FRANCO TONELLI, “TENEBRONE”, GIRAMONDO E AVIDO DI PIACERI

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Conobbi Franco a cena con amici nel suo ristorante Il Cacciatore. Un modo di sdebitarmi per l’intercessione presso il dottor Fanfani, che mi fece fare il militare vicino casa, ad Arezzo. (La 1^ Compagnia era detta dei “Raccomandati di Fanfani!”)

Al primo impatto, svelava un carattere ruvido ben descritto dal suo soprannome: Tenebrone. Risoluto nel difendere le sue convinzioni, ricordava  Diogene (quello che disse ad Alessandro Magno: “Scansati, che mi copri il sole!”) e l’edonista Epicuro per l’avidità verso i piaceri della vita. D’origini (se ben ricordo) emiliano-romagnole, aveva fatto il militare in marina a Taranto. Sposato con la cortonese Gina Billi, emigrò per tanti anni in Francia, da muratore. Prima di tornare a Cortona, gerente del ristorante Il Cacciatore. Cucina toscana di ottimo livello. Ai fornelli Gina, e i figli Guglielmo e Franca ad aiutare nel servizio al pubblico. Franco riscuoteva e intratteneva i clienti. Non tutti. In particolare, chi gli era simpatico.

Una vita – dal peregrinare all’apparenza complicato – disseminata di tanti piacevoli ricordi, che raccontava divertito a chi guadagnava la sua amicizia. Non avendo dimenticato le gran mangiate di pesce e le succulente cozze della sua gioventù marinara, ogni tanto faceva un salto a Taranto per un ripasso gastronomico. Così come, da emiliano-romagnolo, attinse agli ospedali Bolognesi com’ebbe problemi di salute. Di rapida ed essenziale comunicativa, gli brillavano gli occhi ricordando la cortese assistenza ricevuta dalle disinibite infermiere, che non gli negarono anche prestazioni intime. Confermando – a suo dire – quei luoghi comuni che circondano la fama delle amanti alla Bolognese. Aperte, in tutte le vie del piacere sessuale.

La lunga parentesi francese gli procurò soddisfazioni economiche, professionali, amicizie e, insieme alla lingua, una seconda cittadinanza affettiva. Come molti francesi, si dichiarava gollista e mitterrandiano. Avendo girato la Francia in lungo e in largo, fin nei più reconditi paesi in cui era vissuto, gli erano rimaste amicizie. Tra cui spiccava quella del futuro presidente francese Francois Mitterrand. Non credo millantasse quando Franco raccontava le serate – a chiacchiere o a giocare a carte – trascorse col brillante politico francese. Il quale, era noto, conclusi gli impegni derivati dalle sue numerose cariche politiche, specie dopocena, smesse le vesti dell’ufficialità e dell’impegno, non disdegnava mescolarsi agli svaghi popolari con amici e amiche (la cui fama di seduttore non fu certo usurpata). Oltretutto, Mitterrand – avendo favorito negli anni Sessanta il gemellaggio tra il suo Comune di Chateau-Chinon con Cortona – ebbe sempre occhi di riguardo per i cortonesi. Apprezzai quella relazione gentile, tra Mitterrand e Franco, durante un pranzo di gemellaggio. Allorché, a tavola, i due si scambiarono più che semplici convenevoli chiedendosi a vicenda opinioni e spiegazioni su questo o quel fatto e su questa o quella persona presente. Al tavolo di Franco – dirimpetto a Mitterrand – i commensali erano di beva forte e le bottiglie di vino svuotavano rapide, mentre al tavolo presidenziale calavano lente. L’arguto Franco non  fece altro, durante tutto il pranzo, che scambiare  i suoi vuoti con le bottiglie quasi piene nel tavolo d’onore, sotto lo sguardo divertito del futuro Presidente dei francesi. Il quale chiese chi fosse il signore accanto a Franco, che l’eguagliava quanto a bicchieri scolati. Franco rispose: “Il est un entrepreneur de massonerie”. Un capo muratore. Ma il vicino, digiuno di francese, avendo frainteso d’essere considerato massone, s’alzò in piedi malfermo, negando: “Io non sono massone!” e, con il dito rivolto al presidente cortonese del gemellaggio, aggiunse: “Lui è un massone!” procurando ilarità tra quanti avevano seguito quello scambio di battute. Franco amava oltremodo i vini francesi, dei quali ne conosceva una quantità infinita, anche se preferiva lo champagne. Di ritorno dalla Francia, una volta, ebbe problemi alla dogana, allorché il limite massimo consentito era trasportare due bottiglie di vino lui n’aveva acquistate un cartone da sei. Fermato dai doganieri, intenzionati a sequestrargli le bottiglie in eccesso, non si perse d’animo. Sceso dalla macchina, iniziò a sorseggiare lentamente una bottiglia dopo l’altra, non volendo regalare nulla del prezioso carico. Finché i doganieri l’invitarono a risalire in auto e portarsi dietro lo champagne residuo. Ben presto capirono che avrebbe scolato senza problemi le bottiglie, per legge, detenute in eccesso. A Franco piacevano i rituali da gran bevitore dei cugini francesi, che di prima mattina attaccano al bar non con un caffè ma avec un verre de vin. E, nei giorni festivi, proseguono finché non han fatto il pieno. Come gli capitò festeggiando l’arrivo in Francia del casentinese Sergio. A notte fonda, Franco resosi conto di star perdendo il lume della ragione, prima di ritirarsi prese un biglietto che appuntò al cappotto del nuovo arrivato, già in cembanelle, scrivendoci sopra nome e domicilio. Con lui, rimasero amici per sempre. Andando a trovarlo ogni volta che passava per Bourg en Bresse. (Il paese dei polli dai piedi celesti). Rimasto senza denti, e mal sopportando la dentiera, le sue ganasce rimasero inesauste, come la sete di buon vino. All’ultimo pranzo consumato insieme, alle quattro del pomeriggio ancora alle prese con portate di pesce e bottiglie di bianco fresco, fummo allontanati dal personale. Al ristorante Tonio, di Prato. Giunti a casa mia, alle sei, telefonò alla moglie Gina ordinando la cena. Dove non fui in grado di seguirlo, tant’ero ingozzato.

Sapendolo costretto in una corsia d’ospedale, non ebbi il coraggio di visitarlo negli ultimi giorni di vita. Secondo le sue volontà, fu sepolto sotto una grande pietra nuda. La bara trasportata al cimitero sopra un carretto trainato da pochi intimi, sul far del giorno. Agli amici eletti lasciò pagato il pranzo in sua memoria, e cinque litri di ottimo Macon blanc. Come m’aveva confidato consumando grenouilles a Macon.

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