Lo spassoso “Eptamerone Chianaiolo” di Claudio Santori, alta “cucina” letteraria in vernacolo

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Fab_024Di Claudio Santori, per poco tempo avuto come supplente al liceo, incantavano le  competenze trasmesse al limite del gioco, del divertimento letterario. Padrone di infinite fonti, sollecitava l’interesse anche su autori negletti, purché avessero qualcosa da dire a giovani studenti del ventesimo secolo. Ragionamenti colti ma non pedanti. Divulgatore appassionato, coinvolgeva nel piacere delle sue scoperte, sempre col sorriso, condividendo quel “cibo” prezioso attinto nelle migliori espressioni culturali latine e greche. Fonti e fondamento di un sapere universale, nei più disparati approcci filosofici, artistici e letterari . Questo era, nella mia esperienza, Claudio Santori.

Fino a questi giorni di Feste. Quando ho ricevuto, insieme agli Auguri, il suo “Eptamerone Chianaiolo”, Calosci-Cortona, del 2002, (a cui in seguito ha aggiunto, in tema di sapere classico: “Le notti aretine, i miei poeti”). L’eccellente critico “degustatore” della cultura greca – che avevo apprezzato – mi si è ripresentato in veste di “cuciniere” raffinato: avendo rielaborato antiche “ricette” greche, i Mimiambi di Eroda di Cos, in portentosi piatti vernacolari – conservandone la freschezza e sapidità originarie di ventitre secoli fa – tramutati in dialoghi ruspanti, attualizzati, e messi in bocca a popolani residenti tra  Rezzo e  la Chjèna.

L’“Eptamerone” di Santori, per quanto sia una raccolta di storie più ridotta, regge il paragone con l’insuperabile “Decameron” di Boccaccio (di cui, nel titolo, fa il verso) per la spassosità degli intrighi. Per di più, nel ricco apparato di note e commenti, svela i segreti della sua “cucina”: del felice transfert, di fatti e personaggi, da un mondo lontano nel tempo e nello spazio, dalle contrade greche alle nostre  piazze, chiese, luoghi di vita ordinaria. Dialoghi tradotti nella lingua che, fino a pochi decenni fa, era usuale nelle nostre campagne. La brevità dei testi e l’incisività dei dialoghi di Eroda da Cos, nel rappresentare scenette popolari maliziose, hanno consentito a Santori la ricostruzione di personaggi somiglianti, fruibili e sorprendenti, trasportati in tempi odierni, a riprova della continuità tra passato e presente. Le cose che facevano ridere secoli fa, mantengono ancor oggi la stessa vis comica e suscitano riflessioni analoghe al passato.

I sette “bozzetti rustici” rielaborati da Santori, dai contenuti chiari già nei titoli: La Ruffièna, El Magnaccia, El Maestro de scola, Le Donne che vano a la capella de la Madunnina del Conforto, La Gelosa, El Pispelone, El Calzolèo, hanno quel sapore ineguagliabile – attenendoci alla metafora culinaria – dei pranzi ammanniti durante le battiture nelle aie, come, ad esempio, i sedanini al sugo d’oca e l’oca al forno. Piatti realizzati con alimenti non pregiati ma dal sapore di un pranzo regale, sprigionando sensazioni piacevoli e durature, come quelle scaturite dalla lettura del libro di Santori, che ha osato, con successo, rinverdire in Chjèna antiche tresche greche.

Prendiamo, ad esempio, il mimiambo di Eroda “Le amiche intime” o “Le donne a colloquio segreto”, tradotto da Santori nel dialogo “El Pispelone”. Il cui titolo è già più esplicito, alludendo all’oggetto della discussione tra due amiche: dove hai acquistato quel baubone scarlatto? ovvero, … quel giocattolo in pelle per donne a forma di pispelone, cucito da un bravo calzolaio? Superfluo ricordare come tale oggetto, in tempi recenti, abbia sviluppato una vera e propria industria di Toys multicolori, multi materiali, e, diciamolo pure, dagli usi, sessualmente, promiscui!

In antico solleticato da Eroda,  è chiaro il divertimento del lettore fatto assistere a intriganti confessioni segrete. Santori non si limita – come dicevo – alla traduzione letterale. Innanzitutto, prepara  il lettore con dotte dissertazioni su certi usi e costumi in antico, illuminandoci anche sul lessico usato da Eroda, e da altri contemporanei, nel definire i pispeloni artificiali in questa o quella plaga greca. Divertimento che si aggiunge  alla trama, in cui entra in gioco la bravura  del calzolèo Annibele (le cui cuciture non paiono stringhe di cuoio ma di cotone) e la sua subdola politica commerciale che, senza farsi troppa pubblicità, indirettamente, tramite le clienti (la Filicina e la Miglia), aveva creato incontenibili aspettative di impossessarsi almeno di uno dei suoi portentosi bauboni scarlatti, o pispeloni che dir si voglia.

Il gioco e l’ironia stanno al fondo anche degli altri dialoghi curati da Claudio Santori. Nel modo puntuale, sardonico, colto, che ho descritto grosso modo per El Pispelone, soccorrendo il lettore più sprovveduto e ignaro del dialetto con un glossario finale. Non resta al lettore che accostarsi all’Eptamerone Chianaiolo di Santori nello spirito poetico di Lorenzo il Magnifico: “Chi vuol esser lieto sia: di doman non c’è certezza”, perché, tra le qualità migliori del Prof.,  insegnate, dirigente scolastico, scrittore, conferenziere, musicista, (per il quale è affatto appropriato definirlo culturalmente “impegnato”), c’è sempre la generosità nel coinvolgere gli altri nella sua gioia di vivere, che trae linfa dalla cultura come essenza vitale.

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