Alfonso Leonetti-Lev Trotsky, Carteggio 1930-1937, prefazione di Giorgio Sacchetti

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Cover pag 1TROTSKYLa talpa scava ancora?

Prefazione di Giorgio Sacchetti

Nell’epocale interrogativo di Alfonso Leonetti, reiterato in età senile, risiede forse la percezione dell’imminenza dell’ultimo atto di un travagliato percorso. Il muro di Berlino non era ancora caduto, ma quel socialismo da caserma, burocratico e oppressivo non poteva durare, certo meritando quell’epilogo rovinoso senza rigenerazione. Eppure quell’Idea che l’uguaglianza e la libertà non dovessero mai essere disgiunte sembrava riemergere dai gorghi della Storia, come un fiume carsico, leggibile in filigrana perfino nelle riflessioni di un vecchio comunista dissidente, di un trotskista dalle “venature libertarie”.

Quasi un secolo fa nella Russia sovietica si consumava l’estromissione di Trotsky, massimo protagonista della rivoluzione, dagli organi dirigenti del partito. In Italia l’inizio della vera fortuna editoriale del suo pensiero risale all’anno 1963 quando, per la prima volta senza demonizzare, usciva un importante studio dello storico Giuliano Procacci dedicato alla Rivoluzione permanente. Sempre in quegli anni veniva fondata la Samonà Savelli, editrice di orientamento affine che pubblicava un’importante antologia di scritti del rivoluzionario russo e un saggio di Silverio Corvisieri su Trotsky e il comunismo italiano; nel 1983 ci sarebbe poi stata la creazione del Centro studi “Pietro Tresso” con sede iniziale a Foligno in Umbria. Riguardo invece le fortune politiche e i primi passi di questa corrente del comunismo internazionale nel nostro paese l’indicazione per gli studiosi è stata, da sempre, quella di far riferimento alla fornitissima biblioteca di un illustre “trotskista pentito”, Leonetti appunto, con il suo archivio ubiquo e disseminato, suddiviso tra Fondazione Feltrinelli a Milano, Istituto Gramsci a Roma e Biblioteca comunale a Cortona.

Questo pregevole corposo Carteggio che i lettori hanno tra le mani, curato da Valeria Checconi e Ferruccio Fabilli, costituisce un’indubbia fonte primaria e un tassello fondamentale non solo per la ricostruzione delle intricate vicende novecentesche del trotskismo italiano e internazionale, ma anche per quelle più ampie e generali del movimento comunista. E merita un posto di rilievo nella nutrita storiografia specialistica sull’argomento. D’altronde le cesure estreme della corrispondenza, 1930-1937, racchiudono snodi cruciali sullo scenario geopolitico globale, con l’Europa in fiamme e sull’orlo del baratro.

Molteplici gli aspetti e le considerazioni che emergono dalla compulsa di queste pagine. La prima, abbastanza scontata, è che essendo i due corrispondenti protagonisti ed esponenti di primo piano di quella peculiare storia (quella del comunismo s’intende) che così tanto ha marcato il secolo XX, le informazioni inedite e le novità che qui emergono abbiano una valenza comunque ragguardevole. Esse cioè aggiungono ulteriori necessari elementi di conoscenza partendo proprio dall’analisi minuta e profonda di carte fino ad oggi misconosciute. La seconda considerazione riguarda proprio la natura di questi particolari documenti ed il loro trattamento per le finalità euristiche. È appena il caso di ricordare che, nella fattispecie, ci si trova di fronte alla pubblicazione integrale di fonti soggettive di primo grado, pregiatissime. Siamo cioè alla base della piramide, ad una profondità alla quale non sempre è consentito l’accesso agli storici. Nell’ambito di una strutturazione gerarchica documentale si comprende bene la differenza fra queste carte e, invece, gli atti ufficiali. I secondi sono, con tutta evidenza, il risultato di uno spirito mobilitante che sta a monte, elaborati su materiali di istruttoria che non sempre è dato di conoscere; e sono finalizzati alla comunicazione esterna efficace ed alla rappresentazione ottimale di sé dell’organizzazione, frutto in genere di sintesi e dibattiti, confezionati per durare in eterno o quasi. Considerate implicitamente memoria labile dagli stessi estensori – strumento della comunicazione intersoggettiva che s’immagina (a torto) “riservata” o, in ogni caso, inaccessibile agli estranei – le carte e la corrispondenza in genere, proprio per la loro funzione propedeutica ancillare rispetto alla stesura dei documenti ufficiali ci aprono invece, in quanto espressione estemporanea “sincera”, una inedita dimensione intima, libera e meno condizionata dal contesto. Quest’ultimo genere di fonti, spesso connotate da specifiche peculiarità, ci permette quindi di entrare nella psicologia degli attori e nelle dinamiche di gruppo utilizzando perfino dispositivi e approcci metodologici mutuati da discipline non prettamente storiche. L’euristica, quale scienza della ricerca, assume qui anche un significato più propriamente tecnico, ossia relativo all’atto concreto di esperire la materia prima. Così si mette a disposizione di chi voglia il risultato eccezionale di un “lavoro sotterraneo” nel quale si sono esercitate “le arti del minatore” indispensabili per la confezione del manufatto storiografico.

