai partiti o movimenti di appartenenza. Salvo uno: Vignini. Che in un colpo solo ha mandato a quel paese il PD (lasciando la tessera), s’è dimesso dalla segreteria provinciale del partito e ha somministrato pistolotti. Prima a quelli del partito, che si sarebbero limitati a fare da “notai” (che vuol dire? avranno lavorato per il candidato preferito), poi agli ingrati chianini, che senza lui al Consiglio regionale saranno destinati alla “marginalità” politica (?)… non si capisce di che parla. Che lui sia stato il mancato depositario unico degli interessi chianini a Firenze? mi pare una panzana. Caso mai avrebbe dovuto rifletter sui motivi della sconfitta guardandosi allo specchio. Anche perché – volendo esser campanilisti – c’è il neoconsigliere Casucci di San Pietro a Dame. Marco Casucci, unico cortonese vincitore nelle liste della Lega.

Da anni, ne conosciamo l’attaccamento alla bandiera così come la determinazione a entrare nell’agone politico. Già alle comunali del 2009 sfiorò d’un soffio il seggio da consigliere. Era nella lista civica che, allora, da certi furboni fu etichettata come coacervo impresentabile di tendenze politiche, da destra a sinistra, per dipiù alleati con la destra…uno scandalo mai visto! Bisognerebbe chiedere agli stessi furboni, oggi, cosa pensano (se pensano) dell’accordo successivo, a livello nazionale, tra tutte le forze politiche – imposto da Napolitano – escluso la Lega e il M5S?!… Casucci ha speso energie (presumo anche soldi propri) per seguire ogni iniziativa del suo partito, che, entusiasta, riversava anche su Facebook. E, quando iniziò quel percorso, non era alle viste il fenomeno Salvini che avrebbe guadagnato un botto di voti, trainando al successo anche Casucci, che tre o quattro anni fa non ci avrebbe sperato, sembrava quasi un venditore d’ombrelli nel deserto. Lo spirito da can mastino di Marco s’è visto anche nella caccia alle preferenze, raccolte nei posti più disparati. Concludendo: il colpo di culo l’ha avuto, ma sudato!

L’altro cortonese che merita attenzione e plauso per la generosa dedizione alla causa di una Forza Italia allo sbando, specie in Toscana, è Bernardo Mennini. Una Forza Italia divisa in almeno tre anime: i Berlusconiani Doc, quelli di Fitto con Maurizio Bianconi e quelli di Verdini e Parisi (che da tempo inciuciavano col PD, prima regionale – basti citare la legge elettorale Toscana concordata tra il presidente PD Martini e lo stesso Verdini – poi nazionale con Renzi, da cui non vogliono ancor oggi staccarsi, nonostante lo stop di Berlusconi al patto del Nazareno). Mennini ha ottenuto molte preferenze, ma la candidatura al consiglio regionale gli è capitata nel momento peggiore della storia di Forza Italia. Però lui, nonostante la sconfitta, ha ringraziato gli elettori promettendo di impegnarsi ancora con e per loro. Un gesto che definirei signorile, magari dopo aver mortificato un amor proprio insoddisfatto. Noi di Bernardo siamo vicini di casa, e, pur non condividendo le stesse idee politiche, gli riconosciamo da sempre gentilezza e disponibilità al dialogo non comuni. Mennini ha ricoperto e ricopre importanti incarichi privati e pubblici, ma – per caso o per scelta – non ha svolto incarichi politici rilevanti. Eppure, fin dagli esordi tra i giovani Socialisti, molti suoi compagni ne descrivevano le ottime qualità dirigenziali. Purtroppo per lui, allorché stava emergendo nel PSI, quel partito finì come  sappiamo. Una “sfortuna” simile  l’ha perseguitato in questa tornata elettorale. Ma, per le capacità e l’impegno dimostrato, avrà il tempo di rifarsi!

La parabola di Vignini è diversa dagli altri due. Non solo nel finale, in cui ha fatto volar stracci contro i suoi stessi generosi e immeritati sostenitori. Il suo si direbbe un percorso “democristiano”. Iniziò l’attivismo politico bordeggiando molto, molto a destra. Ma appena capì che nella rossa – allora – Cortona per far carriera era necessario cambiar maglia, si tuffò nell’avventura dei Cristiani Sociali, che esaurita l’esperienza  DC, ebbero pronto il tragetto per saltare nel carro superstite –  dei DS – riservato ai democristiano di “sinistra”. Che lui non era sprovveduto lo dimostrò subito iscrivendosi direttamente alla segreteria provinciale dei DS, oggi PD. Vedi caso, passati molti anni,  e da un partito – i DS – si è passati a un altro dal nome nuovo – il PD -, dalle sue dimissioni, veniamo a sapere che faceva parte ancora della segreteria provinciale! Un posto strategico nello sviluppo di una carriera a certi livelli, superiori a quella di sindaco. Anche se in mezzo a volponi pari o superiori a lui. Però, nonostante la posizione privilegiata ed essere stato sindaco di Cortona, alle regionali è stato trombato. Forse avrà ritenuto sufficienti i galloni di cui era insignito, a cui avrebbe aggiunto “intese” coi sindaci chianini favorevoli alla sua elezione? Fatto sta che l’elettore vota chi gli è simpatico e, nel suo caso, nonostante il contributo di preferenze cortonesi espresse , non è bastato. Anzi, s’è lamentato di una ottantina di preferenze date a Cortona a candidati PD di altre zone. Dimenticandosi – sempre forse – che ogni candidato ha diritto a cercare voti in tutta la provincia. Come ha fatto con successo Casucci, pur partendo da una base elettorale d’incerta consistenza. Inutile chiedere a Vignini di interrogarsi – non lo farà! –  perché non è tanto simpatico? Che gli sarebbe utile, non solo a scopo elettorale. Con un colpo di palazzo estromesse il sindaco Rachini, senza neppure dargli la riprova delle primarie. Eletto sindaco, per parlarci ci volevano le carte bollate. Stessa spocchia l’ebbe coi dipendenti. Favorì l’inceneritore  a olio di palma di Renaia, autorizzò un pollificio a dispetto degli abitanti del Borghetto… Ma fermiamoci qui. Tanto non ascolta, è superiore alle minuzie. Ricorda il Marchese del Grillo: Io sono io e voi siete tutti…

LA SANITA’ PUBBLICA, POSTA IN GIOCO MAGGIORE ALLE ELEZIONI REGIONALI

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Già la campagna elettorale s’era fatta stancante: per giorni, solite facce, soliti discorsi, solita deleteria “propaganda” per ingrossare le file astensioniste,  non mancando persino fino all’ultimo minuto  l’ennesima polemica tra “i” PD sul caso De Luca. Ma, da volenterosi nonostante tutto, ci siamo chiesti se sia giusto guardare la ruota della bicicletta – le beghe interne e tra partiti – o la strada da percorrere: cioè quel che andranno a combinare gli eletti?

