Campana e Maso, apparizioni cordiali…ma inquietanti

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Per avviare alle buone abitudini, un tempo, i genitori usavano minacciare i bambini ricorrendo a qualsivoglia babau: “Se non fai il bravo ti consegno a…” soggetti immaginari – ogni famiglia usava i suoi -, ch’avrebbero sottratto il piccolo bizzoso alle braccia amorevoli della mamma. L’orco, il più temuto, ma pure il lupo e la strega cattiva non erano da meno, e persino un terribile carabiniere avrebbe potuto portarti in prigione, come Pinocchio. Quelle minacce pedagogiche, col passar del tempo, divenivano sempre meno efficaci. Finché, grandicelli, non credendo più tanto a quei sinistri fantasmi, i genitori, per raddrizzare i monelli, passavano a vie di fatto: sculacciate, scappellotti,…, ruschiatine di giunchiglia fresca, su gambette scoperte dai calzoncini corti.
Nell’enclave umbra di Piazzano in territorio cortonese, piccolino, avevo così presente il timore d’esser ceduto a qualche babau da impersonarli in certi tipi che mi fossero parsi strani, dai quali mi sarei tenuto a prudente distanza. Se non, addirittura, sarei fuggito alla loro comparsa. Com’accadde al primo incontro col Ceppo.
Oggi, grazie alla Coca Cola e alla televisione, i ragazzini sanno bene che Babbo Natale è un signore anziano grassoccio canuto e barbuto, vestito di rosso, dispensatore di giocattoli. Ma, vivendo in campagna in una casa colonica senza acqua né luce né gabinetto, il Ceppo non era ancora esattamente definito nella mia fantasia, sapendo solo che, la vigilia di Natale, sarebbe arrivato un vecchio a portare leccornie. Non si trattava ancora di balocchi, quelli sarebbero arrivati più avanti. Ghiotto di dolciumi, nei ricordi della mamma, avrei trangugiato, insieme allo zucchero, persino una discreta quantità di ciucci di gomma!
Quel che si chiamava Ceppo – incarnazione del grosso ceppo ardente, a cui il nonno, attizzandolo con paletta e molle, fingeva di fargli cagare frutti e dolciumi – era uno travestito nell’equivalente odierno di Babbo Natale. Il quale, da una bisaccia, avrebbe dispensato frutta (arance, mandarini, noci,…), caramelle e dolcetti vari, tipo i cavallucci. Al contrario, ai bimbi birbanti avrebbe portato carbone! Non quello zuccheroso commestibile, ma veri residui di tizzi bruciati. Il carbone era carbone, allora. Così, scalpicciando tra le gambe di babbo e mamma a ridosso d’un gran focolare acceso – alla luce stentorea del lume a carburo che illuminava giusto le facce vicine, lasciando semibuio il resto della cucina -, attendevo il primo incontro col Ceppo. Quel vecchio, in groppa a un asino, sarebbe passato prima o poi di là, per dare, col suo carico, la conferma s’ero stato buono o cattivo. All’improvviso, dopo alcuni colpi alla porta, entrò dal buio della strada un tizio ricurvo con un sacco sulle spalle, la faccia in ombra, coperto d’un mantello scuro – di quelli indossati dai soldati nella prima guerra mondiale –, quand’egli, accostandosi, disse: “C’è un cittino?!… Pe’ ‘sto cittino ho qualcosa…” non finì la frase, ch’ero già saltato nelle braccia della mamma, strillando da ossesso!… Nella concitazione, non ci furono parole in grado di chetarmi, né funzionarono i gesti del vecchio che, toltosi cappello barba di stoppa e pastrano, si presentò: “So’ Maso! ‘n me riconosci?!…De ch’è paura?! Ho tante robine bone per te!…” Macché. Ero un pazzo incontenibile! Talmente convinto che il vecchio (a me poco noto) volesse portarmi via, che i genitori furono costretti ad allontanarmi dall’anziano Maso del Barabuffi, dolce e affabile, che s’era prestato a fungere da primo e ultimo Ceppo della mia vita. In seguito, alla luce del giorno, rividi più volte il buon Maso, che s’intratteneva ricordando, sorridente, la fatidica sera del Ceppo… tuttavia, pur chiarito il motivo del suo terrorizzante travestimento, rimasi sempre guardingo alla vista dell’incolpevole vecchio.
L’incontro con Campana, invece, fu alla luce del giorno. In pieno solleone.
Nel bel mezzo dell’estate, girovagavo accostato alla sottana della mamma, intenta a sbrigare faccende, incamminata su viottoli di campagna. Nei cui pressi, operai stavano scavando formoni. Mia madre, bella donna gioviale, non mancava di fermarsi per brevi scambi di convenevoli. Considerando che gli operai al lavoro erano sparsi qua e là, dentro lunghi e profondi scavi, adatti a impianti di alberi da frutta, il rito del saluto si ripeteva ogni volta alla solita maniera fugace: “Buon giorno…! Che bel bambino…! ecc. ecc.”, tranquillo, seguivo mamma mano nella mano. Quando un operaio, sulle cui spalle umide di sudore rifletteva il sole cocente, girandosi mostrò un volto diverso dagli altri: metà faccia era deturpata da un angioma scuro… mentre, dondolando la testa (difetto patologico, da cui gli derivava il soprannome Campana), disse alla mamma: “Buongiorno bella sposa! Me lo dai ‘sto cittino, che lo porto a casa mia che ‘nn’ho figlioli?!…” Ah, com’ebbe detto che m’avrebbe portato con sé, scoppiai in un pianto isterico, di cui son capaci i bambini, gemendo più d’un porcellino al mattatoio! Il pover’uomo, frastornato, si prodigò usando gesti e parole gentili, dispiacendosi di non aver dietro caramelle o dolciumi per rabbonirmi,… La notte mi colpì un febbrone, come quella successiva all’apparizione del Ceppo.
Digiuno di psicologia infantile, tutt’oggi m’interrogo, senza una risposta esauriente, su quelle mie reazioni abnormi e sguaiate; trovando l’unica giustificazione nel timore del distacco dalla mamma; ripensando alle parole del povero Campana: “Me lo dai ‘sto cittino che lo porto con me…?!” Ma il povero Maso? Il buon Ceppo, forse che, nella penombra d’una cucina poco illuminata, può essermi parso, più che un buon vecchio che portava doni, l’orco che mangiava bambini?!… Di solito, sbagliando s’impara, e il fluire del tempo ci rende più ragionevoli. Oggi ricordo con grande nostalgia Campana e Maso, fantasmi benigni dell’infanzia, felice di averli avuti, che abbraccerei volentieri…ma, all’epoca, sarò parso loro “un gran bischero de cittino” Chissà.
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