Ferlice Ragazzo, collezionista trovarobe, ispirato dal nonno contadino

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RAGAZZO 2A Felice Ragazzo, conversatore estroverso, piace collezionare robe vecchie, usate, che raccontano umili e faticosi mestieri del passato. Tantoché, anche se lui non è in casa, certi gli depositano in cortile oggetti da cui intendono liberarsi. Di raccolta in raccolta, con spirito tra il collezionista e il rigattiere, possiede molti reperti persino di antica fattura, recuperati durante il lavoro da carpentiere, come le ben sagomate tegole sfiatatoio in cotto, medievali, o altro materiale fittile, di incerta datazione e derivazione, che svela l’aspirazione mancata di Felice: di fare l’archeologo.
Oltre a musei e collezioni tematiche in giro per l’Italia, sulla vita materiale di un tempo, nel cortonese, ho conosciuto, immersi nei loro “tesori”, eccellenti ricercatori che nulla hanno da invidiare alle più note raccolte. Dal più anziano, oggi scomparso, capostipite del collezionismo locale di attrezzi agricoli, Quinto Santucci. Al più giovane, Alessandro Pelucchini, titolare del museo dei Borghi, imponente e ordinata collezione di trattori e attrezzi agricoli di grandi dimensioni, e notevoli, anche, per il loro valore storico ed economico intrinseco.
Pure la raccolta di Felice ha la sua peculiarità: ogni oggetto, attraverso la sua bocca, racconta una storia. Come il malandato giogo per bovini, che rimanda alla miseria del nonno contadino. Vissuto nel Beneventano. Così povero che, al posto delle corde (troppo costose) come legature, aveva rimediato con strisce di cuoio bovino, conciato alla buona con le proprie mani. Oggi i tarli stanno mangiando le parti legnose della giogatura, non realizzata da falegnami, bensì, rabberciata alla meglio dal nonno. Però, a suo tempo, quel giogo svolse egregiamente i suoi compiti. Come furono efficienti gli altri attrezzi raccolti da Felice, ivi compresi quelli (numerosi) sortiti da mani non professionali, ma costruiti da chi n’ebbe bisogno. I contadini – lo sappiamo – s’ingegnavano nell’arte del tuttofare, non disponendo sempre dei soldi per pagare esperti artigiani, e avendo da impegnare i loro tempi morti dal lavoro nei campi.
Già a colpo d’occhio, disposti in bell’ordine sul fronte casa prospiciente il cortile, si distinguono gli oggetti forgiati a regola d’arte da quelli realizzati alla bene meglio. Roncole, tenaglie, imbuti, falce, falce fienaie, zappe, vanghe, accette, zeppe di ferro, trinciarapi e trinciaforaggi, grossolani rubinetti in legno e ottone (per travasare il vino da botti e tini), lumi a carburo, campanacci sardi da pecora, grossi chiodi, bilance portatili col piatto e senza piatto, tagliole, morse e museruole per bovini,… Insomma, un vasto assortimento di strumenti in uso nelle famiglie rurali, al piano e ai monti. E ancora, disposti a fianco: un grosso cilindro in ceramica isolante per linee elettriche aeree, firmato Richard Ginori; ferri da stiro (patinati di ruggine, come gli altri oggetti in ferro) con serbatoio per la carbonella infuocata e senza serbatoio; uno smisurato mantice da fabbro, alto un paio di metri, recuperato in quel di Vitiano; e, altrettanto maestoso, uno spremitoio (strettoio) da uva (d’inizio Novecento), nelle parti metalliche in ghisa. Ancora funzionante e “manovrabile con un dito”, afferma Felice. Dotato di ben otto zeppe metalliche laterali e due centrali. Zeppe che, saltellando (‘nticchiando) sulla testa metallica dello strettoio, calata sulla grande vite centrale senza fine, scorrevano sonoramente, producendo quel ticchettio tipico che si udiva, alla vendemmia, passando nei pressi delle cantine. Strettoio monumentale, donato dalla famiglia Borresi della Fratta, col vincolo di non venderlo.
Nelle facciate di casa, sono appesi altri attrezzi usati in vari mestieri: dal boscaiolo al falegname, dal calzolaio al barbiere, dal cardatore della lana allo sfibratore della canapa,… Non manca la sella da cavallo, di provenienza inglese, il setaccio o staccia, il crovello (setaccio più grande), lo staio, scale in legno, pale da forno in legno,… In definitiva, impressiona come, in uno spazio limitato, Felice sia riuscito a stivare tale quantità di attrezzi da lavoro e d’uso domestico. Su ciascuno dei quali, avendo tempo, è capace di intrattenere con storie di persone, lavori, luoghi, momenti di vita, fatiche,… Ma non finisce in cortile questo “museo” incantato e ordinato, bricabrac narrante già allo sguardo, un mondo vicino nel tempo, ma in dissolvenza nella memoria collettiva. In soggiorno, nella fuciliera riadattata a portaoggetti, sono stipati contenitori in vetro soffiato di varie fogge, e, sparsi qua e là, altri oggetti dall’indubbia patina vetusta: radio a valvole, una in ciliegio, e, sempre in legno, interruttori (perette) della luce elettrica, porta candele in ottone, brocche di rame, brocche da lavabo, oggetti in cotto, legno, ferro, marmo,…RAGAZZO 1
All’arrivo, Felice si era scusato: “Non far caso alla definizione di ‘museo’…è semplicemente la mia collezione”, per giustificare l’innocente abbocco che m’aveva teso, avendomi invitato a visitare il suo “museo contadino”. A visita conclusa, riconosco la singolarità della raccolta e il modo appassionato con cui, agli oggetti, Felice sia in grado di ridare memoria; e quanta dedizione e dispendio di energie vi abbia speso. Darei anche merito alla sua compagna (Felice e la moglie, li unii in matrimonio negli anni Ottanta), per aver sopportato l’occupazione di parti importanti della casa con tale messe di oggetti.
Non tanto rivolto al presente di queste collezioni di materiale povero (che raccontano un tempo in cui la maggioranza della gente era altrettanto povera), quanto al loro futuro, ho già espresso un parere: sulla necessità di trovare a Cortona un centro aggregante in cui, nel tempo, far convogliare le varie collezioni di questo tipo. O, perlomeno, quelle in predicato di essere disperse. Credo nell’alto valore e dignità culturale trasmessaci dalle precedenti generazioni, anche da quelle che non producevano o non usufruivano di libri, stampe, quadri, sculture,…ma, semplicemente, realizzavano oggetti essenziali alla sopravvivenza e al progresso del genere umano. Che non mi pare poca cosa.

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