Oltre l’ottanta per cento della spesa regionale è  destinata alla sanità, perciò questa è la maggiore posta in gioco alle prossime elezioni. Il ricandidato a Presidente Rossi, in Toscana, ha voluto calare le carte prima delle elezioni, approvando la SUA RIFORMA SANITARIA. La reazione di gran parte degli operatori sanitari e dei cittadini più informati l’ha già giudicata: non va bene, perché pregiudica il futuro di una cosa preziosa: la sanità pubblica per tutti ed efficiente. Per comprendere l’abisso tra la riforma di Rossi e le fosche previsioni di coloro che se ne intendono, rinvio a consultare il sito COMITATO PER LA SANITA’ PUBBLICA. Attiva in tutta la provincia. Le mie parole sarebbero una ripetizione di quanto si è già detto e scritto. Voglio però esprimere l’amarezza di una vita vissuta anche professionalmente in larga parte all’interno del Servizio Sanitario. Quando entrai a metà anni Settanta Infermiere nell’Ospedale di Cortona pensai subito: questo che è un Ospedale?!…  Basti pensare che in sala operatoria ci entravano anche le mosche! Era il frutto di una gestione centralistica statale ( in aggiunta ai difetti degli amministratori locali, che, però, pensai non determinanti). Entrò in vigore la riforma delle regioni, che ebbero la delega alla Sanità, e, nel giro di tre/quattro anni, quell’ospedale inutile e fatiscente fu completamente ammodernato con dentro professionalità mai viste prima! Poi sono arrivati gli accorpamenti ospedalieri di zona, non sempre erogando prestazioni ineccepibili, ma nel complesso la sanità pubblica zonale, provinciale e regionale è a buoni livelli. Alla gestione delle USL è transitato personale in genere di qualità (tolti, di sicuro, gli amministratori della USL di Massa che hanno fatto quel buco milionario pazzesco sotto la “vigilanza” dell’assessore regionale Rossi! ), che hanno mantenuto il sistema in una discreta efficienza. Anche se non bisogna dimenticare le carenze – ad esempio nella diagnostica – per i tempi di attesa per ottenere una prestazione e per i costi aggiuntivi (ticket), per cui si può parlare tranquillamente di privatizzazione di una discreta fetta della sanità. In altre regioni virtuose, già si è provveduto a tagliare in molti casi i tempi di attesa per un esame. Ma su questo aspetto potemmo concedere ancora tempo alla politica per migliorare le cose. Ma è la Riforma Rossi a destare allarme. (Un politico, per quanto bravo, già 10 anni assessore alla sanità e 5 anni presidente di regione – dunque ancora lui a decidere – in una democrazia sana sarebbe ricandidabile per altri 5 anni? Nella “democratica” America, qualsiasi incarico non può durare più di due mandati di 4 più quattro anni, poi si passa a fare altro!).

Perché sono partito dalle condizioni pietose a metà anni Settanta dell’ospedale di Cortona? Il nodo è qui. La riforma Rossi, con il pretesto di ridurre i costi di gestione di amministratori e primariati, ha previsto un massiccio taglio di personale, compreso quello assistenziale sostituendo pure gli infermieri –  dagli stipendi non certo da nababbi – con personale meno qualificato (gli OSS), per il semplice fatto che costa meno. (A quel poco che ne so, già gli infermieri sarebbero carenti in molte situazioni assistenziali). Ha creato mega direzioni galattiche concentrate in circa tre/quattro aree regionali, in base a quale logica? se non del diretto controllo sulle USL da parte del Governatore toscano? Ma così non si tornerà alla situazione deprimente in cui versava il vecchio ospedale di Cortona – scarso di personale, fatiscente e con le mosche in sala operatoria – a causa di un centralismo amministrativo esasperato? Non esistevano altre soluzioni in Toscana per garantire maggiore partecipazione dei territori? Non dico tanto sulla programmazione delle risorse, ma almeno sull’indirizzo e sul controllo dell’efficienza  dei servizi e il loro adeguamento ai fabbisogni territoriali. Inoltre – la cosa è molto grave – si è parlato di un super ticket di migliaia di euro, a cranio, in caso di  accesso a certe prestazioni, tipo interventi chirurgici. Ma quale sarebbe il problema: che non paghiamo già abbastanza IVA, IRPEF, IRAP, tasse a favore del SSN e Accise varie in Toscana? O non sarà piuttosto un grimaldello – il super-ticket su certe prestazioni sanitarie – per aprire il campo alle assicurazioni private?

Diciamola tutta. Il presidente Rossi, nell’intento di ricandidarsi e non inimicarsi il nuovo corso Renziano, ha mollato le brache di fronte ai tagli sulla sanità di centinaia di milioni, contando sul consenso Bulgaro del PD in Toscana. Così come si è assistito alla afasia politica di gran parte dei sindaci per non turbare la Guida Suprema Fiorentina che sta a Roma. Ma ha che senso politico ha tutto ciò?

Dunque domani – al di là delle valutazioni politiche che ogni partito farà sull’esito delle elezioni – quel che conta per noi cittadini è conoscere concretamente le intenzioni dei candidati, oggi, e, domani, eletti al Consiglio Regionale. Io dico: in particolare sulla sanità pubblica. Oltretutto è possibile anche votare disgiuntamente il nome del candidato Presidente della giunta regionale dal/dai candidato/i al Consiglio.

 

IPPOLITI, cortonese del Settecento antesignano del Concilio Vaticano II

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Tra i memorabili cortonesi consideriamo i nativi, gli adottivi e quelli di passaggio come Giuseppe Ippoliti. Il quale, nonostante la salute fragile, rivelò grande tempra morale, capacità organizzative e intellettuali straordinarie come vescovo di Cortona. Per 20 anni e 11 mesi. Nominato da Benedetto XIV, il 20 maggio del 1755 (a soli 38 anni), prese possesso della diocesi il 28 ottobre successivo.

Nato a Pistoia il 12 marzo 1718 da famiglia patrizia, dimostrò attitudine agli studi: prima in lettere e filosofia, con ottimi risultati; poi lettore di sacre scritture e di storia ecclesiastica, sulle quali completò il ciclo di studi per essere ordinato sacerdote (18 marzo 1741); infine ottenne la laurea in sacra teologia alla Sapienza di Roma. Poco dopo fu nominato Vescovo.

