La “Tabula Cortonensis” e le peripezie dello scopritore Giovanni Ghiottini [ultima parte]

postato in: Senza categoria | 0

tabula cortonensisLa Tabula Cortonensis alias Tavoletta Ghiottini, divenne presto celebre: oggetto di mostre, convegni, articoli su riviste e giornali. Vortice mediatico in cui lo scopritore, Giovanni Ghiottini, venne coinvolto solo in parte. Stampa e televisione lo  cercarono, ma, vedi il caso, in una circostanza l’intervista rilasciata non venne  pubblicata, e una trasmissione televisiva alla RAI, con poche scuse, all’ultimo momento saltò. Ghiottini era considerato presenza imbarazzante. Ma lui, tosto, allorché veniva a conoscenza di una qualsiasi iniziativa pubblica, in cui si fosse parlato della Tabula, interveniva in modo silenzioso e pacifico, non senza creare imbarazzi con le sue magliette di denuncia sull’ingiustizia patita: ancora non gli era stata riconosciuta dallo Stato la giusta mercede! Nonostante che, da scopritore, fosse stato assolto dall’accusa di sottrazione indebita. Si tirava per le lunghe a compensarlo, col pretesto del sospetto che non avrebbe detto la verità sulle circostanze del ritrovamento. Delle sue spettacolari magliette di denuncia ne parlava  pure la stampa, ma senza sortire effetti a lui favorevoli. Anzi, dopo l’irruzione in casa sua di quattro pattuglie di carabinieri, sul far del giorno, alla vana ricerca di altri reperti, ebbe chiara la sensazione di essere tenuto stabilmente sotto controllo da allora in poi, “invece di mettersi a fianco di delinquenti veri”, rimuginava Giovanni. Presenze inquietanti a cui fece l’abitudine, non senza qualche scambio di battute salaci, in certe circostanze, durante controlli polizieschi smaccatamente pretestuosi.

In quel clima ostile e complicato, in cui si era cacciato, non gli mancarono gesti di benevolenza. Come quello di padre Celso, abate di Monte Oliveto, che l’invitò al suo monastero insieme alla famiglia. La sorpresa fu non solo la cortese accoglienza, ma la proposta  dell’Abate: “Comunica alla stampa che tua figlia, di dodici anni, ha decrittato la Tabula Cortonensis. Basta farne una fotocopia e leggerla davanti a uno specchio!… Sarebbe un bello schiaffo morale!”. Padre Celso era autorevole, e, con  , la cosa avrebbe potuto funzionare, ma Giovanni non se la sentì di coinvolgere nella vicenda la  figlioletta. Perciò non ne fece nulla.

Finalmente, nel 2000, otto anni dopo il ritrovamento,  uscì un volume, a firma di Luciano Agostiniani e Francesco Nicosia, Tabula Cortonensis. Giovanni maledì se stesso d’averlo pagato ben 250 mila lire per vedervi scritto il suo telefono di casa, l’indirizzo, i verbali dei carabinieri, gli atti processuali… alla faccia della privacy! oltretutto uscito assolto. Anche questa onta avrebbe meritato una bella denuncia, ma Giovanni, già sprofondato nei pensieri più neri, intese soprassedere dal farla.

Ci volle il cambio di direzione alla Soprintendenza Archeologica, da Nicosia a Bottini, per giungere finalmente alla composizione dell’accordo con Ghiottini. Al quale si riconobbero 130.000 euro (nel 2005) per il ritrovamento, detraendogli il 25% dall’importo di competenza (180.000) per il dubbio, non sciolto, sul luogo del ritrovamento. In questa storia quel dubbio resterà tale. Anche se don Benito Chiarabolli (parroco di Camucia), su un periodico locale, affermò che il ritrovamento era avvenuto ai “vivai”, cioè in via Gramsci tra le proprietà  dei vivaisti Felici, nel cantiere della ditta Edilter, e non alle Piagge come sostenuto da Ghiottini. Il dubbio era aleggiato pure negli atti di giustizia. Allorché il pretore di Cortona, Mario Federici,  assolse Ghiottini  dall’essersi impossessato degli “oggetti etruschi in bronzo da lui rinvenuti fortuitamente: due piedistalli, un incensiere, quattro verghe, una palmetta decorativa e sette frammenti di tavola con iscrizioni” , ma, nelle motivazioni della sentenza, scrisse che: “Tutte le prove esperite nel corso dell’istruttoria portano soltanto a mettere in dubbio l’effettivo luogo di ritrovamento”. Alla fine, l’incertezza sulla verità di Ghiottini fece comodo a molti. Ai carabinieri, verosimilmente, che, pur conoscendo i fatti, non ebbero sufficienti imput per far chiarezza, dato il groviglio di competenze e personaggi pubblici e privati coinvolti.  Agli uffici del Comune (Sindaco e Architetto), competenti al rilascio delle licenze edilizie, che, pur essendo loro pervenuto l’invito della Soprintendenza Archeologica di indicare sulle licenze l’eventuale “rischio archeologico”, non avevano ottemperato. Anzi, si tentò di negare l’esistenza in atti di tale prescrizione. Così come, misteriosamente, si bagnarono le polveri alla potenza di fuoco della Soprintendenza Archeologica, il cui potere di andare a fondo sul ritrovamento si diluì a tal punto nel tempo, che, alla fine, si sarebbe potuto chiudere la stalla a buoi fuggiti! Nel frattempo la Tabula Cortonensis passava di mano in mano, e in un passaggio se ne perse persino una delle otto tessere, in origine presente (spiegare ogni passaggio sarebbe lungo, forse, lo faremo in un libro tanto è densa questa storia), fino ad arrivare, a fine anni Novanta, nelle mani esperte del prof. Luciano Agostiniani e Francesco Nicosia, i quali pubblicarono l’esito degli studi, nel volume sopra citato. Gli oggetti, ma soprattutto la tavoletta, più attentamente studiata, parlava: non solo sugli usi e costumi commerciali e legali al tempo degli etruschi, ma  diceva  anche di provenire da un posto umido (non le Piagge), all’interno o in adiacenza di un immobile etrusco prestigioso, probabilmente, un grande tempio (di cui, ahimè, si son perse le tracce per sempre!)… Concludendo, auspichiamo che quella sia stata l’ultima smarronata generale accaduta nel cortonese, e che i nuovi preposti alla pianificazione e destinazioni d’uso del territorio siano più attenti e lungimiranti di coloro che li hanno preceduti, ai quali non può non andare che il nostro biasimo totale.

fabilli1952@gmail.com