Lorenzo Valli e la nostalgia della montagna un tempo felice

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Lorenzo, Marta, e Lucia Valli, Stella RagniniErede di un’antica famiglia  terriera di Vaglie, proprietari d’una chiesetta, il giovane Lorenzo Valli girò per Italia prima di tornare alla montagna natia. Terzogenito di quattro figli, è stata un uomo fortunato, tutta la vita circondato da belle donne: tre sorelle, moglie e due figlie affascinanti (la famiglia è nella foto). Nel Dopoguerra, i figli della montagna dovettero scendere a Cortona per proseguire gli studi, dopo la quinta Elementare. Tanto da riempire vari collegi e il seminario.  Lorenzo, messo nel Collegio Don Orione alla Bucaccia,  frequentò l’Avviamento e il Professionale Agrario dei professori Celestino Bruschetti ed Evaristo Baracchi, costui, a dir suo: “un pozzo di scienza”. L’usanza d’inviare i figli a studiare in seminario creò molti preti montagnini: Franco Casucci, Antonio Anderini, Napoleone Fruscoloni, nati prima di Lorenzo. Ma tra loro c’era chi in seminario non stava tanto volentieri come l’Anderini, ribattezzato “Il Gatto di Tornia”. Sapendo l’abitudine del babbo di venire il sabato al mercato di Cortona, il pomeriggio mentre stava per risalire a Tornia più volte trovò il figlio Antonio attaccato dietro al baroccio, come un gatto!

Erano gli anni Cinquanta. Allorché ci fu l’esodo massiccio, dai monti e dal piano, di contadini morsi dalla miseria verso aree industriali toscane (Prato, Pistoia, Firenze), col miraggio: gli anziani d’ un podere, e i figli del posto in fabbrica. Così, in montagna, decaddero economia società e un ambiente meraviglioso: terreni, coltivati a terrazze, produttivi di buon vino olio mais frumento, che, uniti alle risorse del bosco (castagne legna funghi), sfamarono la gente per secoli. C’era miseria, ma anche buon umore, specie quando dal Piano salivano ragazze e ragazzi alla raccolta delle castagne, le “brige” dei campagnoli; le cui stagioni finivano con la balla piena di brige sulla canna della bicicletta. Le sere, bastava un organetto a scatenare danze e amori: effimeri, o conclusi in matrimoni. Mentre i genitori avrebbero voluto fargli proseguire la tradizione familiare di coltivare i campi, Lorenzo scelse d’immergersi in mondi diversi: lavorando alla recezione degli ospiti in grandi alberghi d’importanti città italiane (Perugia e Roma). Finchè, richiamato dal dovere di assistere i genitori invecchiati, s’impiegò, superando un concorso, all’Ospedale di Arezzo. E vi rimase, in ambito Usl, fino alla pensione. Anche se il suo rapporto coi campi si limitò alla cura con passione dell’orto di casa. Tanto che il suo cordone ombelicale con Vaglie, allentato per breve tempo, non s’interruppe mai. Dove la vita mutò, lenta e spietata, imprimendo in Lorenzo nostalgie sul mondo della fanciullezza.  La vita in montagna, oltre a fenomeni negativi (miseria e bisogni primari insoddisfatti), perse di qualità: quell’equilibrio costante dei ritmi naturali nella vita semplice, e quelle ampie pause di tempo dedicate alla cura delle amicizie e a festose combriccole.

La saga dei Valli varrebbe un romanzo, per come la racconta Lorenzo. Impegnati in varie professioni (insegnanti, medici, avvocati,…), gran parte emigrarono. E le relazioni familiari non sempre rimasero improntate ad amicizia e lealtà.  Al fondo d’ogni diatriba: beghe finanziarie e di possesso – come accade in tante  famiglie. Ciò non toglie che gli uni non sapessero le vicende degli altri, anche senza frequentarsi. Come, ad esempio, Lorenzo ricorda la storia di Bruno Valli, citato per fatti partigiani ne La Piccola Patria, di Pancrazi. Affiliato alla Brigata Pio Borri, diresse un gruppo di partigiani nella montagna Cortonese. Laureato in Medicina e Chirurgia, allievo di Paride Stefanini, divenne uno stimato chirurgo d’urgenza al Policlinico di Perugia.

A Lorenzo, riaffiorano pure aneddoti curiosi sul cosmo rustico vissuto. Come la storia di tal Zepponi che, pescando di frodo, gettava in acqua veleni per far venire a galla i pesci. Oltre i pesci, fece fuori anche qualche pecora, abbeveratasi al fiume. Denunciato, fu colto sul fatto dalle Guardie. Raccomandatosi all’Avvocato, gli  fu suggerito di presentarsi dal Giudice scarmigliato e malvestito, il più sciatto possibile. L’Avvocato difensore, sfruttando le apparenze, disse dello Zepponi ogni male possibile: demente, pericoloso,… invocando clemenza per lo sciagurato degno di cure psichiatriche! Zepponi fu assolto, anche se scontento della figuraccia. Il popolo maligno sospettò che ad ammansire il Giudice si fosse mossa la sua stessa moglie…

E altre storie insolite, di Lorenzo, tra realtà e mito. Come quella su Luca Signorelli e la tela ad olio raffigurante s. Marta. Si tramandava che il Pittore fosse originario di Vaglie. Divenuto famoso, non avrebbe sciolto i legami col paese natio. Anzi, al Parroco della Frazione donò l’effige di s. Marta, chiedendo di dedicarle una cappella. Che fu costruita. Finché il terremoto, a fine Settecento, la distrusse, e con essa scomparve la tela. Un Legato pontificio obbligò il Valli a ricostruire la cappella, quale proprietario del terreno su cui era stata eretta; e, a ogni ricorrenza della Santa (30 gennaio), l’obbligò a ordinare tre messe, nella chiesa parrocchiale, delle quali una cantata. Il quadro recuperato tra le macerie, ritenuto di scarso valore, fu venduto a Firenze a un amante d’arte. Morto lui senza eredi, del quadro si persero le tracce. Originale è anche il racconto di Lorenzo sui fatti precedenti la “Strage di Falzano”, dove i Tedeschi uccisero con la dinamite undici persone serrate in una casa e altre incontrate per strada, durante un rastrellamento per vendetta. Questa versione sarebbe diversa da quella ufficiale, che definisce la Strage: in risposta a un’azione partigiana. “Soldati Tedeschi, percorrendo la strada che da Città di Castello va a Cortona, all’altezza di Falzano (vocabolo Aiola), viste case contadine vi si diressero, forse, in cerca di viveri. Sul posto, contadini intenti a mietere il grano vedendo gli armati si gettarono a terra nascondendosi tra il grano alto. Un giovane spettatore, traversato un bosco vicino e giunto alle case nei pressi, raccontò quel ch’aveva visto. Alcuni di quei contadini, armati di fucile da caccia, raggiunti i Tedeschi li sopraffecero in una sparatoria”. La ribellione, dunque,  sarebbe stata contadina, e non dei partigiani.

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