Apprezzato predicatore per le sue doti di “amabile mitezza”, dedito alla carità verso gli indigenti, specialmente negli ospedali, ben presto rivelò anche capacità organizzative ed edificatorie. Aiutato dalla ricca famiglia e capace di districarsi nel clima delle leggi granducali sulla mano morta (che portò al demanio pubblico consistenti patrimoni, compresi lasciti testamentari intestati alla Chiesa), riuscì a riappropriarsi di una pingue eredità per ricostruire quasi dalle fondamenta  la casa (che volle comoda e vasta) della Congregazione pistoiese dell’Oratorio di san Filippo Neri. Di cui fu anche preposto, per alcuni anni. A Cortona non fu da meno. Fatta ripavimentare la cattedrale, nel 1760 mise mano alla ricostruzione dalle fondamenta del seminario diocesano (anch’esso comodo e vasto), modello d’edilizia collegiale. Tra i più imponenti palazzi cortonesi. Completato in cinque anni, ma inaugurato nel 1772. Occasione nella quale scrisse la Pastorale per la riapertura del seminario. Resoconto sulle difficoltà finanziarie superate, e carta istituiva di nuove regole per il seminario di qualche originalità per i tempi. Da cui emerge l’Ippoliti riformatore: stabilita la centralità della parrocchia, nella vita sociale e religiosa, i parroci dovevano essere rigorosamente preparati nella dottrina morale.

In che consisteva l’innovazione? Lo spiega il prof. Mario Rosa, ne Il giansenismo nell’Italia del Settecento (Carocci): “il rafforzamento dell’istituzione parrocchiale quale centro di rinnovamento della vita religiosa individuale e collettiva, di fronte alla sua tradizionale debolezza rispetto alla pervasiva presenza, nelle realtà urbane e rurali italiane, degli ordini regolari delle confraternite: una rete che, a giudizio dei giansenisti, e di quanti presero a impegnarsi  nelle riforme, aveva frantumato e resa esteriore la pratica religiosa dei fedeli”. Anche Ippoliti ambì a una nuova vita parrocchiale, democratica e rigorista in senso morale. Le pratiche religiose per lui non dovevano essere di facciata da beghina – sciorinando giaculatorie e avemarie a pappagallo – ma basate sulla persuasione e sulla conoscenza delle sacre scritture e del catechismo di Bellarmino, e partecipate. Per concretizzare l’idea di partecipazione, tradusse in italiano, e in questa lingua fece cantare (testimonianze conservate a Pistoia), il Pater e l’Ave, fece stampare orazioni in volgare compreso il Miserere, raccomandando ai parroci di seguirlo nelle sue novità. Per quei tempi, fu un processo “rivoluzionario”. Duecento anni dopo, recepito dal Concilio Vaticano II come   regola universale: d’ora in avanti, canti e funzioni saranno celebrate nella lingua del popolo, non più spettatore, ma coinvolto nelle assemblee sacre.

Per gli storici rimangono sul personaggio due interrogativi a prima vista irrisolti. Per quale motivo Ippoliti abbandonò la Congregazione di san Filippo Neri passando al clero diocesano? E se appartenne o meno alla corrente giansenista?

Alla prima domanda sembrò non rispondere, quando scrisse solo di avere deciso l’abbandono della Congregazione  “dopo lunga riflessione”. Mentre – a mio avviso – la risposta stava nei fatti. Più che nelle Confraternite confidava nella rigorosa formazione dei parroci, centrali nella vita parrocchiale rinvigorita, rinnovata e democratica. Un’idea seguita pure dai giansenisti. Anche se, non tanto lui, quanto i suoi seguaci cercarono di dimostrare che Ippoliti col giansenismo non c’entrava, il suo successore nel vescovato a Pistoia, Scipione de’ Ricci (giansenista militante), disse  d’aver trovato in biblioteca, appartenuti a Ippoliti,  riviste e libri divulgativi sulla corrente giansenista. Tanto che lo storico Mario Rosa usa il termine “giansenisteggiante” per inquadrare la figura del vescovo cortonese. Come a dire: Ippoliti, senza aggregarsi ad alcuna corrente, seguì una linea dai connotati giansenisti. Un pragmatico, insomma. Che alle discussioni ideologiche preferì pratiche innovative, e, alla luce degli eventi, pure efficaci. Infatti (sempre a giudizio di M. Rosa), all’epoca dell’Ippoliti, quello di Cortona, con Arezzo e Siena, fu considerato tra i più prestigiosi seminari Toscani, anche col contributo di insegnanti Vincenziani. Dette, insomma, al suo collegio per religiosi una qualità che oggi diremo oxfordiana.

Come scrive nella sua biografia Guido Gregorio Fagioli Vercellone (Enciclopedia Treccani): “La sua linea di governo della diocesi fu un continuo tentativo di equilibrio tra severità e rilassatezza”, umana e intelligente. Se pensiamo che, invece, dopo il Concilio di Trento la chiesa romana fu percorsa da furibonde controversie tra riformatori e conservatori arcigni di tradizioni più o meno antiche. Cosicché Ippoliti appare, nel suo vescovato, originale anticipatore dei tempi, e pontiere tra opposte sponde: coniugando rigore morale, innovazione e tolleranza. E, in ossequio al vangelo, al centro della sua  missione pose poveri e diseredati. Stragrande maggioranza della popolazione. L’aspetto merita un approfondimento, che faremo in seguito. Poiché, anche su quel tema, il pur malaticcio uomo, fu un grande! Così spiegheremo  il dettaglio non secondario: la semplicità della collana e del crocifisso pettorale nella foto (concessa gentilmente dal MAEC), né d’oro, né di pietre preziose.

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BOCCA di ROSA, faceva l’amore ma era delusa

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Un ritrattista difficilmente riuscirebbe a cogliere l’essenza d’un personaggio senza averlo di fronte, altrettanto impensabile è descriverlo a parole, senza tirar fuori uno sgorbio. Le difficoltà si aggravano volendo descrivere la storia di una donna dai facili costumi  realmente esistita, trattandosi d’una professione considerata disonorevole, la penna deve volar leggera senza offrire troppi indizi identitari.

Ho un carissimo amico, Enzo, col quale, adolescenti, condividevamo molte serate a chiacchiere e zingarate. E, per quanto di poco più giovane, sui divertimenti era più sveglio. Non avevamo compiuto venti anni. Più rapido e intuitivo di me, ero felice d’essergli amico. A volte, anche rischiando inconvenienti: quando al cinema faceva incazzare i vicini anticipando a voce alta la scena successiva. Mi chiedevo da dove gli derivasse quell’intuito cinematografico. Raccattava curiosità dappertutto.

Un giorno gli confidai la nomina a rilevatore nel Censimento della popolazione, e che, in quella veste, l’indomani avrei visitato la tal strada cittadina. Non finii di pronunciarne il nome che si propose come accompagnatore.

Poco prima di giungere a un certo numero civico, abitato da una persona che gli era nota per fama, sghignazzando disse: “Qui abita la Tal de’ Tali! Una che fa le marchette!” Condivisi il riso sguaiato, ma fui colto dall’imbarazzo, avrei preferito scoprirlo durante il rilevamento.

Stava svanendo la mia serenità, usuale nell’affrontare le persone, libero da pregiudizi.

Saranno state le undici di mattina. Ci ricevette in vestaglia (non trasparente) una signora per noi anziana (anche una cinquantenne ci pareva già vecchia), alta, slanciata,  attraente, e dai lineamenti del volto gradevoli non deturpati dalle rughe d’espressione, pur presenti. Dalla faccia e dallo sguardo, somigliava vagamente agli autoritratti di un artista cortonese riprodotti nel Duomo d’Orvieto.

