A BUDAPEST ho trovato semplicità e garbo

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Viaggiando, ovunque, ci facciamo delle idee abbastanza conclusive su un luogo: piacevole, interessante, niente di nuovo, insignificante, eccezionale,… insomma, da pochi o tanti particolari, diamo un giudizio che fissiamo nella mente con le cose da ricordare, o da sconsigliare nel caso un amico ci chiedesse dove andare o che vedere. Su Budapest, dopo un soggiorno di una settimana, al ritorno ho atteso un po’ di tempo prima di esprimere un’idea.

Pur nella vaghezza del giudizio, direi che ho visitato una città ben organizzata, con gente semplice e garbata. Partendo dalle persone incontrate per strada, nei ristoranti, in albergo, in metropolitana, nei negozi, nei musei,…incontri facce pulite, tranquille, non accigliate, vestite con fantasia, ma senza ostentazione né tanti “trucchi” nelle facce femminili (maschi gender non m’è sembrato di averli incontrati, ma anche fosse stato, anche loro sarebbero stati senza trucco); con una marcata civetteria femminile persino tra donne di una certa età: usano molte minigonne, camuffate pure con pantacollant, o in gambe coperte da calze scure. In effetti, nessuna che abbia visto stonasse in miniabiti, pure in quel clima sempre nuvoloso, di un autunno, per me, rigido e piovigginoso. Lo stesso carattere personale non aggressivo, accogliente, o di tollerante indifferenza s’incontra nello shopping, nella reception dell’albergo, o al ristorante. Molte facce giovani parlano un buon inglese, cortesi, ma senza smancerie.

Quando viaggio non cerco la sorpresa, anche se non mi dispiace imbatterci, ma nella mia giovane accompagnatrice, mia figlia, i primi giorni ha pesato quell’assenza di straordinarietà, al punto di sentirsi quasi pentita d’essere stata lei a scegliere quella meta. Anche se alla fine del viaggio non era più pentita, conscia che l’esperienze di viaggio sono imprevedibili, pur avendo lei stessa studiato in dettaglio i luoghi da vedere.

In alcune guide si fa l’errore di definire Budapest come un ibrido tra Praga e Vienna. Sarebbe più corretto dire che hanno molta storia in comune, ma le similitudini son sempre un azzardo e l’errore della guida condiziona assurde aspettative di banali comparazioni. Sono città fluviali, sono state condizionate dall’impero austro-ungarico, hanno storie di battaglie contro le invasioni turche, consumano molta più birra degli italiani (di quella Ceca si dice sia tra le migliori al mondo), geograficamente sono il cuore d’Europa (Mitteleuropa),…però non c’è dubbio che i “popoli” siano diversi, com’è diversa la loro storia politica e culturale dal secondo dopoguerra. Periodo in cui l’Austria ha rappresentato il di qua dalla “cortina di ferro”, mentre ungheresi e cecoslovacchi sono stati al di là, con quei tentativi di ribellione che ci ricordiamo: nel 1956 quella ungherese, e quella cecoslovacca nel 1968. Anche se il compagno Nando direbbe che in fondo il comunismo non sarebbe stato del tutto inutile per quelle genti, affrancate da smaccate differenze di classe, e instradate a una visione laica della vita, che fa di questi paesi una supposta Mecca dei libertini del sesso. In realtà, sia a Praga che a Budapest, l’eventuale libertinismo sessuale non è  spudoratamente ostentato come in molti quartieri tedeschi, olandesi, belgi, ecc.

Un paio di fatti storici pesanti hanno condizionato la diversità ungherese dalle altre due capitali Praga e Vienna. L’Ungheria come l’Austria, dopo la prima guerra mondiale, hanno perso larga parte dei loro territori, ma tale scorporo territoriale, credo, abbia mortificato più di tutti gli ungheresi, o meglio il popolo ungherese sparso qua e là, fino all’attuale Romania. E mentre a Praga c’era una sorta di bilinguismo, per lo meno tra le classi medio – alte, ceco-tedesco (ricordiamo Kafka, scrittore praghese che letterariamente s’espresse in tedesco), e a Vienna – capitale politica e culturale dell’impero – nella prevalenza del tedesco s’incrociavano ceppi linguistici slavi e l’italiano,  invece, gli ungheresi erano e sono fieri del loro difficile linguaggio ungaro-finnico, tra le più complicate lingue da imparare. Perciò, non è secondaria la loro forte identità linguistica che si è tradotta in tradizioni identitarie secolari tali da essere stati i primi a volersi liberare dal “giogo” sovietico, così come oggi i loro governanti rifiutano la richiesta di accoglienza proveniente da paesi di cultura islamica, temendo, forse, insieme all’aggravio economico una intrusione che potrebbe rivelarsi dannosa per la conservazione di equilibri nel loro modus vivendi.

