DUE CORTONESI CINQUANTENNI SUICIDATISI NEL GIRO DI POCHI GIORNI AVEVANO QUALCOSA IN COMUNE?

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A distanza di pochi giorni sono stati segnalati due suicidi di cinquantenni cortonesi. Non riesco a capire i motivi per cui i media abbiano dato scarsa importanza a simili tragedie e soprattutto abbiano fatto sparire velocemente queste disgrazie dalla cronaca. Quando, specie come in questi due casi, alla base delle tragiche decisioni ci sarebbero stati problemi legati alle difficoltà nel lavoro. Comuni sia ai lavoratori che ai piccoli imprenditori: mancanza di reddito e di prospettive; debiti; carichi familiari insostenibili; ecc.

Per senso civico e solidarietà umana, in queste circostanze, non vedo il silenzio come soluzione ottimale, ma guardare in faccia la nuda, cruda realtà, se possibile, anche per trarne utili suggerimenti sugli atteggiamenti da assumere quando malauguratamente ci trovassimo a fianco persone in procinto di perdere il proprio equilibrio mentale.

Perché sono crollati così tragicamente dei cinquantenni di fronte a difficoltà sul lavoro?

Qualcosa posso dire, perché per l’età avrebbero potuto essere i miei fratelli minori. Oltretutto, uno dei due era un caro amico. Ci siamo frequentati pochissimo, ma quant’è bastato per saldare una amicizia sincera. Amava di sicuro la sua famiglia. Così come amava il suo lavoro da esperto agro-zootecnico. Un impiego, ottenuto poco dopo il diploma di perito agrario, a cui s’era molto affezionato. Quando non impegnato nel lavoro dipendente aveva sempre qualcosa di cui occuparsi nei beni di sua proprietà. Aveva la forza e la costanza lavorativa di una locomotiva capace di trainare non importa quanti vagoni, per la passione agro-zootecnica, e orgoglioso del suo status di lavoratore onesto e impegnato. Tutto ciò, in gran parte, era finito. Ridimensionato all’impegno nella propria piccola azienda familiare. Niente più lavoro in fattoria a coordinare i lavori giornalieri. E niente più stipendio. Anche se, per come lo conoscevo io, lo stipendio forse era l’ultimo dei suoi pensieri. Mentre considero un punto delicatissimo la fine del lavoro, inteso come status sociale azzerato insieme alle quotidiane incombenze in cui esercitare le proprie energie fisiche e intellettive. E, forsanche, non aver trovato nel lavoro in proprio risultati utili.

Fare ipotesi – da tradurre in pratica – di vedersi in altri ruoli, magari nello stesso settore produttivo, a cinquantasette anni non è facile. Anzi, da molti è escluso a priori. Specie se vissuti non nella percezione di una potenziale precarietà del lavoro, ma addirittura nel costante impegno per anni e anni negli stessi luoghi e con le stesse persone, nella stessa azienda, metti pure, dai conti attivi. Che un tempo erano condizioni necessarie e sufficienti a proseguire un’azienda. Non oggi, con la finanziarizzazione della economia, non si ragiona più in termini di sviluppo futuro e di valorizzazione di risorse umane ampiamente formate, ma in base a un semplice calcolo d’utilità immediata. Dunque, se cedere o dismettere un ramo di azienda o licenziare del personale incrementa gli utili, si procede.

Se il mercato del lavoro per i giovani è di difficile accesso, per gli occupati attuali è iniziata l’altalena dentro/fuori, già in atto, ma santificata dal Job act. Per chi è più minacciosa questa roulette dentro/fuori?

Per tutti i lavori che non richiedono molta formazione di partenza, o che s’imparano facilmente, perché c’è molta manodopera disponibile pronta a subentrare. Ma il dentro/fuori dal lavoro coinvolge anche figure professionali di tutti i livelli. Anche tra i più formati. Se infatti un neo laureato costa la metà di uno con venti/trenta anni di anzianità, non c’è dubbio sulla scelta dell’azienda: licenzierà il “vecchio” e si prenderà il giovane. Si salveranno solo alte professionalità, intese anche come manualità artigianali o persone sottopostesi a percorsi formativi d’eccellenza. Così come varrà sempre il fattore umano, cioè la qualità delle persone, nelle tante aziende che debbano offrire alla clientela servizi di qualità elevata e costante.

Ma torniamo ai nostri cinquantenni suicidi. La prevenzione di un fenomeno così terribile (il suicidio come via d’uscita dai problemi) ed esteso non è facile, ma va fatta!  Va costruita una rete capillare pronta ad affiancare le famiglie  con figure professionali (psicologi, esperti di formazione, del credito, ecc.) capaci di ricondurre i molti traumi causati dai “fallimenti” sul lavoro a una dimensione grave ma non catastrofica, suggerendo nuovi percorsi  formativi; cambi di attività; fonti di sostegno finanziario etiche, ecc. ecc..

Sarebbe l’ora – dopo l’esibizione del vanto dell’apertura legalizzata alla precarizzazione di massa – che lo Stato desse immediatamente il via al “reddito di cittadinanza” con il quale intervenire quando al disagio psichico del lavoratore si aggiunga l’indigenza. L’incapacità di sopravvivere. E, al tempo stesso,  tessere la prima trama della rete di sostegno alla ripartenza verso una nuova occupazione.