Molto cortese, ci fece accomodare nel salotto dal finestrone che dava sul Trasimeno. Ben presto, capì che si trattava di un adempimento burocratico ordinato dal Comune, e non della visita di due venditori di chissà cosa. Però mise le mani avanti, dicendo di vivere in miseria… il palazzo e la vecchia mobilia l’aveva ereditati dai genitori… Meglio la prudenza, quel Censimento sarebbe valso anche per le tasse? Chissà?

Saranno stati i nostri sorrisi di circostanza, la nostra età, giustamente considerati di primo pelo, o il desiderio di giustificare il suo stato? Non saprei. Pareva avesse intuito la nostra conoscenza del suo “mestiere”, il più antico del mondo.

Ultimato il questionario, senza preamboli, volle darci una certa confidenza aprendo un cassetto da dove estrasse una manciata di fotografie –  le più in bianco e nero, altre a colori, tutte  risalenti a una trentina d’anni prima -, che stese sul tavolo.

Erano suoi ritratti giovanili. In abiti eleganti, pose fatte anche in studi fotografici. Alcune in costume da bagno. Una gnocca notevole. Elegante e seducente. Mentre sbirciavamo particolarmente le pose più audaci con occhi voyeuristici da segaioli, la signora commentò con accenti amari: “Ero una bella ragazza. Ma Lorenzo m’ha rovinata!” cercando di spiegare l’identità del cortonese che l’avrebbe “rovinata”. Con noi campagnoli, inutilmente. Tanto limitate erano le nostre conoscenze cittadine.

Spiegò diffusamente la sua rovina ai due tontoloni, nella retorica comune ai toscani: ridondante, ripetitiva, recitata…

In sintesi: un giovane della Cortona bene, con le lusinghe del matrimonio, l’aveva sedotta, messa incinta e abbandonata insieme alla prole, per sposarsi con un’altra!

Dopo quella batosta, fu costretta ad allontanare da casa il pargolo o la pargola – non ricordo – e s’era dovuta arrangiare, per mantenere sé stessa e il neonato. Tra mille difficoltà. Da  “svergognata”, non riuscì a trovare un lavoro decente, né alcun’altro con cui accasarsi, né un buono né un cattivo partito. Lei, bella e intelligente, senza sostegni familiari, ferita a morte nei sentimenti e nell’orgoglio d’essere considerata un’ingenua che la dava facile!

Raccontò la vita travagliata nella città provinciale, moralista  e maldicente, in cui l’unico aiuto concessole per vivere e crescere un figlio fu darsi agli uomini, a pagamento. Gradevoli o sgradevoli che fossero, costretta ad accontentarli tutti. Specialmente in quegli anni, giunta quasi all’età della pensione. (A pochi anni di distanza dal Censimento, si ricoverò nella Casa di Riposo Sernini).

Purtroppo per lei, noi due eravamo un ben misero uditorio. Pure maldestri nel trovare parole di occasionale solidarietà. Ma, forse, a lei bastò sfogarsi un po’.

Solo a freddo riuscii a trarre la morale da discorsi improntati a pudore e sottintesi. Che valevano anche per giustificarsi: “Faccio la prostituta, da allora. Delusa e amareggiata dalla vita, per come fui costretta, a quella maniera, a dare il mio corpo per soldi. Lorenzo e con lui tutti gli altri uomini, approfittando delle mie debolezze, m’han fatto passare una vita amara e rancorosa!”. Sentimenti leggibili nella espressione delle labbra: strette e piegate in una smorfia di sofferenza. Labbra che avevano baciato tanti uomini, non per amore. O, perlomeno, di rado per amore.

Uscendo da quella casa, per un po’ non proferimmo parola. Come intronati dall’incontro con una donna triste ch’avevano immaginato lussuriosa e viziata.

Per noi, fino a quel giorno, una Bocca di Rosa doveva somigliare, senz’ombra di dubbio, a quella cantata dal mitico Fabrizio De André: allegra, conturbante, concupiscente, che “faceva l’amore sopra ogni cosa”.

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EXPO, IMMIGRATI,  E LE SPACCONATE FIORENTINE

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Dopo una trionfale marcia di avvicinamento, con sequestri di cantieri per aste truccate o non fatte, per tangenti milionarie, ritardi nel completamento delle opere… il Capo del governo ha celebrato il battesimo all’EXPO 2015, consentendo pure ai giovani canterini dell’Inno di Mameli di trasformare  “…siam pronti alla morte!” in “…siam pronti alla vita!”, che puffata geniale! L’iniziativa – con la quale il Papa avrebbe chiesto di aiutare i milioni di persone affamate – sta invece nel solco della migliore tradizione capitalistica: esibendo le più buone (?) ma anche le più costose produzioni alimentari, e, perché no, pure gioiellerie da abbinarci, intanto che agli stand dei poveracci, come il Gabon, hanno dato un locale, ma senza portargli – come promesso – i prodotti che intanto stanno marcendo in qualche porto africano; però, hanno già messo in quello stand un pianta di ibisco invece del caffè, credo neanche commestibile… Cioè hanno dato spazio anche a Paesi dove ancora si stenta ad avere i tre pasti al giorno, ma relegandoli a spettacoli folkloristici, se va bene. Mentre i critici dell’EXPO hanno mandato avanti un manipolo di delinquenti a sfasciare il centro di Milano, oscurando miseramente eventuali ragioni critiche. Anzi. Hanno fatto il gioco degli esaltatori dell’EXPO. E il mondo occidentale, non solo all’EXPO, ma soprattutto per via etere – in mezzo a vere eccellenze frutto di anni di ricerca e di investimenti – seguita a vendere illusioni di facili guadagni, arricchimenti e una vita più agiata migliore che ai tropici. Allora gli africani si sono messi in marcia a valanga questa volta, riempiendo l’Italia di disperati dalle Alpi al Lilibeo, sistemati  a fianco di un numero maggiore di altri disperati. disoccupati, licenziati, pensionati che vendono casa per comprarsi il mangiare… Nell’occasione dell’EXPO, il “saggio” sponsor di Monti, Letta e Renzi ha pronunciato un discorso storico: “E’ giunto il momento di ridare al Sud del Mondo quanto gli si è stato sottratto!” E’ vero! Ma da chi e cosa gli è stato sottratto? I terreni, che prima coltivavano i contadini africani sono stati “comprati”, da multinazionali di tutto il mondo, Cina compresa, complici politici locali corrotti; il petrolio, inutile dire chi lo sfrutta; le foreste di legame; persino gli animali selvaggi sono stati oggetto di rapine secolari da spietati bianchi inglesi, belgi, francesi, tedeschi, olandesi…Dunque, cosa dovrebbe compensare l’Italiano medio? Ha già avuto tanta pazienza a sopportarlo come presidente, ora che è in pensione superlativamente dorata, ci lasci in pace per favore, Napolitano. Se avesse coraggio, codesti ragionamenti dovrebbe farli nelle più o meno occulte congreghe di miliardari che ha frequentato, per dire  – a loro che potrebbero e dovrebbero – di far qualcosa, per fermare questa fiumana disperata che tra un po’ affonderà con se pure l’Italia. Non solo i politici in pensione rompono i coglioni, ma – in una delle maratone televisive infinite – ho sentito tra gli altri un altro privilegiato della casta , l’ex sindaco di Bari, nonché magistrato, Emiliano,  sostenere che è il welfare (la giornalista ha precisato: meglio dire: stato sociale!) da rivedere, perché è nato in epoca di vacche grasse…Ma, mentre per un onesto cittadino ci sarebbero vacche grasse e magre da rispettare, per costoro che pontificano in TV perché son sempre vacche grasse? (Qui non ho bisogno di altre spiegazioni, se non che in Italia solo alle casse INPS succhiano all’anno più di dodici miliardi pensioni equivalenti a oltre 10.000 euro al mese!). E, a proposito di immigrati, per impietosire lo spettatore si evidenzia come tanti provengano da zone di conflitto: Siriani, Iracheni, Afgani…e la Libia, nel caos totale, non farebbe più da filtro. Bene. E chi ha esportato la democrazia coi bombardamenti, i finanziamenti, i complotti, le armi…? Non certo onesti e pacifici cittadini ai quali ogni volta si chiede di stringere la cinghia – accada quel che accada – ci sono ritenute sullo stipendio o aumenti da pagare: accise, IRPEF, ICI,… In mezzo a questa complicata matassa è piombato il risolutore, il decisionista, quello che scarica la sua potenza di fuoco e prove muscolari su proposte di legge che fanno schifo pure ai suoi del PD, considerati “traditori”. Molti dei quali, come la maggior parte degli italiani, si domandano come sarebbe possibile aumentare posti di lavoro con l’Italicum o la riforma del Senato.  Ma lui se ne frega: vuol più potere al Principe! ha il coltello dalla parte del manico e l’usa senza riguardi, è il suo stile: “prendere o lasciare” “abbiamo stravinto, li abbiamo distrutti” “li abbiamo asfaltati”…. Anche Prodi, vecchio fondatore del partito – che ne ha combinate grosse, ma si giustifica: la colpa è degli attuali governanti europei! – sul metodo Renzi fa giuste obiezioni: “Guai alla decisione che precede l’analisi”. A scuola ci avrebbero detto: “Studiate, che non avete le basi…!”

