Enzo Barneschi, impegnato nella cura del patrimonio comunale e dei legami sociali

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enzo barneschiSe c’era da dare una palettata di cemento – al lavoro in Comune o per un amico in difficoltà o per attività ricreative – Enzo era sempre disponibile. Palettata di cemento, sinonimo della sua versatilità nell’affrontare i più svariati lavori manutentori di cui s’era impratichito beneficiandone il Comune, datore di lavoro viepiù a corto di operai specializzati.  Così com’era depositario della mappa virtuale, dell’esteso patrimonio comunale, costruita nella sua mente in tanti anni. Efficienza e dedizione al lavoro che forse gli sono stati fatali. Pur non disponendo notizie precise sulle cause del suo male inesorabile, credo di non essere lontano dal vero ipotizzando che si sia infortunato un piede lavorando trascurandone il trauma, e che, sottovalutato, abbia avuto un decorso infausto. Da “combattente” che privilegia mantenere salda la postazione alla propria incolumità. Come tutti, dal carattere con spigolature ma affettuoso! Da ultimo, i nostri rapporti erano virtuali, lo vedevo seguire su Facebook le mie strampalate vacanze in giro pel mondo. Ancora, il 26 marzo, annotava sul mio articolo dedicato a Bruno Benigni, uomo politico impegnato fino alla fine dei suoi giorni a favore degli ultimi, i ricoverati nei manicomi e nei manicomi criminali, avendo contribuito alla loro chiusura. Enzo scriveva: “Bravo Ferruccio, anche io ho conosciuto Benigni, hai dato il giusto valore che meritava, senza aggiungere meriti di più del suo grande lavoro, e con tanta umiltà”. Sapevo il suo ingravescente stato di salute, ma Enzo era ancora quell’uomo sociale con cui avevo condiviso tanti anni di impegno politico nel PCI. Famiglia politica dispersa in molti rivoli, ma che, nei più sensibili, ha conservato l’dea prioritaria della cura del bene comune. Anche in questo impegno Enzo è stato infaticabile, dimostrando quanto la dedizione al lavoro di dipendente comunale fosse coerente con la sua passione sociale. Mi aveva mostrato, molto soddisfatto, la bella casa di famiglia costruita, in senso letterale, con le sue mani. Parlandomi affettuoso della sua giovane famiglia in crescita, senza trascurare l’ammirazione per il babbo, già anziano ma sempre operoso. Come il suocero Quinto, lavoratore infaticabile, rappresentante di quella limpida coscienza civica della generazione che, con sacrifici e sudore, trasse fuori l’Italia dalla miseria post bellica, fino al benessere e ai diritti di cui la nostra generazione ha goduto. Come ultimo saluto gli ho dedicato un articolo sulla fantastica colonna sonora che sale dalla Val di Loreto in questi giorni di silenzi irreali: canti di uccellini, latrati canini, muggiti bovini, ragli d’asini, rari scampanii, … che l’hanno accompagnato all’ultima dimora, uniti al pensiero mesto di tanti che l’hanno conosciuto e apprezzato lavoratore inappuntabile, generoso e, senza retorica, dedito come pochi alla tutela dei legami sociali e del patrimonio della collettività.

Ferruccio Fabilli