ADEMARO BORGNI, SEDUTTORE DISCRETO E ROMANTICO

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In un’operazione della memoria, dal valore affettivo e liberatorio, riaffiorano soggetti della “mitologia” popolare. Vissuti in un determinato periodo storico (il nostro) nell’antica, piccola città provinciale. Ciascuno di pari rilievo simbolico. Siano stati essi nobili, popolani, artisti, intellettuali, perdigiorno, artigiani, virtuosi, debosciati, ubriaconi, preti, suore,… ognuno speciale nel mosaico sociale del tempo. Per poi disperdersi nel nulla, accomunati dallo stesso destino. E nessuno è stato solo come ci è parso. Bensì – citando Pirandello – tutti finiamo per esser: uno, nessuno, centomila.

Ademaro apparteneva a un casato popolare piuttosto numeroso, i Borgni. Anche il babbo Dino, tornato dalla prigionia in Germania, fece la sua parte con la moglie Caterina dando vita a tre gemelli. Il figlio maggiore Ademaro, nato prima della sua lunga e dolorosa assenza, partecipò già grandicello al matrimonio dei genitori. Lo sfortunato padre faticò a recuperare la salute e ben presto morì. Lasciando nel figlio maggiore un caro ricordo di uomo affettuoso e lavoratore. Anche se, come molti suoi parenti, affetto dalla passione per il gioco e le bisbocce. Si racconta di un Borgni che, recatosi in maremma a vendere un gregge, tornò senza soldi e senza pecore!

Caterina fu assunta al macello comunale. Ademaro s’ingegnò alla giornata. Finché fu preso da una grande ditta di spedizionieri fiorentini, i Mazzoni. Divenuto provetto autista, l’esperienza lo rese audace. Forse anche troppo, per il mite architetto comunale Mario Mariotti. Quando gli rimproverava una guida spericolata nel traffico urbano: “Faccia piano! Il guaio non sono gli incidenti, ma le discussioni che ne seguono!”, gli ripeteva spesso. L’ambiente fiorentine l’iniziò al gusto raffinato dell’abbigliamento sartoriale, che mantenne sempre. Rimase a Firenze alcuni anni. Insieme alla dolce e amata moglie Rina. Sodalizio coniugale durato l’intera esistenza di lei. Donna sfortunata. Non poté avere figli desiderati, e lottò a lungo con una malattia degenerativa crudele che la consumò per anni, fino alla morte. Ciò nonostante, la coppia generosa accudì come figlia una nipote orfana, debole di salute mentale, dalla vita tormentata. Al contrario, Ademaro, fisico vigoroso e animo sensibile, cercò a modo suo di spremere il meglio dalla vita. Era goloso. A tavola (grazie anche a Rina, cuoca eccellente) e di attenzioni femminili. I primi successi con le donne e l’esperienza di nuovi piaceri divennero per lui una specie di droga. Senza quasi accorgersi, entrò nel vortice di passioni romantiche e carnali. Al punto che fu ricoverato in ospedale, preda di lancinanti dolori ossei. Il medico, nel somministrargli la cura, gli spiegò che abbuffandosi senza misura di quel cibo avrebbe potuto compromettersi la salute. Le ossa gli si stavano decalcificando.

Già maturo, tornato nella città nativa, fu assunto al mattatoio comunale. Come la madre. Prima dell’alba preparava la caldaia. Poi iniziava l’inferno giornaliero dell’uccisione e scuoiamento di decine di bovini, maiali e pecore. E’ il caso di dire: si trattava di uno sporco lavoro. Che svolse diligentemente. Fino a farsi la fama di possedere il “cazzotto proibito”. Lui si scherniva, smentendo la falsa diceria seguita all’atterramento con un pugno d’un vitello recalcitrante. Il povero bovino non fu tramortito dalla forza bruta, bensì, colpito in piena fronte, cadde a terra sul pavimento scivoloso avendo perso l’equilibrio. Quel lavoro sporco e brutale non lo  turbava, dandogli da vivere. Intanto che scorrevano le ore nelle quali pregustava l’avventura pomeridiana o serale. Quando, smessi i panni da scuoino, lavato, profumato e vestito di abiti sartoriali, sgattaiolando guardingo fuori dalle mura etrusche, partiva verso avventure galanti. Era gola. Ma anche romantici sentimenti verso il corpo e l’animo femminile. Fu proprio la vena poetica a tradirlo. Quando subì un processo per “adulterio” intentatogli dai figli della concupita, portando come “prova” le sue fantastiche lettere d’amore. Vena poetica prodiga in casa Borgni. Quasi fosse un talento genetico. (La cui matriarca fu considerata zia Bruna, fine parlatrice, madre del cugino Spinaldo, anch’egli scuoino e poeta; mentre l’altro cugino Roberto s’è dedicato all’arte figurativa). Non so l’esito della causa. Si trattò di uno degli ultimi processi a Cortona per quel “reato”. Di lì a poco, cancellato dal codice. Invece, son sicuro che, fossi stato il giudice, l’avrei assolto con lode, scrivendo “fesso” nella fedina penale di quei figli sciocchi.

L’ultimo impiego di Ademaro – a cui dedicò disponibilità e talento – fu autista del sindaco, addetto alla segreteria della Giunta municipale e al cerimoniale. Sempre elegante, discreto, efficiente. In tale incarico, accolse molti ospiti illustri che a quel tempo bazzicarono Cortona: Francois Mitterrand, Enrico Berlinguer, Bettino Craxi, solo per citarne alcuni.

L’inquieta vita sentimentale a fianco di Rina, si placò poco dopo la morte dell’amata e comprensiva compagna. Allorché incontrò Renata. Ultimo grande amore e sposa. Si trasferì pure nel paese dell’amata. Corteggiata quando la donna era ancora suora. Donna affascinante, che, trovata finalmente l’anima gemella, vi riversò coccole amorose e ogni tenerezza muliebre. Ademaro raggiunse così quel benessere forse cercato in tanta inquietudine affettiva. Però, ebbe sfortuna. Morì poco dopo quel matrimonio, e la pensione. Gli dei con lui almeno furono pietosi, facendolo cadere a terra senza quasi avvedersi della fine. Mentre conversava con gli amici. E, immagino, stesse gustando l’ultima sigaretta.

ferrucciofabilli@libero.it