Non fosse che tra le “vittime” dello Spaccone Fiorentino ci andasse di mezzo gran parte dell’Italia – salvo disonesti, corrotti, chi è nato con la camicia e l’imperturbabile Casta -, avemmo materia per farci un sacco di risate. Basterebbe rileggere il Don Chisciotte di Cervantes, trasponendolo alla realtà Italiana. Abbiamo il Cavaliere senza macchia né paura, formatosi col “Manuale del Lupetto” anziché con romanzi cavallereschi, che quanto a profondità di pensiero si equivalgono. Abbiamo una Dulcinea da salvare: la povera Italia preoccupata dalle braccia che vorrebbero salvarla – col salva-Italia!-  temendo di cadere, da un attimo all’altro, dalla padella nella brace. Abbiamo il campo di battaglia, dove i Mulini a vento da battere sarebbero una sfilza: l’Europa dell’Austerità; la Banca Europea;  il capitalismo mondiale del Fondo Monetario; la disoccupazione; la deindustrializzazione; la decrescita… ora ci si metterebbero pure a rompere i coglioni (pardon!  a disturbare il riformatore ) ricchi pensionati sopra i 1.100 euro netti mensili, soccorsi da una sentenza immediatamente eseguibile della Corte Costituzionale. Ma non è ancora detta l’ultima parola…  Stando alla fine del Don Donchisciotte di Cervantes, non sarebbe proprio ora  il caso di cambiare l’Inno di Mameli, meglio lasciare: “…Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò…”, ben inteso, sto scherzando!

UN RICORDO DI MARIO CHERUBINI

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Conobbi Mario negli anni Ottanta tramite Ademaro Borgni, amico comune e suo coetaneo. Volle incontrarmi, perché rispettoso verso ogni autorità: ero il sindaco della sua Città; anche se poco più che ragazzo e per giunta comunista. Su questo mio “difetto” non mancarono scambi di battute ironiche ad ogni incontro, nella lunga amicizia.

Poco prima di ritirarsi in pensione, era addetto alla sicurezza del Papa quando mi fece il regalo splendido e raro di condurmi in Vaticano, fino all’appartamento di Giovanni Paolo II. In quel momento assente per uno dei suoi numerosi viaggi esteri.

Privilegiato e fortunato, potei ammirare con calma lo scrigno Vaticano di opere d’arte, fino allora conosciute solo nei libri: portoni lignei finemente scolpiti, arazzi, quadrerie, mobilio, pavimenti istoriati con marmi pregiati,…  e gli splendidi affreschi nelle logge, opera di pittori massimi, Raffaello Sanzio sopra tutti.

Da buon Cicerone, fu prodigo di spiegazioni. Anche sulla vita quotidiana del Papa. Quando, nel suo appartamento, guardando il frigorifero commentò: “Ora è aperto, per disposizione papale, mentre ai suoi predecessori era tenuto sotto chiave!  Potevano servirsene solo tramite il personale di servizio!”.

Ammirava la forte personalità di Giovanni Paolo II – che aveva seguito in missioni estere nel ruolo di addetto alla sicurezza. Compreso il gusto informale di girare libero, anche scalzo, nel suo appartamento, e, desiderando una bevanda fresca, di servirsi da solo senza tanto codazzo.

Giovanotto, in una Cortona povera di opportunità, Mario decise di cercare fortuna altrove. Con poche entrature, fu assunto in Vaticano. Alto, di bella presenza,  intelligente, superò facilmente la selezione per essere ammesso nel corpo prestigioso delle guardie pontificie. Dove fece una lunga carriera, fino a raggiungere alte responsabilità. Non a caso, aveva le chiavi del Vaticano!

Il nostro primo incontro romano si concluse a pranzo nel suo appartamento, non lontano dalla residenza papale. Dalla semplice conoscenza passammo all’amicizia, dal lei al tu. A fianco dell’affascinante moglie, rivelò tutta la sua felicità familiare e l’amore verso i figli, contento di condividerci l’amore per Cortona.

Con un po’ di invidia, da appassionato d’arte, scoprii il suo hobby: collezionista di preziosi oggetti antiquari, in particolare di stampe antiche e icone russe.

Da persona pratica, già aveva avviato un commercio-scambio antiquario che di lì a qualche anno, da pensionato, sarebbe stata la sua principale attività. Nella bottega di Cortona. Fin quando le forze gliel’avessero consentito.

