Ipotesi giallo-noir sulla scomparsa di Augusto Cauchi

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CauchiChi è stato Augusto Cauchi?

Nell’immediato secondo dopoguerra le asprezze della guerra civile tra fascisti e antifascisti non si erano composte nella condivisione dei valori della  Repubblica, ciò nonostante le giovami generazioni cortonesi vivevano in armonia frequentando le stesse scuole, sport, tempo libero. Pur non indenni dai sotterranei risentimenti vissuti dagli adulti. In Città, il confronto giovanile tra simpatizzanti fascisti e antifascisti si sviluppava come il tifo nel calcio: scazzi verbali, sfottò, dispetti,…goliardia. E finiva lì. Invece, fuori Cortona, il giovane Augusto si calava di giorno in giorno in sfide sempre più manesche e violente. Augusto, nel cerchio dei compagni di Liceo, era amico di tutti, pur considerato fanatico nel vestire fascistoide: camicie e maglioni neri, stivaloni e guanti come in parata, dobermann al guinzaglio. Una macchietta che non si stupiva di chi lo considerava tale, accettando pure il soprannome di Gozilla, per movenze scimmiesche dovute alla precoce intensa attività da body builder. Amico di tutti, e coccolato da coetanee adoranti quel macho sfrontato. Il padre di Augusto cercò di frenarne irruenza e scarsa propensione allo studio mettendolo, a quindici anni, nel Collegio Militare Nunziatella a Napoli. Da cui, il ragazzo, dopo un anno, riuscì a farsi espellere! Anche se rimase legato a certi valori del mondo militare, come la perizia nel maneggio di armi e negli scontri corpo a corpo, e  sempre più preso dal mondo del padre, nostalgico fascista e intimo di Vito Miceli capo dei servizi segreti. Qui il racconto sarebbe lungo, incontenibile in poche righe, avendola già descritta nel mio libro (Il Nero dell’oblio della violenza e della ragione di Stato) l’entrata di Cauchi nel vortice malmestoso e tragico che caratterizzò, dalla fine degli anni Sessanta in poi, alcuni decenni italiani. Clima golpista, estremismi di destra e sinistra sanguinari, intrusione dello Stato in dinamiche sovversive – leggi “strategia della tensione” – avvalendosi di rami dei servizi segreti o attraverso la massoneria di Gelli, capo della loggia P2, senza escludere retroscena oscuri orchestrati da potenze straniere operanti in Italia (CIA, Intelligence Inglese, Palestinese, Israeliana, Russa, ecc.), le quali, col pretesto dell’anticomunismo e della fedeltà all’alleanza atlantica (NATO), resero l’Italia tra i paesi più instabili e insanguinati del Mediterraneo. Peggio stava solo la Grecia dei colonnelli.

Sempre più calato sulla linea di confine pericolosa tra legalità e illegalità, Cauchi sembrava convinto delle sue scelte. Militante e attivista del MSI aretino, non si sottrasse a frequenti scazzottate con i rossi, da cui, non di rado, tornava malconcio in classe al liceo (lo vedemmo persino rinunciare, causa ammaccature, alla sua materia preferita: la ginnastica!). In certe circostanze le risse erano altri a provocarle, in altre andava a cercarle, come gli capitò nella sede della Provincia di Arezzo, dove subì massaggi dolorosi da parte di energici infermieri del manicomio schierati dai rossi. Si può dire che Augusto per le risse aveva l’effetto della carta moschicida, persino il giorno del suo primo esame a Firenze, a Scienze Politiche, giunse in aula con gli abiti in disordine, avendo, di fresco, affrontato una zuffa. Ma il peggio doveva ancora venire. Allorché nel gruppo di neofascisti aretini ci fu chi prese la strada della lotta politica violenta con l’uso di esplosivi. Tra Natale e Capodanno (1975),  esplosero alcune cariche dinamitarde lungo la ferrovia, da Terontola ad Arezzo. Senza vittime e pochi danni materiali. Ma, forse, fu quello l’abbocco per giovani inquieti atteso da chi dall’alto faceva politica alle loro spalle. Diventati utili per addossare loro colpe gigantesche, come la strage sul treno Italicus. La reazione omicida di Tuti, considerato tra gli ispiratori degli attentati, alla vista dei poliziotti venuti a perquisirgli casa, per Augusto Cauchi fu l’inizio d’una vita rocambolesca con la fuga in Francia, sotto copertura dei servizi segreti italiani, avendo promesso loro che di far trovare il fuggitivo Tuti. Alle promesse fatte al babbo dal generale Mino [compagno d’armi in Africa del giovane Loris Cauchi padre di Augusto, generale che, non molto tempo dopo, precipiterà in elicottero con lo stato maggiore dei carabinieri di cui era comandante generale. Tanto per dire i tempi che correvano…] , venuto a Camucia a tranquillizzare la famiglia: “Starà fuori poco, giusto il tempo per chiarirne l’estraneità al sodalizio con Tuti, poi tornerà a casa”, seguì, invece, un’interminabile latitanza. Numerosi tribunali aprirono nei confronti di Cauchi procedimenti gravi: dall’acquisto di armi per conto di Gelli, alla mancata strage sul treno a Vaiano, e una caterva di attentati dinamitardi. Il babbo spese oltre cento milioni di lire per difendere Augusto in sequele di processi. Nei quali fu assolto dall’accusa principale, ciononostante ebbe sedici anni di condanna per partecipazione a organizzazione terroristica, senza avergli trovato addosso armi. Se, com’era  da sospettare, Cauchi fosse stato in qualche modo legato ai servizi segreti dagli stessi era stato scaricato. Latitante, poggiò sulla solidarietà dell’Internazionale Nera, rivelatasi insidiosissima. Contigua ai servizi segreti di vari paesi (Spagna, Portogallo, Cile,…) accomunati dal fondamentale vincolo di subordine alla CIA. L’ultima fuga di Cauchi, infatti, fu il rocambolesco attraversamento delle Ande, a piedi e clandestino, in rotta dalla Brigata Informatica della DINA cilena. Fuga di cui non volle mai raccontarmi i dettagli, temendo ancora conseguenze a trenta anni di distanza!  Giunto in Argentina si dedicò a ciò che non avrebbe mai pensato di far prima: lavorare duramente per sopravvivere. Era finita l’epoca dell’avventura, del mercenarismo, della dedizione totale all’ideologia. Al nuovo stile di vita, di commercio al minuto, si adattò bene e con successo, costruendo famiglia e una piccola fortuna in soldi e proprietà di immobili remunerative. Però, ultimamente, non si era trattenuto dal riavvicinarsi al mondo dell’intelligence da cui si era volontariamente estromesso. Nel cerchio di amici fece entrare agenti (neofascisti) dei servizi segreti argentini, con cui pensava di godere in pace gli ultimi anni di vita. Invece, da quelle frequentazioni è esplosa l’ultima fatale infelicità: emarginato e minacciato di morte dagli stessi che aveva accolto in casa intorno a fumanti azados.

fabilli1952@gmail.com

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