Luca Fedeli, con “Nato tre volte”, esordisce da romanziere di talento

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Luca Fedeli - Copertina libro (1)Su Luca Fedeli scrittore userei la metafora, da lui stesso usata, sulla produzione del miglior  whisky torbato Caol Ila, dell’isola di Yskay.  Un liquore assoluto. (Degno di accompagnare Michele – protagonista del libro – nel tentativo finale d’accopparsi). Liquore di lunga elaborazione. Materie prime scelte, attesa di anni per ottenere un nettare “alito di mare”, “invecchiamento medio 12 anni, non aggressivo, con profumi e delicati sapori di frutta e miele”. Così come eccellente è la riuscita del romanzo Nato tre volte: “distillato” pazientemente dall’esordiente (sessantenne) Luca Fedeli. Dov’è descritto un lungo tratto della vita di Michele, nel romanzo di formazione che si legge d’un fiato. Di ragazzo che si fa uomo. Cresciuto in provincia, respira e si dibatte nello stesso clima delle generazioni italiane negli ultimi trent’anni del XX secolo. Con linguaggio asciutto appropriato, Michele racconta in modo incalzante, curando i dettagli, fino a momenti quotidiani: di sé stesso, del contesto, di persone, azioni e reazioni. Riflessioni comprese, di Michele, svolte in tempo reale: sentimentali, culturali, politiche, di costume. Fluisce la storia, alla ricerca continua di qualcosa che appaghi il protagonista. Nel viaggio tormentato della vita, costellata da sorprese, delusioni, estraneazioni. Per dirla – in breve – alla Ionesco (maestro del teatro dell’assurdo): “Dio è morto, Marx pure, e anche io non mi sento tanto bene”. Le cesure di Nato tre volte rappresentano: la nascita biologica, l’esperienza politica bordeggiando ambienti del Partito comunista, e l’estraneazione finale. Alla ricerca di appigli sicuri, “maestri” di vita. Mancandogli questi, non ha alternative che la solitudine. Attraverso la finzione letteraria, Michele suscita riflessioni sul mondo contemporaneo. Sul rapporto tra i sessi, coinvolto nella libertà sessuale, rifugge legami stabili borghesi. Ne vede e vive i limiti: la fusione tra due estranei gli risulta senza vantaggi. Alla politica s’affaccia contrastato dalla famiglia piccolo borghese, che detesta la sua scelta comunista. Nel Partito, in teoria palestra di partecipazione, scopre incoerenze insensate: condotte di dirigenti pieni di sé, slegati dal reale, e l’assenza di “proletari”, la cui tutela dovrebbe essere obiettivo prioritario del Partito. Ma il peggio è dietro l’angolo: il Partito di sinistra si trasforma in istituzione elettorale neoliberista. “Ma allora ho perso la coscienza di classe. Ma come è stato possibile? Forse un segno dei tempi. Quasi me lo sentivo. Vediamo come va a finire”. Nasce un senso di colpa, in Michele, di qualcosa contro cui da solo nulla avrebbe potuto. Privato di grandi ideali, non ne intravede nuovi. Nonostante la progressiva alienazione dal mondo, Michele riaccende la memoria del lettore su elementi significativi del suo (nostro) passato: personaggi, canzoni, romanzi, libri, filosofia e film. Neoesistenzialista singolare, Luca tratta la vita di Michele in modo “leggero, lieve,  sottile e allegro, come vorremmo che fossero sempre le nostre vite”, definizione che condivido dalla copertina del libro. (fabilli1952@gmail.com)