Nel negozio, in piazza del Comune, trascorreva gran parte delle giornate, in attesa non solo di clienti ma anche dei molti amici con cui conversare, gentile e scherzoso.

Come per ognuno, anche la sua vita è stata costellata di soddisfazioni e dolori, affrontati con dignità, senso di precarietà della vita e fede cristiana. Come le dolorose scomparse della moglie e di un figlio, e certi problemi di salute che l’afflissero in anni recenti.  All’inverso, tutto felice raccontava la nascita d’una nipote o i successi meritati del figlio Lorenzo, diventato un idolo musicale internazionale.

Non so s’era la mia presenza a stimolarlo, ma non tratteneva il suo parteggiare politico, ogni volta, tramutandolo in battute sull’attualità. Nella sua mente cristallizzato nel giovane comunista del nostro primo incontro, si divertiva a punzecchiarmi su episodi, a suo giudizio, negativi per la mia “parte” politica.

Anche se ci fu un momento simpatico in cui –  lui moderato e anticomunista – ci trovammo a commentare certi spunti “progressisti” nelle canzoni di Lorenzo. Per non darsi del tutto vinto, incerto sull’evoluzione ideale del figlio, che al momento un po’ lo spiazzava, volle rassicurarsi: “Lorenzo  comunque è un bravo ragazzo!”.

Chiacchierate, le nostre, sempre sorridenti, pretesti per ravvivare l’amicizia.

Non c’è dubbio – anche dalle molte reazioni alla sua morte, lette su Facebook – Mario ha rappresentato in Cortona un personaggio memorabile.

Imponente e robusto, dagli occhi chiari come il suo animo cortese, sorridente e leggero, resterà a lungo impresso nel ricordo di chi l’ha conosciuto.

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FRANCO TONELLI, “TENEBRONE”, GIRAMONDO E AVIDO DI PIACERI

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Conobbi Franco a cena con amici nel suo ristorante Il Cacciatore. Un modo di sdebitarmi per l’intercessione presso il dottor Fanfani, che mi fece fare il militare vicino casa, ad Arezzo. (La 1^ Compagnia era detta dei “Raccomandati di Fanfani!”)

Al primo impatto, svelava un carattere ruvido ben descritto dal suo soprannome: Tenebrone. Risoluto nel difendere le sue convinzioni, ricordava  Diogene (quello che disse ad Alessandro Magno: “Scansati, che mi copri il sole!”) e l’edonista Epicuro per l’avidità verso i piaceri della vita. D’origini (se ben ricordo) emiliano-romagnole, aveva fatto il militare in marina a Taranto. Sposato con la cortonese Gina Billi, emigrò per tanti anni in Francia, da muratore. Prima di tornare a Cortona, gerente del ristorante Il Cacciatore. Cucina toscana di ottimo livello. Ai fornelli Gina, e i figli Guglielmo e Franca ad aiutare nel servizio al pubblico. Franco riscuoteva e intratteneva i clienti. Non tutti. In particolare, chi gli era simpatico.

Una vita – dal peregrinare all’apparenza complicato – disseminata di tanti piacevoli ricordi, che raccontava divertito a chi guadagnava la sua amicizia. Non avendo dimenticato le gran mangiate di pesce e le succulente cozze della sua gioventù marinara, ogni tanto faceva un salto a Taranto per un ripasso gastronomico. Così come, da emiliano-romagnolo, attinse agli ospedali Bolognesi com’ebbe problemi di salute. Di rapida ed essenziale comunicativa, gli brillavano gli occhi ricordando la cortese assistenza ricevuta dalle disinibite infermiere, che non gli negarono anche prestazioni intime. Confermando – a suo dire – quei luoghi comuni che circondano la fama delle amanti alla Bolognese. Aperte, in tutte le vie del piacere sessuale.

La lunga parentesi francese gli procurò soddisfazioni economiche, professionali, amicizie e, insieme alla lingua, una seconda cittadinanza affettiva. Come molti francesi, si dichiarava gollista e mitterrandiano. Avendo girato la Francia in lungo e in largo, fin nei più reconditi paesi in cui era vissuto, gli erano rimaste amicizie. Tra cui spiccava quella del futuro presidente francese Francois Mitterrand. Non credo millantasse quando Franco raccontava le serate – a chiacchiere o a giocare a carte – trascorse col brillante politico francese. Il quale, era noto, conclusi gli impegni derivati dalle sue numerose cariche politiche, specie dopocena, smesse le vesti dell’ufficialità e dell’impegno, non disdegnava mescolarsi agli svaghi popolari con amici e amiche (la cui fama di seduttore non fu certo usurpata). Oltretutto, Mitterrand – avendo favorito negli anni Sessanta il gemellaggio tra il suo Comune di Chateau-Chinon con Cortona – ebbe sempre occhi di riguardo per i cortonesi. Apprezzai quella relazione gentile, tra Mitterrand e Franco, durante un pranzo di gemellaggio. Allorché, a tavola, i due si scambiarono più che semplici convenevoli chiedendosi a vicenda opinioni e spiegazioni su questo o quel fatto e su questa o quella persona presente. Al tavolo di Franco – dirimpetto a Mitterrand – i commensali erano di beva forte e le bottiglie di vino svuotavano rapide, mentre al tavolo presidenziale calavano lente. L’arguto Franco non  fece altro, durante tutto il pranzo, che scambiare  i suoi vuoti con le bottiglie quasi piene nel tavolo d’onore, sotto lo sguardo divertito del futuro Presidente dei francesi. Il quale chiese chi fosse il signore accanto a Franco, che l’eguagliava quanto a bicchieri scolati. Franco rispose: “Il est un entrepreneur de massonerie”. Un capo muratore. Ma il vicino, digiuno di francese, avendo frainteso d’essere considerato massone, s’alzò in piedi malfermo, negando: “Io non sono massone!” e, con il dito rivolto al presidente cortonese del gemellaggio, aggiunse: “Lui è un massone!” procurando ilarità tra quanti avevano seguito quello scambio di battute. Franco amava oltremodo i vini francesi, dei quali ne conosceva una quantità infinita, anche se preferiva lo champagne. Di ritorno dalla Francia, una volta, ebbe problemi alla dogana, allorché il limite massimo consentito era trasportare due bottiglie di vino lui n’aveva acquistate un cartone da sei. Fermato dai doganieri, intenzionati a sequestrargli le bottiglie in eccesso, non si perse d’animo. Sceso dalla macchina, iniziò a sorseggiare lentamente una bottiglia dopo l’altra, non volendo regalare nulla del prezioso carico. Finché i doganieri l’invitarono a risalire in auto e portarsi dietro lo champagne residuo. Ben presto capirono che avrebbe scolato senza problemi le bottiglie, per legge, detenute in eccesso. A Franco piacevano i rituali da gran bevitore dei cugini francesi, che di prima mattina attaccano al bar non con un caffè ma avec un verre de vin. E, nei giorni festivi, proseguono finché non han fatto il pieno. Come gli capitò festeggiando l’arrivo in Francia del casentinese Sergio. A notte fonda, Franco resosi conto di star perdendo il lume della ragione, prima di ritirarsi prese un biglietto che appuntò al cappotto del nuovo arrivato, già in cembanelle, scrivendoci sopra nome e domicilio. Con lui, rimasero amici per sempre. Andando a trovarlo ogni volta che passava per Bourg en Bresse. (Il paese dei polli dai piedi celesti). Rimasto senza denti, e mal sopportando la dentiera, le sue ganasce rimasero inesauste, come la sete di buon vino. All’ultimo pranzo consumato insieme, alle quattro del pomeriggio ancora alle prese con portate di pesce e bottiglie di bianco fresco, fummo allontanati dal personale. Al ristorante Tonio, di Prato. Giunti a casa mia, alle sei, telefonò alla moglie Gina ordinando la cena. Dove non fui in grado di seguirlo, tant’ero ingozzato.