La presente pubblicazione costituisce la prova provata di come i fondi epistolari rappresentino uno strumento indispensabile di conoscenza. E ci permettano visuali inedite utilizzando ad esempio il metodo della cosiddetta network analysis, ossia attraverso l’esplicitazione di una “rete”, sistema / disegno strutturato di connessioni fra diversi punti, e magari di una rappresentazione sinottica sotto forma di diagramma. Ciò al fine di analizzare le attività svolte dai vari soggetti chiamati in causa, eventualmente finalizzate alla realizzazione di un progetto, oppure anche di tipo informale.

La terza considerazione concerne invece il rapporto di conoscenza amicale e di frequentazione intercorso tra il curatore dell’opera, Fabilli, ed il protagonista Leonetti, che non solo sta alla base della presente meritoria iniziativa editoriale, ma che ci fa intravedere un interessante “nesso comunicativo” intergenerazionale che ormai è quasi diventato una prassi nella storiografia sul movimento operaio in questi ultimi decenni. Insomma gli storici e gli studiosi formatisi culturalmente negli anni cruciali Sessanta-Settanta hanno spesso rivolto il loro sguardo d’indagine verso un’altra generazione-contro rassomigliante almeno nell’esprit alla loro, quella dei nati al volgere dell’Ottocento; forse alla ricerca inconscia di una possibile pedagogia rivoluzionaria, oppure di mere risposte alle inquietudini politiche e sociali poste dalla modernità. L’ultima considerazione attiene i contenuti insiti nello stesso soggetto narrativo che, anche nella disamina di quest’opera, ci rimandano alla categoria politica, culturale e soprattutto etica, del “tradimento”. Con una dinamica in parte analoga a quella già in atto per le masse cattoliche nei confronti dell’autorità millenaria dell’istituzione Chiesa, si instaura un vincolo di tipo ideologico fideistico, mutuato dall’attesa messianica del “Sol dell’avvenire”, nei confronti dello Stato sovietico. Ed era proprio nel nome di quella nuova fede che il movimento di simpatia verso la Russia rivoluzionaria si era istituzionalizzato nei partiti comunisti. Si creava in tal modo (e qui vale ancora l’analogia di cui sopra) quell’armonia artificiosa tra movimento e istituzione utile soltanto al perpetuarsi dei rapporti di potere, alla preservazione del nucleo originario da ogni istanza di contestazione. In tal senso ogni dissidenza doveva o essere riassorbita, oppure eliminata senza esitazioni; quindi ogni presa di posizione controcorrente rivestiva i connotati di “tradimento”.

Collocati in genere nell’arcipelago della dissidenza di sinistra, gli epigoni italiani di Lev Davidovich Bronstejn hanno una storia, un filo rosso che si dipana, senza soluzione di continuità, dal 1930 – quando “i tre” (Tresso, Leonetti e Ravazzoli) venivano espulsi dal partito comunista – fino ai giorni nostri, passando per la Nuova Opposizione Italiana e la Quarta internazionale. È un percorso costellato di persecuzioni, dibattiti estenuanti, scissioni in piccoli gruppi. I presupposti di questo movimento sono sempre stati quelli di un recupero puntiglioso delle fondamentali battaglie condotte da Trotsky, dal periodo prerivoluzionario alla NEP, fino all’affermarsi dello stalinismo, teorizzando la “Rivoluzione permanente”, denunciando la degenerazione dell’URSS e i crimini di Stalin, per un diverso rapporto partito-masse.

Il 17 febbraio 1962 “L’Unità” registrava una delle più cocenti sconfitte di questo movimento: Alfonso Leonetti, uno dei suoi massimi esponenti storici, rientrava nei ranghi del PCI, dopo avervi militato per nove anni dalla fondazione. Extra Ecclesiam nulla salus: “Fu un errore aver rotto con il Partito, poiché i fatti hanno sempre dimostrato che un comunista non ha ragione che nel Partito e con il Partito…”. Ma, non molti anni dopo, nel suo testamento politico – messo proprio come epigrafe all’incipit di questo volume – egli avrebbe riconfermato la sua identità di marxista rivoluzionario internazionalista nulla rinnegando delle lotte condotte “sotto la bandiera di Trotsky e della Quarta Internazionale”. Con una chiosa finale che piuttosto rimandava al valore etico e, aggiungiamo noi, anche esistenziale dell’Utopia.

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