ENZO OLIVASTRI, “PALETTA”. PITTORE POPOLARE, SOLARE, GIOCOSO

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Il passo lento caracollante, da piedi piatti, gli era tipico. Come il sorriso scoppiettante con cui salutava per strada o nei vicoli, che conosceva come le tasche. Battuta pronta, allegra, ironica, pungente. Erede di certe tradizioni popolari cortonesi: sostava per un bicchiere di vino tra amici nelle trattorie di via Dardano (tra le sue preferite, anche per l’ottima cucina “casalinga”, quella del Tacconi, detto “Schiacciamandele”); o  partecipava al settimanale rito della bicchierata al ristorante da Stefano (lo “Zozzo”), al Torreone, consumando un “tordo” (a volte un po’ duro! Era uno storno o altro passeraceo meno gustoso, spacciato per tordo). Non gli dispiaceva essere apostrofato “Maestro!” della sua passione, la pittura. Marito di un’insegnante – raffinata ed elegante – la emulò. Come Maestro dette vita a numerose scuole pittoriche, implicando nel suo mondo chiunque lo desiderava. Ne godettero parecchi hobbisti. A modo suo, avrebbe desiderato rinverdire le “botteghe” d’arte medievali. Idea nobile, destinata all’insuccesso, in un mondo in cui solo rari artisti possono campare di quel mestiere. E, scomparsa la lentezza dei tempi andati, la vita corre rapida.

La calma apparente e il lento incedere non gli impedirono di girare il mondo. In Francia, Spagna, Olanda, Paesi dell’Est che non si chiamano più come allora, e in molte città  italiane. Allestì mostre, o barattò quadri propri in cambio di soggiorni: intensi, operosi, allegri, giocosi. L’altra faccia di Enzo: irriducibile buontempone. Come quando – complice il “gemello” d’arte e di scherzi, Roberto Borgni –   collocarono davanti al Comune un manichino di Cicciolina (pornostar che diventò deputato). Nella cronaca locale, si gridò allo scandalo. Eravamo in piena campagna elettorale. Ma ai due interessava la beffa, non la provocazione la politica. Inscenarono uno scherzo simile in pizzeria, al “Bastian contrario”. Raccolti due manichini femminili – dal cassonetto della spazzatura – se li posero a fianco, al tavolo della consumazione. Davanti al cameriere intento a ricevere gli ordini, finsero di chiedere alle loro ospiti ciò che gradivano dal menù. Fu ordinato il pasto per quattro persone! Discosti da loro, proprietario e commensali, a gesti, dettero dei matti ai due. La scena surreale si concluse col cameriere che esclamò: “Grazie signora!” a un manichino. Convinto da Enzo, con cinquemila lire di mancia, a compiere quella galanteria. Durante una trasferta per mostre, sorte analoga toccò a un loro compagno di tavola. Un astemio convinto. Per dipiù, di quelli che confondono l’alcol col diavolo, spacciandosi per ferventi virtuosi. A fine cena, il proprietario regalò a ciascuno una bottiglia di grappa. Ma, non appena il delegato dell’esercito della salvezza si assentò un attimo, i due, travasata in un’altra bottiglia la grappa, gli riempirono il vuoto con l’acqua: “Così non gli farà male!” commentarono.

Enzo era appassionato colombofilo e cacciatore. Tra i più solerti costruttori di “capanni” nella montagna cortonese. Ben fatti. Anche in cima agli alberi. Che condivideva con amici. (Gli piaceva la combriccola). Per pigrizia da bradipo o rispettoso dei passeri, più che altro quell’hobby era il pretesto per allestire rosticciane, preferendo stare a terra, ai piedi del capanno, bisbocciando in allegria.

S’impegnò anche in politica. Socialista. Convinto seguace di Craxi (all’apice del  suo successo), coprì la carica di consigliere circoscrizionale nel capoluogo. Con passione e convincimento, portava i colleghi a sposare le sue cause con discreto successo. Tra tutti, più presente ai quotidiani problemi della gente. Fino alle minute sfumature, raccolte in piazza, o al mercato del sabato. Dove, raramente, mancò al settimanale acquisto di cinque acciughe ghiotte e profumate, tirate fuori al momento dal secchio.

Enzo Olivastri – come gran parte dei ragazzi cortonesi nel dopoguerra – mise tempo a trovare un lavoro stabile. Finché non divenne uno dei più stimati panettieri della città. Da lì, senza infastidirlo, lo seguì il soprannome “Paletta” (pala di legno da fornaio).

Maturata la passione pittorica, dato il successo commerciale – i suoi quadri piacquero subito -, abbracciò l’arte come mestiere esclusivo. Padrone del colore, fu un originale post-macchiaiolo. Lo distingueva l’accento particolare sui gialli e sui rossi. Nelle prime opere – esposte nel Ristorante Tonino – la pittura è delicata, nei toni chiari; la narrazione di scorci e vedute di Cortona e dei suoi personaggi risultano gesti affettuosi, che fissano in eterno espressioni di volti, e sprazzi di luce. Alla sua formazione influirono due artisti: il napoletano Ignazio Lucibello (per i caldi toni mediterranei) e Achille Sartorio, pirografo, e fine maestro nel riprodurre dal vero ritratti e nature morte. Tentò pure l’esperienza concettuale. Aderendo al movimento “Nuovo Rinascimento”, nel gruppo fiorentino dell’antiquario Luigi Bellini.  “L’uovo e gli specchi”, furono per lui gli oggetti più intriganti. Anche se attratto – c’era un filone riflessivo nel suo carattere -, fu messo in crisi da quell’esperienza, avendogli sovvertito tecnica e poetica abituali. Si convinse perciò che il suo spirito “filosofico” (traeva massime saggie da esperienze e sensazioni) era meglio riservarlo alla conversazione tra amici. L’arte per lui era un’altra cosa.

Tornò all’antico mondo post-macchiaiolo, dando il meglio di sé. Viaggiava con la macchina fotografica per cogliere luci, colori, squarci; o dipingeva direttamente sul campo, rapidamente, in estemporanea. Lasciandoci per sempre – in formato grande, o piccolo, in tele larghe di altezza ridotta – il racconto dei suoi affetti: paesaggi, scorci urbani,  ritratti immediati ed essenziali, di un mondo che amò gioiosamente.

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