I 100 ANNI DI INGRAO COMUNISTA SEMPREVERDE

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Innanzi tutto verrebbe da domandargli il segreto di tanta longevità. Di una vita  intensa, trascorsa in gran parte nell’impegno politico. Forse gli giovò  appartenere a quella specie di idealisti (non a caso uno dei suoi libri più intensi è intitolato “Volevo la luna”) che si nutrirono di slanci morali e non di abbuffate di potere, o peggio ancora, di corse all’arricchimento famelico (politici proliferati come la gramigna).

Fece il suo bel cursus honorum, fino a giungere presidente della Camera dei Deputati, senza svendersi o snaturare il suo spirito ribelle da comunista convinto. Di una specie  che un tempo parevano molti, ma che, crollato il Muro di Berlino, la gran parte si squagliarono come neve al sole, per non perdere il loro potere.  E’ stato dignitoso anche nel reggere la sua fiammella ideale pure a fine carriera, quand’era circondato più da “parolai” che da rivoluzionari professionali, come fu, invece, il suo impegno.

Oltre alla politica, ha avuto contemporaneamente almeno due altre passioni: il cinema (da giovane frequentò il centro sperimentale di Cinecittà) e la poesia. Contrappesi leggeri, contro la pesantezza delle battaglie politiche, che hanno dimostrato la sua vitalità intellettuale contro la sclerosi del politico professionale tout-court.

A me non piace la retorica – che sarebbe facile e fors’anche opportuna – mettendo a confronto la generazione politica a cui è appartenuto Ingrao e le nuove generazioni al potere. Ricorderò solo alcuni impegni in cui si cimentarono più che degnamente.

La scrittura della Carta costituzionale, capace di tenere unite le molte anime di un popolo diviso e tutto sommato ignorante di democrazia, quando non antidemocratico.

La formazione e la diffusione di partiti politici e di sindacati, punti di incontro e di crescita culturale di masse bisognose di lavoro, diritti, e riconoscimenti di pari dignità tra classi e generi, in Italia non s’era mai vista prima. Che non senza difficoltà e contraddizioni in parte ancora da interpretare – dovute a una democrazia  “fragile” (come la definì Aldo Moro) – portarono il Paese, prostrato dalla guerra, tra i più importanti paesi industrializzati al mondo. Aprendo una stagione di riforme importanti: sul diritto alla casa, alla pensione, alla sanità gratuita ed universale, al diritto allo studio (con l’entrata in massa all’Università anche dei figli di non abbienti), lo Statuto dei Lavoratori … Nolenti o volenti, quelle organizzazioni sia pure imperfette furono punti di riferimento  in Italia  per quanti, per passione vera o dissimulati interessi di carriera, s’impegnarono politicamente.

La mia generazione s’avvicinò al PCI nella stagione delle battaglie civili sul divorzio, attratta anche da personalità politiche carismatiche e in gran parte oneste e vivaci, tra cui l’indimenticabile Enrico Berlinguer, oltre agli Ingrao, Pajetta, Terracini, Iotti, Amendola… Senza dimenticare gli “eretici” espulsi dal PCI finiti al Manifesto, comunque rispettabili: Rossanda e Magri. Pur non essendo appartenuto ad alcuna corrente – già presenti nel PCI – eravamo consapevoli degli scontri al vertice in atto, inevitabili e dall’esito incerto, in quei momenti di forti cambiamenti non solo nella vita interna la PCI, ma nell’intera società italiana ed europea. Ingrao fu considerato l’ala sinistra di quelle tenzoni, apprezzato per la sua “narrazione” politica, sempre critica, alla ricerca di equilibri  spostati verso gli interessi delle classi subalterne. Almeno questa fu la mia lettura. Fu merito del segretario Enrico Berlinguer denunciare il distacco del PCI dall’esperienza sovietica che “aveva perso la spinta propulsiva” verso il socialismo. Come, lui stesso, fu lucido nell’analisi di un Paese governato da classi dirigenti invasive e dallo scarso senso etico nella vita pubblica. (Moniti – allora come oggi – miseramente caduti nel dimenticatoio). E’ quanto di più grave oggi i cittadini imputano, generalizzando, alla classe politica. Con scarse speranze di veder migliorato l’andazzo.

Fu in quel contesto che anche la mia generazione visse un momento di grande partecipazione politica, che coinvolse gran parte del Paese. Quanti considerammo l’impegno politico un contributo alla crescita civica del Paese, sia pure schierati all’interno di logiche di partito, che già manifestavano lacune e difetti, ma che ritenemmo (erroneamente?) fisiologici, comunque emendabili nel tempo.

Oggi più di ieri siamo consapevoli che l’attuale allontanamento e disincanto dalla politica ha avuto origini forse proprio in quegli anni e in quei partiti che non seppero migliorarsi, e che con il declino dei loro valori travolsero l’intero Stato, portandolo sull’orlo del baratro e del prevalere della legge della giungla.

A questa critica, non da poco, è giusto aggiungere anche valutazioni sui comportamenti delle classi dirigenti italiane in merito alla spregiudicata fedeltà che, specie i partiti principali – il PCI e la DC – tennero nei confronti dei loro “modelli” ideali (e finanziatori più o meno occulti): l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti. Da una parte la DC, coi suoi servizi “deviati”, assecondando logiche golpiste e da strategia della tensione per tenere lontani i Comunisti dal potere; dall’altro il PCI, per solidarietà con l’URSS, non denunciando la repressione del dissenso nei paesi sottoposti al blocco di Varsavia. Valutazioni e critiche legittime, di cui gli studiosi dovranno descrivere le giuste dimensioni dei fenomeni.

Meno convincenti mi paiono i mal di pancia postumi di quei dirigenti politici allievi degli Ingrao & C. che addebitando tutte le responsabilità ai loro capi di allora, facendo finta di non aver capito – se non a Muro di Berlino crollato – i condizionamenti a cui la ragion di partito tenne sottomessi quanti valutarono prioritaria la causa della loro Ditta, nei confronti di oneste denunce che li avrebbero portati direttamente fuori dalla Ditta stessa.

Se c’è, dunque, un insegnamento da trarre dal sempreverde centenario comunista Ingrao è che il mondo avrà sempre bisogno di ribelli e idealisti, che, di fronte anche a momentanei fallimenti, perseguono nella loro causa egualitaria. Miti e Risoluti.