La rosa cremisi a lutto del compagno “Trafoglio”, monito al tradimento dei politici

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Trafoglio - rosaDissoltosi il Pci, fu disperso pure il gusto della mescolanza tra attivisti giovani e anziani, chi di cultura libresca e chi dell’altrettanto nobile cultura del lavoro e del sudore. In discussioni pur animate e in attività politiche, miscela di sentimenti fraterni e solidarietà di “classe”, nella famiglia allargata del Partito. Partecipazione che finì a causa dei furboni alla Achille Occhetto: “non è più tempo di inutili riunioni, nell’epoca dei fax, le decisioni vanno prese in tempo reale!” e “che senso ha consultare un partito di vecchi, con età media superiore a cinquant’anni?!”, s’impose così un’idea strana di democrazia, che avrebbe portato a disperdere un mare di consensi fino all’insignificanza, a causa d’identità – oramai perse in tutte le famiglie politiche – né carne né pesce. (Anni fa, conobbi un matematico inglese in vacanza a Cortona che confidò simpatie Trotzkiste, pur militando, senza disagio, nel Labour Party, ciò che sarebbe impossibile in Italia, dove non esiste un partito degno della tradizione socialista e comunista). Dopo quell’evoluzione finita in giravolta, da partito dei lavoratori a partito del capitale, persi di vista tanti compagni, tra cui i “Trafoglio”, Angiolo e Giovanni Faralli. Diaspora comune a migliaia di militanti comunisti, lo stesso che accadde in altri partiti contraddistinti da tradizioni ideali. Chi allontanatosi dalla partecipazione politica; chi rinnegando il passato privilegiò la carriera politica; chi alimentò militanze di scarso peso politico al solo effetto di mantenere seggi parlamentari e amministrativi, fidando sull’affetto irriducibile al simbolo della Falce e Martello, come professato dai fratelli “Trafoglio”.

In sporadici incontri, durante le mie biciclettate domenicali, vedevo Angiolo che, pur in età avanzata e con bei govoccioli venosi alle gambe, s’era dato al podismo!… Si allenava anche per gareggiare. Ne beneficiava l’umore. Lo vedevi quando ricambiava felice il saluto col sorriso a tutti i denti, sotto l’inconfondibile arco di baffetti scuri, mantenendo un’andatura spedita. Quest’anno a luglio, un manifesto annunciava la morte di Giovanni Faralli, ultimo superstite dei fratelli maschi “Trafoglio”, con una rosa scarlatta in evidenza. Senz’altro, stava a dire: sono stato sempre un compagno! Non credente e comunista. Alieno dal mascherare i suoi ideali. Qualcosa di simile al testamento di Lev Trotsky, nonostante già paventasse le picconate in testa staliniste: “Morirò da rivoluzionario proletario, da marxista, da materialista dialettico e quindi da ateo irriducibile. La mia fede nell’avvenire comunista del genere umano non è meno ardente che nei giorni della mia giovinezza, anzi è ancora più salda”. L’estremo saluto del compagno “Trafoglio” risultava un’accusa indiretta al tradimento degli ex compagni dirigenti di partito, fenomeno studiato da Julien Benda ne Il tradimento dei chierici. “I chierici qui in causa assicurano spesso che loro ce l’hanno solo con la democrazia ‘bacata’, com’essa si è dimostrata più volte nel corso di quest’ultimo cinquantennio, ma che son tutti per una democrazia ‘pulita e onesta ’. Non è vero niente, dato che la democrazia più pura costituisce, per il principio di uguaglianza civica insito in essa, la formale negazione di quella società gerarchizzata che essi vogliono” (dalla Prefazione di Davide Cadeddu, al libro di Julien Benda). Capi bastone di partito senza cultura e con una “narrazione” politica priva di etica.

Ma chi furono i compagni “Trafoglio”? dal soprannome di matrice agreste. Mezzadri, scapoli, autosufficienti nelle incombenze domestiche, e capaci nella cura dei terreni delle viti e della stalla. Mantenutisi, in vecchiaia, in un poderino di loro proprietà. Attivisti di partito dal secondo dopoguerra, impegnati in prima fila nelle aspre lotte mezzadrili, caratteristiche delle campagne fino a metà anni Sessanta. I “Trafoglio” solidalizzarono pure con vertenze operaie, nel dopoguerra, come quella per mantenere a Camucia la fabbrica Stilbert di confezioni tessili. Occupava decine di lavoratrici e operai, tuttavia fu trasferita ad Arezzo non per difficoltà produttive. Anzi, andava bene nell’opificio di Via Lauretana, in seguito sede scolastica INAPLI. Si sospettò che la proprietà fosse stata indotta a lasciare Camucia da mene politiche altolocate, per sfavorire la crescita di una classe operaia industriale in area comunista.
Angiolo, il più impegnato politicamente dei fratelli, rispondeva tra i più solleciti alle chiamate del Partito: manifestazioni di piazza e incontri alla Casa del popolo. Di rado interveniva nei dibattiti. Tuttavia li seguiva e ne recepiva attentamente il senso, e, restandogli dubbi su questa o quella questione, li chiariva con compagni di fiducia, come il Beppe Bianchi. Contatto fiduciario che Angiolo seguitò a coltivare anche dopo la dispersione comunista. Egli, di Rifondazione Comunista, seguitava a interloquire con Beppe, pur se costui si era allineato nelle varie formazioni partorite dal Pci: Pds, Ds, Pd. Finché lo stesso Beppe si è dichiarato, politicamente, tradito!
I compagni “Trafoglio”, giovani conquistati all’idea di giustizia sociale nella militanza comunista, le rimasero fedeli; pur nell’isolamento che avrebbe indotto gran parte del “popolo comunista” a entrare (o rientrare) in alvei politici e religiosi più conformisti. Loro due no. Con pochi altri che, fino agli anni recenti, hanno professato convinzioni simili anche nei manifesti a lutto. Così, nel caso in cui vedremo una rosa a lutto, sapremo gli ideali del defunto: non credente, ma di fede incrollabile nel socialismo. Beninteso si può dissentire su tanta fierezza, tuttavia non può mancare il rispetto verso persone che non fecero mai del male. Anzi. Indirizzarono il loro afflato ideale alla giustizia per i più deboli, di cui tanti si riempiono la bocca (politici e religiosi), senza dar seguito ad azioni coerenti. Questo ricordo, dunque, non vuol essere solo un malinconico amarcord, ma, per farmi capire meglio, userò parole recenti del famoso direttore d’orchestra Riccardo Muti: “A me in Italia colpisce l’assenza della parola cultura, i politici di adesso non la pronunciano mai, parlano ogni momento di spread, una parola inglese”.
                                                                                                                                                                                                  fabilli1952@gmail.com