Nino Franchina, artista “faber”, lasciò a Cortona la Grande Araldica e la Grande Agricola

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Franchina 3A fine cerimonia nella Sala Consiliare, si avvicinò un signore alto dinoccolato dallo sguardo penetrante, non parente degli sposi, sbucato dal brulichio sottostante del mercato settimanale, tendendo la mano in saluto disse: “Sindaco. Come invidio lo sposo!… fortunato a chiamarsi Ragazzo Felice!”. Ero stato il celebrante laico d’un matrimonio. Quel giorno conobbi due persone alle quali sarei rimasto legato da amicizia a lungo. Con lo sposo stiamo invecchiando condividendo una passione: la storia agricola. Io la descrivo, e lui ha allestito un museo dedicato al lavoro rurale. L’altro, invidioso (in metafora) di Felice Ragazzo, era Nino Franchina, la cui identità mi fu nota giorni appresso a un drink a Novole, dove il padrone di casa mi presentò l’artista che aveva realizzato la Grande Agricola collocata nel giardino. Franchina, col bicchiere di vino bianco fresco in mano, fu conversatore amabile e instancabile, ricco di storie, giudizi curiosi e mai avventati. Lo avrei incontrato in altre circostanze, spesso in simili pose bacchiche, ironico, disposto al ragionamento impegnato e a divagazioni su vari generi di interesse, senza tabù; a casa sua a Metelliano, alle Feste de l’Unità, a vernissage di mostre organizzate in Città,… Nino, già in piena maturità artistica, aveva tenuto mostre nei principali centri culturali europei (Palermo, Parigi, Kassel, Venezia, Roma, Spoleto,…), ed era indicato dalla critica tra i migliori artisti contemporanei: moderno homo faber che lavorava metalli irti e lucenti, “forme libere e distaccate dai canoni figurativi, emblemi del riscatto di libertà che fu in Italia l’arte astratta nell’immediato dopoguerra” (Giovanni Carandente). Un innovatore, insomma. Dalle scelte artistiche libere in forme anticonformistiche che non era esagerato assimilare a un fabbro. “Chi lo vide allora all’opera, guantoni e occhiali da saldatore, la fiamma ossidrica in pugno, l’energico gesto pronto a divaricare le lamiere, a imprimer loro curve eleganti, orli lacerati, sagome svettanti e sottili, ebbe l’idea precisa di come potesse prendere forma quel fantasma gioiosamente inventato da un materiale così restìo, rinascente dalla mani dello scultore così modulato”, così Giovanni Carandente descriveva l’immagine quotidiana di Nino Franchina. Citazioni virgolettate, prese dal catalogo della mostra dell’artista a Cortona (1982), occasione in cui realizzò la Grande Araldica – sostenuto da artigiani cortonesi dell’acciaio – che donò al Comune per collocarla in Palazzo Casali. Dov’é ancor oggi. Dopo avventurosi percorsi espositivi, finanche collocata in un deposito da improvvidi e pretenziosi animatori culturali locali. In poche battute, pubblicate nel XVIII Annuario dell’Accademia Etrusca (1979), Franchina rispondeva alla domanda: “Perché Cortonese”. “Cortona è sempre stata la Città magnificata ai miei occhi dal mio amico, oltre che mio suocero, Gino Severini. L’ho avuta da lui descritta tante volte, ho letto pagine dedicate alla sua Città e finalmente, nell’immediato dopoguerra, prima che [Severini] ripartisse per Parigi, l’ho conosciuta ‘fisicamente’. E’ stata una conoscenza particolare, mediata da Severini che mi ha illustrato ed esaltato dalle grandi alle piccole cose ‘autentiche’ che questa Città offre. Ma non si fermava soltanto alla città, egli mi offriva anche la viva affettuosa descrizione dei Cortonesi che io ritrovavo in lui…”

Nato a Palmanova, maturato a Palermo, Franchina spiegava com’era cresciuto in lui lo slancio per questo territorio, concretizzatosi nell’acquisto d’una casa in campagna, dalla famiglia Franchina-Severini, frequentata specialmente d’estate da una vivace e ospitale tribù familiare, in prevalenza, congiunti provenienti da Roma loro residenza principale. Nino aveva sposato Gina, una delle figlie di Severini, che, con Romana, rimasero affascinate dal padre ai suoi racconti su persone e luoghi originari della famiglia. Corrispondenza amorosa tra questa famiglia e Cortona sancita in perpetuo oltre che dai numerosi mosaici di Gino sparsi in città, dalla splendida Grande Araldica di Nino Franchina, svettante tra le mura medievali di Palazzo Casali e, ai piani alti, nello spazio museale dedicato a Gino Severini, corredata da materiali donati dalla famiglia, insieme alla splendida Maternità. Proveniente da collezione privata, di Franchina resta anche l’altra composizione, la Grande Agricola, collocata sulla rotatoria dell’ospedale della Fratta. Segni moderni che s’inseriscono nell’antica tradizione di posizionare sul territorio e sugli angoli della città oggetti significanti: legami, episodi, personaggi,…tracce di civiltà, esposte ogni dì allo sguardo del passante, a ricordo della continuità culturale tra generazioni.
Franchina, colto, gentile, affabile, alieno da “stranezze” comportamentali d’artista, apparteneva a un’elite artistica universale, del filone plastico nato dalla civiltà industriale, cui sono appartenuti Calder, Gonzalez, Pevner, Gabo, Colla, Consagra, Brancusi; quest’ultimo, maestro e teorico di scultura “senza particolari descrittivi”, “inventando sagome inedite che dell’originale materiale null’altro conservassero se non l’idea, il fulcro del Costruttivismo”. “A differenza di Brancusi, Franchina ha sempre amato far nascere le sue invenzioni dalla forgia, non dall’idea concettuale della pura forma, affusolata o tonda”. “La materia per Franchina è una sostanza viva durante la creazione: tale deve restare fino all’opera compiuta, ‘un ideogramma carico di significati… lo scatto lambente della fiamma…’ la trasformazione della forma inutile nell’eterna utilità della contemplazione” (Carandente). Spigolosità e asprezze metalliche che ebbero un’eccezione per ragioni affettive.Franchina 1 Nonno Nino costruì un “Bestiario per Alessandra” che doveva essere subito percettibile allo sguardo della fanciulla. “…Penso che l’ultimo pezzo, (lì, ho smesso, diventavi grande!) sia stato il gabbiano venuto fuori dall’intreccio di due chiavi per catene di buoi eseguito a Cortona. Lì ho eseguito la mucca, il bue Chianino, il maiale, la civetta. (Nonno Nino)”.

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