Don Renato Tacconi, sacerdote generoso dalla voce roboante

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Tacconi 2Sessantatreenne, don Renato Tacconi morì. In quel momento si conobbe a pieno la sua moralità, grazie ai legati testamentari in tre lettere: alla famiglia, a don Giovanni Basanieri, economo diocesano, e a Giovanni Materazzi, vicario vescovile. Alla famiglia numerosa, amata in modo ricambiato, lasciò gli immobili. Niente denaro. Il poco o tanto residuo fu destinato a saldare librettini di parrocchiani bisognosi. Ai quali, da tempo, aveva aperto crediti presso il macellaio Tacconi e gli alimentari Molesini, incaricando post mortem don Basanieri a provvedere in sua vece. La miseria, in ogni epoca, morde forte sui deboli. A costoro, oltre ai conforti religiosi, don Renato pensò bene di regalare salutari sostegni corporali. Prova cristiana, umana, di estremo affetto. Lo stesso approccio, semplice e premuroso, che rivolse all’amico Carrai (divenuto pittore stimato) in procinto di emigrare da Cortona: don Renato si presentò ai saluti di commiato con un vassoio di paste, acquistate dal Banchelli.
Il cibo, in età matura, gli fu conforto e piacere, tanto da mutarsi nel classico pretone. Figura su cui si sbizzarriva l’inventiva popolare, per l’eccezionale voracità degli extra-large in nero; battezzando certi maccheroni in strozzapreti! o narrando aneddoti, su questo o quel prete, capace di ingurgitare in un sol pasto un tacchino intero ripieno di caldarroste, o un’anatra sana farcita di pastasciutta, …, imprese pantagrueliche, mitizzate in epoche di fame insoddisfatta.
Nacque nel Natale del 1909, in una famiglia con numerosi fratelli. All’epoca, in casi simili, spesso un figlio (o figlia) veniva avviato ai voti religiosi. Renato, quasi ventenne, si fece seminarista. Scelta consapevole, in età matura; avendo bypassata l’esperienza del seminario minorile (in genere ambiente infido, a causa dell’endemica diffusione della pedofilia). Dopo il militare, nei ruoli sanitari presso la reggia di Caserta, svolse numerosi incarichi sacerdotali in parrocchie di campagna (S. Angelo, S. Martino a Bocena), e città (S. Marco). Chiamato a sostituire don Amilcare Caloni, in seguito alla tragedia dell’amante uccisa da Caloni in una sconsiderata pratica abortiva. Sulla vicenda, don Renato fu pure incaricato dalla Curia di redigere l’istruttoria preliminare al processo ecclesiastico. Egli, infatti, ricopriva l’incarico di Cancelliere diocesano a fianco di Giuseppe Franciolini, vescovo, garante disciplinare del clero. Don Renato, stimato dal Vescovo, n’era vicino d’ufficio. Si ricorda l’episodio tra il Vescovo e un don Renato solerte a vestire il clergyman. Pressato dai critici del clergyman, Franciolini lo convocò, e, dopo averlo osservato, ebbe a dirgli un’imprevedibile: “Mica stai male!” Il Vescovo era un conservatore, prudente verso talune innovazioni seguite al Concilio Vaticano II; mentre don Renato fu pronto a seguirne le novità, almeno nell’indossare la nuova veste talare. In effetti, la semplificazione dell’abito era matura. I preti, fino agli anni Sessanta, erano obbligati a indossare sottanoni bottonuti dal collo ai piedi, mantelloni e copricapo in fogge risalenti a epoche remote, tanto da risultare caricaturali. E’ famosa la battuta di Giovanni XXIII, a un ricevimento, da Nunzio apostolico: “Scusate l’abito da satrapo persiano!”. L’ingoffamento pretesco, in inverno, era tale da produrre un ingombro superiore, quasi il doppio, d’un tizio vestito in abiti “normali”. E il colore nero non passava inosservato. A una vista simile, don Renato entrando in un bar a Cortona, dove altri preti consumavano qualcosa, esclamò: “Dove siamo?!… A Badia Pretaglia?!…” confermandosi arguto battutista. Come nell’altra uscita spiritosa, allorquando nominato parroco di S. Filippo – sottratti alla parrocchia tutti i registri che ne raccontavano la storia centenaria, per portarli all’archivio diocesano – ridendo, esclamò: “Tutte le teste al Tempio, e a S. Filippo niente!”. Nel suo piccolo, don Renato contestava lo spostamento di notevoli documenti storici dalla loro sede naturale, sia pure a poche decine di metri. Chissà cosa avrebbe detto oggi sulle scelte vescovili? Scelte, non solo ad occhi estranei, ma agli stessi fedeli paiono improntate più agli affari e al guadagno che alla tutela della storia, della religiosità, e delle culture locali. Purtroppo, però, non può meravigliare simile condotta del clero verso la propria storia, nel tempo in cui le autorità civili hanno quasi regalato ai privati, e all’abbandono in cui versa, un monumento unico di Cortona: l’ospedale fondato da S. Margherita. Oggi, è destino comune, civico e religioso, subire autorità, quantomeno, facilone nel gestire il patrimonio a loro disposizione.
Don Renato aveva un carattere risoluto. In famiglia, gli si rivolgevano col “lei” anche i fratelli, che, tra loro, si davano del “tu”; pur essendo gioviale e affettuoso in casa e fuori. Voce tonante inconfondibile. Oratore e cantante, singolo e in coro, ne avresti distinta la voce tra decine. Con potenza vocale, e sapiente estensione delle note, ad esempio nel Te Deum, don Renato faceva vibrare l’aria di ebbrezza gioiosa, spronando l’eco corale dei fedeli. Egli, nei riti religiosi collettivi svolgeva una sorta di regia, a cui tutti sottostavano. Canonico nel Capitolo della cattedrale, e monsignore in fusciacca rossa. Nei riti sacri si esaltava, in vigile trasporto. E se qualcuno gli fosse parso distratto, con occhiate severe e modulando il tono di voce in direzione dell’ allocco, l’avrebbe richiamato all’ordine!… Così come per anni, in età giovanile, aveva fatto osservare disciplina e studio, da diligente educatore e assistente religioso: nel collegio di S. Giuseppe, nell’Azione Cattolica, e nel circolo Piergiorgio Frassati.
Cancelliere, censore della disciplina del clero, forse, sarà stato la prima “vittima” di sé stesso, dovendo vivere in modo integerrimo, dando il buon esempio. Se pure, tra i pregi migliori, chi l’ebbe conosciuto ne ricordava il timbro vocale unico e inebriante nei canti sacri, e la speciale generosità (nascosta, lui vivente) verso i bisognosi. In contrasto con quei prelati confratelli, più o meno coetanei, ricordati per lasciti scandalosi, ad amici e familiari, di vere fortune!… evviva la chiesa dei poveri.
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