La “Tabula Cortonensis” e le peripezie dello scopritore, Giovanni Ghiottini

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tabula cortonensisGiovanni Ghiottini (Indiana Jones per caso) carpentiere di Castiglion Fiorentino, di quelli che san far tutto nel cantiere edile, avviato al mestiere nella impresa cortonese Cateni,  mai avrebbe pensato di trovarsi al centro dell’attenzione mediatica nazionale e internazionale per un singolare ritrovamento, lavorando nel seminterrato d’una villetta alle Piagge di Cortona. Neppure avrebbe desiderato subire un processo per appropriazione indebita di oggetti archeologici, com’ebbe, né districarsi in una estenuante battaglia legale con organi statali, Ministero e Soprintendenza ai Beni archeologici – egli che misconosceva, persino, l’esistenza dei musei archeologici – al fine di ottenere la ricompensa spettantegli per legge.

Scavando in un seminterrato, per ricavare una rampa di scale, si trovò a raccogliere, uno di seguito all’altro: due candelabri, un grosso vaso, e sette lamelle bronzee dai bordi irregolari; spezzate grossolanamente, piegando, più volte, la tabella su sé stessa. Il proprietario aveva inteso disfarsi del documento, come oggi si farebbe stracciando un foglio di carta. Alla lamina scritta, di forma rettangolare, mancava solo la tessera finale, dove, forse, si sarebbe trovato data e firma del proprietario.  Ma non fu la ricomposizione della tavoletta – emersa, dall’abbandono, alla storia come “Tabula Cortonensis” -, invece, la prima preoccupazione di Giovanni fu avvertire del ritrovamento l’architetto Brogi e il padrone di casa Rosi per ricevere consigli sul da farsi. Consegna tutto alla Soprintendenza, gli fu detto. Cosa che fece in breve tempo. (Alzi la mano chi si sarebbe precipitato alla Soprintendenza  non senza, prima, aver curiosato sui reperti, interpellando esperti o sedicenti tali?). Era il 1992. Da allora, per un quindicennio, la vita di Giovanni cambiò vertiginosamente.

La prima disavventura seguì subito la consegna del materiale: denuncia penale e processo per sottrazione di materiale archeologico! Assistito da uno studio legale, assegnatogli d’ufficio, gli costò una fraccata di soldi: trenta milioni di lire! Nel frattempo, la stampa lo indicava, chissà perché, come “carpentiere calabrese”. Esito finale: assolto (nel 1995), perché “il fatto non sussiste”! Di quale reato, infatti, si sarebbe macchiato Giovanni nell’avere atteso alcuni giorni dal ritrovamento alla consegna alle autorità? Tanto più che accertamenti successivi, in sito, diedero esito negativo. Non si trovarono altre antichità sotto quel terreno. Al dire dei vicini, negli anni Sessanta,  nel posto era stato scaricato  materiale da scavi provenienti da altra zona cortonese. Ciò spiegava la vicinanza tra loro dei reperti: verosimilmente, mescolati a materiale nel cassone d’un camion. Bene. La prima domanda, di buon senso, da porsi sarebbe stata: fu indagata la provenienza del materiale di riporto? A Giovanni non risultarono indagini fatte in tal senso. Intanto, lui, fu costretto, in tutta fretta, ad aggiornarsi sull’archeologia e sulle competenze di questo o quell’Ufficio pubblico, per non finire come un topo in trappola. Ancor oggi, suonerebbe strano che sia stato l’unico, a Cortona, tartassato dalla giustizia per appropriazione indebita di materiale archeologico. Quando vox populi parlava di veri e propri traffici di reperti, negli anni dell’esplosione edilizia in Camucia. Dagli anni Sessanta in poi. Oltretutto, Giovanni aveva consegnato tutti i reperti, come risultò dalle perquisizioni, domiciliari e in auto, eseguite dai carabinieri. Perciò, quali motivi avrebbe mosso l’autorità a metterlo in scacco? Uno. Fondamentale. Non riconoscergli l’indennizzo, se messo fuorilegge.

Essendogli costato un botto di soldi ripulirsi dall’infamia di ladro, si domandò come avrebbe potuto avanzare la costosa procedura di richiesta d’indennizzo.

Frattanto, la storia della tavoletta bronzea era ascesa a interesse internazionale per la peculiarità: pochi reperti al mondo contengono testi etruschi di lunghezza pari alla Tabula Cortonensis. Che, giustamente, il bravo storico locale Santino Gallorini ribattezzò Tavoletta Ghiottini, in onore dello scopritore. Fosse stato un intellettuale, forse, l’avrebbero assecondato, ma si trattava d’un umile carpentiere. Al quale venne in aiuto lo studio Niccolai (interessato al guadagno, ma solo se ottenuto il buon fine), senza fargli cacciare soldi anticipati, sostenendolo nell’incerta battaglia legale per ottenere dallo Stato quanto dovuto. La causa, lunghissima, si concluse nel 2005. Dopo aver interpellato più Ministri (mai una risposta), un Presidente del Consiglio, Berlusconi, (risposta d’ufficio) e, finanche, il Presidente della Repubblica, Ciampi, (risposta, ancora, d’ufficio), ed essere intervenuto a manifestazioni, presenti autorità legate ai Beni Archeologici, in silenziosa protesta con  scritte beffarde sulle magliette indossate da Ghiottini. In un’occasione ne sfoggiò 5 o 6 con diciture tipo: “Chi riconsegna reperti archeologici (una croce funerea seguiva il testo), chi non li riconsegna ha (seguiva la foto d’una fiammante Ferrari)”. Era chiaro, l’ostacolo principale alla conclusione favorevole della vertenza risultava essere il decisore finale: il Sovrintendente archeologico toscano, Francesco Nicosia. Il quale riuscì pure a infiocchettare sulla stampa il racconto del “carpentiere calabrese” che avrebbe consegnato alle autorità la Tavoletta bronzea per nascondere ritrovamenti ben più importanti, nel tentativo di sviare la Soprintendenza. Inganno in cui, Nicosia, dichiarava, sprezzantemente, che non ci sarebbe cascato.

Un giorno, Giovanni fu chiamato a Firenze da Nicosia. Si trattò del primo  incontro tra i due, nonostante il lungo tempo trascorso dallo scangeo mediatico e dai fatti giudiziari accaduti. Nell’incontro, il Soprintendente – lui sì calabrese verace – chiese bruscamente a Giovanni: “Devi dirmi: dove hai trovato veramente quei reperti?” Domanda che gliela avrebbe dovuta porre da quel dì… Non è semplice riassumere, in poche battute, l’incazzatura di Giovanni e il finale burrascoso del colloquio, tanto che, l’archeologo per caso, scendendo precipitosamente le scale, ebbe timore d’un attentato alla propria incolumità!  [fine prima parte]

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