Euro: una questione di classe

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europa I cittadini che andranno a votare per il rinnovo del Parlamento europeo devono sapere che la scelta non è se uscire o riformare l’UE, per il semplice fatto che la UE è strutturata in maniera tale da non essere riformabile né in senso democratico-progressivo-sociale e nemmeno nella direzione di una Stato Federale.

Basti pensare che poter riformare i trattati europei è necessaria  l’unanimità di tutti i 28  Stati membri dell’UE. Ora non bisogna essere particolarmente dotati per capire che ciò non accadrà facilmente. La ragione è che le condizioni economiche-sociali sono estremamente eterogenee e differenti tra gli Stati.

Gli interessi degli italiani non sono gli stessi  dei tedeschi, e non perché la Germania è particolarmente cattiva, ma perché non sussistono le condizioni giuridiche, economiche per una reale riforma dell’UE in uno Stato democratico sovranazionale.

La democrazia si fonda in una comunità e una comunità si contraddistingue per storia, cultura, lingua in cui i membri della comunità si sentono sufficientemente uniti per accettare di impegnarsi in prassi solidaristiche e politiche redistributive tra le classi e/o regioni.

 Senza demos (comunità) non può esistere democrazia sociale/solidaristica e il demos europeo semplicemente non esiste: tra i membri dell’UE abbiamo prassi sociali, storia, cultura, lingua differenti. È falsa l’idea che oggi stiamo assistendo al declino degli Stati nazionale. È l’esatto contrario.

 Quindi non si tratta di riformare l’UE o uscire dall’UE. Si tratta di scegliere se rimanere nell’UE così com’è, o uscire dal sistema dell’euro e recuperare autonomia economica, politica e democrazia.

Come disse il sociologo, prof. Luciano Gambino poco prima di morire: “Nessuna realistica modifica dell’euro sarà possibile, è la camicia di forza per impedire ogni politica sociale e progressista”.

“Tertium non datur”

Pertanto la domanda che ognuno di noi dovrebbe farsi, non è se sia nell’interesse dell’Italia restare o non restare nell’euro, ma se sia nell’interesse del lavoratore precario, del disoccupato, di quello che arriva a fatica a fine mese, della classe lavoratrice, e di chiunque sia interessato al rilancio di investimenti, produzione e occupazione.

 L’euro non ha fatto del male a tutti gli italiani. Anzi, c’è chi ci ha fortemente guadagnato.

Quindi quando andiamo a votare la prima domanda da porsi: “A quale classe sociale appartengo?” E cercare di capire tra i partiti in lizza “qual’è il più vicino?”.

 

Petruska