La DIABLADA o DANZA DEL DIAVOLO, antica tradizione andina, contesa tra religione e politica

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Sull’origine della Diablada ci sarebbero più teorie.
Una racconta di rituali ancestrali elaborati circa duemila anni fa dalla civiltà uri, dove tutti danzavano il Llama Llama nella festa di Ito o Ytu, in onore del dio Tiw, e che Oruro (Bolivia) fu il principale centro religioso di questa cultura che si estendeva nell’altipiano andino. Tiw era il protettore degli uri nelle miniere, laghi, fiumi e, nel caso di Oruro (o Uru-uru), dio delle caverne e dei rifugi rocciosi. Insomma Tiw era il dio di tutto il creato, protettore della natura, dei siti rocciosi, e degli animali acquatici e terrestri. E la festa in suo onore era la Festa di Ytu, praticata dagli andini uri.
Secondo un’altra teoria, la Diablada sarebbe la festa del ciclo agrario in onore di Pachamama, divinità protettrice che rappresenta la Terra e la natura e favorisce la fecondità e la fertilità. Morendo gli andini tornerebbero a Pachamama attraverso le bocche dei vulcani, in seno a madre Terra per reincarnarsi in un altro essere. Nel mondo oscuro delle cavità terrestri abiterebbero gli Anchanchus (dalle narici di porco e dalle corna di caprone), che dominano anche le miniere e ad essi si deve chiedere il permesso per esplorarle. Per vivere in armonia con il mondo esteriore e con gli inferi gli andini facevano offerte a Pachamama e una danza per ingraziarsi gli Anchanchus, da qui il nome di Danza del Anchanchu.
Senza proseguire oltre l’intrigante indagine sulle origini di queste danze, con l’avvento degli spagnoli il sincretismo religioso cattolico trasformò le antiche tradizioni in Diablada. Eseguita durante il Carnevale nella città mineraria di Oruro (il 2 febbraio, giorno della Madonna Candelora), il ballo mescola credenze cattoliche e autoctone. Mette in scena Lucifero, accompagnato da una legione di diavoli e diavolesse e l’Arcangelo San Michele, capo della milizia angelica. I personaggi di questa danza simbolizzano nella religione cattolica la lotta tra il bene e il male, che si conclude con la vittoria degli angeli. In questa danza rievocativa di tradizioni antiche, il “diavolo” Lucifero è il protagonista, con tutta la sua truppa di diavoli e la sua sposa China Supay, che incarna una forza positiva. In relazione alle divinità amerinde dell’inframondo, Supay è dispensatrice benefica.
Essendo numerose le manifestazioni simili in molti luoghi andini, è sorta, in tempi recenti, una disputa tra vari stati (Cile, Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù) sul riconoscimento da parte dell’UNESCO al Carnevale di Oruro di fregiarsi del diritto alla salvaguardia di tale patrimonio culturale immateriale. Diritto che tuttavia non ha conseguenze giuridiche pratiche, in quanto la tradizione nella sua evoluzione è compartecipata da molte popolazioni come proprietà collettiva.
In conclusione, prima sono intervenuti i preti trasformando un rito popolare “pagano” in rito cristiano, poi la politica (la Bolivia contro tutti gli altri paesi andini) ha cercato di appropriarsi del “diritto d’autore”, intanto che il popolo saggiamente ha seguitato a festeggiare la sua Diablada carnevalesca, dimostrando che certe tradizioni in cui le popolazioni si riconoscono sono come l’acqua dei fiumi le puoi regimentare quanto vuoi, ma comunque procedono e travolgono ogni ostacolo sul loro cammino. Mi viene anche da aggiungere che il potere, al popolo in festa, cerca sempre di mettergli sopra il cappello per trarne profitto, o pur anche le mutande, quando le feste all’occhio dei potenti politici o religiosi debordino troppo da un certo loro senso “morale”.
Ho raccontato questa storia gustosa prendendo lo spunto da poche fotografie scattate nientemeno che a Parigi, nel Museo du quai Branley (che alla morte dell’ex presidente della repubblica francese prenderà verosimilmente il nome di Jacques Chirac, come usano i francesi, dedicare istituzioni, musei, o grandi opere pubbliche ai presidenti che ne idearono o favorirono la realizzazione). Spettacolare esposizione di materiali etnoantropologici provenienti da tutti i continenti extraeuropei, che rappresentano, nelle intenzioni degli espositori, la “storia della civilizzazione”. Tanto che, quando vidi il manifesto propagandistico ebbi un sussulto, pensando malignamente alla storia della “civilizzazione” realizzata dai francesi coi fucili e con i cannoni. Ma, per fortuna, il Museo parigino è degno della sua missione di raccolta, conservazione ed esposizione di preziosi reperti antropologici altrimenti dispersi in ogni parte del mondo.