Giorgio Migliacci, nostalgie italiane dell’imprenditore di successo in Venezuela

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Giorgio MigliacciTramite Fernando Ciufini conobbi l’imprenditore Giorgio Migliacci, a Ciudad Bolivar. Grazie a incroci nostalgici: di Nando per il Venezuela, dove aveva lavorato presso le compagnie di Giorgio, di origini Cortonesi, (cugino di Franco,  famoso autore di canzoni); mentre Giorgio fondeva in quel vecchio legame: affetto ricambiato per Nando, e ricordi nostalgici dei luoghi natii e conoscenze giovanili.

A Caracas ci attendeva il figlio Paolo, sopra un grosso gippone di cui era amante e provetto guidatore – il carburante, costando pochi centesimi al litro, favoriva smerci di cilindrate pazzesche. Nelle centinaia di kilometri in auto, diretti a Ciudad Bolivar, osservavo la familiarità di Paolo con abitudini e ambienti incontrati strada facendo; e, alle soste stradali, in acquisti di cibarie esotiche e gustose. Attenti alla nostra salute, Paolo e il co-autista, armati di revolver vigilavano nelle soste fisiologiche. Per colmo: in autogrill vendevano proiettili, però era vietato entrare armati! Divieto trascurato dai nostri “custodi”. Era chiaro: a certe precauzioni Paolo era avvezzo. Il sud America è splendido, ma, in certe zone, i ricchi, ma non solo, devono tutelarsi da rapine e rapimenti. Traversando Caracas, fiumana di grattacieli e bidonville coprenti pianori e pendici di gole montane, avemmo immagini speculari a tante metropoli sud americane. Pure le dinamiche urbane erano metafore del continente: vitalissime, colori briosi, caos in equilibrio precario, come le bidonville inerpicate sui bordi montani che, dopo acquazzoni, franavano a valle. Al triste fenomeno si stava dando rimedio costruendo stabili case popolari in pianura. Fiori all’occhiello rivendicati dal regime chavista. Lungo le strade, affiancavano l’azione della polizia pattuglie armate della “Guardia Nacional Bolivariana” per la sicurezza interna e dei confini, elevando il Venezuela tra i paesi a maggior densità armata sul territorio. Al potere, Hugo Chávez (della cui scomparsa, nel 2013, si accusarono gli USA per ipotetico attentato “biologico”, cioè: avvelenamento) aveva accresciuto molto la sicurezza sociale, nella cura degli anziani, le pensioni, la scolarità diffusa, e la medicina estesa fino a sperduti villaggi, assoldando pure medici cubani. Però, il legame con Cuba, l’adozione della costituzione Bolivariana socialisteggiante, e la statalizzazione di produzioni strategiche (petrolio, elettricità, miniere), aveva infuocato i rapporti con gli USA (il loro business innanzi tutto), tanto da subire, il Venezuela, un duro embargo con effetti vistosi su forniture alimentari e disfunzioni in erogazioni di servizi essenziali; mancavano, ad esempio, ricambi per auto e turbine elettriche, e benzine: privati dei reagenti non potevano raffinarle, pur possedendo riserve petrolifere straordinarie. Nonostante ciò, la famiglia Migliacci, disponendo di ampie reti di relazioni e capacità economiche notevoli, se la cavava bene.

Giorgio ci accolse con calore, in perfetto stile toscano. Nella villa, con vasto parco circondata da recinzioni imponenti simile a ricca dimora da soap opera, il padrone di casa aveva instaurato relazioni familiari e gusti alimentari mutuati dalla patria originaria, ben adattati a cibi e tradizioni locali. La moglie Nancy cucinava sapori toscani (sughi, arrosti, pasta al forno) che meglio non si sarebbe potuto. I figli Paolo e Sheila (costei impegnata in azienda col babbo, Paolo curava un allevamento di cavalli Quarter Horse), ogni giorno, chiedevano la benedizione paterna, come un tempo usava nelle famiglie patriarcali italiane. Nonostante l’età avanzata e qualche acciacco, Giorgio seguiva ancora le gestioni complesse delle sue Compagnie, in ufficio e nell’officina meccanica. I suoi occhi chiari brillavano gioiosi nei dopo pasto, allorché gli piaceva intrattenersi, sotto il porticato, riaprendo capitoli del suo passato ancora in ricordi vivissimi. Mettendomi, a volte,  pure in difficoltà: avevamo vissuto gli stessi luoghi ma con la differenza, tra me e lui più anziano, d’una ventina di anni. Interrogandomi sul destino di questo o quello, di certi avevo ricordi vaghi. Come sul conte Alessandro Ferretti, egli ricordava la volta in cui gli consentì, con poco entusiasmo vista la mole del Conte, di provare una fiammante moto Morini sulle “ritte” tra Camucia e Cortona. Pareva vedere Giorgio, mingherlino, geloso della sua moto, assistere costernato alla cavalcata dell’amico colosso, a cui non poté negare il favore. In quell’ambiente giovanile dove godeva i privilegi della famiglia agiata, il padre Giuseppe era fattore e proprietario terriero, Giorgio, non riuscendo a smaltire una cocente delusione amorosa, maturò l’idea d’una vacanza in Brasile. Passando per la Colombia a salutare amici, gli fu prospettato l’impiego immediato da topografo, che accettò, avendo praticato il giusto tirocinio. In seguito a quell’esperienza, decise di mettersi in proprio, con successo, nei lavori stradali: vie di penetrazione, fogne, acquedotti, urbanizzazioni, aeroporti, … gestendo fino a 5 Compagnie: dall’acquisto d’un bullone per macchine operatrici gigantesche, alla progettazione ed esecuzione lavori. Così conobbe il mondo politico venezuelano ai più alti livelli governativi, nazionali e locali. Simpatie di destra (spesso ridevamo sui nostri ideali opposti: rossi e neri), improntato a realismo (Gianni Agnelli definì l’approccio politico degli industriali: “non possiamo non essere  filo governativi”), aveva investito milioni di dollari in televisioni e giornali di tendenze chaviste. Scomparso di recente, non potrò rivivere i colloqui con Giorgio, e le sue schermaglie allegre col factotum domestico Didier Leroy, detto We-We. (Francese, esperto di diamanti in una società belga, fallita la ditta, privo di patente e passaporto, si destreggiava nelle commissioni cittadine senza temere controlli polizieschi, tant’era simpatico). I due erano stati capaci di conversare, per l’intero tragitto tra casa e ufficio, su “crostata” e “prostata”. Didier aveva mangiato il dolce, e mentre Giorgio gli chiedeva: “Hai mangiato tu la crostata?”, lo scaltro We-We replicava: “Che? La prostata?!”… quell’insistito motteggio giocoso si tramutò in una pièce degna della commedia dell’arte.

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