Christian Reinhardt artista intellettuale contadino, giramondo riparato nelle colline cortonesi

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Christian ReinhardtChristian Reinhardt è accasato alle pendici di Ginezzo, sopra Valecchie.  Da anni  ha scelto quel buon ritiro, dopo aver vagato pel mondo: USA Germania  Francia altri Paesi  Europei URSS Ucraina Bielorussia. L’esodo massiccio da colli e pianure cortonesi, nel Dopoguerra, creò l’enorme vuoto di tante case, il cui valore ri-abitativo primi a coglierlo furono gli stranieri. Amanti dell’ambiente del clima della quiete del cibo e dell’ospitalità, per loro, a costi allettanti. Il primo Reinhardt in Valdichiana, a Castiglion Fiorentino, giunse suo padre, Wolfgang.  Produttore di film di successo: La famiglia Trapp (’56) Freud passioni segrete (’62) e Ludwig II° (’55), che ispirò il Ludwig (’73) di Luchino Visconti. Christian ha una storia familiare di artisti famosi, che ci illustrò dopo averci ricevuto.  (Ero accompagnato da Fernando Ciufini, suo amico di lunga data).  Nelle sue vesti odierne di intellettuale e contadino in scala ridotta (non alleva più mucche per limiti d’età), affiancato da un’assistente coreana gentile e graziosa. Il nonno paterno Max, proprietario a Berlino di due teatri e un castello, le cui sale adattò per svolgerci spettacoli, fu regista attore produttore drammaturgo teatrale e regista cinematografico. Esponente del teatro proletario, per alcuni però non troppo comunista, pur avendo firmato l’articolo a favore degli anarchici Sacco e Vanzetti, insieme a Thomas ed Heinrich Mann, e messi in scena Schnitzler e Wedekind, due macigni lanciati nello stagno del teatro borghese. Max, di origini austriache, fu tra i fondatori del noto Festival di Salisburgo, prima di fuggire con la famiglia negli USA, nel ’37, da ebreo perseguitato. La nonna, moglie di Max, Helene Thiming, austriaca, fu attrice teatrale e di cinema, figlia e sorella di noti attori e registi: Hugo, il padre, e i fratelli Hermann e Hans. Fuggiti in USA, i Reinhardt persero ogni proprietà; ricominciando daccapo le carriere artistiche ottennero successi anche nel Nuovo Mondo, nelle stesse attività svolte in Europa. Nato a Santa Monica in California nel 1945, Christian, nel ’51, tornò in Germania. Dove alternava, ogni giorno, frequenze a scuola e al podere d’un contadino colto, che lo fece innamorare dei lavori agricoli e dell’allevamento delle mucche.

Dalla campagna, la famiglia si spostò a Monaco, dove il padre Wolfgang produsse film di successo – già citati – come La famiglia Trapp; dall’autobiografia di Anna Augusta Trapp, cantante, ispiratrice del musical The Sound of Music, da cui fu tratto l’altrettanto famoso film Tutti insieme appassionatamente, con Julie Andrews.

Alla maggiore età, Christian fu assistente di un noto fotografo a Monaco, affinando la tecnica. Tra il 1966/67, compì lunghi viaggi. Accampandosi in tenda, visitò l’URSS in sei settimane di vacanza. Minsk, Smolensk, Tula, Mosca (scoprì allo stadio l’uso di toilet senza separé, che si rifiutò d’usare!), a Kiev fu colpito dalla gentilezza delle persone.  Dopo Monaco si recò a Parigi, lavorando nella pubblicità in più studi e per ditte diverse, tra cui Christian Dior. Negli ambienti di modelle, occhi chiari alto e schietto (com’è ancor oggi) conobbe quella che, divenuta sua moglie, gli dette tre bei figli: due femmine e un maschio. Tornato a Monaco, si mise in proprio. I soggetti preferiti erano: poveracci e personaggi incontrati per strada (Street photography). Scoprendo, tra l’altro, la “tristezza dei turisti” nei loro volti annoiati. Dopo Monaco andò a New York dal fratello Michael, fotografo pubblicitario. Acquistata una piccola Leica, tornato a Parigi, riprese a fare foto di strada, privilegiando il bianco-nero. Di nuovo a New York, grazie alla fama di nonno Max, fu ingaggiato da una art director, d’origini austriache, che gli assegnò quattro pagine sulla rivista House & Garden, sufficienti a garantirgli da vivere e coltivare le foto di strada. Nata la prima figlia, smise di guadagnare con le foto allevando mucche, acquistata un’azienda agricola in Minnesota. A quegli anni risalgono le foto pubblicate in Reflections, New York, 1976-80, editore Benteli. Nel 2001, pubblicò il resoconto fotografico Belarus d’un viaggio a fine anni Novanta in Bielorussia, editore Teti, con testo di Mario Geymonat. La sua fotografia evidenzia le contraddizioni sociali della realtà: a fianco del benessere cresce la povertà, che si tende a nascondere o minimizzare. Fenomeno che non riguarda solo i paesi poveri, ma il contrasto stride ancor più nei paesi ricchi, come in USA, dove gli homeless sono in crescita paurosa. In occidente, a fianco dei poveri, egli nota, anche in chi guadagna 100mila dollari, il continuo terrore di perder tutto. Membro di famiglia politicizzata ebrea perseguitata e progressista, lo inquietano vicende recenti: il declino USA (in fuga dall’Afganistan, è la fine dell’Impero?) e le mire espansionistiche europee verso Est, ispirate dalla Germania. Christian – a Valecchie – dedica il tempo libero dal lavoro dei campi alla riflessione politica, ripercorrendo negli appunti le fonti da cui scaturiscono idee al 75enne che ha vissuto nel mondo. Colpito, come molti della sua generazione, dal  dramma della guerra in Vietnam; dalla repressione, ispirata dal nord America, dei movimenti di riscatto politico in Centro e Sud America; fino alle tragiche vicende delle Brigate Rosse tedesche: la Rote Armee Fraction di Baader e Meinof. L’esperienza vissuta e le letture di Christian – Aristotele, Epicuro, Marx, Engels, Hobson, Lenin – riverberando nel suo saggio in elaborazione “Il puto di  vista di un idiota, in senso greco: uomo comune che cerca di capire”, suggeriscono il riscatto umano: trasporre, a scala globale, la sua personale visione “comunista” della vita. Il “progresso”, orientato a creare sempre maggiore plus valore, distoglie l’umanità dalla giustizia sociale, mutandola in consumista forsennata, negandole una vita scandita dai ritmi naturali, mirando al profitto fine a sé stesso. Basti dire che nel 2020 sono stati spesi 630 miliardi di dollari nella pubblicità: per indurre inappagamento nel lavoratore, spinto al consumismo senza fine. In definitiva, all’infelicità. Infelice è: a chi manca qualcosa. Ma aspettiamo la pubblicazione del saggio, proponendoci di leggerlo,  per meglio intendere le riflessioni di Christian Reinhardt comunista utopista.

fabilli1952@gmail.com

Christian Reinhardt - Reflectionslibro fotografico di Christian