Guardiamo in faccia la povertà che ci circonda

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“Ora ci siamo!… Siamo arrivati a toccare il fondo!” è stata l’espressione preoccupata di Silvano – nel salutarmi una di queste mattine -, titolare di un’impresa di impianti elettrici, amico da una vita. “Noi ceto medio, fino ad oggi, non ce la siamo cavata male con questa crisi… però ora rischiamo di essere travolti anche noi!…” Cercavo di capire il senso di quel saluto, mentre gli leggevo in volto non tanto la preoccupazione per il “ceto medio” ma la partecipazione al dramma della povertà, con cui sempre più spesso è a contatto nel suo lavoro. “Ieri sera è venuto da me l’ultimo di una serie di persone in difficoltà”, ha proseguito. “Tempo fa gli avevo fatto riparazioni per  duemila euro. Non avendoli subito disponibili, glieli avevo diluiti a rate mensili di 150 euro, che, fino a ieri, puntualmente aveva onorato”. “Quasi piangendo, vergognandosi (la maggior parte delle persone di una certa età, pur di modeste condizioni, negli affari sono oneste), mi ha confessato di non essere  più in grado di pagare a cadenza certa i 150 euro pattuiti. Dopo la separazione dalla moglie, il figlio è tornato a gravare sulle sue modeste entrate…”.  Silvano ha dimostrato come da tempo riflettesse sui drammi di tante persone in difficoltà: “Mia madre, ultranovantenne, negli ultimi anni di vita spendeva ogni mese 250 euro, dei suoi 500 scarsi di pensione, per medicine, pannoloni e bendaggi. Cosa avrebbe fatto se non avesse avuto me a coprirle le spalle? E cosa faranno, in situazioni simili, le tante famiglie povere?” Tralascio gli indignati commenti politici di Silvano.

Stesso tono seccato, contro l’inerzia pubblica verso le povertà che ci circondano, avevo trovato in quei giorni andando per saluti augurali pre-pasquali in certi uffici pubblici, per bocca di Lia: “Ci hanno aumentato ottanta euro lordi al mese di stipendio. Mi sono vergognata!… al pensiero che si fa nulla per aiutare a trovare lavoro ai nostri figli. Non avrebbero potuto destinare quei soldi a chi ne ha più bisogno?!” Lia, che avrà uno stipendio medio giusto per partecipare alle spese familiari, disposta a rinunciare al più che meritato aumento di stipendio, era l’ennesima dimostrazione del dramma in atto, anche in quella che un tempo è stata la Toscana felix della piena occupazione. Visto l’incerto destino lavorativo di intere generazioni.

Come quello di due laureandi in ingegneria. Non vedendoli più la mattina in palestra, ho chiesto cosa fosse capitato a quei cultori motivati del proprio fisico. Qualcuno ha detto: “Vengono a fine settimana, la sera. Laureati, hanno trovato un lavoro… guadagnano così poco che basta loro a mala pena per pagarsi le spese quotidiane… i laureati ci dicono: spendiamo quel che ci rimane in palestra il venerdì e il sabato… senza più un soldo per gli svaghi festivi!”.

Il giorno di Pasqua, conversando su episodi simili, il cognato, infermiere a Firenze, ha raccontato che, più di una volta, una collega, separata con tre figli a carico, gli ha chiesto il prestito di 50 euro: “Ho dimenticato a casa i soldi, me li presti per la spesa, che poi te li rendo?”  Prestiti  sempre onorati.  Ma il cognato, capendo il disagio economico, ogni volta, è più imbarazzato della collega.

E’ del tutto lampante: imbattersi nel dramma della povertà non è necessario grande ingegno, o studi approfonditi, perché tanto vi siamo immersi.

In Italia, si è detto, sul modo civile di affrontare l’argomento saremmo 70 anni indietro. A paragone di nazioni nord europee, in Italia, dal dopoguerra, si sono usate, per combattere disoccupazione e indigenza, misure episodiche più simili a prestazioni “caritatevoli” che a un sistema di protezione sociale efficace verso i più deboli: nel dare dignità alle persone, o, meglio, l’opportunità di risalire la china fino a tornare a situazioni lavorative idonee, e vivere sotto un tetto, senza l’ansia del domani.

Povertà di cui soffrono in Italia, secondo l’ISTAT (dati del 2016, già superati in peggio), 5 milioni di individui, equivalenti a 1 milione e 619mila famiglie considerate in condizione di “povertà assoluta”. L’8% degli italiani. Dati stabili, da almeno cinque anni. A cui vanno aggiunti 8 milioni e mezzo di individui considerati in “povertà relativa”, che colpisce di più le famiglie con 4 (17,1%) o 5 (30,9%) componenti, le famiglie giovani, ed è elevata tra gli operai e assimilati (18,7%) e nelle famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione (31%). I dati dimostrano chiaramente lo stretto legame tra disoccupazione, occupazioni precarie e malpagate, e la povertà.

