Lo sventurato rispose: Okkey!…Che gli fu rifilato per soprannome

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tutti-dormono-sulla-collina-di-dardano-di-ferruccio-fabilliL’interessato stesso raccontava l’origine del suo strano soprannome: Okkey. Durante un bombardamento, da adolescente, riparato in un cunicolo – non del tutto chiaro se consenziente o senza scampo –  fu preso da dietro da un aitante colored soldato nord-americano. Tra farsi sodomizzare o uscire allo scoperto sotto una gragnola di proiettili aerei, cedé alla libidine altrui, dando il suo assenso: Okkey!

Non si sa se la storia, tra i due riparati nell’interrato, ebbe un seguito sotto forma di mercimonio com’era iniziato: sesso passivo in cambio di fiaschi di vino. Non era da escluderlo dai racconti frammentari e allusivi, non reticenti, caso mai indecifrabili tra farfuglii da bevitore. Tuttavia, Okkey, nonostante l’episodico rapporto omosessuale, mise su famiglia ed ebbe dei figli; marito e padre, non è il caso giudicare quanto adeguato, certo sorretto da una paziente, per non dire, santa moglie.

Il vizio del bere l’aveva perseguitato fin d’adolescente. Cinquantenne, dimostrava una decina di anni in più: ingobbito, pareva poggiare le spalle all’altezza della cintola dei calzoni, e sdentato, a causa del gusto per i sigari, l’arco boccale gli s’era incavato; portando un cappelluccio a falde corte, andamento incerto, l’avresti riconosciuto a distanza.

Conversatore mite e gioviale, tra i nuovi vicini di casa tutti chianaioli,  si distingueva per inflessioni umbro-tifernate. Era stato operaio in varie attività, in particolare agricole, presenti in Val di Pierle: vigne, oliveti, mais,…e, soprattutto, tabacco, coltura in pieno boom in quella zona. Acque irrigue copiose e terreni adatti crebbero (e seguitano a crescere) ottimo Kentucky, utilizzato nei migliori sigari toscani.

Okkey gran parte della vita combatté, perdendola, la battaglia  contro l’etilismo. Cosciente delle sue sregolatezze, tormentato da continue sbornie, più volte era stato sul punto di guarire, aiutato in mille modi da medici premurosi: gli somministrarono persino vino misto a cenere, nell’intento di procurargli un disgusto tale da indurlo a smetter di bere. Ma l’astinenza durava poco. Per un verso o per l’altro, ricadeva. Anche se non perse mai l’illusione di riuscire ad affrancarsi.

La sua ubriachezza non era molesta, come si vedeva anche nei nostri paraggi: persone amabili da sobrie, ubriache malferme sulle gambe – che un soffio di vento avrebbe steso a terra – minacciavano questo o quello  brandendo coltellacci, trincetti, roncole, qualsiasi oggetto fosse capitato loro alle mani. Okkey, no. Calmo, pur mentalmente bollito, arrancando per strada nel tipico zigzagare etilista, salutava chiunque incontrasse, e, volendo, era possibile intrattenersi con lui ascoltandone storie strampalate riesumate da vicende grottesche capitategli. Era il suo modo pacioso di ottenere facili captatio benevolentiae. Anche se brillo, nessuno si prendeva gioco di lui con malanimo, casomai, assecondandolo, ci si sarebbe lasciati trascinare con ilare bonomia nei suoi ragionamenti bislacchi. Nel rione di Camucia, recente esito d’uno sviluppo robusto, Okkey era protetto dall’indulgenza di tutti. Gli stessi ragazzini – che se liberi, d’acchito, non avrebbero portato rispetto verso i più deboli -, in quel contesto, erano stati educati a far finta di nulla, o limitarsi al saluto, per quanto fosse un sardonico: Okkeyyy!!!.. lasciandolo però in pace.  Quel rione era avvezzo alla mescolanza di persone, in gran parte tra loro estranee, ma inculcate nell’atavica cultura contadina tollerante verso le bizzarrie della vita; sfiga e disgrazie avrebbero potuto colpire ogni casa. C’era il detto: fosse stato possibile portare in piazza la “croce” familiare, per scambiarsela, ognuno sarebbe tornato a casa con la propria.

La passione compulsiva di bere, soprattutto vino, in molti anziani era alquanto comune – “il vino è la poccia [mammella] dei vecchi!”, si diceva. L’alcolismo precoce ha cause comuni alle tossicodipendenze: compagnie sbagliate,  provare lo sballo,  scordare delusioni, … pensando, poi, di smettere a piacimento. Evento che accade, ma in casi fortunati.  E, in certe circostanze, l’esibizionismo trasgressivo è usuale tra i giovani. Okkey ricordava la moda della “passatella”, accostata al gioco della morra e delle carte. Nei bar o nelle bettole, spesso, il gioco, oltre ai protagonisti, coinvolgeva pure gli spettatori: il perdente pagava un bicchiere di vino ai presenti.  La “passatella” era un giro di fiasco tra gli astanti, da cui ciascuno trangugiava un bicchier di vino. I giri di fiaschi finivano a notte fonda, quando i più avevano caricato la sbornia. Sottrarsi al rito del bere, al proprio turno, era un evento neppure da considerare: si giocava, o si faceva codazzo al gioco, allo scopo di trincare a sbafo bicchieri a iosa. Chi più chi meno reggeva l’alcol, tuttavia, iniziata la “passatella” era vergognoso uscire dal cerchio. Okkey mai s’era sottratto, al contrario, tendeva a intrufolarsi nel maggior numero di brigate di bumbazzieri.

Gli ultimi anni di Okkey, conteso tra il bere e velleitari tentativi di smettere, si conclusero tristemente, funestati dalla morte d’un nipotino finito in un pozzo aperto. Quando le sere d’estate il rione si riuniva a chiacchiere, Okkey in forma diveniva un’attrazione simpatica. Con cadenza umbra, rievocando fatti e personaggi dei luoghi d’origine, allegro e leggero trasportava l’uditorio in tempi e luoghi fantastici, così particolari da sembrare un altro mondo, sconosciuto a noi ragazzi che non avevamo mai valicato i colli tra Val d’Esse e Val di Pierle. Eppure del tutto simili agli stessi personaggi che avremmo incontrati al bar, dal barbiere, al mercato: il boss, il porcaio, il professore sputasentenze, il politico sfegatato, il donnaiolo fanfarone, il fungaiolo baciato dalla fortuna sfacciata, lo strullo del villaggio,…tutto il mondo è paese. Ma, da ragazzi, non essendone ancora del tutto coscienti, scambiavamo beatamente per avventure esotiche gli sgangherati racconti del buon bevitore.

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