L’altra grande differenza, tra Praga e Vienna da un lato e Budapest dall’altro, è che, durante la seconda guerra mondiale, mentre le prime due rimasero sostanzialmente in piedi, Budapest fu quasi rasa al suolo: circa trentatremila edifici furono bombardati, tra cui il Parlamento e l’antico Castello che domina Pest dalla collina di Buda. Fu un danno immenso per una economia non certamente ricchissima. Se si pensa che, a Patto di Varsavia imperante, per acquistare auto Volkswagen ogni anno si dava in cambio ai tedeschi  una sterminata coltivazione di cipolle nella Puszta.

Non c’è dubbio che, da sempre, gli ungheresi siano molto laboriosi, come sorridendo mi ha confidato un commessi di negozio: “I miei turni di lavoro, dalle 10 alle 18, sono di 365 giorni all’anno”, in ottimo italiano. Così come una trentina di anni addietro, ad Eger, una delle maggiori città ungheresi, Leonardo, un maturo insegnate di lingue, mi raccontò che per vivere dignitosamente avrebbe svolto ben tre lavori nell’arco delle ventiquattro ore. E che questa consuetudine non era la sua eccezione ma la regola per molti, tantoché un sacco di gente sarebbe morta d’infarto per star dietro a quei ritmi infernali di lavoro!

Budapest ha di nuovo ricostruito il suo Castello, sede della galleria nazionale, dove è raccolta arte antica e moderna, con qualche quadro eccellente anche di pittori italiani, tra cui un Raffaello Sanzio. Come pure è stato ricostruito il Parlamento, sul modello di quello londinese, e, cancellando il tragico sfregio edilizio bellico, sono di nuovo in piedi molti degli edifici in stile Art Nouveau di cui era ricca la città.  E, da città colta, non mancano Musei tematici, come quello musicale dedicato a Franz Liszt tra i massimi compositori e maestri ungheresi; o quello ispirato alla memoria della Shoa, in una città dove la presenza ebraica era consistente, si dice che i nazisti usassero i più facoltosi come una specie di Bancomat: cioè invece di procedere a massicce retate, riservate ai più poveri, prendessero di mira di volta in volta i più facoltosi facendosi sborsare soldi in cambio della vita; o l’altro museo dedicato alle due esperienze tragiche: del nazismo e del comunismo, riadattando a museo l’edificio (colorato esternamente di grigio) dove venivano imprigionati e torturati i dissidenti politici. Ancor più suggestivo, perché costruito in una enorme grotta naturale sotto la vecchia Buda, è stato trasformato in museo delle cere  l’ospedale sotterraneo in funzione durante la seconda guerra mondiale, restaurando ambienti e creando personaggi di cera che danno la precisa assonanza tra le funzioni del luogo e quanti vi soggiornarono: militari, medici, infermiere, soldati feriti, ecc. a fianco delle attrezzature usate e agli impianti erogatori dell’acqua della elettricità e del condizionamento dell’aria. Esperienza non consigliabile a chi soffra di claustrofobia, ma certamente più intrigante di civettuoli musei delle cere presenti in altre città europee. Agli amici dei social network avevo già segnalato il mio stupore di fronte alla cura puntigliosa con cui sono sparsi in città monumenti, lapidi rievocative, mezzi busti, cippi, ecc. evocanti personaggi illustri della storia locale e nazionale: soldati, artisti, musicisti, letterati, sportivi, giornalisti, uomini politici, ecc. una mappa dettagliata e diffusa di presenze del passato a cui il passante può dedicare qualche attimo di attenzione. (In tale occasione, un amico internauta, mi segnalò il suo ricordo di un capodanno a Budapest in cui assisté in un grande ristorante a un commovente canto – per celebrare il nuovo anno – dell’inno nazionale, tutti visibilmente commossi e partecipi, come prova del forte vincolo popolare al proprio paese).

Per quanto si stiano facendo largo marchi internazionali della ristorazione e della moda, esistono ancora molti negozi di produzioni gastronomiche, enologiche e artigianali tipiche. Così come, a fianco di una ristorazione adattata ai gusti internazionali, si possono trovare locali in cui si gustano cibi tradizionali, mescolati a ungheresi nel momento della loro pausa pranzo.

I servizi di trasporto pubblici sono ben organizzati, estesi a tutta la città, e molto funzionale è la metropolitana, che, mi pare di avere letto, sia stata la prima in Europa ad entrare in funzione. Luogo di incontro e di scambio di giochi di sguardi con facce ordinarie d’una città pulsante, ma non frenetica, così come accade nei pochi grandi centri  commerciali visitati (non tanto per la mia, quanto per la curiosità della figlia, dove non c’è nulla che non si trovi in ogni altra città al mondo)