Sapendolo costretto in una corsia d’ospedale, non ebbi il coraggio di visitarlo negli ultimi giorni di vita. Secondo le sue volontà, fu sepolto sotto una grande pietra nuda. La bara trasportata al cimitero sopra un carretto trainato da pochi intimi, sul far del giorno. Agli amici eletti lasciò pagato il pranzo in sua memoria, e cinque litri di ottimo Macon blanc. Come m’aveva confidato consumando grenouilles a Macon.

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I 100 ANNI DI INGRAO COMUNISTA SEMPREVERDE

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Innanzi tutto verrebbe da domandargli il segreto di tanta longevità. Di una vita  intensa, trascorsa in gran parte nell’impegno politico. Forse gli giovò  appartenere a quella specie di idealisti (non a caso uno dei suoi libri più intensi è intitolato “Volevo la luna”) che si nutrirono di slanci morali e non di abbuffate di potere, o peggio ancora, di corse all’arricchimento famelico (politici proliferati come la gramigna).

Fece il suo bel cursus honorum, fino a giungere presidente della Camera dei Deputati, senza svendersi o snaturare il suo spirito ribelle da comunista convinto. Di una specie  che un tempo parevano molti, ma che, crollato il Muro di Berlino, la gran parte si squagliarono come neve al sole, per non perdere il loro potere.  E’ stato dignitoso anche nel reggere la sua fiammella ideale pure a fine carriera, quand’era circondato più da “parolai” che da rivoluzionari professionali, come fu, invece, il suo impegno.

Oltre alla politica, ha avuto contemporaneamente almeno due altre passioni: il cinema (da giovane frequentò il centro sperimentale di Cinecittà) e la poesia. Contrappesi leggeri, contro la pesantezza delle battaglie politiche, che hanno dimostrato la sua vitalità intellettuale contro la sclerosi del politico professionale tout-court.

A me non piace la retorica – che sarebbe facile e fors’anche opportuna – mettendo a confronto la generazione politica a cui è appartenuto Ingrao e le nuove generazioni al potere. Ricorderò solo alcuni impegni in cui si cimentarono più che degnamente.

La scrittura della Carta costituzionale, capace di tenere unite le molte anime di un popolo diviso e tutto sommato ignorante di democrazia, quando non antidemocratico.

La formazione e la diffusione di partiti politici e di sindacati, punti di incontro e di crescita culturale di masse bisognose di lavoro, diritti, e riconoscimenti di pari dignità tra classi e generi, in Italia non s’era mai vista prima. Che non senza difficoltà e contraddizioni in parte ancora da interpretare – dovute a una democrazia  “fragile” (come la definì Aldo Moro) – portarono il Paese, prostrato dalla guerra, tra i più importanti paesi industrializzati al mondo. Aprendo una stagione di riforme importanti: sul diritto alla casa, alla pensione, alla sanità gratuita ed universale, al diritto allo studio (con l’entrata in massa all’Università anche dei figli di non abbienti), lo Statuto dei Lavoratori … Nolenti o volenti, quelle organizzazioni sia pure imperfette furono punti di riferimento  in Italia  per quanti, per passione vera o dissimulati interessi di carriera, s’impegnarono politicamente.

La mia generazione s’avvicinò al PCI nella stagione delle battaglie civili sul divorzio, attratta anche da personalità politiche carismatiche e in gran parte oneste e vivaci, tra cui l’indimenticabile Enrico Berlinguer, oltre agli Ingrao, Pajetta, Terracini, Iotti, Amendola… Senza dimenticare gli “eretici” espulsi dal PCI finiti al Manifesto, comunque rispettabili: Rossanda e Magri. Pur non essendo appartenuto ad alcuna corrente – già presenti nel PCI – eravamo consapevoli degli scontri al vertice in atto, inevitabili e dall’esito incerto, in quei momenti di forti cambiamenti non solo nella vita interna la PCI, ma nell’intera società italiana ed europea. Ingrao fu considerato l’ala sinistra di quelle tenzoni, apprezzato per la sua “narrazione” politica, sempre critica, alla ricerca di equilibri  spostati verso gli interessi delle classi subalterne. Almeno questa fu la mia lettura. Fu merito del segretario Enrico Berlinguer denunciare il distacco del PCI dall’esperienza sovietica che “aveva perso la spinta propulsiva” verso il socialismo. Come, lui stesso, fu lucido nell’analisi di un Paese governato da classi dirigenti invasive e dallo scarso senso etico nella vita pubblica. (Moniti – allora come oggi – miseramente caduti nel dimenticatoio). E’ quanto di più grave oggi i cittadini imputano, generalizzando, alla classe politica. Con scarse speranze di veder migliorato l’andazzo.

Fu in quel contesto che anche la mia generazione visse un momento di grande partecipazione politica, che coinvolse gran parte del Paese. Quanti considerammo l’impegno politico un contributo alla crescita civica del Paese, sia pure schierati all’interno di logiche di partito, che già manifestavano lacune e difetti, ma che ritenemmo (erroneamente?) fisiologici, comunque emendabili nel tempo.

Oggi più di ieri siamo consapevoli che l’attuale allontanamento e disincanto dalla politica ha avuto origini forse proprio in quegli anni e in quei partiti che non seppero migliorarsi, e che con il declino dei loro valori travolsero l’intero Stato, portandolo sull’orlo del baratro e del prevalere della legge della giungla.

A questa critica, non da poco, è giusto aggiungere anche valutazioni sui comportamenti delle classi dirigenti italiane in merito alla spregiudicata fedeltà che, specie i partiti principali – il PCI e la DC – tennero nei confronti dei loro “modelli” ideali (e finanziatori più o meno occulti): l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Da una parte la DC, coi suoi servizi “deviati”, assecondando logiche golpiste e da strategia della tensione per tenere lontani i Comunisti dal potere; dall’altro il PCI, per solidarietà con l’URSS, non denunciando la repressione del dissenso nei paesi sottoposti al blocco di Varsavia. Valutazioni e critiche legittime, di cui gli studiosi dovranno descrivere le giuste dimensioni dei fenomeni.