Forse per il mio amico suicida non sarebbe stato determinante il reddito di cittadinanza? Secondo me, il suo dramma maggiore è stata la inoperosità e la mancanza di prospettiva in una nuova appagante occupazione. Tuttavia vedo nel reddito di cittadinanza un momento di tregua per il “condannato” alla disoccupazione o al fallimento imprenditoriale, che gli faccia sentire tangibilmente vicino lo Stato e la società, consentendogli di ragionare il tanto necessario per uscire dal tunnel della sua totale disistima, che gli sarebbe fatale. Ho più che l’impressione, che sia la realtà: con la mia generazione è finita l’epoca di un lavoro per una vita. E che a un lavoro corrispondevano diritti e doveri tali da rendere “stabile” un’intera vita. Oggi la china è diversa: lavoro e diritti sono difficilmente coniugati e, soprattutto, stabili.  Perciò, alziamo le antenne e occupiamoci in ogni modo – facendoci sentire vicini come persone e come gruppi –  a quelli tra noi colpiti da improvvisi rovesci sul lavoro, perché per loro potrebbe essere questione di vita o di morte.

7 risposte

  1. bianca

    Qualche settimana fa si è suicidato un nostro carissimo amico cortonese per mancanza di lavoro ed ora sento una notizia simile a distanza di una settimana..tutto ciò mi preoccupa perché noi ci troviamo nella stessa situazione …mio marito è un piccolo artigiano e da circa un anno non lavora …viviamo malissimo , e non nego che queste situazioni mi fanno tanta paura sopratutto mio marito da quanto ha perso il suo più caro amico. ..spero si possa fare qualcosa al più presto e non aspettare che succeda no ancora fatti gravi come questi

  2. Graziella

    Complimenti per le belle parole e per aver, come sempre , centrato il problema .

  3. Moreno Bianchi

    Molto bello L’articolo, ma troppo demagogico, risente della tua formazione culturale e politica catto comunista ( non in senso dispregiativo intendi bene). L’analisi è quella di chi è stato sempre dall’altra parte della barricata, dalla parte di coloro che vivono o hanno vissuto di stipendio fisso. Diverso invece sarebbe l’analisi che farebbe una partita iva, abituato a pensare come tirare fuori a fine mese i soldi per tutte le incombenze che gravano su tali figure professionali ciao Moreno

  4. Lorenzo Giuliarini

    Finalmente qualcuno ragiona sul vero problema di questa nazione la perdita del lavoro dei 45/55 che non hanno nessuna possibilità di rientrare e rimangono soli con tutto il carico familiare

  5. Ferruccio

    La società ideale, per chiunque, sarebbe quella che si preoccupa di non lasciare solo nessuno. Ma, senza volermi abbandonare alla demagogia, non sono questi i valori cari alla politica, e dove il sindacato non riesce ad incidere. Bisognerebbe creare per questi seri problemi esistenziali (che mi si dice ogni anno portano al suicidio 4-5000 persone) punti di riferimento istituzionali permanenti, a cui facilmente i bisognosi di aiuto possano accedere. L’occasione che io ho citato potrebbe essere la istituzione di un reddito di cittadinanza. non solo per dare un aiuto immediato e concreto, in casi di grave sussistenza, ma come rete capillare in grado di sviluppare una prima rete di solidarietà. Purtroppo, a partire dai Comuni, che rappresentano il primo livello esponenziale di diritti ai cittadini, sono presi dai loro problemi di cassa, trascurando il primo dovere di non lasciare soli i più bisognosi di aiuto e di ascolto. E’ un vero dramma.

  6. Ferruccio

    La società ideale, per chiunque, sarebbe quella che si preoccupa di non lasciare solo nessuno. Ma, senza volermi abbandonare alla demagogia, non sono questi i valori cari alla politica, e dove il sindacato non riesce ad incidere. Bisognerebbe creare per questi seri problemi esistenziali (che mi si dice ogni anno portano al suicidio 4-5000 persone) punti di riferimento istituzionali permanenti, a cui facilmente i bisognosi di aiuto possano accedere. L’occasione che io ho citato potrebbe essere la istituzione di un reddito di cittadinanza. non solo per dare un aiuto immediato e concreto, in casi di grave sussistenza, ma come rete capillare in grado di sviluppare una prima rete di solidarietà. Purtroppo, a partire dai Comuni, che rappresentano il primo livello esponenziale di diritti ai cittadini, sono presi dai loro problemi di cassa, trascurando il primo dovere di non lasciare soli i più bisognosi di aiuto e di ascolto. E’ un vero dramma.

  7. Ferruccio

    Il disagio di “fallimenti” sul lavoro, forse mi sarò espresso male, ma accomuna tutti, lavoratori e partite Iva. E la mia denuncia vuole essere solo un piccolo contributo a sollecitare lo Stato (nelle sue varie articolazioni) a istituire presidi permanenti in grado di ascoltare, sostenere anche materialmente chi non cela fa. Nessuno dovrebbe essere abbandonato a se stesso, questo per me è stato sempre un principio politico cui ogni democrazia dovrebbe attenersi. Ma siamo diventati la società degli sprechi e delle ruberie, senza più attenzione per gli “ultimi”. Una terribile selezione darwiniana, che trasposta nel sociale da il senso di una società profondamente ingiusta. Credo, invece, che ci potrebbero essere risorse e attenzioni per tutti, specie per coloro che col loro suicidio (ogni anno circa 4-5000 in Italia) denunciano un malessere su cui intervenire. Ciao, Ferruccio