Il contadino e la vecchia India, Bruschi Quintilio scultore in mostra, di Vanessa Bigliazzi

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Bruschi quintilio 2Lo scorso 5 aprile è stata inaugurata alla Fortezza del Girifalco la mostra La Vecchia India di Quintilio Bruschi. Come ha correttamente osservato il Prof. Marco Pacioni, intervenuto durante l’inaugurazione: «“Vecchia” sta per arcaico, atemporale e “India” è ciò che aiuta a evocare una dimensione fuori dal tempo cronologico».

A quasi venti anni dalla sua morte, l’articolo “Quintilio Bruschi , ex contadino, geniale scultore creativo del legno” pubblicato su questo stesso giornale da Ferruccio Fabilli (edizione del 15 maggio 2017) è stato uno stimolo importante per ricostruire la storia dello scultore e delle sue opere.

Quintilio Bruschi nacque in una famiglia contadina di Cortona nel 1912 e visse  nel cuore della Valdichiana: prima a Cortona poi ad Acquaviva di Montepulciano dove morì nel 2002.

All’inizio degli anni Trenta, fu artigliere e responsabile di un deposito di armamenti al Forte Santa Caterina di Verona. Durante la guerra combatté in Libia, dove fu ferito gravemente al cranio e fu costretto a rimpatriare. Aveva sposato nel 1937 Mafalda Crocini. La coppia non ebbe figli e poté vivere della pensione d’invalidità di Quintilio.

Bruschi iniziò a scolpire e a disegnare nel 1970, all’età di cinquantotto anni. Prima di allora non aveva mai lavorato il legno, eppure una mattina decise di procurarsi scalpello e mazzuolo e cominciò a scolpire il primo pezzo di legno che gli era capitato sottomano, finché non riuscì a creare una figura intera che avrebbe donato in seguito a papa Paolo VI. L’opera, ancora oggi conservata presso la collezione d’arte contemporanea dei Musei Vaticani, gli consentì di ottenere la Benedizione Apostolica del Santo Padre nel 1972.

Grazie alla scultura, Bruschi riuscì a liberarsi delle proprie angosce, rielaborandole e trasformando la realtà in un mondo immaginario. L’arte gli permise di superare una profonda crisi depressiva che molto probabilmente risaliva alla ferita subita in guerra. È come se dopo questa grave ferita le difese psichiche che esistono ordinariamente tra il conscio e l’inconscio, ossia tra le parti razionali ed emozionali fossero in parte cadute.

Bruschi realizzò imponenti sculture in rovere, noce, ciliegio, ma utilizzò anche vecchi copertoni di automobili, ritagli di latta e cartone.

Tra i suoi soggetti più frequenti, gli autoritratti e le raffigurazioni di donne e uomini da lui definiti «delle prime epoche». Queste figure hanno un carattere sacrale e allargano le braccia, esprimendo stupore e una riverenza ipnotica, quasi magica. Le sue figure femminili – busti e madonne a seno nudo circondate da animali senza nome – denotano una prorompente sensualità.

Intorno alle statue femminili ricorre una corona di nodi di querce, simbolo di fertilità. Il Bruschi esaltava la donna nella sua femminilità: il suo era un amore estetico puro capace di  vedere nelle forme di ogni donna qualcosa di vivo, di gioioso, di creativo.

Le sue opere richiamano le tradizioni artistiche di popoli esotici, come i totem delle tribù indiane, l’arte precolombiana e le raffigurazioni scultoree dell’isola di Pasqua.  Nei suoi lavori c’è una profonda commistione tra gli esseri viventi del presente e del passato, aspetto evidente già dalle colte citazioni che si nascondono nei titoli: “La carbonaia dell’800 che va sul monte a fare calorie per la famiglia”, “Il Duca D’Aosta”, “La Nonna”, “Infanzia”, “Il Faraone”, “ La Via Crucis”, “Minerva che nasce dalla testa di Giove”.

Ciò che sorprende è che Bruschi, autentico autodidatta, non ha mai avuto influenze tecniche e culturali: la sua è una creatività spontanea e singolare, che consente di inquadrarlo nell’ambito dell’arte naïf, istintiva e priva di una vera tradizione. Come ha scritto lo storico dell’arte Oto Bihalji-Merin, «come i bambini e i primitivi, i naïf non dipingono né scolpiscono ciò che vedono, ma ciò che sanno o credono».

In vita, Bruschi ottenne encomi, articoli, recensioni, buoni giudizi da parte dei critici e apparizioni televisive.  Nel 1990 venne insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.

Poté mettere in mostra la propria arte in città come Torino, Bolzano, Bari e Palermo.

Uno dei più assidui frequentatori della sua bottega fu il giornalista e scrittore Ettore Masina che grazie alle sue recensioni dette al Bruschi una visibilità nazionale.

Le sue opere furono esposte per l’ultima volta nel 1997 presso la mostra Arte Necessaria ai Cantieri Culturali della Zisa di Palermo. Per il Bruschi, ormai ottantacinquenne, quest’ultima mostra rappresentò la consacrazione del proprio lavoro artistico. I suoi lavori furono esposti insieme alle opere di artisti come Fillippo Bentivegna,  Francesco Cusumano, Agostino Goldani, Tarcisio Merati, Salvatore Bonura, Franca Settembrini .  Alessandra Ottieri, curatrice della mostra, lo definì un outsider, un irregolare, accomunandolo ad altri undici artisti in grado di creare un’arte profondamente espressiva e di valore, pur essendo completamente autodidatti, di umili condizioni, in certi casi con problematiche psicologiche e senza nessun rapporto con l’ambiente dell’arte ufficiale.

La mostra, realizzata con la collaborazione dell’Associazione Cortona on the Move e del Comune di Cortona, resterà alla Fortezza del Girifalco fino al prossimo 5 maggio.

Vanessa Bigliazzi

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