Di questo baratro sociale chi ne sarebbe responsabile? Baratro di cui l’artigiano Silvano, giustamente, si preoccupa, temendo il vortice che porterebbe altre fasce di ceto medio alla deriva economica. E quali sarebbero le soluzioni indicate dai politici?

Pur alieno da facili entusiasmi, se le attuali forze politiche emergenti volessero essere all’altezza delle aspettative, il messaggio degli elettori è stato chiaro e forte a favore di chi ha prospettato, quali priorità, la lotta alla povertà e gli incentivi al lavoro. Innanzi tutto, non vorremmo più sentire le calie che dicono mancherebbero le risorse per tali politiche, essendo stati trovati in un baleno ben 60 miliardi pubblici a sostegno delle banche. Ch’è tutto dire. Ancora, non vorremmo  più sentir dire a un anziano in difficoltà economiche  di cedere la sua casa alla banca in cambio di soldi per sopravvivere. Come non vorremmo più sentir dire ai giovani: fatevi il passaporto e andate all’estero!.. e via dicendo.

Nel frattempo, pur senza goder più di tanto, alcuni intellettuali stanno cominciando a spargersi il capo con piccole dosi di cenere, ma significative. Dopo esser stati penne brillanti in difesa di questa Europa. Dai provvedimenti, a partire dall’euro, improntati allo sviluppo del capitalismo più ingordo e disumano, camuffato  furbescamente da “mercato globale”. Come fosse un nuovo dio in terra: “Lo vuole il mercato!”.

Ho detto, non a caso, piccole tracce di cenere in capo, da parte di certe penne. Come quella del giurista Sabino Cassese. Indoratore d’alto livello di tutte le pillole somministrate dai governanti in decenni di certo “europeismo”. Recensendo, sulla “Domenica” del Sole 24 Ore, il libro di Mario Patrono “Europa. Il tempo delle scelte”, si ripercorrono le tappe della storia della UE, partendo da Maastricht del 1992, ragionando sull’euro come parto prematuro, sulla crisi economica del 2008, che ha dato una mazzata micidiale ai ceti popolari, riconoscendo la facile evidenza di alcune cause del fallimento in corso nella UE, pur limitandosi alla sola  analisi politica economica. Cause che avrebbe prodotto “una dissimmetria pericolosa”, a dir di Cassese, avendo tenute separate le politiche economiche in tre tronconi: monetaria, fiscale e di bilancio. Sciocchezzuole! Strade sbagliate, su cui però ancora si persevera. E così anche per quella che i professori, oggi, riconoscono “dissimmetria pericolosa”, gli europei, sulla loro pelle, pagano scotti pesanti in termini di welfare e prospettive incerte sul lavoro, sulla previdenza, sulla salute, sulla istruzione, ecc.

Ecco, ancora, come i professori, dopo aver scritto pagine velenose sui populismi – che stanno sostituendo nella fiducia della gente i partiti tradizionali –, riprendano il discorso con un altro filino di cenere in capo riconoscendo (un po’ tardino) che il “ ripudio delle culture politiche tradizionali (…) lo si deve anche al fatto che la sinistra nel suo complesso è rimasta una sorta di convitato di pietra, non avendo elaborato un nuovo progetto di società né una visione lungimirante del futuro, di fronte alle sfide cruciali in atto su più versanti e non sapendo più esercitare una robusta attrattiva fra i giovani”, così conclude il commento dello storico Valerio Castronovo al libro “Popolocrazia. La metamorfosi delle nostre democrazie”, di Ilvo Diamanti e Marc Lazar. Il discorso si farebbe lungo, venendo spontaneo invitare molti studiosi a indugiare meno su termini quali democrazia, popolocrazia, et similia, usati per gettare discredito su questa o quella preferenza, mentre invece dovrebbero usare  più attenzione alla sostanza della “democrazia” (come e di quali interessi essa si cura?) piuttosto che alle forme, che saranno di per sé sempre nuove e discutibili. Basti ricordare, a proposito di democrazia formale, come quella italiana, in tutte le legislature recenti, sia stata ubriacata da una sventagliata di leggi elettorali, la maggior parte anticostituzionali, come il Rosatellum, il Porcellum, il Mattarellum, senza dimenticare la bocciatura con referendum dell’Italicum. Allo scopo, ben si sa, del tutto cambi fuorché nulla cambi.

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