Giovanni Materazzi, monsignore colto e sobrio, vescovo mancato suo malgrado

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i-mezzadriNon so quanto sia ci sia del vero o sia una burla il detto: I Castiglionesi si sono mangiati il vescovo nel giuncheto!…I quali, avendo raccolto fondi per avere a Castiglion Fiorentino il vescovo, allorché si resero conto dell’impresa impossibile organizzarono nel giuncheto una gran pappata con i soldi dell’accatto! Mentre per certo so che Giovanni Materazzi non fu eletto vescovo per beghe interne alla curia cortonese. Da fonte attendibilissima, il compianto Mario Cherubini, guardia papale, ben introdotto nelle segrete questioni curiali locali e vaticane.

Figlio di un ciabattino in Val di Loreto, Giovanni Materazzi divenuto sacerdote tra le due grandi guerre, com’usava, svolse il primo incarico parrocchiale in una frazione montana: gavetta dei preti novelli. Il vescovo Franciolini, avvedutosi del suo talento, lo elesse a stretto collaboratore: Vicario diocesano e Rettore del seminario. Materazzi incuteva timore negli allievi. Capo severo del collegio – mollava pure scappellotti! e aveva uno stile particolare: indossava abiti clericali di buon taglio e tenuti in ordine (grazie, penso, alla cura della sorella che l’accudì per tutta la vita), eleganza e lindore  non sempre riscontrabili in altri confratelli. Il fisico asciutto lo distingueva dalla gran parte degli altri pretoni, ben pasciuti. Lo sguardo deciso ne definiva un’autorità  esigente. Capelli corti, barba rasata di fresco, e una montatura leggera dorata incorniciava occhi vivaci e acuti. Dall’eloquio corretto, misurato nel parlare come nel sorridere, in veste di Vicario, nelle cerimonie pontificali a fianco del Vescovo, si intuiva che avrebbe meritato l’episcopato. Più di una volta candidato, per inimicizie interne non ebbe mai dalla Curia il nulla osta a diventare vescovo. Di ciò penso fosse piuttosto afflitto e, potrei sbagliarmi, ma n’era testimone la vitiligine al volto e alle mani, ch’avrebbe potuto discendere da quella frustrazione dolorosa. Non  scopro adesso piccinerie e invidie infestanti le piccole e le grandi corti… Pedagogo severo e bonario, odiava sprecisione e maleducazione. Memorabili le sue sfuriate, dopo le funzioni festive in cattedrale, se avesse scorto a qualche seminarista i frati nelle calze, che facevano capolino tra scarpa e calzino quando i ragazzi si inginocchiavano. La domenica mattina, fatte spazzolate ed esortazioni utili al buon seminarista, commentava brani del Galateo di monsignor Della Casa; nella stessa sala della biblioteca, dove consentiva la visione di spettacoli televisivi sul Concilio Vaticano II, fin dagli inizi, sui pellegrinaggi e discorsi del Papa e, a volte, partite di calcio e giochi a quiz; distrazioni, queste ultime, molto gradite ai seminaristi. Sempre che in settimana non fosse accaduta qualche birichinata, tale da punire questa o quella camerata o l’intero seminario, in tal caso niente visione del calcio né di giochi vari… I suoi pistolotti pedagogici e religiosi – che gli arrossivano un volto incavolato, normalmente diafano – arrivavano dove egli voleva arrivare.

Come i seminaristi fibrillavano per il pallone e il tifo calcistico, anche Monsignore  nutriva simili passioni: si capiva che aveva giocato a calcio da pochi tocchi di palla tirati con precisione nei prati verdi dell’Eremo a Sant’Egidio, durante le vacanze estive; e quando la mattina, aprendo La Nazione al momento del caffelatte, commentava notizie sulla squadra del cuore, la Fiorentina, lanciando frecciatine ai tifosi avversari… Per di più i suoi giornali preferiti, La Nazione e L’Avvenire, ne svelavano vive attenzioni sull’attualità  e la politica, della quale era stato protagonista nel dopoguerra partecipando alla ricostituzione degli Organi comunali (sindaco e giunta) in quota Democristiana, presumo, col placet del Vescovo. (L’intreccio tra la sua storia e Cortona è presente in modo esteso nel mio libro I Mezzadri – ancora reperibile presso la Cgil e la libreria Le Storie a Camucia). All’epoca dei missili sovietici a Cuba, aggiornava quasi ora per ora i seminaristi sul dramma  di una guerra mondiale incombente, che per fortuna non ci fu, invitando a pregare per la pace, consapevole delle sofferenze umane causate da ogni conflitto armato; memore, da testimone diretto, dei disastri della seconda grande guerra. L’interesse politico non gli venne meno fino in tarda età . Un nipote mi confidò le sue simpatie per l’Ulivo.

Per lavoro, entrando in città  da via Dardano, incontravo spesso Monsignore già  vecchio, che da casa s’inerpicava verso i monasteri di clausura a dir messa alle suore, finché gli ressero le forze; che non furono poche: longevo al pari del vescovo Franciolini. Diligente nel canto e nell’esercizio delle funzioni religiose, teneva discorsi misurati, logici e appropriati, svelando buona padronanza dei testi sacri e capace di coniugare pensieri di fede con una pastorale tradizionale per quanto attenta alla vita delle persone e all’attualità . Erano gli anni del Concilio, sulle cui novità  fu cauto dispensatore per gradi, ai seminaristi. Novità  formali (i riti svolti in lingua parlata e non più in latino, e l’altare rivolto all’assemblea dei fedeli) e teologiche che seguiva con competenza, moderata da un approccio critico verso certe innovazioni. Ricordo, Don Giovanni non indossò il clergyman, e le sue ironiche punzecchiature verso nuovisti, per lui, troppo zelanti. Fino a esprimere  dissenso sui preti del dialogo tra cristianesimo e socialismo e perplessità  sulle esperienze dei preti operai. Però non precludeva il suo interessamento alle innovazioni, pur attestato su certi principi, come quello di pretendere l’esercizio del sacerdozio in coerenza con la tradizione, poco convinto, ad esempio, da esperienze comunitarie come l’Isolotto a  Firenze. Consapevole delle inevitabili evoluzioni religiose pratiche e teoriche affacciate dal Concilio, propendeva per la conservazione di tradizioni nel cui rispetto era cresciuto. Materazzi, vescovo mancato suo malgrado, rimase a fianco di Giuseppe Franciolini fino alla loro fine, assistendo da anziani impotenti alla cancellazione della Diocesi di Cortona dagli organigrammi ecclesiastici e all’assottigliarsi delle file di preti e seminaristi. Nell’inarrestabile crepuscolo, i due non trascurarono la partecipazione alla vita culturale e religiosa in Città , offrendole prove di affetto. Perciò, sarei curioso di conoscere chi fu e per quali motivi fu negata, all’interno della Curia cortonese, la dignità  episcopale a Giovanni Materazzi? Riferimento saldo, nel suo contesto, per valori culturali e religiosi per quanto restio a certe innovazioni. Forse fu boicottato perché esprimeva francamente il suo pensiero?… Già , nelle piccole e grandi corti, è preferito chi dissimula e lecca.

www.ferrucciofabilli.it  

foto- MaterazziI mezzadri - copertina

Gruppo cortonese di sacerdoti neo-consacrati. Anni Trenta- A fianco: Frontespizio de I Mezzadri, dove Giovanni Materazzi racconta la figura del sacerdote nella società agro-pastorale.

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