Meno convincenti mi paiono i mal di pancia postumi di quei dirigenti politici allievi degli Ingrao & C. che addebitando tutte le responsabilità ai loro capi di allora, facendo finta di non aver capito – se non a Muro di Berlino crollato – i condizionamenti a cui la ragion di partito tenne sottomessi quanti valutarono prioritaria la causa della loro Ditta, nei confronti di oneste denunce che li avrebbero portati direttamente fuori dalla Ditta stessa.

Se c’è, dunque, un insegnamento da trarre dal sempreverde centenario comunista Ingrao è che il mondo avrà sempre bisogno di ribelli e idealisti, che, di fronte anche a momentanei fallimenti, perseguono nella loro causa egualitaria. Miti e Risoluti.

E’ SCOMPARSO GIUSEPPE BERNI, POETA CONTADINO, UCCISO DAL GERME CHE STA SOFFOCANDO GLI ULIVI?

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Quando trenta anni fa conobbi Beppe, mio nuovo vicino di casa, avvertii subito la persona speciale. Allegro, ironico, curioso, solare, chiacchierone rispettoso, si prendeva cura di cose anche non sue, come gli sciacqui e il rinnovo della risetta sulla strada vicinale, perché a lui piacevano le cose ben fatte, ben tenute. Era un altruista. Da lui ho imparato quel poco che so sulla cura degli ulivi, considerati addirittura suoi fratelli. Ci parlava. Chiedeva loro scusa, se costretto a potarli. Gli aveva pure dedicato una preghiera [ho raccolto questa preghiera e altri spunti di saggezza contadina di Beppe, in Ascoltando il respiro di una notte d’estate, dove lo chiamai Pio Colono]. Niente di retorico. Sullo stile di s. Francesco d’Assisi, Beppe si sentiva parte del Creato e fratello di ogni Creatura, e, tra queste, all’Ulivo tributava la massima riconoscenza, per il dono del prezioso olio.

Beppe aveva il senso profondo della natura e dei suoi cicli. Dal canto di un uccello capiva il variare delle stagioni. Seguiva i cicli lunari per accudire orto piante e allevamenti. Aveva subito danni da certe gelate cicliche ai suoi ulivi, ma aveva imparato come non perdere del tutto il raccolto e come far ripartire in pochi anni le piante danneggiate.

Intervallava le lunghe ore di lavoro con momenti di meditazione, preghiera, dialogo con fiori e piante circostanti.

Beppe aveva senso e rispetto della storia. La sua famiglia, di origini greche, era stata protagonista nella recente storia d’Italia: uno zio era morto in battaglia nella prima Grande guerra; nonno Zucchini era stato volontario garibaldino, con la singolarità (non per i suoi tempi ?) di portare gli orecchini. Questo dettaglio di moda gli aveva fatto apprezzare – anziché come molti furono portati a criticarli – quei giovani che per primi rindossarono gli orecchini nel secolo passato. Anzi, mi raccontò, che come vide la prima volta un giovano con l’orecchino l’avrebbe abbracciato e gli avrebbe raccontato la storia di nonno Zucchini. Ma si trattenne, per non apparire molesto.

Di religiosità cristiana profonda, ma non bigotta, che gli era stata trasmessa da nonna Loreta, fu senz’altro un parrocchiano attivo. Così ogni anno, in occasione della Sagra della Ciaccia Fritta, l’avresti trovato intento a friggere con l’olio nuovo. Sotto casa, lungo la strada del Borgo, si può ammirare la grande edicola sacra in pietra, di proprietà familiare, di cui Beppe s’è continuamente occupato del restauro murario e del grande affresco interno.

Nonostante avesse superato gli ottanta anni, a cavallo del suo trattorone, seguitava ogni giorno a curare i suoi uliveti e i terreni di pianura. Anche se amareggiato e indignato, perché il mondo capitalistico stava privilegiando una agricoltura non di qualità, ma di quantità. Soffriva per la scomparsa di frutti, sementi, produzioni domestiche di salse, marmellate, insaccati, cibi cotti in certe antiche maniere…più che una critica da vecchio conservatore, la sua era l’indignazione del saggio che ha apprezzato certe qualità della vita che non conosceranno i suoi nipoti. Per di più, col suo lavoro indefesso dei campi  riusciva a cavare solo un misero reddito, se non addirittura a rimetterci.

Beppe ha impersonato la generazione dei nostri genitori che nel dopoguerra coi loro sacrifici e il loro lavoro hanno consentito alle famiglie di risparmiare quel tanto necessario per mandare i figli alle scuole più alte, fino all’Università, e intanto costruire casa o riadattare vecchi immobili trasformati in case confortevoli.  Gente che non ha conosciuto settimane bianche, crociere, estati al mare, pizza al sabato, cinema…proprietari di un paio di scarpe lucide e di un abito buono per le feste e le cerimonie familiari. Uno stile di vita molto morigerato, condotto certo senza entusiasmo, ma come un carico del quale la generazione di Beppe s’è accollato senza rinfacci, né lagnanze o eroismi. Come accade in natura, quando gli adulti si tolgono di bocca il cibo per darlo ai famelici frugoletti, lo stesso ha fatto la generazione di Beppe. Che pure qualche soddisfazione se l’era tolta, acquistando da giovanotto una quattro ruote con cui scorrazzava per la Valdichiana, finché non si chetò scegliendo l’Angiolina come anima gemella con cui accasarsi

Dopo lunghe sperimentazioni, in questi terreni pietrosi e, d’estate, semiaridi, Beppe aveva adottato una singolare potatura, che solo negli ultimi anni sto vedendo diffondersi in molti uliveti.  Una potatura bassa realizzabile da terra senza l’uso di scale. La pianta così soffre meno la siccità estiva, e non subisce bruscamente le cicliche oscillazioni produttive delle drupacee [per cui un anno si e uno no sono più o meno produttive]. A Beppe i 3 o 4 kili d’olio a pianta erano comunque garantiti ogni anno. Fiero di questa innovazione colturale, ne aveva reso partecipe lo stesso prof. Lanari, preside dell’istituto Agrario di Capezzine.

Non c’è dubbio che gli uliveti del Berni erano ammirati da tutti. E neppure le periodiche gelate impedivano a Beppe di fare un raccolto dignitoso.

Ma il 2014 è stato un anno horribilis per gli ulivi. E non si sa ancora come la storia finirà. Né Beppe né altri, in questi paraggi, hanno raccolto un’oliva!

Così da ottobre le visite frequenti di Beppe agli oliveti sopra casa mia si sono diradate, fino a sparire del tutto. Finché, ieri, mia moglie tornando dalla parrucchiera mi ha dato la tristissima notizia della scomparsa di questo grande amico speciale. Non so esattamente le cause della sua morte, ma non mi meraviglierei se, per lo meno una qualche concausa, discendesse da questa maledetta malaria che ha colpito gli olivi, di cui Beppe era maestro curatore e fratello.

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